Forse ispirati dal pensatore che regge dalla Farnesina le precarie sorti della
politica estera italiana, i vertici del Cnr hanno deciso di eliminare l’Istituto
di studi giuridici internazionali, che pure vanta quarant’anni di proficua
esistenza segnati dallo svolgimento di vari importanti ricerche sulla prassi
italiana di diritto internazionale, i diritti umani, le migrazioni, le
organizzazioni internazionali, l’ambiente e molti altri temi ancora.
Che farsene infatti di un diritto che vale, se vale, solo fino a un certo punto
(su quale sia tale punto ho azzardato una mia spiegazione)? E che senso ha
studiarlo, visto che si tratta di un oggetto scientificamente quantomai vago e
indeterminato? Tanto varrebbe dedicarsi ad approfondire il sesso degli angeli o
la natura dell’araba fenice. Visto anche e soprattutto che di soldi, almeno a
parere di lorsignori, ne porta ben pochi, a fronte dei sostanziosi investimenti
per la ricerca in materia bellica, che inondano di soldi tutti coloro che,
compresi i ricercatori – stanchi di irricevibili utopie tipo pace, Nazioni
Unite, diritti umani e simili – hanno scelto responsabilmente di occuparsi di
armamenti e della guerra che prima o poi arriverà.
A parziale discolpa degli attuali esecutori materiali del malsano progetto, può
aggiungersi che l’idea di sopprimere l’organo di ricerca dedito allo studio del
diritto internazionale non è del tutto nuova e originale. Fu lanciata dieci anni
fa circa, con la consueta motivazione di stampo burocratico di “razionalizzare”
la rete scientifica, ma l’attacco venne respinto. Oggi il nuovo assalto potrebbe
avere successo, dato che i finanziamenti alla ricerca diventano sempre più
scarsi e selettivi e lo “spirito dei tempi” è totalmente contrario a qualsiasi
diritto, specie se internazionale.
Basti pensare che alla Casa Bianca risiede, e salvo gradite sorprese pare
destinato a permanervi per almeno altri tre anni, un signore che più che a
Grozio o altri illustri giuristi ha preso a modello Al Capone, l’Olonese e altri
illustri esponenti della malavita e della pirateria internazionali, come
dimostrato dall’impresa terroristica con la quale, facendo centinaia di vittime,
ha sequestrato il presidente del Venezuela Nicolas Maduro e la sua compagna,
anch’essa dirigente politica, Cilia Flores, nel tentativo peraltro fallito di
imporre la sua volontà a detto Stato sovrano; e si sta ora probabilmente
preparando ad eliminare coloro che del presidente venezolano hanno
legittimamente preso il posto, e lo occuperanno finché permane l’impedimento –
del tutto illegittimo – determinato dall’azione illecita dei criminali a stelle
e a strisce.
Sto parlando di Donald Trump che, per governare Gaza, si è costruito una
struttura, denominata Board of peace, fatta a sua immagine e somiglianza e che
vorrebbe presiedere a vita; destinata, secondo i suoi deliranti desideri, a
prendere il posto delle Nazioni Unite, organizzazione che del resto, quantomeno
a partire da 60 anni a questa parte – e cioè da quando nell’Assemblea generale,
in virtù del processo storico di decolonizzazione, si è insediata una
maggioranza ostile – gli Stati Uniti non hanno mai amato, ma che oggi con Trump
hanno cominciato apertamente ad odiare.
Un presidente degli Stati Uniti che considera diritto internazionale, sovranità
degli Stati, diritti umani e simili solo come sgradevoli ostacoli alla sua
personale brama di potere e ricchezza spropositati, come dimostrato
dall’oltranzistico sostegno al genocidio del popolo palestinese e dalla
persecuzione sfrenata dei migranti e, fino ad ammazzarli a sangue freddo, di
chiunque sia solidale con loro.
L’Italia è sempre stata una succursale degli Stati Uniti ma, da quando ci sono
Meloni, Tajani, Crosetto & C., è diventata una sorta di filiale di Trump. Che
spazio può esserci per lo studio del diritto internazionale in un Paese del
genere, governato da una presidente del Consiglio che, unica al mondo, non si è
vergognata di giustificare il sequestro criminale di Nicolas Maduro e Cilia
Flores, blaterando in modo dissennato di “guerra ibrida” condotta col preteso
narcotraffico che, come sanno gli specialisti del ramo, non riguarda per nulla
il Venezuela, del cui governo gli Stati Uniti si vogliono sbarazzare, come del
resto dicono apertamente, per mettere le mani sulle cospicue risorse naturali,
specie petrolifere, del Paese?
Sudditanza assoluta dimostrata anche dal totale supporto a Israele, i cui
militari, dopo aver più volte bombardato le forze dell’Unifil compreso il
contingente italiano, si permettono di far inginocchiare i nostri carabinieri
puntando loro alla testa armi forse comprate in Italia o comunque in Occidente.
In effetti a un Paese con la dignità così tanto degradata il diritto
internazionale non serve.
