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Ice, Trump pretende da Meta e Google i dati degli utenti anonimi che criticano l’agenzia anti immigrazione
Non bastano le espulsioni e i respingimenti alle frontiere dei cittadini di altri Paesi che hanno espresso sul web critiche alle politiche Usa. Ora l’amministrazione Trump sta spingendo gli Stati Uniti verso la repressione amministrativa dell’opposizione interna. Lo denuncia il New York Times che segnala la strategia legale intrapresa dal governo federale per schedare e dossierare gli utenti dei social network che criticano o tracciano online le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement. È la famigerata Ice utilizzata come una clava da Washington contro gli immigrati e il dissenso che solo da poche ore è stata ritirata dalle strade di Minneapolis (Minnesota) dopo aver sparato e ucciso due cittadini. Secondo una inchiesta pubblicata il 13 febbraio dal Nyt, il Dipartimento per la Sicurezza Interna (Dhs) di Washington guidato dalla segretaria superMaga Kristi Noem nelle scorse settimane ha emesso centinaia di citazioni amministrative nei confronti di colossi digitali come Meta e Google, che gestiscono piattaforme come Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger, Reddit e Discord. Obiettivi delle richieste legali è ottenere tutti i dati personali (nomi, indirizzi email e numeri di telefono) degli utenti statunitensi le cui posizioni politiche su Ice non sono allineate al governo. Una richiesta incostituzionale e liberticida, protestano le associazioni per la tutela dei diritti civili secondo le quali la mossa rappresenta una svolta autoritaria verso la criminalizzazione del dissenso politico, mentre l’amministrazione Trump ribatte che queste azioni legali sarebbero necessarie per garantire la sicurezza degli agenti contro presunte “minacce” digitali. Secondo il New York Times, da alcune settimane gli uffici legali dei colossi della Silicon Valley sarebbero sommersi da una cascata di citazioni amministrative che non richiedono la firma di un giudice. Funzionari governativi hanno dichiarato al giornale che l’iniziativa mira a limitare le “molestie” e le “interferenze coordinate” nelle operazioni di polizia federali. Ora la palla passa nelle mani delle corporation. Molte delle quali sono in difficoltà perché il loro business è sottoposto, direttamente o indirettamente, all’attività regolatoria di Trump. Documenti interni e interviste con dipendenti aziendali, secondo il Nyt, indicano che i giganti della tecnologia stanno rispondendo a diversi livelli. Mentre alcune piattaforme avrebbero contestato le citazioni in giudizio sulla base del Primo Emendamento della Costituzione statunitense, che garantisce le libertà fondamentali di religione, parola, stampa, assemblea e petizione, altre invece hanno già consegnato i dati degli utenti. Secondo il quotidiano Google, Meta e Reddit hanno ottemperato ad almeno alcune di queste richieste, fornendo agli investigatori federali le identità di critici un tempo anonimi. L’uso di citazioni amministrative per smascherare le critiche ha suscitato aspre critiche da parte degli esperti legali. Poiché queste citazioni aggirano il tradizionale controllo della magistratura richiesto per un mandato di perquisizione, il Dhs può imporre alle aziende di divulgare i dati personali sensibili degli utenti delle piattaforme online praticamente senza controllo legale di legittimità. Le aziende destinatarie delle richieste possono scegliere se ottemperare o meno: i destinatari delle citazioni hanno fino a 14 giorni per contestarle in tribunale. Google ha dichiarato al Times che il suo processo di revisione delle richieste governative è “progettato per proteggere la privacy degli utenti nel rispetto dei [suoi] obblighi legali” e che informa gli utenti quando i loro account sono stati citati in giudizio, a meno che non sia stato legalmente ordinato di non farlo o in circostanze eccezionali. “Esaminiamo ogni richiesta legale e respingiamo