Le forze militari del presidente siriano ad interim, Ahmad al-Sharaa, stanno
entrando da ieri nelle città del Rojava nella Siria nord-orientale. La prima a
essere invasa dai mezzi corazzati di Damasco è Hasakah – capitale del Rojava- in
base a un nuovo accordo firmato venerdì scorso tra il governo centrale siriano e
le Syrian Democratic Forces (Sdf) a guida curda. Le unità del Ministero
dell’Interno di Damasco hanno inoltre iniziato a dispiegarsi nei principali
centri urbani dell’ex regione autonoma, come Qamishli.
Questo accordo, raggiunto subito dopo l’estensione del cessate il fuoco, segna
un passo fondamentale verso il pieno controllo governativo su aree a lungo
amministrate autonomamente dal PYD. È il partito che aderendo alle teorie di
autonomia confederalista- democratica – socialista di Abdullah Ocalan, nel 2013
ha gettato le fondamenta di questo inedito esperimento sociale in Medio Oriente
difeso finora dalle Sdf.
Con questo patto sembrano terminati, almeno per ora, i giorni di intensi
combattimenti tra le truppe di al-Sharaa e le Sdf, fino a qualche mese fa ancora
sostenute dagli Stati Uniti. Gli scontri erano scoppiati il mese scorso dopo il
fallimento dei colloqui, durati per tutto il 2025, circa un piano per integrare
le unità curde nelle forze di sicurezza siriane del dopoguerra, in seguito al
rovesciamento del governo di Bashar Assad nel dicembre 2024. In base
all’accordo, i combattenti curdi saranno gradualmente assorbiti nell’apparato di
sicurezza ufficiale siriano ma non a livello individuale. Mazloum Abdi, il
comandante curdo a capo delle Sdf è riuscito almeno a ottenere che questa sua
richiesta venisse soddisfatta da Damasco.
Nel dettaglio l’accordo prevede la creazione di una nuova divisione militare
composta da tre brigate provenienti dalle unità delle Sdf e da una quarta
brigata composta da combattenti curdi di stanza a Kobane, città curda nella
provincia di Aleppo ( che non fa parte del Rojava ma che è diventata il simbolo
della strenua resilienza dei curdi contro l’Isis nel 2014). Anche la governance
civile sarà rimodellata, con l’integrazione di istituzioni curde autonome nelle
strutture statali siriane, la salvaguardia dei diritti civili e di istruzione
dei curdi e il ritorno dei residenti sfollati a causa dei combattimenti.
Di fatto è la fine del Rojava senza ulteriore spargimento di sangue. Ma di certo
ne sono contente solo le tribù arabe che mal sopportavano di essere governate
dai curdi dopo che le Sdf si erano espanse conquistando anche zone a maggioranza
araba come Raqqa, Deir Erzor, Taqba, ovvero l’area dove ci sono i giacimenti di
gas e petrolio, questo di ottima qualità che non necessita di essere raffinato.
Ora sarà Damasco a gestire pozzi e giacimenti e a incassare i proventi delle
vendite. Intanto il problema dei membri dell’Isis che erano sotto custodia delle
Sdf non è stato di fatto risolto visto che molti sono fuggiti e solo poche
migliaia sono state trasferite nelle carceri irachene. Una situazione che
continuerà a mettere in pericolo la vita dei civili curdi.
L'articolo La fine del Rojava. Le città passano nelle mani della Siria e le
unità curde saranno integrate nell’esercito di Damasco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Non solo i coraggiosi combattenti kurdi delle Forze democratiche siriane hanno
sconfitto l’Isis, eliminando una grave minaccia terroristica che incombeva sul
Medio Oriente e sul mondo, ma le organizzazioni kurde hanno dato vita in Rojava,
nel Nord-Est della Siria, a istituzioni autenticamente democratiche basate
sull’autogoverno, la tutela ambientale e i diritti delle donne, in netta
contrapposizione alle tendenze del capitalismo e del patriarcato dominanti.
Oggi questa esperienza autenticamente rivoluzionaria è in grave pericolo e sotto
l’assedio delle bande tribali inquadrate nelle cosiddette Forze Armate siriane,
comandate da Al Jolani che da nemico terrorista numero uno è passato in breve
tempo a fidato mandatario di Trump e interlocutore più che gradito di Netanyahu.
