La crisi idrica in Italia pesa sulle tasche dei cittadini. Il Paese è tra i più
esposti, in Europa, allo stress idrico dovuto a piogge meno frequenti ma più
intense, che non risolvono i problemi di siccità, ma ne portano di nuovi. E la
gestione dell’acqua, così com’è, non aiuta. La Giornata mondiale dell’acqua, che
si celebra ogni 22 marzo, è anche l’occasione per fare il punto sui costi. Tra
bollette e ricadute. Chi paga per le carenze? Come si finanzieranno gli
investimenti necessari? In Italia, la bolletta continua ad aumentare (anche se
le tariffe sono tra le più basse d’Europa): 528 euro in media nel 2025 per una
famiglia tre persone un consumo annuo di 182 metri cubi, ossia il 30 per cento
in più rispetto al 2019. Sono saliti anche gli investimenti, arrivati a 106 euro
all’anno per abitante. Solo che il settore si trova in un passaggio cruciale. A
metà 2025 risultava concluso solo il 2% degli interventi Pnrr, con un ulteriore
51% in fase di collaudo e c’è molta attenzione a ciò che accadrà agli
investimenti al termine dei fondi straordinari europei. Un quadro ricco di
cambiamenti quello descritto da associazioni e organizzazioni. Le nuove sfide,
però, sono appesantite da una serie di problemi (per lo più vecchi): l’Italia è
il primo Paese in Europa per consumo di acqua minerale e il terzo per consumo
domestico di acqua potabile, nelle rete di distribuzione si perde circa il 38%
per cento dell’acqua immessa, mentre sono ancora troppo indietro i progetti che
puntano anche recupero e Roma conta ormai sei procedure europee di infrazione
attive, una relativa alle acque potabili, una relativa alla direttiva nitrati e
quattro su fognature e depurazione. A gennaio 2026, si è aggiunta l’apertura di
un’ulteriore procedura per la direttiva quadro Acque. Tutto ciò non può più
permetterselo il Paese dove siccità, alluvioni e mancato riciclo costano 227
euro a testa all’anno, il doppio della media europea (112 euro), pari a 13,4
miliardi. Come se l’economia si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno.
SENZA ACQUA SALTA IL 20% DEL PIL ITALIANO
Il Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua del think tank Teha (The
european house Ambrosetti) si mette a fuoco il problema centrale: “L’Italia è
sempre più esposta allo stress idrico, con poca o troppa acqua nei momenti
sbagliati, difficoltà nella raccolta o nella gestione”. La crisi dell’acqua, che
nel 2025 in Italia ha visto oltre 1.100 episodi di precipitazioni intense e 139
allagamenti urbani (nei primi anni duemila erano rispettivamente 45 e 3
all’anno) genera impatti consistenti sul sistema produttivo. A cominciare
dall’agricoltura, che nell’ultimo decennio ha subito un calo della produzione
del 7,8%. Nel 2024, i danni legati ai cambiamenti climatici per l’agricoltura
hanno raggiunto 8,5 miliardi di euro. “Senza acqua salta il 20% del pil
italiano” ha avvertito Valerio De Molli, ceo e managing partner di Teha Group,
sottolineando che l’acqua è un elemento fondamentale anche per industria,
energia e data center e abilita complessivamente 384 miliardi di euro di valore.
“Servono una visione più ambiziosa e integrata, accelerare gli investimenti,
modernizzare le infrastrutture, mobilitare capitali pubblici e privati, spingere
su innovazione e digitalizzazione e diffondere una nuova cultura dell’acqua
lungo l’intera filiera” spiega Molli, ricordando che il ciclo idrico esteso, che
comprende gestione, provider tecnologici, e consorzi di bonifica “ha generato
11,2 miliardi di valore aggiunto nel 2024, 31 miliardi considerando l’indiretto
e l’indotto”.
COSA ACCADRÀ A CONCLUSIONE DEL PNRR: LA TARIFFA NON BASTA
La tariffa del servizio idrico in Italia, principale fonte di finanziamento
degli investimenti attuali e futuri, pur cresciuta fino a 2,5 euro al metro cubo
nel 2024, resta tra le più basse d’Europa: il 30% sotto la media Ue. Nel
triennio 2023-2025 la tariffa ha sostenuto gli investimenti per il 67% del
totale. Tuttavia, con il concludersi del ciclo di finanziamento del Pnrr “il
nodo degli investimenti diventa decisivo” ha osservato Benedetta Brioschi,
partner Teha. Secondo i gestori del Servizio idrico integrato rappresentati
dalla Community Valore Acqua, la tariffa non sarà sufficiente a sostenere il
fabbisogno del settore: “Il capitale privato dal 2027 potrebbe coprire il 18%
degli investimenti complessivi, che potrebbero arrivare fino a 98 euro pro
capite rispetto agli 83 previsti dal 2027 senza l’apporto del Pnrr”. Anche
Cittadinanzattiva, nel suo rapporto sul servizio idrico integrato, a cura
dell’Osservatorio prezzi e tariffe, lancia l’allarme sul cosiddetto ‘effetto
scalino’: il rischio di un crollo degli investimenti al termine dei fondi
straordinari europei. “Gli investimenti nel settore idrico – spiega – sono
passati da una media di 66 euro annui per abitante nel 2021 a 106 euro nel 2026
(ultimo anno del Pnrr, la cui attuazione ha dato una spinta). Fino al 2029 si
prevede una fisiologica riduzione di circa il 10%”. Una questione affrontata
anche nel Blue Book 2026. Nella monografia completa dei dati del servizio idrico
realizzata dalla Fondazione Utilitatis e promossa da Utilitalia, si sottolinea
che l’aumento degli investimenti ha portato a una maggiore la qualità del
servizio, salvo nei casi di alcune gestioni ‘in economia’ da parte di enti
locali – specie al Sud – che mostrano criticità. Secondo Luca Dal Fabbro,
presidente di Utilitalia, “ora è necessaria una quota di contributo pubblico di
almeno 2 miliardi di euro l’anno per i prossimi 10 anni, per portare avanti un
piano straordinario di interventi per assicurare la tutela della risorsa e del
territorio, che non può ricadere unicamente sulle tariffe”. Come ricorda
Cittadinanzattiva, una eventuale crescita della tariffa “deve anche confrontarsi
con l’accettazione pubblica”, perché anche se la tariffa italiana è attualmente
tra le più basse dell’Unione Europea “oltre la metà dei cittadini italiani (56%)
reputa già ‘alto’ o ‘molto alto’ il costo del servizio idrico. Ma sono diverse
le criticità su cui lavorare.
