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Violenza giovanile, report Save the children: “Più tempo in carcere, più coltelli, i gesti come in un videogioco. E aumentano i denunciati per associazione mafiosa
C’è un cambiamento quantitativo ma soprattutto qualitativo nella violenza minorile in Italia. Nonostante per vent’anni il numero di giovani adulti segnalati agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni sia diminuito — da circa 23mila nel 2004 a 14.220 nel 2024 — sono invece aumentati quelli presi in carico, arrivati a quota 23.862. Un dato legato anche alla permanenza più lunga nel circuito penale minorile, favorita da norme più restrittive come il Decreto Caivano che ha ampliato i casi di custodia cautelare e limitato l’accesso alle alternative al carcere. È quanto emerge dal rapporto “Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà” realizzato dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group ETS. Secondo lo studio, i minori e i giovani adulti entrati in contatto con il sistema di giustizia sono passati da 329 ogni 100mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, pur restando uno dei valori più bassi in Europa. Il 73% ha tra i 14 e i 17 anni. RAPINE, LESIONI, RISSE E ASSOCIAZIONE MAFIOSA IN AUMENTO Rapine, lesioni personali, risse e minacce sono però sempre più diffusi. In particolare cresce la presenza di armi improprie, dai coltelli alle noccoliere, dalle mazze alle catene, fino agli storditori elettrici. Le segnalazioni dal 2019 al 2024 sono passate da 778 a 1946 e solo nel primo semestre del 2025 sono arrivate 1096. Nel 2024 i minori denunciati o arrestati per rapina sono stati 3.968, più del doppio rispetto al 2014. Per lesioni personali si registrano 4.653 casi contro i 1.921 di dieci anni prima, anche in questo caso più del doppio. Le risse sono arrivate a 1.021 e le minacce a 1.880. Il fenomeno non riguarda solo contesti di forte marginalità ma attraversa territori e ambienti sociali diversi. Sullo sfondo emergono nuove dinamiche: gruppi giovanili fluidi che si organizzano anche attraverso i social media, maggiore esposizione alla violenza e un diffuso disagio psicologico. Diminuisce invece il numero di minori coinvolti in associazione per delinquere, mentre desta preoccupazione il dato sull’associazione mafiosa: nel 2024 i casi sono stati 49, ma nel solo primo semestre del 2025 se ne contavano già 46, con una crescita significativa in alcuni territori. ARMI E COLTELLI “PER NON APPARIRE DEBOLI” Crescono anche i casi di ragazzi segnalati per porto abusivo di armi o oggetti pericolosi: da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024. Nei primi sei mesi del 2025 erano già a quota 1.096. Secondo il rapporto sembra poi essersi “normalizzato” l’uso del coltello tra molti adolescenti, che raccontano di portarlo per sentirsi più sicuri, per non apparire deboli o per affermare status e potere. Una dinamica che può generare quello che gli esperti definiscono un “cortocircuito della paura”: la paura di essere aggrediti porta ad armarsi e a mostrare aggressività, aumentando il rischio di escalation violente. A Milano i minori denunciati per porto abusivo di armi sono aumentati del 455% in dieci anni. RABBIA E DISAGIO, ANCHE DEGLI ADULTI: “MEGLIO PAZZO CHE DEBOLE” Nei racconti dei ragazzi emergono rabbia interiore, mancanza di rispetto per sé e per gli altri, autolesionismo, disturbi alimentari, tentativi di suicidio e uso di sostanze. Alcuni adolescenti descrivono gli atti violenti come se fossero dentro un videogioco. Il gesto violento appare svuotato del suo peso specifico. “In quel momento sei come in un videogame, vuoi solo finire il livello” spiega un ragazzo. Anche davanti ai magistrati, come emerge dalle interviste realizzate per la ricerca, il racconto dei minori resta spesso frammentato, infantile, privo di una reale percezione della gravità del reato commesso. Secondo Save the Children il mondo adulto tende però ancora a interpretare questi episodi solo come problemi di sicurezza e ordine pubblico, senza comprendere che spesso la violenza diventa il linguaggio di una richiesta di riconoscimento da parte di una generazione segnata da cambiamenti profondi: dalla pandemia, che ha interrotto relazioni e percorsi educativi, alla pressione dei social media. “Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo – spiega un operatore – e spesso lo trovano dentro dinamiche violente: in questo modo, qualcuno li vede, li riconosce. Molti di loro non hanno una prospettiva di futuro, ma hanno un presente molto esigente”. Lo raccontano anche i ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”. LA DISATTENZIONE DEGLI ADULTI Famiglie, scuole e istituzioni appaiono agli occhi di molti adolescenti assenti o delegittimate. I segnali di disagio esistono, ma la risposta adulta viene percepita come tardiva e frammentata. “Per prevenire e affrontare la violenza giovanile serve un cambio di prospettiva” spiega Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children. Dalle testimonianze raccolte emerge come il fenomeno sia alimentato da solitudine, vuoti educativi e mancanza di spazi e opportunità di crescita. Secondo l’organizzazione, poi, un approccio centrato su punizione e controllo rischia di essere inefficace e non coerente con i principi del diritto minorile. È necessario invece coinvolgere i ragazzi in percorsi di responsabilizzazione, rendendo evidenti le conseguenze dei comportamenti violenti e offrendo occasioni reali di partecipazione sociale. “Prevenire significa offrire ai ragazzi opportunità, ascolto e relazioni positive, sostenendo le famiglie nelle sfide dell’adolescenza – dice Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni istituzionali di Save the Children – Nelle scuole è importante rafforzare l’educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e spazi di ascolto precoce. Servono inoltre investimenti nell’educativa di strada e in luoghi pubblici dove i giovani possano incontrarsi ed esprimersi”. Fondamentale anche accompagnarli in percorsi di responsabilizzazione, sviluppando competenze emotive e sociali per comprendere le conseguenze delle proprie azioni. “Tutto questo richiede un’alleanza tra scuole, famiglie, servizi sociali, terzo settore e istituzioni locali”. SOCIAL E PERFORMANCE: “ALMENO FARE PAURA SIGNIFICA ESSERE VISTI” Il rapporto sottolinea anche il ruolo crescente dei social media. I gruppi giovanili sono sempre più aggregazioni fluide che si formano online e si ritrovano negli spazi della movida o nei quartieri per affermare la propria presenza o regolare conflitti. I social servono a convocare, filmare e amplificare gli episodi violenti. L’atto aggressivo diventa anche una performance identitaria: un modo per ottenere visibilità. “Molti episodi vengono filmati e condivisi perché il bisogno di apparire prevale anche sul rischio di essere scoperti – si legge – e il 13,4% di ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza che venivano filmate, a fronte di un 8,4% delle ragazze”. In alcuni casi, anche se più ridotti, i ragazzi dichiarano di avere filmato loro stessi scene di violenza con il proprio cellulare, il 4,5% dei maschi e il 2% delle femmine. “Almeno fare paura significa essere visti” spiega un ragazzo. CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Particolare attenzione viene infine dedicata al rapporto tra minori e criminalità organizzata. L’illegalità può offrire appartenenza, protezione, denaro e riconoscimento. Nei primi sei mesi del 2025 i minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa sono stati 46, quasi la metà tra Catania e Napoli. In alcuni territori cresce anche il numero di minori coinvolti in omicidi, passati da 102 nel 2014 a 193 nel 2024. A Napoli, nel primo semestre del 2025, erano già 27. Secondo Save the Children, per i ragazzi inseriti in contesti mafiosi la