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Ciclone Harry, il governo ha la soluzione: risarcire i meridionali coi loro stessi soldi
Mentre a Niscemi gli edifici continuano a crollare, con oltre 1.300 sfollati senza casa, in uno scenario catastrofico che vede Sicilia, Calabria e Sardegna contare oltre 2,5 miliardi di euro di danni, appare sempre più evidente come la problematica nazionale cesserà di esistere quando il clamore mediatico terminerà. Dopodiché, la questione verrà declassificata come ‘meridionale’ e, quindi, da ristorare coi fondi già destinati ai cittadini del Sud. In altre parole, se il cataclisma fosse avvenuto al Nord, si sarebbero attivati ben altri meccanismi emergenziali e, come già avvenuto, sarebbe stato lo Stato a risarcire i danni. Senza andare troppo indietro nel tempo, per far fronte all’alluvione in Emilia-Romagna, nel 2023, sono stati stanziati oltre 2,5 miliardi di euro per le zone colpite, prevedendo misure straordinarie pur di far cassa. Addirittura s’è autorizzata l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ad effettuare estrazioni straordinarie del Lotto e del Superenalotto. E, ancora, s’è introdotto un sovrapprezzo di un euro per l’accesso ai musei statali così come si sono venduti i beni mobili oggetto di confisca amministrativa dell’agenzia delle Dogane. Insomma, per questa catastrofe sono stati tutti gli italiani a mettere mano al portafoglio, com’è giusto che sia. Un po’ come avvenne a seguito dell’alluvione della Valtellina, nel 1987, quando furono stanziati 2.400 miliardi di lire, pari a 1,2 miliardi di euro, un importo con pochi precedenti nella storia. E per i territori colpiti dal ciclone Harry che ha flagellato Sicilia, Sardegna e Calabria? Al momento risultano pervenuti sui tavoli regionali appena 100 milioni, un venticinquesimo dei danni calcolati. Ma non vi preoccupate, perché il governo ha già in mente altre soluzioni, e cioè di risarcire i meridionali coi loro stessi soldi. Un po’ come il gioco delle tre carte. Che significa? Che mentre per l’Emilia Romagna lo Stato è arrivato ad aumentare il prezzo dei biglietti dei musei pur di far cassa, per il cataclisma che ha attanagliato negli ultimi giorni il Sud, con una frana più imponente di quella del Vajont, il governo sembra intenzionato ad utilizzare le risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. Almeno questo è ciò che ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera, il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani: “Per reperire ulteriori risorse, raccogliendo l’appello della premier, stiamo valutando anche il disimpegno di alcuni fondi Fsc che non hanno rispettato il cronoprogramma”. Per chi non lo sapesse, il fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) rappresenta uno strumento cardine della cornice di politica di coesione che sorregge, in particolare per il Mezzogiorno, un percorso di sviluppo economico, sociale e territoriale che mira a ridurre le disparità storiche tra le diverse aree del paese. Tra l’altro, il suo utilizzo è già vincolato, per l’80%, alle regioni meridionali. Il che significa che l’Esecutivo, anziché utilizzare risorse nazionali per ristorare i danni, vuole far cassa attraverso una dotazione straordinaria (l’FSC) che dovrebbe essere utilizzata per altri scopi, ovvero per ridurre i divari territoriali, e non certo per pagare i danni post-cataclismi. Il quesito è: perché a ristorare l’alluvione dell’Emilia sono stati tutti gli italiani mentre i danni dell’uragano Harry devono essere rimborsati con una dotazione che, per l’80%, è già prevista per il Mezzogiorno e, per di più, destinata a ben altro, ovvero ad assottigliare il gap Nord-Sud? Probabilmente, perché lo Stato non è nemmeno in grado di utilizzare i fondi FSC come dovrebbe. Basti pensare che, analizzando i dati della Programmazione FSC 2021-2027 (aggiornati al 30 giugno 2025), si desume che “rispetto al totale di risorse programmate nell’ambito degli accordi per la coesione, a valere sulla programmazione Fsc 2021-2027 e sul Fondo di Rotazione pari complessivamente a circa 30 miliardi di euro, l’avanzamento in termini di impegni presi ammonta al 12,6%. Analogamente, i pagamenti effettivamente messi in campo sfiorano appena il 3,8%”. E quindi, dato che questa dotazione si usa poco e male, allora è lecito utilizzarla come bancomat di disastri naturali al Sud. Insomma, è evidente che esistono sismi e alluvioni di serie A e di serie B, secondo la latitudine in cui si verificano. L'articolo Ciclone Harry, il governo ha la soluzione: risarcire i meridionali coi loro stessi soldi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Se i danni del clima sono al Sud la colpa è degli abitanti: così lo Stato deresponsabilizza se stesso