LE CRITICITÀ DA RISOLVERE ALLA LUCE DELLA ‘BANCAROTTA IDRICA’
Necessità resa ancora più impellente alla luce dei cambiamenti climatici, che
hanno portato a una situazione di ‘bancarotta idrica’ a livello mondiale e delle
nuove direttive europee, che imporranno standard più stringenti sulla qualità e
sul trattamento delle acque. L’Italia non è solo il primo Paese in Europa per
consumo di acqua minerale (249 litri pro capite, contro una media di 91), ma è
anche il terzo in Europa per consumo domestico di acqua potabile (62 metri cubi
pro capite all’anno, mentre la media europea è di 45). Mentre, sul campione del
Blue Book, che conta oltre 324mila chilometri di rete, il 30% ha più di 30 anni
e perdite medie del 37,9%. Criticità sono registrate anche sul fronte della
continuità del servizio con oltre un milione di cittadini che nel 2024 ha subito
razionamenti idrici, degli allagamenti (fino a 27 episodi ogni 100 chilometri
nel Sud) e del riutilizzo delle acque reflue, fermo al 3,4% a fronte di un
potenziale del 13,4%. La Community Valore Acqua ha aggiornato anche per il 2026
l’analisi sul posizionamento dell’Italia e dei principali Paesi europei
(compreso il Regno Unito) nella gestione sostenibile della risorsa idrica, con
l’indice ‘Valore Acqua verso lo Sviluppo Sostenibile 2026’, che tiene conto di
39 indicatori. L’Italia è al diciannovesimo posto, a significativa distanza dai
Paesi con le migliori performance, come Danimarca, Paesi Bassi, Germania. E
comunque dopo Francia, Regno Unito, Spagna e Portogallo.
LA DIFFICOLTÀ AD ADATTARSI AL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Eppure l’Italia è uno dei Paesi che fa più da vicino i conti con il cambiamento
climatico, tra alluvioni, allagamenti e periodi di siccità. Come certifica Ispra
in queste ore, nel 2025 le precipitazioni totali in Italia sono state pari a
963,4 millimetri (circa 291 miliardi di metri cubi), in calo di circa il 9%
rispetto al 2024, un anno particolarmente piovoso. L’Italia è il quarto Paese in
Unione Europea per stress idrico e quattro delle sette regioni europee con uno
stress idrico massimo sono italiane (Basilicata, Calabria, Sicilia e Puglia). Ma
il problema della siccità al Sud è l’altra faccia della medaglia rispetto a
quello delle precipitazioni nevose e la scomparsa dei ghiacciai al Nord e anche
al Centro. Quelli delle Alpi e dei Pirenei sono tra i più vulnerabili alla crisi
climatica. Tra il 2000 e il 2023 hanno perso circa il 39% della loro massa e, se
il trend continuerà, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3.500 metri
in Europa centrale scomparirà. Sulle Alpi italiane, inoltre, i giorni con neve
al suolo sono diminuiti in media di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000,
con deficit dell’equivalente idrico della neve fino al 70%. Ne derivano effetti
rilevanti sulla disponibilità di acqua, sulla portata dei fiumi, sulla
produzione idroelettrica e sull’equilibrio degli ecosistemi montani. A fare il
punto l’Atlante dell’Acqua 2026 di Legambiente. Nei giorni scorsi, l’Autorità di
Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale ha presentato il Rapporto “Dati
climatici e risorse idriche 2025”che fotografa una situazione critica per
un’area di oltre 42mila chilometri quadrati che coinvolge sette regioni e nove
milioni di abitanti. Le precipitazioni nevose nel 2025 sono risultate inferiori
all’81% della media storica, i laghi naturali hanno registrato minimi storici e
oltre 1.300 interventi emergenziali sono stati necessari in centinaia di comuni.
La siccità nel Distretto dell’Appennino Centrale non è più dunque un fenomeno
stagionale, ma una condizione strutturale.
L'articolo Giornata mondiale dell’acqua: la crisi idrica in Italia costa il
doppio rispetto alla media europea proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cambiamenti Climatici
Schemi matematici messi a punto dall’Università Tecnica di Monaco di Baviera
(TUM) mostrano che, per effetto dell’aumento della temperatura, le foreste come
le conosciamo oggi potrebbero non esistere più. Gli incendi e le infestazioni di
parassiti entro il 2100 potrebbero più che raddoppiare, e se a ciò si
aggiungeranno venti più forti si creerà un cocktail che cambierà radicalmente le
foreste d’Europa.
Allo studio, pubblicato sulla rivista Science e diretto per la TUM da Rupert
Seidl, hanno partecipato accademici di dieci Paesi diversi, che hanno raccolto
dati satellitari per 13.000 aree forestali europee e condotto simulazioni al
computer per diversi scenari climatici. Nel peggiore, con un riscaldamento di
oltre tre gradi Celsius, entro il 2100 la frequenza di incendi e danni causati
da insetti sarà più che raddoppiata e le tempeste aumenteranno del 20%. Questi
fattori si verificheranno in combinazione, quindi l’impatto sulle foreste
sarebbe drammatico: il calore e la scarsità d’acqua indeboliranno gli alberi,
impedendo loro di produrre abbastanza resina per tenere lontani i parassiti. Le
foreste come le conosciamo oggi non esisteranno più.
Vengono allestiti sempre più appezzamenti sperimentali con l’obiettivo di
determinare quali combinazioni di alberi funzioneranno meglio e dove. Già ora,
d’altronde, quattro alberi su cinque in Germania sono malati. Tra qualche
decennio esisteranno ancora ampie aree boschive in Europa, il loro aspetto sarà
però diverso, più aperto e a quote più basse, con alberi più piccoli in grado di
resistere al caldo e alla siccità, con specie arboree differenti, finora tipiche
di altri climi, come l’abete di Douglas del Nord America o il cedro del
Mediterraneo. Ci saranno meno specie di funghi e più rapaci o cinghiali. Gli
studiosi si dicono fiduciosi: la foresta ha già resistito a molti cambiamenti,
animali e piante si adatteranno alle nuove condizioni; chi soffrirà di più
saranno gli esseri umani.
Le foreste sono una riserva idrica vitale. In Germania, circa il 70% dell’acqua
potabile proviene da falde acquifere e sorgenti. Se le foreste montane
scompaiono, scompare anche la protezione contro frane e valanghe. A questo si
aggiunge l’aspetto economico: i danni e la riconversione delle foreste
potrebbero costare all’industria del legno e ai proprietari forestali 250
miliardi di euro. Le foreste coprono il 40% della superficie terrestre dell’UE e
assorbono enormi quantità di carbonio; sono perciò una componente cruciale degli
obiettivi climatici UE. Tuttavia, già oggi le foreste tedesche rilasciano più
CO2 di quanta ne assorbano, e questo fenomeno, per il cambiamento climatico e i
conseguenti danni ambientali, è destinato ad intensificarsi in futuro.
Se riusciremo tuttavia a limitare il riscaldamento globale a due gradi Celsius,
a partire dalla metà del secolo la foresta si riprenderà. Questo è il messaggio
più importante per gli autori dello studio: se riusciamo a mitigare
significativamente i cambiamenti climatici, ridurremo significativamente i danni
alle foreste. In quest’ottica appaiono del tutto contraddittorie le scelte del
ministero tedesco per l’Economia, diretto da Katherina Reiche (CDU). Nei punti
quadro della futura legge sulla modernizzazione negli edifici, che si intende
approvare al Bundestag entro luglio, si riapre alla possibilità di impiegare
caldaie a gas o gasolio, pur imponendo che dal 2029 siano alimentate con almeno
il 10% di biocombustibili.
