Una “opportunità di business”, non una delocalizzazione. Con quali risorse resta
da capire, visto che il 27% delle aziende dell’indotto, secondo un rapporto di
Pwc, è in “distress finanziario”, strozzata da volumi in calo con margini
ridotti e fatturato contratto mentre gli investimenti sono stati alti. Nel
giorno del faccia a faccia tra Stellantis e le aziende piemontesi della
componentistica auto per invitarle ad aprire proprie filiali in Algeria, a
supporto della fabbrica di Tafraoui dove il gruppo franco-italiano sta portando
avanti importanti investimenti, si accende un faro sulla manovra tentata dalla
multinazionale controllata da Exor della famiglia Agnelli-Elkann. Ad avviso di
Stellantis, l’incontro con i propri fornitori può aprire “nuove opportunità di
business”, mentre i suoi investimenti in Italia latitano.
“IL NORD AFRICA NON È IN COMPETIZIONE”
“L’incontro svoltosi oggi non ha nulla a che fare con delocalizzazioni o
produzioni realizzate in Algeria per essere esportate in Europa, ma si tratta di
un modello di produzione sul mercato algerino per il mercato algerino”, sostiene
Stellantis escludendo che l’ecosistema industriale che intende implementare in
Nord Africa sia in competizione con quello europeo.
INCENTIVI LOCALI E MANODOPERA A BASSO COSTO
Si tratta tuttavia delle stesse aziende che negli ultimi anni hanno patito più
di tutte la contrazione della produzione del gruppo in Italia, fino al record
negativo di 213mila vetture sfornate nel 2025, mai così poche dal 1954. Insomma:
il comparto in questo momento non ha grandi risorse per investire e, spingere
verso l’Algeria, lasciando immaginare incentivi locali e costi certamente bassi
per la manodopera, rappresenta un rischio per le fabbriche italiane.
PWC: “ITALIA MERCATO A BASSA PRODUZIONE”
Anche perché i volumi ridicoli dell’ultimo biennio si sono tradotti, secondo
un’analisi di Pwc, in un momento delicatissimo che risente anche del contesto
stagnante di vendite in Europa: “Nel 2025 la filiera della componentistica ha
subito gli effetti della contrazione dei volumi di produzione di veicoli in
Europa ed in Italia, ai minimi storici – si legge nel rapporto – La produzione
di veicoli continua a spostarsi dall’Europa verso la Cina, l’India e il Sud-Est
asiatico configurando l’Italia come mercato a bassa produzione locale ed elevata
incidenza di autovetture importate”.
LO STUDIO: FATTURATO GIÙ DEL 15%
I risultati? Secondo Pwc, tra i primi 315 operatori della componentistica
automotive italiana, il mercato ha registrato un calo del fatturato del 15%
rispetto al picco del 2023, con una marginalità in ulteriore contrazione
rispetto al 2024, dovuta principalmente alla difficoltà nell’assorbire i costi
fissi a seguito del calo dei ricavi. Così ad oggi il 27% delle aziende, sostiene
Pwc, è in distress finanziario. Esistono profitti solidi, specifica la
multinazionale della consulenza, “per chi punta sull’aftermarket e sul mercato
dei veicoli pesanti”.
LE FUSIONI COME STRUMENTO PER SOPRAVVIVERE
Per il futuro, Pwc vede numerose operazioni di acquisizione o fusione trainate
da investitori e buyer stranieri. La posizione di Stellantis, tra l’altro,
secondo i sindacati resta un suggerimento ad “abbandonare il territorio” invece
di “difendere e rilanciare l’eccellenza manifatturiera locale”. In una
lettera-appello alle aziende dell’indotto firmata da Fim, Fiom, Uilm, Fismic,
Uglm e Associazione Quadri, si ricorda che negli ultimi anni sono già state
perse 500 aziende e 35.000 posti di lavoro: “Non è solo una statistica, ma una
ferita aperta nel nostro tessuto sociale”.
I SINDACATI CHIEDONO RESPONSABILITÀ
Così oggi – proseguono – “migliaia di noi vivono nell’incertezza, tra salari
ridotti dalla cassa integrazione e la mancanza di un piano industriale di lungo
respiro. Questo declino è stato accelerato dal progressivo disimpegno di
Stellantis, che ha dirottato risorse e modelli strategici verso altri poli
produttivi, privando Torino del suo ruolo centrale”. Da qui la richiesta:
“Un’assunzione di responsabilità: il futuro di Torino si costruisce restando
qui, valorizzando il lavoro e restituendo dignità a chi, con fatica, continua a
sostenere l’economia di questa provincia”.
