“Non ho mai fatto del male a nessuno, lo giuro sulla testa di mia madre”. Così
Josef Mengele, il medico delle SS accusato di aver compiuto atroci esperimenti
sugli ebrei a Auschwitz, cerca di convincere suo figlio che in realtà è una
vittima e non l’aguzzino. È uno dei momenti più forti del film La Scomparsa di
Josef Mengele che racconta l’unico incontro, avvenuto nel 1977 in Brasile, fra
“l’Angelo della morte” e il figlio Rolf, ormai trentenne. Diretto magistralmente
da Kirill Serebrennikov, regista russo e controverso, laureato in Fisica,
dall’innegabile multitalento.
Narrato interamente dal punto di vista del fuggitivo, dall’Argentina al Paraguay
alla giungla del Brasile, alla fine della Seconda guerra mondiale. Il film
dipinge il ritratto duro e complesso di un carnefice, braccato dal Mossad e dai
i suoi fantasmi, che cerca di sfuggire al suo destino, mentre il mondo intorno a
lui cambia e prende coscienza dei crimini nazisti. Davanti al figlio che lo
incalza: “E’ vero che hai torturato bambini e donne?”. Lui non ci sta a essere
il solo capro espiatorio. Ci sono anche gli altri e sciorina i nomi di medici
complici che impiantavano embrioni animali nell’utero delle donne e iniettavano
fenolo nel cuore degli omosessuali fino a farli scoppiare. Li chiamava “cadaveri
viventi”, scarti umani erano anche i nani, li sterilizzava, li castrava. Era la
mente malvagia del suprematismo bianco che sperimentava su di loro metodi
barbari fra la biologia e la genetica. Aveva inventato una tecnica di
dissoluzione della carne viva fatta “cuocere” in acqua con un solvente affinché
si staccasse dalle ossa.
Mengele era ossessionato dai gemelli, convinto che esprimessero al massimo le
qualità della razza. Nel lager li sottoponeva a crudeli esperimenti voleva
scoprire il modo per selezionare qualità e difetti e creare una razza superiore
con la quale “ripopolare” l’Est. Ma la scoperta del Dna nel 1953 ha dimostrato
che le sue tesi fossero anche scientificamente assurde.
Facevano parte del suo programma di igiene razziale. Nel suo delirio di
onnipotenza sbraitava che lo aveva fatto in nome della purezza della razza,
ordine e disciplina. Mengele era soltanto uno psicopatico che sotto il coperchio
della motivazione scientifica nascondeva il suo sadismo. “L’uomo è una corda
tesa fra la bestia e il superuomo. Una corda sull’abisso” è una delle citazioni
più celebri di Friedrich Nietzsche nel prologo di Così parlò Zarathustra. I
nazisti si sono impossessati della sua filosofia senza che Nietzsche avesse mai
fatto un solo accenno alla razza ariana tedesca. Nietzsche non ha mai criticato
l’assolutismo nazista e si è lasciato “usare” dalla loro propaganda.
“Non accetto il giudizio di una giustizia che non riconosco – urla al figlio –
Ho combattuto per preservare i valori della Grande Tradizione della Germania.
Sono innocente. E il Terzo Reich risorgerà”. Non c’è mai stato spazio nel suo
sproloquio per il rimorso. Chi ha protetto la fuga e la latitanza di Mengele?
Le SS erano un’organizzazione criminale che ha rubato tra l’altro moltissimo
denaro. Questi soldi sono serviti a “mantenere” i nazisti fuggiti in Sud
America. E poi sono stati aiutati da Monsignor Hudal, che rappresentava la
chiesa tedesca all’interno del Vaticano, il maggior responsabile della fuga dei
criminali nazisti.
Nascosto sotto vari pseudonimi, il macellaio di Auschwitz crede di potersi
inventare una nuova vita. L’Argentina di Perón è benevola e sembra che il mondo
voglia dimenticare l’Olocausto. Ma c’è chi ricorda, la caccia riprende e Mengele
deve scappare in Paraguay e poi in Brasile. Non può sperare in alcuna tregua ed
è costretto a vivere in fuga fino alla sua misteriosa morte su una spiaggia nel
1979.
Nel Giorno della Memoria ricordare i crimini nazisti e commemorare le vittime
insegna alle nuove generazioni in un clima sempre più crescente di tensioni
geopolitiche a combattere le discriminazioni. Perché l’Odio non generi altro
Odio.
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