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Referendum, Schlein sulla card dei Sì coi violenti di Torino: “Casapound voterà come loro, non sono ben accompagnati”. Su La7
“Il Comitato del Sì per il referendum sulla giustizia dice che i violenti di Torino votano No? Oggi veramente è arrivata una nota dei neofascisti di Casa Pound, che dicono che votano Sì. E lo slogan è “Falli piangere, vota Sì”. Quindi, mi sembra che quelli che votano Sì non siano ben accompagnati“. Sono le parole pronunciate a Dimartedì (La7) dalla segretaria del Pd Elly Schlein, commentando la card social che è stata diffusa Comitato “Sì Riforma” e che collegava i responsabili dell’aggressione a poliziotto negli scontri di Torino al fronte del No al referendum. Schlein osserva: “Questa è la dimostrazione di come questo utilizzo sia del tutto strumentale. Davanti a fatti gravi le istituzioni devono unire e non dividere”. La leader del Pd commenta poi un montaggio che unisce le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, della senatrice e responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Se il Guardiasigilli e la parlamentare leghista smentiscono che la riforma Nordio renda la giustizia più veloce ed efficiente, Meloni dice il contrario. Schlein commenta sorridendo: “Si mettessero d’accordo tra di loro, le persone non si fanno prendere in giro. Questa riforma, lo dice Nordio, non renderà più efficiente la giustizia per i cittadini italiani, non renderà più veloci i processi, non assumerà 12mila precari della giustizia che il governo rischia di lasciare a casa da giugno. Allora a chi serve questa riforma? L’ha detto molto chiaramente Meloni – spiega – quando la Corte dei Conti ha bocciato il ponte sullo Stretto di Messina. Meloni ha detto: questa è una intollerabile invadenza, adesso vi facciamo vedere chi comanda. Questa riforma è voluta da un potere che vuole le mani libere e pensa che prendere un voto in più alle elezioni li legittimi a non essere mai giudicati“. E aggiunge: “Questa è una riforma che non serve ai cittadini. Difendere la Costituzione serve ai cittadini, perché l’indipendenza della magistratura è a vantaggio di chi da solo non ha voce, non ha soldi e non ha potere per far valere le proprie ragioni. Sbaglia chi pensa che sia un referendum sui magistrati, è un referendum sui diritti di tutti e tutte noi come cittadini – conclude – La magistratura è indipendente proprio a garanzia di chi altrimenti non può far valere la sua voce anche davanti agli abusi del potere. L’indipendenza della magistratura è un valore costituzionale da difendere a tutela di tutti i cittadini”. L'articolo Referendum, Schlein sulla card dei Sì coi violenti di Torino: “Casapound voterà come loro, non sono ben accompagnati”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lite Sallusti-Travaglio. “Io arrestato per la querela di un magistrato”. “Sul tuo giornale fu scritto un grave falso”. Su La7
Scintille a Otto e mezzo (La) tra il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio e l’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti, portavoce del Comitato per il Sì al referendum costituzionale sulla giustizia. Il tema dello scontro è la riforma Nordio, sulla quale Travaglio osserva: “È strano che quelli che si ritengono vittime dei pm giustizialisti votino tutti Sì, perché così pensano di vendicarsi. C’è un solo condannato di Tangentopoli tra quelli famosi che ha detto che vota No ed è Cirino Pomicino. Secondo me, è il più intelligente e il più sveglio della categoria dei condannati – spiega il direttore del Fatto – perché ha capito che il pm creato dalla riforma Nordio è un pm molto più giustizialista di quanto non vengano accusati di esserlo oggi i pm. Si tratta, infatti, di un pm che non viene più educato, insieme al giudice, a cercare la verità in maniera imparziale, ma viene educato ad accusare“. Travaglio ricorda: “È lo stesso ministro della Giustizia Nordio, autore di questa legge, ripetere che il pm nella sua visione è come quello americano: lo chiama proprio ‘l’avvocato dell’accusa’. Al contrario, il nostro pm non lo è affatto, altrimenti io, Sallusti, Annalisa Cuzzocrea saremmo tutti in galera da anni, perché i pm, invece di archiviare tutte le querele temerarie che ci vengono fatte, porterebbero a termine tutte le accuse. La loro fissa, infatti, non sarebbe quella di cercare la verità, e cioè di vedere chi tra il denunciato e il denunciante