Prima che venisse intercettato un missile diretto verso la Turchia, e ancor
prima di quello finito nell’exclave azera di Nakhchivan, al confine con la
Turchia, tutti i partiti turchi hanno manifestato attraverso dichiarazioni
scritte la propria contrarietà all’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non
solo il partito della Giustizia e Sviluppo, AKP, del presidente turco Recep
Tayyip Erdogan e il partito di estrema destra del Movimento Nazionalista MHP,
partner di minoranza della coalizione di governo, ma anche tutti i partiti di
opposizione hanno dichiarato di opporsi al conflitto israelo-americano contro il
regime iraniano. Dopo che, peraltro, Erdogan aveva inviato a Teheran le
condoglianze della Turchia per l’uccisione della Guida Suprema Alí Khamenei,
anche i leader politici dell’opposizione hanno chiesto un ritorno alla
diplomazia.
Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, dopo i primi attacchi contro l’Iran del 28
febbraio, ha espresso rammarico per il fallimento degli sforzi diplomatici e ha
accusato Israele di provocazione. Ha condannato gli attacchi come una violazione
della sovranità iraniana e, allo stesso tempo, ha criticato l’Iran per aver
preso di mira le basi militari statunitensi nei paesi del Golfo durante i suoi
attacchi di rappresaglia. Ozgur Özel, segretario della maggiore forza di
opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), ha rilasciato una
dichiarazione scritta, opponendosi agli attacchi di Stati Uniti e Israele e
sollecitando la ripresa dei negoziati diplomatici. “Stiamo seguendo da vicino
gli sviluppi innescati dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran”, si legge
nella dichiarazione. “Ci opponiamo agli attacchi condotti contro il nostro
vicino Iran in palese disprezzo del diritto internazionale.” Özel ha quindi
esposto la posizione del suo partito in sette punti: Rifiuto della guerra e del
conflitto nella regione. Opposizione agli interventi di Stati Uniti e Israele
che ignorano il diritto internazionale e prendono di mira i civili. Ribadendo
inoltre che, sebbene il CHP non approvi le politiche repressive dell’Iran, il
futuro dell’Iran e della regione dovrebbe essere deciso solo dal suo popolo.
Preoccupazione per qualsiasi azione che possa destabilizzare la regione, che è
di vitale importanza per la Turchia. Appello a tutte le parti ad agire con
moderazione e alla comunità internazionale a opporsi a tutti gli interventi
illegali. Avvertimento che una guerra regionale più ampia porterebbe a una
distruzione irreversibile.Critica al sistema internazionale emergente che
consente a Stati Uniti e Israele di intervenire in qualsiasi paese a piacimento,
come si è visto in Palestina, Venezuela e Groenlandia.
È importante sottolineare che anche il Partito filo curdo per l’Uguaglianza e la
Democrazia Popolare, DEM, terzo partito per numero di seggi in Parlamento ha
condannato “un intervento che non riguarda la democrazia”. Il DEM, in un
documento intitolato “Libertà e pace” scrive: “È chiaro che le potenze globali e
regionali non stanno perseguendo la democrazia o le libertà in Iran, ma stanno
invece cercando di stabilire un nuovo ordine che non rappresenti più una
minaccia per loro, proprio come si è visto in altri momenti della storia”.
La dichiarazione sostiene che i continui attacchi aerei non saranno d’aiuto alle
aspirazioni a una vita più libera delle diverse comunità etniche iraniane, tra
cui curdi, beluci, cristiani, azeri e persiani. “Crediamo che una terza via sia
possibile e che sia anche la più etica per la popolazione dell’Iran. Le comunità
in Iran, attingendo alle loro esperienze storiche e alla loro convivenza,
possono costruire un modello di autogoverno”, ha affermato. Il partito ha
comunque ribadito il proprio sostegno ai movimenti democratici in Iran e ha
condannato la storia di repressione della Repubblica Islamica. “Non abbiamo
dimenticato e non dimenticheremo le uccisioni di Jina Mahsa Amini, Mücahid
Kurkur, Dr. Qasimlo, Ramin Hüseyin Penahi e decine di migliaia di altre persone
da parte del regime clericale”, ha affermato. “Tuttavia, crediamo anche che il
cambiamento in Iran debba venire dall’interno, attraverso la volontà collettiva
del suo popolo, non attraverso imposizioni esterne”.
La posizione dei filo curdi e dei curdi di Turchia è in linea con i vicini del
Kurdistan iracheno (dove rimangono alcune cellule del PKK, seppur auto-
disarmatosi lo scorso anno) che hanno smentito di voler unirsi ai curdi iraniani
che dovrebbero costituire la fanteria degli americani e israeliani, come
accaduto nel 2014 nel nord-est della Siria quando i curdi del Rojava vennero
usati sul terreno dalla coalizione a guida americana contro l’Isis. Neanche due
mesi fa, le forze curde della regione de facto autonoma democratica e
confederale del Nord Est Siria (Rojava) sono state tradite proprio
dall’amministrazione americana che non ha voluto impedire all’esercito dell’ex
jihadista, nonchè presidente ad interim della Siria, Ahmet al Shaara, di
attaccare i curdi prima nei loro quartieri di Aleppo per indurli ad andarsene
dalla città e, in seguito, nel Rojava stesso che ha dovuto cedere parte della
conquistata autonomia a prezzo di annosi sacrifici.
Ieri il presidente della Regione semi autonoma del Kurdistan iracheno, Nechirvan
Barzani, ha ribadito che la Regione “non si impegnerà in alcun conflitto o
escalation militare” che metta a rischio la sicurezza e la vita della sua
popolazione. Pur avendo già sperimentato questa settimana attacchi con missili e
droni su Erbil (capitale del Kurdistan iracheno) e dintorni dal confinante Iran,
Barzani ha confermato: “Riaffermiamo che la Regione del Kurdistan fungerà
costantemente da pilastro della pace e non si impegnerà in alcun conflitto o
escalation militare che metta a repentaglio la vita e la sicurezza del nostro
popolo”.
Hemn Hawrami, membro del Politburo del Partito Democratico del Kurdistan (KDP),
fondato dal clan Barzani, al potere nella regione, ha respinto le notizie in un
post su X secondo cui la regione del Kurdistan o i curdi in Iraq ” farebbero
parte di un piano per armare e sostenere l’opposizione curda iraniana che
avrebbe voluto attraversare i confini con l’Iran”. Nell’est del Kurdistan
iracheno ci sono infatti alcune cellule dei guerriglieri separatisti
curdi-iraniani che usano questo confine poroso per entrare e uscire facilmente
dall’Iran. “Non facciamo parte di questa guerra e il nostro obiettivo è
preservare, mantenere la pace e la sicurezza nella nostra regione e oltre”, ha
detto ancora Barzani.
