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Turchia, maggioranza e opposizione contrari all’intervento Usa-Israele contro l’Iran. I curdi smentiscono operazioni di terra
Prima che venisse intercettato un missile diretto verso la Turchia, e ancor prima di quello finito nell’exclave azera di Nakhchivan, al confine con la Turchia, tutti i partiti turchi hanno manifestato attraverso dichiarazioni scritte la propria contrarietà all’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non solo il partito della Giustizia e Sviluppo, AKP, del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il partito di estrema destra del Movimento Nazionalista MHP, partner di minoranza della coalizione di governo, ma anche tutti i partiti di opposizione hanno dichiarato di opporsi al conflitto israelo-americano contro il regime iraniano. Dopo che, peraltro, Erdogan aveva inviato a Teheran le condoglianze della Turchia per l’uccisione della Guida Suprema Alí Khamenei, anche i leader politici dell’opposizione hanno chiesto un ritorno alla diplomazia. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, dopo i primi attacchi contro l’Iran del 28 febbraio, ha espresso rammarico per il fallimento degli sforzi diplomatici e ha accusato Israele di provocazione. Ha condannato gli attacchi come una violazione della sovranità iraniana e, allo stesso tempo, ha criticato l’Iran per aver preso di mira le basi militari statunitensi nei paesi del Golfo durante i suoi attacchi di rappresaglia. Ozgur Özel, segretario della maggiore forza di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), ha rilasciato una dichiarazione scritta, opponendosi agli attacchi di Stati Uniti e Israele e sollecitando la ripresa dei negoziati diplomatici. “Stiamo seguendo da vicino gli sviluppi innescati dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran”, si legge nella dichiarazione. “Ci opponiamo agli attacchi condotti contro il nostro vicino Iran in palese disprezzo del diritto internazionale.” Özel ha quindi esposto la posizione del suo partito in sette punti: Rifiuto della guerra e del conflitto nella regione. Opposizione agli interventi di Stati Uniti e Israele che ignorano il diritto internazionale e prendono di mira i civili. Ribadendo inoltre che, sebbene il CHP non approvi le politiche repressive dell’Iran, il futuro dell’Iran e della regione dovrebbe essere deciso solo dal suo popolo. Preoccupazione per qualsiasi azione che possa destabilizzare la regione, che è di vitale importanza per la Turchia. Appello a tutte le parti ad agire con moderazione e alla comunità internazionale a opporsi a tutti gli interventi illegali. Avvertimento che una guerra regionale più ampia porterebbe a una distruzione irreversibile.Critica al sistema internazionale emergente che consente a Stati Uniti e Israele di intervenire in qualsiasi paese a piacimento, come si è visto in Palestina, Venezuela e Groenlandia. È importante sottolineare che anche il Partito filo curdo per l’Uguaglianza e la Democrazia Popolare, DEM, terzo partito per numero di seggi in Parlamento ha condannato “un intervento che non riguarda la democrazia”. Il DEM, in un documento intitolato “Libertà e pace” scrive: “È chiaro che le potenze globali e regionali non stanno perseguendo la democrazia o le libertà in Iran, ma stanno invece cercando di stabilire un nuovo ordine che non rappresenti più una minaccia per loro, proprio come si è visto in altri momenti della storia”. La dichiarazione sostiene che i continui attacchi aerei non saranno d’aiuto alle aspirazioni a una vita più libera delle diverse comunità etniche iraniane, tra cui curdi, beluci, cristiani, azeri e persiani. “Crediamo che una terza via sia possibile e che sia anche la più etica per la popolazione dell’Iran. Le comunità in Iran, attingendo alle loro esperienze storiche e alla loro convivenza, possono costruire un modello di autogoverno”, ha affermato. Il partito ha comunque ribadito il proprio sostegno ai movimenti democratici in Iran e ha condannato la storia di repressione della Repubblica Islamica. “Non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo le uccisioni di Jina Mahsa Amini, Mücahid Kurkur, Dr. Qasimlo, Ramin Hüseyin Penahi e decine di migliaia di altre persone da parte del regime clericale”, ha affermato. “Tuttavia, crediamo anche che il cambiamento in Iran debba venire dall’interno, attraverso la volontà collettiva del suo popolo, non attraverso imposizioni esterne”. La posizione dei filo curdi e dei curdi di Turchia è in linea con i vicini del Kurdistan iracheno (dove rimangono alcune cellule del PKK, seppur auto- disarmatosi lo scorso anno) che hanno smentito di voler unirsi ai curdi iraniani che dovrebbero costituire la fanteria degli americani e israeliani, come accaduto nel 2014 nel nord-est della Siria quando i curdi del Rojava vennero usati sul terreno dalla coalizione a guida americana contro l’Isis. Neanche due mesi fa, le forze curde della regione de facto autonoma democratica e confederale del Nord Est Siria (Rojava) sono state tradite proprio dall’amministrazione americana che non ha voluto impedire all’esercito dell’ex jihadista, nonchè presidente ad interim della Siria, Ahmet al Shaara, di attaccare i curdi prima nei loro quartieri di Aleppo per indurli ad andarsene dalla città e, in seguito, nel Rojava stesso che ha dovuto cedere parte della conquistata autonomia a prezzo di annosi sacrifici. Ieri il presidente della Regione semi autonoma del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, ha ribadito che la Regione “non si impegnerà in alcun conflitto o escalation militare” che metta a rischio la sicurezza e la vita della sua popolazione. Pur avendo già sperimentato questa settimana attacchi con missili e droni su Erbil (capitale del Kurdistan iracheno) e dintorni dal confinante Iran, Barzani ha confermato: “Riaffermiamo che la Regione del Kurdistan fungerà costantemente da pilastro della pace e non si impegnerà in alcun conflitto o escalation militare che metta a repentaglio la vita e la sicurezza del nostro popolo”. Hemn Hawrami, membro del Politburo del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), fondato dal clan Barzani, al potere nella regione, ha respinto le notizie in un post su X secondo cui la regione del Kurdistan o i curdi in Iraq ” farebbero parte di un piano per armare e sostenere l’opposizione curda iraniana che avrebbe voluto attraversare i confini con l’Iran”. Nell’est del Kurdistan iracheno ci sono infatti alcune cellule dei guerriglieri separatisti curdi-iraniani che usano questo confine poroso per entrare e uscire facilmente dall’Iran. “Non facciamo