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Carne, mito e schermi: tre libri per raccontare la disillusione contemporanea
Partiamo dal collettivo Okina Sagi e dal suo Hard Pop (Mille Battute Edizioni). Chiamarlo erotismo è un eufemismo per anime belle. Questo è porno. Ma è un porno che trascende l’atto, che si fa metafisica del desiderio e della depravazione. Okina Sagi non ci regala carezze, ci sbatte in faccia un’esplorazione transoceanica dove il corpo è l’unica mappa rimasta. C’è una lucidità brutale nel modo in cui viene descritto l’odore del sesso, il sapore del sudore che sa di sconfitta e di rivalsa. È un viaggio tra bordelli dell’anima e stanze d’albergo anonime, dove la carne viene celebrata nella sua verità più cruda, lontana dalle patinate finzioni dei siti mainstream. È porno catartico, una sberla che ti ricorda che siamo ancora esseri pulsanti, fatti di sangue e pulsioni che nessuna morale borghese potrà mai davvero recintare. Dalla carne cruda di Okina Sagi passiamo al luccichio ingannevole di Nicola Manuppelli che, con Gatsby. Lezioni fuori rotta su un classico americano (Jimenez Edizioni), ci porta a spasso tra i fantasmi di Fitzgerald. Manuppelli non fa il professore dal pulpito; fa il detective privato in un caso di omicidio collettivo: quello del Sogno Americano. Jay Gatsby viene spogliato dei suoi abiti di lusso e restituito alla sua essenza di uomo ossessionato, un povero diavolo che insegue una luce verde che è solo il segnale di un naufragio imminente. Dietro le feste di West Egg non c’è gioia, c’è lo stesso vuoto vorace, la stessa “umanità guasta” che Okina Sagi descrive nei suoi amplessi più estremi. Manuppelli ci sussurra che siamo tutti barche controcorrente, condannati a desiderare ciò che ci distruggerà. Un’analisi febbrile che trasforma un classico in un diario clinico della nostra disperazione moderna. Infine, arriviamo al rigore chirurgico di Francesca Pili e al suo L’intersezionalità al cinema (Catartica Edizioni). Se Okina Sagi ci parla del corpo e Nicola Manuppelli del mito, Pili ci spiega come questi corpi e questi miti vengano manipolati dalla grande macchina visiva. È un saggio che usa il cinema come un bisturi per analizzare razza, classe e genere. Un lavoro necessario, che spazia dal genio visionario di Born in Flames al body horror sociale di The Substance. C’è però un “ma”, grande come una casa cinematografica. L’autrice sceglie una linea politica netta, quasi militante, trasformandosi in una bussola utile per chi vuole capire come il cinema possa ancora essere un atto di resistenza. È un libro che serve a chi ha smesso di guardare i film solo con gli occhi e ha iniziato a guardarli con la coscienza. Un punto di partenza necessario, anche se parziale, per capire che ogni volta che si accende un proiettore, si sta decidendo chi ha diritto di esistere e chi deve restare nell’ombra. L'articolo Carne, mito e schermi: tre libri per raccontare la disillusione contemporanea proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Willem Kloos, nel profondo dei nostri pensieri (traduzione di Patrizia Filia)
Willem Kloos (1859-1938), poeta e iniziatore del movimento letterario innovatore “Tachtig” (Ottanta), sviluppatosi nei Paesi Bassi tra il 1880 e il 1894, debutta nel 1880 nella rivista letteraria Nederland con il dramma in versi Rhodopis. Nel 1885 fonda con altri giovani scrittori la rivista De Nieuwe Gids (La nuova Guida). Nel 1894 esce la sua prima raccolta di poesie Verzen (Versi), nel 1895 Nieuwe verzen (Nuovi versi) e nel 1902 Verzen II (Versi II). Nel 1896 riceve il Premio D.A. Thieme per la sua prima raccolta e nel 1918 il Premio Tollens per l’intera sua opera. Nel 1935 è proclamato dall’Università di Amsterdam dottore honoris causa in Lettere e Filosofia. Tra il 1914 e il 1928, il suo nome appare cinque volte sulla lista di candidati al Premio Nobel per la Letteratura. Cito una delle più conosciute affermazioni di Willem Kloos: “In poesia, forma e contenuto sono una cosa sola”, che potrebbe ricordare quella del giovane Samuel Beckett: “Forma è contenuto e contenuto è forma”. Per Kloos la nuova poesia non deve più essere guidata dalla morale e dalla letteratura borghese e subordinata a fattori come la religione e l’ideologia sociale, bensì essere mossa dalla passione e dall’emozione del singolo poeta. Non più al servizio della fede in Dio, l’arte poetica diventa essa stessa divina, come risulta anche dal verso di apertura della sua poesia più nota: Sono un Dio nel profondo dei miei pensieri. Egli è ancora considerato come colui che ha dato origine al completo rinnovamento nell’uso della lingua nederlandese in poesia e prosa, coadiuvato in questo dall’apporto dei poeti e prosatori aderenti al movimento letterario Ottanta. Nel 2013, il poeta e attore olandese Ramsey Nasr (1974) realizza, spinto dall’intento di avvicinare le giovani generazioni alla poesia e in veste allora di Poeta della Patria, la serie Dichter Draagt Voor (Il Poeta Recita): ventun filmati dedicati a poesie da lui scelte e recitate, che coprono un periodo che va dal XIV secolo fino al XXI. Sono le poesie di poeti, il primo della serie anonimo, che appartengono indissolubilmente alla storia della letteratura dei Paesi Bassi. La serie include anche la poesia di Willem Kloos Avond (Sera), ovvero: Appena visibili dondolano su una lieve brezza. La si può ascoltare recitata sul sito della serie. La foto che qui ritrae il poeta è del 1894, l’ha scattata il suo amico fotografo, pittore e scrittore olandese Willem Witsen, anche lui membro del movimento Ottanta. Il ritratto fotografico fa parte della collezione del Centro per la Fotografia dell’Università di Leida. P.F. Ik ben een God in ‘t diepst van mijn gedachten, En zit in ‘t binnenst van mijn ziel ten troon Over mij-zelf en ‘t al, naar