Zouhair Atif, accusato dell’omicidio del giovane Youssef Abanoub, sarebbe già
stato segnalato dalla scuola alle forze dell’ordine. Come riporta La Stampa, il
ragazzo era anche stato preso in carico dagli assistenti sociali. Atif, che nei
corridoi dell’istituto Chiodo cinque giorni fa ha accoltellato a morte il
18enne, non era stato ritenuto pericoloso, né bisognoso di un supporto.
Nel 2024 era stato segnalato per due motivi: un litigio con un ragazzo albanese
fuori da scuola e delle passioni particolari di cui si sarebbe vantato con i
compagni. Durante la litigata, secondo i ragazzi, avrebbe tirato fuori un
coltellino svizzero. Per l’avvocato difensore erano solo “diverbi verbali“. Gli
interessi bizzarri sarebbero stati invece “riti satanici e magia nera“. Atif nel
2024 fu considerato come un ragazzo di quell’età, con la voglia di vantarsi con
i suoi amici.
Secondo i ragazzi, tempo fa avrebbe provato a replicare un rito al cimitero.
Questa passione avrebbe insospettito i professori. La sue ex fidanzata Stefania
continua a dire di non essersi mai sentita in pericolo ma conferma le volontà
suicide e autolesioniste dell’assassino, e aggiunge: “Aveva detto anche a me di
voler andare in Svizzera. Ma da quando uscivamo insieme sembrava stare meglio,
cercavo di mostrargli il lato bello della vita. Dava già un nome ai nostri
figli, nonostante fossero passati solo due mesi”. Oggi la ragazza verrà
interrogata come testimone chiave. La giudice Marinella Acerbi però non crede
alla versione della foto di Atif, e parla nell’ordinanza di “allarmante
disinvoltura“. Una foto per potrebbe essere deepfake.
Domani, alle 15, ci saranno i funerali nella Cattedrale di La Spezia in cui è
lutto cittadino. Oggi l’autopsia di Abanoub. I ragazzi, fuori da dove si terrà
l’esame sul corpo, hanno riportato i cartelli per l’amico. Oggi sono rientrati a
scuola, e hanno avuto i primi confronti con i professori. Lo hanno deciso alle
8.35, a metà della prima ora. Alcuni professori erano usciti dalla classe per
abbracciarli.
L'articolo “Risse, riti satanici e magia nera”. Atif era già stato segnalato e
non ritenuto pericoloso prima di uccidere Youssef Abanoub proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - La Spezia
di Dafni Ruscetta
Da insegnante mi interrogo sull’ennesimo episodio di violenza tra i giovani,
questa volta forse più allarmante in quanto agito all’interno del contesto
scolastico istituzionale. Provo a ragionare in quali termini porre la questione
agli studenti nei prossimi giorni, quando inevitabilmente se ne parlerà in
classe. Ho imparato in questi anni che l’autenticità può essere la modalità più
efficace di relazione con loro su questi temi, perché forse non esistono schemi
preconfezionati sull’educazione alla vita.
La riflessione è anzitutto su un’epoca storica avara di profondità umana, in cui
ignoriamo i nostri stessi limiti, tanto in adolescenza come in età adulta. La
società dell’edonismo continuo – purtroppo solo per chi vive da questa parte del
mondo – ci ha fatto perdere di vista la nostra vera natura di esseri viventi,
che è ‘finita’, perché l’ordine universale è più grande di noi. Anzitutto
dovremmo educare i ragazzi a questa finitezza, dovremmo insegnargli che
accettare il limite è una costante dell’esistenza. Sul tempio di Apollo a Delfi
stava scritto “Nulla di troppo”, un invito alla temperanza, a evitare ogni forma
di eccesso. L’importanza del giusto equilibrio – dello “sfiorare che si
trattiene dall’afferrare”, cioè la consapevolezza del confine tra desiderio e
rispetto – non solo nel comportamento ma anche nelle parole, come principio di
armonia.
