L’Italia di oggi è un Paese che ha smarrito il senso della memoria e, con esso,
quello del ritmo. Si corre per restare immobili. In questo panorama di macerie
culturali e riflessi condizionati, due operazioni editoriali diverse per natura
ma ugualmente necessarie ci ricordano cosa significhi davvero scrivere: non
riempire spazi, ma scavare solchi.
Vittorio Giacopini architetta un dispositivo narrativo, e ottico, a doppia
lente. Da una parte il Seicento, il fango e la peste della Guerra dei
Trent’anni; dall’altra un 2032 che più che un possibile futuro, sembra un
presente ipertrofico e mutilato, asserragliato in un falansterio su viale
Togliatti. In ogni altro tempo è Pace (Nutrimenti), Giacopini opera una vera e
propria anatomia della Storia. La sua scrittura è colta, sagace, quasi barocca
per precisione e ricchezza. Non subisce il fascino del passatismo, ma usa il
linguaggio per scolpire personaggi che sono, allo stesso tempo, maschere
filosofiche e uomini in carne e ossa. La Compagnia degli Impagliatori o il
mercante d’armi filosofo più che comprimari in questa storia totale appaiono
come frammenti di uno specchio rotto che il lettore deve ricomporre.
Giacopini ci dice che la pace non è una condizione naturale, ma una breve tregua
tra due respiri di un mostro che non dorme mai. La Storia non si ripete come
farsa; si ripete come ineluttabile meccanica del potere e della violenza.
Un libro necessario, feroce, che ci obbliga a guardare nel buio del nostro
domani attraverso le ferite del nostro ieri. Giacopini intercetta i nostri
timori più profondi e li trasforma in grande letteratura, ricordandoci che
l’errore umano non è un incidente di percorso, ma, tragicamente, il percorso
stesso. Una lettura che non dà tregua. Eccellente.
Dall’altra parte abbiamo il recupero prezioso di un gigante spesso malinteso.
Grazie a Utopia Editore, torna in libreria La vita operosa di Massimo
Bontempelli. Pubblicato originariamente nel 1921, questo libro è un manuale di
sopravvivenza al grottesco quotidiano.
Bontempelli, il padre del “realismo magico” (quello vero, prima che diventasse
un’etichetta da scaffale per il marketing), ci regala un’avventura urbana tra
Milano e Parigi che è, in realtà, una satira feroce e raffinatissima
sull’ossessione tutta moderna per il lavoro, il guadagno, l’efficienza. Il
protagonista cerca di diventare un “uomo d’affari”, ma inciampa continuamente
nell’assurdo.
È una lettura che oggi appare profetica. In un’epoca di start-up tossiche e
produttività elevata a religione, la “vita operosa” descritta da Bontempelli è
lo specchio di una vacuità scintillante. La lingua è di una precisione
chirurgica, ironica, intrisa di una malinconia metafisica che lascia il segno.
Rileggere Bontempelli oggi non è un esercizio di antiquariato, ma un atto di
igiene mentale contro la stupidità del nostro tempo.
L'articolo Disertori del tempo e acrobati dell’assurdo: la letteratura di
Giacopini e Bontempelli scava tra le macerie proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Esistono notti che non finiscono mai, notti alimentate da paranoia, eccessi e
quel vuoto pneumatico che ti assale quando il successo ti ha già dato tutto,
tranne una ragione per svegliarti il giorno dopo. Insomnia di Robbie Robertson
(traduzione di Gianluca Testani; Jimenez Edizioni) è il diario di bordo di un
naufragio condiviso tra due titani che hanno ridefinito l’immaginario americano.
Tutto inizia con un funerale mascherato da festa: The Last Waltz. Quando le luci
del Winterland si spengono nel 1976, Robertson si ritrova senza i compagni di
una vita, senza un matrimonio e con il peso di un mito difficile da gestire.
Bussare alla porta di Martin Scorsese a Beverly Hills non fu solo cercare un
tetto, ma trovare un complice. Anche “Marty” era in pezzi. Due trentacinquenni
famosi, ricchi e allo sbando, decidono di convivere, trasformando un
appartamento in un laboratorio di sopravvivenza creativa. Il libro ci trascina
nel post-sbornia degli anni Settanta, un territorio dove il cast è da capogiro —
da De Niro a Harvey Keitel, fino a una Sophia Loren che spunta come un miraggio
— ma dove il vero protagonista è il pericolo. Robertson racconta senza sconti la
tentazione dell’autodistruzione e quella collaborazione simbiotica che avrebbe
dato vita alle colonne sonore più iconiche del cinema moderno.
È un viaggio tra set leggendari e stanze piene di fumo, dove l’ambizione era
l’unica medicina contro la paranoia. Insomnia non è la solita biografia rock, né
un manuale di cinema. È il ritratto brutale di un’amicizia nata sotto il segno
dell’insonnia, appunto: quella condizione che ti impedisce di sognare perché sei
troppo impegnato a restare vivo. Robertson scrive con la precisione di un
montatore cinematografico, restituendoci l’odore di un’epoca irripetibile.
C’è un’abitudine rassicurante nel narrare la mafia come un corpo estraneo, un
virus o un cancro che aggredisce un organismo altrimenti sano. È una metafora
che pulisce le coscienze, ma che Antonio Vesco, nel suo Criminalità immaginate
(Tamu Edizioni), smonta con la precisione di chi non si accontenta delle
narrazioni da prima serata. Vesco punta il dito contro un’antimafia
istituzionale che si è arroccata su contrapposizioni binarie: da una parte lo
Stato buono, dall’altra il criminale brutto e cattivo. Una lettura moralista
che, a forza di fabbricare eroi e vittime, ha finito per trasformare la
questione mafiosa in una questione di ordine pubblico o di etica individuale,
svuotandola della sua natura politica. Il risultato? Un movimento inchiodato al
feticcio della “legalità” che ignora le radici materiali del potere.