A cura di Giulio De Meo e Enzo Fasulo Gran parte del Sud Italia è stato colpito nei giorni scorsi dal ciclone Harry, un violento evento meteorologico che ha provocato gravi disagi e danni economici che superano di gran lunga i 2 miliardi di euro. Tra il 19 e il 21 gennaio sono state registrate raffiche di vento fino a 120 Km/h, piogge torrenziali e mareggiate fino ai 9 metri che hanno messo in ginocchio il territorio, causando allagamenti, frane e l’interruzione di numerosi servizi essenziali. Il fenomeno ha richiesto l’intervento di ben 1600 vigili del fuoco e ha causato danni pesantissimi: solo in Sicilia si stimano perdite per circa 2 miliardi di euro. Il ciclone si è sviluppato come un intenso sistema di bassa pressione alimentato da forti contrasti tra masse d’aria e da un Mediterraneo insolitamente caldo. Secondo numerosi studi scientifici, infatti, l’aumento delle temperature globali e marine sta rendendo i fenomeni atmosferici estremi sempre più frequenti e intensi: mari più caldi forniscono maggiore energia alle perturbazioni, e quindi favoriscono lo sviluppo di cicloni mediterranei capaci di produrre precipitazioni violente e mareggiate distruttive. Effetti devastanti si sono registrati anche a Niscemi, nell’entroterra siciliano, che in questi giorni è vittima di una serie di frane e smottamenti che hanno letteralmente squarciato il tessuto viario. Il fango ha reso impraticabili le principali vie di comunicazione, isolando intere aree del centro abitato e mettendo a rischio l’incolumità dei residenti. L’antimeridionalismo però non si ferma nemmeno davanti alla crisi climatica: si è assistito, infatti, ad un grande vuoto lasciato dallo Stato. A fronte di oltre 2 miliardi di danni, il Consiglio dei ministri ha stanziato solo 100 milioni, diviso tra tre regioni. 33,3 milioni per regione, una cifra più che irrisoria che non potrà mai tutelare lǝ lavoratorǝ, un numero che rappresenta più una presa in giro che la reale volontà di aiutare la popolazione locale. La notizia del Sud martoriato da una catastrofe climatica non ha nemmeno trovato spazio nei media, i telegiornali hanno trattato la questione sbrigativamente, con un minutaggio misero. Sui social sono nate diverse iniziative di autofinanziamento, supportate da artistǝ, organizzazioni e associazioni locali. Per quanto simili azioni siano lodevoli, è evidente che da sole non possano bastare. Inoltre, nonostante la drammaticità della situazione, le sezioni commenti di post, TikTok, reel o articoli si riempiono di insulti e giudizi discriminatori che tendono a colpevolizzare la popolazione locale. La maggior parte degli utenti tendono a giustificare l’accaduto, brandendo il tema del presunto abusivismo che infliggerebbe la totalità del Meridione. Viene da chiedersi: come mai quando queste disgrazie accadono al Nord, la reazione non è mai quella di giudicare le vittime ma mostrare empatia, invece ora si esprime giudizio a persone che si sono ritrovate senza dimora? Evidentemente, parte della Nazione ritiene il Sud indegno di empatia. Dov’è lo Stato quando il Meridione non serve a fini propagandistici? Il tema dell’abusivismo viene infatti usato come un’arma di distrazione di massa, serve a deresponsabilizzare il governo centrale e a giustificare l’invio di aiuti insignificanti rispetto a quanto stanziato in situazioni analoghe avvenute in altre zone del Paese. È una retorica che uccide la solidarietà e normalizza l’abbandono. Sussiste, nei fatti, un doppio standard che riserva sostegno e solidarietà solo da Roma in su e colpevolizza le vittime meridionali. Il ciclone non ha fatto altro che amplificare delle fragilità strutturali, ovvero che dipendono dalle scelte politiche e dalle gerarchie che si sono consolidate nel corso del tempo. Citando Gramsci, la questione meridionale è un sistema di corresponsabilità tra il capitalismo settentrionale e le classi dirigenti del Sud Italia. È così che il Mezzogiorno si è ridotto in una posizione subalterna, a un terreno di scambio politico-economico rispetto al Settentrione. Questa subalternità è il risultato di una precisa volontà politica che si manifesta oggi con la negligenza climatica. Il Mezzogiorno paga le conseguenze di una crisi globale gestita con strumenti inadeguati e discriminatori. Non è più accettabile parlare di unità nazionale solo quando si tratta di estrarre risorse, voti o manodopera dal Meridione, per poi voltarsi dall’altra parte quando lo stesso territorio è vittima di calamità naturali simili. L'articolo Se i danni del clima sono al Sud la colpa è degli abitanti: così lo Stato deresponsabilizza se stesso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prima il ciclone poi la frana di Niscemi: la natura smentisce le bugie della destra