parte di questa guerra e il nostro obiettivo è preservare, mantenere la pace e la sicurezza nella nostra regione e oltre”, ha detto ancora Barzani. I rapporti circolati mercoledì e giovedì mattina suggerivano che le forze curde avessero lanciato un’operazione di terra in Iran dal confine occidentale del Paese. “La salvaguardia dello status della regione del Kurdistan e dei nostri successi costituzionali può essere realizzata solo attraverso l’unità, la solidarietà e una responsabilità nazionale collettiva tra tutti i partiti politici e le comunità del Kurdistan”, ha affermato Barzani. La scorsa settimana, i partiti di opposizione curdi iraniani hanno annunciato una nuova coalizione politica – la Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Iraniano – volta a unificare i loro sforzi contro la repubblica islamica e a promuovere l’autodeterminazione curda. In seguito all’annuncio dell’alleanza, il Ministero degli Interni della Regione del Kurdistan iracheno ha rilasciato una dichiarazione in cui ha preso le distanze da questi gruppi armati curdi iraniani e ha ribadito che il proprio territorio non sarebbe stato utilizzato contro l’Iran. I pasdaran iraniani però non sembrano credere alla messa al bando da parte di Erbil delle cellule curde-iraniane posizionate lungo il confine tra Kurdistan iracheno e lo stesso Iran. L’agenzia di stampa Reuters questa mattina ha riferito che l’Iran ha effettuato attacchi con droni contro le organizzazioni di opposizione al regime iraniano situate nel Kurdistan iracheno. È utile ricordare che il clan Barzani, alla testa del Kurdistan iracheno da quando è diventato semi-autonomo nel 1991, è alleato della Turchia, a cui vende fas e petrolio. Gli attacchi da parte dell’Iran hanno già indotto Erbil a diminuire le estrazioni per questioni di sicurezza. Una notizia che preoccupa ulteriormente Ankara priva di idrocarburi fossili. L'articolo Turchia, maggioranza e opposizione contrari all’intervento Usa-Israele contro l’Iran. I curdi smentiscono operazioni di terra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, la carta dei curdi iraniani: chi sono e perché il loro sostegno a Usa e Israele è tutt’altro che scontato
Nella nottata di mercoledì alcuni media, soprattutto israeliani, hanno rapidamente diffuso la notizia di una mobilitazione delle forze curdo iraniane, pronte a un’offensiva di terra contro il regime di Teheran, con l’eventuale copertura aerea statunitense. Nel giro di poche ore, la notizia è stata smentita da tutti i partiti curdi dell’Iran, che solo la scorsa settimana avevano annunciato la formazione di una Coalizione dei Partiti Curdi, cioè un’alleanza politica contro il potere centrale iraniano, volta a rafforzare le loro ambizioni di autodeterminazione. Prima il Partito Democratico del Kurdistan iraniano (Pdki), poi il Komala (che si è unito all’alleanza lo scorso mercoledì), entrambi basati in territorio iracheno, a ridosso del confine con l’Iran, hanno seccamente negato all’emittente Rudaw di aver messo piede nel Rojhelat (come viene chiamata la regione del Kurdistan iraniano). Ciò non ha comunque impedito intensi bombardamenti americani lungo il confine tra Iran e Iraq, che negli annunci della coalizione israelo-americana dovrebbero appunto preparare il terreno al protagonismo di una cooptata fanteria curda. CHI SONO I CURDI IRANIANI Non è certo la prima volta che le forze curde vengono chiamate in causa dagli Stati Uniti. Dalla Guerra Fredda in poi, la questione curda è stata periodicamente evocata come leva contro i poteri centrali della regione, anche e soprattutto in Iran, o da ultimo contro lo Stato Islamico. Ogni volta che Washington torna a ragionare su come mettere pressione a Teheran, riemerge la stessa idea: usare la leva delle minoranze, in un Paese in cui solo il 60% della popolazione è persiana. Tra queste minoranze, i curdi occupano appunto un posto speciale nell’immaginario occidentale: popolazione transnazionale, con una lunga storia di conflitti con gli Stati che governano le regioni in cui vivono, spesso organizzata militarmente. Sulla carta, il partner perfetto per destabilizzare un avversario regionale. Nei fatti, però, e nell’attuale contingenza, questa ipotesi presenta numerose incognite e fragilità. Sono una popolazione stimata tra gli 8 e i 10 milioni di persone – un nono della popolazione della Repubblica islamica -, concentrata soprattutto nelle province occidentali del paese: Kurdistan, Kermanshah e Azerbaigian occidentale. Era di origine curda la compianta Mahsa Amini e sono di origine curda anche una serie di autorità iraniane, come ad esempio lo speaker del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf (di padre curdo). Culturalmente e linguisticamente appartengono allo stesso universo curdo che attraversa Turchia, Iraq e Siria, politicamente, tuttavia, hanno avuto una traiettoria differente. La memoria fondativa resta quella della Repubblica di Mahabad del 1946, il primo tentativo di Stato curdo della storia contemporanea. Durò meno di un anno: quando l’Unione Sovietica si ritirò dall’Iran settentrionale, l’Esercito della monarchia Pahlavi entrò a Mahabad e pose fine all’esperimento. Da allora il movimento curdo iraniano non è mai riuscito a ricostruire un progetto politico o militare paragonabile a quello parzialmente sviluppato altrove. Oltre agli storici partiti curdo iraniani citati, come il Pdki e il Komala, esistono anche milizie che operano a bassa intensità lungo il confine iracheno, ma la realtà è che, rispetto ai peshmerga del Kurdistan iracheno o alle forze curde siriane che hanno combattuto contro l’Isis, i curdi iraniani sono rimasti militarmente più deboli e meno strutturati. Le ragioni sono diverse ma ha giocato certamente un ruolo il fatto che l’apparato di sicurezza iraniano abbia sempre mantenuto un controllo molto stretto sulle regioni curde, impedendo la formazione di aree fuori dal controllo statale, in un mix di spinte repressive e integrazione. C’è però anche un fattore sociale: una parte significativa dei curdi iraniani è sciita, ed in ogni caso profondamente integrata nei circuiti economici e istituzionali del Paese. Questo ha ridotto, nel tempo, il livello di radicalizzazione politica rispetto ad altri contesti curdi. LE ALTRE MILIZIE CURDE Qui c’è il principale limite alla loro cooptazione: lo scarso o nullo coordinamento con l’ecosistema curdo regionale, già di per sé tormentato e frammentato. In Turchia, dopo quarant’anni di guerra a bassa intensità, il conflitto tra Ankara e il Pkk sembra attraversare una fase di possibile chiusura. Le dinamiche interne del movimento e la pressione