Sempre più persone non hanno un medico di base a cui rivolgersi. E anche quando
lo trovano – spesso lontano da casa – è già sottoposto a un carico di lavoro
insopportabile. In tutto il Paese, mancano 5700 medici di famiglia, con
significative differenze regionali. La situazione più critica è quella della
Lombardia, dove ne mancano oltre 1500 e dove quelli che lavorano assistono in
media almeno 300 pazienti in più rispetto al limite consigliato, con disagi
crescenti e potenziali rischi per la salute. La Lombardia è seguita poi, a
distanza, da Veneto (dove la carenza è di 747 medici) e Campania (643). Il
quadro è peggiorato rapidamente negli ultimi anni. Tra il 2019 e il 2024 il
numero di professionisti è diminuito di 5197 unità (-14,1%), passando da circa
42mila a meno di 37mila. Nello stesso periodo la domanda di assistenza è
cresciuta: nel 2025 gli over 65 erano quasi 14,6 milioni (24,7% della
popolazione). Di questi, oltre la metà soffriva di almeno due patologie
croniche. E nei prossimi anni il quadro andrà peggiorando a causa della gobba
pensionistica che incombe: entro il 2028 raggiungeranno l’età della pensione più
di 8mila medici di famiglia.
A delineare i contorni di questa crisi è un report della Fondazione Gimbe. “La
carenza dei medici di medicina generale affonda le radici in una programmazione
inadeguata e nella scarsa attrattività a cui è stata costretta questa
professione”, commenta il presidente, Nino Cartabellotta. “Senza una visione
d’insieme continueremo a mettere in campo soluzioni frammentarie che
sottostimano la carenza sulla carta, mentre nella realtà aumentano i carichi di
lavoro e si riducono accessibilità e qualità dell’assistenza”. Negli ultimi
anni, per rispondere alla carenza di medici di base, governo e Regioni hanno
adottato varie soluzioni tampone, senza affrontare il problema alla radice.
L’età pensionabile dei professionisti è stata innalzata fino a 72 anni, sono
state introdotte delle deroghe all’aumento del massimale dei pazienti, ed è
stata data la possibilità agli iscritti al corso di formazione in Medicina
Generale di acquisire fino a mille assistiti. “Ma senza una riforma organica,
capace di rendere la professione più attrattiva, è impossibile garantire il
necessario ricambio generazionale”, commenta Cartabellotta.
Il sistema continua a essere costruito su vecchi parametri che non riflettono
più la realtà demografica italiana. I criteri per definire il numero massimo di
assistiti per medico non tengono conto dei cambiamenti della popolazione degli
ultimi 40 anni e ignorano le proiezioni per i prossimi decenni. Il Paese
invecchia rapidamente: la quota di over 65 è quasi raddoppiata rispetto agli
anni Ottanta e continuerà a crescere, arrivando al 30% della popolazione già nel
2035. In questo contesto, la complessità clinica dei pazienti aumenta.
“L’invecchiamento e l’incremento delle malattie croniche generano bisogni
assistenziali molto diversi rispetto al passato”, osserva Cartabellotta, con
conseguenze dirette sull’organizzazione del lavoro. Secondo Gimbe, un massimale
di 1500 pazienti, coerente con il quadro demografico fino agli anni Novanta,
oggi non è più adeguato. Riduce il tempo da dedicare agli assistiti, aumenta i
carichi di lavoro e genera inevitabili ripercussioni su accessibilità e qualità
dell’assistenza.
I numeri confermano questa pressione crescente. A gennaio 2025, i medici di
medicina generale avevano in carico quasi 51 milioni di assistiti, con una media
di 1383 pazienti ciascuno. Un dato che, precisa il report, è probabilmente
sottostimato rispetto alla realtà: “Con livelli di saturazione così elevati
viene limitato il principio della libera scelta e diventa sempre più difficile
trovare un professionista disponibile vicino a casa”, commenta Cartabellotta.
Una difficoltà che non riguarda più soltanto le aree interne o rurali, dove
storicamente i bandi vanno deserti, ma coinvolge anche Regioni con sistemi
sanitari tradizionalmente solidi, estendendosi ormai anche alle grandi città.
Anche sul fronte del ricambio generazionale il quadro non è rassicurante. Negli
anni scorsi il numero di borse di studio per la formazione in medicina generale
era aumentato, superando le 4300 nel 2021, grazie ai finanziamenti straordinari
arrivati sull’onda dell’emergenza Covid. Ma già dal 2022 la tendenza si è
invertita e nel 2025 le borse sono state poco più di 2200. Il problema
principale, però, è che anche quando i posti ci sono, non sempre vengono
coperti, soprattutto in alcune regioni del Nord. Una tendenza che, secondo
Gimbe, segnala un cambiamento profondo. “Questa spia rossa è accesa da anni e
oggi è sempre più evidente – osserva Cartabellotta -, misurando il progressivo
calo di attrattività della professione”.
Secondo le stime, anche ipotizzando che tutti i medici vadano in pensione al
limite massimo di età e che tutte le borse vengano assegnate e portate a
termine, il sistema non riuscirà comunque a compensare le uscite. Il saldo
resterà negativo, soprattutto considerando che una quota significativa degli
iscritti – circa il 20% – non porta a termine il percorso formativo. Da qui al
2028 Gimbe prevede un gap di oltre 2700 medici di medicina generale. Ma il dato
nazionale nasconde squilibri territoriali molto marcati. In Campania, ad
esempio, si concentreranno ben 1147 dei circa 8mila pensionamenti previsti da
qui al 2028 in tutta Italia, il dato più alto tra tutte le Regioni.
