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Aumentano gli eventi estremi e le case nelle zone a rischio valore perdono valore. Soprattutto se al piano terra
In Italia gli eventi meteorologici estremi non sono più un’eccezione, nelle grandi città come nei piccoli centri. Secondo l’Osservatorio nazionale Città Clima di Legambiente, nel 2025 ci sono stati 376 fenomeni: il 5,9 per cento in più rispetto all’anno precedente. Il Nord conta il numero più alto, 199, Genova è la città più colpita seguita da Milano e Palermo. Tra gli eventi più diffusi ci sono gli allagamenti causati da piogge intense, i danni per vento e le esondazioni dei fiumi. Proprio il fattore idrogeologico rischia di influire sulla quotidianità, a cominciare dal prezzo delle case. Una nuova ricerca del gruppo di Estimo e Valutazione del Dipartimento di architettura, ingegneria delle costruzioni e ambiente costruito del Politecnico di Milano, guidato dalla professoressa Francesca Torrieri, che da anni lavora sul tema, insieme al Massachusetts institute of technology di Boston, ha analizzato in maniera sistematica il nesso tra valore degli immobili e il rischio alluvioni. Il punto di partenza è stato il mercato immobiliare lombardo e la mole di annunci pubblicati sul portale immobiliare Idealista tra il gennaio 2015 e il 2025. Questi dati sono stati analizzati dal ricercatore Marco Rossitti, che grazie al progetto Rocca ha potuto condurre la ricerca presso il Center for Real Estate del MIT di Boston, con la professoressa Siqi Zheng, e pubblicare il paper “Valutazione del rischio di alluvione e caratteristiche di resilienza nel mercato immobiliare italiano”, tra le prime indagini sistematiche sull’influenza del rischio di alluvioni sui prezzi delle case nelle città italiane. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in Italia circa il 40 per cento della popolazione vive in aree potenzialmente soggette a inondazioni e queste zone rappresentano circa il 30 per cento del territorio nazionale. Per scandagliare il nesso con il valore delle case, la ricerca è partita dal mercato immobiliare lombardo: sono stati analizzati 1.044.531 annunci, dislocati in 502 comuni; per la metà case al primo o al secondo piano e per il 74 per cento immobili costruiti prima del 1990. Le zone degli annunci individuati sono state confrontate con la mappa della pericolosità alluvionale dell’Ispra. Da qui è emerso un primo risultato: una casa che si trova in una zona a rischio alluvione costa in media lo 0,48 per cento in meno, deprezzamento che tra il 2018 e il 2020 – anni con fenomeni alluvionali intensi in Lombardia – è arrivato all’1,33 per cento. In questo, lo stato di conservazione degli immobili fa la differenza: nelle case vecchie lo sconto supera il 2 per cento mentre per gli appartamenti in buone condizioni il deprezzamento scende allo 0,34 per cento. Un secondo fattore preponderante è l’altezza a cui si trova la casa: il piano terra arriva a un deprezzamento dello 0,91 per cento, mentre i piani superiori sono scontati “solo” dello 0,50 per cento. “Questo dimostra la ‘resilienza verticale’ – spiega Rossitti – e potrebbe essere uno strumento per approcciare la progettazione in modo diverso, per esempio pensando di non utilizzare il piano terra a scopo abitativo”. Il valore degli immobili risente anche di un altro fattore, gli investimenti pubblici fatti per mitigare il fenomeno alluvionale, come dimostrano gli oltre 12mila interventi tra il 1998 e il 2025, analizzati tramite Open CUP, portale del Dipartimento per la programmazione della politica economica. L’impatto negativo del rischio di alluvione si attenua con l’aumento degli investimenti nella mitigazione, passando dallo 0,96 per cento nei comuni senza interventi allo 0,43 per cento nei comuni con interventi pubblici. “Questo è un altro risultato interessante anche in un’ottica di pianificazione e conviene investire in interventi di mitigazione anche per la stabilità dei mercati immobiliari” sottolinea il ricercatore. Al contrario, se non si investe per mitigare il fenomeno alluvionale, si