Circa un terzo delle emissioni totali di CO2 proviene dal settore edilizio, e
Katharina Dröge, capogruppo parlamentare dei Verdi, contesta: “Di fatto, questa
coalizione sta abbandonando completamente gli obiettivi climatici della
Germania”. Sibylle Braungardt dell’Öko-Institut calcola, rispondendo alla ZDF,
la seconda televisione tedesca, che l’obiettivo vigente del 65% di energie
rinnovabili nel settore del riscaldamento potrebbe far risparmiare circa 30
milioni di tonnellate di CO2 tra il 2024 e il 2030; verrà completamente abolito
per sostituirlo con una quota di gas e petrolio “verdi” per il funzionamento di
sistemi di riscaldamento convenzionali. E Kai Niebert, presidente del Deutscher
Naturschutzring, principale e storica rete di associazioni ambientaliste,
evidenzia che tanto biogas nemmeno esiste: occorrerebbe piantumare una
superficie almeno nove volte Berlino.
La ministra Reiche, alla priorità per pompe di calore e rinnovabili, contrappone
per contro “apertura tecnologica”, “flessibilità” e “accessibilità economica” e
indica che anche se i sistemi ad energie fossili non vengono più vietati, sono
comunque progressivamente resi più cari. Nel frattempo, L’UE chiede un parco
immobiliare a impatto climatico zero entro il 2050, e che la transizione
energetica sia imboccata con maggiore decisione. Invece la ministra intende
eliminare anche i sussidi allo sviluppo di pannelli solari sui balconi. Non
solo: forte dell’esperienza come ex responsabile della filiale E.ON Westenergie,
vecchio nome della principale controllata regionale del gruppo energetico
tedesco E.ON, per gestire meglio i rischi di sovraccarico delle reti la ministra
vuole anche intervenire nel sistema di assegnazione delle connessioni di fonti
di energie rinnovabili. Ad oggi gli allacciamenti avvengono in ordine di
richiesta, mentre Reiche vuole che in futuro siano i gestori a poter decidere:
dove ci sono già molti impianti di rinnovabili sarà più difficile ottenere
l’allacciamento.
Inoltre, i gestori dovrebbero poter imporre sussidi per i costi di costruzione.
Un regalo a fronte di ritardi di almeno sette anni nello sviluppo delle reti di
distribuzione. L’effetto per gli sviluppatori di impianti rinnovabili sarà
invece di perdere per anni gli indennizzi pagati dai gestori quando staccano un
parco eolico o solare dalla loro rete per sovraccarico, e quindi un elemento di
sicurezza alla pianificazione di nuovi parchi di collettori. D’altronde, coi
prezzi del carburante oltre i due euro al litro in seguito al conflitto in Medio
Oriente e ai problemi nello Stretto di Hormuz, si stanno già risvegliando le
paure del caro energia che nel 2022 portarono la Germania in recessione. Anche
se il Paese oggi è più preparato, non deve fallire la transizione energetica.
L'articolo Addio ai boschi come li conosciamo: l’allarme dello studio tedesco
sul clima mentre Berlino rilancia le caldaie fossili proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Niente di più miope che attaccare il sistema dell’Emission trading system
(Ets), mentre l’Italia frana”. Dopo le critiche suscitate dal Dl bollette, che
punta a demolire il perno della strategia europea di decarbonizzazione, ossia il
sistema di scambio delle emissioni, 150 scienziati ed economisti italiani, tra
cui il premio Nobel per la fisica, Giorgio Parisi e l’economista Carlo Carraro,
firmano una lettera aperta con un appello rivolto al Governo Meloni. Chiedono
all’esecutivo e, in particolare, alla premier e al ministro dell’Ambiente e
della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, di non indebolire gli
strumenti europei di decarbonizzazione e, invece, rafforzi le politiche di
adattamento. “Esprimiamo profonda preoccupazione – scrivono – per il modo in cui
il governo italiano sta affrontando la crisi climatica, in particolare per le
recenti prese di posizione volte a indebolire i principali strumenti della
politica climatica europea”.
NISCEMI, METAFORA DI UN PAESE A RISCHIO
La lettera parte dalla cronaca. E dai dati che, tra l’altro, molti tra i
firmatari della lettera hanno raccontato in questi anni a ilfattoquotidiano.it,
come Antonello Pasini e Nicola Armaroli, rispettivamente fisico climatologo e
dirigente di ricerca del Cnr, Enrico Gagliano, già docente Università di Teramo
e Unibo, Paola Mercogliano e Silvio Gualdi del Centro Euro-Mediterraneo sui
Cambiamenti Climatici, per citare solo alcuni degli scienziati coinvolti
nell’iniziativa. “I recenti eventi estremi che hanno colpito vaste aree del Sud
Italia con il passaggio del ciclone Harry non sono episodi isolati – spiegano
gli scienziati – ma segnali coerenti con quanto la comunità scientifica
documenta da anni: un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli
eventi meteorologici estremi”. Ed è per questo che il disastro di Niscemi
“appare a molti come la drammatica metafora di un intero Paese a rischio”. Non a
caso, da anni l’Ispra colloca l’Italia ai primi posti in Europa per
l’esposizione al rischio di frane, 2023 e 2025 sono stati i tre anni più caldi
mai registrati a livello globale, e gennaio 2026 è risultato il quinto gennaio
più caldo della serie storica, confermando una tendenza al riscaldamento senza
segnali di inversione. “Non è pessimismo, ma realismo scientifico: l’Italia
dovrà affrontare un rischio crescente di disastri climatici” afferma Antonello
Pasini.
LA PREOCCUPAZIONE DEGLI SCIENZIATI ITALIANI PER L’ATTACCO ALL’ETS
Di fronte a queste evidenze e a una percezione ormai diffusa che vede gli
italiani tra i cittadini europei più preoccupati per il cambiamento climatico,
gli scienziati ritengono un errore che il governo italiano non mostri pieno
sostegno a strumenti per la decarbonizzazione come il sistema di Emission
Trading, ormai adottato anche in Cina. “Si rischia di indebolire una politica
che ha già dimostrato di ridurre le emissioni nei settori regolati, stimolare
innovazione e accompagnare la transizione industriale a costi sostenibili. Per
questo non ha senso presentarlo come un ostacolo per imprese e famiglie”
sottolinea Stefano Caserini dell’Università di Parma. Secondo gli esperti,
rallentare la decarbonizzazione renderebbe il Paese subalterno alle parti meno
innovative dell’industria. “Innovazione e competitività sono oggi
indissolubilmente legate alla decarbonizzazione” afferma Carlo Carraro,
economista dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.
CHE FINE HA FATTO IL PIANO NAZIONALE DI ADATTAMENTO
La lettera richiama infine la necessità di dare piena attuazione al Piano
nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e di rispettare gli obiettivi
europei di decarbonizzazione al 2050 e intermedi al 2040, già approvati anche
dall’Italia in sede comunitaria. La politica oggi va in direzione opposta e
l’Italia che oggi frana, si allaga e perde competitività è il risultato di
scelte rinviate, prevenzione insufficiente e di una transizione energetica
ostacolata proprio quando sarebbe più necessaria. “Una traiettoria che può e
deve essere corretta con politiche fondate sulla scienza, sulla lungimiranza e
sulla responsabilità verso le generazioni presenti e future” spiegano i
firmatari. A riguardo, sempre per parlare di fatti, la mancata attuazione del
Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato solo a fine
2023, rallenta a cascata la redazione di Piani locali di adattamento al clima.
Anche e soprattutto perché non sono state stanziate neppure le risorse per le
361 misure previste su scala nazionale e regionale (Leggi l’approfondimento).
Poi c’è il lungo capitolo che riguarda la legge sul consumo di suolo. Che manca,
ancora. Dopo decine e decine di appelli.
