Amnesty International ha condotto un’indagine sull’attacco illegale statunitense
del 28 febbraio contro la scuola elementare Shajarah Tayyebeh, nella città
iraniana di Minab, che ha ucciso 168 persone, tra le quali oltre 100 bambine e
bambini che stavano frequentando lezioni su piani separati. La scuola, che
avrebbe dovuto essere un luogo protetto e di apprendimento, è stata colpita
insieme a 12 strutture di un’adiacente base dei Corpi dei guardiani della
rivoluzione islamica.
Sulla base delle proprie verifiche e dell’analisi dei resti di un missile
pubblicati dagli organi d’informazione iraniani, Amnesty International ha
concluso che la scuola è stata colpita da un missile Tomahawk di fabbricazione
statunitense, un’arma di precisione dotata di un sistema di guida. Nel conflitto
in corso, i missili Tomahawk sono usati esclusivamente dalle forze Usa. Le
autorità statunitensi avrebbero potuto e dovuto sapere che si trattava di un
edificio scolastico. Il fatto che fino a dieci anni prima facesse parte della
base dei guardiani della rivoluzione e sia stato colpito direttamente fa
ritenere che le forze Usa abbiano fatto riferimento a vecchi dati forniti
dall’intelligence e non abbiano rispettato l’obbligo di fare tutto il possibile
per verificare che l’obiettivo che intendevano colpire fosse davvero di natura
militare.
Delle due l’una, dunque. Se chi ha attaccato non è stato in grado di
identificare il bersaglio come una scuola ed è ugualmente andato avanti, si è
trattato di un vergognoso fallimento dell’intelligence oltre che di una grave
violazione del diritto internazionale umanitario. Se gli Usa sapevano che la
scuola era adiacente a una base dei guardiani della rivoluzione e hanno lanciato
l’attacco senza prendere tutte le precauzioni possibili – ad esempio, farlo di
notte quando la scuola sarebbe stata vuota o dare un preavviso effettivo ai
civili che avrebbero potuto essere coinvolti nell’attacco – si è trattato di un
attacco indiscriminato che dev’essere indagato come crimine di guerra.
Il fatto che, l’11 marzo, il comandante Brad Cooper del Comando centrale Usa
abbia confermato che per processare grandi quantità di dati relativi alle
operazioni militari in Iran viene usata l’intelligenza artificiale non fa che
aumentare i rischi di fallimenti del genere.
Le autorità statunitensi hanno annunciato un’indagine. Dovranno assicurare che
sarà imparziale, indipendente e trasparente e dovrà approfondire le informazioni
e le valutazioni fornite dall’intelligence, le decisioni sull’obiettivo da
colpire e le precauzioni adottate così come stabilire se in questi passaggi sia
stata usata l’intelligenza artificiale. Gli esiti dell’indagine dovranno essere
resi pubblici e, qualora vi siano prove sufficienti, i responsabili dovranno
essere sottoposti a processo per dare alle vittime e alle loro famiglie verità,
giustizia e riparazione.
Dobbiamo aggiungere, purtroppo, che all’indomani dell’attacco, le autorità
iraniane hanno sfruttato la sofferenza delle famiglie delle vittime e dei
sopravvissuti a scopo di propaganda. Alcune famiglie, come quelle di etnia
baluci, sono state costrette a partecipare a un unico funerale di stato
celebrato secondo modalità contrarie alle loro tradizioni. Alcune bambine
sopravvissute, nonostante le ferite e i traumi subiti, sono state portate tra le
macerie della scuola per essere intervistate.
Questi atti di coercizione, intimidazione e strumentalizzazione delle famiglie
in lutto e delle bambine sopravvissute hanno causato grave sofferenza mentale e
possono costituire una violazione del divieto assoluto di tortura e di altri
trattamenti crudeli, inumani e degradanti.
L'articolo Se il massacro Usa nella scuola in Iran dipende da dati vecchi, si
tratta di un vergognoso crimine proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Diritto Internazionale
di Rocco Tralli
È dalla continua violazione della norma fondamentale della Carta delle Nazioni
Unite — il divieto dell’uso della forza contro uno Stato sovrano sancito
dall’articolo 2, paragrafo 4 — e dallo svuotamento dello Statuto della Corte
penale internazionale, che include tra i crimini di sua competenza il crimine di
aggressione, che si misura oggi la crisi più profonda del diritto
internazionale.
Troppe guerre, troppe violazioni, troppa impunità, troppi doppi standard. Ma
dire che il diritto internazionale è morto rischia di essere una sconfitta
troppo pesante. Il diritto internazionale può sopravvivere solo se qualcuno
decide di difenderlo. E quel qualcuno non sono soltanto i governi, le corti o le
organizzazioni multilaterali, ma siamo anche noi cittadini.
Le democrazie si reggono su un principio semplice: chi governa agisce anche in
nome dei governati. Per questo, quando i governi tollerano le violazioni,
tacciono di fronte ai crimini o usano i diritti come linguaggio selettivo, la
responsabilità non può restare confinata nei palazzi del potere. I cittadini
hanno il dovere di informarsi, dissentire, chiedere coerenza, pretendere che i
valori proclamati all’interno valgano anche all’esterno.