È proprio l’assenza di limiti a generare presunzione, arroganza, confusione, con
il rischio – sempre più evidente – di perdersi, di affondare nel naufragio
esistenziale, di attivare quella sofferenza psicologica che spesso sfocia in
violenza reale. Il non rendersi conto dei confini ci fa vivere nell’esaltazione
dell’onnipotenza, del poter desiderare ogni cosa. Gli stimoli offerti dalle
nuove tecnologie della rivoluzione digitale degli ultimi anni offrono perlopiù
modelli culturali che contribuiscono a questa visione, generando nei giovani
quel desiderio illimitato e quell’attrazione verso ‘eroi’ inadeguati, riducendo
il senso di responsabilità individuale. Eppure non è tanto alla soppressione del
desiderio che occorrerebbe tendere, quanto alla sua moderazione.
Il modo in cui i ragazzi intendono il limite impone una analisi urgente, ma
soprattutto una concreta azione culturale di lungo termine per ridare loro
consapevolezza, perché sul tempio di Delfi stava anche scritto “Conosci te
stesso”. È soltanto conoscendo noi stessi che possiamo vedere gli altri.
Ma dobbiamo essere onesti: la preoccupante situazione attuale è anche il
prodotto di chi ha contribuito a costruire quel contesto. Non è necessariamente
una semplificazione affermare che le nuove generazioni siano cresciute in una
condizione di iperprotezione, spesso segnata da una carenza di regole e di
confini chiari. È dunque responsabilità di noi adulti offrire nuovi modelli di
identificazione, soprattutto attraverso relazioni più intime con i nostri
adolescenti, senza alcun timore di discutere apertamente con loro di rabbia,
tristezza, frustrazione, gioia. Le famiglie e gli educatori in generale
dovrebbero tornare ad ascoltare profondamente i giovani, perché è ciò che loro
desiderano davvero: adulti autorevoli di riferimento. Chi ha mai provato ad
affrontare questi argomenti in una classe sa che i ragazzi partecipano
intensamente, perché sentono il bisogno di parlare di temi che riguardano la
loro vita. Hanno necessità di saper comprendere e gestire le emozioni, per avere
un contatto più profondo con le dimensioni della propria umanità, per essere
disposti ad affrontare con coraggio i momenti difficili e le paure.
Dicevamo che la nostra natura è finita, ma l’uomo deve pur tendere all’infinito,
senza mai raggiungerlo, avvicinandosi a esso il più possibile, come aspirazione
universale dell’essere umano. Educare al limite significa agire da ‘setaccio’,
trattenendo ciò che è autentico, lasciando filtrare il superfluo, rendendo così
possibile la comprensione della realtà e di ciò che è veramente sacro per
l’esistenza.
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L'articolo Ho riflettuto su come affrontare in classe i fatti di La Spezia: con
autenticità parlerò di limiti proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Vogliamo giustizia” è la scritta che aleggia sulle porte di scuola. Ad
attaccare il foglio è stata una ragazza sulle spalle di un coetaneo, un gesto
per arrivare più in alto e chiamare all’attenzione il mondo dei grandi. Nella
mattina del 19 gennaio, un centinaio di giovani studenti e studentesse hanno
manifestato di fronte all’ingresso dell’Einaudi-Chiodo di La Spezia per la morte
di Youssef Abanoub, il 18enne accoltellato a morte nell’istituto ligure.
Dopo la tragedia c’è tensione in città. Il sindaco Pierluigi Peracchini,
nonostante le iniziali riluttanze, ha proclamato lutto cittadino per il giorno
dei funerali del giovane Youssef. Alla veglia organizzata dai coetanei e dalle
coetanee del ragazzo non sono mancati momenti di tensione. Qualcuno ha portato
cartelli che accusano direttamente il personale scolastico: “I prof sono
complici”, si legge su uno di questi. Qualcun altro ha provato a bloccare
l’ingresso dell’edificio, scontrandosi con un collaboratore scolastico: a
placare gli animi ci ha pensato la Digos, provocando lo spavento e
l’allontanamento di alcuni presenti.