L'articolo Stellantis: “L’Algeria? Nuove opportunità per le aziende
dell’indotto”. Ma Pwc avvisa: “Una su 4 in distress finanziario” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Auto
La rivendicazione è chiara: la produzione in Italia crescerà nel 2026. E non è
che ci volesse molto a raggiungere un simile obiettivo dopo il peggior anno dal
1954. Limpido anche il secondo target: “Potremo ridurre il ricorso a strumenti
di cassa integrazione o contratti di solidarietà in alcuni dei nostri
stabilimenti”. Un traguardo che preannuncia già l’uso senza cambiamenti rispetto
ai numeri massicci in corso in altre fabbriche. Stellantis va al ministero delle
Imprese e del Made in Italy ad annunciare una ripartenza, davanti ad Adolfo
Urso, che non significherà piena occupazione né un rilancio sistemico. Basta
addentrarsi tra le pieghe delle dichiarazioni e guardare dentro le fabbriche del
gruppo per capire come gli annunci sono un gigante dai piedi di sabbia, sui
quali resta – tra l’altro – la spada di Damocle del piano industriale che l’ad
Antonio Filosa presenterà in primavera.
Alla vigilia di un incontro con le aziende dell’indotto piemontese alle quali
chiederà di investire in Algeria per sostenere la filiera corta a supporto
dell’espansione della fabbrica di Tafraoui, nonché nel giorno in cui annuncia un
nuovo stop agli impianti di Cassino, il gruppo controllato da Exor della
famiglia Agnelli-Elkann ha sostenuto che i segnali della ripartenza ci sono
tutti e il 2026 porterà volumi migliori. Si intravedono – sostengono – a
Mirafiori grazie alla 500 ibrida e a Melfi con la Jeep Compass. Si tratta di due
modelli che, nelle previsioni, varranno oltre 100mila vetture in più prodotte
nei prossimi undici mesi. Se Stellantis dovesse replicare i numeri degli altri
modelli fatti registrare nel 2025, supererà comodamente le 300mila unità. Cioè
poco più del 2024, che fu un anno disastroso. Del resto, negli scorsi dodici
mesi, si è fermata a 213mila auto: mai così poche dal 1954.
La vera sfida, oltre a vedere confermate sul mercato le stime per la 500 e la
Compass, è legata ai numeri della Fiat Pandina sfornata a Pomigliano d’Arco.
L’utilitaria soffre la concorrenza della Grande Panda, assegnata alla Serbia, e
quindi non è detto che quest’anno replichi i dati ottimi ma comunque in calo del
2025. Pur restando l’auto più venduta in Italia, infatti, si è registrata una
flessione del 14% che ha portato i sindacati a drizzare le orecchie perché la
Pandina è strategica per Pomigliano, l’unico stabilimento performante in Italia.
Melfi è l’altra fabbrica chiave con la Compass e l’avvio nei prossimi mesi della
produzione di Ds7 e Ds8, due modelli che in ogni caso non genereranno grandi
volumi. La prospettiva, tuttavia, è quella del ritorno del secondo turno e di
una saturazione dell’impianto all’80% nell’ultimo trimestre dell’anno.
Aspettative che dipendono dal mercato, soprattutto domestico, e che in ogni caso
non coinvolgono almeno altri due impianti. Stellantis ha confermato che Termoli
continuerà a fabbricare motori e cambi anche oltre il 2030. Il non detto è che
la gigafactory è sempre più probabile che non vedrà la luce e la fabbrica
molisana resterà appesa a un mercato che, in ogni caso, andrà verso la
consunzione seppur più lenta rispetto alle previsioni. Chi rischia sempre più è
invece Cassino, nel Frusinate: in quell’impianto Stellantis continua a produrre
modelli anziani, poco apprezzati dal mercato e costosi, e nel frattempo il
lancio dei nuovi è stato rimandato.
La fabbrica viene da un anno nero, segnato da 17mila unità sfornate, e da inizio
gennaio ha lavorato appena 4 giorni. Cassino si fermerà nuovamente a inizio
febbraio e non è escluso che lo stop venga allungato. Al momento, insomma,
l’azienda non è in grado di stimare quanto si produrrà neanche a marzo e le
previsioni dei volumi sono drammatiche. Se va bene, si tratta di un altro anno
di sofferenza e transizione. Nella peggiore delle ipotesi, lo stabilimento è a
rischio. Uno scenario che Stellantis continua a negare, così come la possibilità
di cederlo, nonostante le voci si rincorrano da tempo. Si tratterebbe, tra
l’altro, di una novità radicale perché vorrebbe dire che si aprirebbero le porte
a un altro costruttore chiudendo l’era del monopolio di Stellantis in Italia.