Nelle nostre democrazie si è progressivamente indebolito il pensiero critico,
mentre la partecipazione pubblica si è fatta più fragile, più intermittente, più
superficiale. Al posto di valori come responsabilità, solidarietà e coscienza
civile, si è imposto troppo spesso un narcisismo alimentato dai social network,
dove tutto viene consumato in fretta, esibito, semplificato, piegato
all’emozione del momento. In questo spazio saturo di reazioni immediate, anche
la guerra diventa contenuto, il dolore spettacolo.
Far rinascere il diritto internazionale significa allora ricostruire non solo
regole tra gli Stati, ma anche una cultura civica dentro le società. Significa
restituire serietà al dibattito pubblico, profondità all’informazione, forza
alla partecipazione democratica. Senza cittadini consapevoli, nessun principio
internazionale regge davvero: resta carta fragile, facilmente sacrificabile
davanti alla convenienza politica.
Il diritto internazionale non rinascerà da solo, ma potrà rinascere solo quando
le società democratiche smetteranno di considerarlo un tema lontano e
cominceranno a trattarlo come una propria responsabilità civile. Perché il
diritto internazionale non rinascerà nei vertici se prima non rinasce nelle
coscienze. E se decidiamo di lasciarlo morire, non saremo più al sicuro.
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L'articolo La morte o meno del diritto internazionale dipende anche da noi
cittadini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dato che il ministro della difesa Crosetto, il ministro degli esteri Tajani, la
presidente del parlamento Ue Metsola continuano a riferirsi agli
“indiscriminati” attacchi missilistici dell’Iran su Turchia, Cipro, Azerbaijan,
mi preme mettere in fila alcuni eventi.
1. Stati Uniti e Israele, in violazione del diritto internazionale, attaccano
l’Iran. L’Iran è a questo punto autorizzato a difendersi. L’Articolo 51 della
Carta delle Nazioni Unite riconosce il “diritto naturale” di legittima difesa,
individuale o collettiva, nel caso di attacco armato contro un membro Onu,
fintanto che il Consiglio di Sicurezza non adotti misure necessarie per la pace.
Rappresenta l’eccezione principale al divieto dell’uso della forza. L’Iran è fin
dal 1945 un membro delle Nazioni Unite. L’attacco americano e israeliano che
secondo Trump aveva lo scopo di evitare un attacco iraniano lo ha in realtà reso
necessario e legittimo. Sempre che distruggere il diritto internazionale non
fosse ritenuto da parte di Trump e Netanyahu, più che un danno collaterale, un
beneficio collaterale: far fuori questo intralcio del diritto come si fanno
fuori le Ong, i giornalisti, i bambini palestinesi, i migranti: chiunque si
opponga o semplicemente costituisca un intralcio, con il suo mero stare al
mondo, al disegno suprematista e colonialista di Usa e Israele. Un beneficio
collaterale raggiunto grazie alla complicità dei membri del Board of peace e dei
loro osservatori.
2. La guerra potrebbe allargarsi se venisse colpito un paese Nato o un paese Ue
ma l’Iran dichiara di non avere intenzione di colpire altro che le basi degli
americani e Israele che lo hanno attaccato, esercitando il suo diritto alla
difesa.
3. Le difese aeree della Nato abbattono un missile iraniano diretto verso la
Turchia. Il Segretario di Stato americano Rubio dichiara che questo attacco a un
paese Nato è inaccettabile e promette il pieno sostegno degli Stati Uniti. Un
funzionario turco rivela però alla France Presse che la Turchia “non era
l’obiettivo del missile”: “Riteniamo che fosse diretto verso una base militare a
Cipro, ma che abbia deviato dalla sua traiettoria”. La base aerea di Incirlik,
nella Turchia meridionale, ospita le forze americane, ma la Turchia dichiara che
non consentirà che il suo spazio aereo venga utilizzato per attacchi contro
l’Iran.
4.La base militare inglese di Akrotiri a Cipro era già stata presa di mira
lunedì da un drone. Il ministero della Difesa britannico afferma però che il
drone non è stato lanciato dall’Iran. Riporta la Bbc: “Funzionari occidentali
hanno affermato che il drone tipo Shahed non è stato lanciato dall’Iran.
Tuttavia, non hanno voluto specificare la provenienza del missile”.
L’opposizione incalza il premier inglese Starmer facendo suoi gli argomenti di
Trump e Rubio: bisogna reagire all’attacco dell’Iran. Starmer ribadisce che
l’Inghilterra non è stata attaccata e non è in guerra con l’Iran. Aggiunge di
aver imparato la lezione con l’Iraq, quando fu Blair a trascinare il paese in
guerra sulla base di prove false.
5. Droni iraniani colpiscono l’aeroporto di Nakhchivan in Azerbaigian. Baku
convoca l’ambasciatore iraniano chiedendo chiarimenti e riservandosi misure di
ritorsione. L’esercito iraniano nega di aver lanciato i droni e sostiene che
l’episodio sarebbe un tentativo di Israele di incrinare i rapporti tra Paesi
musulmani. L’Azerbaigian di Ilham Aliyev è però da decenni un alleato di ferro
di Israele. Israele fornisce a Baku tecnologie militari mentre l’Azerbaigian
garantisce a Tel Aviv forniture di petrolio.