militare turca stanno spingendo verso un processo di disarmo, o comunque di ridimensionamento della lotta armata. In questo contesto, immaginare che i curdi turchi possano riaprire un fronte contro l’Iran appare irrealistico. La situazione non è più agevole in Siria. Le amministrazioni curde del nord-est, nate nel caos della guerra civile, oggi si muovono dentro un equilibrio estremamente precario. Da una parte devono gestire il rapporto con Damasco, dall’altra restano sotto la costante pressione militare della Turchia. In un contesto del genere, aprire un fronte contro Teheran significherebbe esporsi a una tempesta strategica. Il Kurdistan iracheno rappresenta sulla carta la realtà più solida: istituzioni autonome, forze armate strutturate, rapporti consolidati con gli Stati Uniti. Ma proprio questo status lo rende il partner meno incline ad avventurismi, visti anche i delicati rapporti tanto con Baghdad, quanto con Ankara e la stessa Teheran (che nel 2014 era stato il primo Paese ad inviare aiuti militari in funzione anti-Isis). In sostanza, i curdi iraniani si troverebbero isolati, con o senza sostegno americano. Privi di profondità strategica, senza un sostegno coordinato da parte degli altri movimenti curdi e con capacità militari limitate. Una combinazione che ridurrebbe drasticamente il potenziale di qualsiasi avanzata. IL PECCATO ORIGINALE C’è, infine, un elemento emotivo che non va sottovalutato: la loro memoria politica. Il rapporto tra i curdi e gli Stati Uniti è stato spesso descritto come una storia di alleanze tattiche. Washington ha sostenuto diverse formazioni curde in vari momenti della storia recente, ma quasi sempre nell’ambito di una logica temporanea. Quando l’interesse strategico cambiava, il sostegno svaniva. Ne hanno avuto un saggio pochi anni fa, durante la guerra contro l’Isis. Le milizie curde siriane erano state il principale alleato terrestre della coalizione internazionale contro il “Califfato” ma pochi anni dopo, con il ritiro delle truppe americane dal nord della Siria, deciso dallo stesso Trump, quelle stesse forze si sono trovate improvvisamente esposte all’offensiva turca. Per molti curdi vale la lezione: l’appoggio americano è reale finché coincide con i suoi interessi strategici. Poi, può dissolversi nel giro di una notte e con queste premesse appare evidente come le forze curdo iraniane abbiano moltissimo da perdere e assai poco da guadagnare da una offensiva contro Teheran, anche nel caso in cui il regime dovesse davvero “crollare” e magari favorire personalità gradite agli americani, come l’improbabile Ciro Pahlavi. Nessuno ha dimenticato quale fosse il trattamento delle minoranze etniche nell’Iran dei Pahlavi, caratterizzato tra le altre cose da uno spiccato nazionalismo persiano e persianofono. I curdi hanno combattuto già molte guerre. E forse anche per questo motivo sanno riconoscere quando rischiano di combattere quella di qualcun altro. L'articolo Iran, la carta dei curdi iraniani: chi sono e perché il loro sostegno a Usa e Israele è tutt’altro che scontato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La Cia sta armando le milizie curde per combattere in Iran e favorire una rivolta popolare”
Se in Iran ci sarà bisogno di combattere “boots on the ground”, con gli stivali sul terreno, non è detto che i protagonisti saranno i soldati americani. La Central intelligence agency (Cia, i servizi segreti americani) starebbe armando i guerriglieri curdi per affidargli il compito dei combattimenti sul terreno, contro le forze del regime di Teheran. Lo rivela l’emittente americana Cnn citando come fonti funzionari a conoscenza del piano. Il governo Trump avrebbe avviato colloqui con tutte le forze d’opposizione, non solo curde, per concedere supporto militare e sostenere una rivolta popolare. I cittadini iraniani, disarmati, non avrebbero gli strumenti per contrastare la repressione del governo. Secondo Alex Plitsas, analista della sicurezza nazionale della Cnn ed ex alto funzionario del Pentagono, gli Stati Uniti “stanno chiaramente cercando di dare il via” al rovesciamento del regime armando i curdi, storico alleato regionale degli Stati Uniti. Le forze curde contano migliaia di guerriglieri, lungo il confine tra Iraq e Iran. Le ostilità con i Pasdaran (le Guardie della Rivoluzione islamica) si sono aperte subito dopo l’attacco del 28 febbraio, con i droni del regime in volo per indebolire i gruppi curdi. Ma già nei prossimi giorni, secondo una fonte della Cnn, i curdi iraniani dovrebbero rispondere agli attacchi partecipando ad un’operazione di terra nell’Iran occidentale, con il sostegno di Usa e Israele. Le armi alle milizie in Iran dovrebbero arrivare attraverso i curdi di stanza in Iraq. Sul tappeto ci sarebbero tre possibilità. Nel primo scenario, le milizie curde dovrebbero agevolare la fuga dei residenti dalle grandi città per evitare massacri da parte dei delle forze del regime, come a gennaio durante le proteste di piazza. La secondo ipotesi: seminare il caos per far esaurire armi e scorte militari dei Pasdaran. Infine, i curdi potrebbero conquistare il nord dell’Iran per garantire una zona cuscinetto ad Israele. L'articolo “La Cia sta armando le milizie curde per combattere in Iran e favorire una rivolta popolare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Turchia, secondo appello di Ocalan per la fine della lotta armata: ma per il PKK la situazione resta complessa
I rappresentanti del partito filo-curdo per l’Uguaglianza dei Popoli e la Democrazia (DEM) renderanno nota oggi la seconda lettera dello storico leader curdo fondatore del PKK, Abdullah Ocalan, da più di vent’anni in carcere condannato all’ergastolo. Un anno dopo il suo primo appello per sottolineare l’importanza di portare avanti il progetto di una Turchia “ libera dal terrorismo”- cosí l’ha definito il governo turco guidato dal presidente Recep Tayyip Erdogan – Ocalan invita i vertici del PKK a riflettere sulle azioni da intraprendere nelle fasi successive. La lettera del leader del PKK dovrebbe proporre un’analisi degli sviluppi dal suo primo messaggio e sottolineare che si è ormai entrati nella seconda fase. Nel suo primo messaggio, Ocalan ha invitato il PKK a deporre le armi e porre fine alla lotta armata contro la Turchia. “Come nel caso di qualsiasi comunità e partito moderno la cui esistenza non sia stata abolita con la forza, lo farebbe volontariamente, convocate il vostro congresso e prendete una decisione; tutti i gruppi devono deporre le armi e il PKK deve sciogliersi”, aveva affermato Ocalan. In linea con il messaggio, il PKK ha deciso di sciogliersi durante un congresso