rischia di rendere instabile e di conseguenza poco accessibile il mercato, facendo sì che i meno abbienti si possano permettere le case che costano meno proprio perché si trovano nelle aree più fragili dal punto di vista ambientale. La percezione del rischio idrogeologico sta aumentando negli ultimi anni ma nelle città come Milano “non è un qualcosa che produce un effetto diretto sul mercato immobiliare, visto che è molto difficile trovare un immobile lì” continua Rossitti. Diverso è il caso dell’esperienza statunitense che dimostra un livello di consapevolezza più diffusa, con la popolazione che ha a che fare ripetutamente con fenomeni di uragani, alluvioni, maree e sa come comportarsi in caso di pericolo. A fare la differenza è anche il tipo di modello abitativo: in Italia “abbiamo una caratterizzazione di edifici residenziali pluripiano, mentre negli Usa c’è un ambiente costruito diffuso, a bassa densità” evidenzia il ricercatore, ma la maggiore consapevolezza del rischio, oltreoceano, emerge anche dagli stessi annunci immobiliari: “In America c’è l’obbligo di flood risk disclosure. Come noi abbiamo l’obbligo di certificazione energetica, di indicare la classe energetica dell’immobile, in un annuncio immobiliare, negli Stati Uniti è scritto se l’immobile è in area a rischio” spiega Rossitti. Al contrario, in Italia l’attenzione per questi fenomeni subisce un’accelerazione quando effettivamente avviene un evento estremo. “Abbiamo dei piani di gestione del rischio alluvionale, ma sono piani che anche in ambito professionale e tecnico non sono così diffusi e noti; c’è tutto un tema di consapevolezza che poi dovrebbe tradursi nella definizione delle misure strutturali” spiega Rossitti. La chiave per gestire questi fenomeni è l’awareness, da diffondere anche tra la popolazione. Gli interventi “oscillano dal piano strutturale e infrastrutturale agli interventi non strutturali, fino a migliorare il sistema di allerta, educare le comunità all’adattamento preventivo e a capire cosa fare in caso di evento estremo” evidenzia il ricercatore. Insieme al ruolo delle istituzioni emerge quello della ricerca, per “provare a mettere a terra, a portare all’interno delle comunità anche queste conoscenze che non sono di immediata gestione, e provare a renderle più fruibili” conclude Rossitti. 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A fronte della crescente vulnerabilità climatica del pianeta, il mondo fa pochissimo. E l’Italia si distingue
Scrivevo 15 anni fa che, a cadenza mensile, un disastro idrogeologico colpiva un grande insediamento nel mondo. Àtropo non aveva scelto a caso, ma la scelta sarebbe stata percepita affatto casuale. Ora, la scala dei tempi si è ridotta: la cadenza è diventata settimanale, se non giornaliera. Per esempio, a gennaio 2026: – In Africa, si contano provvisoriamente 146 vittime e 700mila sfollati in Mozambico. Più di 30 vittime e migliaia di sfollati in Sudafrica, dove è stato dichiarato lo stato di calamità nazionale. Tra Zimbabwe, eSwatini, Madagascar, Malawi, Tanzania, Zambia, sono riportati almeno 200 morti e 800mila sfollati. – In Asia, le vittime di frane e inondazioni sono state circa 1.200 in Indonesia, con più di 100mila sfollati e una grave crisi epidemica. In Malesia e nella Thailandia meridionale, il ciclone Senyar ha causato vaste e diffuse inondazioni e frane. Le straordinarie nevicate hanno causato più di 40 vittime in Giappone. – In Europa, la tempesta Kristin ha causato 5 vittime in Portogallo, dopo che la tempesta Goretti aveva lasciato al buio quasi 400mila case in Francia, causando almeno 10 vittime nel nord Europa. Migliaia di persone sono state evacuate in Bavaria e nel Baden-Wuerttemberg, dove si contano almeno due vittime, mentre il Reno ha lambito il livello di guardia a Colonia. Nei Balcani, gravi alluvionali hanno colpito varie regioni del Kosovo, della Moldavia e dell’Albania. Sull’impatto delle mareggiate in Calabria, Sicilia e Sardegna; e sulla frana di Niscemi sappiamo tutto, anche il superfluo alimentato da generosi contributi di social expertise. – Nelle