ha ragione: farebbero, invece, collezione di rinvii a giudizio e di condanne”. E sottolinea: “Noi dovremmo aspettare ogni volta il processo per essere assolti, mentre adesso, per fortuna, la gran parte delle querele temerarie viene archiviata perché il pm le butta via dopo aver scoperto che sono farlocche”. “Le tue vengono archiviate, non le mie – ribatte Sallusti – Tu scambi le querele che fanno a te con le querele che fanno agli altri giornalisti”. “Sono uguali le querele”, replica Travaglio. L’ex direttore del Giornale ribatte: “A te la maggior parte delle querele viene chiusa in istruttoria, ma non è così per tutti”. “Ma dipende da quello che hanno scritto”, insorge la conduttrice Lilli Gruber. Sallusti rilancia: “Quello che scrive Travaglio viene giudicato con grande attenzione”. “Quindi Travaglio è coccolato dai ‘magistrati rossi’?”, chiede sarcasticamente Gruber. Sallusti rievoca la sua vicenda giudiziaria, quando nel 2012 fu sottoposto a misura cautelare per l’esecuzione di una condanna definitiva a 14 mesi di reclusione per diffamazione aggravata a mezzo stampa e omesso controllo come direttore responsabile. I fatti risalgono al febbraio 2007, quando Sallusti era direttore di Libero: il giornale pubblicò due articoli su un caso delicato, riguardante una tredicenne di Torino incinta che aveva interrotto volontariamente la gravidanza con autorizzazione del giudice tutelare, perché i genitori erano separati e il padre non era informato. Uno degli articoli, firmato da Renato Farina con lo pseudonimo Dreyfus, presentava la vicenda in modo falso e aggressivo, descrivendo un aborto coattivo imposto dal giudice Giuseppe Cocilovo, definendo i protagonisti (genitori, medico e magistrato) come ‘assassini’ e auspicando per loro ‘la pena di morte’. Il giudice tutelare querelò per diffamazione aggravata; Sallusti fu imputato anche per omesso controllo. Dopo i gradi di giudizio, la Cassazione confermò la pena detentiva senza sospensione condizionale. Grazie al decreto svuota-carceri, la pena fu convertita in arresti domiciliari nel novembre 2012, scontati per circa 21 giorni. Successivamente Sallusti ottenne la grazia parziale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che commutò la parte detentiva residua in pena pecuniaria. Nel 2019 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò l’Italia per violazione del diritto alla libertà d’espressione, ritenendo la pena detentiva sproporzionata per un giornalista in un caso di diffamazione, pur confermando la responsabilità per le falsità pubblicate. Sallusti ricevette 12mila euro di risarcimento, a fronte di 100mila euro richiesti. “Io per una querela di un magistrato – afferma Sallusti – sono stato condannato e arrestato”. “Sì, perché era stato scritto un grave falso”, commenta Travaglio. Sallusti ribatte che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia a risarcirlo per ingiusta detenzione e aggiunge: “Quindi, non era vero. Io sono uno degli italiani che ogni 8 ore viene ingiustamente arrestato”. “No, no – replica Travaglio – la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non è intervenuta sul merito della condanna”. L'articolo Lite Sallusti-Travaglio. “Io arrestato per la querela di un magistrato”. “Sul tuo giornale fu scritto un grave falso”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Travaglio a La7: “Scontri a Torino? Acqua fresca rispetto agli anni ’90 e al G8. Evitare isterismi e articoli penali inutili”
“Non credo affatto che la stragrande maggioranza delle persone che hanno manifestato pacificamente a Torino abbia dato copertura ai violenti. Anzi, probabilmente sarebbe stata felice se un servizio d’ordine più efficace, come quello di una volta del Partito Comunista o della Cgil, avesse tenuto fuori i violenti dal corteo”. Così a Otto e mezzo (La7) il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale, nella sua informativa alla Camera, ha attaccato chi nell’opposizione era alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna (“Chi sfila con i delinquenti offre prospettive di impunità”). Travaglio ricorda come a Torino abbiano sfilato moltissime persone pacifiche, accanto a una minoranza di delinquenti: “Alcuni li importiamo dall’estero a ogni manifestazione, infatti fra i denunciati ci sono anche dei francesi e degli inglesi. Altre volte c’erano i belgi, come al G8. Insomma c’è una internazionale di specialisti della violenza che coglie tutte