7. Nel mentre che Crosetto, Tajani e Metsola condannano “gli attacchi
indiscriminati” dell’Iran (il diritto alla difesa vale fino a un certo punto)
continuano con la politica degli accordi e dei memorandum di intesa con Israele
e dei 19 pacchetti di sanzioni alla Russia e zero pacchetti di sanzioni a
Israele che invade e bombarda – oltre all’Iran, a Gaza – il Libano e la Siria
meridionale. Di nuovo. Il ministro Smotrich promette di ridurre la zona sud di
Beirut come Khan Yunis a Gaza: un cumulo di macerie. Un piano che piace anche
all’opposizione di Netanyahu. Il leader dell’opposizione Lapid dichiara: “Non
sarà piacevole radere al suolo qualche villaggio libanese ma se la sono
cercata”.
Secondo l’Armed Conflict Location and Event Data, un ente indipendente di
monitoraggio dei conflitti, nel 2025 Israele ha effettuato almeno 10.631
attacchi: un record mondiale. Nel corso dell’anno Israele ha attaccato sei
paesi: Palestina, Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen. Ha inoltre effettuato
attacchi nelle acque territoriali tunisine, maltesi e greche contro flottiglie
di aiuti umanitari dirette a Gaza. L’Iran ne ha attaccati zero. Sulla base dei
curricula, non sorgono molti dubbi su quale dei due paesi sia più propenso a
lanciare “attacchi indiscriminati”.
Rispondere a queste osservazioni con le critiche al regime degli Ayatollah,
paragonando chi difende il diritto internazionale a chi difende la polizia
morale, è una conseguenza e un sintomo del tramonto della democrazia per come
l’abbiamo costruita per noi e sognata tutti, a cominciare dalle donne iraniane
incarcerate dagli Ayatollah. Quello delle bombe giuste è l’argomento prediletto
di chi alla democrazia preferisce la monarchia dello Scià, il cui erede Reza
Pahlavi spera di tornare al potere in Iran a cavallo delle bombe di Trump (“Più
sono e meglio è!”, afferma Pahlavi convinto di parlare con un funzionario
tedesco ma vittima in realtà dello scherzo telefonico di comici russi Vovan e
Lexus). O la monarchia dei Savoia. Come il nostro ministro degli esteri, che
negli Anni 80 fu militante e vicesegretario del Fronte Monarchico Giovanile
dell’Unione Monarchica Italiana e dunque va scusato se non sa che i popoli non
si liberano con le bombe ma con le rivoluzioni.
L'articolo Iran, il diritto alla difesa fino a un certo punto: non vale per i
paesi attaccati da Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.
La giustizia viene sempre prima di tutto, è un principio fondante delle
comunità. Giustizia e verità dovrebbero andare a braccetto. Il diritto è lo
strumento con cui realizzare in concreto la giustizia. La legge è l’arma
principale del diritto con cui far coincidere o avvicinare quanto più è
possibile giustizia e legalità. Lo stato di diritto si definisce tale perché il
diritto e la legge sono uguali per tutti. In Italia l’uguaglianza giuridica è
scolpita nell’articolo 3 della Costituzione.
Nell’età contemporanea il potere ha spesso abusato del diritto e ha usato la
legge per legalizzare abusi e crimini. Negli ultimi tempi il ministro degli
Esteri italiano confessa che il diritto vale fino a un certo punto, così come vi
sono le condotte al di sopra della legge messe in atto, tra l’altro, da
cittadini al di sotto di ogni sospetto. Il capo dei capi, Donald Trump, va oltre
ed afferma che il diritto non esiste, che esiste solo la sua morale,
argomentazioni più o meno identiche a quelle utilizzate, in epoche storiche
diverse, da Adolf Hitler: la morale dello Stato, del popolo e del suo capo, al
di là del bene e del male.
L’attacco in Venezuela è servito, con modalità tipiche di una mafia di governo,
a mettere sotto scacco un Paese dal quale ottenere petrolio alle condizioni
imposte da chi mette in atto condotte minacciose. Dopo avere gli Stati Uniti e
molti paesi occidentali contribuito al genocidio del popolo palestinese ad opera
del governo Netanyahu, la guerra unilaterale in medio oriente ha l’obiettivo di
ridefinire con la forza gli equilibri geopolitici nel solco della configurazione
del cosiddetto Grande Israele. La mappatura si sta delineando sempre di più. Un
governo manovrabile disegnato in Siria, bombardamenti e distruzioni in Libano
dove va imposto un governo fantoccio, accordi con Paesi Arabi fondati su affari,
minacce, ricatti e interessi vari, ma soprattutto distruzione dell’Iran, il
nemico numero 1 per portare a compimento il disegno di dominio e controllo
totale di tutto il Medio Oriente.
Come per giustificare la guerra contro l’Iraq oltre trent’anni fa gli americani
e gli inglesi si inventarono le armi chimiche di Saddam Hussein, oggi la bomba
atomica diventa il pretesto per distruggere l’Iran. Nessuno ricorda, però, che
Israele detiene bombe atomiche senza il rispetto di nessuna normativa
internazionale. Non si nega che ci sia un regime in Iran che con la democrazia
occidentale non ha nulla a che vedere, ma non è con guerre unilaterali e
criminali che si pone fine ai regimi. Anche perché chi decide poi che uno Stato
non sia democratico? Sul concetto di democrazia oggi scivolerebbe la maggioranza
degli Stati del nostro pianeta.
