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Mantovano attacca (senza nominarlo) Barbero: “I suoi slogan qualificati come fake perfino dai social network”
Nel corso del suo intervento alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 nel distretto della Corte d’Appello di Napoli, il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano, ha parlato anche di riforma della giustizia e, in particolare, del “confronto” in corso tra sostenitori del Sì e del No al referendum. Senza nominarlo direttamente, Mantovano ha attaccato anche lo storico Alessandro Barbero il cui video a sostegno del No è stato oscurato. “È ovvio che ci siano differenti posizioni sui tre punti qualificanti della riforma: il completamento della separazione delle carriere fra giudici e p.m. con la costituzione dei due Csm; il sorteggio, quale modalità per comporre questi ultimi; il conferimento dell’esercizio della giustizia disciplinare a un’Alta corte”, dice. “Mi chiedo però – aggiunge – se la diversità di opinione su ciascuno di questi tre punti debba spingersi al punto da demonizzare chi sostiene tesi opposte alle proprie, con slogan che perfino i social network – non sospettabili di vicinanza al governo – qualificano come fake, e in qualche caso sono arrivati a rimuovere”. L'articolo Mantovano attacca (senza nominarlo) Barbero: “I suoi slogan qualificati come fake perfino dai social network” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Alessandro Barbero
Alfredo Mantovano
“L’Italia ripudia la guerra”. La lezione di Alessandro Barbero: perché è nato l’articolo 11 della Costituzione
Al palasport di Torino, il professor Alessandro Barbero racconta il senso dell’articolo 11 della Costituzione Italiana nel corso dell’incontro con il professor Angelo D’Orsi. “Ho vissuto quasi tutta la mia vita credendo appunto che l’idea che l’Italia facesse una guerra fosse una cosa talmente assurda come il ritorno del feudalesimo – ha spiegato Barbero alle 3500 persone che hanno riempito gli spalti – quindi solo di recente ho cominciato a interessarmi all’articolo 11 della Costituzione“. L'articolo “L’Italia ripudia la guerra”. La lezione di Alessandro Barbero: perché è nato l’articolo 11 della Costituzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Guerra
Alessandro Barbero
“Ci vogliono portare in guerra, la censura serve a quello”: ovazione per Barbero e D’Orsi al palasport di Torino, in 3500 ad ascoltare il loro dialogo
“Il censore è stupido perché ottiene l’effetto contrario”. Parola di Angelo D’Orsi che ieri sera è riuscito a portare oltre 3500 persone al palasport di Torino per un dialogo con lo storico Alessandro Barbero sul tema “Democrazia in tempo di guerra”. Un evento che si sarebbe dovuto tenere un mese fa al teatro Valdocco di Torino, ma che era stato censurato. E così grazie al circolo Arci La Poderosa, all’Anpi e alla rivista Historia Magistra, l’incontro si è potuto tenere, con lo stesso titolo, in uno spazio ancora più grande. “Eppure avevamo altre seimila persone in lista d’attesa” spiegano i responsabili del circolo Arci. L'articolo “Ci vogliono portare in guerra, la censura serve a quello”: ovazione per Barbero e D’Orsi al palasport di Torino, in 3500 ad ascoltare il loro dialogo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Censura
Alessandro Barbero
Perché il caso Barbero dimostra che il fact checking sui social non serve a nulla
Alessandro Barbero è stato oscurato da Meta e questa storia è la dimostrazione definitiva che il fact checking sui social media non serve assolutamente a nulla. Il famoso esperto di storia, divulgatore in grado di rendere appassionanti anche temi complessi o lontani nel tempo, aveva di recente pubblicato un video in cui condivideva le ragioni per cui, a suo avviso, gli italiani dovranno votare No al prossimo referendum sulla giustizia. Il video era stato pubblicato sui canali social del comitato per il No e aveva preso una traiettoria di viralità, raggiungendo numeriche significative. Meta ha dunque deciso di oscurare il