rijksgeboôn Van eigen strijd en zege, uit eigen krachten, – En als een heir van donker-wilde machten Joelt aan mij op en valt terug, gevloôn Voor ‘t heffen van mijn hand en heldre kroon: Ik ben een God in ‘t diepst van mijn gedachten. En tóch, zoo eind’loos smacht ik soms om rond Úw overdierbre leên den arm te slaan, En, luid uitsnikkende, met al mijn gloed En trots en kalme glorie te vergaan Op úwe lippen in een wilden vloed Van kussen, waar ‘k niet langer woorden vond. * Sono un Dio nel profondo dei miei pensieri, E siedo nel cuore della mia anima regnando Su di me e su tutto, contando sui miei vigori, Rivolto al governo della mia lotta e vittoria, – E quando una massa d’oscuri poteri furiosi Mi grida contro e ripiomba, impreca Per la mia mano levata e chiara corona: Sono un Dio nel profondo dei miei pensieri. Eppure, a volte desidero ardentemente Cingere col braccio il vostro prezioso feudo, E, singultando forte, con tutto il mio fulgore Consumare la mia fierezza e calma gloria Sulle vostre labbra in un irruento flusso Di baci, sulle quali non trovavo più parole. *** Nauw zichtbaar wiegen op een lichten zucht De witte bloesems in de scheemring – ziet, Hoe langs mijn venster nog, met ras gerucht, Een enkele, al te late vogel vliedt. En ver, daar ginds, die zacht-gekleurde lucht Als perlemoer, waar ied’re tint vervliet In teerheid…, Rust – o, wonder-vreemd genucht! Want alles is bij dag zóó innig niet. Alle geluid, dat nog van verre sprak, Verstierf – de wind, de wolken, alles gaat Al zacht en zachter – alles wordt zoo stil… En ik weet niet, hoe thans dit hart, zoo zwak, Dat al zóó moê is, altijd luider slaat, Altijd maar luider, en niet rusten wil. * Appena visibili dondolano su una lieve brezza Le bianche fioriture nel crepuscolo – vedi, Come ancora davanti alla mia finestra vola, Con voce svelta, un uccello già troppo tardivo. E lontano lassù, quel cielo tenuamente tinto, Come madreperla, dove ogni sfumatura s’invola Delicata…, Riposo – oh mirabile strana delizia! Ché durante il giorno non è tutto così intimo. Ogni suono, che ancora da lontano parlava, Affievolito – il vento, le nuvole, già tutto va Piano e più piano – tutto diventa così silente… E non so perché ora questo cuore, così debole, Già talmente stanco, batta sempre più forte, Sempre più forte, e non voglia riposare. *** Ik wijd aan U dees verzen, zwaar geslagen Van Passie, en Verdoemenis, en Trots, In doods-bleek marmer of dooraderd rots, Al naar mijn kunstnaars-wil en welbehagen. Zij zijn doorleefd: ‘k heb daarin neêrgedragen, Rijk-handig, al wat, in den loop des Lots, Aan menschen-liefde of hooge Liefde Gods, Dit dood-arm Wezen heeft te voelen wagen. Ik, die mijn Leven uit-te-zeggen zoek, Heb al mijn lieve voelen, zoeken, tasten En weten in dit somber boek gevat. En ‘k bied, met dit mijn eerste en laatste boek, Een laatsten groet aan U, die met uw vasten Stap naast mijn àl te wankle schreden tradt. * Dedico a Voi questi versi, duramente scolpiti Con Passione, e Dannazione, e Fierezza, In un marmo cereo o in una roccia venata, Secondo il mio volere d’artista e i miei aggradi. Sono stati vissuti: con essi ho dato supporto, Abile dovizia, già tanta, nel corso del Destino, All’amore degli umani o all’alto Amore di Dio, Questo miserrimo Essere ha provato il rischio. Io, che cerco l’espressione della mia Vita, Ho inciso in questo libro triste tutto il mio Vivo sentire, cercare, sondare e sapere. E offro, con questo mio primo e ultimo libro, Un ultimo saluto a Voi, che col vostro fermo Passo affiancaste il mio già vacillante andare. *** Gij, Die mij de eerste waart in ‘t ver Verleên, Toen alles was één schoone somberheid, Gij zult mij de allerlaatste zijn. Ik wijd Dit stervend hart U, met zijn laatste beên. Want àl mijn dwalingen en àl mijn strijd, En wàt ik heb geliefd en heb geleên, Het waren allen slechts als zooveel treên Tot waar Gij eeuwig troont in Heerlijkheid. Eéne, één’ moet zijn aan Wie ik alles gaf, En leven kan ik niet, dan als ik kniel, ‘t Zij voor Mij-zelf, een Godheid of een Droom: De Godheid stierf… Ikzelf ben als Haar Graf: Kom Gij dan, nu ik val… Ziel van mijn Ziel Die niets dan droom zijt… ‘k roep u aan: 0, koom! * Voi, che foste la mia prima nel lontano Passato, Quando tutto era di una bella malinconia, Sarete per me l’ultima di tutte. A Voi dedico Questo cuore morente, con l’ultimo suo appiglio. Perché tutti i miei errori e tutte le mie lotte, E quanto ho amato e preso in prestito, Erano soltanto come tanti scalini da dove Voi troneggiate eternamente Gloriosa. Una, una dev’essere a Chi diedi tutto, E non posso vivere se non inginocchiandomi, Che sia davanti a Me, una Divinità o un Sogno: La Divinità spirò… Io stesso sono come la Sua Tomba: Allora venite, ora che cado… Anima della mia Anima Che altro non siete che sogno… Vi invoco: Oh, venite! *** Laat mij nog éénmaal, in gedachten, kussen Die warme lippen, door mijn kus ontbloeid; Laat mij nog éénmaal aan dien boezem sussen Mijn arme hoofd, waarin de koorts-pijn gloeit. Laat mij nog eens, klein kindje, rusten tusschen Die armen, waar mijn hart aan was geboeid, In dien zoo lieven tijd, toen, zonder blusschen, ‘t Vereend gelaat door passie werd verschroeid. Mijn lippen kussen wild, mijn oog staat droef – Niet waar? gij lief! nu er geen lief meer wezen, Geen arm zich om mijn hals bewegen zal: Maar ik heb haast: mijn trekken worden stroef, Als in de koû des doods, mijn armen vreezen In beven, hangende op hun laatsten val. * Lasciate che baci ancora una volta, rimembrando, Quelle labbra calde dal mio bacio sbocciate; Lasciate che acqueti ancora una volta su quel seno Il mio povero capo, in cui arde una pena febbrile. Lasciate che riposi, piccino, ancora un istante tra Quelle braccia nelle quali era stretto il mio cuore, In quel tempo così soave, allora, senza estinzione, Il congiunto volto arso dalla passione. Le mie labbra baciano aride, il mio occhio è mesto – Non è vero? amore! ora che non c’è più amore, Non un braccio si muoverà intorno al mio collo: Ma ho fretta: i miei lineamenti si irrigidiscono Come nel gelo della morte, le mie braccia temono Tremando, appese alla loro ultima caduta. 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La peste ispirò il capolavoro del Decamerone: e il Covid? Come la pandemia ha cambiato i romanzi dei nostri tempi