L’autore prende in prestito il concetto di “comunità immaginate” di Benedict
Anderson per ribaltare la prospettiva. La mafia non è solo violenza e pistole; è
un sistema di governo che cammina sulle gambe di professionisti, imprenditori e
politici. È la cosiddetta “borghesia mafiosa” che costruisce egemonia attraverso
il clientelismo e la corruzione, muovendosi perfettamente a proprio agio tra le
pieghe del capitalismo moderno. La mafia, suggerisce Vesco, non corrompe il
corpo sociale: ne è una delle forme possibili di gestione. Ripoliticizzare la
mafia significa smettere di guardare lo stigma criminale per iniziare a guardare
i flussi di capitale e i meccanismi di consenso.
Vesco ci invita a un esercizio necessario: rompere lo specchio delle
semplificazioni per affrontare la mafia come un fenomeno storico, economico e,
soprattutto, di potere concreto. Un libro che scotta, perché toglie l’alibi
dell’”illegalità” a chi vive dentro il sistema.
C’è un momento preciso, nella vita di ogni uomo che ha barattato i propri sogni
con una scrivania a tempo indeterminato e un aperitivo nel Quadrilatero, in cui
la maschera inizia a stringere. È un prurito sottopelle, un’allergia al si deve
fare che Francesco Azzena cattura con precisione nel suo La playlist della fuga
(Edizioni Amarganta). Giulio ha quarant’anni e un’esistenza che sembra il
catalogo di una vita di successo, ma che puzza di muffa interiore. Così, senza
il preavviso di una lettera o il rumore di una porta sbattuta, molla tutto. La
sua non è una vacanza, è una ritirata strategica che lo porta dalla Milano dei
fatturati alla sabbia brasiliana, passando per il luccichio artificiale di
Dubai.
Il romanzo si muove al ritmo di una colonna sonora che scandisce ogni capitolo,
come a voler dare un battito cardiaco a una rinascita che non è mai indolore.
Azzena non ci regala la solita favoletta del “mollo tutto e sono felice”: la
fuga di Giulio è costellata di incidenti, di incontri che sono specchi
deformanti e, soprattutto, dal confronto con una ragazza molto più giovane. È
lei il vero giudice, quella che lo costringe a guardare oltre la maschera
plasmata dal mondo per vedere se, sotto, è rimasto ancora qualcosa di vivo.
Azzena scrive un romanzo sull’evasione che, paradossalmente, parla di
responsabilità. Quella verso se stessi. È un libro per chi si sente fuori tempo
massimo, per chi ha paura di voltarsi indietro e per chiunque creda che una
crisi non sia la fine, ma l’unico modo per tornare a essere umani.
L'articolo Novità letterarie: dal rock alla mafia, tre libri che raccontano vite
al limite proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hbo Max, famoso canale Usa pay per view, è arrivato in Italia il 13 gennaio e
tra le serie che distribuisce ce n’è una che sta già facendo molto scalpore: si
tratta di Heated Rivalry, che racconta di una decennale relazione segreta tra
due protagonisti dell’hockey su ghiaccio. La serie, disponibile in Italia dal 13
febbraio, è tratta dall’omonimo romanzo di Rachel Reid, secondo capitolo di una
saga dal titolo Game Changers.
La serie è stata prodotta dalla piattaforma canadese Crave e finanziata con un
budget basso: probabilmente nemmeno i produttori si aspettavano il grande
successo riscosso poi a livello televisivo, tanto da essere assorbita da Hbo,
che ha un bacino d’utenza immenso. Il suo successo si deve infatti soprattutto
al passaparola delle spettatrici, che costituiscono la maggioranza dei fruitori:
sui social impazzano i contenuti della serie e i commenti del pubblico
femminile. Ma come mai sono soprattutto le donne ad apprezzare una serie tv che
parla di sport e omosessualità maschile?
La trama è facilmente riassumibile: mentre davanti ai tifosi e alle telecamere i
due sportivi, giovanissime speranze dell’hockey, crescono fino a diventare
capitani di due squadre rivali, segretamente coltivano un rapporto che evolve
nel tempo: ai rari incontri iniziali, fugaci e decisamente bollenti, si
sostituisce lentamente l’amore.
Se la breve descrizione di queste dinamiche vi suona familiare, non vi state
sbagliando: il tema di due avversari che si innamorano e sono costretti a
frequentarsi in segreto è un topos della letteratura romantica. È proprio qui
che si inserisce la questione del successo di pubblico prevalentemente
femminile: Heated Rivalry infatti ha tutte le caratteristiche della fan fiction.
Una fan fiction è un’opera scritta che nasce su piattaforme online dedicate,
redatta da giovani e giovanissime fan di due personaggi noti o di due characters
di un prodotto di intrattenimento (romanzi, serie tv, film), e che immagina
trame alternative in cui questi personaggi vivono una storia d’amore, nello
stesso universo in cui questa vicenda è calata o anche in una diversa
ambientazione. Celebre è stata per esempio la ship (coppia immaginaria) formata
da Harry Styles e Louis Tomlinson, ex membri del gruppo musicale One Direction.
Alcune di queste fan fiction diventano famose nel mondo dei fandom e
costituiscono una piccola opera letteraria. Le autrici trasferiscono desideri
emotivi e pulsioni erotiche di giovani ragazze nei loro romanzi – dialoghi
intensi, confessioni profonde, storie d’amore fortemente centrali – immaginando
come protagonisti degli ‘uomini ideali’, lontani dal modello che la società
propone loro: quindi maschi capaci di onestà sentimentale, fragili ma sicuri di
sé.
