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Ho riflettuto su come affrontare in classe i fatti di La Spezia: con autenticità parlerò di limiti
di Dafni Ruscetta Da insegnante mi interrogo sull’ennesimo episodio di violenza tra i giovani, questa volta forse più allarmante in quanto agito all’interno del contesto scolastico istituzionale. Provo a ragionare in quali termini porre la questione agli studenti nei prossimi giorni, quando inevitabilmente se ne parlerà in classe. Ho imparato in questi anni che l’autenticità può essere la modalità più efficace di relazione con loro su questi temi, perché forse non esistono schemi preconfezionati sull’educazione alla vita. La riflessione è anzitutto su un’epoca storica avara di profondità umana, in cui ignoriamo i nostri stessi limiti, tanto in adolescenza come in età adulta. La società dell’edonismo continuo – purtroppo solo per chi vive da questa parte del mondo – ci ha fatto perdere di vista la nostra vera natura di esseri viventi, che è ‘finita’, perché l’ordine universale è più grande di noi. Anzitutto dovremmo educare i ragazzi a questa finitezza, dovremmo insegnargli che accettare il limite è una costante dell’esistenza. Sul tempio di Apollo a Delfi stava scritto “Nulla di troppo”, un invito alla temperanza, a evitare ogni forma di eccesso. L’importanza del giusto equilibrio – dello “sfiorare che si trattiene dall’afferrare”, cioè la consapevolezza del confine tra desiderio e rispetto – non solo nel comportamento ma anche nelle parole, come principio di armonia. È proprio l’assenza di limiti a generare presunzione, arroganza, confusione, con il rischio – sempre più evidente – di perdersi, di affondare nel naufragio esistenziale, di attivare quella sofferenza psicologica che spesso sfocia in violenza reale. Il non rendersi conto dei confini ci fa vivere nell’esaltazione dell’onnipotenza, del poter desiderare ogni cosa. Gli stimoli offerti dalle nuove tecnologie della rivoluzione digitale degli ultimi anni offrono perlopiù modelli culturali che contribuiscono a questa visione, generando nei giovani quel desiderio illimitato e quell’attrazione verso ‘eroi’ inadeguati, riducendo il senso di responsabilità individuale. Eppure non è tanto alla soppressione del desiderio che occorrerebbe tendere, quanto alla sua moderazione. Il modo in cui i ragazzi intendono il limite impone una analisi urgente, ma soprattutto una concreta azione culturale di lungo termine per ridare loro consapevolezza, perché sul tempio di Delfi stava anche scritto “Conosci te stesso”. È soltanto conoscendo noi stessi che possiamo vedere gli altri. Ma dobbiamo essere onesti: la preoccupante situazione attuale è anche il prodotto di chi ha contribuito a costruire quel contesto. Non è necessariamente una semplificazione affermare che le nuove generazioni siano cresciute in una condizione di iperprotezione, spesso segnata da una carenza di regole e di confini chiari. È dunque responsabilità di noi adulti offrire nuovi modelli di identificazione, soprattutto attraverso relazioni più intime con i nostri adolescenti, senza alcun timore di discutere apertamente con loro di rabbia, tristezza, frustrazione, gioia. Le famiglie e gli educatori in generale dovrebbero tornare ad ascoltare profondamente i giovani, perché è ciò che loro desiderano davvero: adulti autorevoli di riferimento. Chi ha mai provato ad affrontare questi argomenti in una classe sa che i ragazzi partecipano intensamente, perché sentono il bisogno di parlare di temi che riguardano la loro vita. Hanno necessità di saper comprendere e gestire le emozioni, per avere un contatto più profondo con le dimensioni della propria umanità, per essere disposti ad affrontare con coraggio i momenti difficili e le paure. Dicevamo che la nostra natura è finita, ma l’uomo deve pur tendere all’infinito, senza mai raggiungerlo, avvicinandosi a esso il più possibile, come aspirazione universale dell’essere umano. Educare al limite significa agire da ‘setaccio’, trattenendo ciò che è autentico, lasciando filtrare il superfluo, rendendo così possibile la comprensione della realtà e di ciò che è veramente sacro per l’esistenza. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. 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Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti, servono adulti coerenti e credibili
La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico” come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo annientamento. Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama “generazione ansiosa” – dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli Usa, gli esempi sono infiniti). Il legame tangibile tra la guerra nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento della Legge 185/90 che regolamenta il commercio di armamenti – vuole eliminare anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24 novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche i minorenni, potranno acquistarle anche online”. Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e culturale. La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi, nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti. Secondo Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”. Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono percepiti come agibili anche sul piano interpersonale. Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti, aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro ambiente sociale. L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale – incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione. Per certi versi è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario: fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse. Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano i conflitti sociali e internazionali. Che significa, sostanzialmente, essere adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando, inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace, alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza. L'articolo Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti, servono adulti coerenti e credibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica
di Melania Scali* Il recente omicidio di un giovane a La Spezia da parte di un compagno di scuola lascia sgomenta l’opinione pubblica e alza il tono delle reazioni politico-istituzionali, prospettando inasprimenti delle pene e la necessità di irrigidire i sistemi di controllo nei contesti di vita dei ragazzi, come la scuola. Dare risposte adeguate non può che avere come presupposto l’adozione di strumenti di comprensione dei fenomeni, riferimenti teorico-scientifici ancorati a prassi metodologico-operative consolidate ed efficaci. Altrimenti il rischio è che, passato l’impatto emotivo di questo drammatico omicidio, si ritorni nel nostro Paese a una mancata visione complessiva sulla devianza minorile e sulle strategie di intervento preventive e responsabilizzanti. Chiedersi come mai un ragazzo uccida un suo coetaneo implica innanzitutto una considerazione preliminare, ovvero che nella maggior parte dei casi gli adolescenti che commettono questo tipo di reati non presentano un disturbo psicopatologico. I fattori e i rischi che generano la violenza tra coetanei, infatti, non sono né lineari né unidirezionali, ma presentano piuttosto un carattere interattivo e agiscono attraverso forme di reciprocità circolari, che si modificano non solo in relazione ai diversi contesti d’azione e ai sistemi di appartenenza, ma anche nel tempo, costruendosi cioè in modo processuale. Allora, cosa chiedersi da un punto di vista psicologico per comprendere le motivazioni di un gesto di tale portata? Per esempio, qual è stata la capacità di questo ragazzo di prevedere le conseguenze delle proprie azioni: parrebbe che avesse con sé un coltello e, dunque, cosa immaginava potesse accadere qualora l’avesse utilizzato? A quale rappresentazione di sé e dei rapporti interpersonali rimanda il portare con sé un oggetto teso a offendere? I due ragazzi frequentavano la stessa scuola, si conoscevano; quale rappresentazione aveva l’autore di questo terribile reato del ragazzo ucciso? Se, come riportato da alcuni organi di informazione, la motivazione fosse legata a una ragazza, quali rappresentazioni dei rapporti sentimentali e dell’idea della donna emergono? Quale gestione della frustrazione psico-relazionale caratterizza questo ragazzo? Ma ci sono anche altri adolescenti, ossia i ragazzi che frequentano quella scuola. Adolescenti vittime indirette di un gesto così tragicamente violento. Il loro contesto di vita quotidiana, la scuola, è stato violato da un’azione violenta, traumatica, irreversibile. Questo delitto ha anche loro come vittime: gli studenti che vi hanno assistito e l’intera comunità scolastica. Un luogo di vita quotidiano dove i ragazzi, oltre alle competenze di apprendimento nozionistico, esercitano abilità relazionali, emotive e gruppali. Un contesto che è stato ferito profondamente e che necessita di una riparazione psicologica, emotiva e relazionale, nella quale la partecipazione attiva di tutti (ragazzi, insegnanti, operatori scolastici, familiari) sia orientata da interventi specialistici, tesi da una parte ad attenuare gli effetti traumatici e, dall’altra, a promuovere una responsabilizzazione dell’autore del reato, nel quadro delle decisioni giudiziarie che riguarderanno il reo. Allargando lo sguardo, per restituire senso all’accaduto è necessario che gli episodi si traducano in scelte precise e coerenti da parte delle diverse istituzioni coinvolte, ovvero: interventi di aggiornamento scientifico sul tema; formazione degli adulti che rappresentano i principali contesti di osservazione di questi ragazzi (genitori, insegnanti, figure significative della comunità, gli stessi adolescenti, ecc.); nuove esperienze di socializzazione e condivisione tra pari che “allenino” anche le capacità empatiche tra coetanei. Le norme penali in vigore sono tra le più moderne ed efficaci per il contenimento della recidiva in adolescenza. “Militarizzare” l’ambiente scolastico, come si invoca in questi giorni — ad esempio attraverso l’installazione di metal detector nelle scuole — significa dunque non avere piena consapevolezza delle motivazioni che sottendono gli agiti adolescenziali, per quanto gravi e drammatici. Ma, soprattutto, significa sprecare un’ulteriore occasione per agire in modo concreto e incisivo sul terreno della prevenzione, l’unico vero argine ai comportamenti devianti dei ragazzi. *
Consigliera Ordine degli Psicologi del Lazio L'articolo Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Divieto di social under 16, in Australia rimossi 4,7 milioni di account. E adesso ci pensa anche la Gran Bretagna
L’esperimento australiano sul divieto di social media per i minori di 16 anni ha superato la fase iniziale con numeri che hanno fatto rumore: nelle prime settimane dall’entrata in vigore dell’Online Safety Amendment Act lo scorso dicembre, le principali piattaforme hanno disattivato, rimosso o limitato circa 4,7 milioni di account appartenenti a utenti ritenuti under-16. Un dato diffuso dal governo di Canberra e confermato dall’eSafety Commissioner, che parla di un “impatto rapido e di vasta portata” . La ministra delle Comunicazioni Anika Wells ha difeso con decisione la misura: “Abbiamo sfidato chiunque sostenesse che non si potesse fare, incluse alcune delle aziende più potenti e ricche del pianeta. Oggi i genitori australiani sanno che i loro figli possono riavere la propria infanzia”. La commissaria Julie Inman Grant ha aggiunto una similitudine efficace: “Come le norme sul codice della strada, il successo non si misura dal fatto che qualcuno superi il limite di velocità, ma dalla riduzione complessiva del danno e dal ripristino di standard culturali condivisi”. Il fronte critico non manca. Già il primo giorno di applicazione del ban l’uso di VPN in Australia è schizzato del 170%, con molti adolescenti che hanno tentato di aggirare i controlli geolocalizzati. Le piattaforme – Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, X, Reddit, Threads, Twitch e Kick – sono obbligate a contrastare attivamente questi tentativi, pena multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Con