Completata la parte teorica di un corso per elettricista della durata di tre
mesi, Omar viene mandato in una ditta a fare il suo periodo di tirocinio/stage,
parte integrante del percorso che lo porterà all’ottenimento della qualifica
professionale, senza la quale nessuno ti considera nemmeno. Lì per un mese
lavora insieme ai dipendenti – esperti e apprendisti – imparando un po’ alla
volta a fare le cose più semplici del lavoro, naturalmente gratis. Ogni giorno
alle 12 arriva il pranzo, ma è solo per i dipendenti, niente cibo per Omar, deve
portarselo da casa. Mi è capitato di andarlo a prendere all’uscita, era sempre
l’ultimo perché aveva spesso qualche lavoro da finire.
Alla sera va a fare il corso di italiano al Cpia che si trova dall’altra parte
della città, due ore fra andata e ritorno per due ore di lezione quattro volte
la settimana, l’omeopatia applicata all’istruzione. Sotto casa ha un Cpia, ma
non c’è mai posto. Uno dei suoi compagni di corso lo stage lo fa in una ditta
poco lontana, anche lui gratis perché è la regola. Alla mattina, come tutti i
dipendenti, sceglie fra i menù proposti quello che preferisce e consuma il pasto
con i suoi “colleghi”. Chi volesse pesare la differenza fra le due ditte non
deve cercarla nelle leggi, basta che faccia riferimento alla civiltà.
Idrissa ha superato i vent’anni da tempo, va ancora alle serali perché vuole
prendere un diploma, ma intanto deve lavorare per mantenersi. E’ alle dipendenze
di una agenzia di lavoro interinale, presta servizio in una grande azienda
insieme a un migliaio di dipendenti fissi, di quelli assunti dalla ditta stessa
con contratto e benefits. Un’azienda con una buona presenza sindacale, così che
i lavoratori sono ben tutelati. Gli interinali no, fanno lo stesso orario, le
stesse mansioni, ma non hanno diritto a nessuno dei servizi che l’azienda ha
concordato coi suoi dipendenti. Pazienza, si aggiusta, come i suoi colleghi
italiani bianchi che versano nella sua stessa condizione.
Quello che Idrissa non riesce proprio a capire è come mai lui viene licenziato
prima di ogni festività per essere riassunto subito dopo, mentre i suoi colleghi
“fissi” (anche quelli con contratti a termine) ricevono lo stipendio completo
ogni mese, feste comprese: a dicembre licenziato il 22, a gennaio riassunto il
7. Idrissa se lo fa bastare, è un po’ allarmato perché arriva a mille euro, ma
ne spende 100 in trasporti per andare al lavoro. Non capisce come mai nessuno
dei suoi colleghi “regolari” provi a dire qualcosa per aggiustare questa
disparità.
A metà aprile ’25 è scaduto il permesso di soggiorno di Omer, quindi presenta la
richiesta di rinnovo con kit postale. Seduta stante gli viene rilasciata la
ricevuta che attesta la richiesta presentata e lo convoca presso l’ufficio
stranieri della Questura per il completamento della domanda. L’appuntamento che
riceve è per 6 mesi dopo! Durante questo periodo, se verrà fermato o se dovrà
produrre i suoi documenti di soggiorno, sarà nelle mani dei suoi interlocutori
del momento: il funzionario pubblico rigoroso gli bloccherà pratiche e richieste
perché “non in regola coi documenti”, quello umano lo lascerà stare perché ben
conosce i meandri e le lungaggini. Pazienza – si dice Omer – sopporterò per sei
mesi, ma poi mi daranno il permesso di soggiorno per due anni.
A metà ottobre si presenta all’appuntamento in Questura e riceve un timbro sulla
ricevuta della Posta corredato da una sigla di 10 caratteri che costituiscono
l’identificativo della sua pratica. Da quel momento potrà seguire il suo iter
collegandosi al sito del Ministero degli Interni. Digitando l’identificativo
della pratica otterrà una risposta per colore: rosso (pratica che non esiste),
giallo (documento di soggiorno in trattazione); verde (presentarsi per il ritiro
del permesso). A metà gennaio ancora non compare alcun colore: la pratica di
Omer non risulta, deve ancora cominciare il suo iter. Sono passati 9 mesi dalla
presentazione della domanda.