L'articolo Stellantis va al ministero a raccontare la ripartenza. Ma due
fabbriche sono in bilico e la gigafactory è scomparsa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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DACIA SANDERO 2026
La nuova Dacia Sandero, presentata a Milano, si è presentata con un
aggiornamento mirato, concreto e coerente con quello che questo modello
rappresenta da anni nel panorama automobilistico italiano ed europeo per il
marchio franco-rumeno. Il restyling 2026 non stravolge una formula che funziona,
piuttosto la affina, intervenendo su design, tecnologia e motorizzazioni,
mantenendo saldo il principio del miglior rapporto tra qualità e prezzo. Un
approccio che continua a premiare Sandero, confermata auto straniera più venduta
in Italia con quasi 50.000 immatricolazioni.
La nuova Sandero evolve nel design, ma con proporzioni che restano
riconoscibili, e dettagli raccontano un’auto più matura. Il frontale introduce
una nuova firma luminosa a LED a forma di T rovesciata, mentre la calandra
sfoggia una sottile linea di elementi bianchi che ricordano dei pixel, un
richiamo moderno che alleggerisce il disegno senza renderlo troppo ingombrante.
Anche il paraurti anteriore è stato ridisegnato per apparire come un unico
elemento compatto, mentre al posteriore debutta una nuova grafica dei fari LED,
sviluppata in verticale per aumentare la percezione di larghezza e stabilità.
Tra le nuove colorazioni spicca il debutto del Giallo Ambra metallizzato,
disponibile sia su Streetway sia su Stepway, mentre la tinta Sandstone amplia
l’offerta colori della versione più urbana.
All’interno, Sandero compie un passo avanti evidente in termini di percezione e
funzionalità, con le bocchette dell’aria che riprendono il motivo a T rovesciata
dei fari, creando un filo conduttore tra esterno e abitacolo. Lo spazio a bordo
resta uno dei punti di forza del modello, soprattutto considerando il segmento,
con la seduta posteriore che accoglie comodamente due adulti e il bagagliaio che
può essere ampiamente sfruttabile nella vita quotidiana, con soluzioni
intelligenti come il doppio pianale e i numerosi accessori fissabili tramite il
sistema YouClip.
Non manca nulla anche alla tecnologia di bordo, con il nuovo schermo centrale da
10” sugli allestimenti superiori con supporto wireless ad Apple CarPlay e
Android Auto. Resta in gamma anche Media Control, soluzione essenziale che
sfrutta lo smartphone come centro multimediale, mantenendo bassi i costi senza
rinunciare alla connettività, mentre Media Nav Live aggiunge navigazione
connessa e servizi online per chi desidera qualcosa in più.
Sul fronte sicurezza, di serie vengono proposti sistemi come la frenata
automatica d’emergenza con riconoscimento pedoni, il mantenimento attivo della
corsia, il riconoscimento dei segnali stradali e il monitoraggio della
stanchezza del conducente. Disponibili anche sensori anteriori, retrocamera e
blind spot warning sugli allestimenti più completi
La gamma motori prevede il nuovo Eco-G 120 che rappresenta un passaggio chiave,
infatti per la prima volta il motore GPL da 120 CV è abbinabile a un cambio
automatico a doppia frizione a sei rapporti. Grazie all’aumento della capacità
del serbatoio GPL a 49,6 litri, l’autonomia complessiva supera i 1.500 km sulla
Streetway. C’è anche il benzina TCe 100 da 100 cavalli, pensato per offrire
maggiore brillantezza nella guida quotidiana.
A partire dalla fine del 2026, Sandero Stepway accoglierà anche il nuovo Hybrid
155, una motorizzazione più evoluta che consentirà di viaggiare spesso in
modalità elettrica in città, ampliando ulteriormente l’offerta.
Il listino parte da 14.800 euro chiavi in mano per Sandero Streetway,
confermando uno dei principali punti di forza del modello. Le versioni Eco-G e
gli allestimenti più completi salgono gradualmente, mantenendo comunque un
posizionamento competitivo nel segmento. Sandero Stepway si colloca su una
fascia leggermente superiore, giustificata da assetto, design e dotazioni
specifiche, con prezzi che superano di poco i 18.000 euro a seconda delle
versioni. Le prenotazioni sono già attive, mentre il lancio commerciale è
previsto nei prossimi mesi, con arrivo negli showroom italiani per marzo.
L'articolo Dacia Sandero 2026, più tecnologia ma stesso prezzo furbo. In arrivo
negli showroom italiani – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
India e Unione Europea potrebbero annunciare già domani la firma di un accordo
commerciale che genererà un interscambio miliardario e con enormi prospettive di
crescita. Basti pensare che nel 2024 il commercio di beni fra le due regioni
valeva 120 miliardi di euro e più precisamente un import dall’India da 71,4
miliardi e un export europeo da 48,8 miliardi.