dei limiti: l’eSafety Commissioner ha ammesso che alcuni account di under-16 restano attivi e che serviranno anni per misurare l’effetto reale sulla salute mentale e sul benessere dei giovani. Il modello Canberra sta però riaccendendo il dibattito a Londra, dove il premier Keir Starmer ha aperto a un cambio di rotta rispetto al rifiuto di considerare un ban, sostenuto finora: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”, ha dichiarato di recente, citando proprio l’esperienza australiana e manifestando “profonda preoccupazione” per l’esposizione precoce alla tecnologia: “Bambini di quattro anni arrivano alla scuola materna avendo già trascorso troppo tempo davanti agli schermi”. Il ministro alla Salute Wes Streeting ha usato un’immagine ancora più cruda: “Nessuno lascerebbe un bambino d’asilo incustodito con una scatola di chiodi solo perché imparare a usare martello e sega può essere utile. Ma è quello che abbiamo fatto con gli smartphone”. Streeting ha invitato l’esperto americano Jonathan Haidt, autore di The Anxious Generation e ospite assiduo del dibattito britannico, ad approfondire con i funzionari del ministero l’impatto degli smartphone sulla salute mentale giovanile. A spingere il dibattito britannico verso un possibile ban è stato anche lo scandalo legato a Grok, lo strumento di intelligenza artificiale di xAI integrato su X (ex Twitter). Il chatbot è finito nel mirino per aver generato deepfake pornografici e sessualizzati di persone reali, incluse donne e minori, senza filtri. Forse anche a causa dell’ostilità del Labour verso Musk per le sue interferenze autoritarie nella politica britannica, stavolta il caso ha occupato per giorni le aperture di giornali e telegiornali. La presidente della Commissione per l’Istruzione alla Camera dei Comuni, Helen Hayes, ha parlato di “danno sociale gravissimo”. “Queste pratiche perpetuano abusi offline, erodono la privacy e infliggono ferite durature alla salute mentale”, ha tuonato. L’Agenzia di Vigilanza per le Comunicazioni Ofcom ha aperto un’indagine e il governo ha accelerato l’entrata in vigore di norme che rendono illegale la creazione di intimate deepfake non consensuali. Il fronte scientifico resta diviso. Da un lato Haidt insiste: vietare l’accesso prima dei 16 anni è essenziale per tutelare lo sviluppo cognitivo e affettivo. Dall’altro la Molly Rose Foundation, creata dal padre di una quattordicenne il cui suicidio è stato ricondotto dagli investigatori ad abusi subiti su Instagram, e diversi esperti di cybersecurity avvertono dei rischi di un ban rigido: potrebbe spingere i ragazzi verso piattaforme non regolamentate o verso il dark web, oltre a sollevare problemi di privacy legati ai sistemi di verifica dell’età (documenti, scansioni facciali, dati biometrici esposti a data breach). In Australia il consenso popolare resta solido (circa il 77% dei genitori approva), ma il vero banco di prova sarà il monitoraggio a lungo termine. Nel Regno Unito la pressione cresce: la Camera dei Lord potrebbe presto votare un emendamento che introduce restrizioni simili ed è supportato da una petizione popolare, e Starmer, alla ricerca disperata di consensi, sembra orientato a sfidare l’ira delle piattaforme USA. L'articolo Divieto di social under 16, in Australia rimossi 4,7 milioni di account. E adesso ci pensa anche la Gran Bretagna proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché l’uso intensivo di social e videogiochi sotto i 13 anni sono un rischio. Dopo l’Australia anche la Francia verso il divieto
Negli ultimi anni il dibattito sull’impatto di smartphone e social media sulla salute degli adolescenti è stato caratterizzato da risultati frammentari e spesso contraddittori. Questo quadro è cambiato in modo significativo nella seconda metà del 2025, quando una serie di studi su larga scala ha iniziato a fornire dati convergenti sugli effetti dell’uso precoce e intensivo degli schermi sullo sviluppo fisico e mentale dei giovani. Alla luce di queste evidenze, alcuni governi hanno iniziato ad adottare misure restrittive sull’accesso dei minori ai social network. L’Australia è diventata il primo Paese al mondo a vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni (anche se la norma si aggira molto facilmente, ndr), imponendo alle piattaforme digitali l’obbligo di bloccare l’accesso a partire dal 10 dicembre 2025. Sulla stessa linea si muove ora la Francia. GLI STUDI Sono tanti, una vera marea, gli studi sul tema. Uno dei contributi più rilevanti – come riporta in un lungo articolo il Washington Post – è stato fornito da Ran Barzilay, professore di Psichiatria e psichiatra infantile e adolescenziale presso il Children’s Hospital of Philadelphia e ricercatore dell’Università della Pennsylvania. In uno studio pubblicato online il 1 dicembre sulla rivista Pediatrics, Barzilay e i suoi colleghi hanno analizzato i dati di oltre 10.500 bambini statunitensi, valutando l’associazione tra l’età di accesso al primo smartphone e gli esiti di salute. I risultati indicano che i bambini che hanno ricevuto uno smartphone a 12 anni, rispetto a quelli che lo hanno ricevuto a 13 anni, presentavano un rischio superiore di oltre il 60% di disturbi del sonno e un rischio maggiore di oltre il 40% di obesità. Secondo gli autori, anche una differenza di un solo anno nell’esposizione precoce può essere associata a effetti misurabili sul benessere. Questi dati si inseriscono nel più ampio filone di ricerche basate sullo studio Adolescent Brain and Cognitive Development (ABCD), finanziato dal National Institutes of Health, che segue quasi 12.000 bambini nati tra il 2005 e il 2009. Il progetto consente analisi longitudinali sugli effetti delle tecnologie digitali sullo sviluppo cognitivo e mentale. Un lavoro pubblicato a giugno su Jama (Journal of the American Medical Association) ha distinto tra tempo totale trascorso online e uso compulsivo degli schermi. Lo studio ha mostrato che il numero complessivo di ore davanti allo schermo non era associato al rischio di ideazione suicidaria, mentre modelli di utilizzo compulsivo erano associati a un rischio da due a tre volte