probabilità di reiterare reati è 3,48 volte superiore rispetto ai coetanei. NON SOLO LE METROPOLI A Roma, nei primi sei mesi del 2025, sono stati segnalati per rapina 124 i minori e 75 per lesioni personali, le risse sono passate da 27 nel 2019 a 86 nel 2024. A Napoli si registra un aumento significativo degli omicidi tra giovanissimi, mentre a Bari emergono segnali di riattivazione delle dinamiche di clan. Ma anche in realtà più piccole, come Terni, si registrano rapine improvvisate o liti nate per motivi banali, spesso innescate da conflitti sui social. “Basta poco — racconta una ragazza — una parola, uno sguardo, una storia online”. Sono stati segnalati 34 i minori solo nel primo semestre 2025 per rapina (31 nel 2024), 37 per lesioni personali (75 nel 2024), 34 per omicidio (31 nel 2024) e 14 per porto abusivo d’armi (15 nel 2024). “In una piccola città come Terni – spiega il rapporto – che da qualche anno vive profonde trasformazioni sociali, si assiste a rapine improvvisate o liti che nascono per questioni banali, dove spesso, insieme agli italiani, sono coinvolti anche minori stranieri non accompagnati o di seconda generazione”. “Basta niente – racconta una ragazza – una parola, uno sguardo, una storia sui social”. Secondo gli operatori sociali, si tratta di una violenza che nasce spesso da frustrazione, bisogno di visibilità e pressione del gruppo, in una generazione che fatica a trovare riconoscimento e punti di riferimento nel mondo adulto. Una sorta di “integrazione antisociale”. L'articolo Violenza giovanile, report Save the children: “Più tempo in carcere, più coltelli, i gesti come in un videogioco. E aumentano i denunciati per associazione mafiosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il 25% degli adolescenti italiani ha subito atteggiamenti violenti nella relazione, diffusi anche i comportamenti di controllo: il report
La Generazione Z viene spesso descritta come una generazione attenta al benessere, alla tolleranza e al rispetto reciproco. Tuttavia, ricerche sociali e casi di cronaca mostrano una realtà più complessa e contraddittoria. Alla vigilia di San Valentino, Save the Children pubblica il rapporto “Stavo solo scherzando. Nuove evidenze sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti”, realizzato con Ipsos Doxa su un campione di mille ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni. Il quadro che emerge è quello di relazioni segnate da comportamenti aggressivi, controllo e violenza, spesso normalizzati nella quotidianità. Secondo i dati, un adolescente su quattro (25%) è stato spaventato almeno una volta con atteggiamenti violenti – come schiaffi, pugni, spinte o lancio di oggetti – da una persona con cui aveva o aveva avuto una relazione. Più di uno su tre (36%) ha subito linguaggio violento da parte del partner, mentre uno su tre è stato geolocalizzato o controllato dal partner tramite strumenti digitali. Il 28% ha subito pressioni per inviare foto o video intimi e la stessa percentuale ha visto condivise proprie immagini intime senza consenso. Inoltre, il 29% si è sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati e il 36% ha ricevuto insulti o prese in giro per il proprio genere o orientamento sessuale. Le molestie e i comportamenti violenti non si limitano alla relazione di coppia. Più di quattro adolescenti su dieci sono stati importunati con commenti o avances sessuali indesiderate, percentuale che sale al 50% tra le ragazze. Nel complesso, il 42% dichiara di essere stato molestato sessualmente almeno una volta, mentre il 49% ha avuto paura di subire violenza da coetanei o gruppi di coetanei. Il 38% ha subito comportamenti violenti sia online sia offline dalla stessa persona. Il rapporto evidenzia come le ragazze siano più esposte a molestie, violenza e limitazioni della libertà. Il 66% ha subito catcalling in strada o negli spazi pubblici e il 70% si sente in pericolo quando è per strada. Quasi la metà, il 49%, evita di prendere i mezzi pubblici da sola la sera. Tra le ragazze, il 64% si sente in pericolo sui mezzi pubblici e nei parchi, mentre il 60% percepisce rischi nei luoghi di divertimento. Anche i comportamenti di controllo risultano diffusi. Il 44% degli adolescenti ha ricevuto richieste di non uscire con alcune persone, il 43% di non accettare contatti sui social e il 39% di cancellare contenuti dal telefono o dai social network. Il 40% ha ricevuto richieste su come vestirsi e il 29% di condividere le proprie password. Il 29% ha subito minacce di gesti estremi in caso di rottura. Il rapporto evidenzia anche una sovrapposizione tra comportamenti subiti e agiti: il 28% degli adolescenti dichiara di aver usato linguaggio violento almeno una volta, il 28% di aver fatto leva sulle emozioni per ottenere qualcosa e il 21% di aver fatto pressioni per ottenere immagini intime. Il 18% ammette di aver spaventato il partner con atteggiamenti violenti. Il contesto familiare emerge come un fattore determinante. Gli adolescenti che vivono in famiglie conflittuali o esposte alla violenza mostrano percentuali più elevate sia nel subire sia nell’agire comportamenti violenti. Tra questi, il 39% usa linguaggio violento e il 30% ha avuto atteggiamenti violenti verso il partner, contro il 28% e il 18% del campione generale. Il rapporto segnala anche situazioni di vulnerabilità legate al consumo di alcol e alle dinamiche di gruppo. Il 28% degli adolescenti dichiara di aver avuto incontri intimi occasionali dopo aver bevuto troppo e senza ricordare bene le circostanze. Il 40% ritiene diffuso tra i coetanei bere alcol per disinibirsi sessualmente e il 23% per partecipare a giochi o sfide sessuali di gruppo. Risposte che vanno ad intrecciarsi con un cambiamento più ampio nel modo in cui gli adolescenti vivono l’intimità. Le ricerche indicano che i giovani della Generazione Z tendono ad avere meno rapporti sessuali rispetto alle generazioni precedenti e a vivere le relazioni con maggiore cautela, attribuendo più importanza al consenso, alla fiducia e al benessere emotivo. Un’evoluzione che riflette una diversa percezione dei legami affettivi e delle dinamiche relazionali tra i più giovani. Nonostante una maggiore consapevolezza sul consenso e sulla differenza tra amore e possesso, i comportamenti violenti restano diffusi. Il 73% ritiene che nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a condividere password o posizione con il partner e il 68% afferma che il consenso non è mai scontato, neanche all’interno di una relazione. Tuttavia, la percentuale di chi dichiara di aver subito violenza o linguaggio aggressivo è aumentata rispetto alle rilevazioni precedenti, ad esempio per quanto riguarda il linguaggio violento (36% rispetto al 31% nel 2023) e gli atteggiamenti intimidatori o violenti (25% rispetto al 19%). Questi dati confermano la fragilità relazionale nella Generazione Z. Secondo uno studio della ricercatrice Delia Cai, gli zoomer si confrontano sempre più spesso con esperienze di rifiuto e insicurezza, dalle relazioni affettive ai rapporti sociali, fino alle opportunità di studio e lavoro. Una condizione che contribuisce a rendere le relazioni più instabili e vulnerabili, in cui il bisogno di controllo e la paura dell’abbandono possono tradursi più facilmente in comportamenti possessivi, pressioni o forme di violenza psicologica. Il rapporto evidenzia infine la scarsa conoscenza degli strumenti di supporto. Solo l’11% degli adolescenti conosce correttamente il numero antiviolenza 1522. L’85% afferma che parlerebbe con qualcuno in caso di violenza, soprattutto con la madre (60%) o con il padre (39%), mentre solo il 7% si rivolgerebbe a centri antiviolenza o personale scolastico. L'articolo Il 25% degli adolescenti italiani ha subito atteggiamenti violenti nella relazione, diffusi anche i comportamenti di controllo: il report proviene da Il Fatto Quotidiano.
