A volere la “tassa sulla salute” per i lavoratori frontalieri, ormai, è rimasta
solo la Regione Lombardia. Piemonte, Alto Adige e Valle d’Aosta hanno già
annunciato che non aderiranno alla nuova norma, pensata due anni fa dal governo
Meloni ma resa operativa solo a fine 2025 da un decreto. D’altronde, la regione
amministrata dalla giunta Fontana è stata sempre la principale sostenitrice
dell’introduzione del nuovo prelievo. E se ne comprende facilmente il motivo,
considerando che, secondo le stime, il gettito atteso per la Lombardia oscilla
tra i 100 e i 150 milioni di euro l’anno. Ma le critiche alla misura piombano da
tutte le parti. I sindacati, sia italiani che elvetici, parlano di
incostituzionalità della legge, poiché si configurerebbe l’ipotesi di una doppia
imposizione fiscale per il lavoratore – che paga già le tasse in Svizzera -, in
violazione alle regole Ocse e all’accordo tra i due Paesi. Mentre dal Canton
Ticino, il consigliere di Stato Christian Vitta, esponente del Partito liberale
radicale, propone di sospendere gli oltre 100 milioni di euro di ristorni con
cui ogni anno la Svizzera “ripaga” Roma del lavoro, e delle tasse, dei
frontalieri italiani. Un potenziale boomerang che va ad acuire le ruggini tra i
due Paesi, già emerse nelle scorse settimane con il dramma di Crans-Montana.
Il “contributo di compartecipazione alla spesa sanitaria” è stato inserito dal
governo nella legge di Bilancio 2024. Secondo la destinazione d’uso dichiarata
dal legislatore, il gettito dovrebbe servire a rafforzare il personale sanitario
nelle aree di confine, finanziando un trattamento accessorio fino al 20% dello
stipendio tabellare lordo di medici e infermieri, nel tentativo di arginare
l’emorragia di professionisti verso la Svizzera. Per far questo la norma
introduce un prelievo dal 3% al 6% – che deve essere stabilito dalle singole
Regioni, tenendo conto della progressività e del carico familiare del lavoratore
– del reddito netto dei cosiddetti “vecchi frontalieri”.
Si tratta di quei lavoratori che hanno prestato attività in Svizzera prima di
luglio 2023. Una platea di circa 78mila persone, che rientra ancora nel regime
fiscale previsto dall’accordo bilaterale del 1974, rinnovato di fatto nel 2023:
tassazione al 100% in Svizzera, nessuna imposta sul reddito da lavoro dipendente
in Italia, a fronte del rispetto di alcune condizioni precise. Come la residenza
entro 20 chilometri dal confine, il lavoro in un Cantone di confine e il rientro
quotidiano in Italia. A questi lavoratori finora non è mai stato richiesto alcun
contributo in più per usufruire del Servizio sanitario nazionale. Questo perché
i vecchi frontalieri contribuiscono alla fiscalità generale – quella che
finanzia l’Ssn – attraverso il meccanismo dei ristorni: i trasferimenti con cui
i Cantoni riversano ogni anno allo Stato italiano oltre 100 milioni di euro come
compensazione per la mancata tassazione dei redditi da lavoro dei frontalieri.
Secondo i sindacati, il nuovo prelievo colpirebbe un reddito già tassato alla
fonte in Svizzera, introducendo di fatto una doppia imposizione unilaterale e
violando sia l’accordo internazionale con Berna sia i principi costituzionali.
“Semplicemente, la Lombardia punta a fare cassa. Rispetto alle altre regioni ha
interessi molto maggiori. Si sono inventati una tassa di sana pianta”, commenta
a ilfattoquotidiano.it Pancrazio Raimondo, segretario generale Uil frontalieri,
che insieme alla Cgil e al sindacato svizzero Ocst ha combattuto la norma fin
dalla sua nascita. “Sarà una misura totalmente inefficace, visto che l’Italia
non ha accesso ai dati fiscali svizzeri – aggiunge -. Su cosa si baseranno i
prelievi, su delle autocertificazioni? Non hanno modo di verificare i dati,
anche perché si parla oltretutto del reddito netto del lavoratore. Tutto
l’impianto di questa operazione non solo è illegittimo, ma è stato anche pensato
molto male. Impugneremo la legge, è incostituzionale e viola gli accordi
bilaterali tra i due Paesi”.