video di Barbero perché nella sua riflessione, che durava 4 minuti e 16 secondi, ha riportato un’imprecisione tecnica, confondendo Governo e Parlamento in un passaggio. Meta ha ritenuto sufficiente questa imprecisione per etichettare il video con la dicitura Falso. Il motivo per cui mi permetto di dire che il fact checking sui social media non serve assolutamente a nulla è perché in un’epoca fortemente polarizzata come quella moderna le persone sui social non cercano la verità delle cose, bensì conferme alle proprie tesi di base. Sono le cosiddette echo chamber, stanze digitali in cui gli utenti vengono coccolati dagli algoritmi dei social media ricevendo contenuti mediamente in linea alla propria visione delle cose. Nessuno apre davvero il feed di Facebook, Instagram o TikTok per accedere alla verità ultima del mondo, diciamocelo. L’oscuramento del video di Alessandro Barbero ha infatti avuto due conseguenze prevedibili. Da un lato, ha portato coloro che erano d’accordo con Barbero a gridare alla censura di governo, fiutando nell’aria una qualche manovra diretta o indiretta che avrebbe portato a rimuovere un contenuto che stava diventando troppo popolare, dunque scomodo. Dall’altro, ha portato chi era contrario al video di Barbero a definire lo storico un distributore di bugie, un incompetente, in quanto etichettato dalla giuria di Meta come falsario. Risultato finale, il video di Barbero ora è diventato un simbolo di rivoluzione, di pensiero critico, di libertà d’espressione in tempi apparentemente bui. E dato che nulla davvero sparisce sul web, ora il video viene ricondiviso con ancora maggiore vigore sia su Meta che su tutti gli altri canali social da giornalisti, fan di Barbero e simpatizzanti per il No che ritengono ingiusta e faziosa la decisione di Meta. È importante ricordare che a livello storico il fact checking sui social media non nasce davvero per cercare la verità dell’informazione. Mark Zuckerberg ha fondato Facebook per facilitare il dating tra i ragazzi nei college americani, quindi il suo percorso imprenditoriale non è germogliato sulla base di ideali particolarmente nobili. Il fact checking dei social media nasce per ridurre il rischio per le piattaforme, stop. Aziende come Meta hanno infatti sempre timore che contenuti troppo controversi e troppo virali possano compromettere dal punto di vista legale o reputazionale l’immagine che i loro social media hanno agli occhi degli inserzionisti e dei politici. Senza andare inoltre troppo in là con la memoria, l’opinione pubblica di tutto il mondo ricorderà che durante la pandemia è emerso che il governo degli Stati Uniti dialogasse costantemente con le piattaforme social per segnalare contenuti problematici rispetto alla narrativa del governo. Dunque già all’epoca, in realtà pochi anni fa, il mondo ha avuto un assaggio di quanto il fact checking, quando manovrato, possa diventare esso stesso strumento di propaganda. La morale è che il fact checking serve, sì, ma in ambito giornalistico per smascherare in tempo reale i politici quando dicono qualcosa di fattualmente sbagliato. Sui social media non serve assolutamente a nulla per il semplice motivo che si basa su una promessa irrealistica: quella di poter raggiungere una presunta assoluta neutralità nel modo in cui viene formulato il pensiero critico delle persone. Tale neutralità, sui social media, non esiste perché ogni fact-checker vive in un una cultura, ha un sistema di valori e legge il mondo con le sue lenti, dunque non potrà mai fornire un giudizio puro. Inoltre, in quanto persona umana e fallibile, potrà sempre essere soggetta all’influenza politica. Nel caso specifico di Barbero, la revisione del contenuto è stata affidata a Open, quotidiano posseduto al 99% da Enrico Mentana che lo ha definito più volte “un giornale completamente indipendente, senza una linea editoriale politica”. Ci fidiamo? L'articolo Perché il caso Barbero dimostra che il fact checking sui social non serve a nulla proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Alessandro Barbero
