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Ascolti tv referendum, La7 ‘pigliatutto’: Mentana, Gruber e Bianchi tris da record. RaiUno non modifica la sua programmazione, lo speciale del Tg2 fa flop
Quasi il 60% degli italiani si sono recati alle urne ma per conoscere l’esito del voto referendario sulla giustizia non hanno scelto in massa, come accade per i grandi eventi, la prima rete del servizio pubblico. A volare sono stati gli ascolti di La7 con un tris di record per Enrico Mentana, Lilli Gruber e Diego Bianchi. Con ascolti molto tiepidi per Rete 4 e per gli speciali Rai, con una copertura ridotta su Rai1. LA MARATONA MENTANA BATTE IL TG1. RECORD PER OTTO E MEZZO (TRA GLI OSPITI MARCO TRAVAGLIO) L’ormai famosa Maratona Mentana, in onda dalle 14.46 alle 19.52, ha ottenuto numeri record con ben 1.543.000 spettatori e il 12,9% di share. Lo speciale del TgLa7, che ha raggiunto picchi del 19%, ha battuto in sovrapposizione lo speciale realizzato dal Tg1, in onda fino al 17.14, che ha ottenuto un tiepido 13,1% di share con 1.391.000 spettatori. Considerando, dunque, lo stesso periodo di messa in onda il notiziario diretto da Mentana ha ottenuto il 14,2% di share posizionandosi sopra quello diretto da Gianmarco Chiocci fermo al 13,1% di share. Dopo l’edizione del telegiornale delle 20, che pure ha sfiorato l’11%, il pubblico è accorso in massa su La7 per assistere alla puntata di “Otto e mezzo“. Il programma condotto da Lilli Gruber ha ottenuto il suo record stagionale sfiorando i 3 milioni di telespettatori con il 13,1%. Tra gli ospiti anche Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano e sostenitore del No fin dalla prima ora. Numeri record in prime time per Diego Bianchi e il gruppo di “Propaganda Live“, in onda eccezionalmente di lunedì e visto da 1.357.000 con il 9,8% di share. VESPA SOLO PER CINQUE MINUTI, NESSUN PRIME TIME SU RAI1. LO SPECIALE DEL TG2 FA FLOP Lo speciale del Tg1 del primo pomeriggio ha poi lasciato spazio alla normale programmazione e ad una staffetta con le altre reti, nessuno speciale informativo su Rai1 con Bruno Vespa in onda solo con i suoi “Cinque minuti”, a panino tra il Tg1 e Affari Tuoi, visti da 4.707.000 spettatori con il 22,2%. In seconda serata, dopo la messa in onda della fiction “Guerrieri”, spazio a Francesco Giorgino e a XXI Secolo (10,9% e 6,8%). Se Rai1 non ha modificato la sua programmazione in prime time, l’azienda ha deciso di puntare sull’informazione sulle altre due reti generaliste del gruppo. Uno speciale del Tg2 è approdato nella fascia più prestigiosa ma con un responso auditel flop, è stato visto da soli 500 mila spettatori con il 2,5% di share (al pomeriggio il Tg2 aveva ottenuto il 4,9% dalle 17). Rai3 ha trasmesso regolarmente Massimo Giletti e il suo “Lo Stato delle Cose” che pure ha risentito dell’onda record di La7 fermandosi al 6,1%. Lo speciale realizzato dal Tg3 ha conquistato 600 mila spettatori e il 5,5% di share. MEDIASET SI AFFIDA A NICOLA PORRO IN ONDA PER ORE. IN PRIME TIME SI FERMA AL 4% Mediaset ha limitato il suo impegno sulle altre reti con la messa in onda delle edizioni standard dei tg e ha puntato su Rete 4, emittente informativa del Biscione, per garantire una copertura più vasta. Affidata di fatto solo a Nicola Porro che ha guidato al pomeriggio un lungo speciale di “Quarta Repubblica” durato quasi quattro ore e visto da 539.000 spettatori con il 5% di share e con un lungo prime time, sempre dello stesso titolo, che ha ottenuto un deludente 4% di share. L'articolo Ascolti tv referendum, La7 ‘pigliatutto’: Mentana, Gruber e Bianchi tris da record. RaiUno non modifica la sua programmazione, lo speciale del Tg2 fa flop proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Travaglio avverte M5s, Pd e Avs: “Quel popolo del No non si travasa nei vostri partiti, ma aspetta un segnale”. Su La7