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James Van Der Beek, la scomparsa di un idolo adolescenziale ci riporta tutti indietro nel tempo
La morte di un idolo adolescenziale ha la capacità di riportarci con dolore e malinconia indietro nel tempo, dentro la nostra stanza anni ’90, con la televisione accesa nel pomeriggio, i compiti ancora da fare e quell’ardente desiderio di essere altrove, lì dove accadono sempre cose incredibili, lì dove tutto dura il tempo di una puntata della nostra serie tv preferita. Quell’altrove per me erano Beverly Hills e Capeside. E forse è per questo che, quando muore un attore che per anni ha dato il volto al tuo idolo adolescenziale, è come se morisse un pezzetto di te. Con lui se ne va l’incanto, la speranza che tutto, anche le cose brutte, possano risolversi nell’arco di 45 minuti, se ne va l’idea dell’amore per sempre e dell’amicizia eterna. E’ come se qualcuno ci risvegliasse bruscamente da un lungo e pacifico sonno e ci ritrovassimo improvvisamente cresciuti, pieni di responsabilità e totalmente disincantati. Per noi sognatori anni ’90 Luke Perry, Shannen Doherty, James Van Der Beek non sono mai stati solo attori. Sono stati specchi e finestre attraverso cui guardare il mondo e analizzare noi stessi. Sono stati il simbolo di una generazione, l’ultima che ha vissuto la vita prima dei social network, prima delle app di incontri, prima di tutta questa alienazione sociale. La morte di Luke Perry è stata uno strappo doloroso che ha segnato in maniera violenta la fine dell’innocenza. Un colpo improvviso, come quando si interrompe una puntata sul più bello. Il suo Dylan McKay era l’archetipo del bello e dannato, simbolo di eterna giovinezza e di ribellione. Quanto di più distante dall’idea di morte. Con Shannen Doherty invece abbiamo assistito al lento progredire della malattia, alla lotta, finché non abbiamo dovuto fare i conti con la morte, la sua, ma per noi tutti quella di Brenda Walsh, che ha sempre rappresentato la ragazza testarda e determinata che tutte noi avremmo voluto essere. La mora ragazza di provincia che non ha paura di confrontarsi con le bionde e patinate adolescenti dell’alta società di Beverly Hills. Brenda era forza e rivalsa sociale. Quando tempo fa ho saputo che James Van Der Beek era gravemente malato, ho rivissuto le stesse sensazioni acute che avevo già sperimentato con Shannen/Brenda. Per me e per tutti i Millennials che hanno sognato di vivere in riva al fiume, a Capeside, con la migliore amica che ti piomba in camera attraverso la finestra, il volto di James Van Der Beek era quello di Dawson Leery. Dawson’s Creek era la serie tv che mi confortò per la fine di Beverly Hills 90210 e quel ragazzo che spiegava la realtà attraverso il cinema, cintura nera di pippe mentali, innamorato dell’amore come in un eterno sogno, mi aveva conquistato. Certo, Dawson non era Dylan, non era quello figo a cui bastava comparire in sella alla sua moto per sedurre chiunque nel raggio di chilometri. Dawson era il bravo ragazzo, l’amico fedele, il figlio modello. Ma era anche complicato, tormentato e pieno di creatività. Se Dylan era attaccato coi denti alla realtà, deluso e disincantato, Dawson era il sogno, quello che ti accompagna per tutta la vita e che ti fa capire chi sei. Era la camera tappezzata di poster del cinema, la passione smodata per Spielberg, era la realtà vissuta attraverso le citazioni dei film. Per gran parte del mondo, la morte di James Van Der Beek è quella di un attore, di un marito e padre amorevole di sei splendidi figli. Per noi, cresciuti con le sigle delle nostre serie tv preferite, ad andare via per sempre è il dolce Dawson Leery, innamorato della sua migliore amica Joey Potter, ma forse più dell’idea di loro due insieme per sempre, amico fedele del suo alter ego Pacey Witter, ironico e scanzonato, complice delle sue fantasie adolescenziali, ma sempre pronto a riportarlo a terra quando vola troppo alto. La verità è che Luke Perry, Shannen Doherty e James Van Der Beek hanno dato un volto a tutta la complessità che caratterizza l’adolescenza. Nei loro personaggi ci siamo identificati e con loro abbiamo imparato a capire meglio noi stessi, le nostre fragilità, le nostre paure e le nostre speranze. Li abbiamo vissuti come dei cari amici o fidanzati immaginari, li abbiamo amati profondamente e a volte odiati. Ci hanno fatto piangere, soffrire, ridere a crepapelle e riflettere. Tutto senza fine, sempre lì, custodito nei nostri pomeriggi davanti alla tv. La morte spezza l’incantesimo, ci costringe a guardare con lucidità il tempo che passa, ci ricorda che non siamo più quei ragazzi con i poster in camera, fragili ma comunque invincibili. La morte di un idolo di gioventù è la consapevolezza che quell’invincibilità non c’è più, che anche i miti si ammalano e muoiono e che, purtroppo, nessuno potrà mai riscrivere un finale diverso. L'articolo James Van Der Beek, la scomparsa di un idolo adolescenziale ci riporta tutti indietro nel tempo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ho riflettuto su come affrontare in classe i fatti di La Spezia: con autenticità parlerò di limiti
di Dafni Ruscetta Da insegnante mi interrogo sull’ennesimo episodio di violenza tra i giovani, questa volta forse più allarmante in quanto agito all’interno del contesto scolastico istituzionale. Provo a ragionare in quali termini porre la questione agli studenti nei prossimi giorni, quando inevitabilmente se ne parlerà in classe. Ho imparato in questi anni che l’autenticità può essere la modalità più efficace di relazione con loro su questi temi, perché forse non esistono schemi preconfezionati sull’educazione alla vita. La riflessione è anzitutto su un’epoca storica avara di profondità umana, in cui ignoriamo i nostri stessi limiti, tanto in adolescenza come in età adulta. La società dell’edonismo continuo – purtroppo solo per chi vive da questa parte del mondo – ci ha fatto perdere di vista la nostra vera natura di esseri viventi, che è ‘finita’, perché l’ordine universale è più grande di noi. Anzitutto dovremmo educare i ragazzi a questa finitezza, dovremmo insegnargli che accettare il limite è una costante dell’esistenza. Sul tempio di Apollo a Delfi stava scritto “Nulla di troppo”, un invito alla temperanza, a evitare ogni forma di eccesso. L’importanza del giusto equilibrio – dello “sfiorare che si trattiene dall’afferrare”, cioè la consapevolezza del confine tra desiderio e rispetto – non solo nel comportamento ma anche nelle parole, come principio di armonia. È proprio l’assenza di limiti a generare presunzione, arroganza, confusione, con il rischio – sempre più evidente – di perdersi, di affondare nel naufragio esistenziale, di