All’aeroporto di San Diego c’e’ un nuovo terminal per i voli internazionali.
Tutto è nuovo di zecca, dai bagni ai caroselli fino alle procedure d’ingresso. A
chi viaggia con un visto decennale non si chiedono più le impronte digitali,
basta una foto, un sorriso due chiacchiere e via e si entra negli Stati Uniti.
Per chi arriva dall’Europa, dove l’eco sinistro della caccia all’emigrato
dell’ICE e del border patrol fa tornare alla mente i raid dei nazisti,
l’accoglienza di San Diego è una vera sorpresa. A pochi chilometri dal confine
messicano, questa è una città dove si sente parlare piu’ spagnolo che inglese. I
latini sono talmente tanti che a seconda dei quartieri ci si puo’ illudere di
essere in una capitale sudamericana. E tanti sono gli emigrati senza documenti.
Qual è la differenza tra San Diego e Minneapolis?
A San Diego, come nel resto della costa occidentale (California, Oregon e
Washington) c’e’ un alto numero dei cosiddetti migranti semi-legali. Si tratta
di individui che hanno un permesso di lavoro che il governo gli rinnova ogni due
anni, ma che non sono cittadini, non hanno né green card né passaporto. Non
possono uscire dagli Stati Uniti, se lo fanno non rientreranno piu’. Tra questi
c’e’ José che viene da Sinaloa, roccaforte del cartello messicano a poca
distanza dal confine californiano. Pulisce le stanze in un motel vicino
all’aeroporto di San Diego. Paga regolarmente le tasse, il social security, ma
non avrà mai una pensione, quei soldi, centinaia di miliardi di dollari che
gente come lui versa, rimarranno nelle casse del fisco americano.
Ed ecco alcuni dati interessanti: nel 1990 i migranti non autorizzati erano 3,5
milioni, il picco venne raggiunto nel 2007 con 12,2 milioni. Nel 2008 è iniziata
una flessione che è durata fino al 2019 quando si scese a 10,2 milioni. Questi
dati corrispondono a quelli dell’occupazione degli immigrati illegali che pagano
le tasse, nel 1990 erano 3,7 milioni, nel 2007 8,3 milioni, nel 2019 7,4 milioni
per poi risalire a 8,3 milioni nel 2022. Morale: la maggior parte lavora,
produce e paga le tasse.
José non è naturalizzato ma ha un codice fiscale datogli dall’IRS, l’ufficio
delle tasse federali americano, con il quale può lavorare e che gli ha permesso
di ottenere la residenza, che va rinnovata continuamente. Con documenti falsi
acquistati in Arizona ha preso la patente. Quelli come lui vivono in questo
limbo, per il fisco esistono ma per lo stato sono clandestini.
Gente come José è abituata alla precarietà e quando gli chiedo se ha paura
dell’ICE alza le spalle e dice che ai tempi di Obama la situazione nel sud della
California non era migliore. Obama ha deportato più di mille persone al giorno,
ma a differenza di Trump si è concentrato su chi infrangeva la legge. Bastava
una contravvenzione per essere internati. È successo a Charlie il figlio di
Maricela, cameriera del Montana.
“Sono entrata 35 anni fa con mio figlio, lui aveva 6 anni. Siamo arrivati in
aereo da Città del Messico con tanto di visto, e non siamo piu’ tornati.” Mi
spiega. “Quando non hanno rinnovato il permesso di soggiorno a mio figlio per
una contravvenzione sono andata dall’avvocato, avevo letto che Obama aveva
varato una nuova legge che permetteva ai genitori ed ai loro figli entrati da
bambini di ottenere la cittadinanza, ci chiamavano i dreamers. L’avvocato mi ha
chiesto la documentazione che provava che eravamo entrati legalmente, voleva la
carta di imbarco! Dopo 35 anni. Mi ha spiegato che avrei dovuto conservarla … ma
chi lo sapeva?”.
Secondo il Pew Research Centre nel 2023 gli immigrati illegali erano 14 milioni.
Non ci sono ancora i dati per il 2024 e 2025 ma si parla di una leggera
flessione. Tuttavia, il numero complessivo rimane alto e se messo a confronto
con i valori bassi della disoccupazione americana è chiaro che l’economia
americana non solo ha bisogno di questa forza lavoro, ma ne beneficia. Se non
fosse cosi’ il modo per sbarazzarsi velocemente, senza inseguimenti ed arresti
pubblici ci sarebbe, basterebbe incrociare i dati del fisco con quelli dei
permessi di residenza per trovare tutti i dreamers e rimpatriarli. Ma
l’obiettivo non è questo.
Come è successo con gli altri presidenti americani il tema dell’immigrazione non
ha nulla a che vedere con l’andamento dell’economia americana, è un tema
politico che viene usato per combattere gli avversari, consolidare il consenso e
dare a certi elettori il loro osso da succhiare – Trump ha avuto il voto dei
latini “legali” che non vogliono la concorrenza dei loro compaesani senza
documenti, gente disposta a lavorare per molto meno. “L’emigrazione è un
perfetto capro espiatorio ed uno specchietto per le allodole,” spiega Ron
Gerson, presidente del partito democratico della regione di Flat Head nel
Montana. “Confonde le idee sul perché del declino economico”.