I rapporti circolati mercoledì e giovedì mattina suggerivano che le forze curde
avessero lanciato un’operazione di terra in Iran dal confine occidentale del
Paese. “La salvaguardia dello status della regione del Kurdistan e dei nostri
successi costituzionali può essere realizzata solo attraverso l’unità, la
solidarietà e una responsabilità nazionale collettiva tra tutti i partiti
politici e le comunità del Kurdistan”, ha affermato Barzani. La scorsa
settimana, i partiti di opposizione curdi iraniani hanno annunciato una nuova
coalizione politica – la Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Iraniano
– volta a unificare i loro sforzi contro la repubblica islamica e a promuovere
l’autodeterminazione curda. In seguito all’annuncio dell’alleanza, il Ministero
degli Interni della Regione del Kurdistan iracheno ha rilasciato una
dichiarazione in cui ha preso le distanze da questi gruppi armati curdi iraniani
e ha ribadito che il proprio territorio non sarebbe stato utilizzato contro
l’Iran.
I pasdaran iraniani però non sembrano credere alla messa al bando da parte di
Erbil delle cellule curde-iraniane posizionate lungo il confine tra Kurdistan
iracheno e lo stesso Iran. L’agenzia di stampa Reuters questa mattina ha
riferito che l’Iran ha effettuato attacchi con droni contro le organizzazioni di
opposizione al regime iraniano situate nel Kurdistan iracheno. È utile ricordare
che il clan Barzani, alla testa del Kurdistan iracheno da quando è diventato
semi-autonomo nel 1991, è alleato della Turchia, a cui vende fas e petrolio. Gli
attacchi da parte dell’Iran hanno già indotto Erbil a diminuire le estrazioni
per questioni di sicurezza. Una notizia che preoccupa ulteriormente Ankara priva
di idrocarburi fossili.
L'articolo Turchia, maggioranza e opposizione contrari all’intervento
Usa-Israele contro l’Iran. I curdi smentiscono operazioni di terra proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tag - Curdi
Nella nottata di mercoledì alcuni media, soprattutto israeliani, hanno
rapidamente diffuso la notizia di una mobilitazione delle forze curdo iraniane,
pronte a un’offensiva di terra contro il regime di Teheran, con l’eventuale
copertura aerea statunitense. Nel giro di poche ore, la notizia è stata smentita
da tutti i partiti curdi dell’Iran, che solo la scorsa settimana avevano
annunciato la formazione di una Coalizione dei Partiti Curdi, cioè un’alleanza
politica contro il potere centrale iraniano, volta a rafforzare le loro
ambizioni di autodeterminazione.
Prima il Partito Democratico del Kurdistan iraniano (Pdki), poi il Komala (che
si è unito all’alleanza lo scorso mercoledì), entrambi basati in territorio
iracheno, a ridosso del confine con l’Iran, hanno seccamente negato
all’emittente Rudaw di aver messo piede nel Rojhelat (come viene chiamata la
regione del Kurdistan iraniano). Ciò non ha comunque impedito intensi
bombardamenti americani lungo il confine tra Iran e Iraq, che negli annunci
della coalizione israelo-americana dovrebbero appunto preparare il terreno al
protagonismo di una cooptata fanteria curda.
CHI SONO I CURDI IRANIANI
Non è certo la prima volta che le forze curde vengono chiamate in causa dagli
Stati Uniti. Dalla Guerra Fredda in poi, la questione curda è stata
periodicamente evocata come leva contro i poteri centrali della regione, anche e
soprattutto in Iran, o da ultimo contro lo Stato Islamico. Ogni volta che
Washington torna a ragionare su come mettere pressione a Teheran, riemerge la
stessa idea: usare la leva delle minoranze, in un Paese in cui solo il 60% della
popolazione è persiana.
Tra queste minoranze, i curdi occupano appunto un posto speciale
nell’immaginario occidentale: popolazione transnazionale, con una lunga storia
di conflitti con gli Stati che governano le regioni in cui vivono, spesso
organizzata militarmente. Sulla carta, il partner perfetto per destabilizzare un
avversario regionale. Nei fatti, però, e nell’attuale contingenza, questa
ipotesi presenta numerose incognite e fragilità.
Sono una popolazione stimata tra gli 8 e i 10 milioni di persone – un nono della
popolazione della Repubblica islamica -, concentrata soprattutto nelle province
occidentali del paese: Kurdistan, Kermanshah e Azerbaigian occidentale. Era di
origine curda la compianta Mahsa Amini e sono di origine curda anche una serie
di autorità iraniane, come ad esempio lo speaker del Parlamento, Mohammad Bagher
Ghalibaf (di padre curdo). Culturalmente e linguisticamente appartengono allo
stesso universo curdo che attraversa Turchia, Iraq e Siria, politicamente,
tuttavia, hanno avuto una traiettoria differente.
La memoria fondativa resta quella della Repubblica di Mahabad del 1946, il primo
tentativo di Stato curdo della storia contemporanea. Durò meno di un anno:
quando l’Unione Sovietica si ritirò dall’Iran settentrionale, l’Esercito della
monarchia Pahlavi entrò a Mahabad e pose fine all’esperimento. Da allora il
movimento curdo iraniano non è mai riuscito a ricostruire un progetto politico o
militare paragonabile a quello parzialmente sviluppato altrove. Oltre agli
storici partiti curdo iraniani citati, come il Pdki e il Komala, esistono anche
milizie che operano a bassa intensità lungo il confine iracheno, ma la realtà è
che, rispetto ai peshmerga del Kurdistan iracheno o alle forze curde siriane che
hanno combattuto contro l’Isis, i curdi iraniani sono rimasti militarmente più
deboli e meno strutturati.
Le ragioni sono diverse ma ha giocato certamente un ruolo il fatto che
l’apparato di sicurezza iraniano abbia sempre mantenuto un controllo molto
stretto sulle regioni curde, impedendo la formazione di aree fuori dal controllo
statale, in un mix di spinte repressive e integrazione. C’è però anche un
fattore sociale: una parte significativa dei curdi iraniani è sciita, ed in ogni
caso profondamente integrata nei circuiti economici e istituzionali del Paese.
Questo ha ridotto, nel tempo, il livello di radicalizzazione politica rispetto
ad altri contesti curdi.
LE ALTRE MILIZIE CURDE
Qui c’è il principale limite alla loro cooptazione: lo scarso o nullo
coordinamento con l’ecosistema curdo regionale, già di per sé tormentato e
frammentato. In Turchia, dopo quarant’anni di guerra a bassa intensità, il
conflitto tra Ankara e il Pkk sembra attraversare una fase di possibile
chiusura. Le dinamiche interne del movimento e la pressione militare turca
stanno spingendo verso un processo di disarmo, o comunque di ridimensionamento
della lotta armata. In questo contesto, immaginare che i curdi turchi possano
riaprire un fronte contro l’Iran appare irrealistico.