le occasioni per mettersi in mostra”. “Ma il ministero dell’Interno avrebbe potuto evitare questi tafferugli e questi scontri?”, chiede la conduttrice Lilli Gruber. “No, io non credo che si possa evitare al 100% – risponde il direttore del Fatto – Quell’episodio dell’aggressione al poliziotto è stato gravissimo e sconvolgente e io mi auguro che i responsabili di questo atto inqualificabile si becchino la pena che si meritano, fermo restando che non c’è bisogno di nuove leggi, perché nel nostro codice penale è già tutto previsto. Lo ha scritto Alfredo Rocco, che era ministro di Mussolini, non certo Madre Teresa di Calcutta. Il nostro, quindi, è un codice penale rigoroso, che ha già tutti gli strumenti per colpire“. Travaglio poi precisa: “Io, proprio perché sono torinese e ho fatto il giornalista per tanti anni a Torino, ho vissuto la stagione dove l’antagonismo e l’anarco-insurrezionalismo hanno prodotto scontri di piazza infinitamente più gravi di quelli di oggi. E allora nessuno si sognava di parlare di Brigate Rosse, nemmeno quando tentarono di fare l’assalto al Palazzo di Giustizia nel 1998“. Il direttore del Fatto ricorda la manifestazione nazionale del 4 aprile 1998 indetta dai centri sociali e dall’area autonoma-anarchica, in seguito al suicidio in carcere di Edoardo Massari “Baleno”, arrestato il 5 marzo 1998, insieme a Maria Soledad Rosas (“Sole”) e a Silvano Pelissero, con l’accusa di far parte del gruppo anarchico i Lupi Grigi, legato ad azioni contro l’Alta Velocità in Val Susa. L’11 luglio dello stesso anno si suicidò anche Sole mentre si trovana agli arresti domiciliari in una comunità a Bene Vagienna (Cuneo). “Torino quel giorno fu messa a ferro e fuoco, altro che quello che è successo l’altro giorno – spiega Travaglio – Bisogna quindi sapere che i professionisti della violenza ci sono e che quanto accaduto sabato a Torino è acqua fresca rispetto a tutto ciò che abbiamo visto non solo negli anni del terrorismo ma anche gli anni ’90 e i primi anni 2000 fino al G8, quando cioè sono avvenuti fatti infinitamente più gravi”. Infine, l’appello conclusivo del giornalista: “Io inviterei tutti, ovviamente, a perseguire i reati e chi li ha commessi, ma allo stesso tempo a evitare isterismi o l’invenzione di nuovi articoli del codice penale che non servono a niente. Abbiamo sconfitto il terrorismo con lo Stato di diritto, senza fare leggi speciali o straordinarie. A maggior ragione, oggi abbiamo tutte le possibilità di sconfiggere queste frange, che, per quanto pericolose, sono infinitamente più limitate rispetto al passato”. L'articolo Travaglio a La7: “Scontri a Torino? Acqua fresca rispetto agli anni ’90 e al G8. Evitare isterismi e articoli penali inutili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Travaglio smonta la tesi di Sallusti e la card del Comitato Sì: “Il No non c’entra niente con Torino”. Su La7
Botta e risposta a Otto e mezzo (La7) tra il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e Alessandro Sallusti, direttore della testata online politicoquotidiano.it e portavoce del Comitato per il Sì al referendum costituzionale sulla giustizia. A sollevare il caso è la conduttrice Lilli Gruber, che chiede conto a Sallusti della card diffusa sui social dal Comitato “Sì Riforma”, nella quale compare l’immagine dell’aggressione al poliziotto durante gli scontri di Torino del 31 gennaio 2026, accompagnata dalla scritta “Loro votano no”. “Voi scrivete che gli autori delle violenze di Torino votano No al referendum – domanda ironicamente la giornalista – Allora mi è venuta questa curiosità: li avete identificati e intervistati questi violenti?“. Sallusti risponde: “Il fatto che chi ha organizzato quella manifestazione vota No è ufficiale”. Travaglio scoppia a ridere e interviene: “Sì certo, Askatasuna” L’ex direttore del Giornale prosegue, confondendo il direttore del Fatto con Roberto Saviano: “La nostra era una risposta a Marco Travaglio il quale ha scritto e sostenuto che chi vota sì è complice della mafia. O era anche una risposta a Saviano, se vuoi”. Travaglio replica, sbigottito: “E vabbè, ma ci sarà anche una differenza tra me e Saviano“. Sallusti rilancia: “Allora spiegami perché il No può fare questi accostamenti paradossali e il Sì non può farli. Tu hai sostenuto che chi vota no è un nemico della democrazia e addirittura favorisce la mafia”. Il direttore del Fatto ribatte: “Mi hai confuso con Saviano, che ha parlato