attivare quella sofferenza psicologica che spesso sfocia in violenza reale. Il non rendersi conto dei confini ci fa vivere nell’esaltazione dell’onnipotenza, del poter desiderare ogni cosa. Gli stimoli offerti dalle nuove tecnologie della rivoluzione digitale degli ultimi anni offrono perlopiù modelli culturali che contribuiscono a questa visione, generando nei giovani quel desiderio illimitato e quell’attrazione verso ‘eroi’ inadeguati, riducendo il senso di responsabilità individuale. Eppure non è tanto alla soppressione del desiderio che occorrerebbe tendere, quanto alla sua moderazione. Il modo in cui i ragazzi intendono il limite impone una analisi urgente, ma soprattutto una concreta azione culturale di lungo termine per ridare loro consapevolezza, perché sul tempio di Delfi stava anche scritto “Conosci te stesso”. È soltanto conoscendo noi stessi che possiamo vedere gli altri. Ma dobbiamo essere onesti: la preoccupante situazione attuale è anche il prodotto di chi ha contribuito a costruire quel contesto. Non è necessariamente una semplificazione affermare che le nuove generazioni siano cresciute in una condizione di iperprotezione, spesso segnata da una carenza di regole e di confini chiari. È dunque responsabilità di noi adulti offrire nuovi modelli di identificazione, soprattutto attraverso relazioni più intime con i nostri adolescenti, senza alcun timore di discutere apertamente con loro di rabbia, tristezza, frustrazione, gioia. Le famiglie e gli educatori in generale dovrebbero tornare ad ascoltare profondamente i giovani, perché è ciò che loro desiderano davvero: adulti autorevoli di riferimento. Chi ha mai provato ad affrontare questi argomenti in una classe sa che i ragazzi partecipano intensamente, perché sentono il bisogno di parlare di temi che riguardano la loro vita. Hanno necessità di saper comprendere e gestire le emozioni, per avere un contatto più profondo con le dimensioni della propria umanità, per essere disposti ad affrontare con coraggio i momenti difficili e le paure. Dicevamo che la nostra natura è finita, ma l’uomo deve pur tendere all’infinito, senza mai raggiungerlo, avvicinandosi a esso il più possibile, come aspirazione universale dell’essere umano. Educare al limite significa agire da ‘setaccio’, trattenendo ciò che è autentico, lasciando filtrare il superfluo, rendendo così possibile la comprensione della realtà e di ciò che è veramente sacro per l’esistenza. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. 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Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti, servono adulti coerenti e credibili
La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico” come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo annientamento. Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama “generazione ansiosa” – dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli Usa, gli esempi sono infiniti). Il legame tangibile tra la guerra nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento della Legge 185/90 che regolamenta il commercio di armamenti – vuole eliminare anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24 novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche i minorenni, potranno acquistarle anche online”. Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e culturale. La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi, nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti. Secondo Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”. Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono percepiti come agibili anche sul piano interpersonale. Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti, aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro ambiente sociale. L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale – incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione. Per certi versi è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario: fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse. Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano i conflitti sociali e internazionali. Che significa, sostanzialmente, essere adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando, inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace, alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza. L'articolo Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti, servono adulti coerenti e credibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica
di Melania Scali* Il recente omicidio di un giovane a La Spezia da parte di un compagno di scuola lascia sgomenta l’opinione pubblica e alza il tono delle reazioni politico-istituzionali, prospettando inasprimenti delle pene e la necessità di irrigidire i sistemi di controllo nei contesti di vita dei ragazzi, come la scuola. Dare risposte adeguate non può che avere come presupposto l’adozione di strumenti di comprensione dei fenomeni, riferimenti teorico-scientifici ancorati a prassi metodologico-operative consolidate ed efficaci. Altrimenti il rischio è che, passato l’impatto emotivo di questo drammatico omicidio, si ritorni nel nostro Paese a una mancata visione complessiva sulla devianza minorile e sulle strategie di intervento preventive e responsabilizzanti. Chiedersi come mai un ragazzo uccida un suo coetaneo implica innanzitutto una considerazione preliminare, ovvero che nella maggior parte dei casi gli adolescenti che commettono questo tipo di reati non presentano un disturbo psicopatologico. I fattori e i rischi che generano la violenza tra coetanei, infatti, non sono né lineari né unidirezionali, ma presentano piuttosto un carattere interattivo e agiscono attraverso forme di reciprocità circolari, che si modificano non solo in relazione ai diversi contesti d’azione e ai sistemi di appartenenza, ma anche nel tempo, costruendosi cioè in modo processuale. Allora, cosa chiedersi da un punto di vista psicologico per comprendere le motivazioni di un gesto di tale portata? Per esempio, qual è stata la capacità di questo ragazzo di prevedere le conseguenze delle proprie azioni: parrebbe che avesse con sé un coltello e, dunque, cosa immaginava potesse accadere qualora l’avesse utilizzato? A quale rappresentazione di sé e dei rapporti interpersonali rimanda il portare con sé un oggetto teso a offendere? I due ragazzi frequentavano la stessa scuola, si conoscevano; quale rappresentazione aveva l’autore di questo terribile reato del ragazzo ucciso? Se, come riportato da alcuni organi di informazione, la motivazione fosse legata a una ragazza, quali rappresentazioni dei rapporti sentimentali e dell’idea della donna emergono? Quale gestione della frustrazione psico-relazionale