Fact Checking
Referendum, sorteggio e politica: perché Barbero ha capito la riforma meglio dei suoi “fact-checkers”
“L’intervento di Alessandro Barbero sul referendum contiene informazioni fuorvianti e non supportate dai fatti“. Così il “fact-checking” del quotidiano online Open, firmato dal vicedirettore specializzato David Puente, ha condannato il video dello storico alla censura di Meta, che lo ha oscurato da alcune delle pagine che lo avevano rilanciato su Facebook (dove finora ha raccolto almeno un milione e mezzo di visualizzazioni e oltre ventimila condivisioni). L’endorsement di Barbero per il No alla riforma Nordio, infatti, è stato etichettato come contenuto “falso” in base alla verifica svolta dal quotidiano online, partner del colosso tech in un progetto contro le fake news. Analizzando nel merito le contestazioni di Open, però, si scopre che il professore – uno dei divulgatori di maggior successo in Italia – ha probabilmente studiato (e capito) l’oggetto del referendum molto meglio dei suoi “fact-checker”. Vediamo perché. COSA HA DETTO BARBERO (E COSA DICE LA RIFORMA) Le presunte “informazioni fuorvianti” sarebbero contenute nel passaggio in cui il professore parla del cuore della riforma: lo spacchettamento del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Il Csm è l’organo che si occupa al posto del governo di tutto quanto riguarda i magistrati come dipendenti pubblici: nomine, progressioni di carriera, trasferimenti, organizzazione degli uffici (tribunali, procure e corti), sanzioni disciplinari. Si tratta quindi di un’istituzione fondamentale per garantire l’indipendenza effettiva del potere giudiziario, rendendo le toghe immuni ai condizionamenti della politica. Con la legge approvata dalle Camere, i Csm diventerebbero due, uno per i giudici e uno per i pm. In entrambi, i membri togati, cioè magistrati (due terzi del totale) verrebbero selezionati tramite un sorteggio tra i giudici e i pm in servizio (probabilmente con un limite minimo di anzianità: deciderlo spetterà a una legge successiva). I membri “laici”, professori e avvocati (spesso esponenti di partito), continuerebbero invece di fatto a essere scelti dalla politica: la riforma, infatti, prevede che siano “estratti a sorte da un elenco che il Parlamento in seduta comune compila mediante elezione”. Nel testo non si specifica quanto dovrà essere lungo l’elenco: in teoria, quindi, i consiglieri eletti potrebbero essere anche lo stesso numero di quelli da sorteggiare, facendo diventare il sorteggio una pura finzione. Ai due futuri Csm inoltre verrà tolta la funzione disciplinare, cioè il potere di punire i magistrati per i loro comportamenti scorretti sul piano deontologico, con sanzioni che vanno da un semplice ammonimento fino alla rimozione. Questo compito sarà affidato a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, composto da 15 membri: nove magistrati sorteggiati – in questo caso solo tra quelli che lavorino o abbiano lavorato alla Corte di Cassazione – e sei laici, di cui tre scelti dal Parlamento (con le stesse modalità di quelli dei Csm) e altri tre nominati dal presidente della Repubblica. Ora rileggiamo cosa dice Barbero nel video: “A me sembra che questi organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”. LA VERSIONE DEI “FACT-CHECKER” Secondo il “fact-checking” di Open, preso per buono da Meta, queste affermazioni contengono falsità. La prima è il “riferimento a una presunta scelta del governo”, mentre “questo non interviene in alcun modo”, perché i laici sono nominati dal Parlamento: addirittura, David Puente accusa Barbero di “non distinguere il potere esecutivo da quello legislativo”. Il giornalista definisce poi “infondato” il “rischio autoritario”, perché nella Costituzione rimarrà scritto che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, e i membri togati continueranno a essere maggioranza nei Consigli superiori e nell’Alta Corte. Infine, l’articolo contesta un passaggio del video in cui Barbero