“Giorgia Meloni, oltre alla sconfitta del referendum sulla giustizia, ha pagato tutto insieme una serie di ambiguità e di errori che riguardano il riarmo, la posizione su Gaza, l’Iran, l’energia. Errori che un po’ derivano da lei, un po’ dagli amici che l’hanno rovinata”. Così il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta a caldo a Otto e mezzo (La7) la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia. Una sconfitta netta per il governo Meloni col No che si è attestato intorno al 53-54% e con un’affluenza record vicina al 59%. Il flop per il governo Meloni, sottolinea Travaglio, non si spiega solo con la riforma Nordio sonoramente bocciata, ma con un malcontento più ampio. Il direttore del Fatto premette di voler evitare di infierire su Italo Bocchino nella giornata della sconfitta, ma riprende una sua osservazione: “È vero, il popolo che ha votato No per il 54% non collima con i partiti del centrosinistra. Intanto perché c’è un pezzo di quel fantomatico campo largo che ha votato Sì, e poi perché c’è gente che era invisibile nei sondaggi, perché sfuggiva anche al voto del 2022. È per questo che non li hanno visti arrivare e sono arrivati al 15% in più rispetto alle previsioni di affluenza”. Chi sono questi elettori “invisibili”? “Sono giovani, sono persone che non votano più, e però sono politiche perché hanno partecipato alle manifestazioni contro il riarmo, contro la complicità del governo Meloni con Israele su Gaza, contro la complicità del governo con Trump nella guerra dell’Iran. E c’è anche una parte che è delusa, quindi che ha votato a destra e che non ci ricasca più“. Per Travaglio si tratta di un segnale chiaro per l’opposizione: “M5s, Pd e Avs hanno una sfida: parlare a quella gente, che però non è che si travasa nei partiti attuali del centrosinistra dopo aver votato oggi e ieri, ma continua a restare abbastanza in attesa di qualche segnale”. E cita con favore l’atteggiamento de leader del M5s: “Ho sentito per fortuna che Conte ha detto che dobbiamo tornare nella società a parlare, far scrivere il programma con la società civile”. Sulla segretaria del Pd Elly Schlein, Travaglio nota cautela: “La Schlein non ha detto che questa vittoria del No è solo roba del Pd, perché lo sa benissimo che non è roba sua, o non è tutta roba sua”. Il direttore del Fatto conclude sottolineando la complessità del fenomeno emerso dalle urne: “È una roba molto complicata, che nemmeno i sondaggisti che sono più attenti hanno captato, e quindi per captarla e addirittura per portare quella gente a votare per i partiti ci vorrà un grande sforzo di fantasia“. L'articolo Referendum, Travaglio avverte M5s, Pd e Avs: “Quel popolo del No non si travasa nei vostri partiti, ma aspetta un segnale”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Travaglio a La7: “I delinquenti potenti si rassegnino. Per il momento, la legge rimane uguale per tutti”
“Ha vinto innanzitutto la Costituzione, che ha evidentemente dei santi in paradiso, perché ogni volta che viene minacciata scatta una specie di valvola di sicurezza”. Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, commenta così a Otto e mezzo, su La7 la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia che ha respinto la riforma Nordio. Travaglio spiega che il risultato premia innanzitutto la Carta: “La maggioranza silenziosa degli italiani, quando qualcuno cerca di stravolgere i principi della Costituzione, si precipita a votare e a difenderla“. Il No ha prevalso nonostante i sondaggi e le previsioni indicassero un esito incerto o addirittura favorevole al Sì, dimostrando per il direttore del Fatto l’esistenza di una “provvidenza laica” che sfugge ai radar degli istituti demoscopici. I veri vincitori, prosegue Travaglio, sono “i cittadini che sarebbero stati le principali vittime di questa schiforma, anche quelli che hanno votato Sì