La terribile peste nera che a metà del XIV secolo colpì l’Europa – mietendo vittime anche in Italia tra il 1347 e il 1348 – alla fine della sua fase acuta, intorno al 1353, aveva ucciso circa 20 milioni di persone, pari a circa un terzo della popolazione. Cambiò il corso della Storia come quella del Covid ha cambiato i nostri ultimi anni. La peste medievale fu causata da un batterio ed ebbe un tasso di mortalità del 50 percento, quella recente da un virus e anche grazie ai progressi scientifici ha superato di poco lo 0,7 percento della popolazione. Eppure, nonostante la disparità di cifre, tra le due pandemie si possono evidenziare numerose similitudini. In entrambi i casi furono sottostimate, in entrambi i casi furono inibiti gli spostamenti delle persone, i malati isolati, i medici inizialmente disorientati di fronte a una nuova patologia e verso gli “untori” si scatenò il consueto moto di odio sociale. E però sono state una spinta per cambiamenti epocali: dopo la peste del 1348 la mancanza di manodopera diede impulso a una maggiore meccanizzazione del lavoro e le “scienze bancarie” si svilupparono velocemente inventando nuovi strumenti per le transazioni commerciali (la lettera di cambio, o assegno, concepita dal pratese Francesco Datini). Dopo il Covid è diventata realtà la diffusione del cosiddetto “lavoro agile” (o smart working) che prevede minori vincoli spaziali e di orario. Nel caso dell’Italia, la peste nera del 1348 spinse un autore del calibro di Giovanni Boccaccio (di cui si è da poco celebrato il 650° anniversario della morte) a concepire e scrivere il Decamerone, la sua opera più famosa, ambientata proprio nei giorni dell’“orrida pestilenza”. Non fu l’unico: nella prima metà dell’Ottocento, un altro grande autore, Alessandro Manzoni, ambientò quella che sarebbe diventata la sua opera più famosa, I promessi sposi, proprio nella Milano del 1629-1630 falcidiata da un’altra terribile epidemia di peste. In questo altalenarsi di analogie e differenze tra pandemie di peste e di Covid, possiamo noi oggi aspettarci un nuovo Decamerone, dunque? O il romanzo storico di un autore che ambienti la sua opera nei terribili giorni tra il marzo e il maggio del 2020 quando il mondo reale lo vedevamo tutti solo dalle finestre e dalle terrazze di casa? Oppure un’opera del genere esiste già e non ce ne siamo accorti? Innanzitutto la domanda è perché il Decamerone ebbe questo un grande successo. “Fondamentalmente perché le novelle di cui è composto, alcune già conosciute e altre nuove, rientravano nelle caratteristiche di un tempo di crisi e offrivano i modi per uscirne” risponde lo storico Franco Cardini. L’opera di Boccaccio, continua il professore medievista, “non è un semplice inventario di storielle bensì la raccolta dei personaggi che raccontano le novelle, ognuno con uno stile e personalità diversi. “La critica lo ritiene un capolavoro perché presentava la vita del tempo dando anche una chiave di lettura della tragedia che era accaduta unitamente alla ricetta per uscire dalla crisi che era stata provocata dalla pandemia – prosegue Cardini -. L’inizio è una novella addirittura agghiacciante, con un uomo malvagio che in punto di morte si confessa e riesce a farsi credere un santo, così che Boccaccio muove critiche sia sociali, sia religiose. Insomma l’autore parte dal peggio dell’umanità per giungere, con la decima novella della decima giornata, al meglio dell’umanità“. La differenza tra Decamerone e Promessi Sposi, aggiunge Giovanna Frosini, presidente dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio, è che “Boccaccio fu testimone oculare della tragedia e fu colpito negli affetti, mentre Manzoni no”. Entrambi gli autori però usarono “con grande attenzione” fonti dirette e in comune hanno la “minuziosa descrizione della pandemia, compresi i segni fisici della malattia: Boccaccio la scrive all’inizio della sua opera, Manzoni nel capitolo 31° della sua opera massima”. E ancora: “Boccaccio descrive la distruzione dei legami sociali a causa della peste, con famiglie che si frantumano e col successivo bisogno di ‘rigenerare’ i rapporti umani. Nei Promessi sposi Manzoni invece mette in evidenza l’iniziale difficoltà dei medici a riconoscere la malattia e la ritrosia nell’ammettere che si trattava di peste. Un po’ come è accaduto sei anni fa ai nostri primi medici che hanno avuto difficoltà a capire che si trattava di Covid. Ma nonostante le resistenze, l’idea della peste sette secoli fa e del Covid nel 2020 si è pian piano insinuata, a cominciare proprio dal linguaggio. Si tratta comunque di elementi modernissimi”. Possiamo dunque aspettarci un effetto del fenomeno epocale appena vissuto dall’umanità anche sulla letteratura o la modernità cambia tutto? O magari gli addetti ai lavori l’hanno già scoperta e questa attende solo di diventare virale? Secondo il punto di vista di Daniela Brogi, docente di letteratura italiana contemporanea all’Università per stranieri di Siena, in effetti qualcosa sta accadendo. “La questione è complessa, ma possiamo provare a fare un ragionamento – sottolinea – La letteratura è come un polmone che assorbe realtà e restituisce immaginario, ma non è detto che ciò avvenga in simultanea, nel senso che ci sono velocità e percorsi diversi. Innanzitutto, la simmetria tra Boccaccio e Manzoni