descrive l’Alta corte come un organo “al di sopra del Csm”, mentre secondo Puente “si colloca su un piano distinto” e senza alcun “rapporto di subordinazione”. Analizziamo queste critiche una per una. IL GOVERNO “NON INTERVIENE” NELLE DECISIONI DEL PARLAMENTO? A voler essere gentili, è un’ingenuità. Da anni il Parlamento non esercita più di fatto la funzione legislativa: quasi sempre si limita a ratificare provvedimenti già adottati dal governo (i decreti legge) o ad approvare, con minime modifiche, disegni di legge di iniziativa dell’esecutivo. È successo anche con la riforma Nordio, approvata – caso unico nella storia delle leggi costituzionali – nell’identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei ministri. Lo stesso avviene per le nomine di competenza parlamentare, come i giudici della Corte costituzionale o, appunto, i laici del Csm: chiunque segua da vicino la politica sa che i nomi da votare vengono decisi nei caminetti dei leader di partito, che per la maggioranza corrispondono sempre ai vertici del governo. Non solo: mentre adesso il quorum previsto per l’elezione dei laici (tre quinti del Parlamento) garantisce una rappresentanza anche alle opposizioni, la riforma non prevede alcun quorum per la compilazione dell’elenco da cui sorteggiare i nomi. In teoria, quindi, la maggioranza del momento potrebbe accaparrarsi tutti i membri del Csm scelti dalle Camere. Insomma, al netto dei formalismi, dire che il governo “continuerà a scegliere” i suoi uomini al Consiglio superiore corrisponde al vero contenuto della riforma. LA MAGISTRATURA “RESTERÀ AUTONOMA E INDIPENDENTE”? Formalmente il primo comma dell’articolo 104 continua a recitare così. Di per sé, però, questo vuol dire poco: sulla carta il principio di indipendenza dei giudici è scritto anche nelle Costituzioni dei peggiori regimi autoritari, dalla Cina all’Iran, dalla Russia alla Corea del Nord. La differenza la fanno le norme che garantiscono quel principio in concreto. E come ripete il costituzionalista Enrico Grosso – presidente onorario del comitato per il No dell’Anm – con la riforma l’indipendenza della magistratura si riduce a un “vuoto simulacro”: a parte il primo comma, infatti, tutto il resto dell’articolo 104 viene riscritto, stravolgendo la struttura del Csm in modo da favorire l’influenza della politica sulla magistratura. La creazione di un organo separato per i pm, infatti, apre la strada a introdurre ulteriori forme di controllo e condizionamento sui soli magistrati inquirenti, diverse e più stringenti rispetto a quelle previste per i giudici. I togati sorteggiati, poi, saranno per natura più deboli e probabilmente più sensibili alle lusinghe del potere, trovandosi per caso in un ruolo di enorme responsabilità, senza aver acquisito la credibilità e la stima che permettono di essere eletti dai colleghi. Di certo, poi, saranno meno attrezzati a “tenere testa” ai membri laici, spesso politici di lungo corso e di grande esperienza parlamentare (in questa consiliatura, ad esempio, al Csm siede Isabella Bertolini, deputata di Forza Italia per tre legislature e già vicecapogruppo azzurra). L’ALTA CORTE DISCIPLINARE SARÀ “SOPRA” I DUE CSM? Qui Barbero dimostra di aver compreso a fondo la riforma, contrariamente a ciò di cui è accusato. L’Alta Corte sarà di fatto davvero un organo sopraelevato rispetto ai due Csm, per ragioni abbastanza semplici. Intanto giudicherà e sanzionerà sia giudici che pm, diventando quindi l’unica istituzione a gestire la magistratura nel suo insieme. Soprattutto, però, assumerà il potere più penetrante e invasivo che attualmente esercita il Csm: sanzionare i magistrati nella carriera e nello stipendio, trasferendoli di sede, sospendendoli o addirittura facendogli perdere il lavoro. Per questo, a differenza di quanto previsto per i due Consigli, la riforma limita il sorteggio dei membri dell’Alta Corte a magistrati con almeno vent’anni di esperienza, che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità (cioè di giudici o pm della Cassazione). E