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Crans Montana, Tajani “pretende giustizia” dalla Svizzera ma dimentica i grandi casi italiani
“Pretendiamo solo che si faccia giustizia”. Antonio Tajani lo dice commentando una tragedia avvenuta all’estero. È una frase che funziona sempre: breve, solenne, apparentemente inattaccabile. Proprio per questo, se letta alla luce della storia italiana recente, risulta profondamente stonata. Perché se davvero questo Paese pretende giustizia, qualcuno dovrebbe spiegare come mai, da decenni, la giustizia penale sembra incepparsi regolarmente quando le vittime sono molte e le responsabilità riguardano apparati, grandi aziende, infrastrutture pubbliche, catene decisionali complesse. Basta scorrere la memoria collettiva: Ustica, il Moby Prince, Piazza Fontana, Italicus, Viareggio, il ponte Morandi, il Mottarone, Rigopiano. Storie più o meno lontane nel tempo e diversissime tra loro, ma unite da un copione ormai noto. Processi interminabili, verità parziali, responsabilità che si sfilacciano con il passare degli anni, pene ridotte o prescritte. E quasi mai carcere vero per chi aveva il potere di decidere, prevenire, intervenire. Questo non significa che non ci siano mai state sentenze. In alcuni casi le condanne sono arrivate. Ma il punto politico è un altro: la pena detentiva effettiva, quella che dovrebbe segnare un confine netto tra responsabilità e impunità, resta un’eccezione rarissima. Spesso arriva tardi, quando non serve più a nulla. Altre volte non arriva affatto. Eppure, nello stesso ordinamento, il carcere non è affatto un tabù. Dipende da chi è l’imputato e da quale tipo di conflitto si sta giudicando. Lo dimostra, in modo quasi didattico, il trattamento riservato negli anni al movimento No Tav. Nel dicembre del 2013, dopo un’azione notturna al cantiere di Chiomonte che provocò danni materiali ma nessuna vittima, alcuni attivisti — tra cui Chiara Borgogno — furono condannati a pene pesanti, nell’ordine dei tre o quattro anni di reclusione. Quelle condanne, pur rimodulate nei successivi gradi di giudizio, non sono rimaste sulla carta: mesi di carcere sono stati effettivamente scontati. Non si è trattato di un caso isolato. In altri procedimenti legati alle proteste No Tav, la risposta penale è stata rapida e severa: custodie cautelari, lunghi domiciliari, condanne pluriennali. In alcuni casi si è arrivati persino a riesumare il reato di devastazione e saccheggio, una norma di origine fascista, per fatti che non avevano prodotto né morti né feriti gravi. Anche figure simboliche del movimento, come Nicoletta Dosio, hanno conosciuto direttamente il carcere o misure detentive per iniziative di protesta e atti di disobbedienza civile. Qui sta la contraddizione che rende insopportabile la retorica istituzionale sulla giustizia. Per un’azione di protesta che blocca un’infrastruttura o danneggia un macchinario, la macchina penale sa essere efficiente, determinata, persino esemplare. Per una funivia che precipita, un ponte che crolla, un treno che esplode in mezzo alle case, la stessa macchina si muove lentamente, si inceppa, si arena. Non è una questione di simpatia o antipatia per il movimento No Tav. È una questione di asimmetria strutturale del diritto penale. La giustizia italiana funziona bene quando deve reprimere il conflitto sociale. Diventa improvvisamente fragile e indecisa quando dovrebbe colpire sistemi industriali, grandi opere, responsabilità politiche e amministrative. Per questo frasi come “pretendiamo che si faccia giustizia” suonano vuote. Perché la giustizia, in Italia, non è assente: è selettiva. Colpisce verso il basso, rallenta verso l’alto. E finché continueremo ad accettare questa doppia misura — carcere per chi protesta, impunità di fatto per chi produce stragi — ogni appello solenne resterà quello che è: una posa morale buona per i titoli, pessima per la realtà. L'articolo Crans Montana, Tajani “pretende giustizia” dalla Svizzera ma dimentica i grandi casi italiani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Credit Suisse e gli 890 conti nazisti “sconosciuti”, la commissione del Senato Usa: “Era denaro sottratto agli ebrei”