C’è un grande assente nel dibattito pubblico ormai da mesi, anzi di più. Il tema della crisi climatica, unito a quello della messa in protezione del nostro territorio (adattamento). Non se ne parla perché per la destra è un tema tabù. Qualcosa di assurdo, come se potessero essere tabù, che so, l’esistenza delle patologie tumorali o fatti scientifici sui quali dovrebbe esserci solo convergenza. E invece no: i due principali giornali della destra sono negazionisti climatici “puri”, e nessuno alza un dito per dire qualcosa. La premier e i suoi ministri non utilizzano né la parola clima né quella di crisi climatica, una evidenza scientifica completamente sottaciuta e trattata con fastidio. Di nuovo, come se si provasse fastidio a parlare, che so, di tempeste solari. Per fortuna, anche se non è questa l’espressione giusta ovviamente, la natura ha pensato da sola a smentire la marea di bugie su clima e adattamento delle destre. Prima il ciclone Harry, con almeno un miliardo di danni, poi la frana di Niscemi hanno ricordato con esistenza due verità. Che la crisi climatica esiste, che il riscaldamento dei mari rischia di provocare cicloni sempre più potenti contro i quali non siamo preparati. E che la messa in sicurezza del territorio, a partire da quello siciliano, è una delle cose più urgenti che ci siano. Di fatto, si spera, gli ultimi accadimenti probabilmente sentenziano la fine del Ponte sullo Stretto. E d’altronde, i conti sono presto fatti. Quelli che sono nel partito che grida ai costi del green, come il ministro Musumeci, ora urlano che servono soldi, perché la natura “presenta sempre il conto”. Un’affermazione un po’ rozza, ma che almeno in soldoni segnala un problema che nei palazzi dei ministri viene quasi del tutto ignorato. Il problema è che senza prevenzione e senza cultura scientifica non si può agire davvero, né a monte, come si dovrebbe, né a valle. Perché anche per sanare, per ricostruire, ci vuole consapevolezza di ciò che sta accadendo, dei fatti e della scienza dei fatti (e del clima). Come si può ad esempio ricostruire e cercare di adattare un territorio ai nuovi fenomeni estremi, se non si conosce ciò di cui sta parlando? Magari si ricostruirà senza però tenere conto del fatto che i fenomeni potrebbero, in base alle previsioni scientifiche, aumentare ancor più di potenza e dunque quell’adattamento, e qui soldi spesi, sarebbe inutile. Insomma, pure quando sembra che l’immediatezza sia spalare fango, bisogna sempre ricordare che l’immediatezza dovrebbe essere la prevenzione e una cultura scientifica che analizza i fenomeni, li spieghi e indichi le misure di reale adattamento e contrasto alla crisi climatica. L’assenza di questa cultura scientifica al governo è diventata ormai lancinante. Come da sempre va dicendo lo scienziato Antonello Pasini, ci vorrebbe un comitato scientifico sul clima, sull’adattamento e la mitigazione, che la politica dovrebbe consultare. Non si possono fare politiche ignorando la scienza e questo vale per tutti gli ambiti, come per la salute, ma a maggior ragione quando i cicloni devastano il territorio italiano e le frane creano sfollati e famiglie sul lastrico. Invece ci sarà la solita passerella, si stanzieranno fondi che non bastano, e i territori saranno abbandonati a loro stessi. Fino al prossimo episodio, fino al prossimo dramma. Come cittadini non possiamo molto, perché il governo e la cura del territorio lo fanno le istituzioni. Dobbiamo però diventare più consapevoli dei rischi che corriamo nella zona in cui viviamo. Delle criticità, delle emergenze. Perché purtroppo solo una viva e radicale protesta dal basso potrebbe smuovere le istituzioni. Ci vorrebbe ad esempio ora un’immensa manifestazione di piazza, o tantissime piazze, per chiedere che i soldi del Ponte vengano dirottati sulla cura del territorio. Ci vorrebbero anche proteste locali, richieste di messa in sicurezza. È faticoso, è difficile. Ma se le amministrazioni locali e nazionali non fanno nulla, meglio cominciare almeno con forza a chiedere di essere protetti. A chiedere di ascoltare la scienza. A chiedere soprattutto di smetterla con un immobilismo insopportabile e antiscientifico che causa drammi e lutti. E sempre più li causerà nei prossimi anni. L'articolo Prima il ciclone poi la frana di Niscemi: la natura smentisce le bugie della destra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Siamo entrati nell’era della ‘bancarotta idrica’. A qualcuno importa?
