La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore
Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha
colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di
aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il
coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione
dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di
significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del
giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi
segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la
violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico”
come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo
annientamento.
Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama
“generazione ansiosa” – dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori
globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente
percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla
in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli
Usa, gli esempi sono infiniti). Il legame tangibile tra la guerra
nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli
interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli
d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento
della Legge 185/90 che regolamenta il commercio di armamenti – vuole eliminare
anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi
bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta
dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24
novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini
svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche
i minorenni, potranno acquistarle anche online”.
Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e
pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione
introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e
culturale. La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi,
nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la
violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti. Secondo
Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene
narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le
categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della
società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”.
Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente
violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente
comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti
culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano
internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono
percepiti come agibili anche sul piano interpersonale.
Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver
esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni
violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti,
aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche
attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso
l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro
ambiente sociale. L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di
adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale –
incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un
comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala
diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione.
Per certi versi è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne
siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario:
fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare
comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse.
Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il
tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un
contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano
i conflitti sociali e internazionali. Che significa, sostanzialmente, essere
adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i
saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica
del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad
ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici
contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando,
inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace,
alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle
scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza.
L'articolo Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti, servono
adulti coerenti e credibili proviene da Il Fatto Quotidiano.