Dal 15 gennaio scorso l’intero centro di Roma è diventato una zona dove non si
possono superare i 30 chilometri orari. Si tratta di un’area molto grande, quasi
una città. È dunque una quasi rivoluzione, del cui merito va dato atto al
sindaco ma ancor di più all’Assessore alla Mobilità, Eugenio Patané, che
speriamo ora riesca a far rispettare i limiti in maniera stringente.
Roma è una città che soffoca di macchine, autobus, camion di ogni tipo. È una
città pericolosa, soprattutto per i pedoni e per gli scooter, con uno dei tassi
di incidentalità e mortalità più alti d’Italia. Dunque questa misura, che
secondo tutti gli studi (ma anche i dati relativi a dove è già applicata),
diminuisce gli incidenti e la mortalità, oltre al rumore e allo smog, è
preziosissima. E personalmente l’attendevo davvero da tempo. Si spera che, con
gli anni, l’intera città di Roma diventi una città dove i limiti sono più bassi,
dove l’intero parco macchina rallenti, perché la velocità è la prima, assoluta,
causa di incidenti. E morti sulle strade.
Ma basta questa misura per evitare i drammi senza fine di famiglie distrutte,
così come l’inquinamento che provoca malattie respiratorie, ma anche quello
sonoro, che pure danneggia la salute? Ovviamente no.
Qui il discorso si fa più generale. A Roma ci sono troppe macchine che circolano
e la prima misura sarebbe potenziare il servizio pubblico, come si sta già
facendo, ad esempio aiutando i romani, da sempre macchino-centrici, a studiare e
scoprire che i mezzi pubblici possono funzionare bene (non sempre, è vero, ma la
situazione è migliorata). Anche se vanno più lente, infatti, comunque le
macchine sono troppe, ingolfano le strade, intralciano quando sono in doppia
fila. Parliamo di non so quante migliaia di tonnellate di acciaio e altri
materiali che ogni giorno si riversano in strada.
Il problema dei mezzi pubblici non riguarda però solo le città. Il nostro è un
paese fatto di aree montuose e spopolate. Aree dove si continua a non investire
in termini di mezzi pubblici, a dismettere ferrovie, e dove l’unica alternativa
quasi sempre è prendere la macchina. Vado spesso in vacanza in una valle
sperduta della Valnerina, dove non esistono autobus pubblici che colleghino i
paesi (!!!), solo una navetta un giorno a settimana per portare gli anziani –
per il resto del tempo segregati nelle loro case e frazioni – al mercato della
città principale. Anziani che non sanno come raggiungere, ad esempio, gli
ospedali, lontanissimi, nel caso abbiano visite o altro, perché appunto l’unica
strada è il trasporto su gomma. Che è il trasporto più pericoloso e infatti il
numero dei morti in Italia, circa 3.000 l’anno, continua a non scendere,
nonostante le raccomandazioni dell’Europa.
Ci sono due elementi di speranza tuttavia all’orizzonte. Il primo è il rapido
diffondersi della mobilità elettrica, grazie anche alla tanto temuta invasione
delle auto cinesi che, se pure metterà in crisi molte nostre aziende, non può
che essere benvenuta in termini sia di riduzione dell’inquinamento e dei morti
da inquinamento, sia in termini di riduzione delle emissioni, sia, anche, di
maggiore sicurezza. Le auto cinesi sono economiche e per questo riusciranno,
stanno già riuscendo a fare breccia nel mercato. A sbagliare sono state le
nostre case automobilistiche che hanno puntato solo sull’elettrico per ricchi.
L’auto elettrica è il futuro, ed è un bel futuro, per fortuna.
Il secondo motivo di speranza è l’auto a guida autonoma. Spero di non morire
prima di aver visto questa enorme rivoluzione, che finalmente renderà la
macchina un luogo più sicuro, come quando si prende un treno o un aereo. Perché
la guida non è affidata a un qualunque essere umano, magari anziano, leggermente
ubriaco, o comunque stanco, o distratto, ma ad una tecnologia. Non sono una fan
della tecnica a tutti i costi, eppure su questo fronte davvero ci potrà essere
maggiore sicurezza per tutti. E anche gli anziani potranno utilizzarla, invece
di essere tagliati fuori dalla guida, rimanendo senza autonomia, con conseguenti
depressione e isolamento.
Nel frattempo, bisognerebbe porre fine ad alcune ipocrisie. Come quelle dei
costruttori che fanno ancora macchine che vanno a oltre duecento all’ora quando
i limiti sono la metà. Le macchine andrebbero costruite impedendo loro di andare
veloci, semplicemente. Questo potrebbe essere fatto fin da subito. Eppure si
preferisce, evidentemente, alimentare la strage continua che accade ogni giorno,
in Europa e nel mondo, oltre che nel nostro paese.
Tornando a Roma: ridurre a 30km la velocità in centro non sarà proprio una
rivoluzione totale della mobilità romana ma, ripeto, ne rappresenta un passo
importantissimo, a livello pratico e simbolico. Finalmente, inoltre,
assomigliamo più a una città europea del nord che ad una metropoli di un paese
in via di sviluppo, come spesso accade per Roma, che su molti fronti è una città
di un’arretratezza spaventosa. Possiamo essere dunque contenti di questa misura
coraggiosa e importante, e possiamo, di conseguenza, tranquillamente ignorare le
critiche – tante, insulti compresi – così come le argomentazioni insensate. Ne
cito solo una, la più diffusa: “Ma a Roma si va a dieci chilometri per il
traffico, che senso ha”. Beh, appunto, se si va a 10 chilometri, non ci sarà
nessun problema se il limite è a 30.
Avanti dunque così, con meno morti e meno famiglie distrutte. Perché questo
dovrebbe essere l’unico obiettivo – se fossi sindaco sarebbe per me quasi
un’ossessione, sicuramente al primo posto in assoluto – dei nostri
amministratori. Basta funerali, basta palloncini, basta orfani oppure genitori
con figli morti. Vogliamo una città sicura, dove spostarci con tranquillità,
dove non temere per le persone che amiamo. E’ un nostro, sacrosanto, diritto.
L'articolo Benissimo la zona a 30 km a Roma. Ma la strada verso la sicurezza
stradale è lunghissima proviene da Il Fatto Quotidiano.