Quanto accaduto nell’ultimo mese nella regione dell’Amministrazione autonoma
della Siria del Nord e dell’Est, diretta dalle Forze democratiche siriane (Fds)
a guida curda, può essere letto in due modi opposti, a seconda del soggetto con
cui inizia la frase: i curdi, per realizzare la loro strategia, cercano alleanze
tattiche che si rivelano perdenti; oppure, Stati guidati da leadership ciniche
usano alleanze tattiche con i curdi per realizzare le loro strategie e vincono.
Nell’uno e nell’altro caso, il proverbio “gli unici amici dei curdi sono le
montagne” si conferma vero e attuale.
Gennaio ha visto grandi stravolgimenti in Siria. Dapprima gli scontri tra
l’esercito e le Fds nella città di Aleppo, che hanno causato la morte e il
ferimento di almeno 20 civili. A seguire, la conquista delle città di Raqqa,
l’ex “capitale” dello Stato islamico, e di Deir Ezzor. Poi, alla metà del mese,
il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha emanato il decreto n. 13 del 2026 sui
diritti dei curdi in Siria e ha annunciato un accordo con il comandante delle
Fds, Mazloum Abdi, su amministrazione civile, valichi di frontiera, integrazione
in materia di sicurezza e controllo statale dei siti di detenzione legati allo
Stato islamico.
L’accordo è venuto meno il 19 gennaio, portando a una breve ripresa delle
ostilità: breve, ma secondo le Nazioni Unite circa 11.000 persone sono state
costrette a fuggire verso Qamishli, nella provincia di al-Hasake, a causa dei
combattimenti o per timore di un’ulteriore escalation. Il 20 gennaio è stato
annunciato un cessate il fuoco di quattro giorni entro i quali, secondo le
autorità di Damasco, le Fds avrebbero dovuto concordare un piano di
“integrazione pacifica” di quella regione. Da lì la definitiva capitolazione, a
cui Usa, Turchia e Israele hanno guardato come spettatori nient’affatto
disinteressati.
Le autorità siriane hanno dunque assunto il controllo di alcune strutture di
detenzione in cui erano trattenute persone a causa della loro presunta
affiliazione allo Stato islamico: al-Aqtan, Roj e soprattutto al-Hol, dove si
trovano quasi 25.000 detenute e detenuti: siriani ma anche di più di 40 diverse
nazionalità. È un girone infernale che abbiamo già descritto in questo blog che
vede, fianco a fianco, oltre che un enorme numero di minorenni, anche aguzzini e
vittime: militanti arabi dello Stato islamico e donne yazide vittime del
genocidio del 2014.
Nel frattempo, il 21 gennaio, il Comando centrale Usa ha reso noto di aver
trasferito in Iraq 150 detenuti sospettati di avere legami con lo Stato
islamico. Sono stati annunciati ulteriori trasferimenti, che riguarderebbero un
totale di 7000 detenuti di varie nazionalità (siriane e irachene ma non solo),
un settimo dei quali minorenni.
Non è però del tutto una buona notizia: in Iraq chi è sospettato di aver fatto
parte dello Stato islamico rischia maltrattamenti e torture e anche la pena di
morte. Questo genere di trasferimenti viola il principio inderogabile del non
respingimento, in base al quale non si può inviare una persona in uno stato dove
rischi di subire gravi violazioni dei diritti umani.
Nel 2022, centinaia di detenuti di nazionalità irachena erano già stati
trasferiti in Iraq dai centri di detenzione del nord est della Siria. Due anni
dopo, Amnesty International denunciò che sei di loro erano stati torturati nelle
prigioni natie, mediante pestaggi, scariche elettriche e violenza sessuale.
Amnesty International ha sollecitato i nuovi supervisori dei campi di detenzione
a individuare le persone che dovrebbero essere indagate e processate per crimini
di diritto internazionale, quelle da rimpatriare negli stati di origine e,
infine, quelle che dovrebbero essere scarcerate.
Sarà fondamentale, inoltre, mettere in sicurezza e preservare le prove dei
crimini di diritto internazionale commessi dallo Stato islamico, inclusi i
luoghi delle atrocità e le fosse comuni, così come le prove documentali presenti
nelle strutture di detenzione.
Le prove dei crimini lasciate sul campo saranno fondamentali per chiarire il
destino e il luogo in cui si trovano le persone siriane fatte sparire dallo
Stato islamico, nonché per indagare e processare i responsabili di crimini di
diritto internazionale, compresi i crimini di guerra e i crimini contro
l’umanità.
Per chiudere, torniamo alle considerazioni iniziali. Quel sistema basato sulla
convivenza pacifica di più etnie, sulla democrazia dal basso, sul femminismo e
sull’ecologia che conosciamo come Rojava, per il quale neanche dieci anni fa si
organizzavano manifestazioni di massa e che si andava a difendere solidalmente,
oggi gode di scarse simpatie. È bastato vedere, in una manifestazione a Berlino
di una decina di giorni fa, bandiere curde insieme a quelle israeliane per far
entrare quell’esperienza – così come del resto le proteste iraniane – tra le
cause da abbandonare al loro destino.
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