Ma le merci europee dirette all’India sono attualmente limitate da vincoli
commerciali e normativi che i nuovi accordi dovrebbero allentare, gli stessi che
hanno “azzoppato” l’export di vetture Made in Europe verso il Paese. L’accordo
garantirebbe una significativa riduzione dei dazi imposti da Nuova Delhi
all’export europeo: le tariffe doganali sulle auto importate dall’europa nel
Paese asiatico dovrebbero ridursi dall’attuale 110% al 40%, con la prospettiva
di scendere fino al 10% nei prossimi anni. Il governo indiano avrebbe già
accettato di tagliare immediatamente i dazi al 40% su 200 mila veicoli termici
con un prezzo di importazione superiore ai 15 mila euro. Il taglio dei dazi non
si applicherà però alle vetture elettriche.
Il raggiungimento dell’accordo sarebbe una boccata di ossigeno per i costruttori
europei, che a causa dei dazi vigenti non sono mai riusciti a esprimere il loro
potenziale sul mercato automotive indiano, il terzo più importante del mondo.
Peraltro colossi come Volkswagen, Mercedes o Renault possiedono fabbriche e
attività commerciali locali, limitate però dai dazi sull’importazione di
componenti e dalle difficoltà di collaborazione con la filiera indiana.
Oltre all’accordo commerciale, è prevista la definizione di strategia congiunta
attraverso cui saranno definite oltre 100 iniziative su sostenibilità, energia
pulita, tecnologia, innovazione, mobilità, governance globale e connettività, da
portare avanti nel corso del prossimo lustro.
L'articolo India-UE verso accordo sulle tariffe, svolta miliardaria per l’auto
europea proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mancano poche ore prima che il sipario si alzi sulla stagione endurance 2026.
Come sempre, il primo teatro che accoglierà le sfide tra i costruttori è quello
del campionato IMSA in America. Daytona: ventiquattr’ore ininterrotte nel nord
della Florida, traffico da metropoli notturna e fari che tagliano l’asfalto. La
24 Ore non è soltanto la gara che apre l’anno: è il luogo dove le parole
“resistenza” e “innovazione” diventano concrete e verificabili sul campo.
Per le case auto, infatti, l’endurance non è spettacolo fine a sé stesso. In
nessun altro tipo di competizione un’auto deve dimostrare così a lungo, e con
una severità così brutale, che la prestazione può convivere con l’affidabilità.
Le gare di durata servono proprio a questo: mettere sotto stress materiali,
elettronica, sistemi di raffreddamento, freni, gomme, sensori, software. E
soprattutto farlo nel contesto più complesso possibile, cioè nel traffico reale
di categorie diverse, con differenze di velocità enormi tra prototipi e GT. È
qui che nasce la tecnologia che poi ritroveremo, in forme diverse, sulle nostre
vetture di tutti i giorni.
In più c’è un elemento che nell’endurance conta quasi quanto la velocità: la
ripetibilità. Non basta un giro perfetto, serve una prestazione costante, per
ore, in condizioni variabili. È il motivo per cui queste gare sono considerate
una palestra industriale: ogni novità deve funzionare non “una volta”, ma
sempre. Una logica molto più vicina alla vita reale rispetto allo sprint.
Nelle notti dell’endurance la sicurezza è diventata un tema centrale, quasi un
personaggio. Tecnologie come il Collision Avoidance System di Bosch raccontano
perfettamente questa evoluzione: sistemi di supporto che, attraverso sensori e
logiche di segnalazione, aiutano a gestire situazioni di rischio e sorpassi nel
momento più delicato, quando stanchezza e visibilità ridotta aumentano la
probabilità dell’errore. Un angelo custode elettronico che non serve a “far
correre meno”, ma a far correre meglio, più lucidi e più protetti.
Accanto alla sicurezza c’è la transizione energetica. L’endurance è diventata la
disciplina dove la gestione dell’energia conta quanto la velocità pura, e non è
un caso che qui si sperimentino soluzioni ibride e componenti ad alta
efficienza. Anche questo è un ponte diretto tra pista e strada: non teoria, ma
pratica, validata gara dopo gara.
Daytona, quest’anno, è anche una passerella tecnica e simbolica. Ferrari porta
in pista il debutto mondiale agonistico della 296 GT3 Evo, con una presenza
numericamente importante già dal Roar Before the 24: sei vetture iscritte ai
test, divise tra GTD Pro e GTD, con diversi piloti ufficiali. Un modo
chiarissimo di dire che viene a misurarsi, e a farlo con un prodotto nuovo.
Allo stesso tempo, lo speedway della Florida segna la fine di un’epoca
Lamborghini: sarà l’ultima gara della Huracán prima del debutto della Temerario
a Sebring. Anche qui il cerchio si chiude in modo perfetto, perché la Huracán
debuttò proprio qui nel 2016 e costruì qui una parte della propria leggenda,
arrivando a vincere per tre anni consecutivi, dal 2018 al 2020. Una striscia che
in classe GTD nessun costruttore aveva mai firmato.