L'articolo Il Cnr elimina l’Istituto di studi giuridici internazionali: che
farsene infatti, se il diritto vale solo fino a un certo punto? proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Diritto Internazionale
di Angelo Palazzolo
Dopo che la Commissione Esteri del Senato ha approvato la mozione sull’Iran
presentata dalla forzista Stefania Craxi con i voti favorevoli di tutto l’arco
parlamentare, politici e mass media si sono accaniti contro l’astensione del
Movimento 5 Stelle. I senatori pentastellati avevano chiesto di inserire una
frase all’interno della risoluzione: “la contrarietà ad azioni militari
unilaterali condotte fuori dal quadro del diritto internazionale”. Questa frase,
tanto chiara quanto essenziale, è stata rigettata.
In altre parole, il Movimento 5 Stelle viene stigmatizzato e accusato di essere
al fianco degli ayatollah solo per aver dimostrato, una volta di più, di avere
un cervello proprio e di non farsi accecare da facili ricette e risposte
preconfezionate; a poco servono le parole del capogruppo Stefano Patuanelli: “no
a caricature di un M5S pro Ayatollah, sosteniamo senza ambiguità il popolo
iraniano che si ribella a un regime teocratico brutale”, ormai la macchina del
fango e della mistificazione è partita.
Ritengo che il M5S abbia fatto bene ad astenersi su questa risoluzione, ponendo
come condicio sine qua non il rispetto del diritto internazionale. Spiego questo
mio endorsement alla luce della cornice di eventi che hanno sconvolto il mondo
contemporaneo e rimarcando, di volta in volta, il ruolo ricoperto dall’Italia:
1) Israele è alla sbarra dell’Aja per genocidio e l’Italia è stata al suo fianco
offrendole assistenza politica, militare e logistica;
2) La politica europea ha fallito in modo colossale la gestione del conflitto
russo-ucraino e l’Italia ha contribuito a questo fallimento toccando solo palle
sbagliate: scommessa sulla sconfitta militare della Russia, esecrazione della
diplomazia, diffusione di fake news;
3) la storica subalternità dell’Italia verso gli Stati Uniti ha toccato vette
mai viste (dal bacino in testa dato da Biden alla nostra premier,
all’accettazione supina di misure draconiane su dazi e riarmo); a questa triste
realtà a cui ci eravamo abituati si aggiunge l’inedita sudditanza verso Israele
(l’azione della Global Sumud Flotilla ha scoperchiato i veri rapporti di forza
tra noi e lo Stato ebraico) e l’inaudita genuflessione verso la Libia (vedi caso
Almasri);
4) a capo degli Stati Uniti si trova un megalomane senza scrupoli che – anziché
fare i conti con la realtà e cercare di riposizionare il proprio Paese in
un’ottica di necessario multilateralismo – sta collocando gli Usa fuori dalla
legalità internazionale senza neanche più preoccuparsi di nascondere un animo
meramente opportunista e imperialista (bombardamento dell’Iran, rapimento del
Presidente venezuelano, sequestro di navi in acque internazionali, minacce di
annessione alla Groenlandia e mi fermo qui per problemi di spazio).
Nonostante ciò, l’Italia continua ad orbitare attorno ad un Paese sempre più
simile ad “un bufalo ferito, che infuria in tutto il mondo” per parafrasare un
verso del cantante e poeta Umberto Fiora.
Non esistono più punti di riferimento esterni su cui fare affidamento (l’Ue si è
trasformata in un ectoplasma belligerante, gli Usa hanno gettato la maschera
disvelando un volto da film horror), pertanto bisogna ripartire dai fondamentali
del nostro Paese. Il perimetro all’interno del quale muoversi è il rispetto
della legalità internazionale e il faro da seguire è la nostra Costituzione. I
5S impuntandosi sulla necessità di quella frase dimostrano di averlo capito.
“La volpe sa molte cose – scriveva il poeta greco Archiloco – ma il riccio ne sa
una grande”. A differenza degli altri politici italiani – di destra e di
sinistra – che sanno sempre tutto (cosa è bene per l’Ucraina, cosa è bene per il
Venezuela, cosa è bene per l’Iran), il M5S ha una sola grande certezza: il
ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
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L'articolo Perché il M5s ha fatto bene ad astenersi dalla mozione sull’Iran: il
rispetto del diritto internazionale è la priorità proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Rosamaria Fumarola
Almeno una volta nella vita a tutti sarà capitato di domandarsi quale sarebbe la
reazione di un uomo nato e vissuto in un’epoca lontana dalla nostra, magari nel
Medioevo, nel vedersi improvvisamente catapultato nella realtà quotidiana
attuale. La risposta non è facile a darsi, ma diventa semplice se si osserva
quanto sta accadendo nello scenario politico mondiale. Basterà infatti
descrivere lo smarrimento, la sorpresa, l’impotenza che tutti o quasi stiamo
provando di fronte al passo indietro che i rapporti tra le potenze
internazionali stanno subendo, in direzione di una cancellazione dei diritti e
delle garanzie che dopo i due conflitti mondiali l’Occidente intero aveva scelto
di assicurare ai propri cittadini.