La situazione non è più agevole in Siria. Le amministrazioni curde del nord-est,
nate nel caos della guerra civile, oggi si muovono dentro un equilibrio
estremamente precario. Da una parte devono gestire il rapporto con Damasco,
dall’altra restano sotto la costante pressione militare della Turchia. In un
contesto del genere, aprire un fronte contro Teheran significherebbe esporsi a
una tempesta strategica.
Il Kurdistan iracheno rappresenta sulla carta la realtà più solida: istituzioni
autonome, forze armate strutturate, rapporti consolidati con gli Stati Uniti. Ma
proprio questo status lo rende il partner meno incline ad avventurismi, visti
anche i delicati rapporti tanto con Baghdad, quanto con Ankara e la stessa
Teheran (che nel 2014 era stato il primo Paese ad inviare aiuti militari in
funzione anti-Isis).
In sostanza, i curdi iraniani si troverebbero isolati, con o senza sostegno
americano. Privi di profondità strategica, senza un sostegno coordinato da parte
degli altri movimenti curdi e con capacità militari limitate. Una combinazione
che ridurrebbe drasticamente il potenziale di qualsiasi avanzata.
IL PECCATO ORIGINALE
C’è, infine, un elemento emotivo che non va sottovalutato: la loro memoria
politica. Il rapporto tra i curdi e gli Stati Uniti è stato spesso descritto
come una storia di alleanze tattiche. Washington ha sostenuto diverse formazioni
curde in vari momenti della storia recente, ma quasi sempre nell’ambito di una
logica temporanea. Quando l’interesse strategico cambiava, il sostegno svaniva.
Ne hanno avuto un saggio pochi anni fa, durante la guerra contro l’Isis. Le
milizie curde siriane erano state il principale alleato terrestre della
coalizione internazionale contro il “Califfato” ma pochi anni dopo, con il
ritiro delle truppe americane dal nord della Siria, deciso dallo stesso Trump,
quelle stesse forze si sono trovate improvvisamente esposte all’offensiva turca.
Per molti curdi vale la lezione: l’appoggio americano è reale finché coincide
con i suoi interessi strategici. Poi, può dissolversi nel giro di una notte e
con queste premesse appare evidente come le forze curdo iraniane abbiano
moltissimo da perdere e assai poco da guadagnare da una offensiva contro
Teheran, anche nel caso in cui il regime dovesse davvero “crollare” e magari
favorire personalità gradite agli americani, come l’improbabile Ciro Pahlavi.
Nessuno ha dimenticato quale fosse il trattamento delle minoranze etniche
nell’Iran dei Pahlavi, caratterizzato tra le altre cose da uno spiccato
nazionalismo persiano e persianofono. I curdi hanno combattuto già molte guerre.
E forse anche per questo motivo sanno riconoscere quando rischiano di combattere
quella di qualcun altro.
L'articolo Iran, la carta dei curdi iraniani: chi sono e perché il loro sostegno
a Usa e Israele è tutt’altro che scontato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se in Iran ci sarà bisogno di combattere “boots on the ground”, con gli stivali
sul terreno, non è detto che i protagonisti saranno i soldati americani. La
Central intelligence agency (Cia, i servizi segreti americani) starebbe armando
i guerriglieri curdi per affidargli il compito dei combattimenti sul terreno,
contro le forze del regime di Teheran. Lo rivela l’emittente americana Cnn
citando come fonti funzionari a conoscenza del piano. Il governo Trump avrebbe
avviato colloqui con tutte le forze d’opposizione, non solo curde, per concedere
supporto militare e sostenere una rivolta popolare. I cittadini iraniani,
disarmati, non avrebbero gli strumenti per contrastare la repressione del
governo.
Secondo Alex Plitsas, analista della sicurezza nazionale della Cnn ed ex alto
funzionario del Pentagono, gli Stati Uniti “stanno chiaramente cercando di dare
il via” al rovesciamento del regime armando i curdi, storico alleato regionale
degli Stati Uniti. Le forze curde contano migliaia di guerriglieri, lungo il
confine tra Iraq e Iran. Le ostilità con i Pasdaran (le Guardie della
Rivoluzione islamica) si sono aperte subito dopo l’attacco del 28 febbraio, con
i droni del regime in volo per indebolire i gruppi curdi. Ma già nei prossimi
giorni, secondo una fonte della Cnn, i curdi iraniani dovrebbero rispondere agli
attacchi partecipando ad un’operazione di terra nell’Iran occidentale, con il
sostegno di Usa e Israele. Le armi alle milizie in Iran dovrebbero arrivare
attraverso i curdi di stanza in Iraq.
Sul tappeto ci sarebbero tre possibilità. Nel primo scenario, le milizie curde
dovrebbero agevolare la fuga dei residenti dalle grandi città per evitare
massacri da parte dei delle forze del regime, come a gennaio durante le proteste
di piazza. La secondo ipotesi: seminare il caos per far esaurire armi e scorte
militari dei Pasdaran. Infine, i curdi potrebbero conquistare il nord dell’Iran
per garantire una zona cuscinetto ad Israele.
L'articolo “La Cia sta armando le milizie curde per combattere in Iran e
favorire una rivolta popolare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
I rappresentanti del partito filo-curdo per l’Uguaglianza dei Popoli e la
Democrazia (DEM) renderanno nota oggi la seconda lettera dello storico leader
curdo fondatore del PKK, Abdullah Ocalan, da più di vent’anni in carcere
condannato all’ergastolo. Un anno dopo il suo primo appello per sottolineare
l’importanza di portare avanti il progetto di una Turchia “ libera dal
terrorismo”- cosí l’ha definito il governo turco guidato dal presidente Recep
Tayyip Erdogan – Ocalan invita i vertici del PKK a riflettere sulle azioni da
intraprendere nelle fasi successive.
La lettera del leader del PKK dovrebbe proporre un’analisi degli sviluppi dal
suo primo messaggio e sottolineare che si è ormai entrati nella seconda fase.
Nel suo primo messaggio, Ocalan ha invitato il PKK a deporre le armi e porre
fine alla lotta armata contro la Turchia. “Come nel caso di qualsiasi comunità e
partito moderno la cui esistenza non sia stata abolita con la forza, lo farebbe
volontariamente, convocate il vostro congresso e prendete una decisione; tutti i
gruppi devono deporre le armi e il PKK deve sciogliersi”, aveva affermato
Ocalan.