Per decenni il Minnesota è stato uno stato operaio, sindacalizzato, con città
industriali compatte e campagne stabili. Un pilastro del cosiddetto blue wall.
Poi, lentamente, ha iniziato a cambiare. Non perché siano arrivate masse di
nuovi elettori, ma perché quelli storici se ne sono andati. I giovani hanno
lasciato lo stato già prima del Covid, attratti da mercati del lavoro più
dinamici e da un costo della vita che, paradossalmente, in altri stati era più
basso ed offriva più opportunità. Con la pandemia il processo si è accelerato:
chi poteva lavorare da remoto ha scelto il sud e l’ovest, spazi aperti, tasse
più basse. I pensionati hanno seguito i figli qualche anno dopo, in direzione
Florida, Arizona, Nevada.
Le città non si sono svuotate del tutto, ma hanno perso la loro classe media
stabile: operai specializzati, tecnici, piccoli proprietari. È rimasta una
popolazione più anziana, più fragile economicamente e sempre più diffidente
verso le élite urbane e politiche, una popolazione che si è sentita accerchiata
dai nuovi flussi migratori composti da migranti non autorizzati e rifugiati,
impiegati nei servizi, nella logistica, nella trasformazione alimentare. Sebbene
questa forza lavoro tenga in piedi interi settori dell’economia locale, non c’e’
mai stata integrazione. Se si aggiunge che la stragrande maggioranza non può
votare, questo gruppo di individui è facile bersaglio del malcontento.
“I rad di ICE sono voluti, servono a far vedere che l’amministrazione Trump ha
muscoli e sono diretti verso stati governati dai democratici, Oregon, Carolina
del Nord, Minnesota, accusati di non proteggere i cittadini americani dalla
minaccia dell’emigrazione. Il criterio è razziale perche’ è piu’ visibile, la
dicotomia tra noi e loro piu’ forte. In Minnesota, ad esempio, esiste una grossa
comunità somala, molti sono legali, hanno la carta verde, ma sono fisicamente
diversi. Il criterio è anche poco sofisticato, la gente viene presa a caso, in
Montana hanno preso molti nativi americani convinti che fossero latini”.
A riprova che le azioni di ICE sono motivate da ragioni politiche e di
propaganda il successo mediatico dei raid, che tutto il mondo guarda in
televisione, dipende dalla reazione della comunità non da chi arrestano, se la
prima reagisce nel modo giusto ICE lascia il campo. “La scorsa estate a Los
Angeles,” continua Gerson, “la comunità ha fermato ICE e la guardia nazionale,
se ne sono dovuti andare.” A Minneapolis, dove esiste uno zoccolo duro pro-Trump
che fa sentire la propria voce, la situazione è diversa.
Minneapolis è anche la città di Black Life Matter, è qui che venne ucciso George
Floyd. Perche’ i neri rimangono in silenzio? Ron Gerson è continto che sia per
paura, tra la polizia e la comunità nera non corre buon sangue. Ma forse il
motivo è diverso e va cercato nell’abilità della propaganda politica
dell’amministrazione Trump di sfruttare le contraddizioni locali a suo
vantaggio. E’ chiaro che ICE incentiva la guerra razziale tra poveri, e a
Minneapolis questo conflitto si combatte da tempo.
L'articolo Minnesota: partiti giovani e classe media, sono rimasti anziani e
meno abbienti che si sentono accerchiati dagli immigrati. Così Trump sfrutta la
situazione con l’Ice proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Minnesota
Alex Pretti è stato ucciso per le strade di Minneapolis il 24 gennaio,
crivellato da dieci colpi di pistola dagli agenti dell’Ice, dopo essere stato
scaraventato a terra durante un controllo sabato scorso. Undici giorni prima di
essere ammazzato però, scrive Cnn, aveva già avuto uno scontro con gli agenti
federali: in un video l’infermiere 37enne appare urlare contro gli agenti
federali in un’interazione durata solo qualche secondo. Intanto gli agenti
coinvolti nella sparatoria mortale sono stati sospesi dal servizio, ha
confermato un alto funzionario del Dipartimento per la sicurezza interna, come
da prassi, per consentire lo svolgimento delle indagini interne.
Nel subbuglio generato dalle proteste e dagli scontri in Minnesota – dove il 28
gennaio la deputata somalo-americana Ilhan Omar è stata aggredita da un 55enne
con una siringa caricata con liquido maleodorante -, gli agenti dell’Immigration
and customs enforcement (Ice) hanno ricevuto l’ordine di evitare di interagire
con “agitatori” durante le azioni disposte dal presidente Donald Trump in
materia di immigrazione. Le nuove linee guida, di cui parla Reuters, offrono la
panoramica più dettagliata finora su come cambieranno le operazioni degli agenti
dopo le due sparatorie in cui sono morti due cittadini statunitensi che
protestavano a Minneapolis. Le linee guida inoltre ordinano inoltre agli agenti
dell’Ice di prendere di mira solo gli immigrati con accuse o condanne penali.
“Non comunicare con gli agitatori (scritto a caratteri maiuscoli, ndr)”, si
legge in un’e-mail diffusa da un alto funzionario dell’Ice. “Non serve a altro
che a fomentare la situazione. Nessuno convincerà l’altro. L’unica comunicazione
dovrebbe essere quella degli ufficiali che impartiscono ordini”. In risposta a
una richiesta di commento alla Casa Bianca, un funzionario dell’amministrazione
ha dichiarato: “Sono in corso discussioni su come condurre le operazioni in
Minnesota nel modo più efficace. Nessuna direttiva dovrebbe essere considerata
definitiva finché non sarà ufficialmente emanata”.