Inoltre, le organizzazioni sindacali sostengono che il provvedimento sarà del
tutto inefficace per arginare l’emorragia di professionisti sanitari. Il divario
salariale tra i due Paesi resterebbe comunque troppo ampio per rappresentare un
reale deterrente alla migrazione oltre confine. “Da sindacalista ovviamente sono
a favore dell’aumento di stipendio per i lavoratori italiani. Ma se di là
continuano a guadagnare più del doppio che in Italia, non sarà questo
disincentivo a fermarli. Per gli aumenti si parla di massimo 300 euro in più in
busta paga”, continua Raimondo.
A questo si aggiunge il timore che, in un clima di crescenti tensioni tra Italia
e Svizzera, il nuovo prelievo possa fornire a Berna l’argomento per rimettere in
discussione il meccanismo dei ristorni. È proprio su questo punto che insistono
le dichiarazioni di Vitta, contenute in un’intervista rilasciata al Corriere del
Ticino il 31 gennaio. Il consigliere del Canton Ticino ha lanciato la proposta
di intervenire sui ristorni dei frontalieri come contromisura politica e
finanziaria nei confronti di Roma. Una presa di posizione che conferisce alla
vicenda una dimensione apertamente internazionale e che si somma alle tensioni
diplomatiche emerse nelle ultime settimane su altri dossier, come la strage di
Crans-Montana.
“Penso che si tratti più che altro di una provocazione, dovuta anche al cattivo
clima che c’è tra Svizzera e Italia al momento – commenta Raimondo -. Non credo
che l’accordo bilaterale tra i due Paesi possa essere messo in discussione. Ci
sono voluti dieci anni per arrivare a una sintesi”. “Detto questo – conclude – è
evidente che, al di là del confine, la tassa della salute sia una misura ben
poco apprezzata, interpretata come un atto unilaterale non legittimo”.
L'articolo La Regione Lombardia vuole la “tassa sulla salute” per i frontalieri:
proteste da sindacati e Svizzera proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee
dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste
d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio,
affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta
di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della
commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più
notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli
interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo
provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a
sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due
decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza
precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui
l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non
consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi,
né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano
lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è
sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono
tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta
Europa.
È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sul dl
73/2024, che prende in esame i dati disponibili sulla piattaforma di
monitoraggio. Questa, nel 2025, ha raccolto informazioni su quasi 57,8 milioni
di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di
esami diagnostici. Ma nonostante la mole imponente dei numeri, i dati sono di
difficile lettura, poiché aggregati solo a livello nazionale, senza fare
differenza tra le singole Regioni. Così come manca del tutto la possibilità di
confrontare le aziende sanitarie, o di comparare i risultati delle strutture
pubbliche e di quelle private accreditate. Inoltre, non è possibile fare alcuna
distinzione tra le prestazioni erogate in regime Ssn e quelle in intramoenia.
“Dopo fiumi di annunci, il decreto sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto
alcun beneficio concreto”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della
Fondazione Gimbe. Per il presidente, l’analisi serve per “tracciare un confine
netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei
cittadini, alle prese con tempi di attesa interminabili”.
Sul piano normativo, il decreto resta incompiuto. Dei sei decreti attuativi
previsti, solo quattro risultano pubblicati. Ne mancano due, entrambi senza una
scadenza definita: quello sulla nuova metodologia per stimare il fabbisogno di
personale del Ssn, cruciale perché condiziona le assunzioni, e quello che
dovrebbe fissare le linee di indirizzo nazionali per la gestione dei Cup,
comprese le disdette e l’ottimizzazione delle agende. “Il primo è fermo per la
mancata approvazione della metodologia Agenas, il secondo non è neppure
calendarizzato”, spiega Cartabellotta. Per quanto riguarda la piattaforma,
lanciata a giugno 2025, i limiti – e i ritardi – sono evidenti: Agenas aveva
annunciato una versione 2.0 entro fine anno, con dati consultabili per Regione e
tipologia di struttura, e una versione 3.0 in tempo reale per il 2026. Ma, ad
oggi, la versione pubblica è ancora quella iniziale: solo dati nazionali
aggregati, con i quali è impossibile capire dove si concentrino le criticità.
Di fatto, contesta Gimbe, gli indicatori utilizzati dalla piattaforma edulcorano
i problemi: vengono monitorate 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici,
classificati per priorità. Ma il rispetto dei tempi di attesa viene riportato
attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che tendono a “smussare” le
criticità. “Manca l’informazione fondamentale – sottolinea Cartabellotta-. Non
si capisce per ogni prestazione quale sia la percentuale erogata entro i tempi
massimi previsti”. E c’è un altro dato che emerge indirettamente dalla
piattaforma: tutti gli indicatori sui tempi di attesa escludono le prestazioni
in intramoenia (ovvero le prestazioni a pagamento che vengono fatte negli
ospedali pubblici). Confrontando i volumi complessivi, Gimbe stima che circa il
30% delle prestazioni venga erogato proprio in questo regime. Una conferma del
legame tra liste d’attesa e spesa privata.
