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“La porta aperta”, un libro per spiegare ai bambini la Giornata della Memoria: “Bisogna aiutarli a comprendere l’abisso del male e a contrapporvi il bene”
Il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria. Una ricorrenza internazionale istituita dalle Nazioni Unite nel 2005 per commemorare le vittime dell’Olocausto.Tale data è stata scelta in ricordo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’Armata rossa, avvenuta il 27 gennaio nel 1945. Perché è importante “fare memoria storica” e spiegare questa giornata ai bambini? Fare memoria significa raccontare e testimoniare un passato storico terribile, affinché le nuove generazioni imparino a non commettere più gli errori commessi in precedenza. Educare i bambini a una forma di pensiero critico, distinguendo il rispetto dal non-rispetto, il bene dal male, induce a creare in loro la formazione di un pensiero libero basato sull’accettazione dell’altro non come diverso, ma come un arricchimento nella propria vita; costruendo un futuro di pace, di rispetto, di tolleranza e di solidarietà. Affrontare la Shoah richiede delicatezza, sensibilità e un approccio adatto all’età di ogni bambino. Spiegare concetti complessi in modo sensibile in base all’età è fondamentale e i libri sono validi strumenti per poterlo fare. Un libro edito da Gallucci sul valore del coraggio, dell’amicizia e dell’aiuto reciproco è proprio “La porta aperta”, scritto da Mario Pacifici che racconta una storia vera, quella di un Giusto tra le Nazioni: Ferdinando Natoni. La mattina del 16 ottobre, il sig. Natoni salvò la vita a due sorelline, Marina e Mirella Limentani, dal rastrellamento del quartiere ebraico di Roma. La storia, illustrata da Lorenzo Terranera, merita di essere raccontata e di fare memoria, per quelle nuove generazioni che hanno il diritto di sapere cosa è accaduto di atroce in passato. Una storia scritta con parole delicate, che esalta il valore di un uomo che predilige il bene dell’umanità, rispetto ad un ideale politico. Una storia di coraggio e umanità. Il 14 novembre 1994 lo Yad Vashem di Gerusalemme, l’Ente per la Memoria della Shoah, ha riconosciuto a Ferdinando Natoni il titolo di Giusto tra le Nazioni. Un libro pubblicato con il patrocinio della Fondazione Museo della Shoah. da regalare ai bambini, in quanro stumento indispensabile per raccontare, per “fare memoria”. IL VIAGGIO INTERVISTA CON MARIO PACIFICI Un viaggio intervista con l’autore Mario Pacifici, per addentrarci di più in questa giornata: 1. Come spiegare ai bambini la Giornata mondiale della memoria? La storia che narro nel libro La Porta Aperta è una storia profondamente legata alla mia famiglia. Una storia vera di cui furono protagoniste mia mamma e la sorella gemella. Era il 16 ottobre del ’43, le truppe naziste erano penetrate nel cuore del quartiere ebraico di Roma per rastrellarne la popolazione ed avviarla ai campi di sterminio. Mentre più di mille ebrei venivano caricati sui camion della deportazione, mia mamma e sua sorella furono strappate a quel destino dalla furiosa e decisiva reazione di un fascista che le accolse in casa, sostenendo, contro ogni evidenza, che quelle due erano sue figlie. 2. Perché hai sentito il dovere di trattare questo argomento e che linguaggio hai usato per comunicare con i bambini? Cento volte ho ascoltato mia mamma raccontare questa storia. La narrava a noi bambini, soffermandosi sui particolari che ce la rendevano vividamente tangibile. La paura, le urla, il rumore dei tacchi degli stivali dei nazisti che salivano le scale. E ancora la rassegnazione, la preghiera recitata quando ormai ogni speranza era persa, l’attesa passive dell’ineluttabile. Allora non lo capivo, ma era il suo modo di avvicinare noi bambini alla memoria di una tragedia con la quale avremmo dovuto fare i conti tutta la vita. Più tardi, da adulto, ho spesso pensato di scrivere quella storia ma non trovavo mai l’ispirazione creativa. Finché un giorno ho capito che dovevo seguire l’insegnamento inconscio di mia madre. Raccontala ai bambini, mi sono detto: “Aiutali a comprendere l’abisso del male e contrapponi ad esso l’opzione del bene, della comprensione, dell’amore, del coraggio.” Non avevo mai scritto per i bambini. Dovevo inventarmi un nuovo linguaggio, un nuovo approccio. E così scelsi di affidare la narrazione a mia mamma, che ci aveva lasciati da tempo, offrendole il ruolo di voce narrante di fronte a un uditorio di bisnipoti. Una nonna che parla, racconta e avvince i nipotini, in una narrazione piena di significati. Dalla quale emerge, in modo prepotente, la figura di Ferdinando Natoni, con il suo coraggio, la sua capacità di distinguere in un momento decisivo fra il bene e il male e la sua scelta di schierarsi, per una volta nella vita, sebbene fascista, dalla parte giusta della storia. 