Abbiamo di fatto in un tempo relativamente breve polverizzato quanto la morte di
milioni di persone ci aveva insegnato e siamo ritornati ad un ancien régime che
ci lascia privi delle tutele fondamentali per le quali la nostra generazione non
ha dovuto versare nemmeno una goccia di sangue e che credevamo provenire
dall’ordine naturale delle cose, non dalle dure lotte di quanti ci hanno
preceduto. Forse anche per questo non ci siamo distinti per l’impegno nella loro
salvaguardia. Oggi tutti si domandano perché il diritto internazionale non venga
più rispettato e a prevalere sia esclusivamente l’uso della forza.
Ci sono sempre stati momenti di profonda crisi nella storia, in genere nelle
fasi di transizione, di passaggio da un potere ad un altro. Se durante
l’antichità romana ad esempio, la produzione di leggi era prerogativa esclusiva
dello stato, dal Medioevo in poi la frammentazione del potere vide nuovi attori
politici legiferare, con norme di contenuto antitetico alle tante che ora
l’imperatore, ora il re o il conte o il principe emanavano o avevano emanato. La
questione di quale tra queste, rispetto ad una determinata materia, prevalesse e
fosse da considerarsi cogente impegnò i maggiori giuristi del tempo, che
giunsero a risultati talvolta opposti, tra i quali ho sempre ritenuto più
sensato quello che sosteneva che andava considerata valida la norma che dalla
generalità dei consociati veniva vissuta come tale. Questo perché nel diritto
esiste anche una dimensione consuetudinaria, che si nutre di ciò che gli esseri
umani, nella comunità di un dato momento storico, considerano vincolante
indipendentemente dalla fonte, magari gerarchicamente inferiore ad altre, che in
quanto tali risulterebbero più cogenti.
Confesso che i miei studi di Storia del Diritto Italiano risalgono a molti anni
or sono, eppure quanto appena scritto è ciò che mi è venuto in mente quando ho
appreso la notizia del rapimento di Nicolas Maduro, ordinato dal presidente
degli Stati Uniti Donald Trump. Il mondo intero si chiede come mai ci sia stata
una violazione tanto macroscopica del diritto internazionale. In tanti immagino
si stiano chiedendo quali siano gli strumenti che il diritto internazionale
mette a disposizione per riparare il vulnus creatosi e tanti credo si stiano
rispondendo che i mezzi per esprimere una condanna, dotata di una qualche forza
nei confronti dell’aggressore Trump, sono praticamente inesistenti.
Certo ci saranno decine, centinaia di norme che per decenni hanno vincolato
l’Occidente al rispetto di una precisa liturgia nei rapporti tra gli stati. È
però di tutta evidenza quanto il presidente americano si senta libero da quegli
obblighi, che oggi appaiono obsoleti, armi spuntate ed inservibili nell’ attuale
contesa.
Nessun accordo tra esseri umani vale per sempre e ogni legge prima o poi viene
violata. C’è piuttosto da chiedersi perché accada oggi. Forse perché i poteri
che avevano espresso il diritto internazionale non esistono più, sostituiti da
altri, come quelli nati nella Silicon Valley, che sostengono compatti
l’amministrazione Trump e che dominano il pianeta di fatto, senza bisogno più di
alcuna firma condivisa su un accordo di diritto internazionale.
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L'articolo Sul diritto internazionale abbiamo polverizzato quanto la morte di
milioni di persone ci aveva insegnato proviene da Il Fatto Quotidiano.
La tragedia di Crans-Montana apre uno scenario giudiziario complesso e inedito:
più magistrature nazionali – Svizzera, Italia, Belgio e Francia – indagano
contemporaneamente sullo stesso fatto, ciascuna secondo i propri criteri di
competenza. Il giurista Vincenzo Militello, professore ordinario di diritto
penale nell’Università di Palermo, spiega perché la moltiplicazione dei
procedimenti è una conseguenza della globalizzazione, quali rischi comporta per
imputati e vittime e quali strumenti di cooperazione internazionale esistono – o
mancano – per evitare conflitti di giurisdizione e duplicazioni. Tutto questo
mentre da Sion arriva la notizia che Jacques Moretti, titolare del Costellation,
potrebbe ottenere a breve la libertà su cauzione.
Professore, che cosa significa, dal punto di vista giuridico, che sulla strage
di Crans-Montana indaghino contemporaneamente magistrature di più Paesi?
In generale, quando un fatto interessa più ordinamenti penali perché una
qualsiasi parte di esso si è realizzato nel territorio di più stati o per la
nazionalità della vittima e/o dell’autore), ciascuno di essi ha in via di
principio una possibilità di qualificarlo come reato indipendentemente dagli
altri. Nel caso in questione, diverse giurisdizioni nazionali stanno appunto
procedendo per verificare se e quali reati siano stati commessi per i rispettivi
sistemi penali.
Qual è il criterio principale che individua la competenza dello Stato svizzero
come autorità giudiziaria “centrale” dell’inchiesta?