dei danni per le indagini di mafia. Saviano peraltro non ha detto che chi vota Sì sta con la mafia, e quindi è complice della mafia. Ha scritto un articolo di un’intera pagina su Repubblica per spiegare come mai, secondo lui, questa riforma indebolirebbe le indagini di mafia. Io non l’ho mai scritto”. E aggiunge: “In ogni caso, credo che quelli di Askatasuna non vadano a votare. Credo anche che quelli che hanno menato in piazza siano in gran parte stranieri e vengano tutti da paesi dove le carriere sono già separate e dove probabilmente non si fanno referendum come il nostro. Ma, comunque, il No al referendum non c’entra proprio niente con quello che è successo a Torino“. Sallusti insiste: “Ma neanche la mafia c’entra niente”. “Ma perché continui a chiedermi conto di un articolo di Saviano? – controbatte Travaglio – Quando sarà presente Roberto Saviano, che ha scritto delle cose secondo me condivisibili, ma che non dicono che chi vota Sì è con la mafia, glielo dirai”. L'articolo Referendum, Travaglio smonta la tesi di Sallusti e la card del Comitato Sì: “Il No non c’entra niente con Torino”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri a Torino, Tosi invoca la risposta armata: “Nei paesi normali la polizia spara sui violenti”. Polemica con Sabella. Su La7
Acceso confronto a Tagadà (La7) tra il magistrato Alfonso Sabella e l’europarlamentare di Forza Italia Flavio Tosi sugli scontri di Torino e sul pacchetto sicurezza del governo Meloni. L’ex sindaco di Verona, già esponente della Lega, invoca il pugno duro da parte delle forze dell’ordine e infila nello stesso discorso ordine pubblico, delegittimazione dei magistrati e referendum sulla separazione delle carriere, riproponendo una miscela polemica ormai abituale nel centrodestra: “Nei paesi occidentali le forze d’ordine locali possono usare qualsiasi strumento contro i manifestanti violenti. Questa gente va menata e caricata pesantemente. E se poi usa le maniere che abbiamo visto a Torino, le forze dell’ordine sparano anche“. E aggiunge: “Da noi non è possibile perché ci sono alcuni colleghi del magistrato che è seduto lì in studio che, piuttosto che processare i delinquenti, processano poliziotti e carabinieri. E qui torna il tema dello scudo penale per le forze dell’ordine: in un paese normale non si procederebbe mai contro poliziotti e carabinieri, a differenza di quanto avviene in Italia. E il referendum sulla separazione delle carriere, tanto temuto dalle procure, dal Csm e da chi vuole politicizzare la giustizia, va in questa direzione”. Visibilmente sbigottito, Sabella replica con toni preoccupati, citando anche la proposta di Matteo Salvini per una estensione del fermo preventivo a 48 ore: “Sinceramente mi sembra di vivere in un mondo dissociato. Sento addirittura che si vuole autorizzare le forze di polizia ad aprire il fuoco contro i manifestanti. Si parla di fermo preventivo e di privare le persone della loro libertà personale per due giorni. Non so, allora sono nato in un altro paese. Mi sento davvero a disagio, questo non è il mio paese“. Tosi controbatte: “Non è che spari ad alzo zero sui manifestanti che sfilano pacificamente o su qualcuno che ha delle intemperanze con un fumogeno. Quando vedi dei delinquenti che linciano in poliziotto, gli puoi sparare. Nei paesi normali occidentali, dove c’è una magistratura diversa dalla nostra, lo fanno e nessuno eccepisce“. Sabella insorge: “Non abbiamo notizie di stragi di M12 a raffica contro i manifestanti in Spagna, Francia e Germania. Ripeto, mi sembra di vivere in un mondo dissociato”. A sostegno della propria tesi, Tosi cita la Danimarca, ma in modo totalmente impreciso: “Qualche anno fa a Christiania, quartiere di Copenaghen, ci fu una manifestazione analoga e le forze dell’ordine tirarono sui manifestanti, perché si comportavano come abbiamo visto a Torino. E là nessuno è finito processato – rincara – perché, nel momento in cui agisci per difendere un tuo collega, hai diritto a doverlo fare senza finire sotto processo come succede in Italia. Ma, del resto, lei ragiona come molti suoi colleghi”. “E sono orgoglioso di fare così”, chiosa Sabella. In realtà, l’episodio richiamato dall’ex sindaco di Verona non ha riscontro nei fatti. A Christiania, l’area autonoma di Copenaghen nota per la sua storia di occupazione e per i problemi cronici legati allo spaccio di droga in Pusher Street, non risulta alcun episodio recente in cui