Il diritto internazionale è morto, oppure totalmente piegato alla legge dei
padroni del mondo e dei più forti, il diritto nazionale è gravemente malato, la
nostra Costituzione è sotto attacco, le democrazie occidentali sempre più
apparenti e formali, ma certamente non sostanziali. Democrazie che non si
fondano più su giustizia e verità, ma sempre di più sull’abuso del potere. Con
la legge del più forte si stabilisce il nuovo ordine mondiale, la storia del
Novecento viene tradita, le vittime, le tragedie e le sofferenze appartengono ai
popoli. Ognuno scelga, in questa fase tragica, da che parte stare della storia,
perché l’indifferenza di troppi è la benzina dei malvagi.
L'articolo Il diritto internazionale è morto. Ora ognuno scelga da che parte
stare proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Donato Chiriacò
Poi dici che uno si butta a sinistra, ripeteva il grande Totò; ma è mai
possibile continuare a tenere bordone macellai senza scrupoli (i governi Usa e
Israele) che fanno impunemente carne di porco del presunto diritto
internazionale, se ne fottono di tutto e di tutti, stabiliscono loro,
unilateralmente, chi sono i buoni (i propri schiavi) e chi i cattivi (quelli che
non si piegano ai rispettivi diktat) e decidono, così, di punto in bianco, di
rapire capi di stato in casa altrui, di liquefare nel fosforo esseri umani, di
bombardare a tappeto città e villaggi in Iran, e nel far ciò disintegrano
orrendamente centinaia di bambine – innocenti per definizione – al solo scopo di
far fuori un singolo individuo (l’effetto collaterale)?
La domanda è retorica ovviamente, in quanto la follia che muove questi criminali
(Trump e Netanyahu assieme ai reciproci entourage) è ancor più inaccettabile
perché muove dai principi razzisti che pervadono la turpe ideologia del
suprematismo bianco. È questo il vero cancro da estirpare, il fatto di
riconoscersi come razza (concetto di per sé abominevole), in primis, dunque
razza bianca, pertanto superiore alle altre per definizione: è la logica dei
lager nazisti, dell’apartheid e di tutti i ghetti della storia. È la logica che
fa sentire il cuore meno pesante se ad essere sterminati sono i palestinesi o
gli iraniani o i venezuelani o i cubani o i nigeriani perché sono diversi, sono
alterità distanti, hanno la pelle nera, scura, olivastra, sono sporchi,
miserabili straccioni e, dunque, li si massacra senza troppi rimorsi. L’italia,
l’europa (minuscole volute), intese come i governanti delle quali, dovrebbero
condannare aspramente queste azioni perverse e pervertite, al contrario le
blandiscono, le appoggiano apertamente, le servono scioccamente.
La vile ignavia di queste insulse marionette che gesticolano a comando
riecheggiano l’episodio dell’ultimo condannato ad Auschwitz pochi giorni prima
dell’arrivo dell’Armata Rossa, ben descritto in Se questo è un uomo dal grande
Primo Levi, di fronte al cui urlo sventurato (“Compagni, io sono l’ultimo”),
Levi dice “Vorrei poter raccontare che fra di noi, gregge abietto, una voce si
fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto”, ecco oggi
quel gregge abietto pascola florido a Roma, Bruxelles, Parigi, Londra e così
via.
Se questa è l’unione europea non ha senso che esista, non deve esistere ed è
auspicabile che scompaia quanto prima. Ceterum censeo: boycott Usa!
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L'articolo Macellai senza scrupoli fanno strame di persone e del diritto: se
questa è l’Ue, non ha senso che esista proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Palazzolo
Il 23 febbraio, al Consiglio per i Diritti umani dell’Onu, verranno chieste
formalmente le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice speciale per i
diritti umani nei Territori palestinesi occupati. A promuovere l’iniziativa sarà
il ministro degli Esteri francese, affiancato dai colleghi di Germania, Italia
(non poteva mancare il nostro Tajani), Austria e Repubblica Ceca. L’accusa è
pesante: aver definito Israele “nemico comune dell’umanità”. Una formula che, se
fosse vera, sarebbe gravissima. Ma non è vera. È il prodotto di un video
tagliato, estrapolato, rilanciato fuori contesto e trasformato nel giro di poche
ore in una verità ufficiale. La prova regina di una colpa che non esiste.
Francesca Albanese quelle parole non le ha mai pronunciate. Non solo: il senso
del suo intervento non è nemmeno lontanamente assimilabile a ciò che le viene
attribuito. Sostenere il contrario significa o non aver capito nulla —
analfabetismo funzionale — oppure, più realisticamente, confidare nella
distrazione e nella superficialità di un sistema mediatico che amplifica prima e
verifica poi (se va bene), o è semplicemente corrotto da interessi diversi da
quelli della ricerca della “verità sostanziale dei fatti”.
L’intervento integrale, pronunciato a Doha e diffuso dalla stessa Albanese,
smentisce in modo limpido l’accusa. Eppure la macchina del fango non si è
fermata. Perché quando una narrazione prende piede, rettificare non fa notizia.
Qui non siamo davanti a un incidente comunicativo. Siamo davanti a una
operazione di delegittimazione tout court. Colpire Albanese significa colpire il
ruolo che ricopre: quello di chi, nel quadro del diritto internazionale,
documenta violazioni e richiama governi e poteri alle proprie responsabilità.
Francesca non è un’opinionista da talk show. È una funzionaria delle Nazioni
Unite che da anni lavora su dossier che molti preferirebbero non leggere.
Ed è qui che il discorso si fa politico. Che questa destra — la peggiore, a mio
giudizio, dai tempi più bui della nostra storia repubblicana — non abbia sentito
il dovere di difendere una cittadina italiana finita nel mirino di governi
stranieri è coerente con la sua postura internazionale: l’allineamento prima di
tutto.
