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Chi lavora per la pace? Ecco la mappa del disarmo e della nonviolenza in Italia
“Sono stato ingannato nella mia giovinezza, e sono stato ingannato anche da coloro che sapevano che ero giovane. Erano perfettamente informati. Sapevano che avevo vent’anni. Era scritto nei loro registri. Loro, invece, erano uomini, invecchiati, che conoscevano la vita e le astuzie, e che sapevano esattamente cosa bisogna dire ai ragazzi di vent’anni affinché accettino il salasso. C’erano professori, tutti i professori che avevo avuto fin dalle scuole medie, magistrati della Repubblica, ministri, il presidente che firmò i manifesti, insomma tutti quelli interessati in qualche modo a sfruttare il sangue di bambini di vent’anni”. Gli studenti tedeschi che il 5 marzo hanno scioperato per la seconda volta in tre mesi contro la leva militare, rifiutano di subire ancora l’inganno raccontato da Jean Giono nell’articolo pubblicato sulla rivista Europe nel 1934, ricordando il suo essere stato gettato, con una generazione di bambini europei, nell’”inutile strage” della prima guerra mondiale (oggi in Mi rifiuto di obbedire, Einaudi, 2025). Mentre anche gli studenti del resto d’Europa cominciano a mobilitarsi contro i processi di militarizzazione che li cercano, già da anni rifiutano l’inganno tanti obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti, costituendo davvero, dentro la guerra mondiale in corso, l’unico “asse del bene” possibile. Anche in Italia c’è una forte contrarietà, mista a grave preoccupazione, in ogni fascia d’età per il progressivo trascinamento del nostro Paese in guerra – ormai “sull’orlo dell’abisso” come ha ammesso in Parlamento il ministro Crosetto – con la sudditanza del governo agli interessi dell’asse criminale Trump-Netanyahu. Ma questi sentimenti rischiano di trasformarsi in rassegnazione e impotenza oppure esaurirsi nelle sole, necessarie ma non sufficienti, manifestazioni di piazza: perché siano politicamente generativi devono trasformarsi nella partecipazione attiva e continuativa di ciascuno alla costruzione dell’asse del bene. A partire dalla conoscenza e dal collegamento con la mappa dei fondamentali punti di riferimento per il disarmo e la nonviolenza del nostro paese. Perlopiù ignorati dai media, che si guardano bene dal dare parola e visibilità a chi lavora quotidianamente e costruttivamente per la pace con mezzi pacifici, sui piani organizzativo, politico, formativo e culturale. Eccone alcuni. Dal punto di vista organizzativo è necessario il riferimento alla Rete Italiana Pace e Disarmo, il network che coordina il più ampio numero di organizzazioni nazionali che lavorano a tempo pieno per la pace, il disarmo e la nonviolenza, operando prevalentemente attraverso campagne di cambiamento di lungo periodo. Intanto, dalla Sardegna all’Emilia Romagna, si stanno costituendo anche reti regionali, che aggregano le reti territoriali, anche in dialogo con le amministrazioni locali: è una società civile che fa dell’impegno per la pace non un tema occasionale, rispetto al quale mobilitarsi “al bisogno” sull’indignazione e l’emergenza del momento, ma una declinazione costante sui diversi piani per la decostruzione di tutta la filiera della guerra e della sua preparazione e la costruzione delle alternative, dalla dimensione strutturale a quella culturale. Sono politiche attive di pace agite dal basso. Tra le campagne in corso, la Campagna di Obiezione alla guerra curata dal Movimento Nonviolento che, sul piano internazionale, sostiene anche le spese legali degli obiettori di coscienza israeliani, ucraini, russi e bielorussi, e su quello interno promuove la sottoscrizione personale della dichiarazione preventiva di obiezione alla guerra. La Campagna ICAN-International Campaign to Abolish Nuclear Weapons per il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari tanto più necessario quanto più le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse si avvicinano pericolosamente al punto di non ritorno di una guerra nucleare. La Campagne Ferma il riarmo e Stop Rearm Europe contro le scellerate scelte italiane ed europee di accelerare lo spaventoso riarmo già in corso da decenni, che genera più guerre, anziché la pace come ingannano gli illusionisti della deterrenza militare. La Campagna Basta favori ai mercanti di armi! Contro il progressivo svuotamento della Legge 195/90 che rende ancora più opaco il commercio degli armamenti italiano, per il quale il SIPRI registra un aumento del 157% nell’ultimo quinquennio. Ma l’impegno consapevole si fonda anche sulla conoscenza dei saperi della nonviolenza, che vede lo sviluppo di percorsi di formazione diffusi, dalla Scuola di pace e nonviolenza di Verona all’Officina siciliana di nonviolenza di Palermo, al Dottorato nazionale in Peace Studies della Rete universitaria Runipace. Ad essi si aggiunge la recente pubblicazione di volumi tematici collettanei che forniscono utili