funziona: in entrambi i casi si parte da una peste storicamente accaduta e l’atto di raccontare agisce anche come risposta al caos che le pandemie avevano creato, con la narrazione che diventa arte della ricucitura e della rielaborazione di un problema generale…”. Ma con il Covid come la mettiamo? “È vero che, almeno in Italia, il Covid non è ancora entrato come un tema diretto nelle opere letterarie contemporanee, come per esempio succede già nel romanzo di Elizabeth Strout Lucy davanti al mare (tradotto in Italia da Susanna Basso per Einaudi), che ha inizio proprio dall’arrivo della notizia di un’epidemia incombente“. Ma anche in Italia qualche segnale possiamo “percepirlo”, secondo la professoressa Brogi. Negli ultimi due o tre anni, dice, abbiamo iniziato a leggere delle scritture che “pur senza esplicitarlo, provengono anche dall’esperienza vissuta con il Covid”. Dall’osservatorio da giurata del Premio Campiello, per esempio, cita i molti romanzi che parlano di “case” come Il libro delle case di Andrea Bajani, Locus desperatus di Michele Mari e La casa del mago di Emanuele Trevi e “che dunque ci fanno vivere anche un’esperienza di esplorazione tra le mura domestiche“. In altri casi, invece, ricorda ancora Brogi “i testi sono ugualmente significativi, perché fanno vere e proprie liste di oggetti: penso all’ottimo esordio di Michele Ruol Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, pubblicato da Terrarossa edizioni. “Insomma – conclude la docente – la narrativa contemporanea si è affollata di oggetti, di case, di memoire scritte sulla propria famiglia, come se andare sotto la superficie delle cose, in profondità, fosse uno dei paradigmi più congeniali al sentimento presente del mondo, come spiega il recente libro di Niccolò Scaffai, Sotto l’inesauribile superficie delle cose“. A questo punto viene da chiedersi se tutti questi “indizi” non siano altro che tappe d’avvicinamento a un grande romanzo che abbia per tema le tristi giornate casalinghe durante il confinamento dovuto all’epidemia. “Questo è possibile, ma non così lineare – risponde Brogi -. I traumi storici non sono mai immediatamente riprodotti o rispecchiati dall’arte, ma richiedono appunto tempi diversi di sedimentazione. Non solo nella letteratura, ma anche nel cinema, stiamo assistendo a creazioni attraversate dal sentimento della catastrofe e della fine del mondo, come se questo tema fosse il prediletto da chi vuole raccontare la contemporaneità. Se poi arriverà un grande romanzo in cui si parla dell’epidemia di Covid, per ora è un punto interrogativo“. L'articolo La peste ispirò il capolavoro del Decamerone: e il Covid? Come la pandemia ha cambiato i romanzi dei nostri tempi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’America che non mangia, mastica: Willy Vlautin e Ron Rash
C’è un’America che non brilla, che non twitta e che non vota nelle convention patinate. È l’America che puzza di fieno bagnato, di gasolio agricolo e di solitudine. Willy Vlautin è il suo profeta laico, e con La ballata di Charley Thompson (traduzione di Fabio Genovesi; Jimenez Edizioni), ci consegna un romanzo di formazione che è, in realtà, un’odissea di de-formazione, un viaggio verso il nucleo nudo dell’esistenza. Come già accadeva in Motel Life, Verso nord o nel climaticamente gelido Il cavallo, Vlautin costruisce una narrazione fatta di sequenze ipnotiche, dove il tempo è scandito da gesti minimi. C’è una devozione quasi simbolica nei confronti del cibo in scatola: aprire una latta di fagioli o di zuppa Campbell non è solo nutrirsi, è l’ultimo rito di resistenza contro il nulla. È il commercialismo che si fa eucarestia per chi non ha una tavola imbandita; l’azione ripetitiva, il consumo di brand dozzinali, diventa l’unica ancora di salvezza in un mondo che ti vuole invisibile. Charley Thompson, quindici anni e il cuore già gravato da troppe partenze, attraversa un West che non ha nulla di epico in compagnia di un cavallo zoppo. Incontra personaggi memorabili nella loro mediocrità tragica: addestratori di cavalli falliti, sognatori da bar e anime perse che popolano un’America marginale ma geograficamente gigantesca. È un romanzo di una bellezza straziante, dove la polvere dei circuiti ippici di periferia si incolla alla pelle del lettore. Vlautin non giudica, osserva. E in quell’osservazione c’è tutto l’amore per un’umanità che cade, si rialza e continua a camminare, anche se non sa bene verso dove. Se Vlautin è il sussurro degli sconfitti, Ron Rash con Serena (Traduzione di Valentina Daniele; La Nuova Frontiera), è il grido d’aquila dei predatori. Spostiamoci sulle montagne della Carolina del Nord, anni della Grande Depressione. Qui, Rash mette in scena una tragedia shakespeariana trapiantata tra i boschi di conifere. Pemberton, un magnate del legname, torna dalle terre selvagge con una sposa, Serena. Non è una donna, è una forza della natura, un’ombra lunga che cala sulla valle. Serena cavalca un’aquila addestrata, non teme il sangue e possiede una visione spietata del progresso: abbattere ogni albero, annientare ogni oppositore. La protagonista, Serena, è uno dei personaggi femminili più feroci e affascinanti della letteratura contemporanea. È priva di morale convenzionale, mossa solo da una volontà di potenza che rasenta la follia. Rash scrive con una precisione chirurgica. La natura non è uno sfondo, è un personaggio vivo, brutale e indifferente ai destini umani. Il libro è un duello continuo tra l’ambizione umana e la resistenza della terra, tra la modernità predatoria e il misticismo rurale delle comunità montane. Mentre Vlautin ci fa piangere per un cavallo zoppo, Rash ci gela il sangue con il fruscio delle ali di un rapace. Due facce della stessa medaglia: la grande letteratura americana che non smette di scavare nelle ferite di una nazione nata nel sangue e cresciuta nella speranza, tradita giorno dopo giorno da coloro i quali l’hanno mitizzata. L'articolo L’America che non mangia, mastica: Willy Vlautin e Ron Rash proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Agatha Christie, la sua vita avventurosa, le sue storie. Ma non parlate solo di ‘gialli’