La manifestazione si è conclusa al sotto al Tribunale spezzino. Dopodiché, le
persone presenti si sono dirette all’obitorio, dove si trova ora Youssef: la
salma del ragazzo è a disposizione della magistratura, che ne ha disposto
l’autopsia. Le partecipazioni al corteo sono state centinaia: oltre che
dall’istituto professionale, sono giunte presenze anche dai licei Mazzini e
Fossati e da altri istituti superiori della città.
Il giorno prima, sul sito dell’istituto era stato pubblicato un comunicato
scritto dalla preside Gessica Caniparoli, in cui veniva annunciato l’inizio del
“percorso di elaborazione del tragico lutto che ha colpito la comunità
scolastica”, con il sostegno del supporto psicologico.
Immagini prese dalle storie pubblicate sul profilo Instagram di Unione degli
studenti La Spezia: @udslaspezia
L'articolo “I prof sono complici”: momenti di tensione davanti alla scuola di La
Spezia dove è stato accoltellato Youssef Abanoub proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore
Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha
colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di
aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il
coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione
dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di
significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del
giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi
segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la
violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico”
come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo
annientamento.
Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama
“generazione ansiosa” – dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori
globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente
percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla
in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli
Usa, gli esempi sono infiniti). Il legame tangibile tra la guerra
nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli
interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli
d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento
della Legge 185/90 che regolamenta il commercio di armamenti – vuole eliminare
anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi
bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta
dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24
novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini
svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche
i minorenni, potranno acquistarle anche online”.
Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e
pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione
introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e
culturale. La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi,
nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la
violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti. Secondo
Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene
narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le
categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della
società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”.
Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente
violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente
comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti
culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano
internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono
percepiti come agibili anche sul piano interpersonale.
Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver
esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni
violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti,
aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche
attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso
l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro
ambiente sociale. L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di
adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale –
incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un
comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala
diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione.
Per certi versi è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne
siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario:
fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare
comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse.
Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il
tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un
contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano
i conflitti sociali e internazionali. Che significa, sostanzialmente, essere
adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i
saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica
del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad
ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici
contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando,
inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace,
alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle
scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza.
L'articolo Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti, servono
adulti coerenti e credibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’omicidio di Abanoub Youssef, il 18enne accoltellato da un compagno di scuola
all’interno di un istituto professionale della Spezia, ha sollevato non solo un
acceso dibattito politico sulla sicurezza nelle scuole, ma anche perplessità su
una frase espressa dall’accoltellatore. Ai giornalisti viene riferito un
episodio che coinvolge un’insegnante dell’istituto accusata di aver ignorato una
dichiarazione di Zouhair Atif, mesi prima delle coltellate.
Secondo quanto riferito da alcuni compagni di scuola e testimoni, l’insegnante
avrebbe chiesto agli studenti di esprimere un sogno durante un incontro in
classe. Quando fu il turno di Zouhair, l’adolescente avrebbe pronunciato una
frase che ha lasciato tutti senza parole: “Mi piacerebbe vedere che emozione si
prova a uccidere una persona“. La dichiarazione, definita disturbante da chi era
presente, non avrebbe suscitato, secondo alcuni, reazioni adeguate da parte
dell’insegnante, che non avrebbe intrapreso alcuna azione per segnalare
l’incidente o per affrontare il tema con il giovane.
LE POLEMICHE SULLA GESTIONE DELLA SICUREZZA E LA REAZIONE DELLE ISTITUZIONI
Questo nuovo particolare, che getta luce su un episodio preoccupante mai
affrontato a dovere, si aggiunge alla già complessa situazione riguardante la
gestione della sicurezza nelle scuole. Se da un lato le forze politiche e i
sindaci si confrontano sull’approccio giusto per prevenire simili tragedie,
dall’altro emergono interrogativi sulle modalità con cui le istituzioni
scolastiche affrontano la crescita del disagio giovanile. La sindaca di Genova,
Silvia Salis, in una intervista, ha accusato il governo di ridurre il fenomeno
della violenza giovanile a semplici slogan, proponendo misure punitive che non
risolvono le problematiche profonde. “Cosa risolvi con multe alle famiglie in
difficoltà?“, ha dichiarato, sollecitando un approccio più integrato, che
includa politiche sociali e di sostegno psicologico, piuttosto che punizioni
generiche.
Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha invece elogiato il coraggio
dell’insegnante che ha affrontato l’aggressore, ma ha anche fatto un passo
indietro rispetto all’uso esclusivo di misure repressive come metal detector
nelle scuole. “Serve una rivoluzione culturale“, ha affermato, indicando che la
violenza non può essere fermata solo con il controllo fisico, ma richiede un
cambiamento nelle mentalità degli studenti e nelle dinamiche scolastiche.
LE SCUSE
“Io sono padre e penso ad un altro padre che ha perso suo figlio. Voglio
chiedere scusa a lui, alle sorelle del ragazzo, a tutta la sua famiglia. Proprio
perché padre capisco il loro dolore. Mi dispiace tantissimo per quello che è
successo – dice in un’intervista al Corriere della Sera Boulkhir Atif, il padre
del 19enne – Per noi era un ragazzo tranquillo. Ogni mattina si alzava, prendeva
l’autobus, andava a scuola. Poi il sabato e la domenica ma anche durante
l’estate, prendeva nuovamente il pullman, per andare a Lerici dove faceva il
cameriere. Lo faceva per portare i soldi a casa e una parte poi li dava alla sua
mamma”. In merito al coltello usato dal figlio, Boulkhir Atif spiega: “Noi in
casa abbiamo solo questo per tagliare il pane e poi altri più piccoli per
mangiare. Non ci sono altri coltelli in giro. Se lui lo ha portato a scuola
sicuramente non lo ha preso qui in casa. Forse l’ha comprato da qualche altra
parte. Giuro che io non l’ho mai visto con un coltello in mano in casa. Me ne
sarei sicuramente accorto. Questa è una casa piccola. Dove poteva andarlo a
nascondere? Qui in casa di coltelli non ne ha mai avuti. Questo è sicuro”.
LA PROTESTA
Parenti, amici e compagni della vittima hanno inscenato una protesta spontanea
domenica mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di
persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per
chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle
istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice”, “Giustizia per
Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” si
legge su alcuni dei cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di
tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore.
L'articolo Quando Zouhair Atif disse “mi piacerebbe uccidere una persona”. Il
padre: “Voglio chiedere scusa, il coltello non lo ha preso a casa” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Una fotografia pubblicata sui social e una presunta gelosia per una ragazza
sarebbero all’origine dell’omicidio di Youssef Abanoub, lo studente di 18 anni
accoltellato all’interno dell’istituto professionale Einaudi–Chiodo di La
Spezia. Per il delitto è stato arrestato Zouhair Atif, 19 anni, di origine
marocchina, residente ad Arcola e iscritto alla stessa scuola. La ricostruzione
e le dichiarazioni emergono dall’inchiesta riportata dal Corriere della Sera.
Secondo quanto riferito dal quotidiano, Atif avrebbe ammesso il movente subito
dopo l’arresto: “Volevo ucciderlo. Lui non doveva permettersi di mettere sui
social una sua foto assieme alla mia ragazza”, avrebbe detto agli investigatori.
Tuttavia, sempre secondo il Corriere, la versione dell’arrestato viene messa in
dubbio da amici e familiari della vittima: Abanoub, spiegano, “non stava sui
social” e la foto indicata come causa scatenante “forse sarebbe una vecchissima
immagine di anni fa”. Un elemento che gli inquirenti stanno verificando.