caratterizza questo ragazzo? Ma ci sono anche altri adolescenti, ossia i ragazzi che frequentano quella scuola. Adolescenti vittime indirette di un gesto così tragicamente violento. Il loro contesto di vita quotidiana, la scuola, è stato violato da un’azione violenta, traumatica, irreversibile. Questo delitto ha anche loro come vittime: gli studenti che vi hanno assistito e l’intera comunità scolastica. Un luogo di vita quotidiano dove i ragazzi, oltre alle competenze di apprendimento nozionistico, esercitano abilità relazionali, emotive e gruppali. Un contesto che è stato ferito profondamente e che necessita di una riparazione psicologica, emotiva e relazionale, nella quale la partecipazione attiva di tutti (ragazzi, insegnanti, operatori scolastici, familiari) sia orientata da interventi specialistici, tesi da una parte ad attenuare gli effetti traumatici e, dall’altra, a promuovere una responsabilizzazione dell’autore del reato, nel quadro delle decisioni giudiziarie che riguarderanno il reo. Allargando lo sguardo, per restituire senso all’accaduto è necessario che gli episodi si traducano in scelte precise e coerenti da parte delle diverse istituzioni coinvolte, ovvero: interventi di aggiornamento scientifico sul tema; formazione degli adulti che rappresentano i principali contesti di osservazione di questi ragazzi (genitori, insegnanti, figure significative della comunità, gli stessi adolescenti, ecc.); nuove esperienze di socializzazione e condivisione tra pari che “allenino” anche le capacità empatiche tra coetanei. Le norme penali in vigore sono tra le più moderne ed efficaci per il contenimento della recidiva in adolescenza. “Militarizzare” l’ambiente scolastico, come si invoca in questi giorni — ad esempio attraverso l’installazione di metal detector nelle scuole — significa dunque non avere piena consapevolezza delle motivazioni che sottendono gli agiti adolescenziali, per quanto gravi e drammatici. Ma, soprattutto, significa sprecare un’ulteriore occasione per agire in modo concreto e incisivo sul terreno della prevenzione, l’unico vero argine ai comportamenti devianti dei ragazzi. *
Consigliera Ordine degli Psicologi del Lazio L'articolo Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Divieto di social under 16, in Australia rimossi 4,7 milioni di account. E adesso ci pensa anche la Gran Bretagna
L’esperimento australiano sul divieto di social media per i minori di 16 anni ha superato la fase iniziale con numeri che hanno fatto rumore: nelle prime settimane dall’entrata in vigore dell’Online Safety Amendment Act lo scorso dicembre, le principali piattaforme hanno disattivato, rimosso o limitato circa 4,7 milioni di account appartenenti a utenti ritenuti under-16. Un dato diffuso dal governo di Canberra e confermato dall’eSafety Commissioner, che parla di un “impatto rapido e di vasta portata” . La ministra delle Comunicazioni Anika Wells ha difeso con decisione la misura: “Abbiamo sfidato chiunque sostenesse che non si potesse fare, incluse alcune delle aziende più potenti e ricche del pianeta. Oggi i genitori australiani sanno che i loro figli possono riavere la propria infanzia”. La commissaria Julie Inman Grant ha aggiunto una similitudine efficace: “Come le norme sul codice della strada, il successo non si misura dal fatto che qualcuno superi il limite di velocità, ma dalla riduzione complessiva del danno e dal ripristino di standard culturali condivisi”. Il fronte critico non manca. Già il primo giorno di applicazione del ban l’uso di VPN in Australia è schizzato del 170%, con molti adolescenti che hanno tentato di aggirare i controlli geolocalizzati. Le piattaforme – Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, X, Reddit, Threads, Twitch e Kick – sono obbligate a contrastare attivamente questi tentativi, pena multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Con dei limiti: l’eSafety Commissioner ha ammesso che alcuni account di under-16 restano attivi e che serviranno anni per misurare l’effetto reale sulla salute mentale e sul benessere dei giovani. Il modello Canberra sta però riaccendendo il dibattito a Londra, dove il premier Keir Starmer ha aperto a un cambio di rotta rispetto al rifiuto di considerare un ban, sostenuto finora: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”, ha dichiarato di recente, citando proprio l’esperienza australiana e manifestando “profonda preoccupazione” per l’esposizione precoce alla tecnologia: “Bambini di quattro anni arrivano alla scuola materna avendo già trascorso troppo tempo davanti agli schermi”. Il ministro alla Salute Wes Streeting ha usato un’immagine ancora più cruda: “Nessuno lascerebbe un bambino d’asilo incustodito con una scatola di chiodi solo perché imparare a usare martello e sega può essere utile. Ma è quello che abbiamo fatto con gli smartphone”. Streeting ha invitato l’esperto americano Jonathan Haidt, autore di The Anxious Generation e ospite assiduo del dibattito britannico, ad approfondire con i funzionari del ministero l’impatto degli smartphone sulla salute mentale giovanile. A spingere il dibattito britannico verso un possibile ban è stato anche lo scandalo legato a Grok, lo strumento di intelligenza artificiale di xAI integrato su X (ex Twitter). Il chatbot è finito nel mirino per aver generato deepfake pornografici e sessualizzati di persone reali, incluse donne e minori, senza filtri. Forse anche a causa dell’ostilità del Labour verso Musk per le sue interferenze autoritarie nella politica britannica, stavolta il caso ha occupato per giorni le aperture di giornali e telegiornali. La presidente della Commissione per l’Istruzione alla Camera dei Comuni, Helen Hayes, ha parlato di “danno sociale gravissimo”. “Queste pratiche perpetuano abusi offline, erodono la privacy e infliggono ferite durature alla salute mentale”, ha tuonato. L’Agenzia di Vigilanza per le Comunicazioni Ofcom ha aperto un’indagine e il governo ha accelerato l’entrata in vigore di norme che rendono illegale la creazione di intimate deepfake non consensuali. Il fronte scientifico resta diviso. Da un lato Haidt insiste: vietare l’accesso prima dei 16 anni è essenziale per tutelare lo sviluppo cognitivo e affettivo. Dall’altro la Molly Rose Foundation, creata dal padre di una quattordicenne il cui suicidio è stato ricondotto dagli investigatori ad abusi subiti su Instagram, e diversi esperti di cybersecurity avvertono dei rischi di un ban rigido: potrebbe spingere i ragazzi verso piattaforme non regolamentate o verso il dark web, oltre a sollevare problemi di privacy legati ai sistemi di verifica dell’età (documenti, scansioni facciali, dati biometrici esposti a data breach). In Australia il consenso popolare resta solido (circa il 77% dei genitori approva), ma il vero banco di prova sarà il monitoraggio a lungo termine. Nel Regno Unito la pressione cresce: la Camera dei Lord potrebbe presto votare un emendamento che introduce restrizioni simili ed è supportato da una petizione popolare, e Starmer, alla ricerca disperata di consensi, sembra orientato a sfidare l’ira delle piattaforme USA. L'articolo Divieto di social under 16, in Australia rimossi 4,7 milioni di account. E adesso ci pensa anche la Gran Bretagna proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché l’uso intensivo di social e videogiochi sotto i 13 anni sono un rischio. Dopo l’Australia anche la Francia verso il divieto
