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Dalla Palestina alla pandemia, passando per il caso Epstein: così si neutralizzano il dissenso e la verità
di Sara Gandini e Paolo Bartolini Per i greci libero era chi aveva legami e responsabilità da onorare; schiavo, invece, chi poteva essere venduto e usato senza alcun legame stabile con un territorio, una città, una casa, una famiglia. È curioso, e politicamente rilevante, che la modernità occidentale abbia capovolto questa idea di libertà: oggi è considerato libero chi è sradicato, mobile, autosufficiente, ricco quanto basta a non dover rispondere a nessuno delle proprie azioni; mentre è percepito come “non libero” chi dipende da attaccamenti fondamentali come gli affetti, i diritti sociali e i bisogni materiali che lo rendono poco flessibile e poco compatibile con le esigenze del mercato. La libertà, valore fondativo con cui l’Occidente ama distinguersi dalle autocrazie, da secoli coincide però con il liberalismo in politica e il liberismo in economia. Questa sovrapposizione genera contraddizioni evidenti. Da un lato, la retorica della libertà viene mobilitata per giustificare guerre, sanzioni e politiche imperiali, mascherando interessi materiali sotto il linguaggio dei diritti e della civiltà. Dall’altro, quando quegli stessi interessi vengono messi in discussione, le libertà individuali e collettive diventano rapidamente negoziabili, comprimibili, sacrificabili. Le mobilitazioni pro-Palestina degli ultimi anni rendono questo scarto particolarmente visibile. Il dissenso, anche quando pacifico e radicato nei principi costituzionali, viene progressivamente trattato come un problema di ordine pubblico, se non come un vero e proprio crimine. Divieti preventivi, cariche, denunce e misure amministrative trasformano lo spazio pubblico in un’area condizionata, in cui la libertà di manifestare esiste solo finché non disturba equilibri politici e geopolitici dati. L’abbiamo visto bene anche durante la pandemia. In questo senso, la violenza non coincide soltanto con l’uso della forza fisica, ma con la ridefinizione autoritaria di ciò che è dicibile, visibile e praticabile. Questa forma di repressione non è però separabile da una più ampia guerra cognitiva. Il caso Epstein ne rappresenta un paradigma. Lavinia Marchetti su Facebook spiega come non si tratti di un semplice scandalo, ma un esempio di “trasparenza strategica”, in cui frammenti di verità mostruosa vengono resi pubblici senza che ne derivino conseguenze reali sulle strutture di potere. La verità non viene negata, ma neutralizzata. L’orrore è esposto, poi lasciato cadere in un vuoto procedurale che protegge l’impunità dei responsabili. Un meccanismo analogo opera nella gestione del dissenso politico. Le violazioni delle libertà sono documentate, filmate, visibili, ma vengono normalizzate e svuotate di significato politico. Si produce così una dissonanza cognitiva permanente: la verità è pubblica, ma l’azione collettiva appare inefficace o illegittima. Il cittadino interiorizza l’idea che la giustizia e la libertà valgano solo per alcuni, mentre il vertice del potere abita una zona di impunità strutturale, oltre il bene e il male. L’abbiamo visto con chiarezza anche durante la pandemia, quando la dimensione della salute ha smesso di essere un terreno astratto ed è diventata un potente fattore di selezione sociale. Per le persone appartenenti alle classi più disagiate, la salute si è trasformata in un vero e proprio handicap alla possibilità di vivere in modo dignitoso: condizioni abitative precarie, lavori essenziali sottopagati, impossibilità di lavorare e studiare da remoto, accesso diseguale ai servizi sanitari e mortalità più elevata hanno reso evidente come il diritto alla salute non fosse affatto uguale per tutti. In quel contesto, ciò che veniva presentato come tutela collettiva si è tradotto, per molti, in un’ulteriore compressione della libertà materiale e dell’autonomia quotidiana. Anche qui, la violenza non coincide soltanto con l’uso della forza fisica, ma con la ridefinizione autoritaria di ciò che è dicibile, visibile e praticabile. La domanda allora diventa inevitabile: nella diseguaglianza, nella repressione del conflitto e in un contesto di impunità sistemica si può essere liberi? Povertà, precarietà, assenza di diritti sociali e criminalizzazione del dissenso compromettono l’esercizio di una libertà effettiva. Recuperare un’idea di libertà non neoliberale significa tornare a pensarla come condizione collettiva e materiale, non come privilegio individuale. I legami sociali, territoriali e politici non sono il limite della libertà, ma la sua possibilità. Senza dissenso, senza conflitto, senza la capacità di spezzare la normalizzazione dell’ingiustizia, la libertà resta una formula retorica: utile a legittimare l’esistente, incapace di trasformarlo. L'articolo Dalla Palestina alla pandemia, passando per il caso Epstein: così si neutralizzano il dissenso e la verità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fenomenologia di Donald Trump: così il potente burattino della finanza incarna il populismo moderno