3. Come aiutare i genitori a scegliere un libro per intraprendere un tema delicato come la Shoah? Nello scrivere questo libro volevo, naturalmente, offrire ai ragazzi una lettura avvincente e stimolante. E volevo, al tempo stesso, offrire a genitori, maestri e docenti uno strumento didattico per affrontare il tema della possibile malvagità dell’uomo e della contagiosità del male quando diviene ideologia. Uno strumento per parlare della Shoah e indicare la via della resistenza e della redenzione. Per mostrare come ognuno possa e debba scegliere in coscienza fra il bene e il male, al di fuori dei condizionamenti ideologici. 4. La porta aperta è una storia reale o frutto della tua fantasia? Sebbene il Giorno della Memoria non sia oggi avulso da interpretazioni divisive, esso rappresenta per tutti un doveroso momento di riflessione. Un momento che non sfugge ai ragazzi, considerato tutto ciò che passa in televisione. Normale che se ne domandino la ragione. La Porta Aperta è anche in questo senso un possibile strumento di comprensione e chiarimento. La Memoria, come emerge dal libro, è la prima contrapposizione alle catastrofi ideologiche del passato, alle derive razziste, ai pericoli totalitaristi. E le figure di mia mamma, di Natoni e dell’ufficiale nazista, pur vere al 100%, rappresentano, nella loro semplicità, i punti cardinali per comprendere e giudicare la tragedia della Shoah. 5. Come si può spiegare ai bambini che cos’è un “Giusto tra le nazioni”? L’enfasi realistica che ho dispiegato nel dipingere il personaggio di Ferdinando Natoni è strettamente connessa al significato del titolo di Giusto fra le Nazioni conferito dallo Yad Vashem di Gerusalemme. Lo spiega bene mia mamma, la nonna Mirella del libro. La giustizia non può consistere solo nell’assicurare alla condanna dei tribunali chi si è fatto strumento del male. La giustizia deve anche essere capace di riconoscere le benemerenze di chi a quel male si è opposto. Di chi non ha esitato a mettere a rischio la propria vita, per assicurare la salvezza a sconosciuti perseguitati, accolti e riconosciuti come fratelli. Ferdinando Natoni ha salvato mia mamma e la sua gemella mettendo a rischio sé stesso e la sua famiglia. E salvando loro ha salvato un mondo intero, come dice il Talmud. Non è una vuota astrazione. Senza di lui io oggi non sarei qui. E non sarebbero qui decine di discendenti di quelle due ragazze che il 16 ottobre del 43 furono strappate alla morte da un gesto di assoluto coraggio. Io benedico la memoria di Ferdinando Natoni e di tutti i Giusti fra le Nazioni. 6. Perché “viaggiare” con La porta aperta? Perchè è un viaggio nel tempo e nella memoria che va sempre ricordata. La porta aperta di Mario Pacifici illustrazioni di Lorenzo Terranera Editore Gallucci, età di lettura: da 5 anni L'articolo “La porta aperta”, un libro per spiegare ai bambini la Giornata della Memoria: “Bisogna aiutarli a comprendere l’abisso del male e a contrapporvi il bene” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giornata della Memoria, sei libri per ricordarci l’importanza di non dimenticare: da “L’Antifascismo” a “I miei giorni a Dachau. Untermenschen, i sotto uomini”
Comprendere quanto accaduto negli anni del fascismo, del nazismo, dell’Olocausto non è facile perché bisogna conoscere le storie di più popoli, della gente comune, delle singole persone che hanno, talvolta, compiuto scelte cruciali per se stessi e per il mondo. In occasione della Giornata della Memoria, designata dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del primo novembre 2005 durante la 42esima riunione plenaria, ad aiutarci sono alcuni libri scritti perché anche gli adulti continuino a non dimenticare, a riflettere su quelle pagine di storia. Ecco una selezione di testi consigliati per l’occasione “I MIEI GIORNI A DACHAU. UNTERMENSCHEN, I SOTTO UOMINI” A CURA DI MARCO COSLOVICH (NUOVADIMENSIONE) “Una sera di primavera del 1979 mio padre mi prende da parte e mi dice: “Ho intenzione di scrivere le mie memorie nel campo di sterminio di Dachau. Mi puoi aiutare?”