Negli ultimi anni il dibattito sull’impatto di smartphone e social media sulla salute degli adolescenti è stato caratterizzato da risultati frammentari e spesso contraddittori. Questo quadro è cambiato in modo significativo nella seconda metà del 2025, quando una serie di studi su larga scala ha iniziato a fornire dati convergenti sugli effetti dell’uso precoce e intensivo degli schermi sullo sviluppo fisico e mentale dei giovani. Alla luce di queste evidenze, alcuni governi hanno iniziato ad adottare misure restrittive sull’accesso dei minori ai social network. L’Australia è diventata il primo Paese al mondo a vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni (anche se la norma si aggira molto facilmente, ndr), imponendo alle piattaforme digitali l’obbligo di bloccare l’accesso a partire dal 10 dicembre 2025. Sulla stessa linea si muove ora la Francia. GLI STUDI Sono tanti, una vera marea, gli studi sul tema. Uno dei contributi più rilevanti – come riporta in un lungo articolo il Washington Post – è stato fornito da Ran Barzilay, professore di Psichiatria e psichiatra infantile e adolescenziale presso il Children’s Hospital of Philadelphia e ricercatore dell’Università della Pennsylvania. In uno studio pubblicato online il 1 dicembre sulla rivista Pediatrics, Barzilay e i suoi colleghi hanno analizzato i dati di oltre 10.500 bambini statunitensi, valutando l’associazione tra l’età di accesso al primo smartphone e gli esiti di salute. I risultati indicano che i bambini che hanno ricevuto uno smartphone a 12 anni, rispetto a quelli che lo hanno ricevuto a 13 anni, presentavano un rischio superiore di oltre il 60% di disturbi del sonno e un rischio maggiore di oltre il 40% di obesità. Secondo gli autori, anche una differenza di un solo anno nell’esposizione precoce può essere associata a effetti misurabili sul benessere. Questi dati si inseriscono nel più ampio filone di ricerche basate sullo studio Adolescent Brain and Cognitive Development (ABCD), finanziato dal National Institutes of Health, che segue quasi 12.000 bambini nati tra il 2005 e il 2009. Il progetto consente analisi longitudinali sugli effetti delle tecnologie digitali sullo sviluppo cognitivo e mentale. Un lavoro pubblicato a giugno su Jama (Journal of the American Medical Association) ha distinto tra tempo totale trascorso online e uso compulsivo degli schermi. Lo studio ha mostrato che il numero complessivo di ore davanti allo schermo non era associato al rischio di ideazione suicidaria, mentre modelli di utilizzo compulsivo erano associati a un rischio da due a tre volte superiore di ideazione e comportamenti suicidari rispetto ai coetanei con un uso stabile e contenuto. La stessa ricerca ha rilevato differenze in base al tipo di attività digitale: un uso elevato e crescente dei videogiochi risultava associato a problemi di salute mentale internalizzanti, come ansia e depressione, mentre un uso intenso dei social media era più frequentemente collegato a comportamenti esternalizzanti, tra cui aggressività e violazione delle regole. Ulteriori analisi pubblicate nel dicembre 2025 hanno approfondito gli effetti cognitivi. Una research letter su JAMA ha esaminato bambini tra i 9 e i 13 anni, individuando tre traiettorie di utilizzo dei social media: nullo o minimo, basso ma in aumento, elevato e in aumento. I bambini appartenenti agli ultimi due gruppi mostravano prestazioni leggermente inferiori in test di riconoscimento della lettura, memoria di sequenze di immagini e vocabolario. Sebbene le differenze fossero contenute, risultavano costanti nel tempo. L’analisi, pubblicata in preprint su Pediatrics, ha individuato un’associazione specifica tra uso dei social media e aumento dei sintomi di disattenzione, un legame non osservato per altre attività digitali come il gaming o la visione di programmi. Sul piano della salute mentale a lungo termine, i risultati dello studio di Barzilay sono coerenti con una vasta indagine internazionale pubblicata nel luglio 2025 sul Journal of Human Development and Capabilities. Lo studio ha rilevato che ricevere uno smartphone prima dei 13 anni è associato a peggiori esiti di salute mentale nella giovane età adulta, in particolare tra le donne, inclusi pensieri suicidari, distacco dalla realtà, difficoltà nella regolazione emotiva e riduzione dell’autostima. LE RISPOSTE DEI GOVERNI: AUSTRALIA E FRANCIA Ora il governo francese intende vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni a partire dall’inizio dell’anno scolastico 2026. Lo prevede un progetto di legge, composto da due articoli, visionato dall’Agence France-Presse e di prossima presentazione al Parlamento. Il testo stabilisce il divieto di fornire servizi di social network online ai minori di quindici anni a partire dal 1° settembre 2026. Nel documento, l’esecutivo giustifica il provvedimento richiamando “numerosi studi e rapporti” che attestano i rischi legati a un uso eccessivo degli schermi digitali da parte degli adolescenti, citando in particolare l’esposizione a contenuti inappropriati, il cyberbullismo e le alterazioni del sonno. Il primo articolo del progetto si inserisce nel quadro della legge sulla fiducia nell’economia digitale (Lcen) e affida all’Arcom, l’Autorità di regolazione della comunicazione audiovisiva e digitale, il compito di vigilare sull’applicazione del divieto. Il secondo articolo prevede l’estensione ai licei del divieto di utilizzo del telefono cellulare, già in vigore dalla scuola materna alle medie in base a una legge del 2018. Il presidente francese Emmanuel Macron ha indicato il divieto dei social network ai minori di 15 anni come una priorità politica e ha annunciato che il progetto di legge sarà discusso in Parlamento a partire da gennaio. La ministra delegata all’Intelligenza artificiale e al Digitale, Anne Le Hénanff, ha definito il testo “breve e compatibile con il diritto europeo”, in particolare con il Digital Services Act (DSA). Il nuovo progetto si inserisce nel solco di precedenti tentativi legislativi: una legge promulgata nel luglio 2023, che introduceva una maggiore età digitale a 15 anni, non era stata applicata a causa di un blocco a livello europeo. Più recentemente, il Senato francese ha adottato un testo che prevede l’obbligo di autorizzazione dei genitori per l’iscrizione ai social network dei minori tra i 13 e i 16 anni. L’articolo su Jama Lo studio su Pediatrics L'articolo Perché l’uso intensivo di social e videogiochi sotto i 13 anni sono un rischio. Dopo l’Australia anche la Francia verso il divieto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Australia, fatta la legge trovato l’inganno: il divieto di uso dei social è stato aggirato dai minori in meno di 5 minuti