Negli anni ’90 le due principali banche svizzere avevano pagato oltre un miliardo di dollari di risarcimenti alle vittime dell’Olocausto per chiudere la vertenza sui fondi in giacenza di superstiti o di discendenti delle vittime. Ma un’inchiesta condotta da una commissione del Senato degli Stati Uniti ha rivelato che Credit Suisse avrebbe nascosto informazioni rilevanti durante le precedenti indagini su conti appartenuti a nazisti o a collaboratori del Terzo Reich. Decine di migliaia di documenti recentemente scoperti forniscono nuove prove di titolari di conti fino ad oggi sconosciuti o solo parzialmente identificati, inclusi elementi centrali dell’apparato economico agli ordini di Adolf Hitler. Sono quasi 900. Tra i documenti più significativi figura una cosiddetta “lista nera americana”, un archivio di clienti contrassegnati come finanziatori o commercianti con i nazisti. La commissione ha sottolineato che Credit Suisse non aveva rivelato l’esistenza di questi conti durante le verifiche degli anni ’90, quelle che portarono all’accordo miliardario con i sopravvissuti. Al centro del caso c’è Neil Barofsky, ex procuratore americano nominato mediatore presso Credit Suisse nel 2021. Barofsky era stato rimosso nel 2022 dopo che la banca, secondo quanto ricostruito dalla commissione, avrebbe fatto pressione affinché limitasse la sua indagine. Reintegrato nel 2023 dopo l’acquisizione di Credit Suisse da parte di UBS, Barofsky e il suo team hanno identificato archivi che hanno permesso di ricostruire altri conti legati ai nazisti, tra cui un conto intestato a ufficiali di alto rango delle SS e un intermediario svizzero usato per movimentare beni saccheggiati. Secondo quanto riportato i dal Wall Street Journal, Barofsky ha dichiarato che Credit Suisse “non ha sempre condiviso le informazioni in suo possesso”, ma ha anche sottolineato che il suo team ha lavorato a stretto contatto con la banca per assicurarsi che tutti i documenti rilevanti venissero inclusi nell’indagine. UBS, dal canto suo, ha espresso profondo rammarico per questo capitolo oscuro della storia bancaria svizzera e si è detta impegnata a fornire piena collaborazione per chiarire le responsabilità e ricostruire la rete dei conti legati al nazismo. I numeri emersi parlano chiaro: 890 conti finora sconosciuti sono stati identificati presso Credit Suisse, collegati a strutture centrali dello Stato nazista, all’apparato economico delle SS e ad aziende impegnate nella produzione di armamenti. Non si tratta quindi di singoli funzionari minori, ma di nodi finanziari strategici che hanno accompagnato direttamente l’economia del Terzo Reich. Alcuni documenti indicano persino connessioni con le ratlines, i canali utilizzati dai gerarchi nazisti per fuggire in Sud America dopo la guerra, intrecciando logistica, documenti e finanza in un sistema mai del tutto esplorato. Queste nuove rivelazioni sollevano interrogativi sulla completezza dell’accordo miliardario del 1998, che all’epoca fu presentato come una chiusura definitiva delle rivendicazioni. I documenti recentemente emersi mostrano infatti che una parte dei conti non era mai stata comunicata alle commissioni d’inchiesta, lasciando aperta la possibilità di ulteriori responsabilità e insabbiamenti. Le audizioni in Senato hanno messo in luce anche i nodi istituzionali della vicenda. Il repubblicano Chuck Grassley ha guidato la discussione sui conti sconosciuti, evidenziando come il denaro sottratto alle famiglie ebree sia stato riorientato verso soggetti legati al regime nazista. Non si tratta dunque di un passato lontano e marginale, ma di una rete finanziaria attiva e strutturata, che ha funzionato negli anni della guerra e nel dopoguerra immediato. L'articolo Credit Suisse e gli 890 conti nazisti “sconosciuti”, la commissione del Senato Usa: “Era denaro sottratto agli ebrei” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Crans-Montana, i pm di Roma indagano anche per disastro. Saranno sentiti i sopravvissuti. Incontro con gli inquirenti Svizzera il 19 febbraio
Indagano anche per disastro colposo i pm di Roma che hanno aperto un’indagine sul devastante rogo nel bar Le Constellation di Crans-Montana, che ha causato 41 vittime e più di cento feriti. I reati iscritti sono anche omicidio plurimo colposo e lesioni gravissime aggravate dalla violazione delle norme antinfortunistiche. Un’indagine ancora contro ignoti perché a piazzale Clodio si attendono gli atti svizzeri. L’indagine è guidata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Giovanni Conzo e dal pm Stefano Opilio, che hanno delegato la Squadra Mobile ad ascoltare i feriti italiani non appena le condizioni cliniche lo permetteranno. Parallelamente, sono già state acquisite le cartelle cliniche