La mobilità connessa in Italia cresce a ritmi sostenuti e supera i 3,36 miliardi
di euro di valore, ma il vero nodo resta quello delle competenze. È il quadro
che emerge dalla ricerca presentata a Napoli durante la prima tappa del roadshow
“Geely Auto Talks powered by Jameel Motors”, che ha acceso i riflettori su un
settore in piena trasformazione ma ancora alle prese con una carenza strutturale
di talenti.
Secondo lo studio, realizzato dall’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del
Politecnico di Milano con il contributo dell’Università Federico II, il comparto
ha registrato una crescita del 16% a fine 2024. A trainarlo sono soprattutto le
connected car, che valgono 1,66 miliardi, e i sistemi avanzati di assistenza
alla guida (ADAS), che raggiungono quota 1,2 miliardi. Tecnologie che non solo
rendono più efficiente la mobilità, ma hanno anche un impatto concreto sulla
sicurezza: tra il 2010 e il 2024 hanno contribuito a ridurre la gravità degli
incidenti del 13% e il tasso di incidentalità del 12%, generando un risparmio
sociale stimato in 2 miliardi di euro.
Eppure, a fronte di questa crescita, le aziende faticano a trovare le figure
professionali necessarie per sostenere l’innovazione. Il 75% delle imprese
segnala difficoltà nel reperire profili qualificati, soprattutto nei campi
dell’elettrificazione, dell’intelligenza artificiale e della sostenibilità. Le
persone più ricercate sono esperti di AI, specialisti di Big Data e
professionisti della cyber security, ma una posizione su quattro nell’area IT e
Data Management resta scoperta.
In questo scenario, molte aziende stanno ripiegando su strategie interne di
formazione, il cosiddetto modello “make”, per sviluppare competenze direttamente
in casa. Ma il messaggio che arriva da Napoli è chiaro: serve un salto di
qualità nel rapporto tra industria, università e istituzioni.
“Non basta immaginare la mobilità del futuro, bisogna costruire le competenze
per renderla reale”, ha sottolineato Marco Santucci, Managing Director di Jameel
Motors Italia per Geely e Zeekr. L’obiettivo è creare un ecosistema
collaborativo capace di formare nuovi talenti e accompagnare il settore in
quello che viene definito un vero e proprio “Rinascimento tecnologico”.
La scelta di Napoli come prima tappa del tour non è casuale. La città si prepara
infatti a ospitare l’America’s Cup 2027, offrendo un banco di prova ideale per
le nuove tecnologie di mobilità applicate ai grandi eventi. In questi contesti,
l’integrazione tra intelligenza artificiale, infrastrutture smart e sistemi di
gestione dei flussi diventa cruciale.
Non a caso stanno emergendo nuove figure professionali destinate a diventare
centrali: coordinatori di trasporto, supervisori di flotta ed esperti in Data &
Operation. Ruoli che riflettono il passaggio da un’industria focalizzata sul
prodotto a un ambiente più complesso, dove dati, software e servizi giocano un
ruolo sempre più determinante.
Le esperienze internazionali dimostrano che questa trasformazione è già in atto.
Dall’Oktoberfest di Monaco, con navette autonome di livello avanzato, alle
Olimpiadi di Parigi, dove sono stati sperimentati traghetti elettrici senza
pilota, fino alle 174 Smart Control Room già operative nel mondo per gestire i
flussi urbani in tempo reale.
Anche le istituzioni locali guardano con attenzione a questa evoluzione. Il
sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha evidenziato come gli investimenti sulla
mobilità sostenibile, anche grazie al PNRR, rappresentino una leva strategica
per lo sviluppo urbano. Ma ha anche ribadito che la vera sfida resta quella
della formazione e della valorizzazione delle nuove professionalità.
Il roadshow di Geely e Jameel Motors proseguirà ora in altre città italiane, con
l’obiettivo di rafforzare il dialogo tra tutti gli attori della filiera. Sul
tavolo ci sono iniziative concrete: dal finanziamento di dottorati e borse di
studio allo sviluppo della rete commerciale e dei servizi.