sempre per questo si prevede che una quota di membri sia nominata dal capo dello Stato. L’Alta Corte, però, sarà un giudice molto più sbilanciato verso la politica, per gli stessi motivi per cui lo saranno i futuri Csm: membri togati sorteggiati, membri laici – di fatto – nominati. Inoltre, la quota di giudici di nomina politica aumenterà: attualmente la Sezione disciplinare del Csm è composta da quattro membri togati e due laici, rispecchiando le proporzioni dell’organo, mentre nell’Alta Corte i laici saranno sei su 15 (due quinti). Soprattutto, le sentenze disciplinari non saranno più impugnabili in Cassazione, ma solo di fronte alla stessa Alta Corte, che giudicherà in una composizione differente: paradossalmente, quindi, i magistrati diventeranno l’unica categoria di lavoratori a essere “licenziati” o sanzionati senza potersi difendere di fronte a un giudice indipendente. Di fronte a questo quadro, ai lettori poniamo domande quasi banali: i pm saranno più o meno incoraggiati ad aprire indagini nei confronti di membri del governo (pensiamo ai casi Open Arms o Almasri), dei vertici di un colosso di Stato, di un imprenditore potente? I giudici penali si sentiranno tranquilli a rinviarli a giudizio o a condannarli? E quelli civili saranno più o meno imparziali nel decidere se dare ragione alla grande azienda o al lavoratore, al manager agganciato o al figlio di nessuno? È questo il concetto che esprime Barbero quando avverte del rischio di una deriva autoritaria, con un governo in grado di intimidire e condizionare molto più di adesso i magistrati. Un rischio che esiste ed è scritto – per chi la sa leggere – nella stessa riforma Nordio. Nonostante i fact-checkers. L'articolo Referendum, sorteggio e politica: perché Barbero ha capito la riforma meglio dei suoi “fact-checkers” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Riforma della Giustizia
Referendum Giustizia
Alessandro Barbero
“Censura social a Barbero sul referendum, il governo cosa intende fare?”: l’interrogazione a Meloni. Ecco perché le regole di Meta non valgono per i politici
Il caso del fact checking al video di Alessandro Barbero in cui il professore spiega i motivi del suo No e che ha generato il suo oscuramento sui social di Meta, ha riportato una luce un grosso paradosso: se Barbero viene sottoposto – discrezionalmente – ad analisi dei fatti perché il contenuto stava diventando troppo virale, condiviso da centinaia di migliaia di persone e pagine, lo stesso non può essere fatto per gli esponenti politici. LE RESTRIZIONI Secondo le regole di Meta sul fact checking, infatti, “i discorsi diretti dei personaggi politici (comprese le inserzioni)” non sono idonei “all’analisi da parte dei partner di fact-checking indipendenti”. Meta sostiene che gli elettori debbano poter vedere direttamente cosa dicono i loro rappresentanti e valutarlo autonomamente, senza interventi editoriali dell’azienda. CONTENUTI RADIOATTIVI Matteo Salvini o Giorgia Meloni o anche Elly Schlein potrebbero sostenere il Sì o il No con le stesse argomentazioni di Barbero o con argomentazioni completamente false senza essere sottoposti allo scanner del fact checking e i loro contenuti sarebbero liberi di circolare senza restrizione alcuna, a esclusione di alcune circostanze: “In alcuni casi – spiega infatti Meta – la valutazione dei nostri partner di fact-checking avrà un effetto sui personaggi politici. Se un personaggio politico condivide un contenuto creato da terzi (ad es. un link a un articolo, una foto o un video che è già stato smentito su Facebook e Instagram), mettiamo in secondo piano il contenuto, mostriamo un avviso e rifiutiamo di includerlo nelle inserzioni”. Dunque, una volta “etichettato” il contenuto diventa radioattivo per un politico che volesse ricondividerlo. I FACT CECKERS La decisione è stata presa dalla piattaforma nel 2019 dopo anni complicati per l’azienda: dopo le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e il caso Cambridge Analytica, Facebook viene accusata di aver facilitato