Gli editori col tempo hanno imparato a intercettare questo fenomeno, e possono
arrivare a chiedere alle autrici di pubblicare la loro opera con gli adattamenti
del caso, per evitare problemi di tipo legale (diritti d’autore, uso di nomi di
personaggi noti, mimetizzazione di vicende conosciute, ecc).
Queste storie vengono quindi riscritte per un pubblico più generalista, ma anche
negli adattamenti si possono ritrovare alcune caratteristiche fondamentali delle
fan fiction: la presenza di un amore romantico, momenti di alta tensione emotiva
e uno sguardo piuttosto esplicito sull’erotismo tra i protagonisti. Insomma le
caratteristiche della storia d’amore tipo, ricercate da un pubblico di giovani
lettrici.
Anche Rachel Reid, l’autrice del libro da cui è tratta la serie, è scrittrice di
fan fiction: in questo caso, Game Changers prende spunto proprio dalla reale
rivalità tra due noti sportivi canadesi. Reid stessa, amante dell’hockey, nel
2023 ha dichiarato di aver ideato i romanzi a partire dalla vergogna provata dal
sentirsi attratta da un contesto sportivo ancora così omofobo e
ipermascolinizzato, chiedendosi come sarebbe stato essere un giocatore gay
impossibilitato a confessarsi e soprattutto cosa sarebbe successo a seguito di
un coming out in un mondo ancora così chiuso.
Insomma, la fan fiction è uno sguardo tutto femminile sul mondo del sesso e del
romanticismo, che unisce il desiderio di immedesimazione in una storia d’amore
al sogno di un mondo altro, diverso, dove anche gli uomini possono mostrarsi
teneri e fragili. Certo è poi più complesso mantenere questi elementi intatti
nella trasposizione televisiva, obiettivo che il regista di Heated Rivalry Jacob
Tierney ha centrato in pieno mescolando sapientemente adrenalina e sentimento,
senza cadere in scontati luoghi comuni.
L'articolo Heated Rivalry: ecco perché la serie tv su due sportivi gay attira
soprattutto il pubblico femminile proviene da Il Fatto Quotidiano.
Uno scrittore ribelle orfano del Nobel: in Portogallo si commenta con
quest’immagine la scomparsa avvenuta il 5 marzo di Antònio Lobo Antunes, gigante
della letteratura lusitana, paragonabile a José Saramago che, al contrario, fu
premiato dagli accademici svedesi. Nato il 1° settembre 1942 a Lisbona, nel
quartiere di Benfica, laureato in medicina nel 1969 e specializzato in
psichiatria, esercitò la professione nell’ospedale Miguel Bombarda, dopo aver
trascorso tre anni in Angola (dal 1970 al 1973). L’esordio letterario avvenne
nel 1979 con Memoria da Elefante, romanzo fortemente autobiografico, in cui si
descrive una giornata in cui il personaggio principale vaga per Lisbona, perso
tra i ricordi della vita famigliare, i flash dell’esperienza nelle guerre
coloniali e riflessioni sulla pratica medica. Il testo successivo mantiene
questo filone ed è ancora più crudo: In culo al mondo. Sono i temi che
segneranno la sua opera complessiva, 32 romanzi tradotti in 30 lingue. In
uscita, ad aprile, l’ultima sua fatica, Poemas, inedita escursione nella poesia.
Lo stile di scrittura di Lobo Antunes, che decise di dedicarsi alla letteratura
a tempo pieno nel 1985, è stato un sovrapporsi di piani della narrazione, con il
frequente passaggio dalla prima alla terza persona e un uso personalissimo della
punteggiatura, segnato da frasi lunghe. Un codice non facile, che ha costretto i
suoi traduttori a compiere sforzi notevoli per rispettare l’impianto originale.
Lobo Antunes è stato un artigiano della scrittura. Lavorava dodici ore al
giorno. “Jorge Amado mi confessò che invidiava questa mia routine. Mi disse che
lui, dopo quattro ore, era esausto. Ho capito il suo disagio quando mi sono
accorto che oggi ci sono scrittori che producono quaranta pagine al giorno”.
Non aveva un carattere facile. “Non mi interessa il Nobel. I premi non
migliorano i libri”. Poi ammise: “Nel fondo di tutti noi, c’è l’aspirazione a
vincere qualcosa, anche quando lo neghiamo”. La molla che alimentava la sua
produzione era terapeutica: “Non scrivo per essere letto, ma per liberarmi di me
stesso”. Lottò spesso con i demoni della depressione. La pagina era la sua sfida
quotidiana: un campo aperto con un orizzonte illimitato, nel quale sovvertiva
talvolta le regole di una lingua ricca e articolata come quella portoghese – la
più complessa tra quelle europee insieme a ungherese e finlandese – per farsi
trascinare dalla voce che gli veniva da dentro.
Lobo Antunes ha rappresentato il dramma degli “impatriati”, ovvero quella
moltitudine di persone che, dopo il 1975, fu costretta a lasciare le colonie, in
particolare Angola e Mozambico. Nel Portogallo povero post Rivoluzione dei
Garofani (1974), il ritorno a casa di questa umanità alimentò spesso il
risentimento di chi considerava il fenomeno un pericolo personale. Un anticipo
di quello che sta accadendo oggi, con il malcontento alimentato dal partito
populista di estrema destra Chega. Il Manuale degli Inquisitori (1996) è
considerato una delle sue opere chiave, in cui viene descritta impietosamente la
società portoghese post-rivoluzione, con l’esplorazione della decadenza
dell’alta borghesia e i fantasmi ereditati dalla dittatura. Splendore del
Portogallo (1997) racconta il collasso dell’impero coloniale attraverso la
storia di una famiglia trapiantata in Angola. Il tema del disagio prodotto dal
crollo dell’impero e dalla difficoltà a integrarsi in una realtà diversa come
quella della nazione portoghese si ritroverà nei lavori più recenti: Commissione
di lacrime (2011) e Finché le pietre diventeranno più leggere dell’acqua (2017).
