Alessandro Barbero è stato oscurato da Meta e questa storia è la dimostrazione
definitiva che il fact checking sui social media non serve assolutamente a
nulla. Il famoso esperto di storia, divulgatore in grado di rendere
appassionanti anche temi complessi o lontani nel tempo, aveva di recente
pubblicato un video in cui condivideva le ragioni per cui, a suo avviso, gli
italiani dovranno votare No al prossimo referendum sulla giustizia.
Il video era stato pubblicato sui canali social del comitato per il No e aveva
preso una traiettoria di viralità, raggiungendo numeriche significative. Meta ha
dunque deciso di oscurare il video di Barbero perché nella sua riflessione, che
durava 4 minuti e 16 secondi, ha riportato un’imprecisione tecnica, confondendo
Governo e Parlamento in un passaggio. Meta ha ritenuto sufficiente questa
imprecisione per etichettare il video con la dicitura Falso.
Il motivo per cui mi permetto di dire che il fact checking sui social media non
serve assolutamente a nulla è perché in un’epoca fortemente polarizzata come
quella moderna le persone sui social non cercano la verità delle cose, bensì
conferme alle proprie tesi di base. Sono le cosiddette echo chamber, stanze
digitali in cui gli utenti vengono coccolati dagli algoritmi dei social media
ricevendo contenuti mediamente in linea alla propria visione delle cose. Nessuno
apre davvero il feed di Facebook, Instagram o TikTok per accedere alla verità
ultima del mondo, diciamocelo.
L’oscuramento del video di Alessandro Barbero ha infatti avuto due conseguenze
prevedibili. Da un lato, ha portato coloro che erano d’accordo con Barbero a
gridare alla censura di governo, fiutando nell’aria una qualche manovra diretta
o indiretta che avrebbe portato a rimuovere un contenuto che stava diventando
troppo popolare, dunque scomodo. Dall’altro, ha portato chi era contrario al
video di Barbero a definire lo storico un distributore di bugie, un
incompetente, in quanto etichettato dalla giuria di Meta come falsario.
Risultato finale, il video di Barbero ora è diventato un simbolo di rivoluzione,
di pensiero critico, di libertà d’espressione in tempi apparentemente bui. E
dato che nulla davvero sparisce sul web, ora il video viene ricondiviso con
ancora maggiore vigore sia su Meta che su tutti gli altri canali social da
giornalisti, fan di Barbero e simpatizzanti per il No che ritengono ingiusta e
faziosa la decisione di Meta.
È importante ricordare che a livello storico il fact checking sui social media
non nasce davvero per cercare la verità dell’informazione. Mark Zuckerberg ha
fondato Facebook per facilitare il dating tra i ragazzi nei college americani,
quindi il suo percorso imprenditoriale non è germogliato sulla base di ideali
particolarmente nobili. Il fact checking dei social media nasce per ridurre il
rischio per le piattaforme, stop. Aziende come Meta hanno infatti sempre timore
che contenuti troppo controversi e troppo virali possano compromettere dal punto
di vista legale o reputazionale l’immagine che i loro social media hanno agli
occhi degli inserzionisti e dei politici.
Senza andare inoltre troppo in là con la memoria, l’opinione pubblica di tutto
il mondo ricorderà che durante la pandemia è emerso che il governo degli Stati
Uniti dialogasse costantemente con le piattaforme social per segnalare contenuti
problematici rispetto alla narrativa del governo. Dunque già all’epoca, in
realtà pochi anni fa, il mondo ha avuto un assaggio di quanto il fact checking,
quando manovrato, possa diventare esso stesso strumento di propaganda.
La morale è che il fact checking serve, sì, ma in ambito giornalistico per
smascherare in tempo reale i politici quando dicono qualcosa di fattualmente
sbagliato. Sui social media non serve assolutamente a nulla per il semplice
motivo che si basa su una promessa irrealistica: quella di poter raggiungere una
presunta assoluta neutralità nel modo in cui viene formulato il pensiero critico
delle persone.
Tale neutralità, sui social media, non esiste perché ogni fact-checker vive in
un una cultura, ha un sistema di valori e legge il mondo con le sue lenti,
dunque non potrà mai fornire un giudizio puro. Inoltre, in quanto persona umana
e fallibile, potrà sempre essere soggetta all’influenza politica. Nel caso
specifico di Barbero, la revisione del contenuto è stata affidata a Open,
quotidiano posseduto al 99% da Enrico Mentana che lo ha definito più volte “un
giornale completamente indipendente, senza una linea editoriale politica”. Ci
fidiamo?
L'articolo Perché il caso Barbero dimostra che il fact checking sui social non
serve a nulla proviene da Il Fatto Quotidiano.