A volere la “tassa sulla salute” per i lavoratori frontalieri, ormai, è rimasta
solo la Regione Lombardia. Piemonte, Alto Adige e Valle d’Aosta hanno già
annunciato che non aderiranno alla nuova norma, pensata due anni fa dal governo
Meloni ma resa operativa solo a fine 2025 da un decreto. D’altronde, la regione
amministrata dalla giunta Fontana è stata sempre la principale sostenitrice
dell’introduzione del nuovo prelievo. E se ne comprende facilmente il motivo,
considerando che, secondo le stime, il gettito atteso per la Lombardia oscilla
tra i 100 e i 150 milioni di euro l’anno. Ma le critiche alla misura piombano da
tutte le parti. I sindacati, sia italiani che elvetici, parlano di
incostituzionalità della legge, poiché si configurerebbe l’ipotesi di una doppia
imposizione fiscale per il lavoratore – che paga già le tasse in Svizzera -, in
violazione alle regole Ocse e all’accordo tra i due Paesi. Mentre dal Canton
Ticino, il consigliere di Stato Christian Vitta, esponente del Partito liberale
radicale, propone di sospendere gli oltre 100 milioni di euro di ristorni con
cui ogni anno la Svizzera “ripaga” Roma del lavoro, e delle tasse, dei
frontalieri italiani. Un potenziale boomerang che va ad acuire le ruggini tra i
due Paesi, già emerse nelle scorse settimane con il dramma di Crans-Montana.
Il “contributo di compartecipazione alla spesa sanitaria” è stato inserito dal
governo nella legge di Bilancio 2024. Secondo la destinazione d’uso dichiarata
dal legislatore, il gettito dovrebbe servire a rafforzare il personale sanitario
nelle aree di confine, finanziando un trattamento accessorio fino al 20% dello
stipendio tabellare lordo di medici e infermieri, nel tentativo di arginare
l’emorragia di professionisti verso la Svizzera. Per far questo la norma
introduce un prelievo dal 3% al 6% – che deve essere stabilito dalle singole
Regioni, tenendo conto della progressività e del carico familiare del lavoratore
– del reddito netto dei cosiddetti “vecchi frontalieri”.
Si tratta di quei lavoratori che hanno prestato attività in Svizzera prima di
luglio 2023. Una platea di circa 78mila persone, che rientra ancora nel regime
fiscale previsto dall’accordo bilaterale del 1974, rinnovato di fatto nel 2023:
tassazione al 100% in Svizzera, nessuna imposta sul reddito da lavoro dipendente
in Italia, a fronte del rispetto di alcune condizioni precise. Come la residenza
entro 20 chilometri dal confine, il lavoro in un Cantone di confine e il rientro
quotidiano in Italia. A questi lavoratori finora non è mai stato richiesto alcun
contributo in più per usufruire del Servizio sanitario nazionale. Questo perché
i vecchi frontalieri contribuiscono alla fiscalità generale – quella che
finanzia l’Ssn – attraverso il meccanismo dei ristorni: i trasferimenti con cui
i Cantoni riversano ogni anno allo Stato italiano oltre 100 milioni di euro come
compensazione per la mancata tassazione dei redditi da lavoro dei frontalieri.
Secondo i sindacati, il nuovo prelievo colpirebbe un reddito già tassato alla
fonte in Svizzera, introducendo di fatto una doppia imposizione unilaterale e
violando sia l’accordo internazionale con Berna sia i principi costituzionali.
“Semplicemente, la Lombardia punta a fare cassa. Rispetto alle altre regioni ha
interessi molto maggiori. Si sono inventati una tassa di sana pianta”, commenta
a ilfattoquotidiano.it Pancrazio Raimondo, segretario generale Uil frontalieri,
che insieme alla Cgil e al sindacato svizzero Ocst ha combattuto la norma fin
dalla sua nascita. “Sarà una misura totalmente inefficace, visto che l’Italia
non ha accesso ai dati fiscali svizzeri – aggiunge -. Su cosa si baseranno i
prelievi, su delle autocertificazioni? Non hanno modo di verificare i dati,
anche perché si parla oltretutto del reddito netto del lavoratore. Tutto
l’impianto di questa operazione non solo è illegittimo, ma è stato anche pensato
molto male. Impugneremo la legge, è incostituzionale e viola gli accordi
bilaterali tra i due Paesi”.
Inoltre, le organizzazioni sindacali sostengono che il provvedimento sarà del
tutto inefficace per arginare l’emorragia di professionisti sanitari. Il divario
salariale tra i due Paesi resterebbe comunque troppo ampio per rappresentare un
reale deterrente alla migrazione oltre confine. “Da sindacalista ovviamente sono
a favore dell’aumento di stipendio per i lavoratori italiani. Ma se di là
continuano a guadagnare più del doppio che in Italia, non sarà questo
disincentivo a fermarli. Per gli aumenti si parla di massimo 300 euro in più in
busta paga”, continua Raimondo.
A questo si aggiunge il timore che, in un clima di crescenti tensioni tra Italia
e Svizzera, il nuovo prelievo possa fornire a Berna l’argomento per rimettere in
discussione il meccanismo dei ristorni. È proprio su questo punto che insistono
le dichiarazioni di Vitta, contenute in un’intervista rilasciata al Corriere del
Ticino il 31 gennaio. Il consigliere del Canton Ticino ha lanciato la proposta
di intervenire sui ristorni dei frontalieri come contromisura politica e
finanziaria nei confronti di Roma. Una presa di posizione che conferisce alla
vicenda una dimensione apertamente internazionale e che si somma alle tensioni
diplomatiche emerse nelle ultime settimane su altri dossier, come la strage di
Crans-Montana.
“Penso che si tratti più che altro di una provocazione, dovuta anche al cattivo
clima che c’è tra Svizzera e Italia al momento – commenta Raimondo -. Non credo
che l’accordo bilaterale tra i due Paesi possa essere messo in discussione. Ci
sono voluti dieci anni per arrivare a una sintesi”. “Detto questo – conclude – è
evidente che, al di là del confine, la tassa della salute sia una misura ben
poco apprezzata, interpretata come un atto unilaterale non legittimo”.
L'articolo La Regione Lombardia vuole la “tassa sulla salute” per i frontalieri:
proteste da sindacati e Svizzera proviene da Il Fatto Quotidiano.