Più difficile da comprendere è il silenzio del Presidente della Repubblica. Il
18 febbraio ha presenziato ai lavori del Consiglio Superiore della Magistratura,
riaffermando con autorevolezza l’autonomia e l’equilibrio dell’ordine
giudiziario. Un gesto giusto, istituzionalmente ineccepibile. Proprio per questo
sarebbe stato altrettanto importante affermare un principio semplice: nessun
cittadino italiano può essere esposto alla gogna internazionale sulla base di
parole mai pronunciate, senza che lo Stato pretenda rigore e rispetto dei fatti.
Non si tratta di condividere le analisi di Albanese, né di entrare nel merito
delle sue posizioni. Si tratta di difendere un metodo: prima i fatti, poi le
accuse. Prima il diritto, poi la propaganda. In altre stagioni della Repubblica,
di fronte ad attacchi infondati contro un connazionale, le istituzioni
intervenivano con misura ma fermezza. Oggi prevale un gelo che inquieta. Perché
il silenzio, in certi casi, non è neutralità: rischia di diventare una forma di
acquiescenza.
Albanese, intanto, continua il suo lavoro, senza arretrare. In democrazia si può
e si deve criticare. Ciò che non è accettabile è la condanna preventiva
costruita su parole mai dette.
Se l’Italia vuole essere qualcosa di più di un’eco timida delle capitali
europee, dovrebbe dirlo chiaramente: basta manipolazioni, basta diffamazioni
politiche contro chi richiama al rispetto dei diritti umani.
Francesca Albanese è oggi la voce di chi non ha voce. Difenderla significa
difendere il diritto di dire ciò che è scomodo, senza temere di essere travolti
da una campagna costruita ad arte. Perché quando si colpisce chi dice ciò che è
scomodo, si colpisce la libertà di tutti.
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L'articolo La richiesta di dimissioni di Francesca Albanese per parole mai dette
è un’operazione di delegittimazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Roberto Iannuzzi *
L’annuale Conferenza di sicurezza di Monaco, in Germania, non è un appuntamento
finalizzato a fornire un’analisi neutrale della realtà internazionale, quanto
piuttosto una narrazione. Lo scopo è garantire il consenso nei confronti di
politiche spesso non elaborate democraticamente, quanto piuttosto imposte
dall’alto.
La narrazione degli ultimi anni, incentrata sulla “minaccia russa”, dipingeva
Mosca non come un “competitor” con specifici interessi e preoccupazioni di
sicurezza, bensì come “incarnazione” del male. La logica conseguenza di una
simile descrizione è che qualsiasi proposta di negoziare con i russi viene
bollata come tradimento, e ogni approccio pragmatico al conflitto come una forma
di appeasement.
Quest’anno, alla precedente narrazione si è sommata quella della “distruzione”
dell’ordine internazionale a guida Usa. Fedele all’approccio della narrazione,
piuttosto che dell’analisi delle cause, il rapporto introduttivo della
conferenza, eloquentemente intitolato Under Destruction, parla dell’ascesa di
forze politiche all’interno delle società occidentali che, spinte dal
“risentimento” per “la traiettoria liberale che le loro società hanno
intrapreso”, “favoriscono la distruzione rispetto alle riforme”.
Al vertice di tali forze, il rapporto pone il presidente americano Donald Trump,
accusato di un graduale ritiro dall’Europa e di un vacillante appoggio
all’Ucraina. Assieme alla minacciosa retorica della Casa Bianca sulla
Groenlandia, tale atteggiamento sarebbe responsabile dell’accresciuto senso di
insicurezza dell’Europa.
Se alcune delle critiche rivolte a Trump sono giustificate, certamente non lo
sono le scomposte reazioni europee, derivanti dal sovrapporsi dell’odierna
narrazione sul “tradimento” americano a quella precedente sulla “minaccia
russa”.
Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, l’ordine internazionale “non esiste
più”, e la libertà dell’Europa è minacciata, non dall’interno, ma dall’esterno.
L’unica soluzione è il riarmo, e rendere le forze armate tedesche “il più forte
esercito convenzionale in Europa il prima possibile”. Egli ha anche affermato
che la guerra in Ucraina finirà “solo quando la Russia sarà almeno
economicamente, e potenzialmente militarmente, esausta”. Gli ha fatto eco il
presidente francese, asserendo che questo è “il momento dell’audacia”, e che
l’Europa “deve imparare a diventare una potenza geopolitica”.
Ci ha pensato il giornale americano Politico a toccare nuove soglie di
allarmismo con un articolo intitolato “I paesi occidentali vedono arrivare la
terza guerra mondiale”.
Ma il culmine della Conferenza di Monaco è stato senz’altro rappresentato dal
discorso del segretario di Stato Usa Marco Rubio. Apparentemente volto a
tranquillizzare gli europei sulle intenzioni degli Usa, tale discorso si è
rivelato un condensato di ideologia suprematista e neocoloniale, in spregio di
quell’ordine internazionale del cui deterioramento i leader occidentali sono
soliti incolpare avversari come Russia e Cina.