Il Portogallo ha decretato un giorno di lutto nazionale. Gli ultimi anni di Lobo
Antunes non sono stati facili: ha lottato a lungo contro il cancro. Il
presidente della Repubblica uscente, Marcelo Rebelo de Sousa, ha annunciato che
Lobo Antunes riceverà, postumo, il Gran Collare dell’Ordine di Camoes. Sarà
seppellito nel cimitero di Benfica, il suo quartiere, dove è stato omaggiato, da
vivo, con un murale nella Estrada das Garridas.
L'articolo “Il Nobel? I premi non migliorano i libri”: cosa ci lascia Lobo
Antunes, scrittore-psichiatria che ha rivoluzionato la letteratura portoghese
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pierre de Ronsard (castello della Possonnière, Vendôme, 1524 –
Saint-Cosme-en-l’Isle, Tours, 1585) venne educato all’amore per le lettere.
Destinato tuttavia alla carriera diplomatica, già a 12 anni fu introdotto a
corte ma, dopo una serie di viaggi, una malattia che lo rese sordo lo indusse a
orientare la propria vita verso gli studi e la poesia, scegliendo la sicurezza
materiale derivatagli dai benefici ecclesiastici.
Con un piccolo gruppo di giovani sodali dette vita alla Pléiade, la scuola
poetica della Rinascenza francese. Ronsard pubblicò la dotta raccolta intitolata
Le Odi, ma non pago della lezione classica e alla ricerca di nuove formule
espressive cui adattare la lingua francese, fu petrarchista nella raccolta Gli
Amori, ispirati dall’amore per Cassandra Salviati. Grazie alla poesia cosmica e
filosofica degli Inni ottenne la nomina a poeta di corte. I nuovi doveri di
cortigiano aggiunti alle drammatiche vicende delle guerre di religione
incanalarono la sua voce nell’alveo della poesia politica e dell’eloquenza di
parte a fianco dei cattolici intransigenti.
L’interruzione al IV libro della Franciade segnò la fine dell’ambizioso progetto
di dotare la letteratura francese di una grande epopea nazionale, in coincidenza
con la morte del re che l’aveva commissionata. Pur deluso e infermo, il poeta
trovò una nuova fonte d’ispirazione nell’amore per una dama di compagnia di
Caterina de’ Medici, Hélène de Surgères, che gli fece ritrovare la grazia dei
primi poemi d’amore nei Sonetti per Elena.
Dalla vastissima produzione di Ronsard ho scelto alcuni testi che da un lato
offrono un assaggio della tematica amorosa, assai presente nella sua opera, e
che dimostrano quanto profondamente sia la cultura classica che il petrarchismo
abbiano ispirato il poeta; e dall’altro (mi permetto di azzardare quest’ipotesi
interpretativa) esprimono il rapporto appunto erotico con la lingua francese e
con la poesia stessa: la mia traduzione è ben lontana, infatti, dal saper
rendere la bellezza, l’armonia, la musicalità dei testi originali, ma i
sentimenti appassionati espressi sono rivolti anche alla Donna-poesia, alla
Signora-lingua francese, alla Bellezza tout court.
A.D.
L’altro giorno (stavo in alto su di un gradino)
passando ti sei accorta di me e, volgendo lo sguardo,
hai abbagliato i miei occhi, tanto commossa la mia anima
nel vedermi (sussultai!) guardato dai tuoi occhi.
Il tuo sguardo mi è entrato nel cuore, nel sangue,
lampo che fende una nuvola:
ho sentito persistente la febbre fredda e calda,
mortalmente sopraffatto da uno sguardo sì penetrante.
E se la tua bella mano, passando, non mi avesse fatto cenno,
mano bianca che si vanta di essere figlia di un Cigno,
sarei morto, Elena, nei raggi dei tuoi occhi;
ma il tuo cenno ha trattenuto la mia anima quasi rapita,
il tuo occhio s’è contentato della vittoria,
la tua mano s’è rallegrata nel ridarmi la vita.
***
Madrigale
Se questo è amore, Signora, sia di giorno che di notte
sognare, meditare, pensare a come compiacervi,
dimenticare tutto e non voler fare altro
che adorare e servire la bellezza che mi nuoce –
se questo è amore inseguire una felicità che mi sfugge,
perdermi ed essere solo,
soffrire molto dolore, temere molto e tacere,
piangere, invocare grazie ed essere respinto –
se questo è amore vivere in voi più che in me stesso,
nascondere dietro un viso gioioso estremo languore,
sentire nel profondo dell’anima una lotta impari,
caldo e freddo così come mi tormenta la febbre d’amore –
vergognoso io, parlandovi, di confessare il mio dolore…
Se questo è amore: furiosamente vi amo:
vi amo e so bene che il mio dolore è fatale:
il mio cuore lo dice a sufficienza, ma la lingua è muta.
***
L’amore mi uccide – e se non voglio dire
del bel male ch’è per me il morire
è per il timore grande che qualcuno voglia alleviare
quel male per cui dolcemente sospiro.
È ben vero che il mio languore desidera
che col tempo io possa essere guarito:
ma non voglio chiedere aiuto alla mia signora
per la mia salute – tanto mi aggrada il mio martirio.
Taci, languore, sento arrivare il giorno
che la mia signora, dopo così lungo stare,
vedendo la preoccupazione che mi rode i pensieri,
tenendomi giocosamente tra le braccia tutta una notte,
generosamente ripagherà
gli interessi del mio protratto dolore.