Infine, Gimbe sottolinea il fatto che la piattaforma non fornisce alcuna
indicazione su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati: nessuna
guida, nessun riferimento a strumenti di tutela. Una condizione che priva il
cittadino delle informazioni necessarie minime per far valere i suoi diritti, in
un Ssn fortemente sottofinanziato. “Le liste d’attesa sono il sintomo del
progressivo indebolimento della sanità pubblica – conclude Cartabellotta -.
Senza investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative e una vera
trasformazione digitale, il decreto rischia di restare una promessa mancata. Con
un effetto concreto: milioni di cittadini esclusi, in silenzio, dal diritto alla
tutela della salute garantito dalla Costituzione”.
L'articolo “Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini.
Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
All’Hospital Universitario Vall d’Hebron di Barcellona è stato realizzato il
primo trapianto parziale di volto al mondo da una donatrice che aveva chiesto
l’eutanasia. L’intervento è stato compiuto da un’équipe medica multidisciplinare
composta da circa un centinaio di professionisti e ha utilizzato tessuti
facciali della donatrice.
La ricevente, identificata con il nome di Carme, era affetta da una grave
infezione che le aveva provocato un’estesa necrosi dei tessuti facciali.
L’operazione ha riguardato un trapianto di tipo I, cioè della parte centrale
della faccia. Per questo tipo di intervento donatore e ricevente devono avere lo
stesso sesso, lo stesso gruppo sanguigno e misure antropometriche – rilevazioni
di vari parametri corporei – simili della testa.
La donatrice, prima di sottoporsi all’eutanasia, aveva deciso di donare i suoi
organi, i suoi tessuti e anche il volto. I medici dell’ospedale catalano hanno
eseguito esami diagnostici su entrambi — donatrice e ricevente — e una Tac
preliminare, quindi l’Unità di Tecnologie 3D ha elaborato un modello
tridimensionale digitale utile per la pianificazione chirurgica.
Durante la preparazione sono state anche progettate guide per il taglio osseo
adattate alla donatrice e alla paziente, in modo da ottenere un incastro
millimetrico dei tessuti. L’intervento, eseguito con tecniche di microchirurgia
vascolare e nervosa, può durare fino a 24 ore. Dopo il trapianto la paziente è
stata ricoverata per circa un mese, inizialmente nell’unità di terapia
intensiva, poi nel reparto di traumatologia, riabilitazione e ustionati.
L’ospedale ha sottolineato che per questo tipo di trapianto è fondamentale che
il ricevente sia considerato psicologicamente idoneo ad affrontare le
conseguenze dell’operazione, poiché il volto è strettamente legato all’identità
personale. Secondo i dati riportati, nel mondo sono stati effettuati 54
trapianti di faccia, e di questi sei in Spagna, con tre interventi eseguiti dal
team del Vall d’Hebron.
L'articolo Spagna, primo trapianto parziale di volto da una donatrice che aveva
scelto l’eutanasia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dal primo febbraio cambiano le regole per le ricette per le prime visite
specialistiche e per gli esami diagnostici nel Lazio e, con esse, si riaccende
lo scontro sulle liste d’attesa nella sanità pubblica. La Regione ha deciso di
ridurre in modo significativo la validità delle impegnative, legandola in modo
più stringente alle classi di priorità indicate dai medici. Una scelta che il
presidente Francesco Rocca, che ha mantenuto per sé la delega alla sanità,
rivendica come un intervento di “ordine e trasparenza per sfoltire le liste
d’attesa”, ma che per molti cittadini rischia di trasformarsi nell’ennesimo
ostacolo in un sistema già congestionato, dove le prime disponibilità arrivano
spesso nel 2027.
Fino a oggi, infatti, la validità delle ricette era fissata a 180 giorni,
indipendentemente dalla priorità. Dal primo febbraio, invece, il quadro cambia
radicalmente. Le prescrizioni con priorità Urgente (U), da erogare entro 72 ore,
avranno una validità di soli 10 giorni. Quelle con priorità Breve (B), che
dovrebbero garantire l’accesso entro 10 giorni, scenderanno a 20 giorni. Per la
priorità Differita (D) la validità sarà di 40 giorni per le visite e di 70 per
le prestazioni strumentali, contro i 180 attuali. Infine, per la classe
Programmata (P), da erogare entro 120 giorni, la validità si riduce a 130
giorni.