la polizia danese abbia aperto il fuoco contro manifestanti durante una protesta violenta. Gli interventi delle forze dell’ordine si sono limitati all’uso di lacrimogeni e agli arresti: gli spari sono avvenuti esclusivamente in contesti di legittima difesa contro individui armati, nel quadro di scontri tra gang criminali, mai contro manifestanti. L’unico precedente vagamente assimilabile, e probabilmente all’origine della confusione, risale al maggio 1993 nel vicino quartiere di Nørrebro, durante i disordini seguiti al referendum sul Trattato di Maastricht: in quell’occasione la polizia danese sparò proiettili veri, ferendo undici manifestanti, per proteggere un agente in grave pericolo. Un caso isolato, avvenuto oltre trent’anni fa, in un contesto del tutto diverso e non collegato a Christiania. L'articolo Scontri a Torino, Tosi invoca la risposta armata: “Nei paesi normali la polizia spara sui violenti”. Polemica con Sabella. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri a Torino, Bindi contro Meloni: “Il governo non dà ordini alla magistratura, esiste l’obbligatorietà dell’azione penale”. Su La7
“Il governo non dà ordini alla magistratura e forse bisognerebbe ricordare alla presidente del Consiglio che in questo paese vige ancora l’obbligatorietà dell’azione penale, perché i magistrati sanno perfettamente che cosa devono fare e quali norme applicare”. È il messaggio lanciato a Tagadà (La7) da Rosy Bindi a Giorgia Meloni, intervenendo sugli scontri avvenuti a Torino durante il corteo nazionale per il centro sociale Askatasuna. Per l’ex ministra la violenza esplosa in piazza viene utilizzata politicamente, soprattutto in vista del referendum sulla giustizia. Bindi parte da una premessa che rivendica con forza: “Io ho fiducia nelle nostre forze dell’ordine e nei nostri servizi, ed è proprio per questo che mi chiedo se sia possibile che non si sappia che quando si verificano queste manifestazioni arrivano sempre questi gruppi violenti, se davvero non siamo in grado di fermarli prima o di evitare quello che abbiamo visto a Torino”. E sottolinea: “Il rischio concreto è che a prendere una manganellata siano uno studente, una suora o un anziano, mentre questi signori riescono a evitare il blocco della polizia”. Una dinamica che, ricorda, “si ripete da Genova in poi e che continua a segnare questo paese”. Nel suo intervento, l’ex presidente della Commissione Antimafia respinge l’idea che la risposta possa essere affidata esclusivamente alla repressione: “I centri sociali non si risolvono con gli sgomberi, ma con il dialogo e con il confronto, cercando di capire quali problemi si annidano in una società che finisce per produrre, in tutte le grandi città, luoghi di aggregazione che non possono essere preventivamente criminalizzati. Il problema casa esiste – sottolinea – il problema lavoro esiste. Immaginare pacchetti di sicurezza, aumentare le norme e aggiungere pene non risolve la questione”. Un approccio che, secondo l’ex ministra, “non fa parte della cultura di questa destra”. Il passaggio più duro riguarda però il rapporto tra politica e magistratura. Bindi critica le parole della premier che invita i giudici a valutare gli episodi di violenza “senza esitazioni”: “So che vogliono togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, lo hanno detto molte volte. Questa sarebbe la seconda fase, che spero non ci sarà perché al referendum sulla riforma Nordio vinceremo con il No“. Bindi denuncia il fatto che l’attacco del governo Meloni ai magistrati sia ormai sistematico: “In ogni circostanza si usa quello che accade per fare propaganda, arrivando persino ad aprire un caso diplomatico con la Svizzera perché non si condivide il modo in cui agisce la magistratura svizzera. Si vuole lisciare il pelo a quella parte del paese convinta che le forze dell’ordine individuino i delinquenti e che poi siano i magistrati a liberarli”. L’invito conclusivo è a riportare il confronto su un terreno di competenza e responsabilità: “Servono conoscenza dei processi, conoscenza della legge e conoscenza delle situazioni concrete, perché problemi gravi come questi vanno affrontati seriamente e non utilizzati a fini di propaganda politica“. L'articolo Scontri a Torino, Bindi contro Meloni: “Il governo non dà ordini alla magistratura, esiste l’obbligatorietà dell’azione penale”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri a Torino, Caprarica sbotta a La7: “Chi è andato a quel corteo o è imbecille o irresponsabile”
