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Giornata della Memoria, sei libri per ricordarci l’importanza di non dimenticare: da “L’Antifascismo” a “I miei giorni a Dachau. Untermenschen, i sotto uomini”
Comprendere quanto accaduto negli anni del fascismo, del nazismo, dell’Olocausto non è facile perché bisogna conoscere le storie di più popoli, della gente comune, delle singole persone che hanno, talvolta, compiuto scelte cruciali per se stessi e per il mondo. In occasione della Giornata della Memoria, designata dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del primo novembre 2005 durante la 42esima riunione plenaria, ad aiutarci sono alcuni libri scritti perché anche gli adulti continuino a non dimenticare, a riflettere su quelle pagine di storia. Ecco una selezione di testi consigliati per l’occasione “I MIEI GIORNI A DACHAU. UNTERMENSCHEN, I SOTTO UOMINI” A CURA DI MARCO COSLOVICH (NUOVADIMENSIONE) “Una sera di primavera del 1979 mio padre mi prende da parte e mi dice: “Ho intenzione di scrivere le mie memorie nel campo di sterminio di Dachau. Mi puoi aiutare?”. Comincia così questo libro che racconta la storia di un diciassettenne, Piero Maieron, catturato dai nazifascisti nel 1944 a Paluzza, un paese della Carnia. Finito a Dachau con il triangolo rosso dei prigionieri politici ha vissuto la tragedia della prigionia fino all’aprile del 1945 ma tornato a casa dopo un periodo di cure, “il ragazzo che era stato portato via non esisteva più”. Al suo posto c’era un giovane uomo traumatizzato da un destino che di umano non ha avuto nulla, ostaggio dei sensi di colpa, di quella sindrome del sopravvissuto così comune tra gli ex deportati. “L’ANTIFASCISMO” DI ANDREA RAPINI – DONZELLI EDITORE Un piccolo ma intenso testo attuale. Il libro dello storico dell’Università di Bologna prova a rispondere a una domanda: l’antifascismo è ancora attuale? Lo fa analizzando le origini del movimento che dopo la prima guerra mondiale si misurò con la dittatura di Mussolini fino ad arrivare alle leggi razziali e all’antisemitismo. A detta dell’autore “tra la fine degli anni Trenta e l’inizio della seconda guerra mondiale, la comprensione della natura del fascismo raggiunse la piena maturità. Si arrivò all’individuazione dei mezzi per abbatterlo ma la speranza di una sua implosione era una pia illusione”. Nelle pagine edite da Donzelli, Rapini si chiede se è possibile pensare a un antifascismo che non sia un residuo nostalgico del passato. “QUANDO IL FASCISMO DETTAVA LA DIETA. LA PROPAGANDA A TAVOLA, TRA SOVRANITÀ ALIMENTARE E AUTARCHIA” DI ENZO LA FORGIA – PEOPLE STORIE Un libro decisamente originale, interessante, curioso. L’insegnate di storia e filosofia analizza il ventennio dal punto di vista culinario perché “nel progetto fascista di costruzione dell’uomo nuovo che prese corpo negli anni Trenta, l’alimentazione giocava un ruolo fondamentale: all’incontenibile passione degli italiani spaghetti e maccheroni, il fascismo continuava a preferire prodotti diversi che oggi potremmo definire a km zero”. Alle massaie italiane fu richiesto di “stare accanto ai fornelli con una coscienza nuova”, rendendo stuzzicanti pietanze e materie prime sino a quel momento ritenute poco appetibili o poco sfruttate. L'articolo Giornata della Memoria, sei libri per ricordarci l’importanza di non dimenticare: da “L’Antifascismo” a “I miei giorni a Dachau. Untermenschen, i sotto uomini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Parola al carnefice: ho visto ‘La scomparsa di Josef Mengele’
“Non ho mai fatto del male a nessuno, lo giuro sulla testa di mia madre”. Così Josef Mengele, il medico delle SS accusato di aver compiuto atroci esperimenti sugli ebrei a Auschwitz, cerca di convincere suo figlio che in realtà è una vittima e non l’aguzzino. È uno dei momenti più forti del film La Scomparsa di Josef Mengele che racconta l’unico incontro, avvenuto nel 1977 in Brasile, fra “l’Angelo della morte” e il figlio Rolf, ormai trentenne. Diretto magistralmente da Kirill Serebrennikov, regista russo e controverso, laureato in Fisica, dall’innegabile multitalento. Narrato interamente dal punto di vista del fuggitivo, dall’Argentina al Paraguay alla giungla del Brasile, alla fine della Seconda guerra mondiale. Il film dipinge il ritratto duro e complesso di un carnefice, braccato dal Mossad e dai i suoi fantasmi, che cerca di sfuggire al suo destino, mentre il mondo intorno a lui cambia e prende coscienza dei crimini nazisti. Davanti al figlio che lo incalza: “E’ vero che hai torturato bambini e donne?”