L’aggressione è avvenuta venerdì 16 gennaio, intorno alle 11 del mattino,
all’interno dell’edificio scolastico, al secondo piano dell’istituto. Secondo la
ricostruzione, il confronto tra i due sarebbe iniziato nei bagni durante un
cambio d’ora. Dopo una discussione, Atif avrebbe estratto un coltello da cucina
che, stando agli atti, aveva portato a scuola nello zaino. Abanoub avrebbe
tentato di allontanarsi, dirigendosi verso la propria aula, ma è stato raggiunto
e colpito davanti alla porta della classe. Il fendente, unico ma profondo, ha
colpito il torace, provocando una grave lesione al fegato e una massiccia
emorragia. Il ragazzo è stato soccorso da un’insegnante che ha tentato di
tamponare la ferita in attesa dei sanitari. Trasportato d’urgenza all’ospedale
Sant’Andrea di La Spezia, Abanoub è andato in arresto cardiaco all’arrivo ed è
stato rianimato a lungo. Nonostante un intervento chirurgico durato ore, è morto
nel primo pomeriggio.
Un punto centrale dell’inchiesta riguarda la presenza del coltello a scuola. Lo
zio della vittima, intervistato dal Corriere della Sera, sostiene che non si
sarebbe trattato di un episodio isolato. “Non era la prima volta che quel
ragazzo portava il coltello in classe. Sarà successo almeno altre quattro
volte”, afferma. Secondo il parente, diversi compagni di scuola sarebbero in
grado di confermarlo: “Questa cosa andava bloccata subito invece di arrivare a
questo punto”, aggiunge, spiegando di non sapere se le segnalazioni siano mai
arrivate ai responsabili dell’istituto. “Spero che la giustizia faccia il suo
corso – conclude lo zio – altrimenti ci saranno altri accoltellati”. Le sue
parole pongono l’accento su eventuali mancate segnalazioni e sulla gestione di
comportamenti ritenuti pericolosi.
Gli inquirenti stanno ora valutando anche l’ipotesi della premeditazione, alla
luce del fatto che il coltello sarebbe stato portato da casa e non reperito
all’interno della scuola. Atif è stato arrestato con l’accusa di omicidio e si
trova a disposizione dell’autorità giudiziaria.
L'articolo “Volevo ucciderlo. Lui non doveva permettersi di mettere sui social
una sua foto assieme alla mia ragazza”: il movente dell’omicidio del 18enne
accoltellato a La Spezia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Uno studente di 18 anni è ricoverato in condizioni gravissime dopo essere stato
ferito con un coltello a scuola. È accaduto questa mattina dopo le 11
all’interno dell’istituto professionale “Domenico Chiodo” di La Spezia. A
colpirlo a un fianco, secondo le prime informazioni, sarebbe stato un altro
studente. La vittima dell’aggressione ha perso tantissimo sangue e da subito le
sue condizioni sono subito apparse gravissime. Soccorso dai volontari della
Croce Rossa locale e dai medici del 118, è stato trasportato d’urgenza presso la
shock room del pronto soccorso dell’ospedale Sant’Andrea. All’interno della
scuola sono arrivati anche gli agenti della Polizia di Stato che stanno
conducendo le prime indagini.
Notizia in aggiornamento
L'articolo Studente di 18 anni accoltellato a scuola, è in condizioni
gravissime: choc a La Spezia proviene da Il Fatto Quotidiano.
La notizia della possibile tombatura della discarica di Campo in Ferro,
all’interno dell’Arsenale militare marittimo della Spezia, nella zona al confine
con la borgata marinata di Cadimare, per decenni utilizzata per lo stoccaggio
fuori norma di un ingente quantitativo di materiale inquinante, ha scatenato un
putiferio. “Ribadiamo fermamente che il sito va completamente bonificato e non
tombato”, ha attaccato il presidente di Legambiente La Spezia Stefano Sarti.
“In sostanza le tonnellate di materiali tossico nocivi che sono tutt’ora
stoccati in quell’area rimarranno a contatto con falde e infiltrazioni marine”,
afferma l’associazione Murati vivi che gli abitanti della borgata Marola, a
breve distanza dalla discarica, hanno fondato nel 2010. “Per anni si è parlato
di restituzione del sito alla città. Oggi, invece, si sceglie di coprire una
discarica di rifiuti pericolosi pur di accelerare un’opera funzionale
esclusivamente alla Marina”, afferma Matteo Bellegoni, segretario regionale del
Partito comunista italiano. “L’Arsenale militare oggi è in gran parte
inutilizzato”, dicono Roberto Centi, Patrizia Flandoli e Giorgia Lombardi,
consiglieri comunali di LeAli a Spezia-Alleanza Verdi e Sinistra. “Invece di
avviare un percorso serio di restituzione alla città, si sceglie di espandere
ancora, consumando suolo e seppellendo problemi irrisolti”.