dei pazienti ricoverati, in particolare al Niguarda di Milano, e completati le autopsie sulle sei giovanissime vittime italiane. L’ipotesi di disastro colposo si riferisce al mancato rispetto delle norme di sicurezza che avrebbe contribuito al verificarsi dell’incendio; l’omicidio plurimo colposo riguarda invece la morte delle 41 persone presenti nel locale, mentre le lesioni gravissime aggravate si riferiscono ai numerosi feriti, con l’aggravante della violazione delle normative antinfortunistiche. COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E ROGATORIA SVIZZERA La procura ha avviato una rogatoria internazionale per acquisire tutti gli atti relativi all’incendio, compreso l’elenco degli indagati (oltre ai coniugi Moretti, ci sono il responsabile della sicurezza pubblica del Comune svizzero e il suo predecessore), le autorizzazioni e i controlli comunali, nonché la documentazione tecnica sui materiali utilizzati nel locale. Un primo vertice tra pm italiani e magistrati del Canton Vallese è previsto per il 19 febbraio, durante il quale sarà discusso anche il tema della creazione di una squadra investigativa comune tra Italia e Svizzera. La partecipazione italiana potrebbe comprendere agenti della Squadra Mobile e specialisti dei Vigili del Fuoco, al fine di garantire un monitoraggio diretto delle indagini e una verifica tecnica delle evidenze. L’iscrizione nel registro degli indagati dei gestori Jacques e Jessica Moretti avverrà solo dopo l’acquisizione della documentazione svizzera. TESTIMONIANZE E RICOSTRUZIONE DELLA DINAMICA Le testimonianze dei sopravvissuti rivestono un ruolo cruciale: i magistrati intendono ricostruire la dinamica dei fatti, capire la sequenza degli eventi e accertare eventuali comportamenti negligenti da parte del personale del locale o delle autorità competenti. La raccolta di queste dichiarazioni, unitamente all’esame delle cartelle cliniche e degli accertamenti tecnici, costituirà il perno dell’indagine sulla responsabilità penale dei gestori e di eventuali terzi coinvolti. L'articolo Crans-Montana, i pm di Roma indagano anche per disastro. Saranno sentiti i sopravvissuti. Incontro con gli inquirenti Svizzera il 19 febbraio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Regione Lombardia vuole la “tassa sulla salute” per i frontalieri: proteste da sindacati e Svizzera
A volere la “tassa sulla salute” per i lavoratori frontalieri, ormai, è rimasta solo la Regione Lombardia. Piemonte, Alto Adige e Valle d’Aosta hanno già annunciato che non aderiranno alla nuova norma, pensata due anni fa dal governo Meloni ma resa operativa solo a fine 2025 da un decreto. D’altronde, la regione amministrata dalla giunta Fontana è stata sempre la principale sostenitrice dell’introduzione del nuovo prelievo. E se ne comprende facilmente il motivo, considerando che, secondo le stime, il gettito atteso per la Lombardia oscilla tra i 100 e i 150 milioni di euro l’anno. Ma le critiche alla misura piombano da tutte le parti. I sindacati, sia italiani che elvetici, parlano di incostituzionalità della legge, poiché si configurerebbe l’ipotesi di una doppia imposizione fiscale per il lavoratore – che paga già le tasse in Svizzera -, in violazione alle regole Ocse e all’accordo tra i due Paesi. Mentre dal Canton Ticino, il consigliere di Stato Christian Vitta, esponente del Partito liberale radicale, propone di sospendere gli oltre 100 milioni di euro di ristorni con cui ogni anno la Svizzera “ripaga” Roma del lavoro, e delle tasse, dei frontalieri italiani. Un potenziale boomerang che va ad acuire le ruggini tra i due Paesi, già emerse nelle scorse settimane con il dramma di Crans-Montana. Il “contributo di compartecipazione alla spesa sanitaria” è stato inserito dal governo nella legge di Bilancio 2024. Secondo la destinazione d’uso dichiarata dal legislatore, il gettito dovrebbe servire a rafforzare il personale sanitario nelle aree di confine, finanziando un trattamento accessorio fino al 20% dello stipendio tabellare lordo di medici e infermieri, nel tentativo di arginare l’emorragia di professionisti verso la Svizzera. Per far questo la norma introduce un prelievo dal 3% al 6% – che deve essere stabilito dalle singole Regioni, tenendo conto della progressività e del carico familiare del lavoratore – del reddito netto dei cosiddetti “vecchi frontalieri”. Si tratta di quei lavoratori che hanno prestato attività in Svizzera prima di luglio 2023. Una platea di circa 