L'articolo Mobilità connessa, Italia in crescita ma mancano le competenze
adeguate proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Auto
Quello che doveva essere il primo giro su un taxi a guida autonoma si è
rapidamente trasformato in un momento di grande tensione per una donna
dell’Arizona e i suoi amici. Josephine Cristine Kaufman ha documentato
l’esperienza in un video condiviso tramite Storyful, che mostra il veicolo
tentare una svolta a sinistra prima di fermarsi improvvisamente nel bel mezzo di
un incrocio piuttosto trafficato. Mentre l’auto rimaneva ferma con i passeggeri
a bordo impauriti, gli automobilisti circostanti rallentavano per evitare lo
schianto.
UNA CORSA DA BRIVIDI
“Quindi non è andata bene, 0/10”, ha scritto in seguito Kaufman nella didascalia
del video, aggiungendo che il gruppo si era sentito “quasi” in pericolo. Nel
filmato si sentono le voci dei passeggeri preoccupate di quel che sarebbe potuto
accadere, con uno degli amici di Josephine che si scusa con gli altri
automobilisti. Dopo aver condiviso la clip online, Kaufman è tornata nella
sezione commenti con un aggiornamento su come è stata gestita la situazione. Ha
detto di aver ricevuto un’e-mail dall’azienda che riconosceva l’incidente e
prometteva di esaminare l’accaduto. “Questo non è il tipo di esperienza che
vorremmo offrire ai nostri passeggeri e stiamo esaminando la questione”, si
leggeva nel messaggio, come riporta People. Josephine ha inoltre aggiunto che la
compagnia le ha rimborsato il viaggio e le ha comunicato che l’addebito sarebbe
stato rimosso dall’estratto conto entro pochi giorni.
Sebbene la corsa si sia conclusa senza incidenti, il video ha alimentato il
dibattito sulla crescente presenza di veicoli a guida autonoma sulle strade
pubbliche.
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L'articolo Il taxi si ferma nel bel mezzo di un incrocio trafficato: il primo
viaggio sulla macchina a guida autonoma è da brividi – VIDEO proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Volkswagen taglierà 50.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030 a causa del
calo dei profitti, superando l’accordo con i sindacati raggiunto a fine 2024.
L’annuncio è contenuto in una lettera dell’amministratore delegato Oliver Blume
rivolta agli azionisti e inclusa nella relazione annuale dell’azienda. Il gruppo
aveva già raggiunto un’intesa con i rappresentanti del Consiglio di fabbrica
sulla gestione di 35.000 esuberi nell’ambito di un più ampio piano volto a
risparmiare 15 miliardi di euro all’anno. A quei numeri si aggiungono ora
ulteriori tagli che riguarderebbero Audi e Porsche, così come dalla sussidiaria
software di Volkswagen, Cariad.
La casa costruttrice tedesca ha chiuso il 2025 con un utile netto quasi
dimezzato a 6,9 miliardi di euro contro i 12,4 miliardi del 2024. Il margine
lordo è calato da 59,47 a 51,24 miliardi di euro. La causa del crollo degli
utili del 44% è da attribuire ai dazi statunitensi, alla concorrenza cinese e al
costoso rinnovamento di Porsche, fa sapere il gruppo. Per Volkswagen si tratta
dell’utile più basso dal 2016, quando il gruppo – sulla scia del Dieselgate –
dovette affrontare miliardi di dollari in spese una tantum a causa di richiami e
problemi legali relativi ai test sulle emissioni.
Guarda all’evoluzione delle vendite, Volkswagen fa notare che in Europa gli
ordini sono stati in aumento del 13% con un’imponente crescita dei veicoli
elettrici (+55%) che sono risultati fondamentali per il volume complessivo. Lo
scorso anno, a conti fatti, la quota di veicoli elettrici è stata pari al 22%
del totale degli ordini del gruppo. Per l’anno in corso Volkswagen prevede di
aumentare le proprie vendite fino al 3%, con un ritorno operativo sulle vendite
compreso tra il 4 a il 5,5%. Nel settore delle auto Volkswagen prevede un
ritorno sugli investimenti compreso tra l’11 e il 12% e il flusso di cassa netto
è previsto essere compreso fra 3 e 6 miliardi di euro, con una liquidità netta
compresa fra 32 e 34 miliardi di euro.