tenutosi nel maggio 2025. Un primo gruppo di membri ha distrutto pubblicamente le armi a luglio, e il PKK ha successivamente annunciato che si sarebbe ritirato dal territorio turco a ottobre. Ma a dimostrare che ancora la situazione è assai complessa e rischiosa per i membri del PKK, è arrivata la dichiarazione del falco nonchè neo ministro della Giustizia, l’ex procuratore capo e fedelissimo di Erdogan, Akın Gürlek. Il ministro ha sottolineato che il percorso verso una Turchia “libera dal terrorismo” potrebbe essere rafforzato da alcune modifiche legislative, tra cui la legge antiterrorismo e la legge sull’esecuzione delle pene. “Tuttavia – ha affermato Gürlek – è essenziale osservare i passi concreti compiuti dall’organizzazione terroristica PKK prima di concretizzare questi cambiamenti”, riferendosi al disarmo dei membri del PKK. Intanto un nuovo studio del Truth Justice Memory Center (Hafıza Merkezi) intitolato “No Peace Without Justice” -non c’è pace senza giustizia – rivela come le violazioni del diritto alla vita contro bambini e giovani nella regione curda della Turchia, nel sud-est del paese , si siano evolute in nuove forme di violenza di Stato tra il 2000 e il 2015. La ricerca, che ha comportato tre anni di lavoro sul campo e analisi documentali, esamina un periodo descritto come “né guerra né pace”. Mentre gli anni ’90 sono stati caratterizzati da una guerra a bassa intensità e da uno stato di emergenza, i primi quindici anni del 2000 hanno visto un passaggio dalle esecuzioni extragiudiziali alle morti causate dalla militarizzazione degli spazi urbani e rurali. Secondo il rapporto, le violazioni del diritto alla vita di bambini e giovani durante questo periodo non sono stati episodi isolati, ma estensioni delle dinamiche di conflitto degli anni ’90. I principali modelli di classificazione includono: militarizzazione urbana, ovvero l’uso diffuso di veicoli blindati nei centri cittadini che ha causato numerose vittime, in particolare tra i bambini investiti da questi veicoli nei loro quartieri. Soppressione delle proteste. In quegli anni, le forze dell’ordine hanno fatto sempre più ricorso alla logica militare per reprimere la mobilitazione sociale e, di conseguenza, vittime per colpi d’arma da fuoco e lacrimogeni durante le manifestazioni pubbliche. Pericoli rurali. Significa che le morti nelle aree rurali sono state spesso causate da mine antiuomo e munizioni militari inesplose, un’eredità diretta dell’intensa militarizzazione degli anni ’90. Violenza di confine. Il rapporto evidenzia il massacro di Roboskî del 2011, in cui un attacco aereo uccise 34 civili, come un esempio lampante di violenza nelle regioni di confine. La persistenza dell’impunità. Nonostante un periodo di relativa apertura politica grazie alla tregua stipulata con il PKK nel 2013 e fallita due anni dopo per volere di Erdogan, allora primo ministro, lo studio ha rilevato che i meccanismi strutturali dell’impunità sono rimasti intatti. Le battaglie legali delle famiglie si sono spesso scontrate con ostacoli sistematici, tra cui la mancanza di indagini efficaci e l’uso di limiti temporali per archiviare i casi. Accesso impossibile alla giustizia. Il rapporto rileva che in molti casi il contesto legale è diventato il “simbolo di accesso impossibile alla giustizia”. Le famiglie intervistate per lo studio hanno sottolineato che la punizione dei colpevoli non è una questione di vendetta, ma una condizione necessaria per garantire che tali violazioni non si ripetano mai più. Memoria come resistenza. La ricerca esplora anche come lo Stato turco abbia preso di mira la memoria collettiva. I monumenti dedicati alle vittime, come la statua del dodicenne Uğur Kaymaz a Mardin, sono stati rimossi da amministratori nominati dal governo dopo il 2016. L'articolo Turchia, secondo appello di Ocalan per la fine della lotta armata: ma per il PKK la situazione resta complessa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Turchia, retata contro i curdi: arrestati 37 minorenni. Il partito Dem presenta una denuncia per torture nel carcere di Hatay
Non si ferma la furia contro la minoranza curda in Turchia. In questi giorni è emerso che almeno 37 minori sono stati arrestati nella provincia sud-orientale di Şırnak, a maggioranza curda, tra l’8 e il 27 gennaio, durante numerose operazioni di polizia mirate a contrastare le proteste contro l’offensiva militare del governo siriano ad interim nel Rojava, l’amministrazione autonoma democratica confederale del Nord Est Siria. Nel tentativo di bloccare a priori eventuali proteste, la polizia turca ha effettuato raid domiciliari che hanno portato all’arresto di decine di minori di età compresa tra 15 e 17 anni. Dodici di loro sono stati successivamente trasferiti nel carcere minorile di Hatay, situato a circa 700 chilometri dalla loro città natale. Newroz Uysal Aslan, deputato di Şırnak del partito filo curdo “Uguaglianza Popolare e Democrazia” (DEM, terzo partito per seggi ) ha quindi presentato una denuncia ufficiale alla Commissione d’inchiesta parlamentare sui diritti umani chiedendo un’indagine in loco sulle accuse di tortura e maltrattamenti presso il carcere minorile di Hatay. Secondo la petizione, i minori hanno riferito di essere stati sottoposti a violenza fisica durante l’arresto. Molti hanno anche affermato di essere stati costretti a firmare documenti, sotto la supervisione di agenti in borghese, senza conoscerne il contenuto. Le testimonianze dei minori riportano torture, minacce, umiliazioni e intimidazioni durante la custodia. Anche il processo di trasferimento ha sollevato preoccupazioni. Nelle dichiarazioni riportano di essere stati confinati per lunghi periodi in veicoli scarsamente ventilati, di essere stati privati del cibo, di essere stati trasportati ammanettati ed esposti al fumo di sigaretta all’interno dei veicoli. Alcuni minori hanno affermato di essere stati trasferiti in prigioni a centinaia di chilometri di distanza dalle loro famiglie senza il loro consenso. La petizione ha rilevato che in seguito alla detenzione è stato violato il loro diritto all’istruzione, ovvero non hanno potuto frequentare le lezioni scolastiche. I minori sono stati dunque sottoposti a perquisizioni corporali all’ingresso in carcere, sono stati tagliati loro i capelli con la forza e aggrediti fisicamente. Un minore ha ricordato che durante le perquisizioni corporali, il personale carcerario prendeva in giro gli altri, costretti ripetutamente a sedersi e stare in piedi nudi. I bisogni primari sarebbero stati insoddisfatti. Alcuni minori hanno affermato di non aver ricevuto vestiti o oggetti personali