78mila persone, che rientra ancora nel regime fiscale previsto dall’accordo bilaterale del 1974, rinnovato di fatto nel 2023: tassazione al 100% in Svizzera, nessuna imposta sul reddito da lavoro dipendente in Italia, a fronte del rispetto di alcune condizioni precise. Come la residenza entro 20 chilometri dal confine, il lavoro in un Cantone di confine e il rientro quotidiano in Italia. A questi lavoratori finora non è mai stato richiesto alcun contributo in più per usufruire del Servizio sanitario nazionale. Questo perché i vecchi frontalieri contribuiscono alla fiscalità generale – quella che finanzia l’Ssn – attraverso il meccanismo dei ristorni: i trasferimenti con cui i Cantoni riversano ogni anno allo Stato italiano oltre 100 milioni di euro come compensazione per la mancata tassazione dei redditi da lavoro dei frontalieri. Secondo i sindacati, il nuovo prelievo colpirebbe un reddito già tassato alla fonte in Svizzera, introducendo di fatto una doppia imposizione unilaterale e violando sia l’accordo internazionale con Berna sia i principi costituzionali. “Semplicemente, la Lombardia punta a fare cassa. Rispetto alle altre regioni ha interessi molto maggiori. Si sono inventati una tassa di sana pianta”, commenta a ilfattoquotidiano.it Pancrazio Raimondo, segretario generale Uil frontalieri, che insieme alla Cgil e al sindacato svizzero Ocst ha combattuto la norma fin dalla sua nascita. “Sarà una misura totalmente inefficace, visto che l’Italia non ha accesso ai dati fiscali svizzeri – aggiunge -. Su cosa si baseranno i prelievi, su delle autocertificazioni? Non hanno modo di verificare i dati, anche perché si parla oltretutto del reddito netto del lavoratore. Tutto l’impianto di questa operazione non solo è illegittimo, ma è stato anche pensato molto male. Impugneremo la legge, è incostituzionale e viola gli accordi bilaterali tra i due Paesi”. Inoltre, le organizzazioni sindacali sostengono che il provvedimento sarà del tutto inefficace per arginare l’emorragia di professionisti sanitari. Il divario salariale tra i due Paesi resterebbe comunque troppo ampio per rappresentare un reale deterrente alla migrazione oltre confine. “Da sindacalista ovviamente sono a favore dell’aumento di stipendio per i lavoratori italiani. Ma se di là continuano a guadagnare più del doppio che in Italia, non sarà questo disincentivo a fermarli. Per gli aumenti si parla di massimo 300 euro in più in busta paga”, continua Raimondo. A questo si aggiunge il timore che, in un clima di crescenti tensioni tra Italia e Svizzera, il nuovo prelievo possa fornire a Berna l’argomento per rimettere in discussione il meccanismo dei ristorni. È proprio su questo punto che insistono le dichiarazioni di Vitta, contenute in un’intervista rilasciata al Corriere del Ticino il 31 gennaio. Il consigliere del Canton Ticino ha lanciato la proposta di intervenire sui ristorni dei frontalieri come contromisura politica e finanziaria nei confronti di Roma. Una presa di posizione che conferisce alla vicenda una dimensione apertamente internazionale e che si somma alle tensioni diplomatiche emerse nelle ultime settimane su altri dossier, come la strage di Crans-Montana. “Penso che si tratti più che altro di una provocazione, dovuta anche al cattivo clima che c’è tra Svizzera e Italia al momento – commenta Raimondo -. Non credo che l’accordo bilaterale tra i due Paesi possa essere messo in discussione. Ci sono voluti dieci anni per arrivare a una sintesi”. “Detto questo – conclude – è evidente che, al di là del confine, la tassa della salute sia una misura ben poco apprezzata, interpretata come un atto unilaterale non legittimo”. L'articolo La Regione Lombardia vuole la “tassa sulla salute” per i frontalieri: proteste da sindacati e Svizzera proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fallito il tentativo dei Moretti di oscurare il sito che raccoglie testimonianze sulla strage di Crans-Montana