L'articolo “L’Italia frana: giù le mani dal sistema Ue per ridurre le
emissioni”. L’appello del Nobel Parisi e altri 150 scienziati ed economisti al
governo proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Bianco
Quando ero piccolo io, la mia spiaggia era senza cemento a contornarla, il mare
era il suo migliore amico, non ne aveva paura.
C’era da quando c’erano miei nonni e ancora prima, e io la ricordo così dai loro
racconti.
Era distesa dalla strada fino al cielo, la sabbia era fine, dorata e, un po’ più
in là della riva, c’era un pontile. Era lungo, di legno nero e verde, consumato
dalle onde, che univa la riva al mare aperto, trasparente, azzurro, di schiuma
allegra.
L’estate da noi iniziava quando noi iniziavamo la gara: a Paola, giù al sud in
Calabria, non c’era mai l’inverno.
La regola era una sola, vinceva chi correva più veloce sulla pista dorata e
calda, si toglieva via i jeans, io avevo i levi’s 501, le scarpe consumate di
tennis, e arrivava a nuoto per primo sul pontile e poi, senza fermarsi, si
tuffava “a bomba”.
Capitava che alla premiazione ci fosse anche la musica, era il suono del treno
del “sole”, che correva lungo la ferrovia, che era sopra la piccola collina, noi
gli facevamo “ciao” con le mani. Il fischio arrivava fino a Torino, a bussare ai
cancelli della Mirafiori, la Fiat. Io vincevo, quasi sempre, ma anche Francesco
era veloce. Lui era alto e magrolino, era il secchione della scuola con i suoi
occhiali piccoli di metallo. Voleva fare il medico, un giorno mi curò una
ferita, mi ero graffiato la mano sul pontile. E poi c’era Antonio, lui era bravo
in matematica e Giuseppe, lui non aveva proprio voglia di studiare, andava già
in officina dal suo papà, “u’ mastruCiccio.”
Ogni anno correvamo un po’ sempre di meno, la spiaggia era sempre un po’ più
corta e il pontile era, sempre, un po’ più lontano ma io vincevo sempre,
Francesco restava a studiare, con gli altri non c’era davvero gara.
Era bello il mio mare ma era diventato sempre più grande, a volte ruggiva come
un leone in gabbia, la sabbia era la sua preda anche perché non ce n’era rimasta
molta, il cemento l’aveva inghiottita. Adesso c’erano le case costruite contro
natura, sul condono della follia, gli stabilimenti, gli ombrelloni allineati,
stretti da far sudare le ascelle, ogni anno una fila e un mattone di più, sempre
uno di più.
Io sono rimasto al mio paese, non volevo andare via, io amo il mio paese anche
se non c’è rimasto nessuno, gli amici sono andati via, anche se l’officina di
mastrucicciu è chiusa.
Ho fatto mille lavori, tutti quelli che mi offrivano, a me bastava così e,
appena finivo, io correvo sempre al mio mare.
Francesco adesso è un anestesista, lavora al nord, è sempre magro. Antonio,
invece, lui è un precario della scuola, insegna matematica, non ha una dimora
fissa. Giuseppe ha preso quel treno, le macchine adesso le costruisce in una
catena di montaggio, ha tre figli e ha messo su un po’ di pancia.
Quest’estate ci siamo ritrovati tutti insieme, ancora una volta, stesso mare,
stesso posto ma era tutto cambiato. La sabbia era solo una lingua sottile e io
non ce l’ho fatta a raggiungere il pontile, era troppo lontano, abbiamo acceso
un piccolo falò e riscaldati i ricordi.
L’inverno a Paola, quest’anno, è iniziato subito, sono giorni che piove, non
smette più, tutti hanno paura di uscire. Le onde del mare sono alte da oscurare
il cielo, il vento piega gli alberi della passeggiata. Esco, la spiaggia non c’è
più, sento il ruggito ma io non ho paura, è il mio mare. Sono solo, i miei jeans
si bagnano sempre un po’ di più, ho gli stivaloni, le macchine galleggiano come
avevo visto alla tv, il colore dell’acqua non è più azzurro.
All’improvviso non vedo più niente, sto correndo veloce nell’acqua, sempre più
veloce, come quando ero bambino, Francesco non sarebbe capace di raggiungermi ma
vorrei che fosse qui, a tenermi ancora la mano.
C’è qualcosa che urto contro l’anima, è fatto di legno, sì, ci sono arrivato, è
il pontile ma questa volta non ce l’ho fatta a salire, le onda mi hanno portato
via, non sono più allegre. Questa volta ho perso, questa volta ha vinto il mare
e la natura, questa volta abbiamo perso tutti.
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L'articolo Quand’ero piccolo la mia spiaggia era senza cemento e io vincevo
sempre la gara di corsa e tuffi: ora perdiamo tutti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“In direzione ostinata e contraria” era il manifesto di Fabrizio De André:
andare contro la corrente del conformismo nei confronti del potere. Oggi la
direzione ostinata e contraria non è quella di chi è contro il potere, ma di chi
lo esercita, negando una realtà fisica non più opinabile.
Il cambiamento climatico non è una previsione. È un fenomeno in atto, con ondate
di calore record, alluvioni sempre più intense, mareggiate devastanti, siccità
prolungate, incendi, crisi agricole, infrastrutture danneggiate, premi
assicurativi in aumento. La scienza, attraverso i rapporti dell’Ipcc, è passata
da formulazioni prudenti a una conclusione inequivocabile: il riscaldamento
osservato è di origine antropica. Le proiezioni non sono più grafici: si
materializzano.
Non manca il richiamo etico. Nell’enciclica Laudato Si’, Papa Francesco parla di
“conversione ecologica”: un cambiamento del nostro modo di abitare il mondo.
L’Unione Europea traduce quell’esigenza nella “transizione ecologica” del Green
Deal: transitare da un’economia fondata sull’estrazione illimitata ad una che
riconosca l’integrità degli ecosistemi come condizione del benessere sociale ed
economico. Da qui il principio di salute unica: la salute umana e quella del
pianeta coincidono.
Oggi quella traiettoria non è formalmente cancellata, ma è retrocessa nella
gerarchia delle priorità. La Commissione Europea ha posto al centro dell’agenda
il rafforzamento della difesa. Il piano inizialmente presentato come “ReArm
Europe” è stato poi ribattezzato “Readiness 2030”, ma la sostanza resta:
destinare risorse pubbliche ingenti al riarmo e al potenziamento dell’industria
militare. Negli Stati Uniti, Donald Trump liquida la sostenibilità come
un’ossessione ideologica; in Italia, anche il governo di Giorgia Meloni
definisce “ideologica” la transizione ecologica e privilegia sicurezza e
crescita.
Non si tratta di negare l’esistenza di tensioni geopolitiche tra Europa e
Russia, ma di gerarchizzare i rischi. Il cambiamento climatico produce danni già
oggi, cumulativi e in parte irreversibili su scala umana. L’invasione
dell’Unione Europea è uno scenario da prevenire, non un evento in corso. E
tuttavia l’eventualità domina il discorso pubblico più della realtà già
osservabile, con un ribaltamento delle priorità.