inviati dalle loro famiglie. Per quanto riguarda la vita quotidiana all’interno del carcere, la denuncia citava il sovraffollamento, con alcuni minori costretti a dormire nelle aree comuni. La ventilazione sarebbe stata inadeguata e le lavatrici rotte avrebbero costretto a lavare i vestiti a mano. I minori avrebbero avuto accesso ad attività sportive solo due volte a settimana e non avrebbero potuto usufruire di programmi educativi o sociali regolari. Inoltre non è stato garantito un adeguato supporto psicologico, previsto per legge. Secondo le testimonianze, i minori hanno avuto una sola breve seduta con lo psicologo del carcere, durante la quale è stato chiesto loro se avessero tatuaggi. “Le accuse devono essere indagate in modo indipendente”, chiedono i rappresentanti del partito DEM. Nella sezione conclusiva della denuncia, Aslan ha sottolineato che diversi minori avevano descritto esperienze simili in modo indipendente, suggerendo che le presunte violazioni potrebbero essere state sistematiche. Ha sostenuto che le testimonianze dovrebbero essere valutate alla luce della Costituzione turca, della Legge sulla protezione dell’infanzia, del Codice di procedura penale e delle convenzioni internazionali di cui la Turchia è parte. “Il divieto di tortura e maltrattamenti è assoluto”, si legge nella petizione, sottolineando l’obbligo legale dello Stato di condurre un’indagine indipendente e imparziale sulle accuse. Aslan ha chiesto alla commissione parlamentare di indagare nel dettaglio sulle procedure di arresto, trasferimento e detenzione, di condurre un’ispezione in loco e di avviare azioni amministrative e legali contro i responsabili. L'articolo Turchia, retata contro i curdi: arrestati 37 minorenni. Il partito Dem presenta una denuncia per torture nel carcere di Hatay proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sabato di lotta al fianco del popolo curdo: basta con l’assedio a Kobane
Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della liberazione di Kobane. La città, sita nel nord della Siria, venne liberata dalle milizie Curde, JPG e YPG ed era assediata da mesi dai tagliagole dell’ISIS sotto la supervisione del governo turco. Oggi Kobane è nuovamente sotto assedio. Sempre da parte delle forze dell’ISIS che però non sono più considerate dall’occidente una formazione terroristica. Infatti l’ISIS nel frattempo, grazie all’aiuto di Turchia, Israele e Stati Uniti, ha preso il controllo della Siria cacciando il Presidente Bashar al-Assad. I paesi occidentali hanno preferito i terroristi islamici al regime siriano amico della Russia e così al-Jolani, tagliagole e capobanda dell’ISIS, è da circa un anno il Presidente della Siria. Presidente riverito in tutto il mondo e ricevuto in pompa magna anche dalla presidente del Consiglio Meloni. A fare le spese di questa giravolta occidentale – che considera centrale la lotta al terrorismo solo fino a quando i terroristi non gli tornano utili – sono le popolazioni curde della Siria che dopo un periodo di relativa tranquillità sono nuovamente nell’occhio del ciclone. (vedi anche qui). E’ inoltre utile sottolineare come l’Osservatorio sui diritti civili in Siria, ha reso noto nelle settimane scorse che i Curdi siriani sarebbero stati “scaricati” dagli Stati Uniti perché si erano rifiutati di intervenire militarmente in Iraq contro alcune milizie scite. In altre parole l’operazione militare israeliana – e quindi statunitense – contro l’Iran, aveva previsto l’utilizzo dei curdi come una forza mercenaria contro gli sciti in Iraq e di fronte al rifiuto dei Curdi di svolgere questo ruolo, questi sarebbero stati scaricati e dati in pasto all’esercito siriano controllato dall’Isis. Così funziona l’Occidente, non da oggi, e quindi oggi ci ritroviamo nuovamente di fronte all’assedio di Kobane e alla messa in discussione dell’esperienza di autogoverno del Rojava. Nelle settimane scorse, dopo un primo attacco delle forze governative ad Aleppo, è stato raggiunto un accordo tra Curdi e governo siriano. Questo accordo ad oggi non è però rispettato, così come una serie di cittadine curde in Siria sono tutt’ora occupate dall’esercito turco che tratta la Siria come un suo protettorato. Inoltre, in Turchia, nonostante la decisione di Ocalan e del PKK di abbandonare la lotta armata e di scegliere la strada del dialogo, il governo turco continua a tenere Ocalan sepolto vivo nella prigione dell’isola di Imrali e tiene praticamente ferme le trattative. In questa situazione i Curdi hanno lanciato per sabato 14 febbraio una giornata di mobilitazione europea a sostegno del popolo Curdo, per sostenere la richiesta che gli accordi firmati in Siria vengano rispettati e venga tolto l’assedio a Kobane, per chiedere la liberazione di Ocalan e dei prigionieri politici da parte del governo turco, per chieder la fine dell’occupazione militare turca sulle cittadine Curde in Siria, per rilanciare il processo di pacificazione che Ocalan e il PKK hanno proposto al governo turco, per difendere e rilanciare l’esperienza del confederalismo democratico, che è la proposta politica che i Curdi propongono per garantire la pace nell’area. In Italia avremo tre manifestazioni, a Roma, Milano e Cagliari e voglio invitare tutti e tutte a partecipare. La mobilitazione europea è infatti uno dei pochi punti di forza per il popolo Curdo, in balia com’è degli interessi delle medie e grandi potenze della zona. Visto che ogni porcheria in quell’area accade grazie al consenso attivo o passivo delle potenze occidentali, la nostra mobilitazione è una delle poche cose che si possono fare per i governi occidentali che sono palesemente complici degli israeliani e dei turchi. So bene che si possono discutere le singole scelte compiute dai Curdi in ambito geopolitico, ma è del tutto evidente che i Curdi sono attaccati proprio perché hanno mantenuto la dignità di popolo e perché avanzano una proposta – quella del confederalismo democratico – che è rivoluzionaria in una area come quella mediorientale ove Israele e gli Stati Uniti puntano ad alimentare odi divisioni al fine di alimentare la guerra e la destabilizzazione dell’area. Il sostegno al popolo Curdo è quindi un sostegno alla pace e alla giustizia sociale oltre che al suo sacrosanto diritto all’autodeterminazione. Vi invito quindi a partecipare alle manifestazioni che sono state convocate a Roma alle 14,30 in Piazza Indipendenza, a Milano alle ore 14,30 in Piazza Cairoli e a Cagliari alle ore 17 in Piazza Garibaldi. L'articolo Sabato di lotta al fianco del popolo curdo: basta con l’assedio a Kobane proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Turchia, il nuovo ministro e la stretta sulla Giustizia. Il giornalista Dundar: “Erdogan vuole impedire all’opposizione di vincere le elezioni”
