Con La pupilla (Spartaco Edizioni), Darien Levani non si limita a consegnare ai
lettori un eccellente romanzo di genere, ma compie un’operazione chirurgica
sull’umanità ferita dei nostri tempi.
Se il noir è, per definizione, il racconto delle ombre che si allungano sul
sociale, Levani sceglie di indagare quelle zone d’ombra che si annidano negli
angoli più insospettabili: le case borghesi, i legami familiari e, soprattutto,
il cuore di chi è chiamato a far rispettare la legge.
Al centro della narrazione svetta il maresciallo Rolando Faber. Levani si
distacca dai cliché dell’investigatore infallibile o dell’anti-eroe maledetto a
tutti i costi. Faber è un uomo incastrato in una quotidianità che scricchiola:
un fratello arrestato, una moglie, Dori, fuggita via lasciando un vuoto
pneumatico, e tre figli (June, Iulius e Augustus) che sono specchi riflettenti
delle sue stesse fragilità.
La grandezza di Levani sta proprio nella capacità linguistica di rendere questi
personaggi tridimensionali. Non sono funzioni narrative, ma esseri pulsanti. La
gestione della casa, il dolore silenzioso negli occhi del piccolo Augustus, la
saggezza precoce di June: ogni dettaglio contribuisce a creare un’empatia
profonda, rendendo Faber un protagonista di una vicinanza quasi commovente.
L’incipit sembra canonico — un’operazione di routine per droga che scivola nel
sangue di un tentato femminicidio — ma lo sviluppo del plot è tutt’altro che
scontato. Levani intreccia il destino di una ragazza ridotta in fin di vita con
il mercato dell’arte d’élite, mettendo al centro un autoritratto di Ligabue.
L’inserimento dell’elemento artistico non è un mero decoro estetico, ma funge da
metafora: come nelle opere di Ligabue, anche nella realtà di Faber la bellezza
convive con il tormento, e lo sguardo (la “pupilla”, appunto) è l’unico
strumento per decifrare la violenza. La trama si dipana in una Bologna notturna
e artistica, dove il crimine di genere viene analizzato non solo come atto
brutale, ma come prodotto di un “brodo di coltura” fatto di soprusi e silenzi.
Uno dei punti di forza assoluti del romanzo è la verosimiglianza dei dialoghi.
Levani possiede l’orecchio del drammaturgo: i suoi personaggi parlano come
persone vere. Non ci sono spiegoni artificiali o battute da film d’azione; c’è
il linguaggio spezzato dell’incomprensione familiare, il gergo asciutto
dell’indagine e il tono soffocato della colpa.
Questo realismo linguistico si sposa con un ritmo narrativo serrato ma capace di
sostare sui sentimenti. Levani non corre verso la soluzione del mistero; ci
cammina accanto a Faber, sentendo insieme a lui il peso di dover mettere a
tacere i fantasmi. Prendere un colpevole, per Faber, non è solo giustizia: è
l’unico modo per espiare le proprie mancanze private.
La pupilla è un romanzo che scava. Darien Levani, già vincitore del Premio
Glauco Felici, dimostra una maturità stilistica invidiabile. Riesce a parlare di
femminicidio e di crisi della famiglia senza cadere nella retorica, mantenendo
sempre alta la tensione del noir.
È un libro consigliato a chi cerca nel genere non solo l’enigma da risolvere, ma
uno specchio in cui guardarsi, scoprendo che spesso il mostro e la vittima
abitano più vicini a noi di quanto vorremmo ammettere.
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