Un intervento che, secondo Rocca, mette fine a un sistema “caotico”. In un video
pubblicato sui suoi profili social, il presidente ha spiegato che “tantissimi
cittadini nel Lazio chiamano per richiedere un appuntamento ben oltre i termini
entro cui la prestazione dovrebbe essere erogata in base alla classe di
priorità”. Proprio la lunga durata delle ricette, sempre secondo il governatore,
avrebbe finito per alterare l’ordine delle liste: chi prenota molto tempo dopo,
ma con una priorità elevata, rischierebbe di superare chi aveva una priorità
differita ma si era mosso prima. Da qui la necessità, ribadisce Rocca, di un
sistema che non penalizzi nessuno ma renda le regole più chiare.
Ma il messaggio non ha convinto una parte consistente dei cittadini. I video del
presidente sono stati sommersi da commenti critici, in cui la riduzione della
validità delle ricette viene letta come un modo per scaricare sui pazienti
responsabilità che, secondo molti, stanno altrove. “Ah quindi il problema erano
le ricette, non le liste d’attesa?”, scrive un utente. “Avrete triplicato le
risorse, immagino. Perché se resta tutto così, medici, infermieri e macchinari
non diventano super potenti”. C’è chi racconta di non aver “mai trovato posto
neanche contattando il CUP il giorno stesso dell’emissione della prescrizione
con urgenza”, e chi invita la Regione a “non distogliere l’attenzione dal reale
problema”.
Altri parlano di agende sistematicamente chiuse, di ricette che scadono non per
disorganizzazione dei cittadini ma per l’impossibilità materiale di prenotare.
“Fatevi un giro nei CUP, chiedete ai pazienti”, scrive una donna. “Siamo noi ad
avere il vero polso della situazione e a sentirci dire che prima del 2027 tante
visite non sono disponibili”. Nei commenti riaffiora anche la frustrazione di
chi vede nella riforma un intervento di facciata che non incide sull’offerta
reale di prestazioni. “Se ho una prescrizione urgente e mi rispondono che non
c’è posto prima di quattro mesi, che senso ha parlare di urgenza?”, scrive un
altro cittadino. E c’è chi arriva a una conclusione più radicale: “Avete dato la
sanità ai privati e alle assicurazioni. Se hai soldi ti curi, altrimenti crepi
nell’attesa”.
Alle proteste dei cittadini si sono aggiunte quelle delle opposizioni. Daniele
Leodori, segretario del Pd Lazio e consigliere regionale, commenta a
ilfattoquotidiano.it: “La responsabilità delle liste d’attesa non può essere
scaricata sui cittadini come fa il presidente Rocca, riconducendo il problema al
momento in cui chiamano per la prenotazione. Così si rovescia la realtà: il
problema non è quando i cittadini prenotano, ma il fatto che, ignorando le
priorità indicate dal medico, visite ed esami vengano fissati a distanza di mesi
o addirittura di un anno”. Secondo Leodori, la riduzione della validità delle
impegnative non affronta il nodo centrale: “Non aumenta l’offerta di prestazioni
e non riduce le liste d’attesa. La verità è che sempre più persone sono
costrette a rivolgersi alla sanità privata per potersi curare. È una situazione
inaccettabile”. La vera urgenza, conclude, è “investire in modo strutturale e
continuativo nella sanità pubblica, potenziando personale, strutture e servizi”.
L'articolo Lazio, dall’1 febbraio si cambia sulle ricette mediche: ma le nuove
regole del presidente Rocca scatenano proteste proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ha dovuto attendere per oltre 8 ore per avere una barella, tanto da doversi
sdraiare per terra, nonostante un grave tumore che gli causa un dolore che gli
impedisce di stare seduto a lungo. Quanto accaduto a un paziente di 60 anni,
Franco, nel pronto soccorso di Senigallia – e documentato dalla moglie, Cecilia,
in una foto – sta provocando un terremoto interno all’Azienda sanitaria
territoriale di Ancona, sotto la quale ricade la struttura, e nel mondo politico
non solo marchigiano.
La direzione dell’Ast ha “immediatamente disposto verifiche interne” per
approfondire il caso di quel giaciglio di fortuna approntato dal paziente e la
direzione assicura che verranno analizzate “tutte le circostanze che hanno
indotto il paziente a dover optare per questa soluzione, cosa che appare di
straordinaria gravità”, poiché – secondo l’Azienda sanitaria – una situazione
simile “non si è mai verificata” nell’ospedale Principe di Piemonte.