C’è un nuovo ministro della Giustizia in Turchia con un passato che non promette nulla di buono. Si tratta di Akin Gurlek, l’ex procuratore capo di Istanbul, noto per avere condotto indagini prefabbricate che hanno portato all’arresto di numerose figure dell’opposizione. Gli esempi più eclatanti della sua attività riguardano il leader del partito filo curdo HDP (oggi DEM, terza forza in parlamento) Selahattin Demirtas, in carcere dal 2016 con l’accusa di essere affiliato al PKK, ed Ekrem Imamoglu, il sindaco di Istanbul rimosso dall’incarico dopo l’arresto per corruzione nel marzo del 2025. Da allora Imamoglu è in custodia cautelare in attesa di giudizio. Ma Gurlek non aveva risparmiato neanche la stampa indipendente: negli anni scorsi aveva ordinato l’arresto dell’ex direttore dell’autorevole quotidiano Cumhuriyet, il giornalista investigativo Can Dundar. Dundar, perché Erdoğan ha nominato Gurlek proprio ora? A mio avviso, Erdoğan si sta preparando a passare dalla categoria di “autocrazia competitiva” a un sistema pienamente autoritario. Per smantellare gli ultimi resti di democrazia deve attivare due istituzioni chiave: la magistratura e la polizia. Nominare esponenti della linea dura in questi due ministeri è significativo in tal senso. A solo un anno e mezzo dalle elezioni presidenziali tutti i sondaggi suggeriscono che, in una competizione leale, l’opposizione vincerebbe. Impedire che ciò accada è diventato essenziale per il presidente. Ekrem İmamoğlu, ampiamente considerato il principale rivale di Erdoğan alle elezioni presidenziali del 2028, rimane in custodia cautelare. Qual è il piano di Erdoğan nei confronti dell’ex sindaco di Istanbul? Tenerlo in carcere il più a lungo possibile – se possibile, a vita – e impedirgli di diventare il candidato dell’opposizione alle presidenziali. Perché in quasi tutti i sondaggi d’opinione, İmamoğlu appare ancora in vantaggio su Erdoğan. Una condanna potrebbe bloccare del tutto la sua candidatura. Poiché il leader curdo Selahattin Demirtas è tra le figure dell’opposizione indagate da Gurlek, quindi arrestato e incarcerato esattamente 10 anni fa in seguito alle indagini dell’ex procuratore, cosa segnala la sua nomina in merito al cosiddetto dialogo in corso tra il governo di coalizione e il PKK, a cui Demirtas è stato affiliato pur avendolo sempre negato? Demirtaş è visto come un serio ostacolo alle ambizioni politiche di Erdoğan, motivo per cui non è stato rilasciato. Allo stesso tempo, tuttavia, Erdoğan sta cercando di attrarre voti curdi nel caso in cui rischiasse di perdere le future elezioni. Per questo motivo, invece di Demirtaş – che considera un avversario radicale – sembra aver optato per perseguire un processo negoziale con Abdullah Öcalan, percepito come più aperto al compromesso. Il dilemma è questo: i leader autoritari spesso governano creandosi nemici. Anche Erdoğan lo fa e per questa ragione ha lanciato operazioni militari contro i gruppi curdi in Siria prima delle ultime cinque elezioni. Se dovesse concludere che un processo di pace con il Pkk non serva ai suoi obiettivi politici, potrebbe porre fine al dialogo. La nomina di Gürlek segnala che i falchi potrebbero sostituire le colombe. La trattativa avviata dal governo con il PKK dunque non è genuina? Questo è stato un processo che ha avuto inizio con l’opportunità creata dagli sviluppi in Siria. Dopo gli ultimi avvenimenti, ovvero l’ascesa al potere a Damasco del jihadista Ahmed al Sharaa e la messa alle strette dei curdi di Siria, Erdoğan potrebbe non sentire più la necessità di negoziare. Cosa vuole fare Erdogan della vita di Öcalan? Öcalan ha promesso lo scioglimento del PKK e un impegno per il disarmo. Tuttavia, Ankara lo ritiene insufficiente, sostenendo di aver già sconfitto militarmente l’organizzazione. Ora lo sta spingendo a fare pressione sui curdi in Siria affinché si sottomettano al regime e depongano le armi. È improbabile che Öcalan abbia il potere di raggiungere questo obiettivo. Qual è la sua opinione sul tentativo di Ankara di sopprimere l’autonomia del Rojava? Si tratta di uno sviluppo che Ankara auspicava da anni, ma che gli Stati Uniti non avevano approvato. Ora, con la nuova leadership siriana allineata a Washington e i detenuti dell’Isis trasferiti in Iraq, i curdi hanno perso la loro influenza. Gli Usa hanno dato il via libera alla richiesta di Ankara e i curdi del Rojava sono stati costretti a sottomettersi a uno stringente compromesso con Damasco In un’intervista al nostro giornale, Salih Muslim, il fondatore dell’autoproclamata Amministrazione autonoma del Nord Est Siria, nota come Rojava curdo, ha affermato che la recente offensiva militare lanciata del presidente siriano ad interim al Sharaa è una cospirazione della Turchia per provocare una guerra tra le tribù arabe e curde che abitano il territorio fino al mese scorso sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane a guida curda. Qual è la sua opinione? “Dividi et impera” è una tattica indispensabile per tutti i regimi autoritari. La mia preoccupazione è che una strategia volta a contrapporre arabi e curdi possa gradualmente creare una frattura anche tra turchi e curdi. Temo che il fuoco che questa dinamica accenderebbe non rimarrebbe confinato alla Siria. Il trasferimento di armi turche alle milizie jihadiste siriane durante il lungo conflitto siriano, da lei rivelato quando era direttore di Cumhuriyet, riguardava anche la milizia dell’attuale presidente siriano ad interim al Sharaa, allora noto con il suo nome di guerra al Jolani? Certo. Le armi andavano in gran parte ad al-Nusra, che all’epoca era guidata da al Jolani. Infatti, Nuri Gökhan Bozkır, che si procurò le armi per conto del governo turco, si riferì ad al Jolani come “mio amico” durante una delle sue udienze in tribunale e ammise che gli avevano fornito grandi quantità di armi. L’ascesa al potere di al Jolani è, per molti versi, il risultato di anni di investimenti da parte di Ankara. Quanto a me, sono stato condannato a 28 anni e mezzo di carcere per aver raccontato questo fatto e vivo in esilio. L'articolo Turchia, il nuovo ministro e la stretta sulla Giustizia. 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Turchia, Erdogan prende di mira gli oppositori politici, difensori del Rojava curdo: maxi retata con 96 arresti