Accompagnata da una drammatica fotografia del Lago Mead, il più grande lago artificiale degli Usa, è uscita in questi giorni la nuova puntata di Tracking Extinction, il magazine indipendente curato da Elisabetta Corrà, una delle maggiori esperte in Italia di problematiche in tempi di Antropocene e di sesta estinzione (ricordando il drammatico libro di Elizabeth Kolbert). Questa volta il tema è l’acqua e questo il drammatico esordio: “Siamo entrati, ora è ufficiale, in una ‘water bankruptcy’, la bancarotta idrica globale, che segna l’ingresso dell’umanità e della Terra in una nuova era”. Per decenni l’umanità ha prelevato più acqua di quanta clima e idrologia terrestre ne potessero ripristinare. La disponibilità di acqua dolce sul Pianeta (e quindi il ciclo globale dell’acqua: evaporazione-precipitazioni-stoccaggio di CO2 nei ghiacci perenni) ha cioè superato il punto di non ritorno, la “soglia di sicurezza” del Sistema Terra (safe planetary boundary). Siamo in “water overshoot”. Ma Elisabetta non è un’allarmista, è una studiosa seria e documentata e se parla di bancarotta del ciclo dell’acqua lo fa perché ci sono studi che sostengono tale tesi. In particolare, questa volta, si tratta di un documento licenziato da un organismo super partes lo United Nations University Institute for Water, Environment and Health (UNU-INWEH), uno dei “bracci accademici” delle Nazioni Unite, creato nel 1996. E forse non è un caso che lo studio venga subito dopo che le Nazioni Unite hanno decretato il 2025 come l’anno internazionale per la conservazione dei ghiacciai. Quei ghiacciai che si stanno estinguendo al ritmo di circa 800 all’anno, anche se di pochi si celebrano i funerali… E, a proposito di numeri, l’articolo ne riporta alcuni che definire terribili è poco: almeno tre quarti della popolazione mondiale vive ormai in regioni con carestia idrica permanente; il 70% delle maggiori falde acquifere del mondo è in declino; negli ultimi cinquant’anni sono scomparsi 410 milioni di ettari di zone umide, quasi la metà nell’Unione Europea; l’acqua dolce non solo è sempre più inquinata (derivati chimici industriali, residui di prodotti farmaceutici, fertilizzanti, pesticidi, acque di scolo, salinizzazione), ma anche sempre più contaminata da feci animali. E qui si aprirebbe l’altrettanto drammatico tema di quanta acqua viene utilizzata per alimentare colture intensive che a loro volta alimentano animali da macello. Così Raveh Madani, principale autore del report e direttore della UNU-INWEH: “Il problema con espressioni come water stress e water crisis è che questa terminologia suona come temporanea e gestibile, quindi fallisce nel comunicare correttamente la perdita di resilienza del circolo globale dell’acqua. Queste parole non comunicano, in sostanza, che queste sono condizioni irreversibili”. In ultimo vale la pena sottolineare che l’articolo e il report escono proprio nei giorni in cui è in corso a Davos il Forum Economico Mondiale, ossia il summit del capitalismo mondiale, che finché esisterà (il capitalismo intendo) abbiamo la certezza che la salute della Terra in tutti i suoi elementi andrà sempre più peggiorando. E lo scioglimento dei ghiacci dell’Artide sarà solo un’occasione per far viaggiare più velocemente le merci. L'articolo Siamo entrati nell’era della ‘bancarotta idrica’. A qualcuno importa? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tutti gli errori dietro ai danni del ciclone Harry, a partire dai fondi Pnrr sottratti al Sud
Il ciclone Harry che ha devastato, in particolare, la Sicilia orientale, la Calabria ionica centro meridionale e la Sardegna impone delle riflessioni. La prima riguarda la innegabile potenza inusuale della tempesta che dimostra ancora una volta, per chi si ostina ancora a negarla, la drammatica attualità dei cambiamenti climatici. I danni del ciclone sono stati tremendi: porti distrutti, infrastrutture ferroviarie pesantemente danneggiate, strade devastate, spiagge cancellate, case e lidi distrutti, centinaia di imbarcazioni e autovetture colpite, servizi resi inagibili. I negazionisti dei cambiamenti climatici e coloro i quali si oppongono sistematicamente alle adozioni serie e concrete di misure tese ad affrontare le cause di questa tragedia ambientale sono da ritenere corresponsabili di questi eventi. Un’altra considerazione da fare è il cattivo utilizzo che istituzioni centrali e locali hanno fatto delle eccezionali risorse destinate al nostro Paese con i fondi Pnrr del dopo Covid. Un fiume di denaro pubblico che doveva essere destinato soprattutto ad opere strategiche, come la messa in sicurezza per scongiurare i pericoli incombenti del dissesto idrogeologico. Una grave occasione persa con evidenti