. Comincia così questo libro che racconta la storia di un diciassettenne, Piero Maieron, catturato dai nazifascisti nel 1944 a Paluzza, un paese della Carnia. Finito a Dachau con il triangolo rosso dei prigionieri politici ha vissuto la tragedia della prigionia fino all’aprile del 1945 ma tornato a casa dopo un periodo di cure, “il ragazzo che era stato portato via non esisteva più”. Al suo posto c’era un giovane uomo traumatizzato da un destino che di umano non ha avuto nulla, ostaggio dei sensi di colpa, di quella sindrome del sopravvissuto così comune tra gli ex deportati. “L’ANTIFASCISMO” DI ANDREA RAPINI – DONZELLI EDITORE Un piccolo ma intenso testo attuale. Il libro dello storico dell’Università di Bologna prova a rispondere a una domanda: l’antifascismo è ancora attuale? Lo fa analizzando le origini del movimento che dopo la prima guerra mondiale si misurò con la dittatura di Mussolini fino ad arrivare alle leggi razziali e all’antisemitismo. A detta dell’autore “tra la fine degli anni Trenta e l’inizio della seconda guerra mondiale, la comprensione della natura del fascismo raggiunse la piena maturità. Si arrivò all’individuazione dei mezzi per abbatterlo ma la speranza di una sua implosione era una pia illusione”. Nelle pagine edite da Donzelli, Rapini si chiede se è possibile pensare a un antifascismo che non sia un residuo nostalgico del passato. “QUANDO IL FASCISMO DETTAVA LA DIETA. LA PROPAGANDA A TAVOLA, TRA SOVRANITÀ ALIMENTARE E AUTARCHIA” DI ENZO LA FORGIA – PEOPLE STORIE Un libro decisamente originale, interessante, curioso. L’insegnate di storia e filosofia analizza il ventennio dal punto di vista culinario perché “nel progetto fascista di costruzione dell’uomo nuovo che prese corpo negli anni Trenta, l’alimentazione giocava un ruolo fondamentale: all’incontenibile passione degli italiani spaghetti e maccheroni, il fascismo continuava a preferire prodotti diversi che oggi potremmo definire a km zero”. Alle massaie italiane fu richiesto di “stare accanto ai fornelli con una coscienza nuova”, rendendo stuzzicanti pietanze e materie prime sino a quel momento ritenute poco appetibili o poco sfruttate. L'articolo Giornata della Memoria, sei libri per ricordarci l’importanza di non dimenticare: da “L’Antifascismo” a “I miei giorni a Dachau. Untermenschen, i sotto uomini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”: intervista a Lorenzo Guadagnucci
“A che servono Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Civitella in Val di Chiana, le Fosse Ardeatine, a che servono i musei, le scuole e i parchi della pace, le cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali? Ci siamo abituati a frequentare i luoghi sacri della Seconda Guerra Mondiale con il sentimento di chi ha subito un sopruso. La nostra memoria è autoreferenziale, vittimista, si piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria – Guerre, stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria – afferma – va radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme, perché si è detto e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz, fanno sì che quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché non accadano più cose del genere ci vuole azione politica, ci vuole una consapevolezza che oggi non c’è”. Parole che assumono ulteriore significato se pronunciate da un nipote di una vittima della strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu trucidata dai nazisti a 43 anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del 1944 (il padre Alberto si salvò). Guadagnucci, lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata. I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo selezionato tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci siamo sentiti vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono state, però abbiamo messo dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici. Mi riferisco a cose avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute dagli italiani precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia, in Albania, in Grecia, in Montenegro. Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta una distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali dinamiche della violenza e della sopraffazione, che riguardano anche noi. Lei sostiene che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non essere realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel lascito. In che senso? Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo, l’Onu, le Corti internazionali, il diritto internazionale, la Dichiarazione dei diritti umani: ma collocandoci in questa tradizione non ci sente obbligati a rispettarla, a metterla in pratica, nella concretezza delle cose, delle scelte politiche. Per lei una memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo debole che non produce azione politica. Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come viene interpretato l’antifascismo, per questo parlo di un antifascismo debole, una auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria, dall’altro però anche consolatoria e confermativa. Si dice: io appartengo a questa storia, ma non c’è niente nell’oggi che concretizzi questa ha auto-collocazione; l’antifascismo è una cosa molto più importante di così, è un movimento di rottura, rivoluzionario, è quella parte della storia politica di una minoranza del nostro paese che ha saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e che ha dato le premesse per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in piedi: le democrazie, le istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è chi interpreta l’antifascismo semplicemente come una appartenenza, un’etichetta, qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte. Veniamo a Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene che ci può essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah. Questo libro nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che sta ancora avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in diretta. Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato dalla strage, ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa mentre il mio paese, che nasceva su una retorica della memoria dell’antifascismo, permetteva e collaborava in qualche modo al genocidio in corso. Credo che questo sia un punto di rottura radicale che deve rimettere in discussione tutte le politiche della memoria, perché oggi tutta quella retorica non funziona più, non è più credibile, non ha più la possibilità di essere percepita come una cosa reale. Lei quindi pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza? Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una possibilità o qualcosa che sia discutibile: tutta l’elaborazione che abbiamo fatto sulla Shoah va in questa direzione, quella della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di genocidio nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si pensi di non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui in questo Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele, un paese che ha costruito buona parte della propria identità sulla memoria della Shoah, volesse andare ad Auschwitz dovrebbe essere arrestato; siamo veramente di fronte a un momento di cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto. La memoria, le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un antifascismo forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le persecuzioni. Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione, è qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale, non c’è una via di mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra, guerra difensiva, democratica, sbaglia, anzi commette una eresia. Tutte le guerre sono guerre contro i civili, sono guerre contro una persona umana. L'articolo “A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”: intervista a Lorenzo Guadagnucci proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Parola al carnefice: ho visto ‘La scomparsa di Josef Mengele’
“Non ho mai fatto del male a nessuno, lo giuro sulla testa di mia madre”. Così Josef Mengele, il medico delle SS accusato di aver compiuto atroci esperimenti sugli ebrei a Auschwitz, cerca di convincere suo figlio che in realtà è una vittima e non l’aguzzino. È uno dei momenti più forti del film La Scomparsa di Josef Mengele che racconta l’unico incontro, avvenuto nel 1977 in Brasile, fra “l’Angelo della morte” e il figlio Rolf, ormai trentenne. Diretto magistralmente da Kirill Serebrennikov, regista russo e controverso, laureato in Fisica, dall’innegabile multitalento. Narrato interamente dal punto di vista del fuggitivo, dall’Argentina al Paraguay alla giungla del Brasile, alla fine della Seconda guerra mondiale. Il film dipinge il ritratto duro e complesso di un carnefice, braccato dal Mossad e dai i suoi fantasmi, che cerca di sfuggire al suo destino, mentre il mondo intorno a lui cambia e prende coscienza dei crimini nazisti. Davanti al figlio che lo incalza: “E’ vero che hai torturato bambini e donne?”