La difesa del Rojava curdo-siriano ha provocato l’ennesimo giro di vite in Turchia. La “democratura” turca, sfruttando la recente offensiva – orchestrata dalla stessa Ankara- dell’esercito nazionale siriano contro l’Amministrazione Autonoma curda democratica del Nord-Est Siria, ha accelerato la marcia verso la meta prefissata da anni dal suo presidente Recep Tayyip Erdogan, il reìs: la dittatura. Questa settimana Ankara ne ha fornito due esempi eclatanti. Il primo, in ordine temporale: la polizia ha arrestato 96 persone durante numerose retate effettuate in 22 province, prendendo di mira partiti politici, sindacati e organi di stampa. Il ministro degli Interni Ali Yerlikaya ha spiegato che le operazioni facevano parte di un’indagine sul Partito Comunista Marxista Leninista (MLKP), fuorilegge. I raid hanno preso di mira anche il Partito Socialista degli Oppressi (ESP), la Federazione delle Associazioni Giovanili Socialiste (SGDF), i Consigli Socialisti delle Donne (SKM) e l’Unione Limter-İş. Gli agenti hanno quindi fatto irruzione anche nelle sedi dell’Agenzia di Stampa Etkin (ETHA), della Fondazione per la Ricerca scientifica, Istruzione, Estetica, Cultura e Arte (BEKSAV) e dell’Ufficio Legale degli Oppressi (EHB). Tra gli arrestati c’è l’ex parlamentare e co-presidente dell’ESP Murat Çepni e i giornalisti dell’ETHA Nadiye Gürbüz, Pınar Gayıp, Elif Bayburt, Müslüm Koyun e Züleyha Müldür, oltre ad ambientalisti e sindacalisti. La Procura Generale di Istanbul ha dichiarato di aver emesso mandati di cattura per 110 persone, sostenendo che le organizzazioni prese di mira fanno parte della struttura del MLKP. L’indagine si basa su dichiarazioni di testimoni, materiali digitali di precedenti operazioni, rapporti del Financial Crimes Investigation Board (MASAK) e dati di riunioni online tenute su Google Meet. Per entrare negli uffici delle organizzazioni, la polizia in assetto antisommossa ha sfondato le porte, confiscato tutte le attrezzature tecniche e imposto una limitazione di 24 ore all’accesso degli arrestati agli avvocati. “È perché abbiamo difeso il Rojava” ha denunciato Çiçek Otlu, parlamentare del Partito filo-curdo per l’Uguaglianza e la Democrazia Popolare (DEM) nonchè portavoce delle Assemblee Socialiste delle Donne (SKM). “Vogliamo uguaglianza e libertà in questo Paese. Vogliamo che i diritti del lavoro e la lotta per la libertà delle donne siano riconosciuti”, ha aggiunto la deputata della terza forza politica per numero di seggi. A riprova, Otlu ha citato alcune dichiarazioni del ministro degli Esteri Hakan Fidan: il 30 gennaio aveva dichiarato ad Al Jazeera che circa 300 membri di gruppi di sinistra con base in Turchia operavano in aree controllate dalle Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, ovvero la milizia-ombrello che difende il Rojava. “Il loro unico compito è cercare opportunità per attaccare i soldati e le forze di sicurezza turche”, aveva tuonato Fidan, ex capo dell’intelligence turca e fedelissimo di Erdogan. Il secondo esempio riguarda Ekrem Imamoglu, in carcerazione preventivo dal marzo scorso. La procura di Istanbul ha presentato un nuovo atto di accusa contro il sindaco della città, figura di spicco del partito repubblicano di centro sinistra ( CHP), il più forte all’opposizione, rimosso dall’incarico nel marzo del 2025 dopo essere stato arrestato per corruzione. Secondo le nuove accuse, alcune persone vicine a Imamoglu avrebbero avuto accesso a dati personali di numerosi cittadini di Istanbul e avrebbero fornito questi dati a servizi segreti stranieri con lo scopo di manipolare i risultati delle elezioni municipali del 2019, che furono vinte da Imamoglu. “Sulla base delle prove esistenti e della confessione, è stato stabilito che Ekrem Imamoglu, all’interno della catena gerarchica, ha ottenuto informazioni personali di cittadini sfruttando la propria influenza e le ha trasferite ad agenti dei servizi segreti stranieri”, ha dichiarato la procura di Istanbul, come riferito dalla tv di Stato Trt. “Il reato di ‘spionaggio politico’ è stato commesso con l’obiettivo di manipolare le elezioni locali del 2019, in particolare per garantire la vittoria del sospettato Ekrem Imamoglu”, si legge nell’atto d’accusa che chiede pene detentive dai 15 ai 20 per gli imputati. Imamoglu dall’anno scorso è il candidato del CHP per le elezioni presidenziali del 2028 ed è considerato, sulla base dei sondaggi, pur non ufficiali, il principale rivale di Erdogan e probabile vincitore. Il suo arresto provocò settimane di proteste anti governative a Istanbul e in altre città turche. Mentre la prima udienza del principale caso in cui è imputato è in programma per marzo, nei mesi scorsi la procura di Istanbul ha presentato un atto d’accusa che chiede oltre 2.500 anni di reclusione per 26 reati. L'articolo Turchia, Erdogan prende di mira gli oppositori politici, difensori del Rojava curdo: maxi retata con 96 arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La fine del Rojava. Le città passano nelle mani della Siria e le unità curde saranno integrate nell’esercito di Damasco
Le forze militari del presidente siriano ad interim, Ahmad al-Sharaa, stanno entrando da ieri nelle città del Rojava nella Siria nord-orientale. La prima a essere invasa dai mezzi corazzati di Damasco è Hasakah – capitale del Rojava- in base a un nuovo accordo firmato venerdì scorso tra il governo centrale siriano e le Syrian Democratic Forces (Sdf) a guida curda. Le unità del Ministero dell’Interno di Damasco hanno inoltre iniziato a dispiegarsi nei principali centri urbani dell’ex regione autonoma, come Qamishli. Questo accordo, raggiunto subito dopo l’estensione del cessate il fuoco, segna un passo fondamentale verso il pieno controllo governativo su aree a lungo amministrate autonomamente dal PYD. È il partito che aderendo alle teorie di autonomia confederalista- democratica – socialista di Abdullah Ocalan, nel 2013 ha gettato le fondamenta di questo inedito esperimento sociale in Medio Oriente difeso finora dalle Sdf. Con questo patto sembrano terminati, almeno per ora, i giorni di intensi combattimenti tra le truppe di al-Sharaa e le Sdf, fino a qualche mese fa ancora sostenute dagli Stati Uniti. Gli scontri erano scoppiati il mese scorso dopo il fallimento dei colloqui, durati per tutto il 2025, circa un piano per integrare le unità curde nelle forze di sicurezza siriane del dopoguerra, in seguito al rovesciamento del governo di Bashar Assad nel dicembre 2024. In base all’accordo, i combattenti curdi saranno gradualmente assorbiti nell’apparato di sicurezza ufficiale siriano ma non a livello individuale. Mazloum Abdi, il comandante curdo a capo delle Sdf è riuscito almeno a ottenere che questa sua richiesta venisse soddisfatta da Damasco. Nel dettaglio l’accordo prevede la creazione di una nuova