Inevitabilmente, il caso è diventato immediatamente politico nella Regione
guidata da Francesco Acquaroli, esponente di Fratelli d’Italia molto vicino alla
presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
“Non è una semplice brutta storia. È il ritratto crudele di una sanità regionale
che ha smarrito la sua missione fondamentale: prendersi cura delle persone,
soprattutto delle più fragili”, tuonano le deputate del Pd Irene Manzi e Ilenia
Malavasi. “Il problema è strutturale e politico. È il risultato di scelte
precise: tagli, depotenziamento degli ospedali pubblici, pronto soccorso
lasciati senza personale e senza posti letto, territori abbandonati a sé stessi.
La foto scattata da Cecilia non è una provocazione – attaccano – È una denuncia.
È lo specchio di una Regione che chiede sacrifici ai cittadini ma non garantisce
nemmeno l’essenziale a chi soffre”.
“Sembra piuttosto evidente che qualcuno ha erratamente sottovalutato una
situazione delicata”, ha detto l’assessore marchigiano alla Sanità Paolo
Calcinaro sostenendo però che nessuno debba semplificare “la nostra sanità con
quell’episodio perché sarebbe ingeneroso verso tanti professionisti e lavoratori
del settore”. Tuttavia, ha amesso, “al lavoro, perché ovvio ce n’è tanto da
fare”. Per il M5s quelle immagini “sono semplicemente disumane”. Per i
parlamentari pentastellati delle Commissioni Affari sociali di Camera e Senato,
si tratta di “una situazione indegna di un Paese civile” che segna “un punto di
non ritorno di fronte al quale non possiamo più accettare che il Governo
continui a prendere in giro gli italiani con false promesse, una vergognosa
propaganda e la collezione di tagli e fallimenti che siamo costretti a
sopportare”.
L'articolo Malato di tumore a terra in pronto soccorso a Senigallia: “Otto ore
senza barella”. Pd-M5s: “Disumano e indegno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prima in Europa e seconda al mondo. È il primato che l’Azienda ospedaliera
universitaria di Verona ha appena conquistato per aver impiantato con successo
un nuovissimo dispositivo per la neurostimolazione midollare. Si tratta di un
trattamento innovativo del dolore cronico: la procedura consiste
nell’impiantazione di elettrodi nello spazio epidurale, collegati a un
generatore di impulsi inserito sottocute.
L’intervento è stato eseguito un uomo di 72 anni con una lesione traumatica del
nervo sciatico che gli provocava un dolore cronico non rispondente a nessuna
cura medica. Al termine dell’intervento di chirurgia ambulatoriale al
Policlinico di Borgo Roma, durato circa due ore, il paziente ha beneficiato
della procedura e dopo qualche giorno ha cautamente ripreso la sua vita
quotidiana.
A impiantare il dispositivo è stato il terapista del dolore Alvise Martini,
membro dell’équipe guidata da Vittorio Schweiger, specialista in anestesiologia
e rianimazione e direttore dell’Uoc terapia del dolore del Policlinico di Borgo
Roma. Il modello utilizzato è l’Intellis TM-pro, prodotto da Medtronic, leader
globale nel settore della tecnologia sanitaria. Il dispositivo, dotato della
batteria più sottile presente sul mercato, permette un trattamento mininvasivo
ma che garantisce comunque alte prestazioni terapeutiche.
“Con questo primo impianto l’Azienda ospedaliera universitaria integrata di
Verona si conferma tra i centri di riferimento a livello nazionale e
internazionale per il trattamento del dolore cronico. Il nostro obiettivo è di
migliorare in modo concreto la qualità di vita delle persone che convivono con
questa patologia” ha dichiarato Schweiger.
L'articolo A Verona primo trattamento in Europa per il dolore cronico con
elettrodi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il nemico che ha dentro l’ha scoperto alla vigilia di un voto, e qui la
malasorte è stata anche beffarda. “Era un sabato, il 22 novembre. Il giorno dopo
si sarebbe votato in Campania, la mia regione, dove avevo fatto settimane di
campagna elettorale, e io stavo in un ospedale sedato, per sottopormi a una
biopsia”.
Il vicepresidente della Camera Sergio Costa, già ministro per l’Ambiente per i
Cinque Stelle, generale di Corpo d’armata dei Carabinieri, si ferma e beve il
primo di tanti sorsi d’acqua. In quel bicchiere affoga le emozioni quando sono
troppo forti, da quell’acqua cerca la spinta per continuare a parlare. Costa,
classe 1959, vuole raccontare al Fatto della sua malattia, un tumore alla
prostata. Vuole spiegare che l’avversario lo sta affrontando con medici e in
strutture della sanità pubblica, da cittadino qualunque: “Non ho chiesto favori
o scorciatoie, glielo giuro. Ho fatto le impegnative, sono andato alla mia Asl.
Io ero e sono il paziente Costa, non l’ex ministro”.