In questo scenario di crisi, sottolinea Cartabellotta, il dibattito politico
continua a concentrarsi su questioni che non affrontano il nodo centrale. “La
discussione rischia di polarizzarsi nuovamente sulla contrapposizione tra
dipendenza e convenzione – spiega Cartabellotta – mentre oggi la vera priorità è
ripensare il ruolo del medico di famiglia. Dalla formazione all’organizzazione
del lavoro, fino all’integrazione con l’intera rete dei servizi territoriali e
ospedalieri”. In altre parole, non è solo una questione di contratto, ma di
funzionamento del sistema. Senza una riforma complessiva, il medico di base, che
rappresenta la porta d’ingresso al Servizio sanitario nazionale, rischia di
diventare un collo di bottiglia. E quando questo filtro si inceppa, a restare
esclusi sono soprattutto anziani e pazienti fragili, costretti a rivolgersi ai
pronto soccorso già in affanno, o, sempre più spesso, a rinunciare alle cure.
L'articolo Medici di base, ne mancano 5700 in tutta Italia. La situazione
peggiore in Lombardia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il mese di marzo, tra le varie cose, è dedicato anche a far conoscere la
Neuromielite ottica (NMO), una patologia che spesso viene confusa con la
Sclerosi multipla ma che ha caratteristiche peculiari. Per fornire assistenza
specifica alle persone con NMO, l’Associazione italiana sclerosi multipla (AISM)
ha fondato nel 2023 l’Associazione Italiana Neuromielite Ottica (AINMO). Per
approfondire e raccontare la loro campagna nazionale di sensibilizzazione e
supporto alle persone con questa malattia rara ilfattoquotidiano.it ha
contattato la presidente di Ainmo, Elisabetta Lilli che è anche una persona con
Neuromielite ottica. E’ la prima associazione italiana dedicata esclusivamente
alle donne e gli uomini con lo spettro dei disordini della neuromielite ottica
(NMOSD) e della malattia associata agli anticorpi anti-glicoproteina
oligodentrocitica della mielina (MOGAD). “La presa in carico non è ancora
uniforme, servono competenze altamente specialistiche e una continuità
assistenziale che il territorio non sempre garantisce”, dice a
ilfattoquotidiano.it Lilli. Oggi è seguita presso il San Raffaele, ma continua
ad avere contatti con il Centro Clinico del San Camillo a Roma, dove è
cresciuta.
“Le terapie innovative per la Neuromielite ottica esistono, ma l’accesso resta
disomogeneo e parziale, così come fisioterapia, riabilitazione e supporto
psicologico. Le principali criticità”, aggiunge la presidentessa di AINMO,
“riguardano la variabilità dei servizi pubblici offerti a livello regionale e la
difficoltà di raggiungere tempestivamente i migliori centri, dove lavorano i
professionisti sanitari più esperti in materia, motivo per cui stiamo lavorando
come associazione anche a iniziative dedicate alla qualità della vita”. La
neuromielite ottica colpisce meno di 5 persone ogni 100mila nel mondo. In Italia
si stimano tra le 1.500 e le 2mila persone. La popolazione è in prevalenza
femminile tra i 35 e i 45 anni, ma può interessare anche bambini e anziani.
AINMO è nata con il supporto di AISM, a tutela dei diritti e informazione
mirata, e collabora con la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla per promuovere
e sostenere la ricerca. “Più che differenze nell’incidenza, osserviamo una
maggiore concentrazione di centri all’avanguardia per il trattamento della
malattia nel Nord Italia”, dichiara. “Partecipiamo a incontri nazionali e a
iniziative di sensibilizzazione dedicate alle malattie rare. Come presidente”,
spiega Lilli, “metto a disposizione la mia esperienza e quella della nostra
comunità in progetti che affrontano anche l’impatto psicologico della malattia,
contribuendo a rendere finalmente visibile una realtà che per anni è rimasta ai
margini”. Lo spettro dei disordini della neuromielite ottica rappresenta un
gruppo di malattie autoimmuni gravi che coinvolgono il sistema nervoso centrale.
Le lesioni interessano principalmente il nervo ottico e il midollo spinale,
provocando infiammazione, la perdita della mielina (il rivestimento che ricopre
gli assoni) e dei neuroni.
Le NMOSD sono state a lungo ritenute una forma di sclerosi multipla, entrambe
sono malattie autoimmuni ma la ricerca compiuta negli ultimi decenni ha chiarito
che si tratta di patologie differenti, con diversi meccanismi biologi,
manifestazione cliniche ed esiti di malattia. “È per questo che la diagnosi
precoce e differenziale è fondamentale per assicurare il giusto trattamento a
tutti i pazienti e scongiurare il rischio di grave disabilità e morte”, dice la
numero uno dell’associazione. “Oggi infatti esistono farmaci che possono
cambiare la storia della malattia e ridurre il rischio di danni permanenti.