superiore di ideazione e comportamenti suicidari rispetto ai coetanei con un uso stabile e contenuto. La stessa ricerca ha rilevato differenze in base al tipo di attività digitale: un uso elevato e crescente dei videogiochi risultava associato a problemi di salute mentale internalizzanti, come ansia e depressione, mentre un uso intenso dei social media era più frequentemente collegato a comportamenti esternalizzanti, tra cui aggressività e violazione delle regole. Ulteriori analisi pubblicate nel dicembre 2025 hanno approfondito gli effetti cognitivi. Una research letter su JAMA ha esaminato bambini tra i 9 e i 13 anni, individuando tre traiettorie di utilizzo dei social media: nullo o minimo, basso ma in aumento, elevato e in aumento. I bambini appartenenti agli ultimi due gruppi mostravano prestazioni leggermente inferiori in test di riconoscimento della lettura, memoria di sequenze di immagini e vocabolario. Sebbene le differenze fossero contenute, risultavano costanti nel tempo. L’analisi, pubblicata in preprint su Pediatrics, ha individuato un’associazione specifica tra uso dei social media e aumento dei sintomi di disattenzione, un legame non osservato per altre attività digitali come il gaming o la visione di programmi. Sul piano della salute mentale a lungo termine, i risultati dello studio di Barzilay sono coerenti con una vasta indagine internazionale pubblicata nel luglio 2025 sul Journal of Human Development and Capabilities. Lo studio ha rilevato che ricevere uno smartphone prima dei 13 anni è associato a peggiori esiti di salute mentale nella giovane età adulta, in particolare tra le donne, inclusi pensieri suicidari, distacco dalla realtà, difficoltà nella regolazione emotiva e riduzione dell’autostima. LE RISPOSTE DEI GOVERNI: AUSTRALIA E FRANCIA Ora il governo francese intende vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni a partire dall’inizio dell’anno scolastico 2026. Lo prevede un progetto di legge, composto da due articoli, visionato dall’Agence France-Presse e di prossima presentazione al Parlamento. Il testo stabilisce il divieto di fornire servizi di social network online ai minori di quindici anni a partire dal 1° settembre 2026. Nel documento, l’esecutivo giustifica il provvedimento richiamando “numerosi studi e rapporti” che attestano i rischi legati a un uso eccessivo degli schermi digitali da parte degli adolescenti, citando in particolare l’esposizione a contenuti inappropriati, il cyberbullismo e le alterazioni del sonno. Il primo articolo del progetto si inserisce nel quadro della legge sulla fiducia nell’economia digitale (Lcen) e affida all’Arcom, l’Autorità di regolazione della comunicazione audiovisiva e digitale, il compito di vigilare sull’applicazione del divieto. Il secondo articolo prevede l’estensione ai licei del divieto di utilizzo del telefono cellulare, già in vigore dalla scuola materna alle medie in base a una legge del 2018. Il presidente francese Emmanuel Macron ha indicato il divieto dei social network ai minori di 15 anni come una priorità politica e ha annunciato che il progetto di legge sarà discusso in Parlamento a partire da gennaio. La ministra delegata all’Intelligenza artificiale e al Digitale, Anne Le Hénanff, ha definito il testo “breve e compatibile con il diritto europeo”, in particolare con il Digital Services Act (DSA). Il nuovo progetto si inserisce nel solco di precedenti tentativi legislativi: una legge promulgata nel luglio 2023, che introduceva una maggiore età digitale a 15 anni, non era stata applicata a causa di un blocco a livello europeo. Più recentemente, il Senato francese ha adottato un testo che prevede l’obbligo di autorizzazione dei genitori per l’iscrizione ai social network dei minori tra i 13 e i 16 anni. L’articolo su Jama Lo studio su Pediatrics L'articolo Perché l’uso intensivo di social e videogiochi sotto i 13 anni sono un rischio. Dopo l’Australia anche la Francia verso il divieto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Australia, fatta la legge trovato l’inganno: il divieto di uso dei social è stato aggirato dai minori in meno di 5 minuti
Il 10 dicembre 2025 ha segnato un momento storico per l’Australia: è entrata in vigore la legge che vieta ai minori di 16 anni l’accesso ai principali social media, TikTok, Instagram, YouTube, Snapchat, Facebook e X. La misura, approvata dal Parlamento australiano nel novembre 2024 dopo un braccio di ferro con Big Tech, impone alle piattaforme di verificare l’età degli utenti e bloccare gli account dei minori, con multe fino a 50 milioni di dollari australiani (circa 32 milioni di dollari USA) in caso di violazioni. Il governo australiano, guidato dal primo ministro Anthony Albanese, ha motivato la decisione con la necessità di proteggere i giovani da contenuti dannosi, algoritmi adattivi e impatti negativi sulla salute mentale, come la perdita di sonno e l’aumento di ansia e depressione. Albanese ha dichiarato che “i social media stanno causando danni ai nostri bambini” e che la legge mira a restituire ai giovani “tempo prezioso per la loro infanzia”. Maggiore flessibilità solo per YouTube, con un’esenzione parziale per i suoi contenuti educativi o l’uso supervisionato, di cui la norma riconosce il valore didattico. La scorsa settimana è scattato il periodo di transizione di 12 mesi concesso ai social media per conformarsi, ma l’impatto immediato in Australia in questi primi giorni di applicazione è misto. Molti adolescenti hanno aggirato il divieto rapidamente, utilizzando VPN, cioè sistemi che aggirano la localizzazione dell’utente, o account falsi. Una 13enne ha eluso i blocchi in meno di cinque minuti: è una caso aneddotico, che però mette in evidenza le difficoltà tecniche di implementazione del bando. I social sono stati inondati di post da utenti under-16 che vantavano di essere ancora online: un trend che mette in discussione l’efficacia della misura e, questo il rischio, può spingere i ragazzi a ribellarvisi in massa. Nelle ultime ore due adolescenti australiani hanno avviato una causa contro il governo Albanese. Sostengono l’incostituzionalità di un provvedimento