Americhe, l’area metropolitana di Chicago è stata interessata da gravi e diffuse inondazioni urbane, così come la contea di Tehama in California, con minori danni. In Cile, la regione desertica di Antofagasta ha subito gravi inondazioni e una devastante alluvione lampo ha colpito la capitale, Santiago; mentre il sud del paese è stato messo in ginocchio dagli incendi boschivi. Alluvioni lampo hanno devastato la provincia argentina di Mendoza, così come Medellin in Colombia, dove la costa caraibica ha subito l’impatto di fortissime mareggiate. – In Oceania, le piogge torrenziali hanno provocato danni alle infrastrutture e l’evacuazione precauzionale in molte località nel Queensland settentrionale, mentre il sud-ovest subiva una ondata di calore estremo. La Nuova Zelanda è stata colpita da una serie di cicloni tropicali, causa di frane e inondazioni nel nord del paese. Nonostante che gennaio sia un mese normalmente avaro di disastri idrogeologici, l’elenco è lacunoso. Alla radice dei disastri di gennaio 2026 ci sono nubifragi localizzati, cicloni tropicali, piogge prolungate, mareggiate. E territori fragili. L’Italia è sì uno sfasciume pendulo sul mare, ma solo uno dei tanti sulla Terra. A fronte della crescente vulnerabilità climatica del pianeta, il mondo fa pochissimo. L’allerta non è sempre pronta né l’allarme efficace; e la pianificazione consapevole del territorio rimane una illusione. Perfino la copertura assicurativa dei danni −misura utile ma solo per chi se la può permettere− mostra la corda. L’Italia si distingue, indossa una maschera bifronte. Da noi, la previsione è sempre più precisa e precoce, tenuto conto della complessità idrometeorologica. La gente è sempre più consapevole e attenta ai propri comportamenti, come testimoniano le zero vittime a gennaio 2026. La gestione della fase emergenziale è uno dei rari esempi virtuosi di efficace coordinamento nazionale e locale. La prevenzione, per contro, resta un miraggio. “Prevedere e prevenire” invocava il giornalista Cesare Viazzi della Rai, in telecronaca dal fango di Genova, devastata dall’alluvione nel 1970. In mezzo secolo abbiamo conseguito ottimi risultati nel prevedere e intervenire in modo tempestivo. Ma la prevenzione ha tuttora una brutta faccia. Si previene di rado e anche male, quando la politica sostituisce i tecnici. Talora lo fa in proprio, talora sotto altrui spoglie, quelle di esperti scientifici e tecnici modesti, specie se rigorosamente lottizzati come talora accade. Nel commentare la telecronaca olimpica di un telecronista Rai dei nostri giorni, Michele Serra afferma che “per occupare militarmente un territorio vasto come l’informazione pubblica, servono forze delle quali i meloniani non dispongono, né per quantità né per qualità” (La Repubblica, 8/2/2026). È un argomento trasferibile all’assetto del territorio, altrettanto vasto? Forse sì, con qualche eccezione e solo a patto di sostituire “meloniani” con “tutti i governanti del terzo millennio”, tranne la breve stagione gialloverde, fuori tempo massimo. Per verificare la congettura di Serra basta scorrere la composizione dei vari organi d’indirizzo e controllo dove, nei Trent’Anni Favolosi del dopoguerra, la politica chiamava i migliori scienziati e i professionisti più esperti. Credere che l’incuria sia un esclusivo difetto della politica è fuorviante. Di fronte alla edificabilità di un terreno, la gente preferisce dimenticare. Giochiamo alla roulette, fiduciosi che la forbice della Parca recida un altro filo, non il nostro, magari quello del vicino. Quasi vent’anni fa proponemmo una sorta di certificazione di resilienza degli edifici nei confronti dei rischi naturali. Poteva diventare una nuova casella catastale, graduata in base a criteri oggettivi di rischio. Applausi: molti. Effetti pratici: zero. Meglio non sapere. Meglio dimenticare. La politica − non tanto per interesse diretto quanto per lisciare il pelo dell’elettore − spinge ad ammorbidire i vincoli alla urbanizzazione e al consumo di suolo, aiutando a dimenticare. Non solo in Italia: avviene in tutti i paesi del mondo. L'articolo A fronte della crescente vulnerabilità climatica del pianeta, il mondo fa pochissimo. E l’Italia si distingue proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Niscemi, per il dissesto in Sicilia c’erano 99 milioni del Pnrr: la città non ha presentato progetti. Schifani: “Dal Comune mai una richiesta in 9 anni”