Intanto i Democratici del Senato pongono le loro condizioni per votare a favore
del pacchetto di spesa per il governo federale che consentirebbe di evitare lo
shutdown che scatterebbe venerdì. I Dem chiedono di allentare la repressione
sull’immigrazione illegale messa in atto dall’Amministrazione Trump in
Minnesota: e richieste, presentate dal leader della minoranza democratica al
Senato, Chuck Schumer, prevedono che gli agenti federali operino senza maschere
e indossino delle bodycam, oltre a mettere fine ai raid a tappeto nelle strade
delle città. I Democratici chiedono inoltre che gli agenti federali rispettino
gli standard convenzionali delle forze dell’ordine in materia di uso della forza
e che quando sono in servizio si identifichino. “Questa non è sicurezza delle
frontiere, non è ordine pubblico, è caos, creato ai vertici e avvertito in molti
dei nostri quartieri”, ha dichiarato Schumer nell’illustrare le sue richieste.
L'articolo “Alex Pretti ebbe uno scontro con gli agenti Ice 11 giorni prima di
morire”. Sospesi i federali che gli hanno sparato proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le si è avvicinato puntandole addosso una siringa da cui è fuoriuscito un
liquido color ambra e maleodorante che l’ha colpita. Anthony Kazmierczak, 55
anni, è il nome dell’uomo che ha attaccato la deputata statunitense
somalo-americana Ilhan Omar mentre era sul podio a chiedere l’abolizione
dell’Ice. Giorni prima del caotico incontro cittadino, il vicino di Kazmierczak,
Brian Kelley, ha ricordato che l’uomo gli aveva chiesto se potesse badare alla
sua cagnetta quando sarebbe andato a sentire Omar parlare, e aveva lasciato
intendere che sarebbe successo qualcosa durante l’evento. “Mi ha detto: ‘Vado a
questa cosa di Omar’. E io: ‘Omar cosa?’. Lui ha risposto: ‘A questa cosa
dell’assemblea cittadina’. E poi: ‘Potrei essere arrestato'”, ha raccontato
Kelley al New York Post. “Ho pensato che fosse una sciocchezza. Non avrebbe
fatto niente di stupido. Ho detto: ‘Certo, la porterò a spasso io’. Ma poi il
giorno dopo mi ha detto: ‘Non preoccuparti, ci penso io’. Ho pensato che avesse
lasciato perdere”. Dopo che Kazmierczak ha spruzzato il liquido su Omar, lei lo
ha inseguito prima che venisse placcato e portato via dalla struttura Urban
League Twin Cities di Minneapolis. Kazmierczak è stato arrestato dagli agenti
del Dipartimento di Polizia di Minneapolis e portato nel carcere della contea di
Hennepin per aggressione di terzo grado, secondo un portavoce del dipartimento.
Kelley ha detto che il suo vicino è stato “sottoposto a pesanti cure mediche” a
causa di un incidente d’auto che gli ha danneggiato la spina dorsale anni fa.
L’incidente lo ha lasciato “fisicamente incapace di fare molto”. “Gli è stato
diagnosticato anche il Parkinson”, ha detto il vicino, sottolineando: “Ha solo
55 anni”. Kelley ha descritto Kazmierczak, che ha condiviso foto a sostegno del
presidente Trump su Facebook, come un “tipo piuttosto conservatore” a cui “non
piace Omar“. “Non parla molto di certe cose, ma manda articoli e post su diverse
questioni”, ha detto il vicino. “Non l’ho preso sul serio. Sono sorpreso, ma non
eccessivamente”, ha aggiunto il vicino. “Ho pensato che quando ha detto che
sarebbe andato al municipio, si sarebbe alzato e avrebbe detto qualcosa di
stupido. Non riesco a immaginarlo aggredire o spruzzare qualcosa a qualcuno”.
Omar ha chiesto un tovagliolo dopo che le era stato spruzzato addosso il
liquido, che le persone intorno a lei hanno detto avere un odore terribile. Non
è rimasta ferita e ha continuato a parlare in seguito, nonostante gli assistenti
la esortassero a cercare assistenza medica. Gli scienziati forensi di
Minneapolis sono intervenuti per analizzare la scena. “Sto bene”, ha scritto
Omar su X circa un’ora dopo l’incidente. “Sono una sopravvissuta, quindi questo
piccolo agitatore non mi impedirà di fare il mio lavoro”, ha continuato. “Non
lascio che i bulli vincano.”
L'articolo Chi è Anthony Kazmierczak, il 55enne che ha aggredito Ilhan Omar a
Minneapolis proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Viene da un Paese che è un disastro, non è nemmeno un Paese, francamente”.