Ma non solo. Il deputato va oltre, e quasi se ne rammarica: “Forse non dovrei
dirglielo, ma questa malattia mi ha dato più di quanto abbia tolto, anche se ora
sono diventato un codice 048, un paziente oncologico esentato dai ticket”.
Abbozza un sorriso, l’ex ministro. Prova a togliere peso e forza alla
maledizione piovutagli addosso quando pensava a tutt’altro: “Ero concentrato
sulla Campania, nel portare avanti le idee e le battaglie del Movimento”. Ma
c’era già qualcosa che non andava: “Non stavo bene, e allora ho chiamato il mio
urologo, un amico”. Così ecco la biopsia all’ospedale di Aversa. E i primi
sguardi preoccupati, la prima sentenza ancora non formale: “Dopo l’esame il
medico mi ha confermato che c’era qualcosa nella prostata”. Il lunedì la
diagnosi ufficiale, con il tumore localizzato in tre punti della prostata.
E allora niente festa del post vittoria con il neo presidente Roberto Fico: “Mi
aveva chiamato Giuseppe Conte sollecitandomi ad andare, quella sera a Napoli
c’era anche lui. Ma io avvertivo ancora i postumi della biopsia”. E poi il
paziente Costa aveva già un’altra priorità, decidere come affrontare il nemico.
“Il mio urologo mi ha proposto di togliere la prostata. ‘Al tuo posto non
rischierei la pelle’, mi ha detto. Ma non ero convinto, anche per le conseguenze
devastanti di un’operazione del genere. Pensi all’attività sessuale, alla
minzione, e a tutto il resto”. Costa non si commuove, e non omette nulla. “Ne ho
parlato con mia moglie, e anche lei non era convinta. Abbiamo scelto un’altra
via”.
Tradotto, lui decide di curarsi. Gli suggeriscono un’altra struttura pubblica,
l’Ospedale del Mare. “Mi ha preso in cura il direttore del Dipartimento di
radioterapia oncologica, si chiama Cesare Guida, lo scriva che è uno dei
migliori d’Europa, e che aiuta la gente in un ospedale aperto a tutti”. Iniziano
le sedute di radioterapia, cinque. “Le ho fatte durante le feste, anche il 24
dicembre. Lei immagini, devi arrivare lì con l’intestino pulito dopo una dieta
rigidissima”. Niente cenoni per il vicepresidente di Montecitorio. Ma l’affetto
dei due figli, che gli hanno dato cinque nipoti. “Vivono e lavorano entrambi
fuori, ho aspettato di vederli di persona qui a Napoli per dirgli cosa avevo,
può immaginare i pianti”. Però Costa resiste. Va all’ospedale per le sedute,
aspetta il turno con gli altri pazienti. E lì arriva il regalo, o meglio “la
lezione di vita” come la chiama: “Eravamo tutti uguali, tutti rispettosi del
dolore altrui, in un clima di solidarietà. Nessuno mi ha riconosciuto, tranne un
signore una mattina. Ero solo Sergio lì dentro, non il vicepresidente della
Camera, non il generale dei Carabinieri. Solo il codice 048”.
Altro sorso. “Ho capito che gran parte delle usuali preoccupazioni della
politica sono stupidaggini: le liti in tv, le piccole polemiche, le beghe. Il
punto di chi fa il mio mestiere deve essere un altro, andare alla sostanza delle
cose”. Quale, Costa? Pausa, risposta: “Tutti, dai medici agli infermieri, sono
stati gentilissimi, con me come con tutti gli altri pazienti. Ci accoglievano,
ci abbracciavano, e con il tempo hanno saputo chi ero. E tutti mi hanno
ripetuto: ‘Onorevole, non lasciateci soli, dateci le risorse per lavorare”.
Eccolo il punto. “Lo pensavo già prima, ma ora non posso neanche pensare al
fatto che si possano spendere miliardi in armi invece che nella sanità. Io
magari sono stato anche fortunato, so che non tutte le strutture e non tutti i
medici sono dello stesso livello, ma tutti avrebbero diritto a lavorare con i
mezzi giusti, e tutti hanno diritto alle cure migliori”.
E non solo: “Io ho una famiglia, ma chi è solo, magari con pochi mezzi? Chi lo
aiuta quando torna a casa? Serve una rete di supporto, va creata”. E ora,
paziente 048? “A inizio marzo gli esami diranno se sono guarito. So che mi sto
giocando la vita, e voglio battere la malattia. Ma io sono credente. In queste
settimane ho ricevuto tanto, mi creda, e volevo condividerlo con voi”. E sorride
di nuovo, Costa. Contento di essere Sergio.