che limiterebbe i loro diritti politici, impedendo il loro attivismo. Altri giovanissimi hanno recepito la legge come una misura paternalistica che interviene direttamente su socializzazione e libertà creativa. Ma diversi genitori hanno descritto effetti positivi: un sondaggio del Guardian ha rivelato che la legge ha già avuto un “profondo effetto” su alcune famiglie, con bambini che dormono meglio e interagiscono di più offline. Allo stesso tempo, come sottolineato dai critici della misura, il divieto potrebbe isolare ulteriormente bambini vulnerabili, come quelli vittime di violenza domestica, neurodivergenti o con disabilità, che usano i social come unica rete di supporto. In Australia un tema è anche l’isolamento fisico in comunità remote, con un forte impatto sulla socializzazione. L’approccio innovativo, molto avversato dalle piattaforme, è che la legge non punisce i minori o i loro genitori, ma solo le società di tech. Secondo la rivista di divulgazione scientifica Nature è anche un “esperimento naturale” per studiare gli effetti dell’esposizione ai social media sulla salute mentale dei giovanissimi. Il bando australiano ha ravvivato il dibattito globale su questo tema. Nel Regno Unito è stato recepito con enorme interesse, anche grazie all’attivismo organizzato di un movimento di genitori riuniti nella campagna per una Smartphone Free Childhood, che esercitano pressione sul governo per adottare misure simili, raccolgono migliaia di firme, argomentando che le piattaforme causano danni irreparabili ai giovani e intanto lavorano localmente per bandire i telefoni dalle scuole. Molti genitori britannici vedono l’Australia come un modello per contrastare l’epidemia di problemi mentali tra gli adolescenti, che riconducono ai contenuti tossici e alla dipendenza da scrolling riconducibile all’algoritmo. Malgrado pressioni crescenti la posizione del governo britannico, guidato da Keir Starmer, resta molto cauta. Non ci sono piani immediati per un bando totale sotto i 16 anni, come confermato da un portavoce di Downing Street. La ministra della Cultura Lisa Nandy ha espresso critiche al modello australiano, definendolo potenzialmente “non applicabile” nel Regno Unito. In un’intervista su Good Morning Britain il 10 dicembre 2025, Nandy ha dichiarato: “Non abbiamo piani per copiare il divieto australiano, ma terremo d’occhio il suo successo. Se funziona, lo considereremmo certamente”. Ha enfatizzato che il governo preferisce collaborare con le tech company per migliorare la sicurezza, piuttosto che imporre divieti che potrebbero essere elusi. Nandy ha aggiunto: “Vogliamo dare pace mentale ai genitori, ma attraverso misure proporzionate”. Il focus è sulla regolamentazione. L’Online Safety Act, entrato in vigore il 25 luglio 2025, obbliga le piattaforme a filtrare contenuti dannosi per i minori e a verificare l’età per materiale pornografico o violento. Ofcom, l’ente regolatore delle comunicazioni, ne supervisiona l’attuazione, ma diversi critici di questo approccio sottolineano la carenza di risorse per eventuali interventi sanzionatori. Questa cautela riflette anche la strategia del governo britannico di mantenere rapporti collaborativi con le grandi piattaforme tecnologiche statunitensi, privilegiando il dialogo e la cooperazione volontaria rispetto a misure punitive. Il Regno Unito si distingue in questo dall’approccio dell’Unione Europea, che ha adottato una linea più rigida attraverso regolamentazioni come il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), comminando multe miliardarie a giganti tech per violazioni della privacy, pratiche anticoncorrenziali e mancata conformità alle normative. In un quadro geopolitico di alleanza strettissima fra i Tech Bros e il governo Trump, l’Ue ha sanzionato ripetutamente aziende come Meta, Google e Apple, subendo ritorsioni commerciali, mentre Londra cerca di posizionarsi come un hub tech-friendly post-Brexit, bilanciando protezione e innovazione, e resta aperta agli investimenti delle società di Big Tech. L'articolo Australia, fatta la legge trovato l’inganno: il divieto di uso dei social è stato aggirato dai minori in meno di 5 minuti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Niente cinema e concerti, ma playlist e streaming: così i nuovi adolescenti vivono la cultura. Gli esperti: “Pesano i costi e la povertà educativa”
Vanno sempre meno ai concerti, solo il 33% mette piede nella platea di un teatro; qualcuno in più (40,3%) ha visitato un sito archeologico, mentre uno su due va ancora alle mostre. Vuote o quasi le sale dei cinema: nel 2024 li hanno frequentati solo il 21,2% dei ragazzi tra i 13 e 17 anni. Sono i dati sulla fruizione culturale degli adolescenti emersi dal 16esimo “Atlante dell’infanzia” pubblicato in questi giorni da Save The Children. Numeri che il Fatto ha letto con cura, con l’aiuto della sociologa Chiara Saraceno e Federico Taddia, conduttore di Non mi capisci su Radio 24, trasmissione dedicata alle nuove generazioni. Due le chiavi di lettura offerte dagli esperti: da una parte i costi della cultura, che escludono i giovani e soprattutto quelli che vivono in periferia; dall’altra una questione generazionale. Questa, infatti, è una generazione di adolescenti “fantasma”: ascoltano la musica, leggono i libri e sanno cosa succede nel mondo, ma non per forza si fanno vedere ai concerti, in biblioteca o davanti alla televisione. Lo spiega bene Taddia: “I nuovi dispositivi elettronici hanno cambiato – e stanno cambiando – il tipo di fruizione di un’esperienza artistica: è una fruizione più individuale, solitaria, staccata dal contesto e spesso dal momento. Live e non live sono sempre più confusi”; quella dei giovani “è una fruizione on demand non legata al “qui ed ora”. Anche il concetto di condivisione è totalmente diverso: non è più un “stiamo vivendo lo stesso momento” ma “io ti faccio vedere il momento che ho vissuto””. I CONCERTI? “TROPPO COSTOSI” Ma analizziamo i numeri che ci offre l’Atlante dell’infanzia. Solo il 12% degli adolescenti va a un concerto di musica classica; il 29% ad altri concerti. Taddia sottolinea l’incidenza dei costi: i