***
Angelo divino, che lenisci le mie ferite,
interprete e araldo degli dei
per quale porta sei sceso dal cielo
ad alleviare i dolori della mia anima?
Tu, quando la notte m’infiamma di pensieri,
avendo pietà del mio ansioso soffrire,
ora tra le mie braccia, ora davanti ai miei occhi,
fai librare l’immagine della mia Signora.
Resta, Sogno, indugia ancora un po’!
Ingannatore, aspetta che mi sia saziato
di questo bel seno l’appetito del quale mi divora,
e di questi fianchi che mi fanno svenire:
se non nella realtà, almeno consentimi
di abbracciarli – in sogno – per tutta la notte.
***
Chi beve, come cantava Nicandro,
l’aconito, ha la mente turbata,
tutto ciò che vede sembra raddoppiato,
e la notte si distende sui suoi occhi.
Chi beve dell’amore di Cassandra,
che scorre dai suoi occhi al cuore,
perde la ragione, impazzisce,
cento volte al giorno la Parca viene a prenderselo.
Ma l’aria calda, o la ruggine, o il vino
o l’oro fuso possono ben porre fine
al crudele male che infligge l’aconito:
solo la morte ha il potere di guarire
i cuori di coloro che Cassandra avvelena,
ma felice è davvero chi può morir così.
***
Cielo, aria e venti, pianure e montagne aperte,
colline ricoperte di vigneti e foreste verdeggianti,
rive tortuose e sorgenti increspate,
boscaglie disboscate e voi, verdi boschi,
grotte muschiose dall’imbocco appena schiuso,
prati, gemme, fiori ed erbe rossicce,
valli tortuose e spiagge dorate,
e voi, rocce, ospiti dei miei versi,
poiché, al momento della partenza, consumato dall’ansia e dalla rabbia,
a quell’occhio bello non ho potuto dire “addio”,
(esso mi sconvolge da vicino e da lontano)
vi prego, cielo, aria, venti, montagne e pianure,
boschi, foreste, rive e fontane,
grotte, prati, fiori: diteglielo per me.
L'articolo Pierre de Ronsard, ovvero l’erotismo della parola poetica (Traduzione
di Antonio Devicienti) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo aver celebrato, in passati articoli, il maestro Walter Mosley e il suo Easy
Rawlins, è il momento di guardare all’altro suo alter ego, Leonid McGill. In Il
male è di famiglia (traduzione di Stefano Ternavasio; 21lettere), Mosley sposta
l’asse dal noir a sfondo razziale di L.A. a quello metropolitano e più classico,
eppure non meno corrosivo, della criminalità newyorkese.
Leonid McGill è un investigatore privato che ha un piede nel mondo di qua e uno
in quello di là (il crimine), un uomo che cammina sul filo di una moralità
sempre in bilico. Quando viene ingaggiato dal boss Alphonse Rinaldo per
sorvegliare una ragazza, sa già che sta entrando in un gioco dove le regole sono
scritte col sangue e dove lui sarà, prima o poi, la pedina sacrificabile.
Il bello (o il brutto, dipende da che parte la si guarda) dei romanzi di Mosley
è che il Male non è mai un evento isolato, una deviazione; è l’ossatura stessa
della società, e in questo caso, come suggerisce il titolo, è un lascito
genetico, una condanna che si tramanda. Quando McGill si ritrova incastrato in
una scena del crimine, diventando il principale sospettato, il romanzo smette di
essere una semplice indagine e diventa una lotta per la sopravvivenza dentro una
fitta ragnatela di vecchi debiti e segreti mai sopiti.
Mosley usa McGill per raccontare la disintegrazione dei legami (familiari e
criminali) di una certa America che vive nell’ombra del potere. La sua prosa è
asciutta, essenziale, perfetta per descrivere la routine del marcio. Un noir che
è un manuale su come il crimine, quando è organizzato, sia la vera, unica,
“famiglia” a cui si appartiene.
La canzone di Saljapin di Ivy Low Litvinov (traduzione di Susanna Marrella; Ago
Edizioni), è una riedizione necessaria che illumina un angolo buio e
iper-intellettuale della letteratura novecentesca. Ivy Low, inglese per nascita
e insider del regime per matrimonio (suo marito era il diplomatico Maksim
Litvinov), aveva la posizione perfetta per essere testimone oculare della
schizofrenia sovietica.
Il romanzo è una cronaca tesa e claustrofobica della vita a Mosca per un gruppo
di espatriati e intellettuali. Il tono è, apparentemente, quello di un’eleganza
quasi alla Agatha Christie, con descrizioni di pranzi, tête-à-tête diplomatici e
piccole gelosie mondane. Ma sotto questa patina di normalità ribolle il terrore
paralizzante. Ciò che la Litvinov cattura con chirurgica precisione è l’ansia
sovietica: non quella nevrotica da borghesia occidentale che si preoccupa della
propria salute, ma quella generata dalla sparizione improvvisa degli amici, dal
sussurro che può trasformarsi in accusa, dal potere di uno Stato che entra in
ogni stanza e ogni pensiero.
La protagonista naviga in un mondo dove ogni legame affettivo, ogni parola, ogni
ambizione è filtrata dal sospetto. La canzone di Saljapin (riferimento al
celebre basso-baritono russo) è una melodia che risuona in modo stridente e
beffardo: la bellezza e l’arte in un Paese dove la vita umana vale meno di una
nota sbagliata. Non è un libro di denuncia esplicita, ma una rappresentazione
più sottile e forse più inquietante: il male del totalitarismo che diventa aria
da respirare, fino a corrompere i sentimenti più intimi. Un capolavoro di
sottile, angosciosa osservazione.