L'articolo Volkswagen taglierà 50.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nuovo terreno di confronto fra istituzioni europee e industria dell’automotive,
una filiera che oggi garantisce circa 13 milioni di posti di lavoro in tutto il
continente: ora in discussione c’è l’Industrial Accelerator Act, il nuovo
pacchetto di misure presentato da Bruxelles il 4 marzo scorso, volto a
proteggere e rilanciare la filiera dell’auto continentale, frenando al contempo
l’avanzata dei costruttori asiatici.
L’Industrial Accelerator Act stabilisce che per accedere a incentivi, sussidi e
appalti pubblici, i veicoli (elettrici, ibridi plug-in e a idrogeno) devono
essere obbligatoriamente assemblati all’interno dell’Unione Europea; che,
esclusa la batteria, almeno il 70% del valore dei componenti (calcolato sul
prezzo franco fabbrica) deve essere di origine UE; e che per motori elettrici,
sistemi Lidar, radar, telecamere, centraline e sistemi di infotainment, la
soglia minima di componenti prodotti in UE è fissata al 50%.
La batteria, invece, segue un percorso specifico basato sul numero di componenti
chiave prodotti nell’Unione: la proposta definitiva richiede che almeno 3
componenti principali (tra cui obbligatoriamente le celle) siano di origine UE.
Per le piccole auto a zero emissioni è previsto un bonus nel calcolo delle
emissioni (peso 1,3 anziché 1). Per ottenerlo, oltre all’assemblaggio UE, l’auto
deve rispettare o il limite del 70% di componenti locali o il requisito dei 3
componenti chiave della batteria. Sono considerati di “origine UE” anche i
componenti provenienti da paesi con cui l’Unione ha accordi di libero scambio,
con la Commissione che punta a portare il peso della manifattura sul PIL europeo
dal 14,3% (2024) al 20% entro il 2035.
L’Industrial Accelerator Act ha sollevato forti critiche da parte dell’industria
automobilistica, nonostante l’obiettivo dichiarato di rilanciare la manifattura
europea. Stellantis, pur avendo inizialmente sostenuto la necessità di
rafforzare il “Made in Europe”, boccia l’attuale formulazione definendola
eccessivamente complessa e priva di quella chiarezza necessaria per compensare
l’aumento dei costi produttivi continentali, legati soprattutto al prezzo
dell’energia (che potrebbe impennarsi col proseguire della guerra in Iran). Il
gruppo sottolinea come la proposta manchi di semplicità e rischi di trasformarsi
in una forma di neo-protezionismo che non risolve le dipendenze strategiche
dell’Unione. Anche l’Acea (l’associazione continentale dei costruttori) esprime
dubbi significativi, temendo che i nuovi vincoli possano generare costi
aggiuntivi per i costruttori, provocando un aumento dei prezzi dei veicoli e,
come boomerang, una conseguente contrazione del mercato complessivo.
Le divisioni tra i produttori emergono pure sulla definizione delle soglie di
origine: mentre la Commissione ha fissato al 70% la quota di componenti europei
(escludendo la batteria), le posizioni dei singoli marchi erano divergenti, con
Renault favorevole a una soglia del 60% inclusiva degli accumulatori e
Stellantis orientata verso l’80% esclusa la batteria. Altri costruttori come
Ford e Jaguar Land Rover, insieme alla tedesca VDA, temono che queste misure
inneschino ritorsioni commerciali da parte di partner internazionali,
specialmente dalla Cina. Permangono inoltre incertezze sulle relazioni con paesi
terzi come il Regno Unito e la Turchia, nonostante le parziali aperture di
Bruxelles volte a non escludere i partner legati da accordi commerciali
esistenti.