perché non l’avevano capito: anche loro hanno scampato un bel pericolo”. Un riconoscimento va poi a “quella parte dei magistrati, non tutti, che non solo predicano l’indipendenza ma la praticano”. Travaglio cita espressamente Nicola Gratteri, “uno dei principali protagonisti di questa campagna”, Nino Di Matteo “e quelli come loro che si sono esposti e che quindi si sono presi insulti, attacchi di ogni genere”. Aggiunge con ironia: “E poi ci sono altri vincitori che non cito, perché sono una persona elegante”. Sul fronte politico, il direttore del Fatto attribuisce il successo ai partiti di centrosinistra: “Hanno vinto ovviamente i partiti di opposizione che hanno fatto opposizione e che sono attaccati proprio perché fanno opposizione, quindi sicuramente il Pd di Schlein, sicuramente il M5s di Conte, sicuramente Avs“. Travaglio non risparmia staffilate ai centristi: “Renzi non ha detto per chi ha votato, molti dei suoi hanno votato Sì. Calenda ha detto di votare Sì e quindi due terzi dei suoi elettorati sono corsi subito a votare No, segno che ormai non gli dà retta nemmeno chi lo vota“. Sul versante delle sconfitte, Travaglio è tranchant: “Ha perso naturalmente la Meloni per conto terzi: è una cosa che io non ho mai capito, e cioè per quale motivo si sia imbarcata in una riforma che non appartiene alla storia del suo partito, alla tradizione della destra italiana. Meloni ha perso per conto di Forza Italia e per dar retta a Nordio, che è la principale iattura insieme a tutto quello che si porta dietro al ministero della Giustizia“. E aggiunge: “Al ministero della Giustizia, infatti, non bastando Nordio, c’è pure Del Mastro, c’è pure la Bartolozzi, ci sono pure gli altri dirigenti che andavano a cena alla bisteccheria d’Italia che era di proprietà sia Del Mastro, sia del prestanome del clan Senese“. Forza Italia, osserva il direttore, “ha perso ovviamente” per aver “rivendicato questa riforma convincendo gli altri alleati del centrodestra a sposarla e ad andarsi a schiantare”. Non mancano riferimenti agli eredi Berlusconi: “Hanno perso Marina e Pier Silvio Berlusconi che si sono battuti con le loro televisioni violando ogni regola di par condicio“. Infine, l’affondo più duro: “Hanno perso i delinquenti potenti, quelli che speravano che la legge non fosse più uguale per tutti e invece si devono rassegnare: per il momento, la legge rimane uguale per tutti“. L'articolo Referendum, Travaglio a La7: “I delinquenti potenti si rassegnino. Per il momento, la legge rimane uguale per tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
La memoria corta di Meloni, la premier a Mentana: “Caso Garlasco? Voi dite che l’ho citato, probabilmente l’avrò fatto”
“Votate Sì perché non ci debba più essere una vergogna come quella di Garlasco” urlava a dicembre la premier Giorgia Meloni dal palco di Atreju. A 4 mesi di distanza però la premier sembra aver dimenticato quelle frasi dette con tanta foga e decisione. “Il tema di Garlasco? Voi dite che l’ho citato, probabilmente l’avrò fatto” ha detto rispondendo a una domanda di Enrico Mentana sulla connessione tra il caso dell’omicidio di Chiara Poggi e il referendum sulla giustizia. “Se l’ho citato – ha aggiunto – è perché è un caso di giustizia che chiaramente sta impattando molto e perché, a un certo punto, ha coinvolto anche dei magistrati che al tempo non avevano fatto il loro lavoro, quindi è sempre il tema di malfunzionamento di un sistema” video la7 L'articolo La memoria corta di Meloni, la premier a Mentana: “Caso Garlasco? Voi dite che l’ho citato, probabilmente l’avrò fatto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Tajani: “Un’ovvietà dire attenti ai droni? Anche non mettersi a filmare se c’è un incendio in discoteca…”. La replica di Panella