Rubio ha criticato pesantemente la globalizzazione e il sistema internazionale
fondati dal suo stesso paese, contemporaneamente condannando lo stato sociale
europeo: “Abbiamo esternalizzato sempre più la nostra sovranità alle istituzioni
internazionali, mentre molte nazioni hanno investito in un massiccio stato
sociale a scapito della capacità di difendersi”. Egli ha affermato che “non
possiamo più anteporre il cosiddetto ordine globale agli interessi vitali della
nostra gente e delle nostre nazioni”.
Ha condannato l’Onu per la sua incapacità di risolvere crisi come quella di
Gaza, quando sono stati gli Usa a imporre innumerevoli volte il veto per
bloccare qualsiasi iniziativa del Consiglio di Sicurezza volta a porre fine al
massacro.
Ha sostenuto che le Nazioni Unite non sono state in grado di far fronte “alla
minaccia alla nostra sicurezza proveniente dal dittatore narcoterrorista in
Venezuela”, e che “ci sono volute le forze speciali americane per assicurare
alla giustizia questo fuggitivo”.
Ha lodato il bombardamento americano dell’Iran lo scorso giugno, un’altra
violazione del diritto internazionale.
Ha tessuto le lodi della civiltà occidentale che unisce le due sponde
dell’Atlantico, esaltandone la sua componente peggiore, l’espansionismo
coloniale. E ha affermato che “l’America non ha interesse ad essere il cortese e
disciplinato custode del declino controllato dell’Occidente”, ma che anzi
intende ristabilirne l’egemonia, possibilmente con gli europei ma all’occorrenza
anche da sola.
Questa enunciazione di suprematismo e unilateralismo non è meramente teorica. Al
contrario, è già messa in pratica in azioni come il sequestro del presidente
venezuelano Nicolás Maduro, l’assedio medievale imposto a Cuba, il sequestro
delle petroliere di varie nazioni in acque internazionali, i continui
bombardamenti della Somalia, un forse imminente e ancor più pericoloso attacco
militare all’Iran.
Tali azioni costituiscono altrettante violazioni del diritto internazionale, e
un rifiuto di quel mondo multipolare che è a tutti gli effetti una realtà già in
atto alla luce del declino economico dell’Occidente.
Tale declino, del resto, è in gran parte dovuto a ragioni interne, che vanno
dalla deindustrializzazione alla finanziarizzazione dell’economia, all’aumento
vertiginoso delle disuguaglianze e delle concentrazioni di capitale,
all’erosione dello stato sociale e della democrazia.
L’Occidente non si rifonda sottomettendo i nemici esterni, come vorrebbe la
retorica che promana da Monaco. Si rifonda dall’interno, anche facendo piazza
pulita dell’arroganza e delle idee suprematiste di cui si è fatto portavoce
Marco Rubio.
*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i
punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/
L'articolo Conferenza di Monaco, l’Ue accusa Trump mentre Rubio fa il
suprematista. Ma l’Occidente si rifonda dall’interno proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Forse ispirati dal pensatore che regge dalla Farnesina le precarie sorti della
politica estera italiana, i vertici del Cnr hanno deciso di eliminare l’Istituto
di studi giuridici internazionali, che pure vanta quarant’anni di proficua
esistenza segnati dallo svolgimento di vari importanti ricerche sulla prassi
italiana di diritto internazionale, i diritti umani, le migrazioni, le
organizzazioni internazionali, l’ambiente e molti altri temi ancora.
Che farsene infatti di un diritto che vale, se vale, solo fino a un certo punto
(su quale sia tale punto ho azzardato una mia spiegazione)? E che senso ha
studiarlo, visto che si tratta di un oggetto scientificamente quantomai vago e
indeterminato? Tanto varrebbe dedicarsi ad approfondire il sesso degli angeli o
la natura dell’araba fenice. Visto anche e soprattutto che di soldi, almeno a
parere di lorsignori, ne porta ben pochi, a fronte dei sostanziosi investimenti
per la ricerca in materia bellica, che inondano di soldi tutti coloro che,
compresi i ricercatori – stanchi di irricevibili utopie tipo pace, Nazioni
Unite, diritti umani e simili – hanno scelto responsabilmente di occuparsi di
armamenti e della guerra che prima o poi arriverà.
A parziale discolpa degli attuali esecutori materiali del malsano progetto, può
aggiungersi che l’idea di sopprimere l’organo di ricerca dedito allo studio del
diritto internazionale non è del tutto nuova e originale. Fu lanciata dieci anni
fa circa, con la consueta motivazione di stampo burocratico di “razionalizzare”
la rete scientifica, ma l’attacco venne respinto. Oggi il nuovo assalto potrebbe
avere successo, dato che i finanziamenti alla ricerca diventano sempre più
scarsi e selettivi e lo “spirito dei tempi” è totalmente contrario a qualsiasi
diritto, specie se internazionale.
Basti pensare che alla Casa Bianca risiede, e salvo gradite sorprese pare
destinato a permanervi per almeno altri tre anni, un signore che più che a
Grozio o altri illustri giuristi ha preso a modello Al Capone, l’Olonese e altri
illustri esponenti della malavita e della pirateria internazionali, come
dimostrato dall’impresa terroristica con la quale, facendo centinaia di vittime,
ha sequestrato il presidente del Venezuela Nicolas Maduro e la sua compagna,
anch’essa dirigente politica, Cilia Flores, nel tentativo peraltro fallito di
imporre la sua volontà a detto Stato sovrano; e si sta ora probabilmente
preparando ad eliminare coloro che del presidente venezolano hanno
legittimamente preso il posto, e lo occuperanno finché permane l’impedimento –
del tutto illegittimo – determinato dall’azione illecita dei criminali a stelle
e a strisce.