Poche ore prima dell’attacco alla deputata somalo-americana del Minnesota Ilhan
Omar, figura di spicco della sinistra americana di origine somala, Donald Trump
l’ha insultata, di nuovo, nel corso di un comizio in Iowa. E ha dichiarato che
sarà stata lei stessa a ordire la finta aggressione, dopo la diffusione del
video con un uomo che le spruzza un liquido da una siringa. Le offese del
presidente a lei e alla sua comunità di origine – definita “spazzatura” – non
sono una novità. Il presidente Usa ha insinuato che Omar sia coinvolta nello
scandalo dei sussidi pubblici esploso nello Stato delle Twin Cities – dove vive
il maggior numero di somali di tutto il Paese, circa 80mila – nel 2023 e ha
sollevato dubbi rispetto al patrimonio suo e del marito passato da circa 50mila
dollari a una cifra milionaria in poco tempo. Ma nei confronti della deputata
non è mai stata formalizzata nessuna accusa. Nei giorni scorsi, Trump ha poi
approfittato anche del palco di Davos per rincarare la dose contro la comunità
somala. “La situazione in Minnesota – aveva detto nei giorni scorsi quando 3mila
agenti dell’Ice stavano procedendo ad arresti di massa – ci ricorda che
l’Occidente non può importare in massa culture straniere, che non sono riuscite
a costruire una società di successo da loro”. “Noi abbiamo i somali – aveva
aggiunto facendo un riferimento specifico – che vengono dalla Somalia che non è
neanche una nazione, non c’è nulla”. E ha poi insultato gli immigrati somali
come “persone dal basso quoziente intellettivo” e “pirati”. “Potete crederci? la
Somalia, alla fine viene fuori che hanno un quoziente intellettivo più alto di
quello che credevo, io ho sempre pensato che questi lo avessero basso. Come
hanno fatto ad andare in Minnesota e rubare tutti quei soldi?”, ha detto
riferendosi all’inchiesta sulle frodi.
Ed è proprio questo il punto sul quale la Casa Bianca insiste. Continua infatti
a cavalcare il caso dei sussidi pubblici che ha coinvolto anche questa comunità
per inasprire la sua politica migratoria. Il presidente Usa parla da mesi di una
truffa ai fondi pubblici per 9 miliardi di dollari su un totale di 18, stessa
cifra ipotizzata dagli investigatori federali ma contestata dal governatore
dello Stato, Tim Walz, e che per ora non è ancora stata provata in tribunale. Ma
a che punto è la battaglia legale? Finora i procuratori federali hanno
documentato truffe per 300 milioni di dollari, principalmente nell’ambito del
programma alimentare “Feeding Our Future“, in cui sono stati creati elenchi
fittizi di nomi per fatturare pasti mai serviti ai bambini durante la pandemia.
Una truffa che ha sottratto cifre enormi ai fondi Covid, dirottati illecitamente
sull’acquisto di auto di lusso e immobili negli Usa e all’estero (specialmente
in Turchia e Kenya). Secondo i dati pubblicati dal governo, in 98 sono stati
incriminati – di cui 85 somali – e più di 60 sono stati condannati o si sono
dichiarati colpevoli. Sull’ondata dello scandalo giudiziario, il 13 gennaio il
governo ha annunciato la soppressione del programma Tps, che permetteva a circa
4mila somali di avere uno status legale temporaneo per vivere e lavorare negli
Stati Uniti.
Ma nel mirino, oltre a Feeding our Future, ci sono anche Medicaid e servizi
sociali, con indagini che riguardano frodi sugli stanziamenti per la terapia
dell’autismo, la stabilizzazione abitativa e l’assistenza domiciliare. Pur senza
prove, l’amministrazione Trump sostiene che i fondi siano finiti anche nelle
mani dei terroristi di Al-Shabaab, filone sul quale è stata aperta un’indagine
federale a fine 2025. L’amministrazione ha poi bloccato 185 milioni di dollari
di pagamenti per i servizi all’infanzia, dopo il video pubblicato il 26 dicembre
dallo youtuber conservatore Nick Shirley, secondo cui diversi centri per
l’infanzia e l’educazione gestiti da immigrati somali ricevevano fondi pubblici
senza fornire effettivamente i servizi. Di fatto dal 2019, i servizi per
l’infanzia in Minnesota sono sotto osservazione per presunte frodi, poi
certificate. Per questo lo Stato ha intensificato i controlli. Nelle strutture
segnalate dallo youtuber, “sono state verificate numerose violazioni delle
licenze statali in materia di pulizia, supervisione del personale e tenuta di
registri relativi a vaccinazioni e allergie – scrive in un pezzo di fact
checking Louisiana Illuminator -, ma non di frodi”. Oltre alla questione
migranti, che rimane il target principale, il Minnesota resta un bersaglio per
Trump anche per motivi strettamente politici. Nelle ultime tre elezioni il
presidente Usa ha ripetutamente dichiarato di avere vinto nello Stato,
nonostante i risultati ufficiali dicessero il contrario, e ha parlato di sistema
elettorale “corrotto”.
I dati sulla sicurezza – Oltre agli scandali dei fondi pubblici che entrano
nelle aule di tribunale e ai sussidi tagliati, intorno ai dati sulla sicurezza
il dibattito resta acceso e polarizzato. Alcune analisi, come quelle citate dal
City Journal nel gennaio 2026, sostengono che, normalizzando i dati per età e
sesso, i tassi di incarcerazione tra gli immigrati somali siano da due a quattro
volte superiori rispetto ai bianchi. I leader della comunità e le organizzazioni
per i diritti civili denunciano che queste statistiche sono distorte da un
over-policing (eccesso di controllo di polizia) sistemico. La comunità vive oggi
nel terrore: molti cittadini americani di origine somala hanno iniziato a girare
con il passaporto in tasca per paura di essere fermati e deportati illegalmente
durante i raid a tappeto. Molti non escono neanche più per fare la spesa, con
alcune chiese locali che si occupano di consegnare viveri ai residenti.