La procura del Vallese ha respinto la richiesta della difesa dei coniugi Moretti – Jacques e Jessica Maric – di far oscurare il sito crans.merkt.ch, una piattaforma online creata dall’avvocato Romain Jordan, che rappresenta alcune delle vittime dell’incendio al locale Le Constellation di Crans-Montana. Il sito – come scrive Repubblica – consente a testimoni e persone informate sui fatti di condividere con i legali delle vittime foto, video e documenti relativi alla strage di Capodanno, che ha causato 41 morti e 115 feriti di cui 64 ancora ricoverati in ospedale in conseguenza delle ustioni e dei danni ai polmoni per i fumi tossici respirati. Secondo quanto emerge dagli atti, il 14 gennaio Patrick Michod, avvocato di Jacques Moretti, ha scritto alla procura di Sion sostenendo che Jordan stesse assumendo un ruolo che spetterebbe esclusivamente all’autorità giudiziaria. Nella lettera, Michod afferma che la piattaforma configurerebbe un’indagine parallela, priva di supervisione da parte degli inquirenti, e critica in particolare la possibilità di inviare materiale in forma anonima. A suo avviso, ciò renderebbe difficile verificarne l’origine e l’autenticità, anche considerando il rischio che immagini o video possano essere stati generati o manipolati tramite strumenti di intelligenza artificiale, con il pericolo di introdurre prove false nel procedimento. Un’azione che rientra nella strategia difensiva aggressiva che ha portato i due coniugi – indagati per omicidio e lesioni – a scaricare le responsabilità del rogo su staff, camerieri e Comune. Jordan – che già dai primi giorni ha valutato anche la possibilità di una causa contro il Comune per i mancati controlli – ha risposto il 22 gennaio, sempre con una comunicazione alla procura, sostenendo che non esistono motivi giuridici per vietare a una parte di raccogliere elementi potenzialmente utili alla difesa dei propri interessi. L’avvocato ha precisato che l’eventuale raccolta di dati tramite la piattaforma non sottrae prove all’indagine ufficiale e che il materiale acquisito può essere sottoposto alle stesse verifiche previste per qualsiasi altra fonte. Ha inoltre osservato che nulla impedirebbe alla polizia o alla procura di creare uno strumento analogo per la ricerca di testimoni, iniziativa che – secondo quanto riferito – era stata proposta dallo stesso Jordan nei primi giorni dell’inchiesta senza ottenere riscontro. L’avvocato ha anche sottolineato che il sito rappresenta un’alternativa trasparente all’invio diretto di informazioni ai media. Al momento non sono previste azioni contro la piattaforma, che tuttavia resterà sotto osservazione. Sul sito è inoltre specificato che chi è in possesso di potenziali prove deve conservare i file originali e rivolgersi alla polizia o alla procura per segnalarli. Commentando la decisione, Jordan ha dichiarato a Repubblica che si tratta di una notizia positiva per lo svolgimento delle indagini e per le famiglie delle vittime. L'articolo Fallito il tentativo dei Moretti di oscurare il sito che raccoglie testimonianze sulla strage di Crans-Montana proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Svizzera
Crans-Montana, un mese dopo l’incendio: la seconda fase della cura dei giovani feriti al Niguarda
È passato un mese dall’incendio che la notte di Capodanno ha devastato il bar Constellation di Crans-Montana, in Svizzera. Le immagini di quei momenti drammatici, con ragazzi giovanissimi tra le fiamme e il fumo, restano impresse nella memoria di chi li ha seguiti in ospedale, mentre l’Italia intera seguiva il loro trasferimento nei giorni successivi all’ospedale Niguarda di Milano. Qui, alcuni feriti hanno affrontato interventi complessi, tra cui uno sottoposto a trattamento Ecmo, la cosiddetta “macchina riposa-polmoni”, presso il Policlinico di Milano. Oggi, mentre la fase acuta dell’emergenza sembra alle spalle e ricevono la visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, emerge un bilancio che porta un barlume di sollievo. “I primi momenti sono stati estremamente complessi – ha raccontato all’Adnkronos Salute Giovanni Sesana, responsabile della Banca dei tessuti e terapia tissutale di Niguarda – la preoccupazione era giorno per giorno, ora per ora. Si trattava di garantire la sopravvivenza e la stabilizzazione dei feriti, arrivati al massimo a 12 contemporaneamente”. Adesso si entra in una nuova fase, definita dal medico “più tranquilla dal punto di vista chirurgico”, in cui gli interventi puntano a funzionalità ed estetica. Un ruolo cruciale lo ha avuto la cute donata e conservata in biobanca: “Nei primissimi giorni abbiamo utilizzato circa 15mila centimetri quadrati di pelle, e successivamente altri 15-20mila in varie fasi. In totale, siamo sui 30-35mila centimetri quadrati per tutti i pazienti”, spiega Sesana. Il sistema sanitario ha garantito non solo le cure, ma anche il supporto psicologico e il senso di comunità: i ragazzi sono stati trasferiti insieme e hanno potuto vedersi tra di loro, un