Nel frattempo, anche la sostenibilità smette di essere slogan e diventa
ingegneria. Il debutto in IMSA delle nuove coperture Michelin, già in linea con
quanto visto nel mondiale WEC, è una fotografia nitida: maggiore durata, minore
impatto ambientale, ricerca sui materiali. Nelle gare endurance la gomma non è
un accessorio, è strategia, riduzione dei pit-stop e quindi riduzione di
risorse.
Da questa notte americana, quella tra il 24 e il 25 gennaio, la stagione si
allarga al resto del mondo. Il mondiale WEC accende i motori con il Prologo
ufficiale il 22 e 23 marzo e poi con la 1812 km del Qatar a Losail il 28 marzo.
Da lì il campionato arriva in Italia con la 6 Ore di Imola il 19 aprile. La 24
Ore di Le Mans si correrà il 13 e 14 giugno.
Mentre il WEC costruisce la sua narrativa mondiale, il GT World Challenge Europe
prepara il proprio vertice: la 24 Ore di Spa, si correrà dal 24 al 28 giugno.
Italia protagonista con Monza con l’Endurance Cup dal 29 al 31 maggio, mentre
tappa Sprint a Misano dal 17 al 19 luglio.
L'articolo Daytona apre il 2026 endurance, IMSA lancia la sfida del WEC al
motorismo sportivo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il settore automobilistico mondiale affronta il 2026 in un contesto meno critico
sul fronte dei dazi rispetto a quanto si temeva a inizio 2025, ma con
prospettive che restano improntate alla prudenza. È quanto emerge dall’Industry
Credit Outlook 2026 di S&P Global Ratings, che analizza l’evoluzione del settore
dal punto di vista del credito.
Le pressioni tariffarie si sono attenuate soprattutto per gli OEM (Original
Equipment Manufacturer, ovvero i costruttori di veicoli) con una presenza
produttiva rilevante negli Stati Uniti. Tuttavia, le strategie messe in campo
per compensare i maggiori costi (come la riallocazione della produzione o la
rinegoziazione dei contratti di fornitura) richiederanno tempo prima di produrre
benefici concreti sui risultati finanziari e sulla qualità creditizia.
A pesare maggiormente sullo scenario è il rallentamento della domanda globale.
Europa, Cina e Stati Uniti mostrano una perdita di slancio delle vendite, che
aumenta la pressione competitiva sia per i costruttori tradizionali sia per
quelli cinesi, oltre che per i fornitori della filiera. In questo contesto, la
concorrenza si gioca sempre più su prezzi, volumi e contenuto tecnologico dei
veicoli.
Sul piano regolamentare, l’Unione Europea ha ammorbidito il divieto di vendita
di auto con motori a combustione interna previsto per il 2035. Tuttavia, i
vincoli intermedi restano stringenti: entro il 2030 i costruttori dovranno
comunque raggiungere una riduzione del 55% delle emissioni medie di CO₂ per
chilometro dell’intera flotta venduta. Questo obiettivo continua a spingerli
verso l’elettrificazione, limitando i margini di flessibilità strategica nel
breve periodo.
Le previsioni per il 2026 indicano il persistere di venti contrari legati alla
domanda e all’accessibilità economica. In Cina si sta esaurendo la domanda
arretrata accumulata negli anni precedenti, mentre negli Stati Uniti viene meno
l’effetto degli acquisti anticipati. A ciò si sommano inflazione ancora elevata,
aumento della disoccupazione e maggiori difficoltà per i consumatori nel
sostenere il costo complessivo di un’auto nuova.
La pressione sui prezzi resterà quindi elevata: molto intensa in Cina, in
aumento in Europa e altamente incerta negli Stati Uniti. Parallelamente cresce
la pressione sul mix di prodotto, cioè sulla composizione delle vendite: la
spinta ai volumi tramite modelli a contenuto più basso rischia di comprimere i
margini di profitto, penalizzando la redditività dei vari marchi e, a cascata,
dei loro fornitori.
Tra i principali rischi rispetto allo scenario di base figurano una prolungata
instabilità geopolitica e il processo di deglobalizzazione, che potrebbero
generare volatilità nei risultati e nei flussi di cassa. Le rinegoziazioni
commerciali, incluso l’accordo USMCA (United States–Mexico–Canada Agreement),
rappresentano un ulteriore elemento di incertezza. Infine, restano rilevanti le
pressioni sui costi della supply chain, legate all’ottimizzazione del footprint
produttivo, ai colli di bottiglia nei componenti e alla dipendenza da materiali
critici come le terre rare.