responsabilità politiche. Inoltre non può negarsi la differenza inaccettabile e discriminatoria di risorse economiche destinate maggiormente al nord del Paese invece che al Sud. Deplorevole, poi, deve considerarsi la condotta del governo Meloni e della sua maggioranza che hanno deciso, anche in violazione della Costituzione, di aumentare spaventosamente la spesa militare, non per ragioni difensive ma offensive, a discapito di fondi da destinare per garantire i diritti fondamentali delle persone costituzionalmente protetti, tra cui il diritto alla sicurezza, alla salute e all’ambiente. Sono da considerare traditori della Costituzione sul piano etico, politico e giuridico. Non possono sottacersi, però, le gravi e stratificate responsabilità ai diversi livelli regionali e territoriali. Difatti, governi regionali e locali, di colori politici apparentemente diversi, che hanno adottato negli anni norme e provvedimenti che hanno danneggiato sul piano urbanistico, territoriale, ambientale e paesaggistico aree che andavano invece salvaguardate. E come, invece, amministratori pubblici che hanno operato coraggiosamente in difesa dei propri territori sono stati pesantemente ostacolati da poteri forti politici, economici e non di rado mafiosi, che agiscono con obiettivi speculativi e di profitti illeciti. Così come la cancellazione del reato di abuso d’ufficio rende molto spuntata ed inoffensiva la possibilità della magistratura di intervenire quando vi siano condotte che mettono in pericolo la sicurezza delle persone e dei territori. Ovviamente in questo quadro da scena di crimini ambientali non si possono negare anche le responsabilità di soggetti privati che non hanno esitato a realizzare opere e condotte incoscienti, talvolta scellerate e non di rado illegali. Da ultimo, il silenziatore che si sta mettendo per coprire quanto accaduto è davvero nauseante unitamente alle inadeguate risorse economiche che sinora il governo ha stanziato. Di notte trovano soldi per armi e guerre, si rendono anche complici di genocidi, per il resto gli italiani possono aspettare, soffrire, soccombere, se poi sono meridionali ancora di più. E si definiscono pure sovranisti e patrioti, ma sarebbe meglio qualificarli traditori. L'articolo Tutti gli errori dietro ai danni del ciclone Harry, a partire dai fondi Pnrr sottratti al Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Altre Niscemi? Non è un rischio, ma è una certezza”, Mario Tozzi e i rischi di dissesto e cambiamento climatico
“Altre Niscemi? Non è un rischio, ma è una certezza”. La frana che ha colpito la cittadina in provincia di Caltanissetta, non è un evento eccezionale, ma un segnale di un problema che affligge tutta l’Italia. In un’intervista a Leggo.it, Mario Tozzi mette in luce non solo le cause fisiche – note da due secoli e studiate nella loro pericolosità dal 1997 – e climatiche di questo cedimento, ma anche le gravi responsabilità legate alla mancanza di prevenzione e di un’adeguata pianificazione territoriale. Secondo il geologo e divulgatore ciò che è accaduto a Niscemi è un fenomeno che risale a più di trent’anni fa, aggravato da piogge intense e dal cambiamento climatico. Tuttavia, la vera colpa risiede nell’incapacità di intervenire in tempo: “C’era già una zona rossa, ma per anni non si è fatto nulla”. La vera emergenza, infatti, è la gestione disastrosa del territorio: “Abbiamo costruito troppo e male su un territorio fragile”, spiega Tozzi, sottolineando la crescente difficoltà di affrontare il disfacimento del nostro paese, che è sia naturale che provocato dall’uomo. Il rischio che altri centri italiani, come Niscemi, finiscano sotto il peso di frane e disastri simili non è un eventualità, ma una realtà che si sta concretizzando. Tozzi avverte che il cambiamento climatico non crea i problemi, ma li accelera, moltiplicando la frequenza e l’intensità dei disastri come avvenuto con il Ciclone Harry che ha colpito la Sicilia. Le opere ingegneristiche, seppur utili in alcuni casi, non sono la soluzione a lungo termine: “Non si può pensare di risolvere tutto con i muri o le grandi opere”, spiega il geologo, chiedendo un radicale cambio di approccio. La vera risposta, per Tozzi, è un “New Deal” per il territorio, un risanamento idrogeologico che non si basi sulle emergenze, ma sulla prevenzione e sulla sostenibilità, per evitare che l’Italia continui a vivere sotto la minaccia di frane, alluvioni e altri disastri naturali. Secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, il 2025 è stato il secondo anno peggiore per quanto riguarda gli eventi meteo estremi negli ultimi 11 anni, tra allagamenti da piogge intense, danni da vento ed esondazioni fluviali oltre alle