La frana che rischia di inghiottire e cancellare Niscemi finisce sotto i fari dei magistrati di Gela. Il procuratore capo Salvatore Vella ha aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti, per disastro colposo (art. 449 c.p.) e danneggiamento seguito da frana (art. 427 c.p.). Due i sostituti incaricati di seguire l’indagine delegata alla polizia. La procura gelese si concentrerà su due fronti: il primo riguarda le eventuali inadempienze degli amministratori dopo la frana del 1997, le mancate bonifiche e messe in sicurezza. Il secondo filone riguarda invece tutte le azioni che possono aver aggravato la situazione del sottosuolo di Niscemi dal 1997: il 12 ottobre di quell’anno un movimento franoso interessò la parte meridionale del centro abitato, causando ingenti danni a edifici e infrastrutture e l’evacuazione di circa 400 persone. “La frana di Niscemi non è nata oggi, ha una storia – ha spiegato Vella – Cercheremo di capire se si potevano adottare contromisure per fermarla e non è stato fatto o se addirittura è stato fatto qualcosa, o non è stato fatto, che ha aggravato la situazione”. I prossimi passi saranno quelli di acquisire dagli enti preposti tutta la documentazione tecnica. Un aspetto su cui la procura lavorerà riguarda la mancanza di progetti per il contrasto al dissesto idrogeologico finanziati con il Pnrr. In Sicilia complessivamente sono stati stanziati 99,3 milioni, di cui 43,4 già pagati (il 43,7%) per 46 progetti. I fondi erano destinati a rispondere “al crescente bisogno di risanare il territorio danneggiato da eventi idrogeologici, mettendo in sicurezza le aree vulnerabili e riducendo i rischi per la popolazione” ma nessuno ha chiesto l’inserimento Niscemi nei progetti da finanziare. Eppure i cittadini da 28 anni attendono che si intervenga per mettere in sicurezza il territorio. Tredici progetti sono ancora in corso, gli altri 33 sono stati completati o sono in fase di collaudo. Tutti fanno capo alla Protezione civile regionale. La Regione punta il dito contro gli amministratori locali. “Ci sarà il tempo della ricerca delle responsabilità – ha detto il governatore Renato Schifani intervistato dal Corriere della Sera -. Io governo questa Regione da tre anni. Il vice commissario della struttura regionale contro il dissesto idrogeologico mi dice, comunque, che negli ultimi nove anni dal Comune di Niscemi non è arrivata nessuna richiesta di intervento“. La frana, intanto, avanza e minaccia altre porzioni della città. Oggi a Niscemi arriverà l’Esercito con il Genio Militare “per fare una serie di lavori, una serie di opere in campo”, ha annunciato il sindaco Massimiliano Conti, durante una diretta social notturna. “L’aggiornamento a Niscemi è in evoluzione – ha detto questa mattina Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile ed ex governatore della Sicilia, ai microfodi di Rtl 102.5 -. Finché non si ferma la frana la linea del fronte continua ad arretrare verso il centro abitato. L’area rossa è destinata ad allargarsi“. “C”è una sospensione del pagamento delle rate di mutuo e di ogni altra obbligazione – ha annunciato quindi Musumeci -. Con la ministra Calderone stiamo individuando quali e quanti ammortizzatori servono per sollevare quelle aziende, ora inattive, che dovrebbero pagare i contributi per i lavoratori. Alcune misure credo siano già alla firma, altre hanno bisogno di un provvedimento di legge e lo affronteremo nel Consiglio dei ministri”. L'articolo Niscemi, per il dissesto in Sicilia c’erano 99 milioni del Pnrr: la città non ha presentato progetti. Schifani: “Dal Comune mai una richiesta in 9 anni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Altre Niscemi? Non è un rischio, ma è una certezza”, Mario Tozzi e i rischi di dissesto e cambiamento climatico