In linea con il messaggio, il PKK ha deciso di sciogliersi durante un congresso
tenutosi nel maggio 2025. Un primo gruppo di membri ha distrutto pubblicamente
le armi a luglio, e il PKK ha successivamente annunciato che si sarebbe ritirato
dal territorio turco a ottobre. Ma a dimostrare che ancora la situazione è assai
complessa e rischiosa per i membri del PKK, è arrivata la dichiarazione del
falco nonchè neo ministro della Giustizia, l’ex procuratore capo e fedelissimo
di Erdogan, Akın Gürlek. Il ministro ha sottolineato che il percorso verso una
Turchia “libera dal terrorismo” potrebbe essere rafforzato da alcune modifiche
legislative, tra cui la legge antiterrorismo e la legge sull’esecuzione delle
pene. “Tuttavia – ha affermato Gürlek – è essenziale osservare i passi concreti
compiuti dall’organizzazione terroristica PKK prima di concretizzare questi
cambiamenti”, riferendosi al disarmo dei membri del PKK.
Intanto un nuovo studio del Truth Justice Memory Center (Hafıza Merkezi)
intitolato “No Peace Without Justice” -non c’è pace senza giustizia – rivela
come le violazioni del diritto alla vita contro bambini e giovani nella regione
curda della Turchia, nel sud-est del paese , si siano evolute in nuove forme di
violenza di Stato tra il 2000 e il 2015. La ricerca, che ha comportato tre anni
di lavoro sul campo e analisi documentali, esamina un periodo descritto come “né
guerra né pace”.
Mentre gli anni ’90 sono stati caratterizzati da una guerra a bassa intensità e
da uno stato di emergenza, i primi quindici anni del 2000 hanno visto un
passaggio dalle esecuzioni extragiudiziali alle morti causate dalla
militarizzazione degli spazi urbani e rurali. Secondo il rapporto, le violazioni
del diritto alla vita di bambini e giovani durante questo periodo non sono stati
episodi isolati, ma estensioni delle dinamiche di conflitto degli anni ’90. I
principali modelli di classificazione includono: militarizzazione urbana, ovvero
l’uso diffuso di veicoli blindati nei centri cittadini che ha causato numerose
vittime, in particolare tra i bambini investiti da questi veicoli nei loro
quartieri. Soppressione delle proteste. In quegli anni, le forze dell’ordine
hanno fatto sempre più ricorso alla logica militare per reprimere la
mobilitazione sociale e, di conseguenza, vittime per colpi d’arma da fuoco e
lacrimogeni durante le manifestazioni pubbliche. Pericoli rurali. Significa che
le morti nelle aree rurali sono state spesso causate da mine antiuomo e
munizioni militari inesplose, un’eredità diretta dell’intensa militarizzazione
degli anni ’90. Violenza di confine. Il rapporto evidenzia il massacro di
Roboskî del 2011, in cui un attacco aereo uccise 34 civili, come un esempio
lampante di violenza nelle regioni di confine. La persistenza dell’impunità.
Nonostante un periodo di relativa apertura politica grazie alla tregua stipulata
con il PKK nel 2013 e fallita due anni dopo per volere di Erdogan, allora primo
ministro, lo studio ha rilevato che i meccanismi strutturali dell’impunità sono
rimasti intatti. Le battaglie legali delle famiglie si sono spesso scontrate con
ostacoli sistematici, tra cui la mancanza di indagini efficaci e l’uso di limiti
temporali per archiviare i casi. Accesso impossibile alla giustizia. Il rapporto
rileva che in molti casi il contesto legale è diventato il “simbolo di accesso
impossibile alla giustizia”. Le famiglie intervistate per lo studio hanno
sottolineato che la punizione dei colpevoli non è una questione di vendetta, ma
una condizione necessaria per garantire che tali violazioni non si ripetano mai
più. Memoria come resistenza. La ricerca esplora anche come lo Stato turco abbia
preso di mira la memoria collettiva. I monumenti dedicati alle vittime, come la
statua del dodicenne Uğur Kaymaz a Mardin, sono stati rimossi da amministratori
nominati dal governo dopo il 2016.
L'articolo Turchia, secondo appello di Ocalan per la fine della lotta armata: ma
per il PKK la situazione resta complessa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non si ferma la furia contro la minoranza curda in Turchia. In questi giorni è
emerso che almeno 37 minori sono stati arrestati nella provincia sud-orientale
di Şırnak, a maggioranza curda, tra l’8 e il 27 gennaio, durante numerose
operazioni di polizia mirate a contrastare le proteste contro l’offensiva
militare del governo siriano ad interim nel Rojava, l’amministrazione autonoma
democratica confederale del Nord Est Siria. Nel tentativo di bloccare a priori
eventuali proteste, la polizia turca ha effettuato raid domiciliari che hanno
portato all’arresto di decine di minori di età compresa tra 15 e 17 anni. Dodici
di loro sono stati successivamente trasferiti nel carcere minorile di Hatay,
situato a circa 700 chilometri dalla loro città natale.
Newroz Uysal Aslan, deputato di Şırnak del partito filo curdo “Uguaglianza
Popolare e Democrazia” (DEM, terzo partito per seggi ) ha quindi presentato una
denuncia ufficiale alla Commissione d’inchiesta parlamentare sui diritti umani
chiedendo un’indagine in loco sulle accuse di tortura e maltrattamenti presso il
carcere minorile di Hatay. Secondo la petizione, i minori hanno riferito di
essere stati sottoposti a violenza fisica durante l’arresto. Molti hanno anche
affermato di essere stati costretti a firmare documenti, sotto la supervisione
di agenti in borghese, senza conoscerne il contenuto. Le testimonianze dei
minori riportano torture, minacce, umiliazioni e intimidazioni durante la
custodia.
Anche il processo di trasferimento ha sollevato preoccupazioni. Nelle
dichiarazioni riportano di essere stati confinati per lunghi periodi in veicoli
scarsamente ventilati, di essere stati privati del cibo, di essere stati
trasportati ammanettati ed esposti al fumo di sigaretta all’interno dei veicoli.
Alcuni minori hanno affermato di essere stati trasferiti in prigioni a centinaia
di chilometri di distanza dalle loro famiglie senza il loro consenso. La
petizione ha rilevato che in seguito alla detenzione è stato violato il loro
diritto all’istruzione, ovvero non hanno potuto frequentare le lezioni
scolastiche.
I minori sono stati dunque sottoposti a perquisizioni corporali all’ingresso in
carcere, sono stati tagliati loro i capelli con la forza e aggrediti
fisicamente. Un minore ha ricordato che durante le perquisizioni corporali, il
personale carcerario prendeva in giro gli altri, costretti ripetutamente a
sedersi e stare in piedi nudi. I bisogni primari sarebbero stati insoddisfatti.
Alcuni minori hanno affermato di non aver ricevuto vestiti o oggetti personali
inviati dalle loro famiglie.