quelle eccessivamente generiche”, ha affermato l’azienda. Ma l’inchiesta ha dimostrato che l’11 settembre scorso il Dhs ha chiesto a Meta nomi e dati degli utenti di alcuni account anonimi nella contea di Montgomery, in Pennsylvania, mentre gli utenti sono stati informati solo il 3 ottobre da Meta. L’azienda ha scritto che se non avesse ricevuto la documentazione attestante la loro intenzione di contestare la citazione in tribunale entro 10 giorni, avrebbe fornito al Dipartimento della sicurezza interna le informazioni richieste. La principale associazione per la difesa delle libertà civili negli Usa, l’Aclu, ha presentato una mozione in tribunale per gli utenti, sostenendo che il Dhs sta utilizzando le citazioni amministrative come strumento per sopprimere la libertà di parola di persone con cui non condivideva il consenso. La repressione digitale arriva mentre negli Usa montano le proteste contro l’espansione e le violenze degli agenti dell’apparato federale per l’immigrazione. Solo poche settimane fa a Minneapolis agenti dell’Ice hanno sparato uccidendo due civili che protestavano contro le loro azioni. La mattina del 7 gennaio è caduta sotto alcuni colpi di pistola alla testa sparati da un agente dell’Ice l’attivista 37enne Renée Good, madre di alcuni figli, mentre era disarmata alla guida della sua auto. Alex Jeffrey Pretti, infermiere statunitense di 37 anni che lavorava in un centro di riabilitazione per veterani, è stato abbattuto per strada il 24 gennaio da una decina di colpi di pistola mentre protestava contro le violenze dell’Ice. Le violenze hanno scatenato proteste, marce e dimostrazioni con centinaia di migliaia di partecipanti in tutto il Paese. Sui social media sono emersi gruppi di “tracciamento” digitale, che utilizzano aggiornamenti in tempo reale per avvisare le comunità delle attività dell’Ice. L’amministrazione Trump ha costantemente definito questi gruppi come “agitatori criminali”. Lo stanziamento di 168 miliardi di dollari contro l’immigrazione approvato lo scorso anno, di cui 5,9 miliardi specificamente destinati a una “sorveglianza all’avanguardia delle frontiere”, ha fornito al Dhs le risorse finanziarie per attuare le sue strategie di repressione. Alcuni ricercatori hanno dichiarato al New York Times che il Dhs stia di fatto utilizzando la narrazione dell'”invasione degli immigrati” per costruire un sistema di repressione politica che può essere rivolto contro qualsiasi cittadino statunitense. Secondo l’Aclu, la mossa crea un “effetto paralizzante” sulla libertà di parola: “Se sai che un tweet che critica un agente federale potrebbe portare gli agenti del Dhs a bussare alla tua porta, ci penserai due volte prima di postarlo”. Un clima di repressione aggravato dalla spinta dell’amministrazione per una “immunità assoluta” agli agenti dell’Ice, che li proteggerebbe da cause legali anche in caso di violazioni costituzionali. Il New York Times sottolinea anche il conflitto di interessi delle “Big Tech” digitali nei confronti di Washington: colossi come Palantir e Amazon avrebbero firmato nuovi contratti per supportare la “logistica delle deportazioni” degli immigrati illegali (o presunti tali), che include la gestione di enormi set di dati. L’integrazione dei metadati dei social media in questi database consente un livello di sorveglianza granulare mai visto prima negli Usa. Altre imprese invece temono di venire colpite da richieste di danni multimiliardarie da parte dell’amministrazione. Un tema che sta diventando esplosivo: da quando è tornato alla Casa Bianca, solo per citare alcune delle azioni legali più clamorose e controverse, Trump ha chiesto un risarcimento da 10 miliardi di dollari alla BBC, accusando l’emittente pubblica britannica di averlo diffamato, altri 10 miliardi di dollari al Wall Street Journal, 475 milioni alla Cnn, un miliardo all’Università di Harvard, ma anche 10 miliardi al Fisco e 230 milioni di dollari al dipartimenti di Giustizia Usa accusati di averlo “perseguitato” durante