aspetto che Sesana ritiene abbia contribuito alla loro resilienza. “Le loro Olimpiadi iniziano adesso – sottolinea – e se le affronteranno come hanno risposto finora, le vincono, anche se ci sarà ancora da lottare parecchio”. La banca dei tessuti ha potuto reagire rapidamente grazie alla generosità di chi, nel corso del 2025, ha scelto di donare la pelle post mortem. “Abbiamo avuto 125 donazioni, persone che hanno detto sì senza sapere a cosa sarebbe servita. In questo caso, il loro gesto si è rivelato un salvavita inaspettato, e ha permesso di proteggere ragazzi così giovani, che rappresentano il nostro futuro”. Il senso del dono viene poi restituito ai familiari dei donatori tramite lettere di ringraziamento inviate dal Centro regionale trapianti, un gesto che Sesana definisce “importante e doveroso”. La pelle, aggiunge, ha una funzione unica: protezione dalle infezioni e stimolo alla rigenerazione degli strati profondi della cute, accelerando il recupero del paziente. Gli interventi chirurgici iniziali hanno richiesto di bilanciare la rimozione della pelle danneggiata con la conservazione di tessuti utili alla ricostruzione. “La fase della demolizione e pulizia chirurgica è terminata – continua Sesana – adesso comincia un percorso meno concitato, più mirato al recupero estetico e funzionale. Il fatto che i pazienti siano giovani e senza altre patologie ha fatto la differenza, anche sul piano psicologico e della resilienza”. Resta una cauta attenzione su alcuni aspetti respiratori, ma la progressione positiva della maggior parte dei pazienti offre un segnale di speranza. La fase più critica della rianimazione è superata, e ora il futuro dei giovani feriti dipenderà dalla continuità dei trattamenti, dalla riabilitazione e, soprattutto, dalla loro forza di affrontare la lunga strada verso la completa ripresa. L'articolo Crans-Montana, un mese dopo l’incendio: la seconda fase della cura dei giovani feriti al Niguarda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Niguarda
Crans-Montana, Mattarella in visita ai feriti ricoverati al Niguarda: “Devono farcela. Dobbiamo riconsegnare loro una vita piena”
“Ringrazio voi per ciò che fate abitualmente e per ciò che avete fatto e state facendo in questa circostanza – ha detto il capo dello Stato al personale del Niguarda – Devono farcela. Dobbiamo riconsegnare loro una vita piena”. Una visita a sorpresa quella del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che è stato per 40 minuti all’ospedale Niguarda per i ragazzi feriti in Svizzera e ricoverati dopo il rogo di Crans-Montana. “È stata una sorpresa e una gioia per i genitori che erano ovviamente felicissimi ed è stato molto emozionante e commovente – ha commentato Bertolaso -. L’umanità del presidente della Repubblica la conoscono tutti e tutti i genitori sono rimasti molto colpiti e toccati dalle sue parole e dalla visita che si è prolungata parecchio”. Il presidente “ha voluto anche incontrare alcuni ragazzi del centro ustioni, quelli che potevano incontrarlo e si è informato in dettaglio sulla situazione degli altri ragazzi. Ha ringraziato il personale sanitario, scattato foto con infermieri e medici e con i genitori dei ragazzi. È stato un momento molto importante e significativo – ha raccontato Bertolaso – che rimarrà nella storia di questo ospedale. “Il decorso dei ragazzi sta andando bene, tutto procede come noi speravamo”. Il presidente “ci ha detto che è venuto in visita non solo per lui stesso ma anche per tutti quanti gli italiani, a portare gli auguri di tutti per la guarigione dei nostri ragazzi” ha raccontato all’Ansa Umberto Marcucci, padre di uno dei ragazzi sopravvissuti. “C’è stata una bella atmosfera di gioia e condivisione – ha aggiunto – nonostante gli impegni legati alle Olimpiadi il presidente come prima cosa ha voluto portare un conforto a noi e ringraziare i medici che li stanno curando”. Mattarella “ci ha ribadito “che ci sono vicini e continueranno ad esserlo”, anche nella richiesta di giustizia. L'articolo Crans-Montana, Mattarella in visita ai feriti ricoverati al Niguarda: “Devono farcela. Dobbiamo riconsegnare loro una vita piena” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Crans-Montana, 18enne svizzero morto a un mese dalla strage. È la 41esima vittima del Constellation