Il 10 dicembre 2025 ha segnato un momento storico per l’Australia: è entrata in vigore la legge che vieta ai minori di 16 anni l’accesso ai principali social media, TikTok, Instagram, YouTube, Snapchat, Facebook e X. La misura, approvata dal Parlamento australiano nel novembre 2024 dopo un braccio di ferro con Big Tech, impone alle piattaforme di verificare l’età degli utenti e bloccare gli account dei minori, con multe fino a 50 milioni di dollari australiani (circa 32 milioni di dollari USA) in caso di violazioni. Il governo australiano, guidato dal primo ministro Anthony Albanese, ha motivato la decisione con la necessità di proteggere i giovani da contenuti dannosi, algoritmi adattivi e impatti negativi sulla salute mentale, come la perdita di sonno e l’aumento di ansia e depressione. Albanese ha dichiarato che “i social media stanno causando danni ai nostri bambini” e che la legge mira a restituire ai giovani “tempo prezioso per la loro infanzia”. Maggiore flessibilità solo per YouTube, con un’esenzione parziale per i suoi contenuti educativi o l’uso supervisionato, di cui la norma riconosce il valore didattico. La scorsa settimana è scattato il periodo di transizione di 12 mesi concesso ai social media per conformarsi, ma l’impatto immediato in Australia in questi primi giorni di applicazione è misto. Molti adolescenti hanno aggirato il divieto rapidamente, utilizzando VPN, cioè sistemi che aggirano la localizzazione dell’utente, o account falsi. Una 13enne ha eluso i blocchi in meno di cinque minuti: è una caso aneddotico, che però mette in evidenza le difficoltà tecniche di implementazione del bando. I social sono stati inondati di post da utenti under-16 che vantavano di essere ancora online: un trend che mette in discussione l’efficacia della misura e, questo il rischio, può spingere i ragazzi a ribellarvisi in massa. Nelle ultime ore due adolescenti australiani hanno avviato una causa contro il governo Albanese. Sostengono l’incostituzionalità di un provvedimento che limiterebbe i loro diritti politici, impedendo il loro attivismo. Altri giovanissimi hanno recepito la legge come una misura paternalistica che interviene direttamente su socializzazione e libertà creativa. Ma diversi genitori hanno descritto effetti positivi: un sondaggio del Guardian ha rivelato che la legge ha già avuto un “profondo effetto” su alcune famiglie, con bambini che dormono meglio e interagiscono di più offline. Allo stesso tempo, come sottolineato dai critici della misura, il divieto potrebbe isolare ulteriormente bambini vulnerabili, come quelli vittime di violenza domestica, neurodivergenti o con disabilità, che usano i social come unica rete di supporto. In Australia un tema è anche l’isolamento fisico in comunità remote, con un forte impatto sulla socializzazione. L’approccio innovativo, molto avversato dalle piattaforme, è che la legge non punisce i minori o i loro genitori, ma solo le società di tech. Secondo la rivista di divulgazione scientifica Nature è anche un “esperimento naturale” per studiare gli effetti dell’esposizione ai social media sulla salute mentale dei giovanissimi. Il bando australiano ha ravvivato il dibattito globale su questo tema. Nel Regno Unito è stato recepito con enorme interesse, anche grazie all’attivismo organizzato di un movimento di genitori riuniti nella campagna per una Smartphone Free Childhood, che esercitano pressione sul governo per adottare misure simili, raccolgono migliaia di firme, argomentando che le piattaforme causano danni irreparabili ai giovani e intanto lavorano localmente per bandire i telefoni dalle scuole. Molti genitori britannici vedono l’Australia come un modello per contrastare l’epidemia di problemi mentali tra gli adolescenti, che riconducono ai contenuti tossici e alla dipendenza da scrolling riconducibile all’algoritmo. Malgrado pressioni crescenti la posizione del governo britannico, guidato da Keir Starmer, resta molto cauta. Non ci sono piani immediati per un bando totale sotto i 16 anni, come confermato da un portavoce di Downing Street. La ministra della Cultura Lisa Nandy ha espresso critiche al modello australiano, definendolo potenzialmente “non applicabile” nel Regno Unito. In un’intervista su Good Morning Britain il 10 dicembre 2025, Nandy ha dichiarato: “Non abbiamo piani per copiare il divieto australiano, ma terremo d’occhio il suo successo. Se funziona, lo considereremmo certamente”. Ha enfatizzato che il governo preferisce collaborare con le tech company per migliorare la sicurezza, piuttosto che imporre divieti che potrebbero essere elusi. Nandy ha aggiunto: “Vogliamo dare pace mentale ai genitori, ma attraverso misure proporzionate”. Il focus è sulla regolamentazione. L’Online Safety Act, entrato in vigore il 25 luglio 2025, obbliga le piattaforme a filtrare contenuti dannosi per i minori e a verificare l’età per materiale pornografico o violento. Ofcom, l’ente regolatore delle comunicazioni, ne supervisiona l’attuazione, ma diversi critici di questo approccio sottolineano la carenza di risorse per eventuali interventi sanzionatori. Questa cautela riflette anche la strategia del governo britannico di mantenere rapporti collaborativi con le grandi piattaforme tecnologiche statunitensi, privilegiando il dialogo e la cooperazione volontaria rispetto a misure punitive. Il Regno Unito si distingue in questo dall’approccio dell’Unione Europea, che ha adottato una linea più rigida attraverso regolamentazioni come il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), comminando multe miliardarie a giganti tech per violazioni della privacy, pratiche anticoncorrenziali e mancata conformità alle normative. In un quadro geopolitico di alleanza strettissima fra i Tech Bros e il governo Trump, l’Ue ha sanzionato ripetutamente aziende come Meta, Google e Apple, subendo ritorsioni commerciali, mentre Londra cerca di posizionarsi come un hub tech-friendly post-Brexit, bilanciando protezione e innovazione, e resta aperta agli investimenti delle società di Big Tech. L'articolo Australia, fatta la legge trovato l’inganno: il divieto di uso dei social è stato aggirato dai minori in meno di 5 minuti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Niente cinema e concerti, ma playlist e streaming: così i nuovi adolescenti vivono la cultura. Gli esperti: “Pesano i costi e la povertà educativa”