Dieci anni fa si diceva che le rinnovabili non avrebbero inciso in modo
significativo sul sistema energetico globale. Oggi una quota rilevante della
produzione elettrica europea e mondiale proviene da fonti rinnovabili. La
transizione non è un’utopia tecnica, è un processo misurabile. Nel frattempo, la
competizione industriale sulla transizione è diventata globale. La Cina produce
pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, e conquista posizioni dominanti
nelle filiere strategiche. Le auto elettriche di marchi cinesi sono sempre più
presenti sulle strade europee. Non per filantropia ecologica, ma per strategia
industriale.
La sostenibilità è prima di tutto un affare. E la realtà si traduce in numeri di
bilancio. Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, dichiara che lo
Stato non dispone di risorse sufficienti per coprire i danni causati dagli
eventi estremi e invita i cittadini ad assicurarsi: i costi stanno diventando
strutturali. Se il rischio cresce, crescono i premi, e se diventa troppo alto
per le assicurazioni, il peso ricade sulla collettività.
Quando si tratta di riarmo, le risorse vengono mobilitate con rapidità; quando
si tratta di compensare danni climatici già in corso, si evocano vincoli e
scarsità che, però, non sono leggi naturali. In passato, di fronte a emergenze
considerate prioritarie, l’Europa ha sospeso regole, riscritto parametri,
mutualizzato debiti. Le regole si cambiano quando si decide che una minaccia lo
merita. Se non accade per il clima, non è per impossibilità tecnica, ma per
scelta politica.
Così, mentre ai cittadini colpiti dagli eventi estremi si suggerisce di
assicurarsi, si programmano investimenti pubblici massicci che andranno in larga
parte a filiere industriali private del settore militare. La questione non è
ideologica: è contabile, e riguarda l’allocazione delle risorse. Se la
conversione ecologica viene evocata ma non perseguita, se la transizione viene
rallentata mentre il riarmo viene accelerato, la direzione scelta non è neutrale
e pare non tenga conto di ciò che sappiamo, ciò che subiamo e ciò che decidiamo
di finanziare.
La lotta contro la realtà può essere rinviata nel breve termine. Nel lungo
periodo, però, non saranno i fatti ad adattarsi alle nostre idee. Missili,
droni, carri armati, sottomarini e navi da guerra sono deterrenti geopolitici,
ma non fermano ondate di calore, siccità, alluvioni o mareggiate. Non arrestano
la desertificazione, non raffreddano gli oceani, non ricostruiscono suoli erosi.
Sono strumenti pensati per conflitti tra Stati, non per una crisi sistemica che
attraversa confini e generazioni. Il cambiamento climatico amplifica instabilità
economica, tensioni sociali e flussi migratori. Le migrazioni non si fermano con
muri o con nuove forniture energetiche fossili: si governano affrontando anche
le cause ambientali che le aggravano.
In questo senso, nessun piano industriale o energetico potrà compensare
l’assenza di una strategia climatica coerente. Pareva lo avessimo capito. Lo
avevamo persino scritto nei documenti ufficiali. Ma tra ciò che sappiamo e ciò
che finanziamo si è aperta una distanza pericolosa. E non esistono maggioranze
parlamentari che, in direzione ostinata e contraria rispetto alla realtà,
riescano a batterla per alzata di mano.
L'articolo Il cambiamento climatico è un fenomeno in atto: se l’Europa resta a
guardare è per scelta politica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump si appresta ad annunciare il più radicale smantellamento delle
politiche per il clima finora attuato dagli Usa, primo contributore storico alle
emissioni responsabili del riscaldamento globale. La sua amministrazione,
infatti, sta per abrogare la ‘endangerment finding’ del 2009, conclusione
scientifica adottata sotto la presidenza dell’ex presidente democratico Barack
Obama. Il testo stabilisce che sei gas a effetto serra (tra cui anidride
carbonica e metano) sono pericolosi per la salute pubblica e rientrano, quindi,
nella categoria degli inquinanti regolamentati dall’agenzia federale. Lo riporta
in esclusiva il Wall Street Journal, sottolineando che si tratta di un passo
indietro senza precedenti nella politica climatica Usa. E di passi indietro gli
Stati Uniti ne hanno fatti tanti, anche recenti, come l’uscita dall’Accordo di
Parigi. Ma l’endangerment finding ha fornito la base giuridica per le norme
climatiche dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa) ed è stata il
punto di partenza per le leggi che poi hanno posto limiti alle emissioni delle
centrali elettriche e inasprito gli standard relativi al carburante per i
veicoli ai sensi del Clean Air Act. Di fatto, tra le regolamentazioni che la
revoca del provvedimento potrebbe permettere a Trump di smantellare ci sono
proprio quelle riguardanti le centrali elettriche.
CHE COS’È LA ‘ENDANGERMENT FINDING’
Il testo del 2009 è stato adottato alla fine di un percorso iniziato in seguito
a una sentenza della Corte Suprema del 2007, ‘Massachusetts contro l’Environment
protection Agency’, che aveva stabilito che i gas serra sono inquinanti ai sensi
del Clean Air Act, incaricando l’Epa di determinare se rappresentassero un
pericolo per la salute e il benessere pubblico. Dal 2009 la scoperta è stata
inserita non solo nel Clean Air Act, che regola le emissioni dei veicoli, ma in
tantissime altre leggi che riguardano l’ambiente. Di conseguenza, la sua
abrogazione comporterebbe la revoca immediata dell’obbligo di standard federali
sulle emissioni di gas serra.
LA CONFERMA DELLA CASA BIANCA E LE REAZIONI
“Questa settimana formalizzeremo la deregolamentazione per rovesciare la base
giuridica dell’era Obama riguardo alle norme federali sui gas serra” ha
annunciato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, durante un briefing
con la stampa. Per l’amministrazione di Donald Trump si tratta di una semplice
“deregulation”, ma per l’amministratore dell’agenzia per l’ambiente, Lee Zeldin,
“sia tratta del più grande atto di deregolamentazione nella storia degli Stati
Uniti”, come ha dichiarato al Wall Street Journal. Per le organizzazioni e i
ricercatori che lottano contro il cambiamento climatico, questa decisione
potrebbe aprire la strada allo smantellamento di altre politiche ecologiste
negli Stati Uniti. “Trump sta conducendo il Paese in un vicolo cieco” ha
sottolineato Dan Becker, dell’ong ambientalista Center for Biological Diversity.
“Questa misura è illegale, ignora i dati scientifici e nega la realtà” ha
spiegato il governatore democratico della California, Gavin Newsom, acceso
oppositore di Donald Trump, in una dichiarazione congiunta con Tony Evers,
governatore democratico del Wisconsin. La decisione di abolire la valutazione
dell’era Obama potrebbe anche creare nuova incertezza per le aziende con
attività globali, intrappolate tra standard ambientali più bassi in patria e
norme più rigide sulle emissioni all’estero. I gruppi ambientalisti hanno già
annunciato che combatteranno in tribunale, ma probabilmente ci vorranno anni
prima che il contenzioso sia risolto. Nel frattempo, l’amministrazione potrebbe
applicare le nuove regole con risultati nefasti.
LA CORSA (ANACRONISTICA) AL CARBONE
Ma non è tutto: Trump dovrebbe annunciare anche un ordine esecutivo che ordina
la Dipartimento della Difesa di acquistare elettricità da centrali a carbone.