Intemerata del giornalista Antonio Caprarica contro Mirella Serri in un dibattito a L’aria che tira (La7) sul corteo nazionale per Askatasuna a Torino e sugli scontri avvenuti nella giornata di sabato. La scrittrice, in un botta e risposta col senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan, difende chi ha partecipato alla manifestazione, dal deputato di Avs Marco Grimaldi a Zerocalcare: “La cosa gravissima è che in quel corteo c’erano dei provocatori, degli illegali. A chi giovava questa presenza? Certamente non alla sinistra”. Il conduttore David Parenzo obietta che sarebbe bastato non andare alla manifestazione, ma Serri non ci sta: “La gente comunque non sapeva che ci sarebbero stati tanti violenti. Lo sapevano il governo e Piantedosi. Il governo avrebbe dovuto prevenire, visto che esiste l’intelligence”. La replica di Caprarica è un crescendo rossiniano di irritazione: “Seguo veramente con sgomento l’argomentazione di Serri”. La giornalista lo interrompe, scatenando la reazione infuriata di Caprarica: “Io ti ho ascoltata, adesso ascolta me. A sinistra a Torino c’è gente che si chiama Caselli e Violante. E Violante ha detto che non si va a un corteo come quello senza sapere come finisce. E chi ci va o è un imbecille o è un irresponsabile. Siccome escludiamo che intellettuali, politici, sindacalisti, presenti a quel corteo, siano imbecilli, allora sono irresponsabili. Ognuno si prenda le sue responsabilità“. Poi avverte urlando: “Se la sinistra vuole governare, si ricordi che l’ordine pubblico democratico è cruciale. Ricordatevi Berlinguer“. “C’era il servizio d’ordine fatto dai partiti”, ribatte Serri che sovrappone la sua voce a quella del giornalista. Caprarica perde le staffe: “Fammi parlare! Cosa c’entra Askatasuna coi diritti democratici? Siamo nelle mani dei violenti? Non mi interessa se sono squadristi di destra o di sinistra. In Italia non c’è spazio per gli squadristi di qualsiasi colore. Non si può tollerare – continua – che ci siano deputati del fronte di opposizione che partecipano a cortei come questi e ne rivendicano la presenza. E dicono pure che sono pronti a tornarci. Non si può accettare. La sinistra si prenda le sue responsabilità, difenda la democrazia e prenda le distanze dai violenti, come fece il grande Partito Comunista di Berlinguer nel ’77“. L'articolo Scontri a Torino, Caprarica sbotta a La7: “Chi è andato a quel corteo o è imbecille o irresponsabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Nobel Parisi a La7 commenta l’inquietante aggiornamento dell’orologio dell’Apocalisse: “Attacco nucleare tattico in Italia causerebbe 5 milioni di morti”
L’Orologio dell’Apocalisse avanza fino a 85 secondi dalla mezzanotte, cioè dalla fine del mondo, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto dalla sua creazione nel 1947. È il dato più allarmante mai registrato dal Doomsday Clock, lo strumento simbolico aggiornato ogni anno dal Bulletin of the Atomic Scientists per misurare quanto l’umanità sia vicina all’autodistruzione. Alla base dello spostamento delle lancette, spiegano gli scienziati, ci sono il rischio crescente di una guerra nucleare, l’aggravarsi della crisi climatica, il potenziale uso improprio delle biotecnologie e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi militari. Di questo scenario parla a In altre parole, su La7, Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021, rispondendo a una domanda di Massimo Gramellini che gli chiede un giudizio “da scienziato” sulla reale attendibilità di quell’orologio. Parisi conferma la gravità del messaggio, chiarendo che non si tratta di un’astrazione: “La guerra nucleare, nonostante il fatto che a volte sembrerebbe presa un po’ presa sotto gamba quando le persone cominciano a parlare di armi atomiche tattiche da poter utilizzare, è una cosa assolutamente disastrosa. Probabilmente non sarebbe la fine dell’umanità, ma sarebbe una cosa molto, molto pesante”. E ricorda che già studi passati hanno dimostrato conseguenze devastanti anche in scenari limitati: “Per esempio, anni fa si è stimato che già una guerra semplicemente tattica per l’Italia comporterebbe cinque milioni di morti“. L’orologio, aggiunge, serve proprio a questo: indicare la distanza temporale e politica da un evento che non è teorico, ma possibile. Nel suo intervento, il fisico sottolinea che l’avanzamento