Sul fronte della filiera, i fornitori rappresentati dal Clepa vedono invece con
favore l’introduzione di soglie minime di contenuto locale per contrastare la
concorrenza sleale, pur chiedendo al Parlamento e al Consiglio UE di blindare le
regole per evitare elusioni. Anche l’Anfia (l’associazione nazionale della
filiera automobilistica) accoglie il provvedimento come un primo passo per
preservare il tessuto industriale, auspicando però che l’applicazione rimanga
circoscritta all’Unione e al massimo al Regno Unito. In generale, il malcontento
si estende oltre il settore auto: BusinessEurope (la Confindustria europea )
avverte che il piano, se non bilanciato, potrebbe creare più problemi di quanti
ne risolva, specialmente riguardo alle autorizzazioni industriali e alle misure
per attrarre investimenti esteri.
L'articolo Auto, l’Accelerator Act di Bruxelles divide i costruttori sul made in
Europe proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli attacchi all’Iran da parte di USA e Israele potrebbero ripercuotersi pure
sull’automotive, mettendo sotto pressione catene di approvvigionamento già
provate, col risultato di aumentare i costi per produttori e consumatori. La
chiusura dello Stretto di Hormuz – che ha fatto impennare le quotazioni del
greggio – colpisce una rotta marittima vitale su cui transitano grandi quantità
di gas naturale liquefatto, alluminio, semilavorati in acciaio e materie
plastiche.
Una chiusura prolungata paralizzerebbe le catene di fornitura automobilistiche,
in particolare in Asia ed Europa. Senza contare che l’aumento dei costi del
petrolio potrebbe minacciare le attività dei costruttori e dei fornitori
(inclusi quelli americani), deprimendo le vendite. Infatti, case
automobilistiche e fornitori dipendono fortemente dalle rotte Asia-Europa per
semiconduttori, materiali per batterie, elettronica e altri componenti ad alto
valore.
Si prevede che il conflitto in corso influirà sulle spedizioni di veicoli e
sulle vendite in Medio Oriente: la casa automobilistica cinese Chery è quella
con l’esposizione più alta, seguita da SAIC Motor e Great Wall. Secondo la
società di consulenza, Chery conta sulla regione per il 12% delle sue vendite
globali, SAIC per l’11% e Great Wall per il 6%.
Un quadro a cui vanno sommati i rialzi del greggio: nei giorni scorsi i prezzi
del petrolio sono aumentati di quasi il 7%, superando gli 82 dollari al barile.
Ma alcuni analisti hanno avvertito che i prezzi potrebbero sfondare i 100
dollari se il conflitto dovesse protrarsi per tutto marzo.
“Se le azioni militari continueranno in tutta la regione, la produzione di
petrolio subirà interruzioni, ben oltre il semplice trasporto marittimo”, ha
dichiarato alla testata specializzata Autonews Dan Hearsch, di AlixPartners:
“C’è da aspettarsi che il prezzo del petrolio subisca un’impennata, e che
continui a salire”. Eventuali attacchi da parte dell’Iran o un’espansione del
conflitto nel Mar Rosso o nel Canale di Suez sarebbero “estremamente dirompenti”
per il commercio.
David Whiston, analista azionario presso Morningstar Research Services, ha
dichiarato sempre ad Autonews che la difficoltà di spedire petrolio e altri
componenti automobilistici fuori dalla regione potrebbe aggravare la crescente
crisi del settore automobilistico: “Ciò non fa che aggiungere ulteriore
inflazione alla produzione di un veicolo, che sta già lottando contro i costi
dei dazi”. A lungo termine, c’è il rischio di un impatto più ampio sull’economia
e una potenziale recessione.
L'articolo Petrolio alle stelle e rotte a rischio. L’effetto Iran
sull’automotive proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’auto continua a svolgere un ruolo centrale nella vita quotidiana degli
automobilisti europei, nonostante l’aumento dei costi e la diffusione di nuove
forme di mobilità. È quanto emerge da una ricerca commissionata da Autohero e
realizzata dall’istituto Norstat su un campione di conducenti abituali in
diversi Paesi europei.
L’indagine evidenzia come, in Francia, il 62% degli automobilisti ritenga
impensabile vivere senza un’auto, mentre solo una piccola quota degli
intervistati afferma di poterne fare a meno. Si tratta di una dipendenza dal
veicolo privato più marcata rispetto ad altri Paesi europei presi in
considerazione, tra cui Italia, Spagna e Germania.