È morto a distanza di un mese esatto dall’incendio che ha devastato il bar Constellation di Crans-Montana. Con il decesso di un diciottenne svizzero, ricoverato in condizioni gravissime all’ospedale di Zurigo, sale a 41 il numero dei giovani che hanno perso la vita nella strage di Capodanno. La conferma ufficiale è arrivata dal Canton Vallese: il ragazzo è deceduto sabato scorso. Domenica è arrivato il messaggio del Papa in occasione della messa di trigesimo, parole di conforto rivolte ai familiari delle vittime, colpiti – come ha sottolineato il Pontefice – non solo dalla sofferenza, ma anche da un senso di incomprensione e abbandono. Un riferimento che riecheggia le polemiche sollevate dai parenti, in particolare di quelli delle sei vittime italiane, per la scarcerazione del gestore del locale, Jacques Moretti, avvenuta dopo il pagamento della cauzione, e per un percorso giudiziario percepito come lento e accidentato. Sul fronte delle indagini, la morte della 41ª vittima arriva in una fase ancora delicata. La collaborazione giudiziaria tra Svizzera e Italia, ritenuta decisiva per fare piena luce sulla strage, procede ma con evidenti complessità. Solo nei giorni scorsi la Procura vallesana ha dato il via libera all’assistenza giudiziaria richiesta dai magistrati di Roma, che hanno aperto un fascicolo per disastro colposo. Il 19 febbraio è previsto un incontro tra inquirenti. L’iter resta tuttavia articolato: gli inquirenti italiani attendono la trasmissione completa degli atti istruttori svizzeri – dai verbali degli interrogatori alla documentazione sulle autorizzazioni comunali e sulle presunte violazioni delle norme di sicurezza – prima di poter imprimere un’accelerazione all’inchiesta. Al momento, il procedimento italiano è ancora contro ignoti. Anche sul piano operativo emergono difficoltà. Non è stato ancora definito l’invio di un team investigativo italiano sul posto, né la creazione di una squadra investigativa comune internazionale, passaggio ritenuto fondamentale per un’indagine realmente congiunta e per la raccolta diretta delle prove. Intanto, tra gli elementi che potrebbero entrare agli atti figurano le 171 chiamate ai servizi di emergenza svizzeri nelle ore successive all’incendio: voci concitate, richieste di aiuto, la percezione iniziale di un intervento ordinario che si trasforma, minuto dopo minuto, nella consapevolezza di una catastrofe. L'articolo Crans-Montana, 18enne svizzero morto a un mese dalla strage. È la 41esima vittima del Constellation proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Svizzera
The I.C.E. The I.C.E. St. Moritz 2026, capolavori d’epoca brillano sul lago ghiacciato
In una radiosa finestra di fine gennaio, il lago ghiacciato di St. Moritz si è trasformato per due giorni in un palcoscenico bianco e luminoso dove storia, estetica e ingegneria automobilistica hanno dialogato tra loro in un clima unico al mondo. Sotto un sole pieno che rincarava il contrasto tra ombra e abbagliante neve, centinaia di appassionati hanno vissuto una versione d’inverno del miglior stile automobilistico. L’edizione 2026 di The I.C.E. St. Moritz, andata in scena lo scorso week end, ha confermato il concorso internazionale di eleganza come una delle manifestazioni più originali e coerenti del calendario mondiale. Più di cinquanta vetture d’epoca e di grande valore storico hanno affiancato il rigore alpino con le loro forme e i loro motori, in una sorta di “museo che respira”, dove le linee eleganti hanno preso vita sul ghiaccio. La giuria internazionale — riunita sotto la guida di esperti di storia dell’automobile, design e arte — ha dovuto affrontare un compito tutt’altro che banale. Nelle cinque categorie in concorso, hanno prevalso vetture capaci di incarnare significati diversi: dalla Lancia Stratos per le Legendary Liveries, simbolo di livree entrate nell’immaginario collettivo, alla Maserati 4CLT per le Open Wheels, fino alla Jaguar XJ220 per Birth of the Hypercar e alla Ferrari 750 Monza nella categoria Barchettas on the Lake. Grande protagonista estetica, infine, la Talbot-Lago T150C SS Teardrop (nella foto), che ha conquistato il titolo di Best in Show. Per la prima volta a The Ice è stato assegnato anche il premio Best Sound — nato con il supporto di Bang & Olufsen — è stato assegnato alla Pontiac Vivant per la sua voce unica e coinvolgente. A fare da cornice all’evento, oltre all’architettura naturale dell’Engadina, è stato un fitto programma culturale: visite ai musei locali, installazioni artistiche e talk hanno trasformato St. Moritz in un hub di cultura visiva e tecnica, dove auto e arte non si guardano da lontano