Nel complesso, secondo S&P, il 2026 si profila dunque come un anno di
transizione difficile: meno shock improvvisi rispetto al passato, ma tante sfide
strutturali ancora aperte.
L'articolo Auto globale, meno tensioni sui dazi. Ma il 2026 sarà un anno
complicato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Renault si appresta a sciogliere Ampère, il suo ramo da 12.000 dipendenti
dedicato ai veicoli elettrici e ai software. La società era stata creata alla
fine del 2023 ed era uno dei progetti di punta dell’ex Ceo Luca De Meo. Ma ora,
secondo quanto riporta Le Figaro, il costruttore automobilistico francese ha
presentato ai sindacati la sua intenzione di chiudere la società entro il
prossimo luglio.
Una decisione che sarebbe a impatto zero sui dipendenti: “Ingegneri e operai
verranno direttamente ricollocati nel gruppo Renault”, precisa Le Figaro
aggiungendo che il nome Ampère resterà soltanto per la batteria elettrica
denominata ‘Ampère Energy’ e il cosiddetto ‘Ampère Software’. Renault – che era
stato il primo gruppo a creare un’apposita società per le attività legate
all’elettrico – assicura che l’operazione sarà assolutamente ”neutra sul piano
sociale”.
L’obiettivo, garantiscono dalla sede di Boulogne-Billancourt, è solo migliorare
”l’organizzazione e i processi” nonché ”accelerare la performance dei siti
produttivi”. Della fine di Ampère si parlava già da tempo tra Parigi e
Boulogne-Billancourt ma la nuova dirigenza di Renault, scrive Le Figaro, ”non
voleva cancellare troppo rapidamente l’opera di Luca de Meo”, il dirigente
italiano passato di recente alla guida di Kering.
L'articolo Renault chiude Ampère, la società dedicata all’elettrico: era il
progetto di punta di De Meo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre da mesi il ministro delle Imprese Adolfo Urso insiste sulla necessità di
inserire i biocarburanti nel programma di transizione green del settore auto,
c’è un potenziale aiuto che – secondo le aziende del settore – il governo
continua a ignorare, a differenza di altri Paesi europei. Insomma, da un lato
l’esecutivo critica la postura europea riguardo al processo di elettrificazione
e si dice in prima linea per ammorbidire le regole; dall’altro non muove un dito
sul bioetanolo nonostante rappresenti una soluzione immediata per una parziale
defossilizzazione dei trasporti.
L’ITALIA RESTA INDIETRO: “FORTI INTERESSI IN GIOCO”
A suonare la sveglia è Assodistil, l’associazione che raggruppa i produttori di
distillati: “L’Italia continua a non sfruttarne il potenziale. Mentre nella
maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea è da anni parte integrante delle
strategie di decarbonizzazione, il mercato italiano resta fermo, frenato da
presunti vincoli logistici e da un quadro regolatorio insufficiente”, lamentano
i produttori. Per Assodistil, il governo fa “incomprensibilmente fatica” a
diffondere l’uso del bioetanolo in miscela con la benzina e la causa,
sostengono, è da ricercare nei “forti interessi in gioco”.
IN 19 PAESI EUROPEI, IL BIOETANOLO È GIÀ REALTÀ
Tra i 27 Paesi dell’Unione europea – ricorda l’associazione di categoria – sono
ben 19 quelli che “utilizzano già alla pompa la benzina E10, una miscela al 10%
di etanolo”. In Italia, invece, “si resta formalmente all’E5, che tuttavia nella
pratica equivale a un contenuto di etanolo prossimo allo zero”. Tra i Paesi più
avanzati c’è la Francia dove è disponibile il carburante E85, composto all’85%
di etanolo e con un costo inferiore rispetto alla benzina tradizionale. Una
diffusione che è stata incentivata, sottolinea Assodistil, “grazie a una
politica fiscale mirata che riduce le accise su questo carburante rinnovabile”.
ASSODISTIL: “SERVE UN CAMBIO DI PASSO NORMATIVO”
Il bioetanolo – attacca l’associazione – “non è una tecnologia del futuro, ma
una soluzione disponibile oggi” e quindi “continuare a ignorarla significa
rinunciare a un’opportunità concreta per ridurre le emissioni, rafforzare la
filiera industriale nazionale e allineare l’Italia alle migliori pratiche
europee”. Da qui la richiesta al governo: “Per sbloccare il mercato del
bioetanolo è necessario un deciso cambio di passo sul piano normativo.
AssoDistil chiede politiche capaci di stimolare la domanda attraverso obblighi
di miscelazione più ambiziosi, una revisione del regime fiscale che oggi
equipara inspiegabilmente il bioetanolo alla benzina fossile e l’adozione reale
dello standard E10, con un contenuto di etanolo superiore al 5%”, afferma Maria
Giovanna Gulino, presidente della sezione Bioetanolo di AssoDistil.