L'articolo “La mia battaglia contro il tumore. Ho capito che le usuali beghe
della politica sono stupidaggini”: Sergio Costa, da vicepresidente della Camera
a paziente 048 proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Fammi vedere se avete il ferito a bordo, vi faccio una segnalazione”, queste le
parole dell’autista che ha bloccato la strada a un’ambulanza. Il fatto è
accaduto a Torre Angela, nella periferia di Roma Est. Intorno alle 11:30 del 2
gennaio, i sanitari stavano trasportando un paziente in codice giallo al
Policlinico Tor Vergata quando un furgone ha tagliato la strada al veicolo su
via di Torrenova, all’altezza di via di Tor Bella Monaca, impedendogli di
proseguire la marcia.
L’autista del Renault Trafic è sceso dalla vettura, si è avvicinato allo
sportello del guidatore e ha intimato al personale del 118 di mostrare il ferito
a bordo, dubitando dell’emergenza in corso. Dopodiché, l’uomo si è finalmente
convinto a liberare la strada e la marcia dei soccorritori ha potuto proseguire
verso l’ospedale.
La lunga mattinata non è finita lì. Terminata l’operazione, il conducente
dell’ambulanza ha avuto una crisi ipertensiva ed è stato curato al pronto
soccorso. In seguito alla vicenda è stata sporta denuncia alle forze
dell’ordine: le ipotesi di reato per l’autista del Renault Trafic sono
interruzione di pubblico servizio e minacce.
L'articolo “Fammi vedere se c’è il ferito a bordo, se non c’è nessuno vi segnalo
alla polizia”: uomo blocca l’ambulanza e l’autista si sente male proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Ho ascoltato con attenzione le parole di Roberta Villa, autrice di “Cattiva
prevenzione” su Radio24 del 30 dicembre 2025, che ci dice che l’idea di
prevenzione, pur rimanendo in alcuni casi fondamentale, è stata in questi ultimi
anni un po’ deformata in quanto tanti i controlli che facciamo, magari
annualmente, non hanno la capacità di ridurre la mortalità, come invece fanno
gli screening oncologici ad esempio per il colon retto o per il tumore della
mammella.
Da tempo, nella mia pratica clinica di ogni giorno, ho avvertito questo e per
spiegare meglio vi dico che una assicurazione dei dirigenti prevede, proprio
annualmente, l’esecuzione di test per la prevenzione del glaucoma e della
maculopatia con tre test (Pacchetto prevenzione: Perimetria computerizzata,
pachimetria corneale e Oct) spesso inutili. I primi due per la diagnosi di
glaucoma e il terzo prevalentemente per la diagnosi di maculopatia.
Ma come dico da anni basterebbe una semplice visita oculistica per fare la
diagnosi, e solo nel dubbio o per approfondimento prima della terapia occorre
eseguire gli esami stessi.
Parrebbe invece che il marketing, da un lato di BigPharma che vuole accaparrarsi
i non malati (lo sviluppo esponenziale di integratori o farmaci da banco va in
questo senso?) e dall’altro delle “aziende” sanitarie, prevalentemente private
accreditate, che hanno visto il grande conseguente guadagno, faccia da peso di
misura a scapito ovviamente di chi ha realmente bisogno e che si vede allungare
le liste di attesa. In parte questa emorragia di esami spesso inutili dipende
anche dalla medicina difensiva, vera piaga della sanità moderna.
In tutto ciò chi spende è sempre il cittadino tramite la spesa sanitaria che
aumenta e per le ricadute sociali che la spesa assicurativa mal utilizzata ha
sulla vita di tutti i giorni.
Ma restando nel mio campo dico da anni che se si volesse realmente ridurre
nettamente quel 14% di incidenza in Italia della malattia oculistica più
silenziosa che si chiama glaucoma basterebbe immettere nella visita per il
rinnovo della patente la misurazione della pressione oculare per uno screening
valido perché massivo, cadenzato e, guarda caso, più ravvicinato con l’aumento
degli anni e con l’aumento dell’incidenza della patologia. Peraltro il rinnovo
viene pagato anch’esso dal cittadino ma, questo sì, diverrebbe realmente una
buona prevenzione.
Non parliamo poi delle maculopatie con l’enorme spesa sociale di iniezioni
intraoculari con farmaci uguali ma con costi enormemente diversi che io sono
riuscito, con l’aiuto di Report, a fermare. Contro BigPharma che ne crea sempre
di nuovi, spesso con scarsa utilità.