L’amministrazione intende stanziare finanziamenti a cinque centrali, in West
Virginia, Ohio, North Carolina e Kentucky per la rimessa in servizio e
l’ammodernamento degli impianti. Un impegno che gli regalerà il prestigioso
Undisputed Champion of Coal conferito dal Washington Coal Club, premio di un
gruppo pro-carbone legato all’industria dei combustibili fossili. D’altronde,
sin dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha cercato di abrogare le norme che
i suoi alleati nel settore petrolifero e del gas hanno definito eccessivamente
onerose, ostacolando in tutti i modi le rinnovabili. Ha assegnato incarichi e
firmato nomine a chi proveniva o era vicino al settore dei combustibili fossili
che, in più di un’occasione, il presidente americano ha definito vitali per
l’economia e la sicurezza nazionale, sostenendo che una maggiore dipendenza da
essi contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia, praticamente ribaltando
decenni di studi e ricerche sull’ambiente. In un tempo in cui sembrava non si
potesse più essere negazionisti e in cui Trump stesso sosteneva di averci
ripensato, alla fine il presidente Usa è rimasto ancorato alla sua
drammaticamente celebre frase “il riscaldamento climatico è una bufala”.
L'articolo Trump pronto al colpo di grazia su politiche climatiche e limiti ai
gas serra decisi da Obama. “La più grande deregolamentazione nella storia”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Scrivevo 15 anni fa che, a cadenza mensile, un disastro idrogeologico colpiva un
grande insediamento nel mondo. Àtropo non aveva scelto a caso, ma la scelta
sarebbe stata percepita affatto casuale. Ora, la scala dei tempi si è ridotta:
la cadenza è diventata settimanale, se non giornaliera. Per esempio, a gennaio
2026:
– In Africa, si contano provvisoriamente 146 vittime e 700mila sfollati in
Mozambico. Più di 30 vittime e migliaia di sfollati in Sudafrica, dove è stato
dichiarato lo stato di calamità nazionale. Tra Zimbabwe, eSwatini, Madagascar,
Malawi, Tanzania, Zambia, sono riportati almeno 200 morti e 800mila sfollati.
– In Asia, le vittime di frane e inondazioni sono state circa 1.200 in
Indonesia, con più di 100mila sfollati e una grave crisi epidemica. In Malesia e
nella Thailandia meridionale, il ciclone Senyar ha causato vaste e diffuse
inondazioni e frane. Le straordinarie nevicate hanno causato più di 40 vittime
in Giappone.
– In Europa, la tempesta Kristin ha causato 5 vittime in Portogallo, dopo che la
tempesta Goretti aveva lasciato al buio quasi 400mila case in Francia, causando
almeno 10 vittime nel nord Europa. Migliaia di persone sono state evacuate in
Bavaria e nel Baden-Wuerttemberg, dove si contano almeno due vittime, mentre il
Reno ha lambito il livello di guardia a Colonia. Nei Balcani, gravi alluvionali
hanno colpito varie regioni del Kosovo, della Moldavia e dell’Albania.
Sull’impatto delle mareggiate in Calabria, Sicilia e Sardegna; e sulla frana di
Niscemi sappiamo tutto, anche il superfluo alimentato da generosi contributi di
social expertise.
– Nelle Americhe, l’area metropolitana di Chicago è stata interessata da gravi e
diffuse inondazioni urbane, così come la contea di Tehama in California, con
minori danni. In Cile, la regione desertica di Antofagasta ha subito gravi
inondazioni e una devastante alluvione lampo ha colpito la capitale, Santiago;
mentre il sud del paese è stato messo in ginocchio dagli incendi boschivi.
Alluvioni lampo hanno devastato la provincia argentina di Mendoza, così come
Medellin in Colombia, dove la costa caraibica ha subito l’impatto di fortissime
mareggiate.
– In Oceania, le piogge torrenziali hanno provocato danni alle infrastrutture e
l’evacuazione precauzionale in molte località nel Queensland settentrionale,
mentre il sud-ovest subiva una ondata di calore estremo. La Nuova Zelanda è
stata colpita da una serie di cicloni tropicali, causa di frane e inondazioni
nel nord del paese.
Nonostante che gennaio sia un mese normalmente avaro di disastri idrogeologici,
l’elenco è lacunoso. Alla radice dei disastri di gennaio 2026 ci sono nubifragi
localizzati, cicloni tropicali, piogge prolungate, mareggiate. E territori
fragili. L’Italia è sì uno sfasciume pendulo sul mare, ma solo uno dei tanti
sulla Terra.
A fronte della crescente vulnerabilità climatica del pianeta, il mondo fa
pochissimo. L’allerta non è sempre pronta né l’allarme efficace; e la
pianificazione consapevole del territorio rimane una illusione. Perfino la
copertura assicurativa dei danni −misura utile ma solo per chi se la può
permettere− mostra la corda.
L’Italia si distingue, indossa una maschera bifronte. Da noi, la previsione è
sempre più precisa e precoce, tenuto conto della complessità idrometeorologica.
La gente è sempre più consapevole e attenta ai propri comportamenti, come
testimoniano le zero vittime a gennaio 2026. La gestione della fase emergenziale
è uno dei rari esempi virtuosi di efficace coordinamento nazionale e locale. La
prevenzione, per contro, resta un miraggio.
“Prevedere e prevenire” invocava il giornalista Cesare Viazzi della Rai, in
telecronaca dal fango di Genova, devastata dall’alluvione nel 1970. In mezzo
secolo abbiamo conseguito ottimi risultati nel prevedere e intervenire in modo
tempestivo. Ma la prevenzione ha tuttora una brutta faccia. Si previene di rado
e anche male, quando la politica sostituisce i tecnici. Talora lo fa in proprio,
talora sotto altrui spoglie, quelle di esperti scientifici e tecnici modesti,
specie se rigorosamente lottizzati come talora accade.
Nel commentare la telecronaca olimpica di un telecronista Rai dei nostri giorni,
Michele Serra afferma che “per occupare militarmente un territorio vasto come
l’informazione pubblica, servono forze delle quali i meloniani non dispongono,
né per quantità né per qualità” (La Repubblica, 8/2/2026). È un argomento
trasferibile all’assetto del territorio, altrettanto vasto? Forse sì, con
qualche eccezione e solo a patto di sostituire “meloniani” con “tutti i
governanti del terzo millennio”, tranne la breve stagione gialloverde, fuori
tempo massimo. Per verificare la congettura di Serra basta scorrere la
composizione dei vari organi d’indirizzo e controllo dove, nei Trent’Anni
Favolosi del dopoguerra, la politica chiamava i migliori scienziati e i
professionisti più esperti.
Credere che l’incuria sia un esclusivo difetto della politica è fuorviante. Di
fronte alla edificabilità di un terreno, la gente preferisce dimenticare.
Giochiamo alla roulette, fiduciosi che la forbice della Parca recida un altro
filo, non il nostro, magari quello del vicino. Quasi vent’anni fa proponemmo una
sorta di certificazione di resilienza degli edifici nei confronti dei rischi
naturali. Poteva diventare una nuova casella catastale, graduata in base a
criteri oggettivi di rischio. Applausi: molti. Effetti pratici: zero.
Meglio non sapere. Meglio dimenticare. La politica − non tanto per interesse
diretto quanto per lisciare il pelo dell’elettore − spinge ad ammorbidire i
vincoli alla urbanizzazione e al consumo di suolo, aiutando a dimenticare. Non
solo in Italia: avviene in tutti i paesi del mondo.