disinformazione politica e di operare come un editore senza assumersene le responsabilità. Invece di introdurre totale libertà d’espressione, tra il 2017 e il 2018 introduce il programma di fact-checking di terze parti: le analisi sono affidate a organizzazioni terze (come Open per l’Italia), certificate da altre organizzazioni terze e indipendenti. Vengono forniti strumenti per segnalare e anche per fare ricorsi. L’obiettivo è tracciare e rimuovere i contenuti (e le reti) di disinformazione. Al tempo stesso, Meta si impegna in una maggiore trasparenza sulla pubblicità e le inserzioni (quindi a pagamento) politiche. L’ESCLUSIONE DEI POLITICI A inizio dello scorso anno Mark Zuckerberg pareva voler ridurre il sistema di controllo (con la contrarietà di Bruxelles e delle norme dei suoi regolamenti) ma non è ancora arrivata nessuna decisione definitiva. Nel 2019, tuttavia, l’azienda per evitare che le etichette dei fact checker fossero lette come una presa di posizione politica, e di essere accusata di interferenza elettorale, ha deciso di escludere dai fact checking i leader politici e le loro dichiarazioni indipendentemente, nel loro caso, da quanto siano virali i contenuti. Viralità che, oltretutto, non è misurabile in dati oggettivi. UN PROBLEMA DI PLURALISMO Sul caso Barbero, intanto, senatori dem hanno depositato una interrogazione al governo: “Nei giorni scorsi la piattaforma Facebook ha ridotto la visibilità di un video di rilevanza pubblica – si legge – e tale limitazione sarebbe stata disposta a seguito di un intervento di fact-checking che ha etichettato il contenuto come “falso” o “fuorviante”, con conseguente penalizzazione algoritmica della sua diffusione, proprio mentre il video risultava ampiamente condiviso e discusso”. La riduzione della visibilità di un contenuto politico o di interesse civico, specie in una fase referendaria – scrivono Francesco Boccia e Antonio Nicita, rispettivamente presidente e vicepresidente del gruppo Pd al Senato – “produce effetti sostanzialmente assimilabili a una limitazione del pluralismo informativo e del libero confronto democratico” e che “decisioni di questo tipo, assunte unilateralmente da soggetti privati che controllano piattaforme digitali di dimensione sistemica, pongono un problema di trasparenza, proporzionalità e garanzie procedurali, anche alla luce degli obblighi previsti dal diritto europeo in materia di servizi digitali”. I senatori sottolineano la poca chiarezza dei criteri adottati e degli strumenti di ricorso tempestivo messi a disposizione dell’autore e degli utenti. Chiedono quindi al Governo se “ritenga compatibile con i principi democratici che una piattaforma privata possa incidere in modo così significativo sulla circolazione di contenuti politici durante una campagna referendaria” e quali “iniziative intenda assumere, anche attraverso le autorità competenti nazionali ed europee, per verificare il rispetto degli obblighi di trasparenza, motivazione e proporzionalità previsti dalla normativa europea sui servizi digitali” anche promuovendo regole più stringenti a tutela del pluralismo informativo. L'articolo “Censura social a Barbero sul referendum, il governo cosa intende fare?”: l’interrogazione a Meloni. Ecco perché le regole di Meta non valgono per i politici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Meta censura Barbero ma per i politici niente fact checking: ecco il privilegio che tutti dovrebbero sapere