Ennesimo scivolone, se così si può definire, del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che per difendere i suoi consigli agli italiani a Dubai ha citato la strage della discoteca svizzera di Crans Montana, dove sono morti carbonizzati 41 ragazzi e altri 115 sono rimasti gravemente feriti. “Qualcuno ha ironizzato su quello che ho detto sui droni perché sembrava una cosa ovvia” ha detto il minstro intervistato da Tiziana Panella a Tagadà, su La7. “Ma è pure una cosa ovvia uscire subito da una discoteca se c’è un incendio in discoteca. Purtroppo, per mettersi a filmare, quaranta ragazzi hanno perso la vita“. A quel punto è intervenuta la conduttrice. “Hanno perso la vita in quella discoteca perché qualcuno non aveva fatto tutti i lavori che doveva fare” ha precisato Panella. “E poi perché magari si sono attardati”. video La7 L'articolo Tajani: “Un’ovvietà dire attenti ai droni? Anche non mettersi a filmare se c’è un incendio in discoteca…”. La replica di Panella proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Conte contro Sallusti: “Prima di diffamare i magistrati, pensate a far dimettere Delmastro e Santanché”. Su La7
Scontro rovente a DiMartedì, su La7, tra il leader del M5s, Giuseppe Conte, e il portavoce del Comitato Sì Riforma Alessandro Sallusti. Il confronto durissimo verte in primis sul referendum costituzionale sulla giustizia, in programma il 22 e il 23 marzo. Conte commenta le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi ha sostenuto che una vittoria del No al referendum porterebbe a maggiore impunità per immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori: ” In realtà, se sono in libertà alcune volte è per l’incapacità del governo“. Porta, quindi, come esempio il caso di Al-Masri, l’ex comandante libico accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale: “Ad Al-Masri, stupratore di bambini e condannato per 30 crimini a livello internazionale, hanno dato un salvacondotto. E non solo: con la norma Nordio-Meloni oggi devi convocare stupratori e spacciatori prima di arrestarli per un interrogatorio preventivo. Ovviamente scappano tutti”. Sallusti replica: “Veramente il fetentone libico è in carcere nel suo paese”. Conte ribatte: “Perché hanno più dignità loro“. Sallusti insiste, mentre l’ex presidente del Consiglio sorride e gesticola: “La Libia ci ha detto: datelo a noi che è nostro, non mettiamo in carcere noi e quindi giustamente il governo Meloni lo ha mandato in Libia” Il botta e risposta si infiamma quando Conte sposta il discorso sul piano politico-istituzionale. Accusa il governo di voler garantire “libertà di azione alla politica”, citando il libro di Nordio: “Questo significa che per loro il primato della politica è sottrarsi alle inchieste della magistratura. Invece io sostengo che il primato della politica vada rivendicato, ad esempio, assicurando alla Corte Penale Internazionale Al-Masri, condannando Trump per gli attacchi unilaterali in violazione del diritto internazionale sia in Iran, sia in Venezuela e così il genocidio a Gaza“. Sallusti commenta: “Il genocidio a Gaza ci mancava questa sera e per fortuna è arrivato”. Conte non molla: “Perché? Lo vogliamo trascurare? Per lei cos’è? Un accidente capitato casualmente della storia? È diritto internazionale! Quando c’è stato il caso vergognoso di Al-Masri, l’Italia si è rivelata un paese canaglia al pari della Mongolia e del Malawi. Perché noi abbiamo sottratto al mandato di arresto un criminale di guerra”. Sallusti ride, scatenando la reazione indignata di Conte: “Ma di che cosa ride, Sallusti? Guardi che siamo stati deferiti all‘assemblea degli Stati alla Corte Penale Internazionale insieme a Malawi e Mongolia. Siamo ormai uno Stato canaglia. Inconsapevolmente ride Sallusti, non so perché”. Il presidente del M5s ricorda che il governo Meloni ha attaccato il procuratore Lo Voi, definendolo “toga rossa”, per poi scoprire che era associato a una corrente moderata di