Per comprendere il fenomeno apparentemente assurdo di un uomo come Donald Trump assurto sulla poltrona più potente dello scenario mondiale, occorre operare quella che in filosofia si chiama “fenomenologia”. Ossia risalire ai presupposti nascosti e al senso profondo per cui si è ritenuto di svilire la democrazia al punto da farla governare da un burattino della finanza, tanto incapace, dispotico ed eterodiretto nella sua amministrazione economica e politica, quanto sguaiato e violento nella sua azione socio-culturale. Un po’ quello che Umberto Eco aveva fatto, nel 1961, volendo spiegare il retroterra culturale che sottendeva il fenomeno appena nato della televisione, quando scrisse il fortunato pamphlet Fenomenologia di Mike Bongiorno. Operare una fenomenologia di Donald Trump è fondamentale per non restare impigliati nelle maglie strette dei due atteggiamenti predominanti fra le persone di buon senso: da una parte, incredulità, sconcerto e pena per come si è ridotta la “più grande democrazia dell’Occidente”, arrivando ad avere come presidente un soggetto oscillante fra azioni fasciste e imperialiste; dall’altra, condanna e rifiuto netti col rischio di scivolare, però, nella sterilità, dal momento che trattasi di persona democraticamente eletta da un popolo a cui non è bastato il primo mandato e che, evidentemente, sente di rifiutare l’alternativa liberal e democratica. Occorre, allora, risalire a un fatto di cui ricadeva il 50esimo anniversario nel 2025 e che oggi è stato completamente ignorato. Mi riferisco al Rapporto sulla governabilità delle democrazie, curato da Samuel P. Huntingrton (per i dati sull’America), Michel Crozier (Europa) e Joji Watanuki (Giappone e Oriente). Già il titolo principale era eloquente: “La crisi della democrazia”. Ma non una crisi come potrebbero intenderla oggi dei sinceri democratici, osservando per esempio gli scempi che ne sta facendo il presidente americano. No, con il termine “crisi” la Commissione Trilaterale (un’élite finanziaria e politica fondata dal banchiere statunitense David Rockfeller, fondatore anche del Gruppo Bilderberg) intendeva questo: le società democratiche di quel tempo (post Sessantotto) erano in “crisi” perché troppe persone studiavano e si impegnavano a ragionare di questioni politiche. Cioè troppe persone si istruivano ed erano in grado di mobilitarsi, in seguito all’esercizio del pensiero critico, per contestare la “finanziarizzazione” della vita politica e quotidiana che le elite neo-liberiste intendevano imporre. Insomma: troppa istruzione e troppa democrazia erano individuati come fattori di pericolo per chi desiderava una società governata dai mercati. Il Rapporto della Trilaterale suggeriva misure capillari al fine di ottenere una popolazione con pochi strumenti per criticare e contestare il potere economico, sulla base appunto della difesa della democrazia. Si trattava di erodere gradualmente il “pensiero complesso”, di distruggere la capacità logica delle persone e di affermare una “psicologia di massa della sottomissione”, per riprendere le espressioni del situazionista Guy Debord (l’autore de La società dello spettacolo). Insomma, per recuperare l’analisi chirurgica, stavolta del sociologo americano Charles Wright Mills, si trattava di costruire un’umanità fornita di razionalità economica ma sprovvista della ragione. Quella stessa umanità che oggi – stando ai rilevamenti degli studi di settore – risulta in larga parte incapace di un pensiero autonomo e critico, inetta nell’operare un pensiero logico in grado di collegare cause ed effetti di un fenomeno, inadeguata a cogliere il significato profondo di un testo scritto o di un discorso verbale. Esattamente come nel caso della fenomenologia di Mike Bongiorno si trattava di costruire un personaggio in cui il pubblico potesse riconoscersi (ottenendo il successo mediatico e quindi commerciale), nel caso della fenomenologia di Donald Trump si è trattato di affermare un personaggio – anche lui al servizio dei poteri finanziari – nella cui grettezza, superficialità, dispotismo e bullismo si potesse riconoscere un’opinione pubblica degradata. Ma anche un’opinione pubblica, quella che si riconosceva nell’area liberal e progressista, che ha dovuto assistere impotente alla distruzione del sistema di giustizia sociale e alla privatizzazione dei beni pubblici operate a cavallo del millennio proprio da governi sedicenti di sinistra (Clinton, Schroeder, Blair, Prodi). Perché l’onestà intellettuale impone di riconoscere questo dato sostanziale: il fenomeno Trump negli Usa, come anche l’affermazione di tutte le altre destre più o meno becere e revansciste all’interno della galassia occidentale, sono figlie tanto di un pensiero reazionario, razzista e imperialista duro a morire, quanto di un mondo progressista che risulta privo di un pensiero almeno dal 1989. L'articolo Fenomenologia di Donald Trump: così il potente burattino della finanza incarna il populismo moderno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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