divisione militare composta da tre brigate provenienti dalle unità delle Sdf e da una quarta brigata composta da combattenti curdi di stanza a Kobane, città curda nella provincia di Aleppo ( che non fa parte del Rojava ma che è diventata il simbolo della strenua resilienza dei curdi contro l’Isis nel 2014). Anche la governance civile sarà rimodellata, con l’integrazione di istituzioni curde autonome nelle strutture statali siriane, la salvaguardia dei diritti civili e di istruzione dei curdi e il ritorno dei residenti sfollati a causa dei combattimenti. Di fatto è la fine del Rojava senza ulteriore spargimento di sangue. Ma di certo ne sono contente solo le tribù arabe che mal sopportavano di essere governate dai curdi dopo che le Sdf si erano espanse conquistando anche zone a maggioranza araba come Raqqa, Deir Erzor, Taqba, ovvero l’area dove ci sono i giacimenti di gas e petrolio, questo di ottima qualità che non necessita di essere raffinato. Ora sarà Damasco a gestire pozzi e giacimenti e a incassare i proventi delle vendite. Intanto il problema dei membri dell’Isis che erano sotto custodia delle Sdf non è stato di fatto risolto visto che molti sono fuggiti e solo poche migliaia sono state trasferite nelle carceri irachene. Una situazione che continuerà a mettere in pericolo la vita dei civili curdi. L'articolo La fine del Rojava. Le città passano nelle mani della Siria e le unità curde saranno integrate nell’esercito di Damasco proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Siria, così è scomparsa l’autonomia regionale curda
Quanto accaduto nell’ultimo mese nella regione dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est, diretta dalle Forze democratiche siriane (Fds) a guida curda, può essere letto in due modi opposti, a seconda del soggetto con cui inizia la frase: i curdi, per realizzare la loro strategia, cercano alleanze tattiche che si rivelano perdenti; oppure, Stati guidati da leadership ciniche usano alleanze tattiche con i curdi per realizzare le loro strategie e vincono. Nell’uno e nell’altro caso, il proverbio “gli unici amici dei curdi sono le montagne” si conferma vero e attuale. Gennaio ha visto grandi stravolgimenti in Siria. Dapprima gli scontri tra l’esercito e le Fds nella città di Aleppo, che hanno causato la morte e il ferimento di almeno 20 civili. A seguire, la conquista delle città di Raqqa, l’ex “capitale” dello Stato islamico, e di Deir Ezzor. Poi, alla metà del mese, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha emanato il decreto n. 13 del 2026 sui diritti dei curdi in Siria e ha annunciato un accordo con il comandante delle Fds, Mazloum Abdi, su amministrazione civile, valichi di frontiera, integrazione in materia di sicurezza e controllo statale dei siti di detenzione legati allo Stato islamico. L’accordo è venuto meno il 19 gennaio, portando a una breve ripresa delle ostilità: breve, ma secondo le Nazioni Unite circa 11.000 persone sono state costrette a fuggire verso Qamishli, nella provincia di al-Hasake, a causa dei combattimenti o per timore di un’ulteriore escalation. Il 20 gennaio è stato annunciato un cessate il fuoco di quattro giorni entro i quali, secondo le autorità di Damasco, le Fds avrebbero dovuto concordare un piano di “integrazione pacifica” di quella regione. Da lì la definitiva capitolazione, a cui Usa, Turchia e Israele hanno guardato come spettatori nient’affatto disinteressati. Le autorità siriane hanno dunque assunto il controllo di alcune strutture di detenzione in cui erano trattenute persone a causa della loro presunta affiliazione allo Stato islamico: al-Aqtan, Roj e soprattutto al-Hol, dove si trovano quasi 25.000 detenute e detenuti: siriani ma anche di più di 40 diverse nazionalità. È un girone infernale che abbiamo già descritto in questo blog che vede, fianco a fianco, oltre che un enorme numero di minorenni, anche aguzzini e vittime: militanti arabi dello Stato islamico e donne yazide vittime del genocidio del 2014. Nel frattempo, il 21 gennaio, il Comando centrale Usa ha reso noto di aver trasferito in Iraq 150 detenuti sospettati di avere legami con lo Stato islamico. Sono stati annunciati ulteriori trasferimenti, che riguarderebbero un totale di 7000 detenuti di varie nazionalità (siriane e irachene ma non solo), un settimo dei quali minorenni. Non è però del tutto una buona notizia: in Iraq chi è sospettato di aver fatto parte dello Stato islamico rischia maltrattamenti e torture e anche la pena di morte. Questo genere di trasferimenti viola il principio inderogabile del non respingimento, in base al quale non si può inviare una persona in uno stato dove rischi di subire gravi violazioni dei diritti umani. Nel 2022, centinaia di detenuti di nazionalità irachena erano già stati trasferiti in Iraq dai centri di detenzione del nord est della Siria. Due anni dopo, Amnesty International denunciò che sei di loro erano stati torturati nelle prigioni natie, mediante pestaggi, scariche elettriche e violenza sessuale. Amnesty International ha sollecitato i nuovi supervisori dei campi di detenzione a individuare le persone che dovrebbero essere indagate e processate per crimini di diritto internazionale, quelle da rimpatriare negli stati di origine e, infine, quelle che dovrebbero essere scarcerate. Sarà fondamentale, inoltre, mettere in sicurezza e preservare le prove dei crimini di diritto internazionale commessi dallo Stato islamico, inclusi i luoghi delle atrocità e le fosse comuni, così come le prove documentali presenti nelle strutture di detenzione. Le prove dei crimini lasciate sul campo saranno fondamentali per chiarire il destino e il luogo in cui si trovano le persone siriane fatte sparire dallo Stato islamico, nonché per indagare e processare i responsabili di crimini di diritto internazionale, compresi i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità. Per chiudere, torniamo alle considerazioni iniziali. Quel sistema basato sulla convivenza pacifica di più etnie, sulla democrazia dal basso, sul femminismo e sull’ecologia che conosciamo come Rojava, per il quale neanche dieci anni fa si organizzavano manifestazioni di massa e che si andava a difendere solidalmente, oggi gode di scarse simpatie. È bastato vedere, in una manifestazione a Berlino di una decina di giorni fa, bandiere curde insieme a quelle israeliane per far entrare quell’esperienza – così come del resto le proteste iraniane – tra le cause da abbandonare al loro destino. L'articolo Siria, così è scomparsa l’autonomia regionale curda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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