La vicenda di Alessandro Barbero è un piccolo manuale di sociologia della comunicazione al tempo dei social. Ormai una settimana fa, lo storico pubblica sugli account social del Comitato un video-appello in cui invita a votare NO al prossimo referendum sulla giustizia e spiega perché lo fa. Una parte della stampa, di vario orientamento ma con particolare accanimento a destra, nei giorni successivi inizia a delegittimarlo attraverso vari editoriali: viene definito “più influencer che storico”, accusato di fare “prediche politiche” o “propaganda” e criticato perché non dovrebbe parlare di giustizia ma restare sul suo terreno (la storia, anzi solo il Medioevo). Il video diventa virale sui social, raggiungendo milioni di visualizzazioni e altrettanti utenti. Ma nelle ultime ore, molte pagine che lo avevano condiviso e ripostato sui propri profili si sono viste apporre da Meta un avviso di contenuto “Falso”. Il motivo risiede in alcune imprecisioni tecniche: Barbero ha affermato che con la riforma il “Governo” continuerebbe a scegliere una parte dei membri del Csm, mentre tecnicamente è il Parlamento a votare gli elenchi da cui attingere. Come ricostruito dal Fatto Quotidiano nel pezzo di Virginia Della Sala, il video è stato sottoposto a verifica proprio perché considerato “troppo virale”. Un vero corto-circuito che ha poco di democratico. A questo punto meglio fare come in Iran, chiudiamoli ’sti social, “menamose”, come lessi una volta su un muro a Roma. Scherzi a parte: il primo dato rilevante che tutti dovrebbero sapere è il privilegio dei politici, i quali spesso godono di standard diversi nella moderazione dei contenuti rispetto ai privati cittadini. Come ha spiegato spesso Meta: se sei un rappresentante politico, il tuo discorso è spesso considerato “notiziabile” e spetta al pubblico giudicare; se invece sei un cittadino o un intellettuale senza investitura istituzionale, rischi di finire sotto la lente dei fact-checker. E quindi Barbero, che in questa sede agisce come privato cittadino, si è visto limitare il suo discorso proprio durante la campagna elettorale. È come se, durante un comizio, un vigile urbano salisse sul palco, strappasse il microfono all’oratore e dichiarasse: “Ha fatto un errore, quindi tutto quello che ha detto è falso”. Su Facebook è accaduto esattamente così, con l’etichetta “Falso”. Ma Barbero non stava fornendo esclusivamente coordinate tecniche, ma tracciava un’analogia sul rischio autoritario. Ha ricordato come, sotto il regime fascista, fosse il ministro della Giustizia (il Governo) a sorvegliare e sanzionare la magistratura, sostenendo che la riforma potrebbe indebolire l’indipendenza dei giudici. La verità dello storico cerca la traiettoria del potere; tuttavia, i fact-checker hanno bollato queste conclusioni come “valutazioni soggettive” e non supportate dai fatti tecnici del testo legislativo. Per fortuna questo tipo di censura incontra resistenze in Europa (anche se sistemi simili sono stati ridimensionati negli Stati Uniti). Il Digital Services Act europeo sta imponendo maggiore trasparenza, e Meta stessa collabora con organizzazioni terze certificate per esaminare la disinformazione virale. Si sperimenta una transizione verso modelli di contestualizzazione (come è già su X di Elon Musk) più che di semplice rimozione, sebbene in questo caso sia stata scelta l’etichetta più punitiva (“Falso”) invece di quella “Privo di contesto”. Ripeto quanto ho detto in un mio post di giorni fa: Barbero fa paura. È autorevole ed è apprezzato dai giovani. È un ottimo divulgatore che rende vivo il racconto e rende comprensibile la complessità. Molti utenti ritengono infatti che la sua credibilità sia superiore a quella della politica stessa. Sulla riforma, lo storico suggerisce che la magistratura dovrebbe restare libera e unita. Insomma mancano ancora un paio di mesi al voto, ma l’impoverimento del dibattito per ora è ai minimi storici. Tuttavia spero e ho prove, dalla mia esperienza (ricordate quel famoso 4 dicembre di Renzi 10 anni fa?), che – nonostante i sondaggi, se ci sarà una spinta di chi di base non va a votare, come i giovani – non ci sarà storia nel risultato: questo il potere lo teme. Come abbiamo visto le piazze riempirsi per altre cause (leggi Gaza), così potremmo vedere le urne riempirsi di giovani. Davanti alle ingiustizie evidenti non c’è astensione che tenga. L'articolo Meta censura Barbero ma per i politici niente fact checking: ecco il privilegio che tutti dovrebbero sapere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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