Mi ha sempre sbalordito di Agatha Christie l’abilità alchemica di assorbire, come una spugna, e trasformare in scrittura, tutti i variegati e avventurosi avvenimenti della sua esistenza, conclusasi il 12 gennaio del 1976, 50 anni fa, nella sua amata proprietà di Winterbrook House, all’età di 85 anni. La capacità di trasformare in scrittura eventi della propria esistenza è ovviamente prerogativa di ogni scrittore e scrittrice. Ma lei è riuscita, forte di un’immaginazione potentissima, a miscelare il suo ricco bagaglio di esperienze con storie ingegnose e divertenti. Solo alcuni libri sono apertamente autobiografici, come il dettagliatissimo Viaggiare è il mio peccato, che racconta dei siti archeologici siriani al seguito del secondo marito. Utile a capire la bellezza e la varietà di quelle terre prima della Seconda guerra mondiale. I belgi che ha curato come volontaria nella Prima guerra mondiale le hanno ispirato la figura compassata e geniale di Hercule Poirot con i suoi celebri baffi; i veleni con cui si commettono omicidi nei suoi romanzi, la cicuta, la stricnina, e sopratutto il veleno che fa perdere i capelli, il tallio, usato in Un cavallo per la strega del 1961, sono gli elementi che ha imparato a maneggiare quando, durante la Seconda guerra mondiale, era addetta alla Farmacia dell’University College Hospital di Londra. I viaggi, prima solitari, poi accanto al secondo marito Max Mallow, più giovane di lei di 13 anni, archeologo appassionato, le hanno ispirato romanzi come Poirot sul Nilo, Assassinio sull’Orient Express. Proprio nel viaggio su questo treno compiuto nel 1928 verso Istanbul incontrò Max, il grande amore della sua vita. Miss Marple, che per me avrà per sempre il volto espressivo di Angela Lansbury pare invece fosse ispirata a una vecchia zia di Agatha Christie grande appassionata di giardinaggio. Certa di morire sotto i bombardamenti tedeschi nel 1940, la scrittrice scrisse Addio mrs Marple, il romanzo che doveva metter fine alla serie dei romanzi con protagonista l’invidiabile vecchietta, affidò il manoscritto a una Banca londinese con il patto che fosse pubblicato postumo, cosa che avvenne solo 36 anni dopo. Mi piace pensare che mentre la sua stessa vita era in pericolo, Christie abbia pensato a dare una fine dignitosa anche ai suoi più fedeli personaggi. Troppo è stato scritto e inventato intorno ai famosi, misteriosi dieci giorni, tra il 3 e il 14 dicembre del 1926, in cui Agatha Christie scomparve, lasciando tracce di sé nell’auto abbandonata insieme alla propria patente e ad abiti dismessi. Dunque non mi avventuro in ipotesi azzardate. Riflettendo sulla ricchezza e caledoscopica varietà della sua vita, quei dieci giorni mi appaiono un dettaglio inessenziale, frutto della necessità di una donna ferita di ritrovare se stessa e curare in solitudine le proprie ferite e l’umiliazione del tradimento del primo marito. Nulla aggiunge alla sua grandezza quella breve, misteriosa scomparsa fatta diventare “un caso” dai media di allora. L’unica ombra che aleggia in me quando penso a questa talentuosa scrittrice è il titolo che porta il Meridiano Mondadori a lei dedicato: Fiabe gialle. Mi sembra svilente e inopportuno relegare l’opera di Agatha Christie sotto questo colore e questo appellativo infantile. Anche se la fase della “citrinitas”, il giallo alchemico, segna la fase della forza, dell’illuminazione, della luminosità della materia, che porta consapevolezza. Per Gustave Jung la fase del citrinitas è identificata con l’arrivo del Vecchio Saggio… ma mi sto perdendo in elucubrazioni e dunque buon anniversario Signora Christie! L'articolo Agatha Christie, la sua vita avventurosa, le sue storie. Ma non parlate solo di ‘gialli’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Shakespeare è realmente esistito? Il dubbio su John Florio che scalzerebbe il Bardo dal suo trono
Una cosa è sicura. Fra i massimi esponenti della letteratura e del teatro mondiali, Shakespeare è quello di cui è stata messa in dubbio più spesso l’autenticità, talvolta persino l’esistenza. Questo non è successo per una sorta di insensato accanimento (come amano pensare gli inglesi e anche gran parte degli anglisti) ma perché la vita dell’individuo chiamato William Shakespeare (abbellimento dell’originario Shakspere, per trasformarlo in un nome parlante: “scuotilancia”) è avvolta nel mistero. Se ne sa pochissimo e questo pochissimo mal si accorda col grande poeta-drammaturgo sotto il cui nome circolano opere immortali come Amleto, Macbeth, La tempesta, ma anche i Sonetti e i poemi Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia. Figlio di un guantaio di Stratford-upon-Avon, fece studi modesti e non risulta che abbia mai viaggiato all’estero. Ebbe due figlie semianalfabete, in casa non teneva libri e non ha mai scritto né ricevuto una sola lettera. Quando muore nessuno ne parla e nessuno partecipa al funerale. Nel 1611, nel pieno del suo successo come autore e teatrante, si ritira nel paese natale e quindi è assente quando alla corte di Giacomo I vengono rappresentati i suoi spettacoli. Strano, no? Come è strano che circa venti drammi (su 36) siano state pubblicati solo dopo la sua morte, nel celebre in-folio del 1623. Ci si potrebbe chiedere: ma i documenti? Sentite cosa dice in proposito la Shakespeare Authorship Trust (Sat), istituita nel 1922: “Gli unici documenti che si dice siano di sua mano sono sei firme traballanti e incoerenti su documenti legali”. Traggo questa citazione