Le promesse in campagna elettorale – Donald Trump ha fatto dell’immigrazione uno
dei pilastri centrali della sua agenda politica. Un tema che in passato non era
tra le principali preoccupazioni degli elettori, ma che prima del voto di
novembre 2024 era schizzato invece ai primi posti. Tra le promesse c’erano
misure molto restrittive sui confini e sull’immigrazione interna: ad esempio,
l’annuncio di condurre quella che ha descritto come “la più grande operazione di
deportazione nella storia americana”, la chiusura delle frontiere ”non
autorizzate”, l’arresto e l’espulsione di chi attraversa illegalmente i confini,
e l’uso di strumenti legali come l’expedited removal per allontanare senza
udienze giudiziarie molti migranti irregolari. Per sostenere queste politiche ha
poi emesso un ordine esecutivo che mira a negare fondi federali alle sanctuary
cities e ad aumentare le sanzioni per chi non si registra come immigrato
irregolare.
Il Minnesota non è un’anomalia, è un test. Nei piani dell’amministrazione,
l’operazione Metro Surge è una prova generale per esportare questo modello in
altre sanctuary cities come Chicago o New York. È stato scelto perché offriva la
“tempesta perfetta”: una frode massiccia legata alle autorità locali, una
leadership democratica in crisi (Tim Walz ha annunciato che non si ricandiderà
governatore), una minoranza visibile da usare come bersaglio. Il Washington Post
ha raccontato il lancio di un’operazione in Maine, con arresti e tensione in
città come Portland e Lewiston, che hanno popolazioni somale e richiedenti
asilo, esplicitamente nel solco della stretta vista prima a Minneapolis. Il
Minnesota rappresenta poi l’antagonista politico ideale. Lo scontro
istituzionale è totale perché i vertici locali sono democratici che hanno messo
i diritti civili prima delle norme sulla sicurezza o sull’immigrazione. Nelle
scorse settimane, il Dipartimento di Giustizia ha compiuto il passo senza
precedenti di inviare mandati di comparizione (subpoena) al governatore Walz
(già candidato vicepresidente con Kamala Harris) e al sindaco di Minneapolis
Jacob Frey, accusandoli di “ostruzione all’applicazione delle leggi federali”
per il loro rifiuto di far collaborare la polizia locale con le squadre di
deportazione. Walz ha definito gli agenti federali inviati da Trump come “una
forza di occupazione violenta e non addestrata”, chiedendone l’immediato ritiro
dopo le sparatorie. Non è più solo una questione di polizia; è diventata una
questione di sicurezza nazionale agli occhi di Washington, cosa che permette
all’Ice e all’Fbi di aggirare le giurisdizioni locali con un mandato senza
precedenti.
L'articolo Trump e gli attacchi contro i somali e Ilhan Omar: perché sono
diventati bersaglio della Casa Bianca proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gregory Bovino viene richiamato e lascia il Minnesota dopo la morte di Alex
Pretti, ucciso per strada dalle forze dell’Ice di cui è a capo. Subito dopo la
morte dell’infermiere 37enne si era affrettato a dichiarare che “le vittime sono
gli agenti della Border Patrol. Le forze dell’ordine non aggrediscono nessuno”,
sostenendo che Pretti “era lì per una ragione”. Poco prima aveva parlato la
segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem su Fox, che ha evocato un atto di
“terrorismo domestico“. “Sappiamo che si è recato sulla scena e ha ostacolato
un’operazione delle forze dell’ordine, il che è contro la legge federale. È un
reato penale. Quando ha interagito con quegli agenti, e loro hanno cercato di
farlo desistere, è diventato aggressivo e ha resistito”, aveva dichiarato Noem,
sulla quale i dem vogliono ora aprire un’indagine per spianare la strada a un
suo possibile impeachment. Ma i video usciti sull’omicidio raccontano altre
verità: sono state diffuse immagini con riprese da diverse angolazioni, studiate
nel dettaglio, dove la dinamica dimostra che Pretti fosse disarmato e avesse tra
le mani solo un telefono, e non una pistola. I video hanno messo in forte
imbarazzo l’amministrazione Trump, tanto da portare alla rimozione di Bovino e
all’invio in Minnesota del capo delle frontiere nonché l’uomo delle deportazioni
record, Tom Homan. Il Governatore del Minnesota Tim Walz ha dunque definito le
prime dichiarazioni ufficiali “falsità deliberate”, aprendo la strada a
un’indagine per omicidio.