delle lancette non è frutto di allarmismo gratuito, sottolineando una regressione nei meccanismi di controllo degli armamenti. Il Bulletin infatti non sposta le lancette con leggerezza, e il fatto che ciò sia avvenuto poche volte nella storia, mai così in avanti, è di per sé un segnale. “La pericolosità di una guerra atomica – spiega – è legata a quello che sta succedendo, perché, mentre dagli anni Sessanta agli anni Novanta, c’è stata una grande stagione di trattati fra l’Unione Sovietica prima, e la Russia dopo, e gli Stati Uniti, che hanno diminuito il rischio, in questi ultimi anni stiamo andando nella direzione opposta“. Quando Gramellini nota che il tema dell’atomica sembra ormai “sdoganato” nel dibattito pubblico, Parisi conferma: “Non ci si rende conto intanto dei pericoli. Quelle stime di cinque milioni di morti erano fatte supponendo un attacco all’Italia con cinquanta bombe atomiche scagliate lontano dalle città per non fare troppi danni. Quindi, un attacco per non fare troppi danni darebbe solo cinque milioni di vittime. Figuriamoci poi un attacco per fare danni, quello è un altro paio di maniche”. L'articolo Il Nobel Parisi a La7 commenta l’inquietante aggiornamento dell’orologio dell’Apocalisse: “Attacco nucleare tattico in Italia causerebbe 5 milioni di morti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri a Torino, Ranucci a La7: “Governo sa chi sono i violenti ma non interviene prima per giustificare misure repressive”
“Purtroppo è uno schema che si ripete, ma in questo contesto è ancora più dannoso e pericoloso perché finisce col giustificare quella democrazia del controllo e della sorveglianza, che è tanto cara alla tecnodestra americana, che ci ha invaso già da anni e che questo governo, mi sembra, stia portando avanti”. Sigfrido Ranucci interviene a In altre parole (La7) sugli scontri di Torino avvenuti durante la manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Il momento più grave si è registrato quando un agente di polizia, Alessandro Calista, è stato accerchiato e colpito con calci, pugni e almeno tre martellate mentre era a terra. Ranucci avverte che gli scontri finiscono ciclicamente per rafforzare una logica securitaria anziché affrontare le cause delle tensioni sociali: “In questo modo si giustificano dei meccanismi ancora di maggior controllo, cioè più repressivi, mentre invece qui bisognerebbe avere la lucidità e la forza di dire a tutti: diamoci una calmata”. Nel corso del confronto in studio, Massimo Gramellini richiama le parole della presidente del Consiglio, che ha definito i responsabili delle violenze “nemici dello Stato”. La replica di Ranucci sposta il fuoco sulla responsabilità delle istituzioni: “Veramente io credo che la maggior parte di questi lo Stato li conosca. Bisogna chiedersi perché il governo non si è intervenuto prima, anche solo per evitare un sospetto, e cioè che questi scontri servano a giustificare quel meccanismo della sorveglianza, ma anche un altro sospetto, e cioè che si rovini quella parte sana che ha partecipato a queste manifestazioni con motivi, con ragioni serie“. Il giornalista insiste sulla necessità di non cancellare il senso della protesta dietro le violenze, rivendicando la legittimità di una domanda sociale che rischia di essere travolta dalla deriva degli scontri: “Vorrei invece che si portassero avanti quelle istanze delle persone più sane che hanno ragione di protestare, di avere dei luoghi di incontro, di raccolta, di socialità, che effettivamente manca”. Quando Gramellini cita le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che parla di “squadristi rossi” e annuncia nuove norme, Ranucci torna sul punto centrale della sua analisi: “È quello che ho anticipato io poco fa, quegli atti di violenza nelle manifestazioni giustificano poi meccanismi di sorveglianza. Secondo me, ci sarà una stretta ulteriore sul controllo. Io non so quali elementi abbia Piantedosi per dire che sono squadristi rossi. Per me sono dei criminali e delinquenti”. Ranucci esprime, infine, vicinanza all’agente aggredito a Torino. “Voglio dare solidarietà alla polizia, tra il resto io ho la scorta della polizia di Stato. Ora, io credo che questo Stato abbia gli strumenti per sapere chi sono queste persone violente”, osserva, richiamando episodi precedenti come l’assalto alla sede della Cgil e sostenendo che la violenza politica non sia un fenomeno imprevedibile. Il nodo, per Ranucci, resta quello della prevenzione. “Queste cose bisognerebbe prevenirle prima – ribadisce – Poi alla fine questi scontri, alimentati da determinate anche politiche, dalla mancanza di osservazione delle esigenze sociali, non fanno che giustificare i meccanismi di controllo”. L'articolo Scontri a Torino, Ranucci a La7: “Governo sa chi sono i violenti ma non interviene prima per giustificare misure repressive” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Piantedosi