L’utilizzo dell’auto è legato soprattutto alle esigenze della vita quotidiana.
Gli spostamenti più frequenti riguardano le commissioni e la spesa, indicati dal
34% degli intervistati, seguiti dai tragitti casa-lavoro, citati dal 31%. Quote
più contenute riguardano invece attività come lo shopping o i viaggi per vacanza
e tempo libero. L’auto viene inoltre utilizzata per esigenze familiari: il
trasporto di figli o parenti, ad esempio, è segnalato più spesso dalle donne
rispetto agli uomini.
Nonostante l’importanza dell’auto negli spostamenti quotidiani, la maggior parte
dei tragitti risulta relativamente breve. Più di quattro automobilisti su cinque
dichiarano di trascorrere meno di un’ora al giorno alla guida, mentre il 75%
percorre meno di 100 chilometri al giorno. Tra i conducenti più anziani sono
particolarmente diffusi gli spostamenti inferiori ai 30 minuti.
La ricerca evidenzia anche alcune criticità legate all’uso dell’auto. Tra le
principali difficoltà citate figurano il costo del carburante, indicato dal 57%
degli intervistati, e la ricerca di parcheggio, segnalata dal 40%. Si tratta di
fattori che incidono sull’esperienza di guida quotidiana ma che, almeno per il
momento, non sembrano ridurre in modo significativo la dipendenza dal veicolo
privato.
Le alternative di mobilità restano infatti poco utilizzate. L’80% degli
intervistati dichiara di non aver fatto ricorso a servizi di mobilità condivisa,
come car sharing o car pooling, nell’ultimo anno. Dopo l’auto, le modalità di
spostamento più diffuse sono gli spostamenti a piedi, utilizzati dal 77% del
campione, seguiti dai mezzi pubblici e dalla bicicletta.
L'articolo Nove italiani su dieci non rinunciano all’uso dell’auto nella vita
quotidiana proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dieci giorni lavorati dall’inizio dell’anno, meno uno su 6. E non è detto che il
dato non peggiori. Così i sindacati dicono basta e annunciano che per un giorno
saranno gli operai a non andare al lavoro nella fabbrica morente di Stellantis,
quella di Piedimonte San Germano, alle porte di Cassino, nel Frusinate. Il 20
marzo sciopereranno e scenderanno in piazza di fronte a un inizio di 2026
peggiore della fine dello scorso anno, che era già stato il più nero nella
storia dell’impianto. Fim, Fiom, Uilm, Ugl e Fismic hanno indetto un’astensione
dal lavoro per accendere i riflettori sullo stabilimento, la cui produzione è
praticamente azzerata mentre il rilancio è una chimera.
La storia racconta come Stellantis abbia confinato Cassino ai margini. Nel 2025,
l’impianto laziale ha realizzato appena 19.364 auto, il 28% in meno rispetto al
2024 secondo i dati della Fim-Cisl contenuti nel report sullo stato degli
impianti in Italia. Mai così poche. Neanche dieci anni fa, nel 2017, durante il
primo anno con le produzioni Alfa Romeo Giulietta, Giulia e Stelvio, furono
135.263. I 2.200 lavoratori del Frusinate – solo negli scorsi dodici mesi sono
stati incentivati 250 esuberi – convivono con il contratto di solidarietà e
lavorano su turno unico da 4 anni, rinunciando quindi alle maggiorazioni
notturne. Non solo: nel 2025 la fabbrica è rimasta vuota per oltre 105 giorni.
Il futuro è tutt’altro che roseo: il gruppo franco-italiano ha rinviato negli
scorsi mesi le produzioni delle nuove Alfa Romeo Stelvio e Giulia. Due vecchi
modelli poco richiesti dal mercato: ne sono state assemblate solo 14.378 unità.