destra. L’ex direttore di Libero rilancia: “Si legga il libro ‘Sistema’ e scoprirà come il dottor Lo Voi è diventato procuratore di Palermo, poi ne riparliamo”. Conte chiude l’affondo: “Non diffami la magistratura. Prima di preoccuparsi di diffamare i procuratori e i magistrati, fate dimettere Delmastro e Santanché, è la politica che deve assumersi le sue responsabilità”. Sallusti ribadisce: “Allora, io gli ho suggerito di leggere un libro, lei è libero di non farlo”. Il conduttore Giovanni Floris interviene ridendo: “Vabbè, ma è il tuo libro”. L'articolo Referendum, Conte contro Sallusti: “Prima di diffamare i magistrati, pensate a far dimettere Delmastro e Santanché”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giuseppe Conte
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Referendum, Travaglio a La7: “Alta Corte disciplinare? Hanno scritto la legge coi piedi perché sono degli analfabeti”
“L’Alta Corrte disciplinare nella riforma Nordio? Se tu prendi degli analfabeti e li metti al posto di Calamandrei, Einaudi, De Gasperi, Togliatti, Saragat e Terracini, ottieni questi risultati”. Sono le parole pronunciate a Dimartedì (La7) dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, commentando la riforma della giustizia sulla è previsto il referendum costituzionale il 22 e il 23 marzo. Il direttore del Fatto, in particolare, attacca duramente l’impianto normativo dell’Alta Corte disciplinare, definendolo pasticciato e incostituzionale nei fatti. La riforma Nordio, infatti, modifica l’articolo 105, attribuendo la giurisdizione disciplinare all’Alta Corte in via esclusiva, ma lascia pressoché invariato l’articolo 107, comma 1, che stabilisce l’inamovibilità dei magistrati e prevede che rimozioni, sospensioni e trasferimenti possano avvenire solo su decisione del Csm (che con la riforma sarà diviso in due, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri). Questo crea un paradosso: l’Alta Corte può accertare le responsabilità, ma non applicare le sanzioni pesanti, che richiedono una deliberazione del Csm, rendendo l’organo inefficace per i casi più gravi e esponendo la norma a interpretazioni contrastanti o future correzioni legislative. Il direttore del Fatto osserva: “La Meloni non si è accorta che hanno scritto la legge coi piedi e che hanno lasciato un articolo della Costituzione, secondo cui le tre sanzioni più gravi per i magistrati che sbagliano e cioè la rimozione, il trasferimento e la sospensione dal servizio le può impartire solo il Csm a cui però hanno tolto il potere disciplinare per darlo a una Corte che potrà dare soltanto buffetti. Sanzioni più gravi non possono darle, perché sono degli analfabeti ovviamente. Dopodiché, nei paesi dove ci sono le carriere separate gli errori giudiziari sono il quadruplo che in Italia. Quindi, anche questo non c’entra niente con la riforma di cui parlano”. Travaglio ribadisce poi che la riforma non nasce da una vera esigenza di efficienza, ma da logiche politiche lontane dalla tradizione della destra: “Io credo che più che seguire Trump in questa riforma ridicola, inutile, che triplica i costi da 50 a 150 milioni, la Meloni ha seguito Berlusconi. Non si capisce perché si sia andata a impelagare in una roba che non c’entra niente con la tradizione della destra legalitaria: la riforma Nordio è una marchetta fatta per Forza Italia, in cambio di un premierato che poi non si vede. Un autogol di per sé – continua – perché la Meloni si è messa nei guai per una roba che non fa parte del dna della destra italiana. Fa parte del berlusconismo, che viene dalla P2, da Licio Gelli e da Craxi. Quando c’era Craxi che urlava contro i magistrati, loro stavano in piazza dalla parte dei magistrati. Ecco perché questa cosa non scalda i cuori della destra. Questa roba scalda i cuori della casta, dalla quale loro ci sono sempre vantati di essere