“Altre Niscemi? Non è un rischio, ma è una certezza”. La frana che ha colpito la cittadina in provincia di Caltanissetta, non è un evento eccezionale, ma un segnale di un problema che affligge tutta l’Italia. In un’intervista a Leggo.it, Mario Tozzi mette in luce non solo le cause fisiche – note da due secoli e studiate nella loro pericolosità dal 1997 – e climatiche di questo cedimento, ma anche le gravi responsabilità legate alla mancanza di prevenzione e di un’adeguata pianificazione territoriale. Secondo il geologo e divulgatore ciò che è accaduto a Niscemi è un fenomeno che risale a più di trent’anni fa, aggravato da piogge intense e dal cambiamento climatico. Tuttavia, la vera colpa risiede nell’incapacità di intervenire in tempo: “C’era già una zona rossa, ma per anni non si è fatto nulla”. La vera emergenza, infatti, è la gestione disastrosa del territorio: “Abbiamo costruito troppo e male su un territorio fragile”, spiega Tozzi, sottolineando la crescente difficoltà di affrontare il disfacimento del nostro paese, che è sia naturale che provocato dall’uomo. Il rischio che altri centri italiani, come Niscemi, finiscano sotto il peso di frane e disastri simili non è un eventualità, ma una realtà che si sta concretizzando. Tozzi avverte che il cambiamento climatico non crea i problemi, ma li accelera, moltiplicando la frequenza e l’intensità dei disastri come avvenuto con il Ciclone Harry che ha colpito la Sicilia. Le opere ingegneristiche, seppur utili in alcuni casi, non sono la soluzione a lungo termine: “Non si può pensare di risolvere tutto con i muri o le grandi opere”, spiega il geologo, chiedendo un radicale cambio di approccio. La vera risposta, per Tozzi, è un “New Deal” per il territorio, un risanamento idrogeologico che non si basi sulle emergenze, ma sulla prevenzione e sulla sostenibilità, per evitare che l’Italia continui a vivere sotto la minaccia di frane, alluvioni e altri disastri naturali. Secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, il 2025 è stato il secondo anno peggiore per quanto riguarda gli eventi meteo estremi negli ultimi 11 anni, tra allagamenti da piogge intense, danni da vento ed esondazioni fluviali oltre alle temperature record. La grave responsabilità politica è quella di non aver pianificato e messo in campo degli interventi nonostante l’area fosse considerata zona rossa, e “alcune abitazioni avrebbero dovuto essere abbattute, ma per anni non si è fatto nulla per sanare una situazione ben conosciuta”. Si tratta di un modo di fare politica che non può in alcun modo affrontare il disfacimento del territorio italiano, un fenomeno dovuto al fatto che “l’Italia è un Paese giovane e molto attivo, con rischi vulcanici, sismici e idrogeologici elevati”. In circostanze simile, non è più tollerabile “l’assenza di pianificazione territoriale” e di “costruzioni in aree pericolose, abusivismo e condoni”. Eventi come la frana di Niscemi dimostrano infatti che “abbiamo costruito troppo e male su un territorio fragile”. E il rischio di vedere scene simili “non è un rischio, è una certezza”. Soprattutto per quei “paesi costruiti su speroni di roccia sono potenzialmente a rischio”, posti in “i centri abitati venivano abbandonati perché franavano continuamente”. Con buona pace della retorica dei borghi. L'articolo “Altre Niscemi? Non è un rischio, ma è una certezza”, Mario Tozzi e i rischi di dissesto e cambiamento climatico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La frana di Niscemi è nota dal 1997 e avanzerà. Il fronte non è mai stato interessato da interventi di messa in sicurezza”