Le altre 5.000 sono Maserati Grecale, con la versione full electric che
rappresenta poco più del 4% del totale. Nel dicembre 2024, l’allora responsabile
Europa Allargata, Jean-Philippe Imparato, aveva annunciato al Tavolo Automotive
di fronte al ministro delle Imprese Adolfo Urso, che la nuova Stelvio sarebbe
stata lanciata nel 2025 e la Giulia nel 2026: tutto saltato, come le versione
con motore ibrido. Era previsto anche un terzo modello di alta gamma, mai
partito.
La partita che si gioca nell’impianto laziale è cruciale perché è un simbolo
della capacità di uno stabilimento di reggersi solo con auto premium, una delle
scommesse che Sergio Marchionne aveva lanciato per le fabbriche italiane ormai
molti anni fa. Così ora i sindacati hanno deciso di coinvolgere anche la
consulta dei sindaci, chiedendole di aderire rendere la manifestazione ancora
più partecipata. Al corteo del 20 marzo parteciperanno anche Rocco Palombella,
Michele De Palma e Ferdinando Uliano, i segretari generali dei metalmeccanici di
Uil, Cgil e Cisl.
L'articolo Stellantis, nella fabbrica morente di Cassino solo 10 giorni di
lavoro nel 2026. Scatta la protesta: corteo il 20 marzo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il mercato italiano dell’auto archivia febbraio con un segno positivo e numeri
in decisa crescita, ma con più di un elemento di cautela sullo sfondo. Secondo i
dati diffusi dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nel mese sono
state immatricolate 157.334 autovetture, contro le 137.965 di febbraio 2025: un
incremento del 14% che consolida il trend di inizio anno.
Nel primo bimestre 2026 le immatricolazioni si attestano intorno alle 300 mila
unità (+10,2% sul 2025), ma il confronto con il periodo pre-pandemia resta
negativo: rispetto al 2019 il mercato segna ancora un -12,9%. Un recupero dunque
incompleto, che evidenzia come il settore non abbia ancora riassorbito del tutto
gli effetti della crisi sanitaria e delle successive tensioni economiche.
Il risultato di febbraio è stato sostenuto in modo determinante dal noleggio, in
particolare quello a breve termine, e dalle auto-immatricolazioni ( le
famigerate Km zero) della rete. Senza la spinta del rent, la crescita si
fermerebbe attorno al +9%. Le immatricolazioni generate direttamente dai
concessionari hanno superato le 14.600 unità nel mese, pari a oltre il 9% del
mercato, in aumento di circa il 25% rispetto a un anno fa. Anche il canale
privati mostra un segnale di risveglio (+9,25% a febbraio), ma nel cumulato
bimestrale l’incremento si riduce al +2,38%, a conferma di una domanda delle
famiglie ancora fragile.
A sottolineare la natura di questa ripresa è Massimo Artusi, presidente di
Federauto: “La crescita delle immatricolazioni a febbraio è stata favorita dalle
politiche messe in atto da alcuni brand che hanno determinato il risveglio degli
acquisti da parte delle famiglie, con la conseguente ripresa del canale privati
da mesi in trend negativo”.
Come ha poi evidenziato il presidente di UNRAE, Roberto Pietrantonio, “il
Pacchetto Automotive segna un passo avanti, ma non è ancora all’altezza della
sfida. Europa e Italia non hanno recuperato i livelli del 2019 e il nostro Paese
resta in ritardo nella transizione energetica”. Un richiamo alla necessità di
accompagnare la ripresa con strumenti strutturali e stabilità normativa,
evitando di confondere un rimbalzo congiunturale con un consolidamento duraturo
del mercato.
Sul fronte delle alimentazioni si consolida il cambio di paradigma. L’ibrido
(mild e full) supera per il secondo mese consecutivo la metà del mercato con
oltre 82 mila unità a febbraio (52,2%, +34,8%), una quota impensabile solo due
anni fa. Le plug-in hybrid più che raddoppiano i volumi (+102,7%) raggiungendo
l’8,5% di quota, mentre le elettriche si attestano al 7,9% con circa 12.500
unità, in forte crescita rispetto all’anno scorso anche grazie agli incentivi
MASE prenotati in autunno e consegnati nei mesi successivi.