strumenti di formazione e lavoro per la pace, tra i quali segnalo La coscienza dice No alla guerra, a cura di Enzo Sanfilippo e Annibale C. Ranieri (Centro Gandhi Edizioni, 2025); Lessico di pace, a cura di Valentina Bartolucci ed altri (Carocci editore, 2026); Uniti per la pace, a cura di Maria Rosa Ronzoni (Libreria Editrice Fiorentiina, 2026). Quest’ultimo contiene anche un mio contributo sul tema Se vuoi la pace prepara la pace: un impegno di responsabilità. Un impegno rivolto a tutti per contribuire ad alimentare l’asse del bene, mettendo il peso della propria persuasione “sulla bilancia intima della storia”, come scriveva Aldo Capitini sotto la dittatura fascista. Senza scoraggiarsi, senza delegare ad altri. L'articolo Chi lavora per la pace? Ecco la mappa del disarmo e della nonviolenza in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La risposta alla repressione non è la controviolenza, ma una strategia nonviolenta radicale e trasformativa
Nella policrisi sistemica nella quale l’umanità sta precipitando si dispiegano alcune di quelle “tendenze naziste” che il filosofo Giuliano Pontara paventava già agli inizi del XXI secolo: un sistema di violenza globale sempre più osceno e oppressivo, che si manifesta nel dilagare di guerre e genocidi nei conflitti internazionali e delle repressioni nei conflitti sociali; nella concentrazione senza precedenti della ricchezza che vede dodici miliardari più ricchi dei quattro miliardi più poveri della popolazione mondiale; nella normalizzazione dell’orgia di potere senza limiti delle élite occidentali che emerge dagli orrori vomitati dai files di Epstein; nella militarizzazione sempre più spinta della cultura e dell’economia, dell’informazione e della scuola, che travolgono la dimensione civile, in ogni accezione. Un sistema di violenza insopportabile a chiunque non ne sia complice e colluso o talmente vittima da non rendersi conto della violenza subita o rassegnato fino alla sua rimozione. Un sistema da trasformare fin dalle fondamenta. Dopo una mattina di formazione sulla cultura di pace a studenti e studentesse di una scuola di Bologna, al pomeriggio di sabato 31 gennaio ero al Convegno del Movimento Nonviolento di Verona su Alex Langer “facitore di pace”, mentre man mano arrivavano le informazioni delle violenze al corteo contro la chiusura del Centro sociale Askatasuna di Torino. Di fronte alle immagini, amplificate sui media nazionali, del poliziotto picchiato col martello ho ripensato al giovane Langer, insegnante a Roma tra il 1975 e il 1978, quando nelle manifestazioni di piazza, mentre partecipava con gli studenti alle proteste, il 2 febbraio del ‘77 soccorreva il poliziotto ferito da un colpo di pistola, come testimonia una celebre foto che lo riprende chino sull’agente sanguinate. Di fronte alle immagini, oscurate dai media nazionali, dei manifestanti inermi picchiati a sangue dai poliziotti a Torino, mentre i black bloc agivano indisturbati, ho ripensato alla trappola della violenza di Genova nel luglio 2001, quando venivano malmenati i nonviolenti per le strade, mentre i devastatori agivano liberamente, prima dell’omicidio di Carlo Giuliani, della macelleria alla scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto. Nonostante tutti gli indicatori dimostrino il pieno dispiegamento di un gigantesco sistema di violenza diretta, strutturale e culturale – per usare l’articolazione di Johan Galtung – i cui impatti sulla vita delle persone e sui loro diritti sono peggiori di quelli dei decenni precedenti, di fronte al quale è necessaria la resistenza e la lotta per la sua tramutazione, ogni contro-violenza di piazza – che sia agita da una esigua minoranza o rivendicata dagli organizzatori delle manifestazioni – non solo è eticamente sbagliata ma è contro-produttiva e funzionale al sistema che dichiara di voler combattere. Nonostante l’ennesimo decreto sicurezza sia un altro passo nel progressivo passaggio dallo stato di diritto allo stato autoritario di un governo che ha l’Ice di Trump come modello di riferimento – “Un fatto di cronaca viene strumentalizzato cavalcando l’onda emotiva dell’opinione pubblica”, scrive l’avvocato Nicola Canestrini, e “la frequenza e l’intensità con cui questo Governo ricorre alla leva securitaria rappresentano un salto di qualità nell’erosione dello stato di diritto” – solo la scelta intenzionale e strategica della nonviolenza è forza resistente e uscita di sicurezza. Ma la nonviolenza non è mera astensione dalla violenza: è esercizio dei suoi saperi e dispiegamento delle sue tecniche, dall’obiezione di coscienza individuale alla disobbedienza civile di massa. Non è indice di minore, ma di maggiore radicalità: rifiuta non solo i fini ma anche i mezzi dell’avversario e ne costruisce le alternative. La forza della nonviolenza vede nell’altro sempre un essere umano, mai un nemico e per questo spiazza la violenza della repressione che, invece, per funzionare deve trasformare l’altro