Perché le NMOSD possono essere malattie molto gravi, causando anche cecità,
disabilità motorie importanti ed essere fatali. Si stima che, senza trattamento,
siano mortali nel 30% dei casi entro i primi 5 anni di malattia e che un
paziente possa perdere la vista già al secondo attacco”.
“Come presidente dell’AINMO, ho imparato a trasformare la mia debolezza in
forza, rappresentando le persone che, come me, lottano ogni giorno con una
malattia rara”, racconta al Fatto.it. “La condivisione delle esperienze e
l’accesso a informazioni sempre più precise sono alcune delle nostre migliori
terapie. Negli ultimi 10 anni”, aggiunge, “ho visto grandi progressi, ma le
battaglie sono appena iniziate. Grazie al supporto di AISM, riusciamo a portare
avanti richieste che promuovono cure multidisciplinari anche per le persone con
patologie correlate”. L’impegno dell’associazione è fondamentale per garantire
che le persone con malattie rare ricevano il supporto necessario. “La
riabilitazione è una parte cruciale del percorso di guarigione, aiutando a
recuperare funzionalità e migliorare la qualità della vita. Il supporto
psicologico è altrettanto importante: la salute mentale è essenziale per
affrontare la malattia con forza e resilienza”, spiega Lilli. “La
socializzazione gioca un ruolo chiave, poiché viviamo ancora in un mondo dove le
persone con disabilità vengono spesso discriminate. Non abbiamo ancora acquisito
l’approccio sociale su cui ci stiamo battendo a livello globale per abbattere le
barriere, che definirei più ostacoli che sono non solo architettonici ma
soprattutto mentali. Questi ostacoli”, conclude, “purtroppo a volte partono da
noi stessi, persone con patologie, perché ci sentiamo deboli ma possiamo
sviluppare una rete che esiste, accoglie e accompagna. È il passaggio dalla
solitudine alla comunità e sostenere insieme la ricerca scientifica.”
L'articolo Neuromielite ottica, campagna sulla malattia rara e spesso confusa
con la sclerosi multipla: “La diagnosi precoce è fondamentale” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il tema delle liste di attesa si è imposto nei media e nel dibattito politico
come il problema fondamentale del Ssn, a volte per provarne la non
sostenibilità. Ritengo che il dibattito sia poco informato e spesso fuorviante.
Vediamo perché.
La normativa prevede che le prescrizioni di visite ed esami strumentali siano
classificate in quattro categorie: urgente (U), breve (B), differibile (D) e
Programmabile (P). Gran parte della discussione si concentra sulla categoria D,
perché il Ssn risponde relativamente bene alle prestazioni urgenti o che devono
essere erogate in tempi brevi. Appartengono a queste classi tutti i casi in cui
la condizione è potenzialmente seria e tempo-dipendente: intervenire con
rapidità fa la differenza. Certo, non mancano eccezioni ma il Ssn, giustamente,
dà priorità ai pazienti classificati in queste due categorie.
La categoria P riguarda principalmente pazienti già presi in carico per cui si
programmano esami strumentali e di controllo. Qui in alcune realtà le situazioni
possono essere più critiche perché il tema è la presa in carico. Si tratta di
pazienti che necessitano di essere sistematicamente seguiti nel tempo e a volte
i modelli di presa in carico non funzionano, banalmente perché dopo una visita
al paziente non vengono prenotate le prestazioni successive, che devono avvenire
entro 180 giorni.
In realtà, gran parte del problema riguarda le prestazioni differibili (D). Le
condizioni sottostanti sono molto varie, ma hanno in comune una valutazione da
parte del Medico di Medicina Generale come non prioritarie. A volte risultano da
una domanda del paziente più che da una valutazione clinica. Esempi possono
essere un uomo sano che, senza sintomi, vuole fare accertamenti cardiologici (ad
es. eco-doppler) o una giovane donna senza fattori di rischio che vuole
effettuare una mammografia. Il Mmg potrebbe non prescrivere del tutto le
prestazioni oppure, appunto, indicare che sono differibili. E’ su prestazioni
come queste che sta aumentando molto la domanda, in parte per una ragionevole
richiesta di prevenzione, ma dall’altro per spinte improprie che tendono a
medicalizzare eccessivamente la salute, compresa la prevenzione.
Il punto è che soddisfare tutta questa domanda è quasi una mission impossible.
In quanto gratuito, il Ssn non può usare il meccanismo “tradizionale” del prezzo
per razionare la domanda, principalmente per motivi di equità. Cosa può quindi
fare? La prima azione è far sì che gli Mmg lavorino meglio con i pazienti per
filtrare richieste non appropriate e per spiegare loro che anche nella
prevenzione ci sono prestazioni che possono essere inutili se non addirittura
iatrogene. Il tumore al seno a 30 anni è molto raro e lo screening
opportunistico (cioè al di fuori dei programmi pubblici) non solo trova
pochissimi tumori (nell’ordine di 1 ogni 10.000 esami), ma il rischio di falsi
positivi è molto alto (il numero di sospetti tumori che poi non si rivelano
tali) e questo crea ansia e prestazioni evitabili. Il Mmg dovrebbe spiegarlo
alla paziente, dirle di palparsi il seno regolarmente per individuare eventuali
anomalie, spiegarle i fattori di rischio del tumore al seno (ad es. consumo di
alcol) e tranquillizzarla.