Ovviamente Stati Uniti ed Israele hanno tutto da perdere dal consolidamento
autentico della democrazia in Medio Oriente. La finta democrazia israeliana,
basata in realtà sull’esclusione della popolazione palestinese e sul genocidio
tuttora in corso a Gaza, ha infatti sempre finanziato e promosso, prima che
scappassero loro dalle mani, forze religiose fondamentaliste come Hamas,
osteggiando e tenendo recluso un leader come Marwan Barghouti, che potrebbe
unificare tutto il popolo palestinese su di una piattaforma laica e democratica.
Né migliori sono i vari soggetti europei, radicali e simili, che per motivi di
interesse geopolitico agitano strumentalmente i sacrosanti diritti delle donne
iraniane, ma si guardano bene dal riprendere lo slogan “donna, vita e libertà”
quando a lanciarlo sono le donne kurde oggi massacrate dai tagliagole di Al
Jolani col beneplacito di Trump e dei suoi imbelli, pusillanimi e microcefali
servi europei.
Sotto la lungimirante guida di Abdullah Ocalan, i Kurdi hanno da tempo
abbandonato le sterili bandiere del separatismo per imboccare la via della
rifondazione democratica degli Stati nei quali vivono. Il dialogo in Turchia è
ancora in fase iniziale. In Siria qualche passo era stato fatto, ma oggi la
criminale offensiva delle forze tribali mette in discussione la stessa esistenza
del popolo kurdo. Quella che viene chiesta è sostanzialmente una resa, con lo
smantellamento delle organizzazioni armate e la confluenza dei combattenti a
titolo individuale nelle Forze armate siriane.
Ció è inaccettabile e occorre quindi sostenere oggi, come anni or sono, la
resistenza di Kobane e delle altre città kurde della Siria nord-orientale che
stanno oggi difendendo la propria autonomia e la loro stessa vita, contro un
nuovo genocidio che già si delinea ad opera degli stessi che,
coll’autorizzazione dell’Occidente, hanno già compiuto massacri tra gli Alawiti
e tra i Drusi.
Si conferma che il clima di ripudio del diritto internazionale alimentato dallo
psicopatico narcisista dai capelli arancione, appoggiato, si parva licet, dai
suoi oscuri camerieri come “fino a un certo punto” Tajani, alimenta ovunque
guerre, massacri e genocidi.
Si tratta di quella che Luigi Ferrajoli, nell’importante convegno che abbiamo
tenuto il 20 gennaio alla Fondazione Di Vittorio con la partecipazione dei
giuristi e diplomatici cinesi, ha definito la “sovranità selvaggia” che produce
imperialismo e aggressioni sul piano internazionale (vedi l’aggressione al
Venezuela il rapimento di Nicolas Maduro e Cilia Flores) e un nuovo
pericolosissimo fascismo su quello interno (vedi il crimine di Minneapolis e le
criminali imprese razziste dell’ICE).
Come dimostrato proprio dal piratesco assalto al Venezuela per rubare al popolo
venezolano le risorse cui ha diritto, questo modus operandi è sempre più simile
a quello della mafia e del terrorismo internazionale, anche se ridicolmente i
semianalfabeti componenti dell’amministrazione Trump accusano proprio di
“narcoterrorismo” tutti coloro, da Maduro al presidente colombiano Petro a
chissà quanti e quali altri, non si inginocchino melonicamente di fronte a loro.
Al Jolani, terrorista e tagliagole redento dall’imposizione delle mani di Trump,
emula a sua volta questo modello di “sovranità selvaggia” già brillantemente
implementato dal genocida Netanyahu facendo oltre settantamila morti a Gaza,
buona parte bambini, con le armi generosamente fornite dai suoi complici Stati
Uniti, Germania, Italia ecc.
La Turchia di Erdogan insegue purtroppo la sua ossessione di eliminazione dei
Kurdi tralasciando di cogliere l’occasione storica di pace, riconciliazione e
rifondazione democratica offerta dai Kurdi, mentre dovrebbe capire le enormi
potenzialità inerenti ad abbracciare senza riserve e senza indugi la prospettiva
della pace e della democrazia.
Occorre sperare che il modello Trump non faccia altri proseliti fra gli Stati
del Sud globale, altrimenti la prospettiva dell’estinzione del genere umano, per
guerre o catastrofi ambientali, sarà sempre più realistica.
Anche per questo è importante oggi tenere alta la bandiera del Rojava, esempio
vivente di democrazia e risultato del diritto di autodeterminazione dei popoli,
che lorsignori, Trump e Netanyahu in testa, vorrebbero oggi sopprimere per far
trionfare la micidiale combinazione tra imperialismo e poteri privati di cui
sono gli alfieri e i portavoce.
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proseliti proviene da Il Fatto Quotidiano.