“LA NOSTRA FILIERA È GIÀ AVANZATA”. URSO SI DIFENDE
Il leader dell’associazione di categoria, Antonio Emaldi, ricorda che l’Italia
“dispone già oggi di una filiera industriale avanzata, ma la produzione
nazionale di bioetanolo, interamente di seconda generazione, viene destinata da
più di dieci anni quasi esclusivamente ai mercati esteri dove viene miscelato
con la benzina, a causa dell’assenza di una domanda interna. Una situazione che
penalizza lo sviluppo industriale del settore e priva il Paese di uno strumento
efficace e immediatamente disponibile per la decarbonizzazione”. Dal canto suo,
il ministro Urso sostiene che il governo stia “implementando azioni concrete per
accelerare lo sviluppo e l’adozione del bioetanolo e dei biocarburanti in
genere, sostenendo la domanda, sia nel settore agricolo che nel parco
circolante, e l’offerta, con fondi dedicati alla trasformazione dei siti
tradizionali di raffinazione in moderne bioraffinerie”.
L'articolo AssoDistil suona la sveglia al governo sui biocarburanti: “L’Italia
non sfrutta il potenziale, a differenza di altri Paesi Ue” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Stellantis chiama a raccolta le aziende dell’indotto auto piemontese a seguirla
in Algeria. L’azienda franco-italiana che ha come primo azionista Exor della
famiglia Agnelli-Elkann vorrebbe costruirsi una filiera nel Paese nordafricano
dove prevede di espandere la produzione nello stabilimento di Tafraoui, al quale
ha assegnato 6 nuovi modelli e punta all’assemblaggio di 90mila vetture
all’anno. Così ha organizzato un incontro nella sede dell’Unione industriali di
Torino chiamato “Stellantis Algeria meets Turin companies” per spingere i
fornitori a investire in Algeria con l’obiettivo di creare un polo dell’indotto
capace di fornire più del 35% dei componenti.
L’iniziativa ha fatto saltare dalla sedia la Fiom-Cgil, che intravede
nell’iniziativa un nuovo, potenziale inaridimento delle aziende con sede in
Piemonte: “Questa iniziativa è un’ulteriore conferma che Stellantis ha scelto di
fare i veri investimenti, quelli che garantiscono volumi e livelli
occupazionali, fuori dal nostro Paese. Va ricordato che oltre agli investimenti
in Nord Africa sono stati annunciati oltre 13 miliardi di investimenti negli Usa
che determineranno migliaia di posti di lavoro anche nell’indotto”, scrivono
Samuele Lodi, segretario nazionale e responsabile settore mobilità, e Ciro
D’Alessio, coordinatore nazionale automotive del sindacato.
“Al netto dei molti annunci e qualche importante novità come il lancio della 500
ibrida a Mirafiori e la nuova Compass a Melfi, comunque non sufficienti a
saturare e a dare prospettiva ai due stabilimenti, per l’Italia – aggiungono –
manca un vero e proprio piano industriale che possa garantire la piena attività
e l’occupazione dei nostri stabilimenti. Cassino, Termoli e Pomigliano attendono
urgentemente risposte”. Stellantis è attiva a Tafraoui da oltre due anni e
produce in quello stabilimento i modelli Tipo, Scudo, Ducato, Doblò e la Grande
Panda, dedicata al mercato domestico. A breve si aggiungerà anche la Opel
Frontera.
A fronte di un aumento delle auto assemblate, evidentemente, il gruppo ritiene
necessario creare una filiera corta abbattendo i costi e velocizzando la
disponibilità dei componenti. Anche perché, questo il suggerimento alle aziende
dell’indotto, il mercato automobilistico algerino “sta attraversando una fase di
forte crescita, trainata dall’aumento della domanda di veicoli nuovi e usati e
dalle politiche di investimento nel settore”. Insomma, esiste una “opportunità”
– si spiega nell’invito anticipato da TorinoCronaca – di “avviare linee di
produzione o di approvvigionamento locali, riducendo i costi logistici e
migliorando i tempi di consegna”. La traduzione è ovvia: venite, vi aiuteremo
noi ed esistono anche incentivi statali. Un invito che richiama quello del
gennaio 2024 con il quale spingeva la componentistica italiana a investire in
Marocco, altro Paese a basso costo nel quale Stellantis sta spingendo molto.