Casapound, Cacciari: “Io li avrei fatti entrare alla Camera e ci avrei discusso”. Scintille con Lilli Gruber
Scintille a Otto e mezzo (La7) tra Lilli Gruber e Massimo Cacciari sul muro anti-estrema destra alzato dalle opposizioni alla Camera e sull’annullamento della conferenza stampa sulla “remigrazione” promossa dal deputato leghista calabrese Domenico Furgiuele. Nel serrato botta e risposta tra la giornalista e il filosofo, il confronto si concentra sul senso della Costituzione, sull’antifascismo e sulla scelta delle opposizioni di bloccare fisicamente l’ingresso in Parlamento di esponenti dichiarati dell’area neofascista. La discussione parte dalla cornice costituzionale, richiamata dalla conduttrice dopo quanto avvenuto alla Camera: “Restiamo sul tema della Costituzione antifascista perché oggi abbiamo assistito a un altro tipo di scontro”. Cacciari replica immediatamente: “Sulla Costituzione non c’è scritta la parola ‘antifascista’”. Gruber ribatte ricordando l’origine storica della Carta: “Sì, però nasce dall’antifascismo”. Il filosofo insiste su un piano culturale e politico più ampio, rivendicando una distinzione netta tra valori costituzionali e retorica identitaria: “Il fatto che non ci sia scritto ‘antifascista’ ha un significato culturale molto importante, perché è ovvio che siamo contro i fascisti, non abbiamo bisogno di accreditarci, non abbiamo bisogno di una patente di antifascismo, lo siamo ma lo siamo nei fatti, attraverso una Costituzione che è tutta democratica e progressiva sui diritti da conquistare e che chiede alla gente di organizzarsi per conquistarli e svilupparli”. E aggiunge: “Non abbiamo bisogno di dirci antifascisti e questo bisogna ficcarselo nella testolina, perché con la retorica dell’antifascismo e col ripetere ‘siamo antifascisti’ non si va da nessuna parte. Tu sei antifascista nella misura in cui sei un democratico progressivo”. Gruber riporta il discorso sull’attualità parlamentare, ricordando che proprio quel giorno gruppi neofascisti avrebbero dovuto entrare in Parlamento su invito della Lega e sottolineando come anche la trasmissione usi cautela nel ricorrere alla parola fascismo quando si parla di derive autoritarie contemporanee. Cacciari concorda sul rischio di inflazione del termine: “Appunto, ‘Trump è fascista, l’altro è fascista, quell’altro è fascista’, ma cosa vuol dire? Il fascismo è stata una roba seria, oh”. Il punto più controverso arriva quando Gruber pone la domanda centrale: “Oggi le opposizioni alla Camera hanno bloccato questi gruppi neofascisti, bisognava farli entrare in Parlamento, questi neofascisti, o no?”. La risposta di Cacciari va contro la linea scelta da Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa e Azione, che hanno occupato la sala stampa di Montecitorio e impedito fisicamente lo svolgimento dell’evento:“Io li avrei fatti entrare in Parlamento e avrei discusso lì, sarei andato lì a dirgli: cosa volete, che cosa rappresentate, perché siete d’accordo con quello che sta facendo Trump in America? Si discute, si vede cosa dicono, li si denuncia, li si critica, li si combatte. Io non sono mai stato per l’eliminazione fisica”. Gruber respinge l’equivoco: “Ma quale eliminazione fisica, nessuno ha detto questo”. Ma Cacciari insiste sul principio: “Sì, ma si è detto: ‘Tu non entri qui’. Perché non devono entrare?”. La conduttrice rilancia: “Bisogna quindi essere tolleranti al massimo con gli intolleranti”. Il filosofo sbotta: “Ma io non sono tollerante con nessuno, sono totalmente intollerante nei confronti delle bestialità che dicono costoro, ma glielo vado a dire in faccia”. La giornalista ricorda: “E infatti le opposizioni lo hanno detto in faccia”. “Ma si discute e si parla, scherziamo?”, conclude Cacciari. L'articolo Casapound, Cacciari: “Io li avrei fatti entrare alla Camera e ci avrei discusso”. Scintille con Lilli Gruber proviene da Il Fatto Quotidiano.
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