In termini più generali, la domanda va governata tramite informazioni e il
recupero di un principio fondamentale: i pazienti possono esprimere un bisogno
ma la domanda di servizi specialistici è funzione del medico. Poi, tornando
all’esempio sopra, se la donna vuole comunque procedere, ci sta che avvenga ma
con risorse proprie. D’altra parte la mammografia senza fattori di rischio a 30
anni non è inclusa nei Lea.
Altre prestazioni differibili possono essere appropriate e le norme prevedono
che siano erogate entro 30 (visite) e 60 (diagnostica) giorni. La realtà è a
macchie di leopardo sia rispetto alle discipline che al territorio. Ad esempio,
i tempi vengono sforati spesso in oculistica e dermatologia, e anche nelle
stesse regioni si trovano strutture con buoni tempi di attesa e altre con tempi
inammissibili. Due sono le cause di questa eterogeneità: la disponibilità di
professionisti perché sono insufficienti in alcune discipline per errori di
programmazione e per effetto della competizione del privato, e la bassa
produttività di alcune strutture (un tema principalmente manageriale).
Non voglio qui affermare che le liste di attesa non siano un problema. Sono il
risultato di un sistema gratuito in cui è difficile gestire la domanda dei
servizi in base a una razionalità clinica ed economica. La categorizzazione
della domanda per livelli di urgenza è in linea con le migliori pratiche
internazionali e anche le prestazioni differibili, se appropriate, devono avere
risposta in tempi ragionevoli. Ma il problema delle liste di attesa ci sarà
sempre perché le aspettative dei cittadini, a volte non adeguatamente informati
e a volte condizionati impropriamente, eccedono le possibilità di un sistema
pagato con le tasse.
L'articolo Perché il tema delle liste d’attesa esiste, ma non è il problema
fondamentale della nostra sanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’idea è semplice e per diversi aspetti anche “geniale”, portare alcuni tra i
migliori giovani chef professionisti e food blogger nei reparti degli ospedali
per preparare piatti sani e gustosi per i pazienti e le persone con disabilità.
Si tratta di Special Cook, un progetto di Officine Buone, incubatore di idee per
l’innovazione sociale e inclusiva.
Nella finale, andata in scena il 12 marzo, sono stati gli chef Valeria Loi e
Gabriel Cinque – con il progetto Impronta – e la chef Eleonora Arganese a
sfidarsi con due proposte di ricette sane e gustose. La vittoria è andata a Loi
e Cinque che hanno presentato un “Bottaggio di verza alle spezie, salsa allo
zafferano e verza croccante”, un piatto che si è conteso il podio con la
“Tartelletta di frolla salata con consistenze di carciofo, topinambur ed
emulsione all’aglio nero” di Arganese. Ad eleggere i vincitori è stata la giuria
composta dal pubblico presente all’evento, composto da partner dell’iniziativa,
cuochi e food blogger, referenti ed ex-pazienti degli ospedali e infine i
volontari che rendono possibili le date nei vari centri ospedalieri in tutta
Italia.
La finale è arrivata al termine di un anno pieno di sfide nei reparti,
preparando ricette adatte alle peculiari esigenze e bisogni delle persone
ricoverate negli ospedali, come ad esempio alimenti morbidi per chi ha
difficoltà a deglutire.
“Siamo arrivati all’ottava edizione e siamo felici della crescita del progetto,
in questa edizione abbiamo superato il nostro record di date di cucina in
ospedale, 95, aumentando il nostro impatto sociale”, commenta a
ilfattoquotidiano.it Ugo Vivone, fondatore di Officine Buone. “Condividere la
buona cucina ci permette di offrire conforto, formazione per migliorare le
proprie abitudini alimentari e, soprattutto, è il modo migliore per passare del
buon tempo insieme”. I piatti vengono valutati e votati alla finale da una
giuria “tecnica” e da una giuria “popolare” composte complessivamente da donne e
uomini ricoverati, volontari che rendono possibile le varie date nei diversi
ospedali, operatori sanitari oltre ai partner coinvolti nel progetto, cuochi e
food blogger. “Le sfide effettuate durante l’anno sono avvenute nel rispetto
delle regole e limitazioni previste nei reparti che hanno reso la sfida ancora
più interessante”, spiegano gli organizzatori.
Special Cook nasce nel 2017 ed è attivo oggi in 7 città: Milano, Monza, Bergamo,
Torino, Roma, Paola e Catanzaro. Raggiunge in tutta Italia oltre 15 ospedali e
istituti di cura, tra cui l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di
Milano, il Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma e l’Ospedale San
Francesco di Paola. Nell’ultima edizione sono state realizzate ben 95 date,
coinvolgendo oltre trenta chef e professionisti del mondo della cucina, tra cui
Luca Abbruzzino (Michelin Star presso il Ristorante Abbruzzino), Caterina
Ceraudo (Michelin Star presso il Ristorante Dattilo), Eleonora Riso e Niccolò
Califano (vincitrice e finalista di Masterchef 13), Ludovica Gargari – in arte
Lulù Gargari (food blogger e creator GialloZafferano) e Giovanni Castaldi (food
blogger e creator GialloZafferano).