La frana sul versante occidentale di Niscemi non è un episodio isolato né un evento improvviso: è un movimento lento ma continuo, che sta progressivamente avanzando verso la parte meridionale dell’abitato. La parete del distacco, in alcuni punti alta oltre venti metri, si estende su un fronte di più di quattro chilometri e continua a esercitare una pressione crescente sulle abitazioni che sorgono a ridosso del precipizio. Case che, secondo gli esperti, rischiano di essere progressivamente inglobate dal dissesto. La dinamica è legata in modo diretto alla natura del terreno. Come spiega all’Ansa Riccardo Ferraro, consigliere della Sigea, la Società italiana di geologia ambientale, l’area poggia su un substrato sabbioso che, secondo la letteratura scientifica, ha un angolo di resistenza al taglio di circa 35 gradi. Un valore ben lontano dall’attuale inclinazione del versante, che raggiunge punte di circa 85 gradi. Una condizione instabile che, per ritrovare un assetto naturale, potrebbe portare il fronte della frana a spingersi ancora più avanti, inghiottendo ulteriori edifici. Non a caso, la zona rossa, inizialmente delimitata a cento metri dal profilo dello smottamento, è già stata estesa di altri cinquanta metri. Secondo Giuseppe Collura, referente della Sigea presente a Niscemi insieme al collega Michele Orifici, l’ultimo cedimento registrato domenica scorsa non fa che sovrapporsi a un fenomeno già noto: “La parte terminale del movimento coincide con la frana dell’ottobre 1997“. Un dato che rafforza l’idea di una vulnerabilità storica dell’area. D’altronde, ricorda il geologo, esistono scritti risalenti addirittura al 1790 che descrivono movimenti franosi nella stessa zona, a dimostrazione di una criticità mai realmente risolta. Dal punto di vista geologico, il meccanismo è chiaro. Il terreno è costituito da uno strato sabbioso superficiale che poggia su un livello argilloso impermeabile. Lo si osserva anche dalla colorazione della parete franata, dove il giallo della sabbia si alterna al grigio dell’argilla. Le piogge intense degli ultimi mesi e il disastroso ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia hanno favorito lo scivolamento degli strati più superficiali, che, saturandosi d’acqua, hanno perso coesione e hanno iniziato a muoversi lungo il piano argilloso sottostante. Collura esclude invece che all’origine del dissesto vi sia una faglia diretta di natura tettonica: un’ipotesi che, a suo dire, non trova riscontri evidenti. Se la conformazione geomorfologica rende l’area naturalmente predisposta alle frane, il quadro è aggravato da fattori antropici. Il diffuso disordine urbanistico e il marcato dissesto idrogeologico causato dalla gestione incontrollata delle acque piovane hanno contribuito ad aumentare la vulnerabilità del versante. Le acque di scorrimento attraversano la città e si riversano sull’intero pendio, scavando solchi profondi che accelerano i processi di erosione. Dopo la frana del 1997, sottolinea Collura, la probabilità che un evento simile si ripetesse era già elevatissima, anche perché il versante non è mai stato interessato da interventi strutturali di messa in sicurezza, nonostante i segnali di movimento fossero stati rilevati nel tempo. Un primo campanello d’allarme si era già avuto il 16 gennaio scorso, quando un nuovo movimento di terra aveva causato l’interruzione della strada provinciale 12. Dopo gli eventi del 1997, alcune abitazioni comprese nel perimetro della frana furono demolite e, da allora, non sono state autorizzate nuove costruzioni nell’area. Ma il fronte instabile continua a spostarsi, rendendo sempre più fragile il confine tra zona abitata e versante in movimento. A confermare la gravità della situazione è anche il capo del Dipartimento della Protezione civile nazionale, Fabio Ciciliano, intervenuto a Niscemi per una riunione nel Centro operativo comunale insieme al presidente della Regione Siciliana Renato Schifani e al capo della Protezione civile regionale Salvo Cocina. “Non sta crollando solo quello che vediamo – ha spiegato Ciciliano – ma è l’intera collina che sta scendendo verso la piana di Gela”. Un quadro emerso anche dal sopralluogo effettuato con il professor Nicola Casagli, della componente scientifica del centro di competenza della Protezione civile. L'articolo “La frana di Niscemi è nota dal 1997 e avanzerà. Il fronte non è mai stato interessato da interventi di messa in sicurezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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