biglietti, afferma, sono”davvero troppo costosi per quanto riguarda la musica live e il cinema”. Poi c’è “la diminuzione dei piccoli club e dei piccoli cinema”, che toglie “luoghi in cui “allenarsi” a vivere in maniera diversa un evento. E poi il grande problema delle povertà educative: sacche di famiglie (e quindi di bambini) vivono sotto la soglia di povertà, in situazioni di degrado, dove le politiche culturali mancano completamente. Dove la dispersione non è solo scolastica, ma è anche umana. Dove la cultura è roba da ricchi, non motore di cambiamento e riscatto sociale”. Sulla stessa linea la sociologa Saraceno: “Andare a un concerto è costoso. Solo se provieni da una famiglia che ha la consuetudine a questo tipo di consumi sei incoraggiato a spendere i soldi in quel modo”. IL FENOMENO DELLE PLAYLIST I ragazzi: creano playlist dai titoli che iniziano con “Pov” – acronimo di point of view, punto di vista – che indica una tecnica, mutuata da altri social come TikTok, per far immergere l’ascoltatore in una determinata situazione psicologica. La generazione Z (che comprende i nati tra il 1997 e il 2012) ha creato il 72% delle playlist “Pov” esistenti. Ecco alcuni esempi: “Pov: sei innamorato di qualcuno che non potrai mai avere“, “Pov: stai iniziando una nuova vita, ti stai trasferendo in una nuova città e tutto sta cambiando”, e via dicendo. Nel 2024, inoltre, la musica più ascoltata dalla Gen Z (52,13%) era indicata con l’acronimo “iykyk“, if you know, you know, ovvero “se lo sai, lo sai”, utilizzato per indicare che una data canzone o genere musicale sono apprezzabili – o anche solo comprensibili – da un gruppo ristretto e selezionato di persone. Grave, invece, un altro aspetto evidenziato dalla ricerca: nel 2023, dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni, “soltanto l’8,4% frequentava corsi di musica in orario extrascolastico: percentuale che indica una carenza di opportunità per lo studio di uno strumento musicale o la partecipazione a un coro , che dovrebbero essere presenti in ogni scuola in orario pomeridiano”. SOLO UN TERZO DEGLI ADOLESCENTI A TEATRO La situazione non migliora con il teatro. Solo un adolescente su tre (il 33,3%) c’è stato almeno una volta nei 12 mesi precedenti all’intervista (il 37,6% delle ragazze a fronte del 29,3% dei ragazzi); tra chi ha genitori laureati, la percentuale sale al 44%, ma scende al 25% tra chi ha mamma e papà con un basso livello di istruzione. “Teatro e mostra accendono altre sentinelle: sono luoghi, sono esperienze, apparentemente lontane. Diverse. Appartenenti ad altri linguaggi”, spiega Taddia. “Da qui la necessità di elaborare proposte nuove, diverse, linguaggi altri; dall’altra parte – laddove famiglia e scuola non hanno gli strumenti per avvicinare ragazze e ragazzi a queste esperienze – attivare azioni sul territorio, la strada, il quartiere, le periferie, i luoghi atipici, in cui far “inciampare” i ragazzi e le ragazze nei musei e nel teatro. Avvicinarli non solo come spettatori ma anche come parte attiva; coinvolgerli nella progettazione, della gestione, della scelta, nella scrittura. Non far calare la “cultura” dall’alto, ma rendere la cultura come qualcosa di accessibile, di giocabile, di plasmabile”. UNO SU CINQUE MAI AL CINEMA NEL 2024 La pandemia di Covid, sembra, ha tolto ossigeno anche al cinema: la chiusura per mesi e mesi di tutte le sale durante l’emergenza ha allontanato molti adolescenti dall’esperienza di guardare un film con decine di persone invece che su una tv in streaming o, peggio ancora, sul cellulare. Gli adolescenti che non sono mai stati al cinema in tutto il 2024 sono il 21,2%: ben il 25% al Nord (erano il 19% nel 2019), il 16% al Centro (il 13% pre-Covid), il 22% al Mezzogiorno, dato stabile rispetto a prima della pandemia. Anche in questo caso non siamo di fronte a giovani disinteressati, ma che hanno cambiato modo di fruire del prodotto culturale. Per Chiara Saraceno, anche in questo caso, la colpa è dei biglietti troppo costosi, ma per Taddia c’è anche un elemento sociologico da analizzare: “Non si sente la necessità di vivere emozioni con chi ho a fianco. Non m’interessa, non lo so fare, non ne ho l’abitudine. È come se fosse una competenza analogica se non persa, sopita. O, quanto meno, dimenticata”. L'articolo Niente cinema e concerti, ma playlist e streaming: così i nuovi adolescenti vivono la cultura. Gli esperti: “Pesano i costi e la povertà educativa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Deepfake porn e abusi, la radice è culturale: si parta dall’educazione. La violenza nelle relazioni? In età sempre più giovane”
Centinaia di volti di donne sovrapposti a corpi nudi generati dall’intelligenza artificiale. È solo l’ultimo caso di deepfake pornografici emerso in rete. Non è un episodio isolato: negli ultimi mesi si sono moltiplicati i canali e i siti che diffondono immagini intime senza consenso, dal portale Phica.net, oscurato dopo aver raccolto foto rubate di centinaia di ragazze italiane, fino al gruppo Telegram “Mia moglie”, dove venivano condivisi contenuti privati e denigratori. Un fenomeno in espansione, che coinvolge sempre più anche adolescenti e giovani, dove la facilità di iscriversi, creare o far circolare materiale falso o privato accresce il rischio di violenza, abusi, emarginazione e ricatti. Ma dietro la cronaca c’è un problema più profondo: quello educativo. Lo spiega a ilfattoquotidiano.it Gloriana Rangone, psicologa, psicoterapeuta e co-direttrice della scuola di psicoterapia IRIS di Milano, già coordinatrice del gruppo di lavoro per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per l’Ordine degli psicologi della Lombardia. La notizia di un forum di deepfake porn ha colpito molto l’opinione pubblica. Cosa ci dice la reazione collettiva a episodi del genere? La cosa che più mi ha colpito è la forza emotiva con cui questa notizia è stata accolta. Ho visto tristezza, rabbia, sconforto, ma anche disorientamento. Credo che in molti abbiano percepito che non si tratta di eventi isolati, ma di un fenomeno ampio, trasversale, che ci riguarda da vicino. È come se all’improvviso toccassimo con mano