temperature record. La grave responsabilità politica è quella di non aver pianificato e messo in campo degli interventi nonostante l’area fosse considerata zona rossa, e “alcune abitazioni avrebbero dovuto essere abbattute, ma per anni non si è fatto nulla per sanare una situazione ben conosciuta”. Si tratta di un modo di fare politica che non può in alcun modo affrontare il disfacimento del territorio italiano, un fenomeno dovuto al fatto che “l’Italia è un Paese giovane e molto attivo, con rischi vulcanici, sismici e idrogeologici elevati”. In circostanze simile, non è più tollerabile “l’assenza di pianificazione territoriale” e di “costruzioni in aree pericolose, abusivismo e condoni”. Eventi come la frana di Niscemi dimostrano infatti che “abbiamo costruito troppo e male su un territorio fragile”. E il rischio di vedere scene simili “non è un rischio, è una certezza”. Soprattutto per quei “paesi costruiti su speroni di roccia sono potenzialmente a rischio”, posti in “i centri abitati venivano abbandonati perché franavano continuamente”. Con buona pace della retorica dei borghi. L'articolo “Altre Niscemi? Non è un rischio, ma è una certezza”, Mario Tozzi e i rischi di dissesto e cambiamento climatico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Siamo in bancarotta idrica: la crisi dell’acqua ormai è irreversibile. Urge un’altra agricoltura
Passato quasi inosservato, il rapporto Onu sull’acqua ha lanciato un urlo che avrebbe dovuto svegliare anche i più sonnolenti dei nostri governanti. E invece niente. Global Water Bankruptcy è il titolo perentorio dello studio realizzato principalmente da Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite, in vista della conferenza sull’acqua del prossimo dicembre. Sì, perché la crisi idrica non è più temporanea ma irreversibile, spiegano le 70 pagine fitte di dati e mappe. Siamo in bancarotta, appunto. Fiumi, laghi, falde, ghiacciai sono in declino e soprattutto non torneranno più ai livelli precedenti, possiamo solo interrompere o rallentare il processo. Le falde possono rigenerarsi certo, ma in tempi molto lunghi. Qualche numero: dal 1990 più della metà dei grandi laghi ha perso acqua, come il 70% delle falde acquifere. Persi anche 410 milioni di ettari di zone umide e 177 milioni di paludi in 50 anni, pari all’intera superficie dell’Unione Europea, oltre al 30% dei ghiacciai. Parliamo del nostro “capitale” idrico, dal quale dipende la vita di tutti. E infatti almeno 3 miliardi di persone vivono in zone già in declino o instabilità idrica e 2,2 miliardi non hanno un accesso sicuro all’acqua potabile, complice l’inquinamento delle fonti. E tutto questo costa, se vogliamo usare un argomento più comprensibile alla politica. La perdita di zone umide ha un prezzo stimato di 5,1 trilioni di dollari, pari al Pil dei 135 paesi più poveri. La cifra è legata ai cosiddetti “servizi ecosistemici”, ovvero tutti i benefici derivanti da quegli ambienti, ad esempio la stabilità del clima o, appunto, il mantenimento delle risorse idriche, che hanno ricadute dirette sull’economia di un paese. I danni da siccità ammontano a circa 307 miliardi di dollari all’anno, pari al Pil di tre quarti degli stati membri dell’Onu. Senza contare i flussi migratori e i conflitti, destinati a crescere nei prossimi anni. La causa di ciò? Per lo più l’attività umana: prelievi smodati, riscaldamento del clima e inquinamento tra i maggiori imputati. Ma a fare la differenza è soprattutto il settore agricolo, che da solo consuma il 70% dell’acqua dolce. Oltre il 40% delle falde serve per irrigare, una follia. E le falde, dalle quali arriva l’acqua potabile, si stanno esaurendo a un ritmo ben maggiore della velocità di rigenerazione: quando finiranno? > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da greenreport.it (@greenreport.it) Non solo per questo urge un ripensamento del nostro modo di coltivare, anche alle nostre latitudini. E non da oggi. La Pianura padana sembra un unico campo sterminato di monocultura intensiva, che per sopravvivere necessita di chimica e acqua, molta acqua, impoverendo ogni anno la fertilità del suolo. La maggior parte di quei campi non produce mangime per l’uomo ma per allevamenti altrettanto intensivi (e idrovori). Solo in Lombardia vengono allevati un milione e mezzo di bovini e quattro milioni e mezzo di maiali, su 10 milioni di abitanti, per alimentare un consumo di carne che non ha precedenti nella storia umana (carne rossa peraltro, probabile cancerogeno secondo l’Oms). Le alternative ci sono, anche per produzioni su media scala, pensiamo alle tecniche di agricoltura rigenerativa e al biologico più avanzato, verso cui dovrebbero dirottare almeno una parte dei giganteschi contributi dell’Unione europea destinati all’agrobusiness. L'articolo Siamo in bancarotta idrica: la crisi dell’acqua ormai è irreversibile. Urge un’altra agricoltura proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Emergenza in Sicilia, opposizioni e ambientalisti contro il governo. Bonelli: “Niscemi frana e loro pensano al Ponte”