esclusi e invece adesso sono diventati capifila“. Travaglio commenta anche il caso Rogoredo: “Lì hanno pestato una cacca gigantesca perché speravano di utilizzarla contro il magistrato che si permetteva di indagare. Meno male che si è permesso di indagare e che non era ancora passato lo scudo che avevano ideato questi geni, perché è stato proprio indagando che hanno scoperto che le cose erano andate esattamente all’opposto di come le aveva raccontate la Meloni mezz’ora dopo e Salvini venticinque minuti dopo. Forse è meglio che lasciamo fare i magistrati che sono del mestiere, anche perché sono più fisionomisti nei confronti dei criminali rispetto ai nostri politici che se li tengono dentro i loro partiti e se li portano in Parlamento“. L'articolo Referendum, Travaglio a La7: “Alta Corte disciplinare? Hanno scritto la legge coi piedi perché sono degli analfabeti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Travaglio a La7: “Dal fronte del Sì incredibile cumulo di balle. Ci hanno trattato come bestie e deficienti”
“Il problema numero uno di questa campagna elettorale è l’incredibile cumulo di balle che sono state raccontate per convincere la gente a votare Sì“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che smaschera con esempi concreti la strategia del fronte favorevole al Sì nel referendum sulla riforma della giustizia in programma il 22 e 23 marzo. Travaglio cita il caso del deputato di Fratelli d’Italia, Aldo Mattia, denunciando un approccio che alterna clientelismo spinto e promesse irrealistiche, con l’obiettivo di umiliare l’intelligenza degli elettori: “Si fa un po’ con il clientelismo, della serie ‘tu non la pensi come me, ma io ti ho fatto un favore oppure te ne farò uno oppure sei mio cugino oppure ci imparenteremo’, eccetera, quindi si considera la gente come dei capi di bestiame“. Dall’altro lato, il direttore del Fatto accusa il Sì di trattare i cittadini come ingenui pronti a credere a favole: “Considerano la gente come dei deficienti che si bevono che non avremo più Garlasco, non avremo più i bambini nel bosco, non avremo più immigrati clandestini“. Elenca poi le “balle” più diffuse: “Ho letto che l’Islam vota no, i cattolici devono votare sì. Ne abbiamo sentite di tutti i colori: anche che le ingiuste detenzioni scompariranno anche se la riforma non le riguarda, che spariranno gli errori giudiziari anche se la riforma non li riguarda. Avremo processi più brevi e più efficienti anche se poi loro nei giorni dispari ammettono che non c’entra niente con l’efficienza e con i tempi della giustizia“. Per Travaglio, tutto questo dimostra un disprezzo profondo verso l’elettorato: “Hanno veramente fatto di tutto per trattare i cittadini italiani come degli ebeti”. Il giornalista lega questa critica al suo editoriale, in cui elenca quindici motivi per bocciare la riforma Nordio e per votare No al referendum. L’ultima ragione, aggiunge con forza, è arrivata quasi per istinto: “La quindicesima ragione l’ho aggiunta all’ultimo: è un No a chi pensa di poterci trattare come dei deficienti”. Se il No prevalesse, sottolinea Travaglio, questo risultato rappresenterebbe una rivincita morale oltre che politica: “Se dovesse vincere il No, vincerebbe tutta quella gente che dice proprio così scemi non siamo. Trattateci come degli adulti e non come dei bambini scemi perché in questa campagna elettorale con quasi tutte le parole d’ordine, inclusa quella di oggi che ha costretto il Quirinale a far rimuovere un post che cercava di arruolare addirittura Mattarella che notoriamente in bicamerale era contrario alla separazione delle carriere, ci hanno trattato come dei deficienti”. Il direttore del Fatto auspica che molti voti No arrivino proprio da chi si sente offeso: “Mi auguro che molti No siano di persone che magari non hanno le idee tanto chiare ma che si sono sentite umiliate da questo modo di trattare i cittadini. Siamo dei cittadini, non siamo delle bestie, né dei deficienti”. L'articolo Referendum, Travaglio a La7: “Dal fronte del Sì incredibile cumulo di balle. Ci hanno trattato come bestie e deficienti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Travaglio a La7: “Il deputato di Fdi e il sistema clientelare? Non è una mela marcia, altrimenti Meloni l’avrebbe cacciato”