Per quanto riguarda la vita quotidiana all’interno del carcere, la denuncia
citava il sovraffollamento, con alcuni minori costretti a dormire nelle aree
comuni. La ventilazione sarebbe stata inadeguata e le lavatrici rotte avrebbero
costretto a lavare i vestiti a mano. I minori avrebbero avuto accesso ad
attività sportive solo due volte a settimana e non avrebbero potuto usufruire di
programmi educativi o sociali regolari. Inoltre non è stato garantito un
adeguato supporto psicologico, previsto per legge. Secondo le testimonianze, i
minori hanno avuto una sola breve seduta con lo psicologo del carcere, durante
la quale è stato chiesto loro se avessero tatuaggi.
“Le accuse devono essere indagate in modo indipendente”, chiedono i
rappresentanti del partito DEM. Nella sezione conclusiva della denuncia, Aslan
ha sottolineato che diversi minori avevano descritto esperienze simili in modo
indipendente, suggerendo che le presunte violazioni potrebbero essere state
sistematiche. Ha sostenuto che le testimonianze dovrebbero essere valutate alla
luce della Costituzione turca, della Legge sulla protezione dell’infanzia, del
Codice di procedura penale e delle convenzioni internazionali di cui la Turchia
è parte.
“Il divieto di tortura e maltrattamenti è assoluto”, si legge nella petizione,
sottolineando l’obbligo legale dello Stato di condurre un’indagine indipendente
e imparziale sulle accuse. Aslan ha chiesto alla commissione parlamentare di
indagare nel dettaglio sulle procedure di arresto, trasferimento e detenzione,
di condurre un’ispezione in loco e di avviare azioni amministrative e legali
contro i responsabili.
L'articolo Turchia, retata contro i curdi: arrestati 37 minorenni. Il partito
Dem presenta una denuncia per torture nel carcere di Hatay proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della liberazione di
Kobane. La città, sita nel nord della Siria, venne liberata dalle milizie Curde,
JPG e YPG ed era assediata da mesi dai tagliagole dell’ISIS sotto la
supervisione del governo turco. Oggi Kobane è nuovamente sotto assedio. Sempre
da parte delle forze dell’ISIS che però non sono più considerate dall’occidente
una formazione terroristica. Infatti l’ISIS nel frattempo, grazie all’aiuto di
Turchia, Israele e Stati Uniti, ha preso il controllo della Siria cacciando il
Presidente Bashar al-Assad. I paesi occidentali hanno preferito i terroristi
islamici al regime siriano amico della Russia e così al-Jolani, tagliagole e
capobanda dell’ISIS, è da circa un anno il Presidente della Siria. Presidente
riverito in tutto il mondo e ricevuto in pompa magna anche dalla presidente del
Consiglio Meloni.
A fare le spese di questa giravolta occidentale – che considera centrale la
lotta al terrorismo solo fino a quando i terroristi non gli tornano utili – sono
le popolazioni curde della Siria che dopo un periodo di relativa tranquillità
sono nuovamente nell’occhio del ciclone. (vedi anche qui).
E’ inoltre utile sottolineare come l’Osservatorio sui diritti civili in Siria,
ha reso noto nelle settimane scorse che i Curdi siriani sarebbero stati
“scaricati” dagli Stati Uniti perché si erano rifiutati di intervenire
militarmente in Iraq contro alcune milizie scite. In altre parole l’operazione
militare israeliana – e quindi statunitense – contro l’Iran, aveva previsto
l’utilizzo dei curdi come una forza mercenaria contro gli sciti in Iraq e di
fronte al rifiuto dei Curdi di svolgere questo ruolo, questi sarebbero stati
scaricati e dati in pasto all’esercito siriano controllato dall’Isis.
Così funziona l’Occidente, non da oggi, e quindi oggi ci ritroviamo nuovamente
di fronte all’assedio di Kobane e alla messa in discussione dell’esperienza di
autogoverno del Rojava. Nelle settimane scorse, dopo un primo attacco delle
forze governative ad Aleppo, è stato raggiunto un accordo tra Curdi e governo
siriano. Questo accordo ad oggi non è però rispettato, così come una serie di
cittadine curde in Siria sono tutt’ora occupate dall’esercito turco che tratta
la Siria come un suo protettorato. Inoltre, in Turchia, nonostante la decisione
di Ocalan e del PKK di abbandonare la lotta armata e di scegliere la strada del
dialogo, il governo turco continua a tenere Ocalan sepolto vivo nella prigione
dell’isola di Imrali e tiene praticamente ferme le trattative.
In questa situazione i Curdi hanno lanciato per sabato 14 febbraio una giornata
di mobilitazione europea a sostegno del popolo Curdo, per sostenere la richiesta
che gli accordi firmati in Siria vengano rispettati e venga tolto l’assedio a
Kobane, per chiedere la liberazione di Ocalan e dei prigionieri politici da
parte del governo turco, per chieder la fine dell’occupazione militare turca
sulle cittadine Curde in Siria, per rilanciare il processo di pacificazione che
Ocalan e il PKK hanno proposto al governo turco, per difendere e rilanciare
l’esperienza del confederalismo democratico, che è la proposta politica che i
Curdi propongono per garantire la pace nell’area.
In Italia avremo tre manifestazioni, a Roma, Milano e Cagliari e voglio invitare
tutti e tutte a partecipare. La mobilitazione europea è infatti uno dei pochi
punti di forza per il popolo Curdo, in balia com’è degli interessi delle medie e
grandi potenze della zona. Visto che ogni porcheria in quell’area accade grazie
al consenso attivo o passivo delle potenze occidentali, la nostra mobilitazione
è una delle poche cose che si possono fare per i governi occidentali che sono
palesemente complici degli israeliani e dei turchi. So bene che si possono
discutere le singole scelte compiute dai Curdi in ambito geopolitico, ma è del
tutto evidente che i Curdi sono attaccati proprio perché hanno mantenuto la
dignità di popolo e perché avanzano una proposta – quella del confederalismo
democratico – che è rivoluzionaria in una area come quella mediorientale ove
Israele e gli Stati Uniti puntano ad alimentare odi divisioni al fine di
alimentare la guerra e la destabilizzazione dell’area.
Il sostegno al popolo Curdo è quindi un sostegno alla pace e alla giustizia
sociale oltre che al suo sacrosanto diritto all’autodeterminazione. Vi invito
quindi a partecipare alle manifestazioni che sono state convocate a Roma alle
14,30 in Piazza Indipendenza, a Milano alle ore 14,30 in Piazza Cairoli e a
Cagliari alle ore 17 in Piazza Garibaldi.
L'articolo Sabato di lotta al fianco del popolo curdo: basta con l’assedio a
Kobane proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un nuovo ministro della Giustizia in Turchia con un passato che non promette
nulla di buono. Si tratta di Akin Gurlek, l’ex procuratore capo di Istanbul,
noto per avere condotto indagini prefabbricate che hanno portato all’arresto di
numerose figure dell’opposizione. Gli esempi più eclatanti della sua attività
riguardano il leader del partito filo curdo HDP (oggi DEM, terza forza in
parlamento) Selahattin Demirtas, in carcere dal 2016 con l’accusa di essere
affiliato al PKK, ed Ekrem Imamoglu, il sindaco di Istanbul rimosso
dall’incarico dopo l’arresto per corruzione nel marzo del 2025. Da allora
Imamoglu è in custodia cautelare in attesa di giudizio. Ma Gurlek non aveva
risparmiato neanche la stampa indipendente: negli anni scorsi aveva ordinato
l’arresto dell’ex direttore dell’autorevole quotidiano Cumhuriyet, il
giornalista investigativo Can Dundar.