Dobbiamo nel nuovo anno prevenire la prevenzione con abitudini di vita migliori
e lasciare la diagnosi e la terapia ai medici partendo dalla sintomatologia e
dall’empatia. Questo ci hanno insegnato negli anni universitari. Non si può
curare pensando alla terapia e al guadagno. Occorre prima fare una diagnosi
corretta da cui partono gli accertamenti per poi, eventualmente, confermarla.
L'articolo La piaga della medicina difensiva: così nel nuovo anno bisogna
prevenire l’eccessiva prevenzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Enza Plotino
Quando decidi di donare, stai offrendo una parte autentica di te stesso a
qualcuno che ne ha bisogno. Non è solo sangue: è speranza, è vita, è vicinanza.
In quel gesto semplice ma potente si racchiudono valori profondi come la
solidarietà, la cura dell’altro e la bellezza di un aiuto gratuito. Questa
catena di altruismo si arricchisce oggi di un nuovo passo avanti che coinvolge
in prima persona le donne. Si chiama “Sambene e Salude” ed è l’iniziativa di
sensibilizzazione alla donazione e di attenzione alla salute delle donne
attraverso lo screening, promossa in Sardegna dall’Asl Gallura in collaborazione
con l’Avis di Olbia.
Da gennaio, per tutte le utenti che doneranno il sangue, il servizio di
Radiologia dell’ospedale Giovanni Paolo II, diretto dal dott. Vincenzo Bifulco,
metterà a disposizione delle donatrici Avis personale sanitario e strumentazione
per la diagnosi precoce dell’osteoporosi attraverso la Moc (mineralometria ossea
computerizzata). L’esame strumentale sarà gratuito ed eseguito in tempi celeri
per i soci Avis.
Un disegno sanitario lungimirante, finalizzato ad incentivare la popolazione ad
un atto di solidarietà, ma anche liberare la Regione dai pesanti vincoli
economici legati all’acquisto di emocomponenti, consentendole di raggiungere una
completa indipendenza per quanto concerne l’annosa problematica della carenza di
sangue e plasma che ancora oggi è inevitabile acquistare da altre Regioni e
nazioni a prezzi elevati.
Lo scopo è duplice: risolvere il problema del reperimento di sangue, ma anche
affrontare la difficoltà di accesso agli accertamenti necessari per la
prevenzione delle patologie, accessi che oggi rappresentano un vulnus della
sanità pubblica regionale e nazionale. “La bontà dell’iniziativa è evidente – ha
detto il Direttore del Dipartimento MIA e della Radiologia di Olbia, dott.
Vincenzo Bifulco – perché mette insieme due temi centrali per la sanità, come la
donazione del sangue e lo screening. Le patologie legate alle ossa non sono
trascurabili, perché una diagnosi precoce contribuisce a ridurre le conseguenze.
L’osteoporosi, ad esempio, se trascurata può portare a un aumento del rischio di
fratture anche per traumi minimi, soprattutto nelle donne in età avanzata”.
La campagna mette al centro la donna, come auspicato dalla mozione del Pd e del
Gruppo Misto, che proclama Olbia “Luogo sicuro per le donne”, prima firmataria
Mariangela Marchio, che il Consiglio comunale di Olbia ha approvato
all’unanimità nei giorni scorsi e che impegna il Comune a rafforzare
prevenzione, servizi di supporto, sicurezza urbana e contrasto a ogni forma di
violenza di genere, anche online.
Con questo progetto ampiamente condiviso dalla Asl Gallura si rispettano “gli
indirizzi della medicina del territorio avvicinando i cittadini al mondo
sanitario” come ha dichiarato il Direttore Sanitario, Pietro Masia. L’obiettivo
è anche quello di estendere l’iniziativa a tutta la Regione Sardegna.
Finalmente, diciamo noi cittadini, un segnale di attenzione alle problematiche
complesse che la stragrande maggioranza delle persone deve affrontare quando
viene investita dalla notizia di una patologia e si rende conto della mancanza
di accesso a servizi sanitari efficienti e immediati!
Un gesto, quello di donare il sangue, volontario e gratuito, che crea una
riserva di “patrimonio collettivo” e permette anche al donatore di monitorare la
propria salute, offrendo benefici reciproci. Un segnale di lavoro di squadra per
tutti gli attori principali impegnati al raggiungimento dell’obiettivo comune
della salvaguardia della salute di chi ha necessità di sangue e di chi ha il
diritto di ricevere risposte puntuali e celeri dal sistema sanitario, per poter
prevenire e quindi trattare anticipatamente eventuali patologie a sviluppo
futuro. Un bel segnale per la disastrata sanità pubblica sarda.
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L'articolo Sambene e Salude: in Gallura screening gratuiti per l’osteoporosi
alle donatrici di sangue. Un bel segnale proviene da Il Fatto Quotidiano.