I servitori dello Stato – in questo caso il Ministero degli Interni e le sue
articolazioni locali, a cominciare dalle Questure – sono sicuri di servirlo bene
(lo Stato) trattando così gli stranieri “a posto” e facendo finta di tenere a
bada quelli “non a posto” con l’esercito nelle strade e le gabbie albanesi?
A proposito di servitori dello Stato, Ahmed, marito dell’italianissima Giovanna
e lavoratore con contratto fisso e scolarità elevata, attende da giugno che la
Prefettura gli dica qualcosa sulla sua domanda di cittadinanza. Sul sito della
Prefettura la sua pagina è invariata da 8 mesi.
Di storie così ce ne sono tante, troppe. Coinvolgono persone – non solo migranti
– che rigano dritto, pagano le tasse se guadagnano, e costituiscono un modello
virtuoso e un esempio per chi arriva e per chi qui è nato. Servire lo Stato
significa anche separare il grano dal loglio, col conforto dello
stipendio-carriera sicuro e la certezza delle leggi da applicare con
responsabilità. Innanzitutto evitando di aggravare procedure e percorsi che
danneggiano i cittadini impedendo loro l’esercizio dei diritti e delle
prerogative (art. 1, L. 241/90). Raramente i servitori dello Stato negligenti
vengono chiamati a rispondere, perché le loro vittime sono spesso le persone più
deboli. Fermare questa deriva che conduce alla tirannia burocratica è uno dei
doveri di chi ha a cuore lo Stato di diritto.
L'articolo Molti migranti rigano dritto, ma lo Stato resta negligente: la
tirannia burocratica va fermata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Diritto di cittadinanza
Dal 2024 è in corso in Kuwait una campagna di revoca della cittadinanza di
dimensioni mai viste nella storia del paese. In un anno e mezzo, secondo
l’organizzazione Women Journalist Without Chains (Giornaliste senza catene),
oltre 50.000 persone sono state arbitrariamente private della cittadinanza: si
tratta di oltre il tre per cento della popolazione totale.
Questa campagna va inserita nel contesto di una serie di sviluppi politici che
hanno interessato la monarchia del Golfo, tra i quali il 10 maggio 2024 lo
smantellamento dell’Assemblea nazionale e, di fatto, la sospensione della
Costituzione.
Tali misure hanno consentito al governo di emendare la Legge sulla cittadinanza
senza un dibattito parlamentare e all’oscuro dell’opinione pubblica. Sono stati
ampliati i poteri del ministero dell’Interno e del Comitato supremo per la
cittadinanza.
La privazione della cittadinanza, sui cui motivi storici abbiamo già scritto in
questo blog, ha riguardato interi gruppi e famiglie, andando a penalizzare figli
e nipoti ma anche, in maniera retroattiva, generazioni precedenti. Di questa
sorta di “morte civile” stanno pagando il prezzo anche persone dissidenti e
attiviste.
Le conseguenze? Perdita dei documenti, licenziamenti, congelamento dei conti
bancari ed esclusione dai servizi pubblici fondamentali come ad esempio le cure
mediche, isolamento sociale.
A essere colpite, a seguito dell’abolizione dell’articolo 8 della Legge sulla
cittadinanza, sono state soprattutto le donne che avevano acquisito la
cittadinanza kuwaitiana tramite matrimonio e, naturalmente, i loro figli, con
conseguenze gravi per l’accesso all’istruzione: non si contano le espulsioni
dalle scuole pubbliche.
Nel 2025 è stato istituito un comitato per i reclami ma si tratta di un
organismo meramente amministrativo privo di indipendenza. L’accesso ai rimedi
giudiziari è dunque praticamente nullo.
L'articolo In Kuwait è in corso una campagna di revoca della cittadinanza: una
‘morte civile’ proviene da Il Fatto Quotidiano.