Il fondatore di Officine Buone racconta che “nei reparti di pediatria e nei
centri che ospitano persone con disabilità il progetto assume la forma di
laboratorio di cucina, in cui gli chef cucinano insieme ai pazienti,
condividendo calore umano e una sorpresa buona. In altri reparti”, aggiunge,
“come ad esempio quello dei disturbi del comportamento alimentare, il progetto
ha invece un carattere formativo, con la realizzazione di show cooking in grado
di supportare ed aiutare i pazienti a migliorare la propria alimentazione e il
proprio rapporto col cibo”.
L'articolo Laboratori culinari e sfide tra chef nei reparti degli ospedali: così
Special Cook rende più umani i reparti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nonostante la convocazione al ministero della Salute per il 4 marzo, le
segreterie nazionali di Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl hanno proclamato un nuovo
sciopero nazionale dei lavoratori della sanità privata e delle Rsa per il 17
marzo per il rinnovo del contratto di lavoro di 300 mila dipendenti. “Non c’è
più tempo da perdere”, spiegano, “è necessario entrare nel merito delle
trattative, con risorse certe e con una disponibilità reale, non solo di
facciata, da parte delle controparti Aris e Aiop, che nelle dichiarazioni
affermano di voler rinnovare i contratti ma nei fatti subordinano l’apertura e
la conclusione delle trattative alla piena copertura economica dei costi del
rinnovo contrattuale da parte di Governo e Regioni”. Aris è l’associazione degli
istituti socio-sanitari di carattere religioso, Aiop l’associazione italiana
dell’ospedalità privata, che in Italia rappresenta 577 strutture accreditate.
Parliamo di due Ccnl “scaduti rispettivamente da 8 e 13 anni: una situazione che
non è più tollerabile. Proprio per questo chiediamo con forza al Ministero della
Salute e alla Conferenza delle Regioni di definire regole certe e vincolanti
sugli accreditamenti istituzionali che rendano automatico il rinnovo dei
contratti alle stesse vigenze della sanità pubblica, impedendo il ricorso al
dumping contrattuale messo in atto da soggetti datoriali e organizzazioni
sindacali non rappresentative”.
Il differenziale salariale tra pubblico e privato, spiegano i sindacati, è
evidente: “Per una figura come quella dell’infermiere parliamo di circa 500 euro
mensili in meno rispetto ai colleghi della sanità pubblica che, dopo il rinnovo
del contratto 2022-2024, riceveranno ulteriori incrementi con le risorse
stanziate per il triennio 2025-2027. Un divario che sta generando una fuga di
personale da questi comparti, con ricadute pesanti sulla qualità dei servizi e
sulla vita delle persone più fragili che si rivolgono alla sanità privata e
degli anziani ospiti delle RSA. È una condizione divenuta insostenibile che sta
danneggiando prima di tutto l’utenza più esposta”.
“Per questo motivo – concludono le segreterie di Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl –
oltre ai presidi sui territori e al proseguire capillarmente nell’invio di
richieste di ispezioni nei luoghi di lavoro in tutta Italia per verificare il
rispetto delle regole di accreditamento e delle condizioni operative, porteremo
in piazza, a Roma, il prossimo 17 aprile, la voce di 300mila lavoratrici,
lavoratori e professionisti che ogni giorno svolgono un servizio pubblico
essenziale”.
L'articolo Il 17 marzo sciopero dei lavoratori della sanità privata e delle Rsa:
“Contratti scaduti da un decennio, intollerabile” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Da oltre 15 anni la sanità pubblica non è più al centro dell’agenda politica di
nessun governo, e di questo men che mai. Inevitabilmente i cittadini ogni giorno
perdono un pezzo di diritto, a partire dalle fasce socio-economiche più deboli
della popolazione”. Ad affermarlo il presidente di Fondazione Gimbe Nino
Cartabellotta, a margine della due giorni sulla sanità organizzata dal Partito
democratico all’interno di Palazzo Pirelli, a Milano.
“Va nella giusta direzione in termini del rifinanziamento pubblico”, ha poi
aggiunto, parlando della proposta di legge presentata dalla segretaria Elly
Schlein. “È evidente che bisogna essere più precisi rispetto alle fonti da cui
recuperare le risorse: ci vuole un piano di rifinanziamento accompagnato dalle
fonti da cui recuperare le risorse. E ovviamente bisogna anche fare un piano
programmatico di riforme progressive che siano strutturali, perché noi
continuiamo a erogare l’assistenza sanitaria con regole che sono state scritte
ormai trent’anni fa”.
L'articolo Sanità pubblica? Per Cartabellotta (Gimbe) “è fuori dall’agenda
politica, con Meloni ancora di più” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rompere la “congiura del silenzio“, a Gaza come in Cisgiordania. E protestare
contro la cacciata voluta dal governo israeliano delle 37 organizzazioni che
operano in Palestina, che si sono rifiutate di consegnare i nomi degli operatori
palestinesi che lavorano con loro. Questo l’obiettivo delle reti #DigiunoGaza e
Sanitari per Gaza, tornate in piazza, di fronte a più di 50 ospedali, per il
flash mob ribattezzato “No liste no bersagli. Solidarietà e cura non sono
reato”. Lo scorso ottobre avevano già voluto simbolicamente “illuminare la notte
della Palestina“, in segno di protesta contro il genocidio commesso da Israele a
Gaza e per denunciare le complicità dei governi occidentali, compreso quello
italiano guidato da Giorgia Meloni. Ora la nuova mobilitazione, in solidarietà
con il popolo palestinese e in difesa delle 37 Ong.