L'articolo A fronte della crescente vulnerabilità climatica del pianeta, il
mondo fa pochissimo. E l’Italia si distingue proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Stephanie Brancaforte e Massimiliano Perna
Il ciclone Harry che ha colpito la Sicilia, provocando danni stimati in un paio
di miliardi di euro, è stato ignorato per giorni da media e governo nazionale.
L’incredibile furia distruttiva del vento, con raffiche di oltre 60 km/h, e del
mare, con onde che hanno raggiunto i 15 metri di altezza, ha lasciato una lunga
scia di danni, risparmiando le persone solo grazie al funzionamento dell’allerta
preventiva, diramata dalla protezione civile regionale.
L’assenza di vittime ha forse reso “poco attraente” la vicenda per il mainstream
nazionale e per il governo. Niente copertura mediatica, né trasmissioni o
“speciali”, nessun accenno da parte della premier, né solidarietà, in un Paese
che, sui social, ha invece vomitato razzismo nei confronti delle popolazioni
colpite.
La questione, allora, è un po’ più profonda e chiama in causa una atavica
indifferenza nei confronti del Meridione e, in particolare, della Sicilia,
un’isola che per il nostro Paese esiste solo da maggio a ottobre, quando
accoglie milioni di turisti. Un’indifferenza che muta poi in pregiudizio, ogni
volta che un evento climatico sferza il territorio dell’isola, già segnato, come
altre aree della Penisola, da un grave dissesto idrogeologico, come ci ricorda
l’emblematico caso di Niscemi.
Un pregiudizio che emerge con soddisfatta cattiveria dentro una parola ben
precisa: abusivismo. Peccato, però, che l’abusivismo c’entri fino a un certo
punto, perché la furia del mare ha invaso il centro di antichi borghi marinari,
colpito porti, ferrovie, abbattuto muri, frangiflutti, costoni di roccia.
Sicuramente, la natura si è ripresa anche spazi occupati da un’antropizzazione
incosciente e irregolare, spazzando via anche stabilimenti balneari permanenti e
costruzioni sorte senza regole, ed è per questo che è necessario, nel dibattito
sulla ricostruzione, pretendere che ci sia un cambiamento, che non si torni a
occupare gli stessi identici spazi. Insomma, c’è l’occasione per ripartire in
armonia con la natura e le sue leggi.
Al riguardo, è interessante quanto sostiene transistor, che propone di
trasformare questo disastro “in una possibilità di transizione ecologica
inclusiva”. Vale a dire, non ripristinare ciò che il mare ha spazzato via, ma
dar luogo a una “rinascita resiliente”, che preveda delle Nature-Based Solutions
(Nbs), soluzioni mirate a garantire la sostenibilità degli ecosistemi naturali.
Si parla di rinaturalizzazione delle coste, con l’integrazione di dune costiere,
praterie di Posidonia e zone umide, tutte cose che consentirebbero di ridurre
l’erosione del 50-70%, agendo come barriere naturali adattive contro
l’innalzamento dei mari. E poi la messa in sicurezza delle aree costiere, sempre
più soggette alla furia dei cicloni. Ricostruire seguendo principi di
sostenibilità permetterà di risparmiare sui disastri futuri.
Tornando al silenzio di Meloni&co. sugli effetti di “Harry”, c’è un altro
aspetto che può provare a spiegarlo. Riguarda l’imbarazzo di un governo
notoriamente scettico, spesso con toni derisori, sul cambiamento climatico, e
deciso a sprecare risorse preziose sul progetto del ponte sullo Stretto. Ecco,
davanti a un ciclone che mette a nudo lo sgretolamento di un’isola segnata da
problemi idrogeologici seri, forse gli alfieri del ponte hanno preferito tacere.
Ma non è tutto. In questi giorni, l’Italia ha votato, insieme a quasi tutti i
paesi europei, il regolamento che prevede lo stop di importazione di gas dalla
Russia di Putin, in guerra con l’Ucraina. Con il naturale risvolto di aumentare
le importazioni di gas dagli Usa, gli stessi che minacciano l’Europa con la
politica dei dazi e con le mire sulla Groenlandia e che stanno rilanciando il
fossile a svantaggio delle rinnovabili, rallentando o addirittura riportando
all’indietro la transizione ecologica. Quella transizione che, riducendo le
emissioni e l’impatto sul clima, eviterebbe il susseguirsi e l’aumento di eventi
climatici catastrofici.
Il ciclone Harry, dunque, dovrebbe essere di insegnamento: da un lato,
stimolando una ricostruzione virtuosa che non ripeta gli errori del passato,
facendo prevalere l’interesse pubblico su quello privato e tutelando
l’incolumità dei cittadini, attraverso un piano mirato a “curare” il dissesto
idrogeologico; dall’altro, offrendo uno sguardo lungimirante sul futuro, che
consideri prioritaria e non più rinviabile la lotta al cambiamento climatico,
attraverso l’abbandono del fossile e delle importazioni del gas e la transizione
energetica verso le rinnovabili.
L'articolo Ciclone Harry, il futuro passa da una ricostruzione sostenibile e
dalla transizione ecologica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre a Niscemi gli edifici continuano a crollare, con oltre 1.300 sfollati
senza casa, in uno scenario catastrofico che vede Sicilia, Calabria e Sardegna
contare oltre 2,5 miliardi di euro di danni, appare sempre più evidente come la
problematica nazionale cesserà di esistere quando il clamore mediatico
terminerà. Dopodiché, la questione verrà declassificata come ‘meridionale’ e,
quindi, da ristorare coi fondi già destinati ai cittadini del Sud. In altre
parole, se il cataclisma fosse avvenuto al Nord, si sarebbero attivati ben altri
meccanismi emergenziali e, come già avvenuto, sarebbe stato lo Stato a risarcire
i danni.
Senza andare troppo indietro nel tempo, per far fronte all’alluvione in
Emilia-Romagna, nel 2023, sono stati stanziati oltre 2,5 miliardi di euro per le
zone colpite, prevedendo misure straordinarie pur di far cassa. Addirittura s’è
autorizzata l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ad effettuare estrazioni
straordinarie del Lotto e del Superenalotto. E, ancora, s’è introdotto un
sovrapprezzo di un euro per l’accesso ai musei statali così come si sono venduti
i beni mobili oggetto di confisca amministrativa dell’agenzia delle Dogane.
Insomma, per questa catastrofe sono stati tutti gli italiani a mettere mano al
portafoglio, com’è giusto che sia. Un po’ come avvenne a seguito dell’alluvione
della Valtellina, nel 1987, quando furono stanziati 2.400 miliardi di lire, pari
a 1,2 miliardi di euro, un importo con pochi precedenti nella storia.
E per i territori colpiti dal ciclone Harry che ha flagellato Sicilia, Sardegna
e Calabria? Al momento risultano pervenuti sui tavoli regionali appena 100
milioni, un venticinquesimo dei danni calcolati. Ma non vi preoccupate, perché
il governo ha già in mente altre soluzioni, e cioè di risarcire i meridionali
coi loro stessi soldi. Un po’ come il gioco delle tre carte.