La competenza dello Stato svizzero nasce dal principio di territorialità come
criterio per determinare la giurisdizione competente, anche se è improprio
attribuirle un ruolo formale di “centralità”, che presupporrebbe una gerarchia
fra i vari ordinamenti coinvolti, la quale invece non esiste per il principio di
parità fra gli Stati. Per gli atti attinenti alla raccolta delle prove le
autorità svizzere hanno invece una posizione prioritaria in quanto le altre
autorità straniere procedenti devono rivolgersi allo Stato svizzero che ha
sovranità sul luogo. Altri stati possono seguire anche criteri differenti per
riconoscere la propria competenza, come la nazionalità della vittima o
dell’autore. In Italia, in particolare dal 2016 si prevede espressamente che per
i reati commessi a danno di cittadini vi sia una competenza del Tribunale o
della Corte di Assise di Roma quando non siano applicabili altri criteri
riferiti alla posizione dell’imputato.
Esiste il rischio di procedimenti duplicati?
Sì, per il principio suddetto di autonomia delle giurisdizioni nazionali.
Tuttavia un accordo internazionale in ambito UE (ed a cui è associata anche la
Svizzera, pur non parte dell’UE) prevede il non bis in idem processuale per chi
sia stato giudicato con sentenza definitiva in una giurisdizione degli Stati
Parte. Nel caso attuale tuttavia ci troviamo ancora in una fase di indagini
preliminari e dunque le varie attività requirenti non sono sottoposte a tale
vincolo. Le rispettive attività possono essere tanto su iniziativa autonoma o su
richiesta espressa e la rogatoria avanzata dai PM romani si inserisce in tale
quadro.
Quanto è frequente, nella sua esperienza comparatistica, che tragedie avvenute
in un solo Stato generino indagini penali in quattro Paesi diversi? È un segnale
di maggiore tutela delle vittime o di frammentazione del sistema?
Di fronte ai noti fenomeni di incremento della mobilità internazionale e di
globalizzazione economica i casi in cui i confini di un ordinamento giuridico
sono troppo ristretti per esaurire la qualificazione giuridica dei fatti sono in
rapido incremento. La moltiplicazione dei procedimenti fra giurisdizioni penali
diverse presenta vari inconvenienti, non solo per l’imputato che deve affrontare
la propria difesa di fronte a sistemi processuali differenti e con garanzie
diverse, ma per le stesse vittime che possono subire disparità di trattamento
nei diversi ordinamenti già a livello di rappresentatività in sede processuale,
oltre che di dispendio di energie fra i vari sistemi procedenti, che devono
ricorrere ad atti di indagine in principio del tutto autonomi. Mentre per questi
ultimi una volontà di cooperazione fra le varie autorità procedenti può
contenere gli inconvenienti, gli altri aspetti richiederebbero una
formalizzazione di regole che prevengono o quantomeno risolvono i possibili
conflitti di giurisdizione.
Questo cosa significa?
Naturalmente tale scenario è tanto più difficile da realizzare quanto più
disomogenei sono i vari sistemi giuridici in gioco: il caso Regeni è stato da
questo punto di vista molto istruttivo per le difficoltà che si sono incontrate
nel rapporto fra il nostro sistema giuridico e quello egiziano. In ambito UE
invece la fondamentale condivisione di un quadro di garanzie ha invece
consentito l’adozione di uno strumento apposito (una decisione quadro del 2009
n. 948) che si occupa della materia, che tuttavia ha ancora bisogno di una
regolamentazione adeguata alla delicatezza dei problemi in gioco.
L'articolo “Le vittime possono subire disparità di trattamento”, il giurista sul
rischio della duplicazione dei processi sulla strage di Crans Montana proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Oggi c’è qualche maître à penser, categoria non particolarmente apprezzabile,
che ha rispolverato le vecchie concezioni della guerra: la guerra come pulizia
del mondo, bello è morire per la patria. No, bello è vivere per la patria, non
morire per la patria“. Sono le parole pronunciate a In altre parole, su La7, da
Gustavo Zagrebelsky, giurista e costituzionalista, professore emerito di Diritto
costituzionale all’Università di Torino, già giudice e presidente della Corte
costituzionale. Un intervento che si sviluppa come una riflessione severa sul
ritorno di un immaginario bellico e sull’indebolimento delle regole che
dovrebbero governare la convivenza internazionale.
Il giurista esordisce sottolineando il rapporto tra diritto e forza. “Il diritto
può valere a condizione che non ci sia una forza sola e straripante, perché a
quel punto evidentemente non sa che farsene delle regole”. Le regole, spiega,
“funzionano in quanto ci siano più soggetti internazionali, ciascuno dei quali è
interessato a mantenere fermo un quadro, il quadro delle regole, senza il quale
può venire il peggio per ciascuno di loro”.
In questo contesto, avverte, è “inutile invocare in astratto la legge, i
trattati, il diritto internazionale, l’Onu“. Il problema è strutturale: “il
vizio sta al fondo”. Il mondo costruito dopo la guerra fredda, osserva
Zagrebelsky, aveva un punto di equilibrio nel rapporto Est-Ovest, e in quel
quadro “i trattati in qualche modo valevano”. Oggi, invece, “abbiamo dei
soggetti che si ritengono ciascuno sovrano rispetto alle proprie politiche e non
gli importa niente delle regole di coesistenza tra tutti”.