I TESTIMONI
A contraddire la versione del Dipartimento di sicurezza, due testimoni secondo
cui Pretti “si è avvicinato agli agenti della Border Patrol con una pistola
semiautomatica 9 mm” e “ha resistito violentemente” quando hanno cercato di
disarmarlo. Varie riprese della sparatoria, invece, mostrano dapprima l’uomo con
un telefono in mano (e non con una pistola), che filma agenti federali in mezzo
ad una strada innevata, concentrandosi poi su uno di loro che spinge via una
donna e ne fa cadere un’altra. Pretti si interpone tra l’agente e le donne,
tenta di difenderne una, poi alza il braccio sinistro per proteggersi mentre
l’agente gli spruzza contro spray al peperoncino. Quindi viene bloccato e
immobilizzato a terra da un gruppo di almeno cinque poliziotti federali, mentre
qualcuno grida quello che sembra un avviso sulla presenza di un’arma. Un filmato
sembra poi mostrare uno degli agenti mentre prende una pistola dalla cintura di
Pretti e si allontana dal gruppo con essa. Pochi istanti dopo, un collega con
una pistola puntata alla schiena di Pretti spara quattro colpi in rapida
successione. In rapida sequenza si sentono altri colpi mentre un altro agente
sembra colpire Pretti. Segue un fuggi fuggi generale, anche dei federali,
nessuno presta aiuto. Ci sono inoltre due testimoni oculari: in una
dichiarazione giurata hanno dichiarato che l’uomo non stava brandendo un’arma.
Uno è una donna che ha filmato il video più chiaro della sparatoria; l’altro è
un medico di 29 anni che vive nelle vicinanze. “Gli agenti – ha deposto – hanno
gettato l’uomo a terra. Non l’ho visto toccare nessuno di loro, non era nemmeno
rivolto verso di loro. Non sembrava stesse cercando di resistere, stava solo
cercando di aiutare una donna ad alzarsi. Non l’ho visto con una pistola. Lo
hanno gettato a terra. Quattro o cinque agenti lo tenevano a terra e hanno
iniziato a sparargli”. Quando ha tentato di prestare soccorso, inizialmente
glielo è stato impedito, ha proseguito il medico, riferendo che la vittima aveva
almeno tre ferite d’arma da fuoco alla schiena, oltre ad una sul torace
superiore sinistro e un’altra possibile ferita al collo.
L’ANALISI FRAME PER FRAME
È diventata il fulcro dell’inchiesta che contesta la ricostruzione del
Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) e le dichiarazioni delle autorità.
Combinando i video ripresi da diverse angolazioni dai passanti, emerge una
sequenza temporale che smentisce l’ipotesi che Pretti stesse minacciando gli
agenti o che fosse pericoloso nel momento in cui è stato colpito a morte. Ecco
cosa emerge dalle ricostruzioni tecniche dei momenti salienti dal video, in base
a quanto rilevato dalle analisi del New York Times e della National
Investigative Unit di Hearst Television:
L’approccio con gli agenti – I frame iniziali mostrano Pretti che non assume
alcun atteggiamento oppositivo. Ha un telefono in mano e sta filmando
l’operazione federale. Gli analisti di Usa Today sottolineano come il suo
atteggiamento sia difensivo: cerca di fare da scudo umano tra gli agenti e due
donne – manifestanti o passanti – che sono a terra.
La colluttazione e il disarmo – I secondi che seguono l’approccio con gli agenti
sono i più critici. Inizialmente Pretti viene circondato da almeno sei agenti:
contro di lui usano spray urticante, col risultato che finisce a terra in
ginocchio. Mentre il DHS ha inizialmente dichiarato che l’infermiere “brandiva
una pistola”, i frame analizzati da CNN mostrano chiaramente un agente in
borghese che si china su di lui, gli sfila la pistola dalla fondina (posizionata
sul retro della cintura) e si allontana con l’arma in mano. Dunque, al momento
degli spari, Pretti era disarmato, poiché la sua arma era già sotto il controllo
di un agente federale.
Gli spari e la morte – Nel video si sente distintamente il grido “Gun!”
(Pistola!). L’analisi acustica e visiva suggerisce che questo allarme sia stato
lanciato dopo che l’agente in borghese aveva già preso l’arma, scatenando una
reazione a catena per errore di comunicazione. Nel frame esatto del primo colpo,
Pretti sta cercando di rialzarsi da terra, voltando le spalle a parte degli
agenti. Non si sta dirigendo verso nessuno. A quel punto vengono esplosi 10
colpi in meno di 5 secondi. I frame finali mostrano gli agenti continuare a
sparare anche quando il corpo dell’infermiere è ormai immobile sull’asfalto.
Gli errori degli agenti – Secondo quanto riferito da esperti consultati da
MSNBC, sono stati tre gli errori cruciali da parte degli uomini dell’Ice. In
testa, la mancanza di coordinamento: gli agenti che hanno sparato non si sono
accorti che il collega aveva già messo in sicurezza l’arma di Pretti. Hanno
inoltre percepito come una minaccia il telefono che Pretti aveva in mano,
probabilmente scambiato per un’arma. Infine, la quantità di colpi esplosa
rappresenta un uso eccessivo della forza: gli spari sono infatti proseguiti
anche quando il soggetto, peraltro disarmato, era già immobile e inerme.