L’intervento rientra nel programma pluriennale denominato Basi Blu, relativo
all’adeguamento e ammodernamento delle capacità di supporto logistico delle basi
navali della Marina militare. Tra le quali appunto quella della Spezia. Da un
importo che nel 2022 si fermavano a 353.713.454 euro è lievitato nel giugno 2025
a 671.379.810 euro, dei quali 84.153.329 euro per la realizzazione in
corrispondenza della banchina ex Campo in Ferro “di una vasca di colmata, capace
di contenere circa 215 mila m3 dei fanghi del dragaggio necessario per
l’ormeggio delle Unità navali”.
In una nota del 2 gennaio 2026 il Comando interregionale Marittimo Nord della
Marina militare ha scritto che “non vi sono progettualità che ne prevedano la
tombatura”. Anzi: “La Marina Militare sta agendo in piena aderenza alle
prescrizioni della conferenza dei servizi”. Che “avendo accertato come le
periodiche analisi svolte a mare nelle acque prospicenti il campo in ferro non
evidenziano rischi per l’ambiente, ha prescritto la messa in sicurezza operativa
del sito”. La progettazione, già finanziata dalla Marina Militare, “è in
avanzata fase di affidamento e dovrebbe concludersi entro la fine del primo
quadrimestre 2026”.
Ma, intanto, Campo in ferro – un’area di oltre 30.000 metri quadrati, dei quasi
90 ettari sui quali si estende l’Arsenale militare marittimo, tra struttura
manutentiva e base navale della Marina militare – è ancora in attesa di una
bonifica. Da circa 23 anni. Insomma una storia lunga, tra inchieste della
magistratura e perizie, esposti di cittadini e caratterizzazioni, delle quali si
fa fatica a conoscere gli esiti. E una messa in sicurezza d’emergenza da parte
della Marina. Con le associazioni e i partiti di opposizione in Comune a
sollecitare la risoluzione della questione. La vicenda è anche finita diverse
volte in Parlamento tra il 2003 e il 2013 con interrogazioni che sono quasi
sempre rimaste senza risposta. “Una storia quasi paradossale”, dice a
ilfattoquotidiano.it William Domenichini, che da anni si occupa della questione.
L’11 maggio 2003 una delegazione parlamentare entra nell’Arsenale della Spezia.
Anche per chiedere chiarimenti sulla discarica, estesa su un’area di 16.600 mq.
L’area è posta sotto sequestro su ordine dell’allora procuratore aggiunto
Rodolfo Attinà. La perizia tecnica del 18 novembre 2003 dell’ingegnere Luigi
Boeri accerta la presenza, oltre che di residui di olii, vernici, solventi, di
13.500 metri cubi di amianto e di 760 chili di uranio impoverito usato nella
fabbricazioni di pale di elicottero finite al macero.
L’inchiesta per il reato di “abbandono incontrollato di rifiuti pericolosi e non
pericolosi” si conclude a giugno 2005 con la richiesta del pubblico ministero di
archiviazione, perché “il fatto non costituisce reato”. La Marina provvede ad
una messa in sicurezza d’emergenza, attraverso la posa di un telone impermeabile
al di sopra della discarica. A partire dal 2017 il sito è oggetto, a cura
dell’Università di Firenze, di fitorisanamento sperimentale. A maggio 2019 gli
abitanti di Marola inoltrano alla Procura un esposto. Che viene archiviato a
novembre 2020. A marzo 2022 la convocazione della Conferenza per attivare un
aggiornamento del piano di caratterizzazione del sito.