Tra queste, dovranno andare via anche Medici senza Frontiere, Oxfam, Action Aid
e diverse Caritas. A meno di una settimana dal termine imposto da Tel Aviv per
interrompere le attività, 17 di loro hanno intanto deciso di rivolgersi all’Alta
corte israeliana contro la sospensione ordinata dal governo. Un ricorso
congiunto senza precedenti e che arriva dopo diversi tentativi di mediazione
andati a vuoto, oltre che decine di appelli da tutto il mondo per chiedere che
venga garantito l’aiuto umanitario a una popolazione devastata da bombardamenti
e fame. Tutto mentre a Gaza più della metà della popolazione continua a vivere
in campi senza acqua potabile e servizi di base, mentre il sistema sanitario è
totalmente distrutto e mancano medicinali e attrezzature mediche. In questo
contesto gli aiuti entrano con il contagocce e il lavoro degli operatori resta
essenziale per portare acqua e assistenza medica. “La sanità non è neutrale,
quando la cura viene trasformata in un crimine. Siamo qui perché bandire le ONG
da Gaza significa privare una popolazione stremata delle ultime possibilità di
sopravvivenza e violare ancora una volta il diritto internazionale“, hanno
rilanciato decine di sanitari scesi in piazza in segno di protesta, all’ospedale
San Giovanni Addolorata di Roma, così come in tanti altri nosocomi della
Capitale e di tutta la penisola.
Per le reti dei sanitari “la richiesta di delazione mira a costringere le Ong a
partecipare alla politica coloniale di sorveglianza e controllo dei gazawi. Un
sistema utilizzabile per arrestare, torturare o uccidere”. Anche perché, hanno
ricordato nel corso del flash mob, a Gaza dal 7 ottobre 2023 “circa 1.700
professionisti sanitari sono stati uccisi e 15 appartenevano allo staff di
Medici Senza Frontiere”. “I nostri colleghi sono stati colpiti con i droni,
quindi non in maniera casuale. Siamo quindi solidali con le ONG che non vogliono
rivelare i nomi dei loro collaboratori in loco, perché questo sarebbe per loro
una condanna a morte“. c’è chi ha rivendicato nel corso dell’iniziativa. “Altro
che pace. A Gaza come in Cisgiordania si continua a morire. La tregua è violata
ogni giorno. Il Board of Peace di Trump? Un comitato d’affari“, spiegano molti
sanitari, critici contro la scelta dell’Italia di partecipare, nella veste di
“osservatore”.
“Da professionista sanitario, come da cittadino, non si può non tornare in
piazza per parlare di salute e di umanità. Non c’è più limite a nulla”, spiega
un medico di famiglia. Mentre dal presidio si sottolinea come “le forze di
Difesa israeliane hanno riconosciuto come attendibili i dati del Ministero della
Salute di Gaza, che erano stati sistematicamente screditati per più di due anni.
Oltre 71mila palestinesi, di cui 20mila bambini, sono stati uccisi. Chiediamo
pertanto ai nostri governi e alla società civile di esigere che Israele rispetti
il diritto internazionale e garantisca il proseguimento delle attività delle ONG
sul territorio”. E ancora: “La protezione del personale medico non è
negoziabile. Il silenzio è complicità, l’azione è dovere”.
L'articolo Protesta dei sanitari contro la cacciata delle Ong da Gaza e
Cisgiordania: “Silenzio è complicità, Israele rispetti il diritto
internazionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sospesa l’estradizione negli Stati Uniti dell’hacker kazako Roman Yuryevich
Khlynovskiy. Il Tribunale amministrativo del Lazio ha accolto il ricorso
congelando il decreto del ministro della Giustizia firmato il 17 febbraio, per
trasferire l’imputato dal carcere di Ferrara consegnandolo alle autorità Usa. Il
17 dicembre 2025 la Corte di appello di Bologna aveva dato il proprio assenso
all’estradizione. L’uomo, 43 anni, è accusato di far parte di una gang di
criminali informatici. Il gruppo avrebbe paralizzato per tre giorni alcuni
ospedali americani, cessando gli attacchi dopo aver intascato pagamenti per
centinaia milioni di euro. Oltre ai soldi, nella refurtiva ci sarebbero anche i
dati sensibili di politici statunitensi.
“Mi risulta che sia successo solo quattro volte nella storia repubblicana che il
decreto di estradizione di un ministro fosse sospeso dai giudici amministrativi,
non reperisco altri casi giurisprudenziali”, ha commentato l’avvocato Alexandro
Maria Tirelli, difensore di Khlynovskiy insieme alla legale Francesca Monticone.
Tirelli aveva presentato il ricorso contro l’estradizione chiedendo che “venga
accertato, con strumenti adeguati da parte dei competenti reparti in materia di
intelligence e sicurezza nazionale, se le competenze di Khlynovskiy possano
avere rilievo per lo Stato italiano”. Contattato da ilfattoquotidiano.it,
l’avvocato dice che “nessuna autorità ha raccolto, fino ad ora, il suo appello”.
Storie di cybercriminali che hanno compiuto il salto della barricata,
collaborando con le aziende e forze dell’ordine, ce ne sono.