Per la Fiom si tratta di un disegno inaccettabile: “Ora che l’Ue sta modificando
il percorso di transizione verso l’elettrico, commettendo probabilmente un grave
errore di strategia e politica industriale, Stellantis non ha più alibi. È
necessario che il nuovo piano industriale anticipi i lanci già annunciati a
dicembre 2024 e li integri con ulteriori investimenti a partire dalla ricerca e
sviluppo e dalla gigafactory a Termoli”, dicono Lodi e D’Alessio chiedendo
“trasparenza” al governo. “Non si può affermare che con Stellantis tutto stia
andando bene – aggiungono stigmatizzando le parole del ministro delle Imprese
Adolfo Urso – La produzione precipita e la componentistica è in una condizione
ancora più critica. Il Governo deve prendere posizione rispetto alla volontà
della multinazionale di investire esclusivamente fuori dall’Europa”.
L'articolo Stellantis chiama a raccolta le aziende dell’indotto auto di Torino:
“Venite in Algeria con noi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ogni cinque auto elettriche vendute in Italia nel 2025, una era cinese. Una
percentuale che fa dire alla Uilm: “L’invasione diventa realtà”. Il sindacato ha
elaborato i dati Unrae notando come lo scorso anno sia stato quello del boom
delle vetture ecologiche “made in China” che vanno verso un dominio del mercato,
con una crescita del 336% in un contesto che ha visto lievitare le vendite del
44 per cento. Negli scorsi dodici mesi sono state vendute in Italia 94.973 auto
elettriche, quasi 30mila in più rispetto al 2024 quando ne furono vendute
65.989. E le cinesi? Sono passate da 4.200 unità a 18.300, triplicando la quota
di mercato nel contesto della motorizzazione green dal 6,4 al 19%.
LA GRANDE CORSA DELLE CINESI
Se si allarga il contesto alle vendite totali, i gruppi cinesi – la Uilm ha
considerato i marchi Mg, BYD, Omoda&Jaecoo, Leapmotor che fa capo a Stellantis,
Dfsk, Lynk&Co, Polestar e Voyah – si assestano al 6,5% con 99mila auto vendute,
quando nel 2024 si fermavano al 3% con 47mila unità. E le auto elettriche
prodotte in Italia? Sempre più marginali: nel segmento della motorizzazione sono
scese dal 3,6% del 2024 all’1,8%, frutto delle appena 1.735 vetture vendute da
Stellantis con la 500 elettrica assegnata a Mirafiori. Nel conteggio non sono
state inserite le auto di Dr Automobiles, che assembla nelle fabbriche italiane
componenti cinesi di Chery, Dongfeng, Jac e Baic. “Per anni abbiamo avvertito il
Governo sul rischio dell’invasione di auto cinesi nel nostro mercato e in
Europa, grazie a costi più bassi che minano la concorrenza. Oggi, con la nostra
ricerca, dimostriamo numeri alla mano, che quel rischio è diventato realtà e c’è
bisogno di una scossa immediata per evitare un disastro occupazionale, sociale e
industriale senza precedenti”, ha spiegato il segretario generale della Uilm
Rocco Palombella.
SOLO DUE AUTO ITALIANE TRA I 50 MODELLI PIÙ VENDUTI
Anche perché dei primi 50 modelli più venduti in Italia nel 2025, appena due
sono prodotti nel nostro Paese: la Fiat Panda, regina del mercato domestico, con
102mila vetture sfornate a Pomigliano d’Arco, e l’Alfa Romeo Tonale con 10.700
unità assemblate sempre nello stabilimento campano. Numeri che restano esiziali
di fronte alle 1,525 milioni di auto vendute lo scorso anno, in calo del 2,1 per
cento rispetto al 2024. “I dati sulle immatricolazioni in Italia delineano un
quadro drammatico per l’industria automobilistica nazionale – sottolinea il
leader Uilm – Mentre il mercato complessivo registra una piccola flessione e la
produzione crolla ai livelli del Dopoguerrra, i gruppi cinesi raggiungono una
crescita senza precedenti sia nell’elettrico che nel termico”.
PALOMBELLA: “STELLANTIS PORTI QUI NUOVI MODELLI”
La corsa dei cinesi, infatti, ha visto le vendite totali aumentare del 110% in
un mercato in difficoltà. “Quella che avevamo previsto come un’invasione è
diventata realtà – conclude – Siamo in una tempesta perfetta. Senza interventi
immediati, rischiamo di perdere una filiera fondamentale. Chiediamo a Stellantis
nuovi modelli, prioritariamente ibridi, in tutti gli stabilimenti italiani per
rilanciare la produzione e salvaguardare l’occupazione e l’anticipo del piano
industriale. Chiediamo all’Unione europea di cancellare le regole assurde del
Green Deal e e sostenere la produzione interna prima di considerare la rimozione
dei dazi alla Cina. Al Governo diciamo che il tempo delle passerelle è finito”.
L'articolo Un’auto elettrica su 5 venduta in Italia è “made in Cina”. L’alert
della Uilm: “L’invasione è realtà, il governo si muova” proviene da Il Fatto
Quotidiano.