Sto parlando di Donald Trump che, per governare Gaza, si è costruito una
struttura, denominata Board of peace, fatta a sua immagine e somiglianza e che
vorrebbe presiedere a vita; destinata, secondo i suoi deliranti desideri, a
prendere il posto delle Nazioni Unite, organizzazione che del resto, quantomeno
a partire da 60 anni a questa parte – e cioè da quando nell’Assemblea generale,
in virtù del processo storico di decolonizzazione, si è insediata una
maggioranza ostile – gli Stati Uniti non hanno mai amato, ma che oggi con Trump
hanno cominciato apertamente ad odiare.
Un presidente degli Stati Uniti che considera diritto internazionale, sovranità
degli Stati, diritti umani e simili solo come sgradevoli ostacoli alla sua
personale brama di potere e ricchezza spropositati, come dimostrato
dall’oltranzistico sostegno al genocidio del popolo palestinese e dalla
persecuzione sfrenata dei migranti e, fino ad ammazzarli a sangue freddo, di
chiunque sia solidale con loro.
L’Italia è sempre stata una succursale degli Stati Uniti ma, da quando ci sono
Meloni, Tajani, Crosetto & C., è diventata una sorta di filiale di Trump. Che
spazio può esserci per lo studio del diritto internazionale in un Paese del
genere, governato da una presidente del Consiglio che, unica al mondo, non si è
vergognata di giustificare il sequestro criminale di Nicolas Maduro e Cilia
Flores, blaterando in modo dissennato di “guerra ibrida” condotta col preteso
narcotraffico che, come sanno gli specialisti del ramo, non riguarda per nulla
il Venezuela, del cui governo gli Stati Uniti si vogliono sbarazzare, come del
resto dicono apertamente, per mettere le mani sulle cospicue risorse naturali,
specie petrolifere, del Paese?
Sudditanza assoluta dimostrata anche dal totale supporto a Israele, i cui
militari, dopo aver più volte bombardato le forze dell’Unifil compreso il
contingente italiano, si permettono di far inginocchiare i nostri carabinieri
puntando loro alla testa armi forse comprate in Italia o comunque in Occidente.
In effetti a un Paese con la dignità così tanto degradata il diritto
internazionale non serve.
L'articolo Il Cnr elimina l’Istituto di studi giuridici internazionali: che
farsene infatti, se il diritto vale solo fino a un certo punto? proviene da Il
Fatto Quotidiano.
di Angelo Palazzolo
Dopo che la Commissione Esteri del Senato ha approvato la mozione sull’Iran
presentata dalla forzista Stefania Craxi con i voti favorevoli di tutto l’arco
parlamentare, politici e mass media si sono accaniti contro l’astensione del
Movimento 5 Stelle. I senatori pentastellati avevano chiesto di inserire una
frase all’interno della risoluzione: “la contrarietà ad azioni militari
unilaterali condotte fuori dal quadro del diritto internazionale”. Questa frase,
tanto chiara quanto essenziale, è stata rigettata.
In altre parole, il Movimento 5 Stelle viene stigmatizzato e accusato di essere
al fianco degli ayatollah solo per aver dimostrato, una volta di più, di avere
un cervello proprio e di non farsi accecare da facili ricette e risposte
preconfezionate; a poco servono le parole del capogruppo Stefano Patuanelli: “no
a caricature di un M5S pro Ayatollah, sosteniamo senza ambiguità il popolo
iraniano che si ribella a un regime teocratico brutale”, ormai la macchina del
fango e della mistificazione è partita.
Ritengo che il M5S abbia fatto bene ad astenersi su questa risoluzione, ponendo
come condicio sine qua non il rispetto del diritto internazionale. Spiego questo
mio endorsement alla luce della cornice di eventi che hanno sconvolto il mondo
contemporaneo e rimarcando, di volta in volta, il ruolo ricoperto dall’Italia:
1) Israele è alla sbarra dell’Aja per genocidio e l’Italia è stata al suo fianco
offrendole assistenza politica, militare e logistica;
2) La politica europea ha fallito in modo colossale la gestione del conflitto
russo-ucraino e l’Italia ha contribuito a questo fallimento toccando solo palle
sbagliate: scommessa sulla sconfitta militare della Russia, esecrazione della
diplomazia, diffusione di fake news;
3) la storica subalternità dell’Italia verso gli Stati Uniti ha toccato vette
mai viste (dal bacino in testa dato da Biden alla nostra premier,
all’accettazione supina di misure draconiane su dazi e riarmo); a questa triste
realtà a cui ci eravamo abituati si aggiunge l’inedita sudditanza verso Israele
(l’azione della Global Sumud Flotilla ha scoperchiato i veri rapporti di forza
tra noi e lo Stato ebraico) e l’inaudita genuflessione verso la Libia (vedi caso
Almasri);
4) a capo degli Stati Uniti si trova un megalomane senza scrupoli che – anziché
fare i conti con la realtà e cercare di riposizionare il proprio Paese in
un’ottica di necessario multilateralismo – sta collocando gli Usa fuori dalla
legalità internazionale senza neanche più preoccuparsi di nascondere un animo
meramente opportunista e imperialista (bombardamento dell’Iran, rapimento del
Presidente venezuelano, sequestro di navi in acque internazionali, minacce di
annessione alla Groenlandia e mi fermo qui per problemi di spazio).