Dundar, perché Erdoğan ha nominato Gurlek proprio ora?
A mio avviso, Erdoğan si sta preparando a passare dalla categoria di “autocrazia
competitiva” a un sistema pienamente autoritario. Per smantellare gli ultimi
resti di democrazia deve attivare due istituzioni chiave: la magistratura e la
polizia. Nominare esponenti della linea dura in questi due ministeri è
significativo in tal senso. A solo un anno e mezzo dalle elezioni presidenziali
tutti i sondaggi suggeriscono che, in una competizione leale, l’opposizione
vincerebbe. Impedire che ciò accada è diventato essenziale per il presidente.
Ekrem İmamoğlu, ampiamente considerato il principale rivale di Erdoğan alle
elezioni presidenziali del 2028, rimane in custodia cautelare. Qual è il piano
di Erdoğan nei confronti dell’ex sindaco di Istanbul?
Tenerlo in carcere il più a lungo possibile – se possibile, a vita – e
impedirgli di diventare il candidato dell’opposizione alle presidenziali. Perché
in quasi tutti i sondaggi d’opinione, İmamoğlu appare ancora in vantaggio su
Erdoğan. Una condanna potrebbe bloccare del tutto la sua candidatura.
Poiché il leader curdo Selahattin Demirtas è tra le figure dell’opposizione
indagate da Gurlek, quindi arrestato e incarcerato esattamente 10 anni fa in
seguito alle indagini dell’ex procuratore, cosa segnala la sua nomina in merito
al cosiddetto dialogo in corso tra il governo di coalizione e il PKK, a cui
Demirtas è stato affiliato pur avendolo sempre negato?
Demirtaş è visto come un serio ostacolo alle ambizioni politiche di Erdoğan,
motivo per cui non è stato rilasciato. Allo stesso tempo, tuttavia, Erdoğan sta
cercando di attrarre voti curdi nel caso in cui rischiasse di perdere le future
elezioni. Per questo motivo, invece di Demirtaş – che considera un avversario
radicale – sembra aver optato per perseguire un processo negoziale con Abdullah
Öcalan, percepito come più aperto al compromesso. Il dilemma è questo: i leader
autoritari spesso governano creandosi nemici. Anche Erdoğan lo fa e per questa
ragione ha lanciato operazioni militari contro i gruppi curdi in Siria prima
delle ultime cinque elezioni. Se dovesse concludere che un processo di pace con
il Pkk non serva ai suoi obiettivi politici, potrebbe porre fine al dialogo. La
nomina di Gürlek segnala che i falchi potrebbero sostituire le colombe.
La trattativa avviata dal governo con il PKK dunque non è genuina?
Questo è stato un processo che ha avuto inizio con l’opportunità creata dagli
sviluppi in Siria. Dopo gli ultimi avvenimenti, ovvero l’ascesa al potere a
Damasco del jihadista Ahmed al Sharaa e la messa alle strette dei curdi di
Siria, Erdoğan potrebbe non sentire più la necessità di negoziare.
Cosa vuole fare Erdogan della vita di Öcalan?
Öcalan ha promesso lo scioglimento del PKK e un impegno per il disarmo.
Tuttavia, Ankara lo ritiene insufficiente, sostenendo di aver già sconfitto
militarmente l’organizzazione. Ora lo sta spingendo a fare pressione sui curdi
in Siria affinché si sottomettano al regime e depongano le armi. È improbabile
che Öcalan abbia il potere di raggiungere questo obiettivo.
Qual è la sua opinione sul tentativo di Ankara di sopprimere l’autonomia del
Rojava?
Si tratta di uno sviluppo che Ankara auspicava da anni, ma che gli Stati Uniti
non avevano approvato. Ora, con la nuova leadership siriana allineata a
Washington e i detenuti dell’Isis trasferiti in Iraq, i curdi hanno perso la
loro influenza. Gli Usa hanno dato il via libera alla richiesta di Ankara e i
curdi del Rojava sono stati costretti a sottomettersi a uno stringente
compromesso con Damasco
In un’intervista al nostro giornale, Salih Muslim, il fondatore
dell’autoproclamata Amministrazione autonoma del Nord Est Siria, nota come
Rojava curdo, ha affermato che la recente offensiva militare lanciata del
presidente siriano ad interim al Sharaa è una cospirazione della Turchia per
provocare una guerra tra le tribù arabe e curde che abitano il territorio fino
al mese scorso sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane a guida
curda. Qual è la sua opinione?
“Dividi et impera” è una tattica indispensabile per tutti i regimi autoritari.
La mia preoccupazione è che una strategia volta a contrapporre arabi e curdi
possa gradualmente creare una frattura anche tra turchi e curdi. Temo che il
fuoco che questa dinamica accenderebbe non rimarrebbe confinato alla Siria.
Il trasferimento di armi turche alle milizie jihadiste siriane durante il lungo
conflitto siriano, da lei rivelato quando era direttore di Cumhuriyet,
riguardava anche la milizia dell’attuale presidente siriano ad interim al
Sharaa, allora noto con il suo nome di guerra al Jolani?
Certo. Le armi andavano in gran parte ad al-Nusra, che all’epoca era guidata da
al Jolani. Infatti, Nuri Gökhan Bozkır, che si procurò le armi per conto del
governo turco, si riferì ad al Jolani come “mio amico” durante una delle sue
udienze in tribunale e ammise che gli avevano fornito grandi quantità di armi.
L’ascesa al potere di al Jolani è, per molti versi, il risultato di anni di
investimenti da parte di Ankara. Quanto a me, sono stato condannato a 28 anni e
mezzo di carcere per aver raccontato questo fatto e vivo in esilio.
L'articolo Turchia, il nuovo ministro e la stretta sulla Giustizia. Il
giornalista Dundar: “Erdogan vuole impedire all’opposizione di vincere le
elezioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La difesa del Rojava curdo-siriano ha provocato l’ennesimo giro di vite in
Turchia. La “democratura” turca, sfruttando la recente offensiva – orchestrata
dalla stessa Ankara- dell’esercito nazionale siriano contro l’Amministrazione
Autonoma curda democratica del Nord-Est Siria, ha accelerato la marcia verso la
meta prefissata da anni dal suo presidente Recep Tayyip Erdogan, il reìs: la
dittatura. Questa settimana Ankara ne ha fornito due esempi eclatanti.