L’Unione europea, in questo scenario, appare marginale. “L’Europa è messa fuori
da questo quadro perché non ha la potenza sufficiente“, afferma il
costituzionalista, aggiungendo però che “eppure potrebbe averla”.
Il nodo centrale viene riassunto in una formula sintetica: “il diritto senza
forza è impotente, la forza senza diritto è tirannica“. Il problema, sottolinea
Zagrebelsky, è “trovare il modo di far coesistere i due lati”, evitando sia
l’illusione di un diritto disarmato sia la deriva autoritaria della forza
sganciata da ogni limite.
Quanto all’insofferenza diffusa verso il diritto internazionale, Zagrebelsky
invita a guardare più lontano: “Faremo poi il bilancio alla fine di questa
storia: nelle cose umane non c’è nulla di eterno. La verità è che siamo oramai
troppo lontani dalla seconda guerra mondiale, cioè abbiamo perso la memoria di
che cosa vuol dire una guerra e tanto più in un’epoca come la nostra, dove gli
strumenti di distruzione sono imparagonabili a quelli che esistevano allora. In
Europa – conclude – all’epoca si sono fatti 50 milioni di morti più o meno,
nessuno li ha mai contati. Ma una guerra mondiale che cosa vorrebbe dire oggi
con gli armamenti che ci sono?“.
L'articolo Zagrebelsky a La7: “Bello è vivere per la patria, non morire. Abbiamo
perso la memoria di cosa vuol dire una guerra” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un anno fa, commentando l’elezione di Trump, sostenevo che gli elettori
statunitensi avevano commesso un grave errore nell’eleggere un pregiudicato e
fallito golpista: la democrazia mette nelle mani dell’elettore un grande potere,
al quale però si associa una grande responsabilità. Un errore nell’esercizio del
voto non invalida l’elezione e proprio per questo condiziona il paese per gli
anni a venire.
L’errore nel voto si riconosce facilmente a posteriori, perché l’eletto tradisce
il suo popolo e i suoi elettori; e infatti si susseguono manifestazioni contro
Trump in tutte le principali città degli Stati Uniti. Inoltre, sui social media
compaiono con grandissima frequenza ormai da giorni interventi di senatori,
avvocati, giudici e giornalisti americani che attaccano Trump da tutti i punti
di vista: le violazioni del diritto internazionale in Venezuela; i bombardamenti
in Iran, Yemen, Somalia, Siria, Nigeria; le minacce a stati tradizionalmente
alleati come Canada e Danimarca-Groenlandia; le misure violente di ordine
pubblico che hanno causato la morte di cittadini innocenti; i tentativi di
appeasement con Putin.
Un argomento spesso usato in “difesa” di Trump è che gli Usa abbiano sempre
commesso crimini di questo tipo, di solito cercando di giustificarli sotto il
pretesto dell’esportazione della democrazia: Trump in questa ottica sarebbe non
solo simile ai suoi predecessori, ma anche più “sincero” di loro. Questo
argomento a mio parere è completamente falso e sbagliato e serve solo a cercare
di coprire grossolani errori di valutazione precedenti.
In primo luogo nessun presidente degli Usa in tempi recenti aveva incoraggiato
un tentativo di golpe con tanto di assalto al Campidoglio come quello del 6
gennaio 2021. In secondo luogo Trump ha imposto alla politica estera
statunitense alcuni completi voltafaccia come quello sulla guerra tra Russia e
Ucraina. In terzo luogo, pur ammettendo che la politica estera degli Usa ha una
lunga storia di interferenze violente con altri stati, il solo fatto di
giustificarla con pretesti piuttosto che con la brutale affermazione del proprio
interesse dimostrava la consapevolezza di dover giustificare e rendere
plausibili le proprie azioni nell’ambito del diritto internazionale.
Negare il diritto internazionale non è un atto di realismo ma di sovversione: il
diritto internazionale può essere difficile da imporre e far rispettare, ma se
non esistesse renderebbe impossibile definire torti e ragioni e di conseguenza
sarebbe vanificata ogni possibile protesta contro il potere costituito. Trump,
Putin e Netanyahu sono dei criminali perché violano il diritto internazionale,
non per il nostro soggettivo giudizio; manifestare contro l’azione Usa in
Venezuela non si fa perché Maduro è più “simpatico” o più “buono” di Trump, ma
perché l’azione Usa in Venezuela è un crimine secondo il diritto internazionale
(con buona pace del ministro Tajani), anche se Maduro potrebbe a sua volta
essere un criminale.
Di fatto il diritto internazionale è tanto più importante quanto più gravi e
frequenti ne sono le violazioni: poiché la legge serve per riconoscere e
giudicare il crimine, e se possibile prevenirlo e punirlo, sarebbe inutile se il
crimine non esistesse.