da un curioso libretto pubblicato da Umberto Mojmir Ježek (con la collaborazione di Marianna Iannaccone), Chi ha scritto Shakespeare? Vita (leggermente) romanzata del ghostwriter di Shakespeare, Grausedizioni, 2023, nel quale si cerca di fare il punto sulla questione, convocando molti degli specialisti. In realtà, non è che manchino documenti su Shakspere, ne esistono una settantina. Solo che non lo riguardano mai come letterato. Ancora la Sat: essi “rivelano un uomo d’affari di Stratford, più un imprenditore teatrale e qualche volta attore minore a Londra. Alcuni documenti lo mostrano evasore nel pagare le tasse”. A questo punto non c’è da stupirsi troppo se da tempo si è scatenata la caccia al “vero” Shakespeare. Pare che siano addirittura 86 i candidati alla authorship! Fra questi, Lord Francis Bacon, il filosofo, Christopher Marlowe, altro famoso autore elisabettiano, De Vere, il conte di Oxford. Ma tutti prestano il fianco a serie obiezioni. Finché non è emerso un candidato molto più attendibile nella persona di John Florio. E’ stato Lamberto Tassinari, insegnante e scrittore, a proporlo come il vero autore dei drammi di Shakespeare in un libro del 2009 edito in Canada in inglese e in italiano: Shakespeare? E’ il nome d’arte di John Florio, Montréal, Giano Books, 2009. E’ molto probabile che non verremo mai a capo della questione, ma se c’è qualcuno che potrebbe scalzare il Bardo dal suo trono, questi è indubbiamente John Florio. Il quale ha tutti i requisiti culturali e le esperienze di vita che mancano al nativo di Stratford e tuttavia appaiono indispensabili per l’autore delle opere che circolano a suo nome. Nato a Londra nel 1552, Giovanni detto John era figlio di un coltissimo frate francescano toscano di ascendenze ebraiche (Michel Agnolo), diventato insegnante di lingua a Corte e ammirato dalla stessa Elisabetta. Trascorse l’infanzia fra l’Italia e la Svizzera, l’adolescenza in Germania e a diciotto anni tornò in Inghilterra, dove, sulle orme paterne, si fece presto apprezzare per la vasta cultura e la conoscenza delle lingue, greco e latino compresi. Fu poeta, drammaturgo, traduttore (in particolare degli Essais di Montaigne, opera notoriamente molto presente nel corpus shakespeariano), lessicografo (a lui si devono i primi due dizionari completi italiano-inglese). Frequentatore sempre più assiduo della Corte inglese (per la quale fece anche la spia), Florio finì per diventare segretario personale della regina Anna fino alla sua morte. Fu amico intimo di Giordano Bruno (un altro autore che ha influenzato il Bardo) e di Ben Johnson. Incontestabile è la presenza nel corpus shakespeariano di centinaia di parole, proverbi, frasi, scelte stilistiche provenienti dalle opere letterarie di Florio. Quindi, al di là dell’ipotesi (indimostrabile al 100%) che sia stato questi il vero autore del corpus firmato Shakespeare, si è autorizzati quantomeno a supporre una collaborazione stretta fra i due (che Florio non avrà mai voluto divulgare per ragioni di opportunità), forse la più importante fra le varie che, come sappiamo, il “cigno dell’Avon” intrattenne nel corso della sua carriera. Del resto, non dobbiamo dimenticare che la drammaturgia “in équipe” era una pratica molto diffusa all’epoca in Inghilterra, e non solo. E potremmo quindi chiudere con la saggezza icastica di Eugenio Montale: “Sono sempre stato convinto che Shakespeare fosse una cooperativa”. L'articolo Shakespeare è realmente esistito? Il dubbio su John Florio che scalzerebbe il Bardo dal suo trono proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A Christmas Carol di Dickens compie 182 anni, ma resta sorprendentemente attuale
Era il 19 dicembre 1843 quando Charles Dickens pubblicò A Christmas Carol, il romanzo che divenne simbolo del Natale. Da noi tutti conosciuto come Canto di Natale, quest’opera non è semplicemente un racconto natalizio, ma la rappresentazione lucida e drammatica della realtà, un libro politico che attraverso l’uso di espedienti fantasiosi e romantici, si pone come trattato di denuncia della condizione sociale dell’epoca vittoriana. Tra l’altro, questo libro venne pubblicato dopo un viaggio che Dickens fece in America, luogo nel quale ebbe modo di riflettere molto sulla condizione operaia, sulla povertà e in generale sulle grandi ingiustizie sociali dell’epoca. Dickens pone l’accento sulla disparità sociale, sull’ignoranza e la miseria umana, sull’indifferenza verso le sofferenze altrui e condensa tutto questo nell’avaro Ebenezer Scrooge, personificazione del bieco attaccamento al denaro e della conseguente perdita dei valori fondamentali, della mancata compassione sia per gli altri che per se stesso. Scrooge è disgustato dal modo in cui, attraverso lo spirito natalizio, le persone attorno a lui tentano di affievolire – almeno per qualche giorno – le sofferenze inflitte dalla povertà. Non ne comprende il senso e soprattutto l’utilità, poiché le feste non generano profitto, ma solo spese in più. Comportano l’assenza dal lavoro del suo unico collaboratore Bob Cratchit e questo si traduce per Scrooge in ulteriore perdita di denaro e nulla conta più del denaro. Il denaro preserva dalla miseria, dall’indigenza, conferisce una posizione e rappresenta l’unica vera sicurezza in tempi così precari. Siamo nell’epoca vittoriana, ma il romanzo di Dickens è sorprendentemente attuale. La corsa al denaro, alla realizzazione personale a discapito di qualsiasi altra cosa, compresi gli affetti, è una costante dei nostri giorni. I valori fondamentali vengono accantonati, messi in stand by per dare la precedenza alla carriera, alla necessità di mantenere un certo status sociale. La famiglia, l’amore, i figli rappresentano spesso degli ostacoli, zavorre che impediscono di dedicarsi totalmente alle proprie ambizioni. In ogni