l’amministrazione Biden. Ma la mossa sta sollevando la reazione dell’opinione pubblica statunitense e rischia di danneggiare ulteriormente il consenso già traballante all’amministrazione Trump. Un recente sondaggio suggerisce che il 60% dei cittadini Usa ritiene che l’Ice faccia uso eccessivo della forza. La speranza di molti è che gli elettori Usa se ne ricordino martedì 3 novembre quando si terranno le elezioni di medio termine. Un passaggio fondamentale per Trump e i suoi: il loro gradimento sta crollando. Alle elezioni del 5 novembre 2024 il partito Repubblicano prese il controllo della Camera dei Rappresentanti di Washington con 220 seggi contro i 213 dei Democratici e ha conquistato 53 seggi su 100 al Senato. Ma tra meno di nove mesi c’è la possibilità che i democratici riprendano la maggioranza. Trump sa che, se ciò avvenisse, potrebbe finire per la terza volta sotto stato di accusa. L'articolo Ice, Trump pretende da Meta e Google i dati degli utenti anonimi che criticano l’agenzia anti immigrazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Palestine Action non è un’organizzazione terroristica: una decisione che è un test case sul dissenso
Palestine Action non è un’organizzazione terroristica, e la messa al bando dell’associazione, imposta dal governo laburista di Keir Starmer, è sproporzionata. Quella caduta su uno degli esecutivi europei più duri nei confronti della protesta a sostegno della causa palestinese rappresenta una vera e propria scure e apre un contenzioso inedito tra l’Alta Corte britannica e il governo: il divieto è apparso a molti osservatori autorevoli come una scusa per stroncare, con carcere e manette, una potenziale grana per il governo britannico più impopolare di sempre. D’altronde, il Terrorism Act era stato introdotto in un altro periodo storico e con un obiettivo preciso: dotare il governo di poteri straordinari per fronteggiare il radicalismo islamico, non per colpire e soffocare il dissenso interno. La sottile linea che parte dalla base RAF di Brize Norton, vicino ad Oxford e arriva ad Akrotiri, a Cipro, dove gli F16 portano inevitabilmente a Gaza, intreccia gli stretti rapporti tra il governo di Netanyahu e quello di Keir Starmer. In questo caso, unire i punti non è complottismo: mezzo governo laburista, riporta il portale Declassified UK, ha ricevuto finanziamenti da lobby pro-Israele già prima dell’arrivo a Downey Street. Dopo il “golpe” che ha defenestrato Corbyn e reso irrilevante la sinistra interna, la direzione del partito è stata fissata su posizioni favorevoli ai rapporti economici e politici con lo Stato ebraico, marginalizzando la questione palestinese. In questo senso, il Regno Unito dispone anche del più vasto e dettagliato archivio di informazioni sui due anni di mattanza a Gaza, raccolti dagli aerei spia in partenza dalla base-exclave di Akrotiri a Cipro, che sorvolavano la Striscia ogni giorno, ufficialmente “per aiutare Israele a ritrovare gli ostaggi”. Per questo, la norma draconiana che prevede fino a 14 anni di carcere per adesione e sostegno a un’organizzazione che non ha compiuto alcun atto di sangue, ma solo sabotaggi dimostrativi, e l’intransigenza con cui viene difesa nonostante la bocciatura anche della Corte Suprema (il governo ha già annunciato ricorso), solleva diversi interrogativi. Più in generale, nella catena di norme repressive adottate in Europa contro il dissenso, la mazza ferrata contro i sostenitori della causa palestinese appare un banco di prova, e il caso di Palestine Action un “test case” europeo: se questa norma, che sostanzialmente prevede carcere duro per reati d’opinione nel paese, un tempo, considerato la culla della democrazia liberale, altri paesi interessati alle tutela di opinioni e dissenso, potrebbero seguire lo stesso percorso. In Italia, la norma contro l’antisemitismo sta seguendo un caotico iter (all’italiana) che mira a ottenere lo stesso risultato perseguito con il divieto di Palestine Action: aprire la strada a leggi speciali approvate per decreto in base a situazioni di emergenza. Ad esempio, la prossima missione della Sumud Flotilla verso Gaza, considerati gli obiettivi, potrebbe potenzialmente violare norme sull’antisemitismo, se la maggioranza riuscirà a imporle a tutti i costi. L'articolo Palestine Action non è un’organizzazione terroristica: una decisione che è un test case sul dissenso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Corona, “tu vuò fa” il trumpiano? Sta qui il paradosso di Falsissimo