Il primo, in ordine temporale: la polizia ha arrestato 96 persone durante
numerose retate effettuate in 22 province, prendendo di mira partiti politici,
sindacati e organi di stampa. Il ministro degli Interni Ali Yerlikaya ha
spiegato che le operazioni facevano parte di un’indagine sul Partito Comunista
Marxista Leninista (MLKP), fuorilegge.
I raid hanno preso di mira anche il Partito Socialista degli Oppressi (ESP), la
Federazione delle Associazioni Giovanili Socialiste (SGDF), i Consigli
Socialisti delle Donne (SKM) e l’Unione Limter-İş. Gli agenti hanno quindi fatto
irruzione anche nelle sedi dell’Agenzia di Stampa Etkin (ETHA), della Fondazione
per la Ricerca scientifica, Istruzione, Estetica, Cultura e Arte (BEKSAV) e
dell’Ufficio Legale degli Oppressi (EHB). Tra gli arrestati c’è l’ex
parlamentare e co-presidente dell’ESP Murat Çepni e i giornalisti dell’ETHA
Nadiye Gürbüz, Pınar Gayıp, Elif Bayburt, Müslüm Koyun e Züleyha Müldür, oltre
ad ambientalisti e sindacalisti.
La Procura Generale di Istanbul ha dichiarato di aver emesso mandati di cattura
per 110 persone, sostenendo che le organizzazioni prese di mira fanno parte
della struttura del MLKP. L’indagine si basa su dichiarazioni di testimoni,
materiali digitali di precedenti operazioni, rapporti del Financial Crimes
Investigation Board (MASAK) e dati di riunioni online tenute su Google Meet.
Per entrare negli uffici delle organizzazioni, la polizia in assetto
antisommossa ha sfondato le porte, confiscato tutte le attrezzature tecniche e
imposto una limitazione di 24 ore all’accesso degli arrestati agli avvocati. “È
perché abbiamo difeso il Rojava” ha denunciato Çiçek Otlu, parlamentare del
Partito filo-curdo per l’Uguaglianza e la Democrazia Popolare (DEM) nonchè
portavoce delle Assemblee Socialiste delle Donne (SKM). “Vogliamo uguaglianza e
libertà in questo Paese. Vogliamo che i diritti del lavoro e la lotta per la
libertà delle donne siano riconosciuti”, ha aggiunto la deputata della terza
forza politica per numero di seggi.
A riprova, Otlu ha citato alcune dichiarazioni del ministro degli Esteri Hakan
Fidan: il 30 gennaio aveva dichiarato ad Al Jazeera che circa 300 membri di
gruppi di sinistra con base in Turchia operavano in aree controllate dalle Forze
Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, ovvero la milizia-ombrello che difende
il Rojava. “Il loro unico compito è cercare opportunità per attaccare i soldati
e le forze di sicurezza turche”, aveva tuonato Fidan, ex capo dell’intelligence
turca e fedelissimo di Erdogan.
Il secondo esempio riguarda Ekrem Imamoglu, in carcerazione preventivo dal marzo
scorso. La procura di Istanbul ha presentato un nuovo atto di accusa contro il
sindaco della città, figura di spicco del partito repubblicano di centro
sinistra ( CHP), il più forte all’opposizione, rimosso dall’incarico nel marzo
del 2025 dopo essere stato arrestato per corruzione. Secondo le nuove accuse,
alcune persone vicine a Imamoglu avrebbero avuto accesso a dati personali di
numerosi cittadini di Istanbul e avrebbero fornito questi dati a servizi segreti
stranieri con lo scopo di manipolare i risultati delle elezioni municipali del
2019, che furono vinte da Imamoglu.
“Sulla base delle prove esistenti e della confessione, è stato stabilito che
Ekrem Imamoglu, all’interno della catena gerarchica, ha ottenuto informazioni
personali di cittadini sfruttando la propria influenza e le ha trasferite ad
agenti dei servizi segreti stranieri”, ha dichiarato la procura di Istanbul,
come riferito dalla tv di Stato Trt. “Il reato di ‘spionaggio politico’ è stato
commesso con l’obiettivo di manipolare le elezioni locali del 2019, in
particolare per garantire la vittoria del sospettato Ekrem Imamoglu”, si legge
nell’atto d’accusa che chiede pene detentive dai 15 ai 20 per gli imputati.
Imamoglu dall’anno scorso è il candidato del CHP per le elezioni presidenziali
del 2028 ed è considerato, sulla base dei sondaggi, pur non ufficiali, il
principale rivale di Erdogan e probabile vincitore. Il suo arresto provocò
settimane di proteste anti governative a Istanbul e in altre città turche.
Mentre la prima udienza del principale caso in cui è imputato è in programma per
marzo, nei mesi scorsi la procura di Istanbul ha presentato un atto d’accusa che
chiede oltre 2.500 anni di reclusione per 26 reati.
L'articolo Turchia, Erdogan prende di mira gli oppositori politici, difensori
del Rojava curdo: maxi retata con 96 arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le forze militari del presidente siriano ad interim, Ahmad al-Sharaa, stanno
entrando da ieri nelle città del Rojava nella Siria nord-orientale. La prima a
essere invasa dai mezzi corazzati di Damasco è Hasakah – capitale del Rojava- in
base a un nuovo accordo firmato venerdì scorso tra il governo centrale siriano e
le Syrian Democratic Forces (Sdf) a guida curda. Le unità del Ministero
dell’Interno di Damasco hanno inoltre iniziato a dispiegarsi nei principali
centri urbani dell’ex regione autonoma, come Qamishli.
Questo accordo, raggiunto subito dopo l’estensione del cessate il fuoco, segna
un passo fondamentale verso il pieno controllo governativo su aree a lungo
amministrate autonomamente dal PYD. È il partito che aderendo alle teorie di
autonomia confederalista- democratica – socialista di Abdullah Ocalan, nel 2013
ha gettato le fondamenta di questo inedito esperimento sociale in Medio Oriente
difeso finora dalle Sdf.
Con questo patto sembrano terminati, almeno per ora, i giorni di intensi
combattimenti tra le truppe di al-Sharaa e le Sdf, fino a qualche mese fa ancora
sostenute dagli Stati Uniti. Gli scontri erano scoppiati il mese scorso dopo il
fallimento dei colloqui, durati per tutto il 2025, circa un piano per integrare
le unità curde nelle forze di sicurezza siriane del dopoguerra, in seguito al
rovesciamento del governo di Bashar Assad nel dicembre 2024. In base
all’accordo, i combattenti curdi saranno gradualmente assorbiti nell’apparato di
sicurezza ufficiale siriano ma non a livello individuale. Mazloum Abdi, il
comandante curdo a capo delle Sdf è riuscito almeno a ottenere che questa sua
richiesta venisse soddisfatta da Damasco.