. Lui non ci sta a essere il solo capro espiatorio. Ci sono anche gli altri e sciorina i nomi di medici complici che impiantavano embrioni animali nell’utero delle donne e iniettavano fenolo nel cuore degli omosessuali fino a farli scoppiare. Li chiamava “cadaveri viventi”, scarti umani erano anche i nani, li sterilizzava, li castrava. Era la mente malvagia del suprematismo bianco che sperimentava su di loro metodi barbari fra la biologia e la genetica. Aveva inventato una tecnica di dissoluzione della carne viva fatta “cuocere” in acqua con un solvente affinché si staccasse dalle ossa. Mengele era ossessionato dai gemelli, convinto che esprimessero al massimo le qualità della razza. Nel lager li sottoponeva a crudeli esperimenti voleva scoprire il modo per selezionare qualità e difetti e creare una razza superiore con la quale “ripopolare” l’Est. Ma la scoperta del Dna nel 1953 ha dimostrato che le sue tesi fossero anche scientificamente assurde. Facevano parte del suo programma di igiene razziale. Nel suo delirio di onnipotenza sbraitava che lo aveva fatto in nome della purezza della razza, ordine e disciplina. Mengele era soltanto uno psicopatico che sotto il coperchio della motivazione scientifica nascondeva il suo sadismo. “L’uomo è una corda tesa fra la bestia e il superuomo. Una corda sull’abisso” è una delle citazioni più celebri di Friedrich Nietzsche nel prologo di Così parlò Zarathustra. I nazisti si sono impossessati della sua filosofia senza che Nietzsche avesse mai fatto un solo accenno alla razza ariana tedesca. Nietzsche non ha mai criticato l’assolutismo nazista e si è lasciato “usare” dalla loro propaganda. “Non accetto il giudizio di una giustizia che non riconosco – urla al figlio – Ho combattuto per preservare i valori della Grande Tradizione della Germania. Sono innocente. E il Terzo Reich risorgerà”. Non c’è mai stato spazio nel suo sproloquio per il rimorso. Chi ha protetto la fuga e la latitan­za di Mengele? Le SS erano un’organizzazione criminale che ha rubato tra l’altro moltissimo denaro. Questi soldi sono serviti a “mantenere” i nazisti fuggiti in Sud America. E poi sono stati aiutati da Monsignor Hudal, che rappresentava la chiesa tedesca all’interno del Vaticano, il maggior responsabile della fuga dei criminali nazisti. Nascosto sotto vari pseudonimi, il macellaio di Auschwitz crede di potersi inventare una nuova vita. L’Argentina di Perón è benevola e sembra che il mondo voglia dimenticare l’Olocausto. Ma c’è chi ricorda, la caccia riprende e Mengele deve scappare in Paraguay e poi in Brasile. Non può sperare in alcuna tregua ed è costretto a vivere in fuga fino alla sua misteriosa morte su una spiaggia nel 1979. Nel Giorno della Memoria ricordare i crimini nazisti e commemorare le vittime insegna alle nuove generazioni in un clima sempre più crescente di tensioni geopolitiche a combattere le discriminazioni. Perché l’Odio non generi altro Odio. L'articolo Parola al carnefice: ho visto ‘La scomparsa di Josef Mengele’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ascolta”, su Rai3 il documentario per capire il senso più profondo delle testimonianze di chi ha vissuto l’indicibile
“Ascolta שְׁמַע“. È il titolo del documentario in ricordo della Shoah prodotto da Rai Documentari e da Rai Radio 1 che andrà in onda alle 15,30 di martedì 27 gennaio su Rai 3 in occasione della Giornata della memoria. Il prodotto nasce da un’idea di Anna Maria Caresta e dalla direzione di Fedora Sasso, ed è scritto da Elena Baiocco, Anna Maria Caresta, Massimo Giraldi, Francesco Graziani, Elena Paba e Claudio Vigolo. Un invito ad ascoltare le voci di chi ha vissuto l’indicibile: un atto necessario per mantenere viva la memoria e comprendere le cicatrici profonde che la Shoah ha lasciato e continua a lasciare sulla vita dei sopravvissuti e sulle generazioni successive. Il titolo scelto evoca la preghiera centrale della fede ebraica, lo Shemà Yisrael. Questo richiamo all’ascolto e alla memoria si pone come fondamento per comprendere il senso più profondo delle testimonianze raccolte. Il documentario – al quale hanno collaborato diversi giornalisti del Giornale Radio – raccoglie le voci e le esperienze di alcuni sopravvissuti alla Shoah: Edith Bruck, Sami Modiano, Liliana Segre, Kitty Braun, Rosanna Bauer Biazzi, Gilberto Salmoni, Tatiana Bucci, offrendo una prospettiva personale e una potente riflessione sugli orrori vissuti nei campi di sterminio nazisti e sul difficile percorso del dopoguerra. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, offre una riflessione sul significato spirituale e simbolico del titolo del documentario. Le sue parole evidenziano il valore dell’ascolto come atto di responsabilità, di trasmissione e di continuità della memoria che la giornata del 27 gennaio tramanda. Su RaiPlay Sound è già disponibile il podcast Le vite dopo il lager-L’Olocausto realizzato dai giornalisti del Giornale radio sullo stesso tema. L'articolo “Ascolta”, su Rai3 il documentario per capire il senso più profondo delle testimonianze di chi ha vissuto l’indicibile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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