L'articolo Chi sostiene Trump dice che gli Usa si sono sempre comportati così:
un enorme errore proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non c’è soltanto l’uscita dalla convenzione che sta alla base degli Accordi di
Parigi sul clima. Tra i 66 organismi dai quali la Casa Bianca ha annunciato il
ritiro il 7 gennaio ci sono tre importanti istituzioni giuridiche
internazionali. E’ l’ennesimo passo indietro deciso da Washington nell’ultimo
anno dall’approccio multilaterale che ha contraddistinto le relazioni tra gli
Stati, in primis quelli occidentali, dal 1945 fino a oggi. “Questi ritiri
porranno fine ai finanziamenti dei contribuenti americani e al loro
coinvolgimento in entità che promuovono programmi globalisti a discapito delle
priorità degli Stati Uniti”, si legge nel memorandum. Ma la mossa non potrà non
avere conseguenze politiche di lungo periodo.
L’amministrazione Trump ha deciso di ritirarsi dall’International Residual
Mechanism for Criminal Tribunals (IRMCT). L’organismo, che ha sede all’Aja, è
stato creato per portare a termine le funzioni rimaste aperte dei due grandi
tribunali ad hoc dell’Onu: quello per l’ex-Jugoslavia e quello per il genocidio
in Rwanda. Le sue competenze riguardano procedimenti residuali, appelli,
gestione degli archivi, protezione dei testimoni ed esecuzione delle pene e il
testo ufficiale della Casa Bianca non dettaglia le motivazioni specifiche
dell’uscita, ma la decisione di Washington ha un preciso significato simbolico e
pratico.
Il primo è una critica strutturale all’autorità giudiziaria internazionale.
L’amministrazione Trump, in continuità con precedenti governi repubblicani, ha
spesso accusato le corti internazionali di limitare la sovranità americana e di
essere utilizzati come strumenti politici contro gli Stati Uniti e i loro
alleati. Nel 2025 Washington era arrivata a imporre sanzioni contro la Corte
penale internazionale, accusata di portare avanti indagini considerate
“illegittime e infondate” su cittadini americani e personale israeliano come il
primo ministro Benjamin Netanyahu, sul quale dal 21 novembre 2024 pende un
mandato d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele a
Gaza e che è il principale alleato della Casa Bianca in Medio Oriente.
La decisione, inoltre, si iscrive nel solco del sempre minore coinvolgimento
degli Stati Uniti in meccanismi giudiziari multilaterali. Uscendo dal Meccanismo
Residuo, Washington rinuncia a un ruolo, per quanto limitato, nei procedimenti
legati a crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Una scelta che
riflette la volontà di mantenere un controllo esclusivo su come, quando e da chi
eventuali responsabilità penali di cittadini statunitensi possano essere
valutate.
Nello stesso pacchetto rientra anche il ritiro dalla Commissione di Venezia,
organismo consultivo del Consiglio d’Europa specializzato in pareri su temi
costituzionali, stato di diritto e diritti umani. L’organismo svolge un ruolo
centrale nell’elaborazione di standard democratici e giuridici, in particolare
nei Paesi in transizione o coinvolti in processi di riforma istituzionale e, pur
essendo legato all’Unione europea, garantiva agli Stati Uniti uno status di
membro a pieno titolo. Washington, tuttavia, non lo considera un forum in cui
poter esercitare un’influenza strategica diretta. Il suo carattere tecnico e la
prevalente impronta europea fanno sì che la Commissione venga percepita
oltreoceano come parte di un ordine internazionale che limita la capacità di
Washington di difendere i propri interessi.
L’atteggiamento di ostilità dell’amministrazione Trump strutture multilaterali,
intravisto nel primo mandato, sta conoscendo nel secondo una fattiva
realizzazione. Esempio ne è l’atteggiamento tenuto dalla Casa Bianca con la
Corte penale internazionale. Sebbene gli Stati Uniti abbiano partecipato ai
negoziati e firmato il trattato istitutivo nel 2000 con Bill Clinton, non hanno
mai ratificato il documento. Nel 2002 George W. Bush ha formalmente ritirato la
firma, dichiarando che gli Stati Uniti non intendono diventare parte della
Corte. Nel febbraio 2025 Washington ha sanzionato 11 alti funzionari della Corte
e a fine anno, riferiva Reuters l’11 dicembre, avrebbe minacciato nuove misure
se il tribunale non avesse garantito che non avrebbe aperto procedimenti
giudiziari nei confronti di Trump.
Gli Stati Uniti “si stanno gradualmente allontanando” dagli alleati e “si stanno
liberando dalle regole internazionali”, ha commentato Emmanuel Macron
intervenendo alla Conferenza delle ambasciatrici e degli ambasciatori a Parigi.
Secondo il presidente francese, è in atto una crescente “aggressione
neocoloniale” nelle relazioni diplomatiche, a causa della quale “le istituzioni
del multilateralismo funzionano sempre meno efficacemente. Ci stiamo evolvendo
in un mondo di grandi potenze con una reale tentazione di dividere il mondo tra
loro”.