che valori che pensavamo consolidati – rispetto, uguaglianza, dignità – non lo sono affatto. Per questo penso che per affrontare davvero queste violazioni dobbiamo partire da lontano: da come stiamo crescendo bambini e adolescenti. È lì che si costruiscono le basi del rispetto dell’altro, dell’autonomia, della responsabilità. E invece oggi questi percorsi educativi sono sempre più fragili. Non basta indignarsi quando scoppia il caso: bisogna interrogarsi su cosa non stiamo facendo quotidianamente per sostenere una crescita sana. Molti osservatori dicono che non è solo una questione sessuale, ma anche di potere, di dimostrazione, di esibizione. Quanto pesa questa dinamica sugli adolescenti? L’adolescenza è una fase di transizione: i ragazzi e le ragazze cercano conferme, vogliono sentirsi grandi, esplorano. È fisiologico. Ma il punto è che oggi la ricerca di identità passa spesso da canali sbagliati. Il bisogno di apparire forti o “più avanti” degli altri si intreccia con un’insicurezza di fondo. Così la sfida o la violenza diventano mezzi per affermarsi. È un errore grave, ma comprensibile se guardiamo al contesto: l’adulto spesso non c’è, o non sa più orientare. Molti genitori, educatori, insegnanti minimizzano, liquidano certi comportamenti come “ragazzate”. Ma parliamo di atti che possono avere conseguenze devastanti, anche penali. E se gli adulti per primi non sono consapevoli della gravità, come possiamo aspettarci che lo siano i più giovani? Il caso dei deepfake dimostra che basta un software per creare un’immagine falsa. Quanto questo aumenta la violenza online? È un fattore di rischio enorme, e va preso molto sul serio. Ma non dobbiamo cadere nella trappola del “è colpa dell’intelligenza artificiale”. La tecnologia amplifica ciò che già esiste. Se una cultura è violenta, sessista, intrisa di disuguaglianza, l’IA non fa che renderla più visibile e più potente. Non è un rapporto di causa-effetto. La responsabilità resta nostra: di come educhiamo, di quali modelli di relazione trasmettiamo, di come trattiamo il corpo e il consenso. L’intelligenza artificiale e i social non inventano la violenza, la rendono soltanto più accessibile. Lei ha lavorato molto sul fenomeno della teen dating violence. In che modo oggi si manifesta tra gli adolescenti? Purtroppo si manifesta sempre prima. Oggi parliamo di relazioni che iniziano già a 12 o 13 anni, in cui la violenza assume forme subdole: non solo fisiche, ma psicologiche, di controllo, di isolamento. Capita spesso che una ragazza racconti: “Il mio fidanzato vuole che gli scriva appena esco da scuola, che gli mandi una foto quando arrivo a casa”. Quando le chiedi perché, risponde: “Perché lui mi vuole bene”. È l’errore più comune: confondere il possesso con l’amore. Dietro c’è un malinteso affettivo che poi può sfociare in atti più gravi: la diffusione di immagini intime, la condivisione forzata di foto o video, la perdita totale di autonomia. Ho seguito casi in cui tutto questo ha portato a gravi conseguenze psicologiche, fino a comportamenti autolesivi o suicidari. In Italia non esiste ancora un’educazione affettiva strutturata nelle scuole. Quanto pesa questa mancanza? Pesa moltissimo. L’educazione all’affettività e al rispetto dovrebbe iniziare molto prima, già nell’infanzia. La radice del problema è culturale: fin da piccoli trasmettiamo messaggi diversi a maschi e femmine: alle bambine diciamo “come sei carina”, ai bambini “come sei forte”. È da lì che si forma l’idea che il valore di una ragazza dipenda dal suo aspetto, e che il valore di un ragazzo si misuri nella forza o nel controllo. L’assenza di percorsi strutturati lascia i ragazzi soli a decifrare emozioni, relazioni e limiti, spesso attraverso modelli distorti che arrivano dai social o dalla rete. Le scuole dovrebbero diventare spazi in cui si impara anche a riconoscere e gestire i sentimenti, non solo a studiare. Ma serve un lavoro collettivo: famiglia, media e società civile devono contribuire a costruire una cultura del rispetto reciproco. Non è solo una questione di programmi scolastici, ma di civiltà condivisa. In attesa che la scuola faccia di più, cosa possono fare le famiglie? Prima di tutto, parlarsi. Sembra banale, ma non lo è. I genitori dovrebbero confrontarsi tra loro, costruire reti, chiedere aiuto. Troppo spesso si tende a minimizzare o a nascondere i segnali di disagio. E poi è fondamentale mantenere il dialogo con i figli. L’idea di poterli controllare è illusoria: i ragazzi conoscono la tecnologia meglio di noi, trovano sempre una via per sfuggire. Ma se si sentono ascoltati, non giudicati, allora si aprono. La protezione resta importante, ma deve andare di pari passo con la fiducia. Un figlio non si educa con la sorveglianza, ma con la presenza. Insieme al lavoro prioritario per educare i maschi alla non violenza, è necessario lavorare anche sulla consapevolezza delle ragazze? È altrettanto fondamentale. Le ragazze devono comprendere il loro valore e i loro diritti. Devono sapere che se subiscono un abuso, c’è sempre un aggressore, ma anche un contesto che lo permette. E che chi assiste, chi “guarda e non fa nulla”, è parte del problema. Serve una cultura del limite, che oggi manca non solo tra i ragazzi ma anche tra gli adulti. Dobbiamo aiutare i giovani a capire che alcune azioni non sono “errori”, ma reati. Rubare un’immagine, diffonderla, umiliare: sono tutti atti che violano la libertà dell’altro. Per cambiare davvero, serve una sensibilità nuova, diffusa, che coinvolga genitori, insegnanti, istituzioni e pari. Perché spesso sono proprio i coetanei, più degli adulti, a vedere per primi che qualcosa non va. L'articolo “Deepfake porn e abusi, la radice è culturale: si parta dall’educazione. La violenza nelle relazioni? In età sempre più giovane” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Adolescenti
Educazione Sessuale
“La prof ti cerca”: la fanno uscire dalla classe e poi la picchiano in palestra. Denunciate due 16enni a Messina