L'articolo Alex Pretti ucciso dall’Ice a Minneapolis: l’analisi del video
smentisce la versione del Dipartimento di sicurezza proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È lo Stato che vota democratico continuativamente da più di tutti gli altri: da
quasi 50 anni – per ben tredici elezioni presidenziali, dal 1976 al 2024 – il
Minnesota ha sempre scelto i candidati liberal, così come ha fatto Minneapolis
dal 1977. Questa è la quinta grande città a essere presa di mira dalla
repressione dell’immigrazione di Trump, dopo la sua promessa elettorale di
avviare la più grande operazione di deportazione di migranti clandestini della
storia. Quella nelle Twin Cities – Minneapolis e St Paul – è iniziata il
1°dicembre, “Operation Metro Surge”. Il braccio armato della sua strategia è
l’Ice (Immigration and Customs Enforcement), nata nel 2003 come forza
anti-terrorismo e ora incaricata di rastrellamenti di presunti migranti
illegali, che di fatto agisce impunita. A partire da gennaio, solo a
Minneapolis, ha ucciso Renee Nicole Good e Alex Pretti, due cittadini americani,
entrambi 37enni, che stavano assistendo alle loro azioni per le strade della
città. La Casa Bianca si è affrettata a difendere gli agenti, invocando
legittima difesa. In entrambi i casi, però, le immagini raccontano che per gli
agenti non c’era alcuna minaccia. Ma perché Trump ha preso di mira proprio il
Minnesota?
LA FRODE DEI FONDI PUBBLICI E IL CASO “FEEDING OUR FUTURE”
Da mesi la Casa Bianca cavalca lo scandalo ai sussidi pubblici che ha coinvolto
anche la comunità somala del Minnesota — la più numerosa del Paese con circa
80mila membri che Trump ha definito “spazzatura” e ha accusato di avere
“saccheggiato il sistema” — per attaccarla e inasprire la sua politica
migratoria. Come anticipato già a novembre, il 13 gennaio il governo americano
ha annunciato la soppressione del programma Tps – status che protegge circa
4mila immigrati somali -, che permetteva di avere uno status legale temporaneo
per vivere e lavorare negli Stati Uniti. “I cittadini somali beneficiari di uno
status di protezione temporanea (Tps) sono ora tenuti a lasciare gli Stati Uniti
prima del 17 marzo“, hanno scritto su X i servizi federali dell’immigrazione su
X. “Il nostro messaggio è chiaro. Tornate nel vostro paese o vi faremo tornare
noi stessi”, aveva aggiunto il Dipartimento per la Sicurezza Interna (Dhs). Nel
2022 è esploso infatti lo scandalo che ha riguardato in particolare il programma
“Feeding Our Future“, in cui la ong ha sfruttato i programmi federali di
nutrizione infantile per frodare il governo per circa 250 milioni di dollari,
sottraendo centinaia di milioni di dollari destinati ai fondi Covid. I soldi,
destinati a pasti per bambini bisognosi, sono stati usati per l’acquisto di
immobili di lusso e auto nonché immobili negli Usa e all’estero (specialmente in
Turchia e Kenya). Un caso deflagrato nel 2022, ma le cui indagini hanno
raggiunto il culmine tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.
Ma a che punto è la battaglia legale? Finora i procuratori federali hanno
documentato frodi per 300 milioni di dollari, principalmente proprio nell’ambito
del programma alimentare, in cui sono stati creati elenchi fittizi di nomi per
fatturare pasti mai serviti ai bambini durante la pandemia. Secondo i dati
pubblicati dal governo, in 98 sono stati incriminati – di cui 85 somali – e più
di 60 sono stati condannati o si sono dichiarati colpevoli. Da parte sua, però,
Trump e il presidente della Commissione di Vigilanza della Camera, James Comer,
parlano di cifre ben più alte, stimando a 9 miliardi di dollari il totale delle
truffe che hanno riguardato il welfare del Minnesota, su un totale di 18
miliardi di spesa. Cifre che coincidono coi sospetti degli investigatori
federali, ma che non hanno ancora ottenuto un riscontro in tribunale.
La principale condannata del caso è Aimee Bock, ex direttice esecutiva del
programma alimentare Feeding our future, che rischia 30 anni di carcere per
diversi reati – tra cui frode telematica, corruzione e cospirazione. “Aimee Bock
e Salim Said (ristoratore somalo-americano coinvolto nello scandalo) – aveva
dichiarato a marzo 2025, giorno del verdetto di condanna, il procuratore Usa
Lisa D. Kirkpatrick – hanno approfittato della pandemia di Covid-19 per mettere
in atto una frode su larga scala che ha rubato denaro destinato a sfamare i
bambini. Gli imputati – aveva aggiunto – hanno falsamente affermato di aver
servito 91 milioni di pasti, per i quali hanno ricevuto fraudolentemente quasi
250 milioni di dollari in fondi federali. Quei soldi non sono andati a sfamare i
bambini. Invece, sono stati utilizzati per finanziare il loro stile di vita
lussuoso. Il verdetto di oggi invia un messaggio alla comunità: le frodi ai
danni del governo non saranno tollerate”. Secondo quanto pubblicato dalla
Commissione per la Vigilanza e la Riforma del Governo della Camera il 7 gennaio,
i democratici dello Stato, a partire dal governatore Tim Walz, avrebbero
ignorato i segnali, rendendosi complici delle frodi ai danni dello Stato.