L'articolo ‘Il male è di famiglia’ di Walter Mosley e ‘La canzone di Saljapin’
di Ivy Low Litvinov: approcci diversi al crimine proviene da Il Fatto
Quotidiano.
C’è un’Italia che le mappe satellitari non riescono a inquadrare bene. È quella
macchia di colore incerta tra il grigio dell’asfalto della bergamasca e il nulla
dorato della campagna milanese. Una terra di confine dove le cascine sembrano
fortini abbandonati e le bocciofile sono gli unici templi rimasti a una
spiritualità fatta di grappa e bestemmie. È qui, nel cuore pulsante e
ferocemente rurale degli anni Novanta, che Ilaria Gremizzi ambienta il suo Far
East (Prospero Editore), un romanzo che ha il sapore del fango e la cadenza di
un pezzo reggae suonato male da un’autoradio scassata.
Dimenticate i poliziotti tormentati da serie tv in prima serata. Gremizzi ci
scaraventa nel Reticolo, un microcosmo dove la logica è sospesa tra il volo di
uno struzzo e il delirio di una baronessa decaduta che si crede Sandokan. I
protagonisti sono due scapestrati, due perdenti di razza che decidono di dare
una sterzata a una vita piatta come la pianura assaltando un ufficio postale. Il
tocco di genio? Lo fanno a bordo di una limousine, un monumento al kitsch che
taglia la nebbia come una lama arrugginita.
L’autrice scrive con una prosa carnale, che non chiede scusa. È una scrittura
che graffia e morde, capace di nobilitare la china pericolosa di una rapina
improvvisata trasformandola in un viaggio esistenziale. C’è molto di Barry
Gifford in queste pagine, quella capacità di rendere magico il grottesco, e c’è
l’ombra lunga e amara di Jim Thompson nel raccontare come il crimine sia spesso
solo l’ultima spiaggia di chi non ha più nulla da perdere.
Il punto di forza del romanzo, però, sta nei dialoghi. Tesi, serrati, privi di
grasso superfluo. Si sente l’eco di un Fargo trapiantato tra i filari di
granturco, dove il gossip bellico che arriva dalla radio fa da contrappunto a
una violenza rurale, quasi ancestrale.
In Far East non c’è redenzione, ma c’è una dignità ruvida che trasuda da ogni
pagina. Gli sbandati di Gremizzi danzano sui trampoli sopra il fango di
un’esistenza che li vorrebbe schiacciati tra una slot-machine e un turno in
fabbrica. È un noir che non lascia scampo perché parla di noi, della nostra
provincia più profonda e di quel desiderio bislacco di essere altrove, anche
quando l’altrove è solo il prossimo fosso.
Eccellente letteratura di frontiera. Un libro che si legge d’un fiato,
possibilmente con un occhio alla strada e l’altro allo specchietto retrovisore.
Perché nel Reticolo, la legge non arriva mai in tempo.
L'articolo Far East, dimenticate i poliziotti tormentati da serie tv: qui si
assalta un ufficio postale in limousine proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Francesco P. Nicolaci*
E’ un fatto che i giovani, oggi, siano immersi in un flusso continuo di voci.
Sui social, sugli schermi, nelle notifiche, ricevono ogni giorno una quantità
enorme di messaggi: rapidi, insistenti, spesso sovrapposti. Quasi nessuno, però,
è guida verso il loro vero, identitario essere. Anzi. Proprio quella
molteplicità di stimoli rende più complicato trovare accesso alla voce e alla
storia in cui ri-conoscersi davvero.
In mezzo a immagini perfette, modelli già confezionati e vite esposte come
vetrine luminose, diventa faticoso ascoltare il proprio centro originario: quel
nucleo unico di sensibilità, immaginazione e desiderio che ogni ragazzo porta
con sé fin dall’inizio.
Eppure è proprio attraverso l’immaginazione e l’incontro
con altre storie che un preadolescente o un adolescente può attingere ad
affinità autentiche.
Attraverso quell’incontro i nostri studenti possono tornare ad abitare se
stessi, confrontandosi con l’altro e il suo sentire, riscoprendo la propria
singolarità e il proprio posto nel mondo. Un centro prezioso, autentico,
pienamente personale: quella regione interiore da cui anche il pensiero ha
origine e dove – come scriveva Marcel Proust – ci ritroviamo, nella scoperta
della nostra essenza, in patria. Un centro interiore che l’eccesso di rumori ed
eidola esterni rende difficile per i ragazzi ritrovare, ascoltare, sognare.
I giovani hanno dentro di sé quell’impronta vitale, quella matrice creativa e
creatrice da nutrire, sviluppare e indirizzare.
Quando questo spazio interiore
viene ri-trovato, cresce insieme ad esso la capacità di apprendere, di
relazionarsi e di dare forma alla propria identità.
Quando invece rimane
trascurato, persino l’apprendimento, progresso personale per eccellenza, rischia
di costituirsi come un accumulo di informazioni simile a rami privi di radici.
È in questo spazio originario che l’arte, la letteratura e le storie trovano il
loro ruolo più autentico: non di ornamento culturale, ma di nutrimento per la
crescita e la libertà. Le storie allenano i sentimenti, educano lo sguardo,
danno un nome alle emozioni, chiamano l’invisibile ed evocano l’imperscrutabile,
sostenendo un mondo che appartiene già e sempre a chi le riceve.
Attraverso la sorpresa di un racconto, la gentilezza di un gesto, l’ironia di un
colpo di scena, un’amicizia gratuita, una generosità disinteressata, una
sofferenza silenziosa, una gioia inaspettata, tramite le infinite sfaccettature
di un viaggio narrativo e la complessità di personaggi vivi, i nostri ragazzi
possono ri-accorgersi dell’inestimabile storia della propria vita, delle
irripetibili potenzialità e delle inesauribili direttrici del proprio esserci.
Lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij scriveva che “la bellezza salverà il
mondo”.
Per il mondo dei ragazzi e per la crescita del sé, non è soltanto la
bellezza a salvarlo: è finanche l’arte nella sua interezza. I pre e gli
adolescenti sono bombardati di messaggi in un momento in cui compiono il
passaggio delicato dall’essere bambini a ragazzi; il cambiamento in cui devono
trovare il quid identitario. E in questa transizione sensibile, in questo
turbinio di mutamenti, la domanda è: “Dove sto andando, e perché?”.
In un tempo
attraversato da infinite sollecitazioni, la narrazione scritta, ascoltata o
contemplata diventano perciò uno spazio fiorente, una nuova dimensione d’ascolto
in grado di ricondurci a casa, svelarci la nostra vera impronta e riportarci al
nostro ritmo individuale, incomparabile e inconfondibile.
L’educazione si fa allora fondamento di un parabola in cui scuola, studio,
socialità, inclinazioni si trasformano in momenti diversi di un’unica
traiettoria. Un percorso lungo il quale i giovani d’oggi e gli adulti di domani
giungono in un posto altrimenti sfuggito e percepiscono ciò che li circonda con
occhi nuovi: sulle ali delle narrazioni, da quella prospettiva, possono
risuonare e prendere forma.
L’arte salverà il mondo. Perché ogni volta che un bambino cresce, il mondo
cresce con lui.
E ogni giovanissimo può così plasmare il mondo con quel proposito che lo anima e
quel contributo che solo lui può portare, rendendosi nel farlo pienamente se
stesso.
Ecco: forse educare, oggi, significa prima di tutto questo. Custodire e nutrire
quello spazio invisibile in cui ciascuno si riscopre e trova la propria
risposta. Perché è lì, in quel luogo silenzioso e creativo, che ogni storia
personale comincia davvero a prendere forma — e con essa, ogni volta, anche il
mondo rinasce.
*insegnante e scrittore
L'articolo Forse educare oggi significa questo: custodire e nutrire lo spazio
dell’immaginazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Marilù Oliva
“Se pensa alla Magia Nera, Magalie ne percepisce in parte l’energia buona,
quella costruttiva. Quattro donne ferite dagli eventi che non si vogliono
piegare alla rassegnazione comune. Quattro sghembe rivoluzionarie contro i
femminicidi. Ne uccidono una un giorno sì e due no, dicono le voci quasi
rassegnate, come se non ci fosse soluzione. I poliziotti? Erano stati allertati.
Però è successo. Un’altra mamma non crescerà più i suoi bambini. Cosa si fa
davvero per cambiare la mentalità? Così le streghe hanno ordito il delitto che
ha come vittima un assassino. Cosa credono di fare, di poter ripulire il mondo?
Magalie sfoglia i quotidiani di cui ha fatto incetta. Un vendicatore oscuro,
recita un titolo gigantesco. Giunta l’ora dei maschicidi, scrive un giornale di
estrema destra. Eppure Magalie non si sente in pace. E conosce il motivo. Ne
possono anche uccidere dieci, venti, cento, ma ne arriveranno altri mille. Lei
che ha fatto della ricerca scientifica l’epicentro della sua vita, sa bene che
l’unico modo per contrastare il patriarcato è prevenire e educare alla civiltà”.
Il senso del thriller Via delle streghe è scuotere e sensibilizzare rispetto a
una situazione di stallo. Come denuncia l’indagine Istat “Sicurezza delle donne”
relativa al 2025, la violenza contro le donne non si arresta: 6 milioni e
400mila (il 31,9%) le donne che hanno subito almeno una violenza fisica o
sessuale a partire dai 16 anni di età: il 18,8% (circa 3 milioni e 764mila) ha
subito violenze fisiche e il 23,4% violenze sessuali. Ciò significa che una
donna su tre è obbligata a fare i conti con le molestie e gli abusi. È
condannata a portare a vita ferite profonde che influiranno sulle sue scelte e
mineranno la sua serenità.
Le mie protagoniste sono delle vendicatrici di femminicidi. Questa è una
provocazione, un’esasperazione. Lo fanno attraverso una laica Magia Nera, che
nella stregoneria è l’arte portentosa della distruzione. In grado di provocare
insuccessi, disfatte, rovina. Forze potentissime che arrecano danno ai nemici.
Ma le donne di via delle Streghe la intendono diversamente. Il loro è impegno
politico, vendetta, tutt’al più una miccia verso la rinascita. Vorrebbero che le
cose cambiassero, vorrebbero scuotere l’opinione pubblica e indurre i governi a
nuove misure. In un certo senso ci riescono, perché le persone – poiché i
criminali impuniti non la passano più franca, grazie alle loro azioni – credono
che una sorta di equilibrio venga ripristinato e cominciano a parteggiare per
loro. Si crea una grande ondata di solidarietà, anche se nessuno sa chi sono.
Perché loro agiscono nell’ombra. Per precauzione non comunicano mai tra di loro
nei giorni precedenti al delitto attraverso qualsiasi forma multimediale.
Restano ancorate all’antico uso della parola, a leggersi guardandosi dritto
negli occhi, all’abitudine a incontrarsi dopo mezzanotte, in Sabba prestabiliti,
al quinto piano di un appartamento di via delle Streghe, mentre fuori, almeno
nei periodi in cui sono usciti dal letargo, sfrecciano coi loro ghirigori
paraboloidi frotte di pipistrelli.
Una magia laica, dicevo. Nessuna di loro quattro crede nel portento della
bacchetta magica, ma ciascuna punta sul potere della volontà e sul dominio delle
energie.