Una brutale aggressione cominciata con un inganno. Non parliamo di serie tv, boss, criminali o ladri. L’astuzia (negativa) è venuta in mente a due ragazze di 16 anni, responsabili del pestaggio ai danni di una 17enne, nella palestra del liceo artistico Basile di Messina mentre erano ancora in corso le lezioni. E nel frattempo che i ragazzi erano su Kant, Caravaggio o sulle funzioni goniometriche, nella classe della vittima qualcuno bussa alla porta. Una delle due ragazze, entrate dal cancello principale e poi dalle scale d’emergenza, l’aggredita non l’ha mai vista. La sconosciuta bussa, fa il nome della vittima, finge di essere stata mandata da un’altra insegnante che chiede di lei e convince la professoressa a far uscire la ragazza. Ad aspettare la vittima nella palestra del plesso però non c’è nessuna docente, ma una sua vecchia conoscenza. Prima amiche, ex compagne di classe, poi le prime tensioni, il trasferimento della ragazza in un altra scuola, gelosie man mano diventate sempre più forti. Sono partiti schiaffi, pugni, calci: in due contro uno. Al liceo Basile intanto è la sesta ora e alcuni ragazzi diretti in palestra notano l’aggressione e lanciano l’allarme. Sopraggiunge un collaboratore scolastico, che cade e si fa male. Intanto le responsabili sono scappate. I genitori della studentessa hanno presentato denuncia e fornito dettagli fondamentali al riconoscimento delle due responsabili. Per la giovane, profondamente scossa, il liceo tramite la sua dirigente Caterina Celesti ha attivato le misure di sostegno psicologico e ha annunciato iniziative legali. Strada che potrebbe essere percorsa anche dalle due professoresse inconsapevolmente coinvolte. “Durante le violenze una delle due ragazze ha registrato tutto con il cellulare, ora ci chiediamo che fine ha fatto questo video” dice la sorella della vittima. Nella speranza che il presunto filmato non stia già circolando, il liceo proprio questa mattina ha svolto un incontro sul cyberbullismo (già programmato) per sensibilizzare gli studenti. L’aggressione, condotta come un vero e proprio blitz, si inserisce in un quadro giovanile già preoccupante in cui la violenza assume delle forme sempre più assurde ma, paradossalmente, sempre più studiate e strategiche come in questo caso. L'articolo “La prof ti cerca”: la fanno uscire dalla classe e poi la picchiano in palestra. Denunciate due 16enni a Messina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca Nera
Aggressione
Adolescenti
Bullismo
Messina
Altro che sdraiati, questa generazione (forse) ci stupirà
Stare bene. È questo il primo, in assoluto, tra i desideri dei giovani tra i 14 e i 17 anni intervistati dall’Istituto Demopolis nell’ambito dell’indagine “Vivere da adolescenti in Italia” promossa dalla Fondazione Con i bambini. E se l’ambizione non vi sembra adatta a far battere i cuori più impetuosi, attenzione: quella che si affaccia è una generazione pragmatica, attenta alla salute psicologica e relazionale, a tratti sorprendente. Per certi versi (molti) incompresa. I dati raccolti, infatti, da un lato raccontano una realtà divisa a metà, con differenze rilevanti nelle percezioni tra chi vive nei centri e chi ai margini, ma lasciano anche intravedere un futuro emergente un po’ inaspettato, lontano dalla narrazione stereotipata che da adulti tendiamo ad appioppare a chi arriva dopo di noi. Così, se i numeri parlano chiaro – i più giovani sognano di diventare youtuber e influencer, certo, ma più spesso medici e nell’11% dei casi educatori e imprenditori – un elemento salta all’occhio: il benessere psicologico e relazionale si consolida tra le priorità di ragazzi e ragazze che più di tutto chiedono nelle città spazi per incontrarsi e fare nuove amicizie. Così se le ultime generazioni hanno avuto il merito di fare irruzione nei posti di lavoro con la sicurezza psicologica, gli adolescenti non scendono più a patti: per loro è un assoluto, un mai più senza. Un po’ come i jeans nel guardaroba: nessuno può farne a meno. Da Xennials – a metà tra generazione X e Millennials – me lo chiedo. E se proprio questa fosse la generazione underdog? Quella che davamo per debole e sfavorita e che invece ci spiazza? Quella che non abbiamo visto arrivare? Abituati a immaginare i più giovani spalmati sul divano – chi tra noi genitori oltre 40 non ha letto Gli sdraiati di Michele Serra? -, apprensivi al punto di tracciare i loro spostamenti con gli amici con app dedicate e consapevoli di una sorveglianza scolastica senza precedenti grazie al registro elettronico perpetuamente disponibile, rischiamo di sottovalutare quel che per loro sembra contare davvero. Stare bene e cura delle relazioni sono i due pilastri di una vita che merita di essere vissuta con pienezza e gioia, anche (soprattutto) per loro. Noi che li davamo per persi, incontriamo una generazione ritrovata, che torna ai capisaldi, alla semplicità. Certo, scrivo da madre preoccupata come molte di non capirci nulla – troppe volte ho pensato che Paolo Crepet, con quel cipiglio, si rivolgesse proprio a me o al massimo al partner che mi sta accanto. Non solo, però. Al di là della dimensione individuale c’è un tema da considerare: se il benessere personale e relazionale è la priorità, quali sono le aspettative dei ragazzi e delle ragazze nei contesti collettivi – scuola e lavoro primi tra tutti? Abbiamo costruito un modello educativo che risponde efficacemente? I nostri ambienti di lavoro sono spazi psicologicamente sicuri dove nutrire davvero quello stare bene così agognato? Così, di pancia, risponderei un doppio no. Abbiamo favorito contesti di competizione polarizzanti e se siamo abituati noi con i capelli grigi non è detto che sia l’unico modo per organizzarci o che sia naturale e giusto – “Il mondo va così, bellezza!”, ma anche no. Ecco, le domande sono tante e non sono rinviabili. Pensavamo di avere di fronte la versione stanca e demotivata di Tony Effe, forse abbiamo davanti una schiera di persone concrete e attente. La musica phonk ci ha fuorviati – e se non sapete cosa è, suona l’allarme boomer. Questa generazione merita più fiducia e forse una manciata di stereotipi in meno. L'articolo Altro che sdraiati, questa generazione (forse) ci stupirà proviene da Il Fatto Quotidiano.
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