Oggi la definizione di giornalismo è diventata necessariamente ampia, o forse è sempre stata ampia: non è più solo un mestiere regolato da un albo (una peculiarità quasi tutta italiana), ma un’attività legata all’indagine della realtà e alla divulgazione di fatti: dalle corse dei cavalli fino alla politica, economia e tutti i colori della cronaca, etc… Secondo questa visione, “il giornalista è chi il giornalista fa”, indipendentemente dal fatto che lo faccia in un programma televisivo o in una storia su Instagram. In questo contesto a mio avviso si inserisce “Falsissimo”, il canale YouTube di Fabrizio Corona, che si pone come il rovescio speculare della trasmissione di Canale 5 “Verissimo”. Corona ha esplicitamente paragonato la sua situazione al famoso Editto Bulgaro del 2002, quando Silvio Berlusconi allontanò Biagi, Santoro e Luttazzi dalla Rai. Se allora la censura era politica e a reti unificate, oggi si manifesta attraverso inibitorie preventive. Un tribunale di Milano ha ordinato a Corona di rimuovere i contenuti su Alfonso Signorini e gli ha vietato di diffonderne di nuovi, non per un reato già commesso, ma per quelli che “potrebbe” commettere in futuro. Mi ricorda la pre-crimine di un romanzo di Philip K. Dick (Minority report). Come sottolineato dall’editoriale di Marco Travaglio, è curioso che Corona sia stato punito in passato perché usava gli scoop per ricattare (non pubblicando) e ora venga punito perché invece sceglie di pubblicarli. Sebbene Corona utilizzi uno stile che lui stesso definisce “trash”, rivendica di portare fatti, atti e documenti e prove. Il metodo: mentre accusa l’informazione Mediaset di essere diventata una “telenovela anni ’80” che trasforma la cronaca in show senza scoprire nulla di nuovo, le sue rivelazioni hanno portato a un’indagine reale su Signorini. Per molti osservatori, se un’attività produce fatti, reazioni e indagini vere, è nei suoi aspetti anche “disturbante” è giornalismo, tutto il resto sono pubbliche relazioni (non ricordo chi l’ha detta questa frase ma è molto attuale e vera in quest’era dei social media). Poi però Fabrizio Corona non è un giornalista, questo è vero, e i suoi inciampi non sono pochi. La cosa più clamorosa secondo me che molti non hanno sottolineato a dovere è che lui ha fatto intendere di cercare uno “scudo” internazionale. Riferisce durante un interrogatorio in Procura, di esser stato contattato da un inviato speciale di Trump (un suo amico!) che tra l’altro si dice sia quello che presentò Melania all’attuale presidente Usa. L’obiettivo è diventare un influencer “full accredited” alla Casa Bianca? Una nuova categoria di accreditamento presidenziale che permette ai creatori di contenuti digitali di essere messo alla pari con i media tradizionali (che definiscono legacy) e parlare direttamente alle loro community. Lascia intendere che potrebbe cercare di avere un lasciapassare digitale molto potente. Qui il giornalismo non c’entra niente, qui rischia di trasformarsi in qualcos’altro. Barattare lo status di ribelle con una divisa nell’esercito digitale di un leader globale quasi ottantenne — che sta portando gli Usa verso una “guerra incivile” — non è un atto di libertà, ma solo un cambio di padrone. Un passaggio sull’Air Force One (l’aereo di stato presidenziale Usa) non è gratis per nessuno. L'articolo Corona, “tu vuò fa” il trumpiano? Sta qui il paradosso di Falsissimo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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