. Lui non ci sta a essere il solo capro espiatorio. Ci sono anche gli altri e sciorina i nomi di medici complici che impiantavano embrioni animali nell’utero delle donne e iniettavano fenolo nel cuore degli omosessuali fino a farli scoppiare. Li chiamava “cadaveri viventi”, scarti umani erano anche i nani, li sterilizzava, li castrava. Era la mente malvagia del suprematismo bianco che sperimentava su di loro metodi barbari fra la biologia e la genetica. Aveva inventato una tecnica di dissoluzione della carne viva fatta “cuocere” in acqua con un solvente affinché si staccasse dalle ossa. Mengele era ossessionato dai gemelli, convinto che esprimessero al massimo le qualità della razza. Nel lager li sottoponeva a crudeli esperimenti voleva scoprire il modo per selezionare qualità e difetti e creare una razza superiore con la quale “ripopolare” l’Est. Ma la scoperta del Dna nel 1953 ha dimostrato che le sue tesi fossero anche scientificamente assurde. Facevano parte del suo programma di igiene razziale. Nel suo delirio di onnipotenza sbraitava che lo aveva fatto in nome della purezza della razza, ordine e disciplina. Mengele era soltanto uno psicopatico che sotto il coperchio della motivazione scientifica nascondeva il suo sadismo. “L’uomo è una corda tesa fra la bestia e il superuomo. Una corda sull’abisso” è una delle citazioni più celebri di Friedrich Nietzsche nel prologo di Così parlò Zarathustra. I nazisti si sono impossessati della sua filosofia senza che Nietzsche avesse mai fatto un solo accenno alla razza ariana tedesca. Nietzsche non ha mai criticato l’assolutismo nazista e si è lasciato “usare” dalla loro propaganda. “Non accetto il giudizio di una giustizia che non riconosco – urla al figlio – Ho combattuto per preservare i valori della Grande Tradizione della Germania. Sono innocente. E il Terzo Reich risorgerà”. Non c’è mai stato spazio nel suo sproloquio per il rimorso. Chi ha protetto la fuga e la latitan­za di Mengele? Le SS erano un’organizzazione criminale che ha rubato tra l’altro moltissimo denaro. Questi soldi sono serviti a “mantenere” i nazisti fuggiti in Sud America. E poi sono stati aiutati da Monsignor Hudal, che rappresentava la chiesa tedesca all’interno del Vaticano, il maggior responsabile della fuga dei criminali nazisti. Nascosto sotto vari pseudonimi, il macellaio di Auschwitz crede di potersi inventare una nuova vita. L’Argentina di Perón è benevola e sembra che il mondo voglia dimenticare l’Olocausto. Ma c’è chi ricorda, la caccia riprende e Mengele deve scappare in Paraguay e poi in Brasile. Non può sperare in alcuna tregua ed è costretto a vivere in fuga fino alla sua misteriosa morte su una spiaggia nel 1979. Nel Giorno della Memoria ricordare i crimini nazisti e commemorare le vittime insegna alle nuove generazioni in un clima sempre più crescente di tensioni geopolitiche a combattere le discriminazioni. Perché l’Odio non generi altro Odio. L'articolo Parola al carnefice: ho visto ‘La scomparsa di Josef Mengele’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ascolta”, su Rai3 il documentario per capire il senso più profondo delle testimonianze di chi ha vissuto l’indicibile
“Ascolta שְׁמַע“. È il titolo del documentario in ricordo della Shoah prodotto da Rai Documentari e da Rai Radio 1 che andrà in onda alle 15,30 di martedì 27 gennaio su Rai 3 in occasione della Giornata della memoria. Il prodotto nasce da un’idea di Anna Maria Caresta e dalla direzione di Fedora Sasso, ed è scritto da Elena Baiocco, Anna Maria Caresta, Massimo Giraldi, Francesco Graziani, Elena Paba e Claudio Vigolo. Un invito ad ascoltare le voci di chi ha vissuto l’indicibile: un atto necessario per mantenere viva la memoria e comprendere le cicatrici profonde che la Shoah ha lasciato e continua a lasciare sulla vita dei sopravvissuti e sulle generazioni successive. Il titolo scelto evoca la preghiera centrale della fede ebraica, lo Shemà Yisrael. Questo richiamo all’ascolto e alla memoria si pone come fondamento per comprendere il senso più profondo delle testimonianze raccolte. Il documentario – al quale hanno collaborato diversi giornalisti del Giornale Radio – raccoglie le voci e le esperienze di alcuni sopravvissuti alla Shoah: Edith Bruck, Sami Modiano, Liliana Segre, Kitty Braun, Rosanna Bauer Biazzi, Gilberto Salmoni, Tatiana Bucci, offrendo una prospettiva personale e una potente riflessione sugli orrori vissuti nei campi di sterminio nazisti e sul difficile percorso del dopoguerra. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, offre una riflessione sul significato spirituale e simbolico del titolo del documentario. Le sue parole evidenziano il valore dell’ascolto come atto di responsabilità, di trasmissione e di continuità della memoria che la giornata del 27 gennaio tramanda. Su RaiPlay Sound è già disponibile il podcast Le vite dopo il lager-L’Olocausto realizzato dai giornalisti del Giornale radio sullo stesso tema. L'articolo “Ascolta”, su Rai3 il documentario per capire il senso più profondo delle testimonianze di chi ha vissuto l’indicibile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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