Ilfattoquotidiano.it aveva raccontato il caso del russo Dmitry Smilyanets, ex
fan di Putin e ora al servizio della sicurezza informatica a stelle e strisce.
Secondo l’avvocato Tirelli, sarebbero proprio gli americani a premere per
l’estradizione: “Alcuni segnali lasciano intuire il messaggio delle autorità
statunitensi a quelle italiane: ‘non ostacolate la consegna di Khlynovskiy'”. Il
legale, tuttavia, spera almeno in una valutazione: “Un paese sovrano dovrebbe
verificare se le abilità del mio assistito possano contribuire alla sicurezza
informatica del Paese, mi aspetto e spero che ciò avvenga”.
Anche la moglie di Khlynovskiy di recente si era rivolta al ministro Carlo
Nordio invocando lo stop all’estradizione e la possibilità di restare in Italia,
per mettere le abilità di hacker al servizio della sicurezza informatica del
Paese. La stessa richiesta era giunta anche dalla difesa. “La mancata
estradizione potrebbe consentire allo Stato italiano di acquisire informazioni e
competenze strategiche in materia di sicurezza informatica”, aveva dichiarato
l’avvocato Alexandro Maria Tirelli. Il Tar ha concesso 90 giorni per depositare
l’eventuale richiesta di annullamento del decreto ministeriale, prima di
emettere una decisione definitiva nel merito dell’estradizione. L’uomo è
considerato pericoloso dall’Fbi. Secondo gli inquirenti americani avrebbe
sottratto dati sensibili e immagini di pazienti, tra cui funzionari governativi,
volti dello spettacolo e altri personaggi pubblici, per poi chiedere riscatti
milionari.
Khlynovskiy è stato arrestato la scorsa estate in esecuzione di un mandato del
Dipartimento della Giustizia emesso il 29 Luglio 2025. Vive in Ucraina ma era
venuto in Italia per motivi di salute con moglie e figlio minorenne. Questi
ultimi godono della protezione temporanea per la guerra in corso. Khlynovskiy
invece ha presentato richiesta d’asilo ed è in attesa del verdetto al Tribunale
di Bologna.
L'articolo Sospesa l’estradizione negli Usa dell’hacker kazako. “Un Paese
sovrano dovrebbe valutare se le sue abilità servono allo Stato italiano”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il filo che collega il clan Contini al mondo delle truffe assicurative passava
per lo studio dell’avvocato Salvatore D’Antonio. Penalista, nonché
professionista che “si è adoperato per assicurare al clan Contini il
raggiungimento dei propri obiettivi strategici e il rafforzamento della propria
presenza sul territorio, nella piena consapevolezza di operare per il sodalizio
e di fornire un contributo in tal senso rilevante”, scrive il Gip di Napoli
nella parte di motivazione dell’arresto per concorso esterno in associazione
camorristica nell’ambito dell’indagine che ha portato a quattro arresti per
infiltrazioni nell’ospedale San Giovanni Bosco.
Nel provvedimento si fa riferimento a un’intercettazione in cui D’Antonio
ammette che il bar dell’ospedale era un’appendice della cosca. Risale al gennaio
2019. “Diciamo che loro pure furono arrestati sequestro delle società li ho
difesi io, pure sono stati assolti, perché loro ritenevano che all’interno
praticamente della come si chiama di questo bar e cose venisse gestito dalla
camorra del Clan Contini , è vero, così è, cioè io prima del sequestro già
conoscevo la avvenivano proprio i ……. poi parlano di altri assistiti di
D’Antonio”.
C’è ne è un’altra in cui D’Antonio preannuncia una denuncia alle Iene. Gli
inviati del programma di Italia 1 stanno ficcando il naso nella gestione del bar
all’ospedale San Giovanni Bosco. Erano andati lì per fare domande al gestore,
Salvatore De Rosa, per chiedergli se aveva appartenenze con la camorra. È il
30.11.2018 e l’avvocato ne parla con N. B., perito assicurativo al centro di
numerose frodi assicurative riportate nell’ordinanza. Il Gip ne ha respinto la
richiesta di arresto per concorso esterno, ritenendo il suo contributo agli
interessi della cosca datato, e limitato nel tempo.
Avvocato D’Antonio: Che è successo? ( con tono allarmato)
N. B.: Fai finta che non sai niente, stammi a sentire, “le Iene”,mi senti?
Avvocato D’Antonio: eh
N. B.: eh, sono andate nel San Giovanni Bosco (ospedale ndr) hanno acchiappato a
Salvatore De Rosa, gli hanno detto: “è vero che lei ha appartenenze con la
camorra?” “io sono di passaggio qua!”(risposta di De Rosa al giornalista ndr),
“ma come siete di passaggio, siete il proprietario del bar perché dite che siete
di passaggio?”(giornalista ndr)
Avvocato D’Antonio: veramente?
N. B: eh fai finta che non sai niente, perché quello ti chiama sicuramente, a me
me l’hanno detto mi hanno chiamato quella ragazza,no?mi ha chiamato e mi ha
detto “nunzio è successo un bordello hanno detto vicino a Salvatore , gli hanno
detto così,hai capito, questo è uno smacco malamente, sto fatto,eh perché tu hai
fatto riaprire il bar che quelli hanno detto che era una cosa con i Contini
Avvocato D’Antonio: Vabbè facciamo una denuncia alle “Iene”
N.B.: eh si deve fare la denuncia immediatamente.