Vanno sempre meno ai concerti, solo il 33% mette piede nella platea di un teatro; qualcuno in più (40,3%) ha visitato un sito archeologico, mentre uno su due va ancora alle mostre. Vuote o quasi le sale dei cinema: nel 2024 li hanno frequentati solo il 21,2% dei ragazzi tra i 13 e 17 anni. Sono i dati sulla fruizione culturale degli adolescenti emersi dal 16esimo “Atlante dell’infanzia” pubblicato in questi giorni da Save The Children. Numeri che il Fatto ha letto con cura, con l’aiuto della sociologa Chiara Saraceno e Federico Taddia, conduttore di Non mi capisci su Radio 24, trasmissione dedicata alle nuove generazioni. Due le chiavi di lettura offerte dagli esperti: da una parte i costi della cultura, che escludono i giovani e soprattutto quelli che vivono in periferia; dall’altra una questione generazionale. Questa, infatti, è una generazione di adolescenti “fantasma”: ascoltano la musica, leggono i libri e sanno cosa succede nel mondo, ma non per forza si fanno vedere ai concerti, in biblioteca o davanti alla televisione. Lo spiega bene Taddia: “I nuovi dispositivi elettronici hanno cambiato – e stanno cambiando – il tipo di fruizione di un’esperienza artistica: è una fruizione più individuale, solitaria, staccata dal contesto e spesso dal momento. Live e non live sono sempre più confusi”; quella dei giovani “è una fruizione on demand non legata al “qui ed ora”. Anche il concetto di condivisione è totalmente diverso: non è più un “stiamo vivendo lo stesso momento” ma “io ti faccio vedere il momento che ho vissuto””. I CONCERTI? “TROPPO COSTOSI” Ma analizziamo i numeri che ci offre l’Atlante dell’infanzia. Solo il 12% degli adolescenti va a un concerto di musica classica; il 29% ad altri concerti. Taddia sottolinea l’incidenza dei costi: i biglietti, afferma, sono”davvero troppo costosi per quanto riguarda la musica live e il cinema”. Poi c’è “la diminuzione dei piccoli club e dei piccoli cinema”, che toglie “luoghi in cui “allenarsi” a vivere in maniera diversa un evento. E poi il grande problema delle povertà educative: sacche di famiglie (e quindi di bambini) vivono sotto la soglia di povertà, in situazioni di degrado, dove le politiche culturali mancano completamente. Dove la dispersione non è solo scolastica, ma è anche umana. Dove la cultura è roba da ricchi, non motore di cambiamento e riscatto sociale”. Sulla stessa linea la sociologa Saraceno: “Andare a un concerto è costoso. Solo se provieni da una famiglia che ha la consuetudine a questo tipo di consumi sei incoraggiato a spendere i soldi in quel modo”. IL FENOMENO DELLE PLAYLIST I ragazzi: creano playlist dai titoli che iniziano con “Pov” – acronimo di point of view, punto di vista – che indica una tecnica, mutuata da altri social come TikTok, per far immergere l’ascoltatore in una determinata situazione psicologica. La generazione Z (che comprende i nati tra il 1997 e il 2012) ha creato il 72% delle playlist “Pov” esistenti. Ecco alcuni esempi: “Pov: sei innamorato di qualcuno che non potrai mai avere“, “Pov: stai iniziando una nuova vita, ti stai trasferendo in una nuova città e tutto sta cambiando”, e via dicendo. Nel 2024, inoltre, la musica più ascoltata dalla Gen Z (52,13%) era indicata con l’acronimo “iykyk“, if you know, you know, ovvero “se lo sai, lo sai”, utilizzato per indicare che una data canzone o genere musicale sono apprezzabili – o anche solo comprensibili – da un gruppo ristretto e selezionato di persone. Grave, invece, un altro aspetto evidenziato dalla ricerca: nel 2023, dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni, “soltanto l’8,4% frequentava corsi di musica in orario extrascolastico: percentuale che indica una carenza di opportunità per lo studio di uno strumento musicale o la partecipazione a un coro , che dovrebbero essere presenti in ogni scuola in orario pomeridiano”. SOLO UN TERZO DEGLI ADOLESCENTI A TEATRO La situazione non migliora con il teatro. Solo un adolescente su tre (il 33,3%) c’è stato almeno una volta nei 12 mesi precedenti all’intervista (il 37,6% delle ragazze a fronte del 29,3% dei ragazzi); tra chi ha genitori laureati, la percentuale sale al 44%, ma scende al 25% tra chi ha mamma e papà con un basso livello di istruzione. “Teatro e mostra accendono altre sentinelle: sono luoghi, sono esperienze, apparentemente lontane. Diverse. Appartenenti ad altri linguaggi”, spiega Taddia. “Da qui la necessità di elaborare proposte nuove, diverse, linguaggi altri; dall’altra parte – laddove famiglia e scuola non hanno gli strumenti per avvicinare ragazze e ragazzi a queste esperienze – attivare azioni sul territorio, la strada, il quartiere, le periferie, i luoghi atipici, in cui far “inciampare” i ragazzi e le ragazze nei musei e nel teatro. Avvicinarli non solo come spettatori ma anche come parte attiva; coinvolgerli nella progettazione, della gestione, della scelta, nella scrittura. Non far calare la “cultura” dall’alto, ma rendere la cultura come qualcosa di accessibile, di giocabile, di plasmabile”. UNO SU CINQUE MAI AL CINEMA NEL 2024 La pandemia di Covid, sembra, ha tolto ossigeno anche al cinema: la chiusura per mesi e mesi di tutte le sale durante l’emergenza ha allontanato molti adolescenti dall’esperienza di guardare un film con decine di persone invece che su una tv in streaming o, peggio ancora, sul cellulare. Gli adolescenti che non sono mai stati al cinema in tutto il 2024 sono il 21,2%: ben il 25% al Nord (erano il 19% nel 2019), il 16% al Centro (il 13% pre-Covid), il 22% al Mezzogiorno, dato stabile rispetto a prima della pandemia. Anche in questo caso non siamo di fronte a giovani disinteressati, ma che hanno cambiato modo di fruire del prodotto culturale. Per Chiara Saraceno, anche in questo caso, la colpa è dei biglietti troppo costosi, ma per Taddia c’è anche un elemento sociologico da analizzare: “Non si sente la necessità di vivere emozioni con chi ho a fianco. Non m’interessa, non lo so fare, non ne ho l’abitudine. È come se fosse una competenza analogica se non persa, sopita. O, quanto meno, dimenticata”. L'articolo Niente cinema e concerti, ma playlist e streaming: così i nuovi adolescenti vivono la cultura. Gli esperti: “Pesano i costi e la povertà educativa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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