Mentre a Palermo si è insediata lunedì mattina la cabina di regia operativa della presidenza della Regione per affrontare i danni provocati dal ciclone Harry e per gestire l’emergenza a Niscemi, dove si allarga il fronte della frana e sono oltre mille i cittadini sfollati, esplode la polemica politica. A poche ore dal Consiglio dei ministri, che a quasi una settimana dai danni provocati dal ciclone dichiarerà lo stato di emergenza nei territori del Sud Italia colpiti, prevedendo dei primi stanziamenti per gestire le immediate necessità, opposizioni e associazioni ambientaliste puntano il dito contro il governo di Giorgia Meloni. “Di fronte a territori che franano e a città lasciate senza protezione, la destra al governo sceglie di non investire in prevenzione, ma di buttare 14 miliardi di euro nel progetto propagandistico del Ponte sullo Stretto di Messina. È una scelta politica chiara: sacrificare la sicurezza delle persone sull’altare di un’opera inutile”, attacca deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli. La frana a Niscemi per il co-portavoce di Europa Verde è “il simbolo del fallimento totale di questo governo, che mentre il Paese viene colpito da eventi meteo estremi sempre più violenti continua a negare la crisi climatica e a bloccare le politiche di prevenzione e messa in sicurezza del territorio”. “Sicilia e Calabria – Prosegue Bonelli – sono oggi tra le aree più esposte al rischio idrogeologico, aggravato dalla tropicalizzazione del clima. In tre anni gli eventi meteo estremi hanno causato circa 30 miliardi di euro di danni; con l’ultimo ciclone che ha colpito il Sud si è già arrivati a un miliardo. Numeri enormi che raccontano l’irresponsabilità di chi governa”, conclude ribadendo che “questa destra negazionista e climafreghista combatte il Green Deal e le politiche ambientali, salvo poi presentarsi sulle macerie a parlare di prevenzione”. La senatrice del Movimento 5 stelle Ketty Damante sottolinea come sul dissesto idrogeologico il governo abbia “completamente tirato i remi in barca tagliando dal Pnrr 6,5 miliardi di euro e su cui persino l’Ance aveva lanciato l’allarme”. “Ora – aggiunge – occorre intervenire in modo deciso per garantire alle famiglie evacuate una sistemazione oltre che ripristinare servizi essenziali come viabilità e scuole. Non possiamo perdere tempo, servono interventi tempestivi e strutturali per la messa in sicurezza del territorio”. Il deputato del Pd Peppe Provenzano ricorda al governo che i dem hanno presentato “due emendamenti al milleproroghe per sospendere i tributi delle popolazioni colpite dalla devastazione in Sicilia e restituire subito ai siciliani un miliardo impegnato sul Ponte di Salvini – che nel 2026 è inutilmente buttato perché comunque non sarà mai speso – per gli interventi di ricostruzione”. E tutto questo “va esteso anche a Niscemi”, conclude. Sulla stessa linea anche il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani: “Ancora una volta l’Italia rincorre le emergenze invece di prevenirle con azioni di mitigazione e adattamento. Mentre il governo con il Cdm decreta lo stato di emergenza per la Sicilia e i territori del sud Italia colpiti dal ciclone Harry resta il grande silenzio su come affrontare la crisi climatica in atto”. “Da tre anni – aggiunge – il Paese attende l’attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, Pnacc, un piano rimasto solo sulla carta, dato che le risorse economiche necessarie per attuarlo non sono state mai stanziate”. Ciafani ricorda che “neanche nell’ultima legge di bilancio è stato inserito un riferimento al Pnacc, mentre dall’altro lato il governo va spedito sul Ponte sullo stretto di Messina. Intanto i territori sono sempre più schiacciati dalla crisi climatica che avanza con un’Italia che di anno in anno si trova a fronteggiare eventi meteo estremi in aumento e fenomeni come gli uragani mediterranei che prima non conosceva”. L’appello di Legambiente al governo è di intervenite oltre aiutando i territori colpiti anche mettendo “in campo una strategia nazionale per la prevenzione”. L'articolo Emergenza in Sicilia, opposizioni e ambientalisti contro il governo. Bonelli: “Niscemi frana e loro pensano al Ponte” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Negazionisti Climatici
Per il ciclone Harry Meloni non si infila gli stivali. Dov’è finita la leader “del popolo”?