Ma nel mirino, oltre a Feeding our Future, ci sono anche Medicaid e servizi
Sociali, con indagini che riguardano frodi sugli stanziamenti per la terapia
dell’autismo, la stabilizzazione abitativa e l’assistenza domiciliare. Pur senza
nessuna prova, l’amministrazione Trump sostiene inoltre che i fondi dirottati
siano finiti anche nelle mani dei terroristi di Al-Shabaab, filone sul quale è
stata aperta un’indagine federale a fine 2025. L’amministrazione ha poi bloccato
185 milioni di dollari di pagamenti per i servizi all’infanzia, dopo il video
del 26 dicembre dello youtuber conservatore Nick Shirley, secondo cui diversi
centri gestiti da immigrati somali ricevevano fondi pubblici senza fornire
effettivamente i servizi. Di fatto dal 2019, i servizi per l’infanzia in
Minnesota sono sotto osservazione per presunte frodi, poi certificate. Per
questo lo Stato ha intensificato i controlli. Nelle strutture segnalate dallo
youtuber, “sono state verificate numerose violazioni delle licenze statali in
materia di pulizia, supervisione del personale e tenuta di registri relativi a
vaccinazioni e allergie – scrive in un pezzo di fact checking Louisiana
Illuminator -, ma non di frodi”. A gonfiare il caso anche i ripetuti attacchi
del presidente Usa a Ilhan Omar, prima somalo-americana a far parte del
Congresso, nata in Somalia e diventata cittadina statunitense nel 2000. Dal 2019
è membro della Camera: Trump ha puntato il dito contro l’aumento del patrimonio
suo e del marito, passato da circa 50mila dollari a una cifra milionaria in poco
tempo, e la accusa di essere collegata alle frodi del welfare in Minnesota. Nei
confronti di Omar però non è mai stata formalizzata nessuna accusa. Tutto questo
mentre i controlli sui migranti e le azioni dell’Ice nello Stato stavano
diventando sempre più violente. Oltre alla questione migranti, che rimane il
target principale, il Minnesota resta un bersaglio per Trump anche per motivi
strettamente politici. Nelle ultime tre elezioni il presidente Usa ha
ripetutamente dichiarato di avere vinto nello Stato, nonostante i risultati
ufficiali dicessero il contrario, e ha parlato di sistema elettorale “corrotto”.
LA RICHIESTA “SCANDALOSA” DI PAM BONDI
L’ultimo tassello della guerra contro l’establishment democratico dello Stato si
è consumato sabato, quando il procuratore generale Pam Bondi ha scritto a Walz e
delineato tre richieste: concedere al Dipartimento di Giustizia degli Stati
Uniti (DOJ) l’accesso agli elenchi di registrazione degli elettori, condividere
i registri dei programmi di assistenza sociale statali con le autorità federali
e abrogare le politiche delle città santuario che limitano la cooperazione con
l’Ice. Queste misure “ripristineranno lo stato di diritto, sosterranno gli
ufficiali dell’ICE e porranno fine al caos in Minnesota”, ha affermato Bondi.
“La sua lettera è un tentativo scandaloso di costringere il Minnesota a fornire
al governo federale dati privati su milioni di cittadini statunitensi, violando
le leggi statali e federali”, ha affermato Simon nella sua dichiarazione. La
richiesta è stata respinta anche dal governatore Walz.
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Trump ce l’ha col Minnesota proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sei procuratori federali in servizio nell’ufficio del procuratore degli Stati
Uniti per il Distretto del Minnesota si sono dimessi martedì 13 gennaio in un
gesto di protesta senza precedenti contro le pressioni della leadership del
Dipartimento di Giustizia (DOJ). Al centro della frattura interna c’è il modo in
cui il governo federale sta gestendo l’indagine sulla morte di Renee Nicole
Good, la 37enne di Minneapolis uccisa mercoledì scorso da un agente
dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Tra i dimissionari figura Joseph H. Thompson, 47 anni, numero due della procura
federale del Minnesota, noto per aver guidato importanti inchieste su frodi nei
servizi sociali. Thompson si è rifiutato di cedere alle richieste dei vertici
del DOJ di avviare un’indagine penale sulla vedova di Good, Becca Good,
ritenendo che spostare l’attenzione su di lei fosse “inappropriato” e non
pertinente alla responsabilità dell’agente nell’uccisione.
Fonti vicine alla decisione raccontano che il DOJ aveva chiesto all’ufficio
federale di perseguire la moglie di Good per presunti legami con gruppi di
attivisti contrari alle operazioni anti-immigrazione, un’indagine che secondo
Thompson distoglieva risorse da questioni più urgenti. I colleghi che hanno
lasciato l’incarico insieme a lui includono Harry Jacobs, Melinda Williams e
Thomas Calhoun-Lopez, tutti con lunga esperienza nelle rispettive divisioni di
competenza.
La decisione dei procuratori arriva in un clima già incandescente. Il DOJ ha
infatti stabilito di escludere l’unità per i diritti civili dall’indagine sulla
sparatoria, contrariamente alla prassi consolidata in casi di violenza da parte
di agenti federali, e ha respinto l’apertura di un’inchiesta per violazione dei
diritti civili nei confronti dell’agente implicato nella morte di Good.
La leadership federale ha inoltre tenuto ai margini le autorità statali del
Minnesota dall’indagine, provocando critiche da parte di funzionari locali e
avvocati, che lamentano una mancanza di trasparenza e l’opacità del processo
investigativo. Il caso ha già scatenato proteste a Minneapolis e in altre città
americane, con manifestanti che chiedono giustizia per Good e maggiore
responsabilità per l’uso della forza da parte delle agenzie federali.
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