Artusi osserva che è “da registrare il consolidarsi nelle preferenze dei
consumatori dell’alimentazione ibrida e plug-in”, mentre l’elettrico puro
realizza “un risultato positivo, essenzialmente dovuto agli effetti degli
incentivi”, con il rischio che, una volta esaurita la spinta, riemergano le
perplessità legate alla carenza di fattori abilitanti e all’incertezza del
quadro normativo.
Nonostante i progressi, l’Italia resta fanalino di coda tra i principali mercati
europei: la quota BEV del 7,9% è lontana dal 22% della Germania, dal 28,3% della
Francia e da una media UE prossima al 20%. Nel frattempo benzina, diesel e GPL
continuano a perdere terreno con cali a doppia cifra, confermando una
transizione ormai strutturale nelle scelte dei consumatori.
L’inchiesta congiunturale del Centro Studi Promotor evidenzia però un clima di
prudenza tra i concessionari: oltre la metà segnala bassa affluenza nelle
showroom e ordini insoddisfacenti; per i prossimi mesi prevale l’attesa di
stabilità, con una quota significativa che teme un peggioramento. Pesano la
situazione economica generale, il livello dei prezzi e l’incertezza sulla
transizione energetica, mentre anche il mercato dell’usato, dopo anni di
vivacità, inizia a mostrare segnali di rallentamento.
Febbraio conferma dunque una partenza positiva per il 2026, ma la sfida sarà
trasformare un rimbalzo congiunturale in una crescita strutturale, capace di
riportare stabilmente il mercato italiano su volumi coerenti con il suo peso nel
panorama europeo.
L'articolo Mercato auto Italia, l’accelerazione di febbraio. Immatricolazioni a
+14% proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ingresso di PWP Srl nel perimetro di Eurocar segna un passaggio strategico nel
percorso di crescita del principale gruppo italiano nella distribuzione
automobilistica dei brand del Gruppo Volkswagen. L’operazione, presentata a
Firenze, riguarda i tre Centri Porsche gestiti da PWP: Firenze, Pescara e
Arezzo, e consolida in modo significativo il presidio del brand tedesco in
Toscana e in Abruzzo.
Eurocar, controllata al 100% da Porsche Holding GmbH – il più grande gruppo di
distribuzione automobilistica in Europa, facente capo a Volkswagen AG – in
questo modo prosegue un percorso di crescita basato su investimenti strutturali,
radicamento territoriale e sviluppo sostenibile. Nel Belpaese, il Gruppo opera
con oltre 1.900 collaboratori divisi in 50 sedi, rappresentando i marchi
Volkswagen, Audi, Škoda, Seat, Cupra, Porsche e Lamborghini. Nel 2025 Eurocar ha
consegnato circa 60.000 vetture e totalizzato oltre 630.000 ore produttive nelle
officine.
L’integrazione di PWP Srl si inserisce in questo quadro come un tassello
strategico per il segmento premium e luxury. La società impiega oltre 60
collaboratori e nel 2025 ha consegnato 650 vetture nuove e 250 usate, con più di
30.000 ore produttive nel post-vendita. Numeri che testimoniano una struttura
già solida e pronta a crescere ulteriormente grazie alle sinergie con il Gruppo
Eurocar.
Il Centro Porsche Firenze, concessionaria ufficiale dal 1989, rappresenta uno
dei poli storici del marchio in Toscana, con un focus su vendita, assistenza e
customer experience. Accanto alla sede fiorentina operano il Centro Porsche
Approved & Service Arezzo e il Centro Porsche Pescara, rafforzando una rete
capace di coprire in modo capillare il territorio. Accoglienza, qualità del
servizio, competenze tecniche e identità corporate Porsche restano i pilastri
dell’offerta.
Strategico anche l’equilibrio tra nuovo, usato certificato e Porsche Classic.
Accanto a una gamma sempre più ampia e tecnologicamente evoluta, il programma
Porsche Approved continua a rappresentare un asset centrale, con vetture
sottoposte agli 111 controlli ufficiali del marchio. Cresce inoltre l’attenzione
verso il mondo Classic, sostenuto da un dato emblematico: circa il 70% delle
Porsche prodotte dal 1948 è ancora oggi in circolazione.