in nemico, anche “interno”, alimentandone la paura. Un movimento all’altezza della gravità della situazione deve essere capace di sottrarsi ai riti estetizzanti che scimmiottano la violenza dei governi, evitando che un conflitto che coinvolge l’umanità possa essere trascinato nel cul de sac dello scontro di piazza con le forze dell’ordine, che ne occulta tutte le ragioni. Deve trovare la via d’uscita dalla polarizzazione riduzionista tra due soggetti antagonisti, contestatori contro poliziotti, per allargare sempre di più il consenso, la partecipazione attiva e l’impegno consapevole delle persone “normali” in grandi campagne di lotta: il capitiniano “potere di tutti”. Come accaduto, per certi versi, anche nei mesi scorsi con il sostegno diffuso all’iniziativa della Sumud Flotilla, la cui forza nonviolenta di fronte all’estrema violenza dell’esercito israeliano ha generato larga empatia. Esattamente quello che i poteri repressivi temono più di ogni altra cosa, agendo criminalizzazioni di massa volutamente innescanti quella violenza che dichiarano di voler reprimere. Per questo, accanto alla cultura di pace da diffondere nelle scuole per costruire gli anticorpi al bellicismo, è necessario moltiplicare percorsi di formazione nei movimenti per costruire conflitti nonviolenti. Per essere radicalmente trasformativi, anziché trascinati a diventare ritualmente funzionali. L'articolo La risposta alla repressione non è la controviolenza, ma una strategia nonviolenta radicale e trasformativa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il prof D’Orsi auspica la pace col ritorno a blocchi contrapposti: siamo lontani dalla lezione di Capitini e i Radicali
Qualche giorno fa, a Perugia, ho assistito ad una lezione magistrale senza contraddittorio né possibilità di domande del prof D’Orsi. La locandina di Umbria della Pace recitava “Siamo tutti figli di Aldo Capitini”, il perugino che portò il pensiero gandhiano in Europa. In questi tempi difficili, il dibattito tra pacifismo contro ogni guerra e nonviolenza gandhiana è necessario. La Marcia Perugia-Assisi nacque come atto politico per offrire dal basso una unione fuori delle ideologie dei blocchi Usa-Urss. D’Orsi teorizza che la unica speranza per la pace sia il ritorno ai blocchi contrapposti: una Russia potente, per contrastare l’imperialismo americano. Noi Radicali.it sosteniamo, andandoci fisicamente, le opposizioni liberali e democratiche ai vari regimi nel mondo, non esportando la democrazia, ma provando ad aiutare chi, rischiando la vita, vive e promuove diritti che noi abbiamo, chissà fino a quando. Sosteniamo lo stato di diritto, le istituzioni sovranazionali, Europa in primis, provando a migliorarla, invece di ridicolizzarla. Per Capitini, “la pace non può essere quella dei regimi autoritari dove non si spara perché tutti sono sottomessi”. D’Orsi ha passato due ore a celebrare Putin, peraltro fuori tema, visto che il titolo della conferenza riguardava la tragedia del popolo di Palestina. E’ difficile essere figli di Capitini: antifascista, incarcerato per due volte, visse con disagio la svolta armata della Resistenza partigiana; non poteva approvare l’uccisione del nemico. Bobbio, rivolgendosi a lui, sosteneva che la nonviolenza assoluta è un’etica per individui santi, ma non può essere la base di uno Stato: “che se non si difende militarmente è destinato a scomparire sotto i colpi di un aggressore violento”. Il Congresso del Partito Radicale nel 1967 rese Aldo Capitini padre spirituale della teoria e pratica della nonviolenza del movimento politico radicale. Salutò i Radicali come coloro che potevano portare la nonviolenza dal piano filosofico a quello dell’azione politica concreta. Il Satyagraha gandhiano, lotta per la ricerca della verità, innanzitutto interiore. Capitini indicò ai radicali che la loro forza non doveva risiedere nel numero di voti, ma nella qualità delle loro azioni: disobbedienza civile, obiezione di coscienza e verità pubblica. L’onorevole Roberto Cicciomessere, in seguito, disertore della leva militare obbligatoria, autodenunciandosi, passò un anno in carcere, ma è grazie alla sua sofferenza che abbiamo avuto la legge sulla obiezione di coscienza. Capitini capì che Pannella aveva la follia necessaria per non far morire le sue idee nei libri, portandole nei tribunali, in carcere, e forse anche dentro il Governo del paese. Cosa che riuscì ad Emma Bonino. “Voi Radicali siete oggi l’unica forza che può far uscire l’Italia dal pantano dei blocchi contrapposti attraverso la forza del diritto e della persona.” Caro D’Orsi, non ribilanciando i blocchi, ma uscendo dal pantano, che oggi fa rima con putiniano. Gandhi e Pannella sostenevano che, odiosamente e purtroppo, esistono situazioni di tale violenta aggressione che la resistenza armata purtroppo serve, come in Ucraina. Capitini certamente non avrebbe celebrato Putin. Postulo che Capitini sarebbe felice di dibattere con una delle 3 attuali cariche