Nonostante ciò, l’Italia continua ad orbitare attorno ad un Paese sempre più
simile ad “un bufalo ferito, che infuria in tutto il mondo” per parafrasare un
verso del cantante e poeta Umberto Fiora.
Non esistono più punti di riferimento esterni su cui fare affidamento (l’Ue si è
trasformata in un ectoplasma belligerante, gli Usa hanno gettato la maschera
disvelando un volto da film horror), pertanto bisogna ripartire dai fondamentali
del nostro Paese. Il perimetro all’interno del quale muoversi è il rispetto
della legalità internazionale e il faro da seguire è la nostra Costituzione. I
5S impuntandosi sulla necessità di quella frase dimostrano di averlo capito.
“La volpe sa molte cose – scriveva il poeta greco Archiloco – ma il riccio ne sa
una grande”. A differenza degli altri politici italiani – di destra e di
sinistra – che sanno sempre tutto (cosa è bene per l’Ucraina, cosa è bene per il
Venezuela, cosa è bene per l’Iran), il M5S ha una sola grande certezza: il
ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
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L'articolo Perché il M5s ha fatto bene ad astenersi dalla mozione sull’Iran: il
rispetto del diritto internazionale è la priorità proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Rosamaria Fumarola
Almeno una volta nella vita a tutti sarà capitato di domandarsi quale sarebbe la
reazione di un uomo nato e vissuto in un’epoca lontana dalla nostra, magari nel
Medioevo, nel vedersi improvvisamente catapultato nella realtà quotidiana
attuale. La risposta non è facile a darsi, ma diventa semplice se si osserva
quanto sta accadendo nello scenario politico mondiale. Basterà infatti
descrivere lo smarrimento, la sorpresa, l’impotenza che tutti o quasi stiamo
provando di fronte al passo indietro che i rapporti tra le potenze
internazionali stanno subendo, in direzione di una cancellazione dei diritti e
delle garanzie che dopo i due conflitti mondiali l’Occidente intero aveva scelto
di assicurare ai propri cittadini.
Abbiamo di fatto in un tempo relativamente breve polverizzato quanto la morte di
milioni di persone ci aveva insegnato e siamo ritornati ad un ancien régime che
ci lascia privi delle tutele fondamentali per le quali la nostra generazione non
ha dovuto versare nemmeno una goccia di sangue e che credevamo provenire
dall’ordine naturale delle cose, non dalle dure lotte di quanti ci hanno
preceduto. Forse anche per questo non ci siamo distinti per l’impegno nella loro
salvaguardia. Oggi tutti si domandano perché il diritto internazionale non venga
più rispettato e a prevalere sia esclusivamente l’uso della forza.
Ci sono sempre stati momenti di profonda crisi nella storia, in genere nelle
fasi di transizione, di passaggio da un potere ad un altro. Se durante
l’antichità romana ad esempio, la produzione di leggi era prerogativa esclusiva
dello stato, dal Medioevo in poi la frammentazione del potere vide nuovi attori
politici legiferare, con norme di contenuto antitetico alle tante che ora
l’imperatore, ora il re o il conte o il principe emanavano o avevano emanato. La
questione di quale tra queste, rispetto ad una determinata materia, prevalesse e
fosse da considerarsi cogente impegnò i maggiori giuristi del tempo, che
giunsero a risultati talvolta opposti, tra i quali ho sempre ritenuto più
sensato quello che sosteneva che andava considerata valida la norma che dalla
generalità dei consociati veniva vissuta come tale. Questo perché nel diritto
esiste anche una dimensione consuetudinaria, che si nutre di ciò che gli esseri
umani, nella comunità di un dato momento storico, considerano vincolante
indipendentemente dalla fonte, magari gerarchicamente inferiore ad altre, che in
quanto tali risulterebbero più cogenti.
Confesso che i miei studi di Storia del Diritto Italiano risalgono a molti anni
or sono, eppure quanto appena scritto è ciò che mi è venuto in mente quando ho
appreso la notizia del rapimento di Nicolas Maduro, ordinato dal presidente
degli Stati Uniti Donald Trump. Il mondo intero si chiede come mai ci sia stata
una violazione tanto macroscopica del diritto internazionale. In tanti immagino
si stiano chiedendo quali siano gli strumenti che il diritto internazionale
mette a disposizione per riparare il vulnus creatosi e tanti credo si stiano
rispondendo che i mezzi per esprimere una condanna, dotata di una qualche forza
nei confronti dell’aggressore Trump, sono praticamente inesistenti.
Certo ci saranno decine, centinaia di norme che per decenni hanno vincolato
l’Occidente al rispetto di una precisa liturgia nei rapporti tra gli stati. È
però di tutta evidenza quanto il presidente americano si senta libero da quegli
obblighi, che oggi appaiono obsoleti, armi spuntate ed inservibili nell’ attuale
contesa.
Nessun accordo tra esseri umani vale per sempre e ogni legge prima o poi viene
violata. C’è piuttosto da chiedersi perché accada oggi. Forse perché i poteri
che avevano espresso il diritto internazionale non esistono più, sostituiti da
altri, come quelli nati nella Silicon Valley, che sostengono compatti
l’amministrazione Trump e che dominano il pianeta di fatto, senza bisogno più di
alcuna firma condivisa su un accordo di diritto internazionale.
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