L'articolo Trump piccona ancora la giustizia internazionale: gli Usa si ritirano
da 2 Tribunali penali e dalla Convenzione di Venezia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
I primi cinque anni di questo decennio hanno ricordato sinistramente quelli
degli anni Novanta dello scorso secolo, segnati dai più gravi crimini di diritto
internazionale, compresi i due genocidi più veloci della storia: quello del
Ruanda nel 1994 e quello della Bosnia nel 1995.
Ma dopo quegli orrori, ci fu una risposta, basata sulla necessità
imprescindibile di punire i responsabili e almeno i principali esecutori di quei
crimini: nacquero i due tribunali speciali per il Ruanda e l’ex Jugoslavia e nel
1998 a Roma venne approvato lo Statuto della Corte penale internazionale
permanente (per saperne di più, soprattutto sulle condanne emesse dalle prime
due corti, segnalo questo volume).
Il quinquennio appena iniziato somiglierà, a sua volta, al secondo quinquennio
degli anni Novanta? Dalla risposta, che non possiamo dare noi limitandoci a
esprimere una speranza, dipenderanno il destino dei conflitti in corso e la
prevenzione, o al contrario, la previsione dei prossimi.
L’efficacia e l’efficienza della giustizia internazionale, priva del potere
coercitivo di dare seguito alle sue decisioni – non esiste una polizia
giudiziaria per eseguire i mandati di cattura – dipendono dalla collaborazione
degli stati. Per 125 di loro non è un’opzione ma un obbligo.
Nel 2025 questa collaborazione è venuta meno in diverse occasioni: l’Italia ha
riaccompagnato a casa il ricercato libico Almasri; l’Ungheria e tre stati
africani (Burkina Faso, Mali e Niger) hanno annunciato l’intenzione di uscire
dalla Corte penale internazionale; gli Usa, che non ne fanno parte, l’hanno
nuovamente colpita con sanzioni.
La “pietra dello scandalo” è stata l’emissione del mandato di cattura per il
primo ministro israeliano Netanyahu, che ha suscitato dalle nostre parti
reazioni opposte a quelle entusiastiche seguite all’analogo provvedimento,
sacrosanto, adottato nei confronti del presidente russo Putin.
Queste reazioni opposte sono state la prova più evidente dei doppi standard
praticati dai più influenti stati della comunità internazionale: mentre milioni
di persone nel mondo, rassegnate a non poter contare su quella domestica,
guardano alla giustizia internazionale come unico mezzo per ottenere la
punizione dei responsabili dei crimini subiti, in molte capitali non sono questi
a essere valutati bensì chi li ha commessi, per poter condannare o condonare
secondo le circostanze.
Eppure, nell’anno che si è appena concluso, la giustizia internazionale ha
dimostrato che se la si lascia lavorare, se non la si delegittima e se non la si
boicotta, ottiene dei risultati.
L’11 marzo le autorità delle Filippine hanno arrestato l’ex presidente Rodrigo
Duterte, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro
l’umanità in relazione alla sua politica della “guerra alla droga” che tra il
2016 e il 2022 causò l’uccisione di migliaia di persone, per lo più povere e
marginalizzate, da parte delle forze di polizia o di killer legati a queste
ultime. Il giorno dopo Duterte è stato trasferito alla Corte.
L’8 luglio la Camera preliminare della Corte ha emesso mandati di cattura nei
confronti di Haibatullah Akhundzada e di Abdul Hakim Haqqani, rispettivamente
guida suprema e capo del potere giudiziario dei talebani al potere in
Afghanistan, per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere.
Il 1° dicembre la Germania ha ricordato all’Italia cosa vuol dire rispettare gli
obblighi di cooperazione con la Corte penale internazionale: il cittadino libico
Khaled Mohamed Ali El Hishri, uno dei responsabili della famigerata prigione di
Mitiga, è stato non riaccompagnato a Tripoli ma consegnato all’Aja. Era stato
arrestato il 16 luglio in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla
Camera preliminare della Corte il 10 luglio per crimini di guerra e contro
l’umanità.
Infine, il 9 dicembre la Corte ha condannato a 20 anni di carcere il criminale
sudanese Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman detto “Ali Kushayb”, dopo averlo
giudicato colpevole di 27 fattispecie di crimini di guerra e contro l’umanità
commessi tra l’agosto del 2003 e l’aprile del 2004 nel Darfur. All’epoca “Ali
Kushayb”, consegnatosi alla Corte nel 2020, era a capo di una milizia alleata
alle forze armate.
Nel quinquennio appena iniziato potrebbero arrivare i due verdetti per i casi di
genocidio sollevati di fronte all’altro organo giudiziario globale, la Corte
internazionale di giustizia, che giudica non gli individui ma gli Stati: quello
del Gambia contro Myanmar per i crimini subiti dalla minoranza rohingya e quello
del Sudafrica contro Israele per i crimini subiti dalla popolazione palestinese
della Striscia di Gaza.