“Il deputato di Fratelli d’Italia parla di ‘solito sistema clientelare’ perché evidentemente è abituato a impiegarlo, altrimenti direbbe: ‘Per stavolta usiamo il sistema clientelare'”. Così, a Otto e mezzo (La7), il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta l’intervento del deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia, pronunciato nei giorni scorsi a Genzano di Lucania, in Basilicata, durante un incontro a sostegno del Sì al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia in programma il 22 e 23 marzo. Il parlamentare meloniano, concludendo il suo discorso davanti a dirigenti e simpatizzanti locali, ha invitato a mobilitare voti “con gli argomenti”, aggiungendo che, se questi non fossero bastati, si sarebbe potuto ricorrere “anche al solito sistema clientelare: i favori a mio cugino, ai nostri parenti. Non ci credi? Non fa niente, tu sei mio cugino, a te t’ho fatto un favore, a te te n’ho fatti tanti. Devi votare sì”. E ha chiusto con un appello netto: “Dobbiamo vincere questa battaglia”. Per Travaglio quelle parole rivelano molto di più di un semplice scivolone retorico, sottolineando come l’aggettivo “solito” implichi una pratica abituale e condivisa, non un’eccezione momentanea: “Ha detto ‘il solito sistema clientelare: evidentemente i voti lui e i suoi amici se li procurano così”, osserva il direttore. Se davvero esistesse, come recita la narrazione diffusa nel centrodestra, una “casta di magistrati che non paga” mentre i politici pagherebbero il conto delle proprie responsabilità, oggi Mattia “sarebbe stato preso per un orecchio dalla Meloni o da chi per essa e espulso dal partito di Fratelli d’Italia, partito di maggioranza relativa della presidente del Consiglio”. Invece, nota il direttore, “tutto tace”, perché “noi ci scandalizziamo di queste vergogne ma loro le trovano normali”. Quel “solito” non è un lapsus isolato, ma il sintomo di una mentalità diffusa, “almeno nel centrodestra”, e forse – aggiunge – “anche una parte del centrosinistra”, ricordando l’episodio di Vincenzo De Luca che, durante la campagna referendaria renziana del 2016, prometteva “fritture di pesce” per convincere al Sì. “Evidentemente pensano che la Costituzione sia roba da vendere e da comprare, un articolo a te, un articolo a me”, osserva Travaglio. Il direttore precisa che le frasi di Mattia, per quanto sgradevoli, “naturalmente non sono un reato”. Ma avverte: se qualcuno desse seguito concreto a quell’invito, andando in giro a “comprare voti in cambio di favori”, allora si configurerebbe la corruzione elettorale o il voto di scambio, reati veri e propri. E qui entra in campo il nodo politico più spinoso: “Sapete che cosa succederebbe? La magistratura, se li scoprisse, chiederebbe l’autorizzazione a procedere per intercettazioni e cose di questo genere e il Parlamento come risponderebbe? Da quando c’è questa maggioranza, in 54 casi su 59 di parlamentari per i quali i magistrati hanno chiesto l’autorizzazione a procedere, il Parlamento ha risposto di no: 54 volte su 59 in tre anni“. È la prova che “la casta che non paga è quella dei politici, come insegna il caso Palamara”. Di fronte a un episodio del genere, Travaglio lancia un appello diretto all’opinione pubblica: “Mi auguro che la gente apra gli occhi”. Perché il vero rischio, per il direttore del Fatto, sta proprio nella riforma Nordio al centro del referendum, che aumenterebbe il peso della politica sulla giustizia: “Con la riforma Nordio la politica conterà di più nella giustizia. Ci conviene? La politica che è quella roba lì purtroppo. Qui non si tratta di una “mela marcia” da espellere dal cestino, altrimenti –conclude – sarebbe già successo. Se il partito non reagisce con indignazione e non caccia chi parla così, tutti gli altri intorno a me saranno autorizzati a pensare che è giusto. E allora, possiamo fidarci a dare a questa politica più potere dentro la magistratura? Io credo che sia un azzardo terribile“. L'articolo Referendum, Travaglio a La7: “Il deputato di Fdi e il sistema clientelare? Non è una mela marcia, altrimenti Meloni l’avrebbe cacciato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gratteri a La7: “Non mi hanno fermato le intercettazioni su come ammazzare me e i miei figli, figuriamoci la norma di FI contro i pm in tv”
“Secondo voi, ‘faremo i conti’ cosa vuol dire? Ma un magistrato cosa può intendere con questa frase?“. Così nella trasmissione In Onda, su La7, il procuratore capo della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, risponde a una domanda di Marianna Aprile sulla bufera scatenata dalle sue parole al quotidiano Il Foglio, dove in una conversazione telefonica con una giornalista avrebbe dichiarato: “Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti, tireremo su una rete”. Parole che il direttore Claudio Cerasa ha interpretato come un avvertimento inquietante, scatenando reazioni dure da parte del centrodestra, con Antonio Tajani in testa a denunciare una presunta lesione alla libertà di stampa. Gratteri ricostruisce il contesto: da mesi, è “bersaglio di 4, 5, 6 giornali ogni mattina”. “Una cosa è l’informazione, un’altra cosa è la diffamazione”, precisa il magistrato, ribadendo di stare “sempre dalla parte della stampa”. Il procuratore, a riguardo, ricorda di aver criticato la riforma Cartabia proprio perché limita la pubblicazione integrale delle ordinanze di custodia cautelare, imponendo solo commenti e riducendo il diritto dei cittadini a essere informati. E aggiunge: “Io sono stato quello che più ha parlato mentre i proprietari e i direttori dei giornali, sono stati timidi, al punto che in Commissione Giustizia non sono andati a essere auditi“. Alla domanda di Marianna Aprile su cosa si sentisse diffamato dal Foglio, Gratteri risponde: “Questa poi è una cosa che io guarderò dopo perché adesso dobbiamo concentrarci sul referendum sulla giustizia”. Il dibattito approda poi sulla cosiddetta “norma anti-Gratteri”, un emendamento presentato da deputati di Forza Italia (Maurizio D’Attis, Francesco Cannizzaro e Andrea Gentile) al decreto Pnrr, in discussione alla Camera. La proposta introduce sanzioni disciplinari per i magistrati che partecipano a trasmissioni televisive, convegni o dibattiti pubblici in modo da compromettere “l’indipendenza, la terzietà e l’imparzialità” del loro ruolo, anche sotto il profilo dell’apparenza. Qualcuno l’ha già ribattezzata “norma anti-Gratteri” per il timing e per il bersaglio implicito. Luca Telese chiede direttamente: “Ma è vera o no?”. Gratteri, sorridendo, replica: “E che ne so io, l’ho letta sui giornali. Ma io non è che mi posso intimorire e fermare se c’è questo emendamento. Toglietevelo dalla testa. Secondo voi, sono una persona che si ferma davanti a queste cose? Ma io non mi sono fermato davanti a intercettazioni telefoniche dove stavano discutendo di come mi dovevano ammazzare e di come dovevano uccidere i miei figli. E ora mi posso preoccupare di una cosa del genere? Ma state scherzando? Io continuerò a fare tranquillamente quello che facevo prima”. L'articolo Gratteri a La7: “Non mi hanno fermato le intercettazioni su come ammazzare me e i miei figli, figuriamoci la norma di FI contro i pm in tv” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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