elette al congresso radicale, tutti under 30, Filippo Blengino, Patrizia De Grazia o Matteo Hallissey. I radicali non hanno mai proposto un disarmo unilaterale, ma bilanciato e controllato attraverso il diritto internazionale. Durante il suo mandato da ministra degli Esteri (2013-2014), Bonino ratificò tra i primi il Trattato internazionale sul commercio delle armi, volto a regolare il flusso di armi convenzionali e impedirne la vendita a regimi che violano i diritti umani. Sulla riduzione delle spese militari, si espresse per una razionalizzazione delle spese, sostenendo che la difesa europea dovesse essere integrata per evitare sprechi e ridurre il numero complessivo di armamenti in circolazione. Come ministra, Bonino ha dovuto gestire crisi internazionali pesanti, Siria, Libia, Egitto. Mentre Capitini avrebbe rifiutato ogni opzione militare, Bonino ha sostenuto l’idea della Ingerenza Umanitaria, la responsabilità di proteggere. Se una popolazione è vittima di genocidio, la comunità internazionale ha il dovere di intervenire, con sanzioni, come si sarebbe potuto fare a Gaza, anche con la forza se autorizzata dall’Onu, per fermare il massacro. Questo è il punto di caduta tra nonviolenza e politica estera: non si dichiara guerra per conquistare, ma si interviene per proteggere i civili, anche ucraini, signor D’Orsi, cambogiani, o afghani, perché la follia di un regime non è pace, pur tacendo le armi. La battaglia per il disarmo non può basarsi su un generico pacifismo, ma sulla convinzione che più diritto internazionale equivale a meno armi. Se la legge internazionale viene rispettata, le armi tacciono. Bonino si trovò di fronte alla crisi siriana e l’uso delle armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad. Dopo l’attacco chimico a Ghuta, Obama e la Francia erano pronti a bombardare. Bonino si oppose all’intervento militare unilaterale: dichiarò che l’Italia non avrebbe partecipato a nessuna azione militare senza un mandato esplicito dell’Onu. Non basta dire, signor D’Orsi, che l’Onu non serve più a nulla. Mentre cerchiamo di riformarla, la difendiamo, innanzitutto (come l’Europa). Bonino spinse per una soluzione che sembrava impossibile: il disarmo forzato ma non bellico e si arrivò all’accordo per la distruzione dell’arsenale chimico siriano. L’Italia offrì il porto di Gioia Tauro per la distruzione delle armi chimiche: un esempio concreto di disarmo operativo, senza sparare un colpo. Bonino propose che i responsabili dei massacri non venissero uccisi dai droni, ma portati davanti alla Corte Penale Internazionale (Cpi). Dal diritto alla forza, alla forza del diritto. Emma è stata figura di governo capace di portare le “tecniche” di Capitini e Pannella dentro le stanze felpate della Farnesina. Lei D’Orsi, che rifiuta il contraddittorio coi Radicali, è felpatissimo. L'articolo Il prof D’Orsi auspica la pace col ritorno a blocchi contrapposti: siamo lontani dalla lezione di Capitini e i Radicali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti, servono adulti coerenti e credibili
La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico” come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo annientamento. Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama “generazione ansiosa” – dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli Usa, gli esempi sono infiniti). Il legame tangibile tra la guerra nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento della Legge 185/90 che regolamenta il commercio di armamenti – vuole eliminare anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24 novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche i minorenni, potranno acquistarle anche online”. Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e culturale. La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi, nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti. Secondo Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”. Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono percepiti come agibili anche sul piano interpersonale. Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti, aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro ambiente sociale. L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale – incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione. Per certi versi è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario: fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse. Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano i conflitti sociali e internazionali. Che significa, sostanzialmente, essere adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando, inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace, alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza. L'articolo Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti, servono adulti coerenti e credibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
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