La Corte internazionale di giustizia, che deve pronunciarsi solo sul possibile
crimine di genocidio e non su altri, potrebbe stabilire che genocidio non vi è
stato. Ma nessuno, negli Stati sotto accusa, dovrebbe tirare un sospiro di
sollievo e brindare all’assoluzione.
Infatti, non esiste una gerarchia tra i crimini di diritto internazionale:
genocidio, poi crimini contro l’umanità e, al terzo posto, crimini di guerra.
Affermare, da parte israeliana, che siccome non c’è stato genocidio, in fin dei
conti non è successo niente di grave comporterebbe la beffarda conseguenza di
concludere che anche Hamas, dopo tutto, non ha fatto niente di grave. Solo chi
ignora o manipola per propri fini il diritto internazionale potrebbe sostenere
una cosa del genere.
La speranza, allora, è che attraverso le proprie pronunce e la cooperazione
della comunità internazionale, la giustizia internazionale non sia più vista
come un problema ma come la soluzione, quella in grado di spezzare il cerchio
dell’impunità. Altrimenti, mutilando la frase popolare negli anni Novanta, vorrà
dire che “c’è pace senza giustizia”.
Una pace senza giustizia è una pace ingiusta, un premio agli aggressori: averli
intorno ai tavoli negoziali anziché in un aula di tribunale significherà
semplicemente prepararci ai prossimi conflitti.
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La frase l’ha pronunciata il ministro degli Esteri Antonio Tajani il 2 ottobre,
ospite del programma Porta a porta di Bruno Vespa. L’argomento era il violento
intercettamento in acque internazionali, da parte della marina militare
israeliana, delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla.
È stata una frase uscita male che, chissà, se fosse stato possibile tornare
indietro il responsabile della politica estera italiana avrebbe formulato
diversamente. O magari è stata detta a mo’ di rassegnata constatazione e avrebbe
potuto essere preceduta da “Secondo Israele…”. Chissà, appunto. Ma è stata
comunque una frase sintomatica, che ha fatto correre i brividi lungo la schiena
alle persone giuriste e alle organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty
International, che vedono il diritto internazionale come un parametro su cui
misurare il comportamento degli stati.
Sintomatica di cosa? Dei doppi standard. Quelli per i quali si chiede il
rispetto delle norme internazionali o, al contrario, se ne tollera se non
addirittura si giustifica la violazione a seconda della convenienza. Quelli per
cui, di fronte ai più gravi crimini internazionali, compreso il genocidio, si
verifica chi li abbia commessi per poi decidere se condannarli o condonarli.
Gli ultimi due anni hanno confermato che “il diritto internazionale conta fino a
un certo punto” quando si tratta dello stato di Israele: che ha ignorato tre
serie di ordini cautelari della Corte internazionale di giustizia, la quale sta
valutando se sia stato commesso il crimine di genocidio nei confronti della
popolazione palestinese della Striscia di Gaza; che prosegue a costruire
insediamenti e a riempirli di coloni violenti in Cisgiordania nonostante tutto
ciò sia illegale; che, riguardo al tema di cui si parlava a Porta a porta, ha
illegalmente bloccato aiuti umanitari in acque internazionali (e sarebbe tutto
da discutere se quelle più vicine alla costa della Striscia di Gaza siano
veramente acque israeliane: chi lo sostiene conferma, magari senza accorgersene,
che quel territorio è occupato, ovviamente in modo illegale).
Del resto, è proprio a partire dal mandato d’arresto emesso dalla Corte penale
internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Netanyahu che è
iniziata la narrazione del “conta fino a un certo punto”: in questo caso, il
soggetto è la giustizia internazionale. Che pure, per lo stesso ministro Tajani,
“fino a un certo punto” era importante.
Ricordiamo infatti questa singolare escalation: il 9 dicembre 2024 Amnesty
International pubblica un rapporto sul genocidio israeliano nella Striscia di
Gaza. Alla domanda di un giornalista, il ministro risponde: “Vabbè, ma Amnesty
International non è la Corte penale internazionale”. Un mese dopo, per
giustificare la brutta figura mondiale fatta dal governo italiano rimandando in
Libia il ricercato Almasri, ricordatogli il fatto che il suddetto era ricercato
dalla Corte, arriva la replica: “Vabbè, ma la Corte non è la Bocca della
verità”.
C’è un’ulteriore dichiarazione del ministro Tajani, a proposito della giustizia
internazionale, che merita purtroppo di essere ricordata. Quando, dopo il
vertice di quest’estate in Alaska, il governo italiano cercava di avere un ruolo
nei negoziati per porre fine alla guerra di aggressione della Russia contro
l’Ucraina, magari ospitando un vertice, l’autore degli ‘ipse dixit’ del 2025 ha
affermato “Ma c’è il problema della Corte penale internazionale”, ossia il
mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del
presidente russo Putin.
Il diritto internazionale “conta fino a un certo punto” e la giustizia
internazionale non è la soluzione ma “un problema”. Il contributo che nel 2025
l’Italia ha dato alla lotta contro l’impunità e alla ricerca della giustizia,
per tutti i crimini e per tutte le vittime, è stato purtroppo questo.
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