di Massimiliano Di Fede Mentre le luci di Davos si spengono e i jet privati lasciano la Svizzera, il Sud Italia resta immerso nel fango e nel silenzio. Il Ciclone Harry ha sventrato Sicilia, Sardegna e Calabria, ma per il governo Meloni il Mezzogiorno è stato solo un fastidioso rumore di fondo, soffocato dai proclami bellici di Volodymyr Zelensky. Un leader che, tra i ghiacci svizzeri, ha trovato il tempo di accusare l’Europa di non essere “incisiva”, dopo aver già incassato 90 miliardi di euro dalle tasche dei contribuenti europei. È lo stesso Zelensky che ha guardato l’Europa scivolare in recessione dopo il sabotaggio del Nord Stream 2 (attribuito da un tribunale tedesco agli ucraini), un attentato energetico che i cittadini italiani stanno pagando a caro prezzo su bollette mostruose. Sono proprio quelle famiglie del Sud, oggi colpite dal ciclone, a finanziare una guerra infinita mentre l’entourage di Kiev viene pizzicato con le mani nella marmellata tra mazzette e water d’oro nei bunker del potere. Il contrasto è stomachevole. Abbiamo ancora tutti negli occhi l’immagine di Giorgia Meloni in Emilia-Romagna: un’esibizione muscolare di solidarietà a favore di flash. In quell’occasione, la Premier non perse un secondo per infilarsi gli stivali di gomma e farsi fotografare nel fango, recitando la parte della “madre della nazione”. Era lo show perfetto, la messinscena di un populismo che si nutre di tragedie per costruire consenso. Oggi, per le strade devastate dei comuni del sud Italia, quegli stivali non si vedono. Dov’è finita la leader “del popolo”? Evidentemente, se non c’è un ritorno d’immagine garantito, l’empatia della Premier resta chiusa nel cassetto. L’insulto finale resta quel volo panoramico tra le nuvole del maggio scorso. Per l’Emilia-Romagna, la Meloni fece decollare l’elicottero per portare Ursula von der Leyen a sorvolare i danni. Una mossa diplomatica plateale per assicurarsi i riflettori del mondo. Per il Sud travolto da Harry, l’elicottero non è mai decollato. Non ci sono stati inviti per i vertici Ue, non ci sono state dirette social, né tour della disperazione ad alta quota. Il Mezzogiorno è stato declassato a emergenza di serie B, mentre i nostri soldi finiscono in armamenti o nei forzieri ucraini. Mentre a Davos si brindava al futuro, migliaia di meridionali venivano abbandonati al proprio destino. Hanno usato il Sud come serbatoio di voti e ora gli voltano le spalle, preferendo finanziare conflitti esteri e foraggiare élite ingrate piuttosto che ricostruire le strade di casa nostra. Il fango del Sud non brilla sotto i riflettori internazionali, e per questo governo, ciò che non fa scena non merita né elicotteri, né stivali, né rispetto. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Per il ciclone Harry Meloni non si infila gli stivali. Dov’è finita la leader “del popolo”? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump lascia organizzazioni e programmi dell’Onu solo per ragioni ideologiche
Con un memorandum presidenziale firmato il 7 gennaio 2026, il Presidente Trump ha disposto il ritiro immediato degli Stati Uniti da decine di organizzazioni internazionali, programmi delle Nazioni Unite, organismi scientifici e piattaforme multilaterali, in quanto “è contrario agli interessi degli Stati Uniti rimanere membri, partecipare o altrimenti fornire supporto” a questi organismi. Ma quali sono? Buona parte di essi si occupano di tutelare l’ambiente dai cambiamenti climatici, della tutela della salute pubblica e degli ecosistemi; e ad essi si aggiungono numerosi programmi e uffici delle Nazioni Unite dedicati a salute, infanzia, donne, acqua, città e popolazione. Si tratta di un elenco molto ampio ma, per capire la portata di questo ritiro, basta leggere da quali organizzazioni usciranno gli Usa. Tra le tante: Patto energetico senza emissioni di carbonio; Commissione per la cooperazione ambientale; L’istruzione non può aspettare; Coalizione per la libertà online; Fondo per l’impegno e la resilienza della comunità globale; Forum globale antiterrorismo; Forum globale sulle competenze informatiche; Forum globale sulla migrazione e lo sviluppo; Istituto interamericano per la ricerca sul cambiamento globale; Forum intergovernativo sull’attività mineraria, i minerali, i metalli e lo sviluppo sostenibile; Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici; Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici; Centro internazionale per lo studio della conservazione e del restauro dei beni culturali; Forum internazionale dell’energia; Istituto internazionale per la democrazia e l’assistenza elettorale; Istituto internazionale per la giustizia e lo stato di diritto; Agenzia internazionale per le energie rinnovabili; Alleanza solare internazionale; Unione Internazionale per la Conservazione della Natura; Programma collaborativo delle Nazioni Unite sulla riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado forestale nei paesi in via di sviluppo; Fondo delle Nazioni Unite per la democrazia; Energia delle Nazioni Unite; Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile; Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. E l’elenco potrebbe continuare. Anche perché lo stesso Trump si è riservato di indicarne altri in un prossimo futuro. Ciò che appare chiaro, a questo punto, è che si tratta di un attacco diretto contro la tutela ambientale, la salute umana e i diritti dei più deboli, e di un via libera alle aziende Usa per la ricerca del massimo profitto economico in una economia senza freni sul mercato internazionale; compromettendo, in tal modo, politiche essenziali per affrontare gli effetti sanitari di crisi climatiche, inquinamento e disuguaglianze sociali. Senza alcuna motivazione tecnica ma per ragioni solo ideologiche e politiche che negano tutte le evidenze scientifiche per assoggettarle, ancora una volta, al volere e agli interessi immediati del più forte. Si tratta, insomma, come bene evidenzia Isde (Medici per l’Ambiente), di una decisione che rappresenta un grave passo indietro per la salute pubblica globale. Senza cooperazione scientifica, senza organismi multilaterali forti e senza politiche climatiche condivise, aumentano i rischi sanitari, ambientali e sociali per tutti, inclusi i cittadini statunitensi che di certo non sono immuni dagli effetti dei devastanti effetti climatici. Ma, intanto, avanti tutta; poi si vedrà! L'articolo Trump lascia organizzazioni e programmi dell’Onu solo per ragioni ideologiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
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