N. B. è accusato pure di essere capo e promotore di un’associazione a delinquere
dedita alle truffe assicurative insieme a Salvatore De Rosa, l’uomo del bar
dell’ospedale. Nelle circa 2000 pagine dell’inchiesta – frutto nel nucleo
investigativo dei carabinieri e del nucleo Pef della Finanza di Napoli – viene
ricostruito un modus operandi collaudato e stratificato. Un lavoro fatto di
falsi testimoni e di accordi con liquidatori coi quali stabilire patti
“commerciali” (incassavano il 10% dell’importo dietro la certezza della chiusura
positiva della pratica).
N. B. e l’avvocato D’Antonio erano in contatto per lucrare su pratiche
assicurative del “fondo vittime per la strada e non solo”. L’ordinanza è piena
di intercettazioni dalle quali traspare “uno stabile rapporto di affari (…) già
da solo singolare visto che quest’ultimo si occupa esclusivamente, almeno in
apparenza, di diritto penale”. Una di queste conversazioni farebbe emergere la
“spregiudicatezza” di D’Antonio che, a proposito di un altro avvocato, dice: “io
non l’ho fatto picchiare da Michele Contini… (suo amico e parente del boss
Edoardo Contini, ndr)… non l’ho fatto picchiare dai camorristi e gli ho fatto
gestire le pratiche a lui che ha litigato con tutti…”.
L'articolo “Consapevole di lavorare per il clan”, in carcere l’avvocato dei
Contini e delle truffe alle assicurazioni. Voleva denunciare le Iene proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Pisciazza ce l’ha con noi… a quello una mazziata nessuno gliela toglie”. È
senza freni l’ira di Salvatore e Pietro De Rosa, due dei quattro arrestati
nell’inchiesta della Dda di Napoli – pm Alessandra Converso, procuratore
aggiunto Sergio Amato, procuratore capo Nicola Gratteri – contro le
infiltrazioni del clan Contini nell’ospedale San Giovanni Bosco. Traspare dalle
intercettazioni. I De Rosa ce l’hanno con il manager della sanità Ciro
Verdoliva, nominato a dicembre direttore generale dell’ufficio nazionale del
Garante per la disabilità. All’epoca di queste conversazioni – nel 2019 – era
commissario straordinario dell’Asl Napoli 1, dove ricade l’ospedale San Giovanni
Bosco. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca lo aveva spedito lì con
urgenza, per risollevare le sorti di un ospedale travolto da ombre di malasanità
e dallo scandalo delle formiche sul paziente intubato.
Nel suo generale repulisti, Verdoliva ha da poco cacciato gli abusivi dal
parcheggio e sta estromettendo i De Rosa dalla gestione della buvette, del bar,
delle macchinette automatiche. Inizierà per il manager una stagione di pressioni
e minacce. Ha dato fastidio agli intoccabili. Emblematico il racconto dello
‘sfratto’ del bar, disposto nel febbraio 2019, uno dei primi atti della gestione
commissariale. In quello stesso giorno Salvatore De Rosa, insieme al padre e al
fratello, prova ad avere un incontro negli uffici commissariali e, al rifiuto,
urlano: “mo’ chiamiamo tutta la famiglia, entriamo e sfondiamo la porta”. Ai
carabinieri del Nas Verdoliva rivelerà che i De Rosa “giustificavano la
richiesta di un colloquio in quanto ‘avevano un accordo con il dott. Forlenza e
che questo accordo doveva essere rispettato”. Mario Forlenza era il precedente
manager dell’Asl Napoli 1. Il passaggio di consegne a Verdoliva era stato breve
e scarno: pochi fogli e pochi dati.
Più avanzava l’azione di Verdoliva, maggiori erano le resistenze che incontrava.
Nel marzo 2019 il commissario dispone il distacco delle macchinette erogatrici
di bevande illecitamente allacciate. Una manina camuffa e minimizza con le
scritte ‘guasto’ sui vetri. Verdoliva chiede spiegazioni al direttore sanitario.
“Dobbiamo far togliere quel cartello perché non è che son guaste hai capito?”.
Il direttore, secondo la ricostruzione riportata nell’ordinanza firmata dalla
giudice per le indagini preliminari, Ivana Salvatore, tentenna perché sa che
quelle macchinette sono riconducibili ai De Rosa. Non procede alla rimozione
immediata delle macchinette. Non affronta di petto la circostanza che i De Rosa
avrebbero provato a rientrare nei locali del bar chiusi con le catene. Verdoliva
ha l’impressione che il direttore sia intimorito e glielo dice esplicitamente: “
mi dai l’impressione di temere di avere paura …..allora se ci sono degli
elementi che ti fanno temere qualcosa fammi capire dimmelo… ti voglio tutelare
pure ….che ne so ma io non posso avere un direttore sanitario che…..come dire
prende tempo a fare una cosa perché magari ha paura o altro fammi capire cosa
sta succedendo”.
L'articolo “A quella pisciazza una mazziata nessuno gliela toglie”, le
intercettazioni con le minacce al dirigente Asl di Napoli nell’indagine
sull’ospedale San Giovanni Bosco proviene da Il Fatto Quotidiano.