Tra marzo ed aprile 2024 la Direzione del Genio per la Marina Militare effettua
la caratterizzazione dei fondali prospicenti la discarica. “Campo in Ferro è una
realtà sofferente che deve essere bonificata e quindi la Marina ha avviato con
una conferenza di servizi un processo di caratterizzazione dei fondali”, dice
l’ammiraglio Pierpaolo Ribuffo, ex comandante Marittimo Nord. “Sulla base dei
risultati di questo processo e delle analisi che seguiranno, verrà deciso se
procedere ad una bonifica completa o ad un contenimento. Dobbiamo ancora
decidere se quest’area rimarrà in ambito militare”. A giugno 2024 ci sono delle
trattative per la cessione tra la Marina militare e l’Autorità di sviluppo
portuale del Mar ligure orientale. “La Marina ci ha detto che alla bonifica
avrebbe pensato lei per poi consegnare l’area a noi, che faremo un progetto per
il riutilizzo”, sostiene il presidente dell’Ente Mario Sommariva.
“Nelle acque profonde sono stati riscontrati valori superiori alle
concentrazioni soglia di contaminazione relativamente ai bifenili
policlorurati”, si legge nella scheda relativa alle Informazioni ambientali, al
30 giugno 2025, nel portale del Ministero della Difesa. La questione permane.
“Abbiamo lanciato una petizione popolare che ha raccolto migliaia di firme,
abbiamo indetto assemblee pubbliche, abbiamo chiesto ai sindaci dei Comuni del
Golfo e cioè La Spezia, Lerici e Porto Venere di farsi parte attiva. Senza avere
risposta”, dice la Rete spezzina Pace e Disarmo.
Sembrava l’inizio di una nuova storia. Invece nessuna notizia sugli esiti della
caratterizzazione, nessuno sviluppo verso la cessione. “C’è una assoluta
mancanza di trasparenza dei dati”, dice a ilfattoquotidiano.it Stefano Sarti di
Legambiente La Spezia. “La Marina dovrebbe pubblicare la documentazione che ha
portato alla decisione di non rimuovere i rifiuti dalla discarica”, sostiene
Marco Grondacci, esperto di diritto ambientale. A La Spezia rimangono in attesa.
L'articolo La discarica dentro l’Arsenale militare di La Spezia e la bonifica
attesa da 20 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Si udivano i latrati degli animali (verosimilmente cani) presenti all’interno
di entrambi gli appartamenti, animali che si dimenavano graffiando le porte
d’ingresso”. Questa è solo una parte del verbale redatto dall’ASL e dalla
polizia locale che si sono recati nuovamente in un appartamento segnalato, da
diversi condomini, a Santo Stefano Magra (La Spezia). Le prime denunce sono
partite però già nel 2024, lo riporta La Nazione.
La situazione non poteva prevedere un trasferimento degli animali. Così le forze
dell’ordine hanno redatto un “verbale di blocco”: il proprietario poteva tenere
con sé i suoi ventuno cani, sei gatti e uccelli “con l’impegno di procedere a
una graduale cessione per farli vivere in ambiente compatibile alla loro
natura“.
Nessun miglioramento nei mesi successivi, anzi le segnalazioni dei vicini di
casa si sono moltiplicate. Da qui il cambio di passo.
Il 16 dicembre l’ordinanza: “I proprietari devono pulire e igienizzare i locali,
eseguire tutte le operazioni di sanificazione e ripristino delle condizioni
igienico-sanitarie dei locali eliminando ogni fonte di pericolo per la salute
pubblica. Ai fini di ottemperare all’ordinanza, ove occorra, si provveda
all’immediata collocazione in altri siti compatibili alla loro natura, degli
animali ancora eventualmente presenti. Decorso inutilmente il termine, il Comune
di Santo Stefano di Magra procederà d’ufficio all’esecuzione delle attività”.
È l’ultimo atto nei confronti dei proprietari dell’appartamento ormai
attenzionato dal Comune.
L'articolo “Escrementi sul pavimento, odore nauseabondo, latrati e graffi sulla
porta”: ventuno cani, sei gatti e uccelli rinchiusi in un appartamento proviene
da Il Fatto Quotidiano.