ma si rispecchiano come due lati dello stesso patrimonio estetico. Le giornate sono state animate anche da momenti spettacolari: la Pattuglia Acrobatica Svizzera ha sollevato l’attenzione del pubblico verso il cielo alpino e una mongolfiera panoramica è stata presa d’assalto per ammirare lo spettacolo dall’alto. Il meteo, con temperature gelide al mattino e poi un sole instancabile, ha contribuito a rendere ogni scena perfettamente nitida e suggestiva. Numeri e atmosfera restituiscono il senso di un evento cresciuto rapidamente negli anni: lago e tribune sold out, hotel e locali dell’Engadina gremiti, e un flusso significativo di visitatori italiani arrivati in giornata. Sul versante delle case automobilistiche, happening e installazioni hanno animato il centro città, con marchi come Ferrari, Porsche e Pagani protagonisti di eventi che hanno unito heritage e visione contemporanea, trasformando St. Moritz in un elegante salotto diffuso. L'articolo The I.C.E. The I.C.E. St. Moritz 2026, capolavori d’epoca brillano sul lago ghiacciato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Credo che i miei amici siano morti dentro al Constellation”, “Mandate le ambulanze”: le drammatiche telefonate al servizio di emergenza di Crans-Montana
“Per favore, è il Constellation a Crans-Montana signora, c’è un incendio, ci sono dei feriti“. “Sono quasi morto al Constellation. Credo di essermi bruciato”. “Credo che i miei amici siano morti dentro… Molte persone stavano per morire signora, chiami un’ambulanza“. Tantissime voci, quasi tutte di giovanissimi. Sono alcune delle tante telefonate al numero di emergenza del soccorso sanitario svizzero. Le chiamate al 144, quella tragica notte di Capodanno, sono state 171 in un’ora e mezza. Testimoni allarmati, vittime terrorizzare e soccorritori increduli hanno continuato senza sosta a telefonare alla centrale, chiedendo aiuto e fornendo quelle preziose informazioni da cui è emersa la catastrofe, in cui sono morte 40 persone e 116 sono rimaste ferite. Le registrazione di quelle drammatiche chiamate sono ora negli atti dell’indagine della procura di Sion. Alcune sono state pubblicate dalla televisione francese BfmTv. > DOCUMENT BFMTV. “Je crois que mes amis sont morts dedans”: les enregistrements > des appels aux secours lors de l’incendie à Crans-Montana > pic.twitter.com/xlpDBH9HId > > — BFM Première (@BFMPremiere) January 30, 2026 La prima è arrivata qualche secondo prima dell’una e trenta della notte: “Vorrei che veniste, perché c’è un’emergenza al Constellation”, sice una voce. In quel momento, le dimensioni della tragedia non erano ancora chiare e sembrava trattarsi di una semplice richiesta di intervento dei Vigili del fuoco. Ma il tenore delle chiamate si fa sempre più drammatico: con il passare dei minuti si trasforma in un fiume improvviso di paura e di disperazione. “Per favore, è il Constellation a Crans-Montana signora, c’è un incendio, ci sono dei feriti”, chiede aiuto un’altra persona. “Bisogna mandare i soccorsi subito, ci sono troppi feriti!”, grida. Le chiamate continueranno ad arrivare fino alle 3 del mattino. Sotto shock, molti tentano di descrivere il dramma che stanno vivendo, con discorsi confusi. “Sono quasi morto al Constellation. Credo di essermi bruciato. Il Constellation è bruciato interamente”, riferisce un altro testimone. “Credo che i miei amici siano morti dentro… Molte persone stavano per morire signora, chiami un’ambulanza”. Tramite la centrale è anche iniziato il coordinamento degli interventi e, a quel punto, anche i soccorritori si mettono in contatto: “Sono sull’incendio a Crans-Montana”, spiega uno dei primi giunti sul posto. “Primo bilancio: tre ustionati gravi”. Ma poi la situazione si complica: “È per avvisarti che c’è stata un’esplosione…”, esordisce un’operatrice. “Ho quattro vittime decedute e almeno una trentina di feriti.” “Lanciamo il piano catastrofe“, risponde all’operatore. Quando la notizia dell’incendio si diffonde iniziano anche le telefonate dei genitori che cercano i figli: “C’è stato un incendio. Nostra figlia è coinvolta, non abbiamo notizie“. Dalla centrale l’operatore risponde: “Non posso dirle dove sia sua figlia o se sia lì”. L'articolo “Credo che i miei amici siano morti dentro al Constellation”, “Mandate le ambulanze”: le drammatiche telefonate al servizio di emergenza di Crans-Montana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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