Nel dettaglio l’accordo prevede la creazione di una nuova divisione militare
composta da tre brigate provenienti dalle unità delle Sdf e da una quarta
brigata composta da combattenti curdi di stanza a Kobane, città curda nella
provincia di Aleppo ( che non fa parte del Rojava ma che è diventata il simbolo
della strenua resilienza dei curdi contro l’Isis nel 2014). Anche la governance
civile sarà rimodellata, con l’integrazione di istituzioni curde autonome nelle
strutture statali siriane, la salvaguardia dei diritti civili e di istruzione
dei curdi e il ritorno dei residenti sfollati a causa dei combattimenti.
Di fatto è la fine del Rojava senza ulteriore spargimento di sangue. Ma di certo
ne sono contente solo le tribù arabe che mal sopportavano di essere governate
dai curdi dopo che le Sdf si erano espanse conquistando anche zone a maggioranza
araba come Raqqa, Deir Erzor, Taqba, ovvero l’area dove ci sono i giacimenti di
gas e petrolio, questo di ottima qualità che non necessita di essere raffinato.
Ora sarà Damasco a gestire pozzi e giacimenti e a incassare i proventi delle
vendite. Intanto il problema dei membri dell’Isis che erano sotto custodia delle
Sdf non è stato di fatto risolto visto che molti sono fuggiti e solo poche
migliaia sono state trasferite nelle carceri irachene. Una situazione che
continuerà a mettere in pericolo la vita dei civili curdi.
L'articolo La fine del Rojava. Le città passano nelle mani della Siria e le
unità curde saranno integrate nell’esercito di Damasco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Quanto accaduto nell’ultimo mese nella regione dell’Amministrazione autonoma
della Siria del Nord e dell’Est, diretta dalle Forze democratiche siriane (Fds)
a guida curda, può essere letto in due modi opposti, a seconda del soggetto con
cui inizia la frase: i curdi, per realizzare la loro strategia, cercano alleanze
tattiche che si rivelano perdenti; oppure, Stati guidati da leadership ciniche
usano alleanze tattiche con i curdi per realizzare le loro strategie e vincono.
Nell’uno e nell’altro caso, il proverbio “gli unici amici dei curdi sono le
montagne” si conferma vero e attuale.
Gennaio ha visto grandi stravolgimenti in Siria. Dapprima gli scontri tra
l’esercito e le Fds nella città di Aleppo, che hanno causato la morte e il
ferimento di almeno 20 civili. A seguire, la conquista delle città di Raqqa,
l’ex “capitale” dello Stato islamico, e di Deir Ezzor. Poi, alla metà del mese,
il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha emanato il decreto n. 13 del 2026 sui
diritti dei curdi in Siria e ha annunciato un accordo con il comandante delle
Fds, Mazloum Abdi, su amministrazione civile, valichi di frontiera, integrazione
in materia di sicurezza e controllo statale dei siti di detenzione legati allo
Stato islamico.
L’accordo è venuto meno il 19 gennaio, portando a una breve ripresa delle
ostilità: breve, ma secondo le Nazioni Unite circa 11.000 persone sono state
costrette a fuggire verso Qamishli, nella provincia di al-Hasake, a causa dei
combattimenti o per timore di un’ulteriore escalation. Il 20 gennaio è stato
annunciato un cessate il fuoco di quattro giorni entro i quali, secondo le
autorità di Damasco, le Fds avrebbero dovuto concordare un piano di
“integrazione pacifica” di quella regione. Da lì la definitiva capitolazione, a
cui Usa, Turchia e Israele hanno guardato come spettatori nient’affatto
disinteressati.
Le autorità siriane hanno dunque assunto il controllo di alcune strutture di
detenzione in cui erano trattenute persone a causa della loro presunta
affiliazione allo Stato islamico: al-Aqtan, Roj e soprattutto al-Hol, dove si
trovano quasi 25.000 detenute e detenuti: siriani ma anche di più di 40 diverse
nazionalità. È un girone infernale che abbiamo già descritto in questo blog che
vede, fianco a fianco, oltre che un enorme numero di minorenni, anche aguzzini e
vittime: militanti arabi dello Stato islamico e donne yazide vittime del
genocidio del 2014.
Nel frattempo, il 21 gennaio, il Comando centrale Usa ha reso noto di aver
trasferito in Iraq 150 detenuti sospettati di avere legami con lo Stato
islamico. Sono stati annunciati ulteriori trasferimenti, che riguarderebbero un
totale di 7000 detenuti di varie nazionalità (siriane e irachene ma non solo),
un settimo dei quali minorenni.
Non è però del tutto una buona notizia: in Iraq chi è sospettato di aver fatto
parte dello Stato islamico rischia maltrattamenti e torture e anche la pena di
morte. Questo genere di trasferimenti viola il principio inderogabile del non
respingimento, in base al quale non si può inviare una persona in uno stato dove
rischi di subire gravi violazioni dei diritti umani.
Nel 2022, centinaia di detenuti di nazionalità irachena erano già stati
trasferiti in Iraq dai centri di detenzione del nord est della Siria. Due anni
dopo, Amnesty International denunciò che sei di loro erano stati torturati nelle
prigioni natie, mediante pestaggi, scariche elettriche e violenza sessuale.
Amnesty International ha sollecitato i nuovi supervisori dei campi di detenzione
a individuare le persone che dovrebbero essere indagate e processate per crimini
di diritto internazionale, quelle da rimpatriare negli stati di origine e,
infine, quelle che dovrebbero essere scarcerate.
Sarà fondamentale, inoltre, mettere in sicurezza e preservare le prove dei
crimini di diritto internazionale commessi dallo Stato islamico, inclusi i
luoghi delle atrocità e le fosse comuni, così come le prove documentali presenti
nelle strutture di detenzione.
Le prove dei crimini lasciate sul campo saranno fondamentali per chiarire il
destino e il luogo in cui si trovano le persone siriane fatte sparire dallo
Stato islamico, nonché per indagare e processare i responsabili di crimini di
diritto internazionale, compresi i crimini di guerra e i crimini contro
l’umanità.
Per chiudere, torniamo alle considerazioni iniziali. Quel sistema basato sulla
convivenza pacifica di più etnie, sulla democrazia dal basso, sul femminismo e
sull’ecologia che conosciamo come Rojava, per il quale neanche dieci anni fa si
organizzavano manifestazioni di massa e che si andava a difendere solidalmente,
oggi gode di scarse simpatie. È bastato vedere, in una manifestazione a Berlino
di una decina di giorni fa, bandiere curde insieme a quelle israeliane per far
entrare quell’esperienza – così come del resto le proteste iraniane – tra le
cause da abbandonare al loro destino.
L'articolo Siria, così è scomparsa l’autonomia regionale curda proviene da Il
Fatto Quotidiano.