C’è Magalie, professoressa quarantenne di Storia medievale specializzata in
Storia delle streghe, che da piccola è stata vittima di violenza assistita.
C’è Serena, sua ex allieva, sorella di una ragazza uccisa a tradimento dal
fidanzato, poco prima di laurearsi.
C’è Zulmira, la più anziana del gruppo, veggente che negli anni ha accumulato un
discreto gruzzoletto vendendo elisir e vaticini alle sue credulone clienti.
C’è Iside, trans che qualche anno prima si è gettata dal quinto piano del suo
appartamento per dire addio alle pochezze dell’umanità. Ma è sopravvissuta e
ora, genio dell’informatica, supera i limiti della sua sedia a rotelle volando
per il web.
Queste quattro donne che vendicano le vittime di femminicidio e in qualche modo
cercano di riscattare le tante colleghe finite sul rogo hanno subìto ferite
profonde e credo che sappiano benissimo, nel loro cuore, che quella missione sia
sbagliata. Sostituire la legalità con la faida significherebbe azzerare secoli
di conquiste del diritto e della civiltà, chiaro che la Congrega ne è
consapevole. Però vuole portare avanti azioni provocatorie e furibonde, perché
le sue adepte sono esasperate dalla reiterazione e dalla brutalità di molti casi
di cronaca. Nella catena attuale di denuncia, attuazione della giustizia e pena
c’è ancora molto che non funziona e loro non riescono più a restare impassibili.
Ognuna di loro dà un contributo fondamentale alla Magia Nera ed è specializzata
in ricerca dati o in veleni o in combattimento. Ognuna di loro, senza saperlo,
partecipa al compimento delle missioni rendendo alchemici i loro intenti e
divenendo promotrice di una rete di complicità. Ogni tanto vacillano, ogni tanto
litigano, ma la sorellanza per loro non è una parola vuota che va sbandierata
perché va di moda, no: per loro è collante imprescindibile e lo dimostreranno
fino alla fine. Rivelandoci anche uno degli aspetti più semplici e una delle
conquiste più sfuggenti della magia: come essa, nelle sue modalità più spontanee
e razionali, si dispieghi ovunque.
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racconto di Marilù Oliva per il Fatto Quotidiano proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Con La pupilla (Spartaco Edizioni), Darien Levani non si limita a consegnare ai
lettori un eccellente romanzo di genere, ma compie un’operazione chirurgica
sull’umanità ferita dei nostri tempi.
Se il noir è, per definizione, il racconto delle ombre che si allungano sul
sociale, Levani sceglie di indagare quelle zone d’ombra che si annidano negli
angoli più insospettabili: le case borghesi, i legami familiari e, soprattutto,
il cuore di chi è chiamato a far rispettare la legge.
Al centro della narrazione svetta il maresciallo Rolando Faber. Levani si
distacca dai cliché dell’investigatore infallibile o dell’anti-eroe maledetto a
tutti i costi. Faber è un uomo incastrato in una quotidianità che scricchiola:
un fratello arrestato, una moglie, Dori, fuggita via lasciando un vuoto
pneumatico, e tre figli (June, Iulius e Augustus) che sono specchi riflettenti
delle sue stesse fragilità.
La grandezza di Levani sta proprio nella capacità linguistica di rendere questi
personaggi tridimensionali. Non sono funzioni narrative, ma esseri pulsanti. La
gestione della casa, il dolore silenzioso negli occhi del piccolo Augustus, la
saggezza precoce di June: ogni dettaglio contribuisce a creare un’empatia
profonda, rendendo Faber un protagonista di una vicinanza quasi commovente.
L’incipit sembra canonico — un’operazione di routine per droga che scivola nel
sangue di un tentato femminicidio — ma lo sviluppo del plot è tutt’altro che
scontato. Levani intreccia il destino di una ragazza ridotta in fin di vita con
il mercato dell’arte d’élite, mettendo al centro un autoritratto di Ligabue.
L’inserimento dell’elemento artistico non è un mero decoro estetico, ma funge da
metafora: come nelle opere di Ligabue, anche nella realtà di Faber la bellezza
convive con il tormento, e lo sguardo (la “pupilla”, appunto) è l’unico
strumento per decifrare la violenza. La trama si dipana in una Bologna notturna
e artistica, dove il crimine di genere viene analizzato non solo come atto
brutale, ma come prodotto di un “brodo di coltura” fatto di soprusi e silenzi.
Uno dei punti di forza assoluti del romanzo è la verosimiglianza dei dialoghi.
Levani possiede l’orecchio del drammaturgo: i suoi personaggi parlano come
persone vere. Non ci sono spiegoni artificiali o battute da film d’azione; c’è
il linguaggio spezzato dell’incomprensione familiare, il gergo asciutto
dell’indagine e il tono soffocato della colpa.
Questo realismo linguistico si sposa con un ritmo narrativo serrato ma capace di
sostare sui sentimenti. Levani non corre verso la soluzione del mistero; ci
cammina accanto a Faber, sentendo insieme a lui il peso di dover mettere a
tacere i fantasmi. Prendere un colpevole, per Faber, non è solo giustizia: è
l’unico modo per espiare le proprie mancanze private.
La pupilla è un romanzo che scava. Darien Levani, già vincitore del Premio
Glauco Felici, dimostra una maturità stilistica invidiabile. Riesce a parlare di
femminicidio e di crisi della famiglia senza cadere nella retorica, mantenendo
sempre alta la tensione del noir.
È un libro consigliato a chi cerca nel genere non solo l’enigma da risolvere, ma
uno specchio in cui guardarsi, scoprendo che spesso il mostro e la vittima
abitano più vicini a noi di quanto vorremmo ammettere.
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Fatto Quotidiano.