L'articolo Eurocar amplia la rete con l’ingresso di PWP e rafforza i Centri
Porsche in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hanno lavorato poco quanto niente per scelta dell’azienda, costretti a convivere
con cassa integrazione e contratti di solidarietà, perdendo reddito. E ora, a
causa del bilancio disastroso, non riceveranno neanche il premio di risultato
che verrà invece erogato ai lavoratori degli stabilimenti sudamericani,
nord-africani e medio-orientali, cioè tre aree in cui non sono mancati
investimenti e volumi di produzione. C’è una nuova beffa per gli operai italiani
di Stellantis, reduci da un anno orribile nel quale hanno prodotto appena
213.706 auto e 166mila veicoli commerciali. E dimostra, come denunciano i
sindacati, che senza investimenti in Italia la situazione è destinata a
deteriorarsi ulteriormente per i dipendenti.
Alla luce della maxi-perdita da 22 miliardi di euro nel bilancio 2025, zavorrato
da 25 miliardi di oneri finanziari legati alla marcia indietro sull’elettrico,
la società ha annunciato che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né
bonus per i lavoratori. Poco male per i primi che dal 2021 si sono spartiti
oltre 54 miliardi di euro. Ma un problema di non poco conto per i dipendenti
colpiti dal taglio per il mancato raggiungimento degli obiettivi. La norma non
vale infatti per tutti. Si salvano gli assunti in Sud America, Nord Africa e
Medio Oriente, tre aree che non hanno vissuto un anno nero sotto il profilo
della produzione e delle vendite. A pagarne le spese sono gli assunti in tutte
le altre aree del mondo, compresa l’Italia.
In sostanza, arriva un doppio colpo per chi ha già dovuto convivere con un
taglio del salario legato a un anno di scarso lavoro. In Italia infatti, a
settembre, era in cassa integrazione o con contratto di solidarietà oltre il 60%
dei dipendenti a causa di un mercato che non premia i modelli prodotti nel
nostro Paese. Ora il mancato raggiungimento di vari indicatori nel bilancio,
preclude anche l’accesso al bonus legato ai risultati facendo perdere un’altra
importante componente del salario annuale.
“A differenza dell’anno scorso l’azienda, nonostante l’esplicita richiesta, non
erogherà nessuna forma di una tantum“, sottolinea ancora la Fiom-Cgil.
Festeggiano, invece, i dipendenti sudamericani, nordafricani e medio-orientali:
“Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in
Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono
beneficio”, rimarca la Fiom secondo la quale “è chiara la volontà” di Exor,
azionista di riferimento di Stellantis, di “disimpegno delle attività
industriali in Italia”.
Così la Fiom di Torino ha deciso di proclamare uno sciopero con uscita
anticipata di 4 ore per la giornata di venerdì: “Basta con la scusa delle leggi
europee, basta con le false parole su ‘Torino è central’, basta con l’incertezza
sul futuro e sulle produzioni. Oggi è arrivato un altro schiaffo alle
lavoratrici ai lavoratori del gruppo Stellantis, sia per chi ha sempre lavorato
sia per chi ha fatto cassa integrazione, il premio di quest’anno sarà zero”.
L’azienda denunciano in un volantino “sbaglia strategie e, mentre ai soci questo
‘errore’ ha portato altissimi dividendi negli anni, noi ne paghiamo il conto. La
situazione produttiva degli stabilimenti italiani è una scelta dell’azienda e
noi non ci stiamo. Noi non vi crediamo. Adesso basta”.
Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Aqcfr hanno espresso “grande amarezza” per il mancato
riconoscimento ai lavoratori della somma e “profonda preoccupazione per il
futuro”. I sindacati che hanno firmato la nota unitaria chiedono a Stellantis di
“puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche
italiane” e all’Unione Europea di “adottare i principi di neutralità tecnologica
e di libertà di scelta dei consumatori, nonché di abolire immediatamente il
famigerato sistema delle multe”.
L'articolo Stellantis in rosso, beffa per gli operai italiani: bonus solo in
Africa, Sud America e Medio Oriente. E scatta lo sciopero Fiom proviene da Il
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