Che significa? Che mentre per l’Emilia Romagna lo Stato è arrivato ad aumentare
il prezzo dei biglietti dei musei pur di far cassa, per il cataclisma che ha
attanagliato negli ultimi giorni il Sud, con una frana più imponente di quella
del Vajont, il governo sembra intenzionato ad utilizzare le risorse del Fondo
per lo Sviluppo e la Coesione. Almeno questo è ciò che ha dichiarato in
un’intervista al Corriere della Sera, il presidente della Regione Siciliana
Renato Schifani: “Per reperire ulteriori risorse, raccogliendo l’appello della
premier, stiamo valutando anche il disimpegno di alcuni fondi Fsc che non hanno
rispettato il cronoprogramma”.
Per chi non lo sapesse, il fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) rappresenta
uno strumento cardine della cornice di politica di coesione che sorregge, in
particolare per il Mezzogiorno, un percorso di sviluppo economico, sociale e
territoriale che mira a ridurre le disparità storiche tra le diverse aree del
paese. Tra l’altro, il suo utilizzo è già vincolato, per l’80%, alle regioni
meridionali. Il che significa che l’Esecutivo, anziché utilizzare risorse
nazionali per ristorare i danni, vuole far cassa attraverso una dotazione
straordinaria (l’FSC) che dovrebbe essere utilizzata per altri scopi, ovvero per
ridurre i divari territoriali, e non certo per pagare i danni post-cataclismi.
Il quesito è: perché a ristorare l’alluvione dell’Emilia sono stati tutti gli
italiani mentre i danni dell’uragano Harry devono essere rimborsati con una
dotazione che, per l’80%, è già prevista per il Mezzogiorno e, per di più,
destinata a ben altro, ovvero ad assottigliare il gap Nord-Sud?
Probabilmente, perché lo Stato non è nemmeno in grado di utilizzare i fondi FSC
come dovrebbe. Basti pensare che, analizzando i dati della Programmazione FSC
2021-2027 (aggiornati al 30 giugno 2025), si desume che “rispetto al totale di
risorse programmate nell’ambito degli accordi per la coesione, a valere sulla
programmazione Fsc 2021-2027 e sul Fondo di Rotazione pari complessivamente a
circa 30 miliardi di euro, l’avanzamento in termini di impegni presi ammonta al
12,6%. Analogamente, i pagamenti effettivamente messi in campo sfiorano appena
il 3,8%”. E quindi, dato che questa dotazione si usa poco e male, allora è
lecito utilizzarla come bancomat di disastri naturali al Sud. Insomma, è
evidente che esistono sismi e alluvioni di serie A e di serie B, secondo la
latitudine in cui si verificano.
L'articolo Ciclone Harry, il governo ha la soluzione: risarcire i meridionali
coi loro stessi soldi proviene da Il Fatto Quotidiano.
A cura di Giulio De Meo e Enzo Fasulo
Gran parte del Sud Italia è stato colpito nei giorni scorsi dal ciclone Harry,
un violento evento meteorologico che ha provocato gravi disagi e danni economici
che superano di gran lunga i 2 miliardi di euro. Tra il 19 e il 21 gennaio sono
state registrate raffiche di vento fino a 120 Km/h, piogge torrenziali e
mareggiate fino ai 9 metri che hanno messo in ginocchio il territorio, causando
allagamenti, frane e l’interruzione di numerosi servizi essenziali. Il fenomeno
ha richiesto l’intervento di ben 1600 vigili del fuoco e ha causato danni
pesantissimi: solo in Sicilia si stimano perdite per circa 2 miliardi di euro.
Il ciclone si è sviluppato come un intenso sistema di bassa pressione alimentato
da forti contrasti tra masse d’aria e da un Mediterraneo insolitamente caldo.
Secondo numerosi studi scientifici, infatti, l’aumento delle temperature globali
e marine sta rendendo i fenomeni atmosferici estremi sempre più frequenti e
intensi: mari più caldi forniscono maggiore energia alle perturbazioni, e quindi
favoriscono lo sviluppo di cicloni mediterranei capaci di produrre
precipitazioni violente e mareggiate distruttive.
Effetti devastanti si sono registrati anche a Niscemi, nell’entroterra
siciliano, che in questi giorni è vittima di una serie di frane e smottamenti
che hanno letteralmente squarciato il tessuto viario. Il fango ha reso
impraticabili le principali vie di comunicazione, isolando intere aree del
centro abitato e mettendo a rischio l’incolumità dei residenti.
L’antimeridionalismo però non si ferma nemmeno davanti alla crisi climatica: si
è assistito, infatti, ad un grande vuoto lasciato dallo Stato. A fronte di oltre
2 miliardi di danni, il Consiglio dei ministri ha stanziato solo 100 milioni,
diviso tra tre regioni. 33,3 milioni per regione, una cifra più che irrisoria
che non potrà mai tutelare lǝ lavoratorǝ, un numero che rappresenta più una
presa in giro che la reale volontà di aiutare la popolazione locale. La notizia
del Sud martoriato da una catastrofe climatica non ha nemmeno trovato spazio nei
media, i telegiornali hanno trattato la questione sbrigativamente, con un
minutaggio misero.
Sui social sono nate diverse iniziative di autofinanziamento, supportate da
artistǝ, organizzazioni e associazioni locali. Per quanto simili azioni siano
lodevoli, è evidente che da sole non possano bastare. Inoltre, nonostante la
drammaticità della situazione, le sezioni commenti di post, TikTok, reel o
articoli si riempiono di insulti e giudizi discriminatori che tendono a
colpevolizzare la popolazione locale. La maggior parte degli utenti tendono a
giustificare l’accaduto, brandendo il tema del presunto abusivismo che
infliggerebbe la totalità del Meridione. Viene da chiedersi: come mai quando
queste disgrazie accadono al Nord, la reazione non è mai quella di giudicare le
vittime ma mostrare empatia, invece ora si esprime giudizio a persone che si
sono ritrovate senza dimora? Evidentemente, parte della Nazione ritiene il Sud
indegno di empatia. Dov’è lo Stato quando il Meridione non serve a fini
propagandistici?
Il tema dell’abusivismo viene infatti usato come un’arma di distrazione di
massa, serve a deresponsabilizzare il governo centrale e a giustificare l’invio
di aiuti insignificanti rispetto a quanto stanziato in situazioni analoghe
avvenute in altre zone del Paese. È una retorica che uccide la solidarietà e
normalizza l’abbandono. Sussiste, nei fatti, un doppio standard che riserva
sostegno e solidarietà solo da Roma in su e colpevolizza le vittime meridionali.
Il ciclone non ha fatto altro che amplificare delle fragilità strutturali,
ovvero che dipendono dalle scelte politiche e dalle gerarchie che si sono
consolidate nel corso del tempo. Citando Gramsci, la questione meridionale è un
sistema di corresponsabilità tra il capitalismo settentrionale e le classi
dirigenti del Sud Italia. È così che il Mezzogiorno si è ridotto in una
posizione subalterna, a un terreno di scambio politico-economico rispetto al
Settentrione.
Questa subalternità è il risultato di una precisa volontà politica che si
manifesta oggi con la negligenza climatica. Il Mezzogiorno paga le conseguenze
di una crisi globale gestita con strumenti inadeguati e discriminatori. Non è
più accettabile parlare di unità nazionale solo quando si tratta di estrarre
risorse, voti o manodopera dal Meridione, per poi voltarsi dall’altra parte
quando lo stesso territorio è vittima di calamità naturali simili.
L'articolo Se i danni del clima sono al Sud la colpa è degli abitanti: così lo
Stato deresponsabilizza se stesso proviene da Il Fatto Quotidiano.