caso, sono tutte cose che possono essere momentaneamente messe da parte, dando per scontato che saranno sempre lì ad attenderci, una volta raggiunti i nostri obiettivi. Ma ciò che trascuriamo alla fine ci chiede il conto e molto spesso il prezzo da pagare è molto alto, così tanto che nessuna cifra sarà mai in grado di ripagarlo. Ed è proprio quello che il Fantasma dei Natali Passati mostra a Scrooge: l’egoismo e l’avidità lo hanno reso così cieco da impedirgli di vedere quanto amore c’era nella sua vita, a ripagarlo di un’infanzia infelice. Un amore che invece lui considera appunto una zavorra e al quale preferisce rinunciare, pur di perseguire i suoi scopi. Il Fantasma del Natale Presente lo guida poi attraverso le conseguenze delle sue azioni, costringendolo a fare i conti con la sua triste condizione: la solitudine. Si rende conto di come lo vedono tutti e di quanto siano disgustati dalla sua avidità. Gli mostra ciò che il mondo è diventato, un luogo ameno e privo di empatia, pervaso da miseria e ignoranza, un mondo privo di valori e di attenzione verso il prossimo nel quale le disparità sociali sono profonde e il più debole soccombe, in silenzio e nell’indifferenza generale. A distanza di 182 anni la società si è evoluta, eppure sorprende come tutto sembra essere rimasto esattamente come Dickens lo ha descritto. La corsa al denaro, l’egoismo e l’indifferenza sociale rappresentano ancora una parte fondamentale di questa società malata, nella quale apparire, possedere è molto più importante che essere. E alla fine, ciò che il Fantasma del Natale Futuro mostrerà a Scrooge è un inevitabile epilogo triste, per lui e per chi ha sofferto a causa sua. Una tomba buia, fredda, con due becchini come unici testimoni della sua dipartita, i quali non sono certo lì per pregare o piangere per lui, ma essenzialmente per svolgere il loro mestiere: sotterrare per sempre l’avido e cattivo Ebenezer Scrooge. Dickens però offre al suo protagonista una seconda occasione per redimersi, crede nella potenza dell’amore e dello spirito natalizio che riporta al centro i valori fondamentali della vita. Il suo Christmas Carol è sì denuncia del presente, ma anche speranza nel futuro. Quella stessa speranza di cui oggi abbiamo estremamente bisogno e che rappresenta alla fine il motivo per il quale questo romanzo è così amato nel mondo. A Christmas Carol cambiò per sempre il modo in cui venne percepito il Natale, non a caso Dickens viene ricordato come colui che inventò il Natale. Fu il primo a mostrarci il significato profondo dello spirito natalizio e il suo potere salvifico, capace di unire e di creare empatia. Al netto del consumismo imperante che è purtroppo parte integrante della nostra società, il Natale è infatti l’unica festa che porta con sé un alone di magia, un momento speciale in cui tutto sembra possibile, in cui tutti possiamo avere una seconda occasione per redimerci e per ritrovare il senso profondo di ogni cosa. Il famoso miracolo che si compie la mattina di Natale, quando Scrooge, stordito per la notte passata e col cuore pieno di sofferenza per ciò che i fantasmi gli hanno mostrato, si affaccia alla finestra e capisce che la vita gli ha offerto un’altra possibilità per salvare la sua anima e per recuperare tutto quell’amore e quella gioia che per tanti anni ha sepolto sotto tonnellate di monete d’oro. Perciò, come ogni anno, leggerò A Christmas Carol, sperando che anche in questi tempi così complicati la magia del Natale si compia e il mondo ci appaia un luogo meno triste e desolato. In fondo, a Natale siamo tutti più buoni. O quasi. …a te e famiglia! L'articolo A Christmas Carol di Dickens compie 182 anni, ma resta sorprendentemente attuale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Da Maddamma alla poesia: cinque scrittici non convenzionali da leggere durante le vacanze
Puntualmente, mi viene richiesto di partecipare a liste di consigli di lettura e classifiche di fine anno. Stavolta, ho deciso di concentrarmi in particolare sulla letteratura femminile italiana contemporanea, segnalando autrici radicalmente diverse, dallo sguardo poetico non convenzionale. Anime diverse: sapienza esoterica, spontanea sensualità, profondità introspettiva, in rare, felici pagine questi tre movimenti interiori attraversano contemporaneamente l’ispirazione. Iniziamo con il ritorno di Manuela Maddamma, scrittrice dalla rarefatta eleganza risonante di sapienza arcana; come ho già scritto più diffusamente in una recensione su L’Indiscreto, L’affascino (Fandango Libri), fedele al titolo, è un romanzo che avvince il lettore come un filtro magico: ma al di là della fitta trama di riferimenti esoterici, mistici e letterari, al di là della magica ambientazione in una Roma spettrale, al di là della seduzione fatale del Sud Magico, colpisce la sprezzatura con cui si dipana il progressivo disvelarsi (quasi come nel finale di Shining, per tacere di Henry James) di un nodo karmico. Un’intuizione che ci riconduce (l’autrice, esperta di Giordano Bruno ne è ben consapevole) al legame antico tra filosofia orfico-pitagorica e conoscenza spirituale indiana. Cambiamo atmosfera, stile e visione: sono felice di tornare a parlare di Angelica Grivel Serra e del suo nuovo romanzo, L’anello debole (Haper&Collins). Rispetto a L’estate della mia rivoluzione (Mondadori, 2020), è evidente (quanto ovvia) la maturazione stilistica: non c’è più l’entusiasmo, nell’eloquio forbito e nel palpito emotivo, dell’enfant prodige pressoché ventenne, i cinque anni di distanza si sentono profondamente nella struttura e nella profondità dei personaggi. Parimenti, si sente l’eredità consapevole delle scrittrici sarde più importanti (non solo Michela Murgia, “madre d’anima” dell’autrice), nella presenza, variata con originale personalità, dei grandi temi di Deledda (colpa ancestrale, famiglia come rifugio e prigione, fascino e peso della tradizione, amore e rivolta verso). Angelica Grivel Serra rende la sua scrittura a sua immagine, ovvero fiera, severa quanto brillante, non facile ma seducente: i suoi riferimenti (dalla gravitas delle saghe familiari di Thomas Mann allo stile prezioso e all’indipendenza intellettuale di Virginia Woolf) emergono a uno sguardo più attento. Ne riparleremo presto. Passiamo alla poesia, tre voci completamente distinte. Un canto al tempo che mi assolva di Giorgia Mastropasqua (Les Flâneurs Edizioni), una delle più vivaci tra le Streghe Postmoderne (titolo di un suo libro del 2016 per Alter Ego Edizioni) ci offre un dettato poetico che scaturisce dal cesello novecentesco, ovvero verso libero ma vincolato a una necessaria musicalità. L’aspetto più interessante dei versi di Mastropasqua è l’intreccio, stilisticamente risolto, tra intimismo e ricerca esoterica: riferimenti a Kremmerz e Ioan Petru Culianu rendono l’idea dello spessore ermetico, eppure i suoi versi possono parlare a chiunque, per chiarezza espressiva: ci siamo riconosciuti molto nella percorso poetico dell’autrice lungo “i tortuosi percorsi del risveglio”. Diverso il caso di Extrareale (Edizioni Prufrock), d’Imperatrice Bruno. Fin dallo splendido nome (quasi un incantesimo della junghiana “magica autorità del Femminile”), ma anche per il suo spontaneo carisma, la giovane autrice s’impone all’attenzione: per contrasto, l’elegante portamento e il fascino spigliato si riversano in una scrittura poetica semplice, diretta, immediata. Bruno ci parla di esperienze quotidiane senza essere banale, affronta le confessioni sensuali con disarmante innocenza, sa giocare con equilibrio e interrogarsi con serietà. I titoli delle raccolte precedenti sembrano delineare un percorso interiore: Caratteri interi (2021), Volontà nobili (2022), Materia verticale (2024) e ora Extrareale. La dialettica fra carne e spirito, in un’ascesa continua. In conclusione, non posso che insistere: Flavia Cidonio. Mi ripeto dall’anno scorso: La città fantasma (Edizioni Ensemble), ma anche le sue prove precedenti, rivelano una voce poetica potente nella sua delicatezza: leggete i versi di Proscenio (oppure ascoltateli nel trailer della docuserie Desiderio curata da Francesco Esposito), smarritevi nella danza di immagini, allusioni, visioni che vi condurrà, con sommo pudore, in un Altrove dove decadono maschere e infingimenti, al cospetto dello splendore nudo della verità interiore. Davvero brava. L'articolo Da Maddamma alla poesia: cinque scrittici non convenzionali da leggere durante le vacanze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Jane Austen, eroina ribelle e antiromantica. Per me un modo di essere necessario
La sua aristocratica solitudine è il paradigma del genio dorato che ogni scrittore vorrebbe abitare. Jane Austen per chi scrive è uno scandaglio da cui discendere. Un poggio a cui guardare. Una traduzione romantica del mestiere di scrivere. Anche se lei non cercava il sentimento, il suo, dicono i bibliografi e certa critica, era il romanzo della conoscenza. Per altri, l’elemento vacuo, estetico, prevaleva sul contenuto. Ma Jane doveva salvarsi, utilizzando – riferiscono studi accademici – la misura formale. Dunque a metà. Salvarsi da una sensibilità estrema. Malgrado fossero romanzi connotati da un dichiarato antiromanticismo, in lei riscontriamo molto romanticamente piuttosto i tratti di una eroina ribelle, emancipata, proprio come vorremmo immaginarci un’artista del tempo. Una vita quieta, di una pacificità agiata, annoiata sì, con un paio di rinunce e un amore straziato, interrotto da una morte precoce. Basta a rendere la malinconia epica e struggente che la circonda, complice la nostra intenzionalità. Crinoline e miniature di un mondo alto-borghese passato al monocolo: è riuscita a nutrire un sogno corale, la leggerezza della lettura avrebbe permesso al lettore una fuga salvifica, può darsi l’identica fuga che moveva la creatività fervida di una giovane donna, la scrittrice che rifiutò il matrimonio e le banali pratiche quotidiane in luogo di una vita breve, incompiuta, confacente a restituirci una figura perciò leggendaria. Eppure ricordiamo meglio lei, che altre donne femme de lettres, visto che il secolo aveva fornito un tale primato: Eliza Haywood, Fanny Burney. E Jane. Jane pare si fosse ispirata a una frase di un personaggio della Burney per Orgoglio e pregiudizio. Il personaggio era Cecilia: “Tutta questa sfortunata faccenda è stato il risultato di orgoglio e pregiudizio”. Sfortunata faccenda, con quella noia colta, detta superficialità mondana, che in realtà sprofondava in elevatissime certezze: l’amore. Sempre conficcato in una qualche iconica fragilità. Una impossibilità. Una lettera non recapitata. Un ballo mancato. La Austen non amava la mondanità di provincia. Si racconta del deliquio che la colse, quando ancora era una giovinetta, appreso che avrebbe dovuto trasferirsi a Bath, una innocua, tediosissima città termale. Non amava quel luogo, non amava la gretta civettuola socialità. Da lì ne trasse il romanzo Northanger Abbey. Una accusa celata all’universo grasso e fastoso di una mediocre cittadina di provincia. Per me che ho coltivato la scrittura nella identica solitudine, rinuncia e avversione noiosa, la Austen era un modo di essere necessario per raccontare la vita. Romanticamente dicevo, di quel romanticismo, ironico e amaro insieme, o anche del suo esatto contrario. Un antiromanticismo che giocando con la soglia più a buon mercato del sentimento ne enuncia la tragicità segreta. Figure sottili, delicate, eleganti. La Austen ne è il simbolo. Ogni scrittrice, chissà, avrà pensato un po’ anche a lei, lungo la strada di solito erta degli inizi, alla sua giovinezza, tradita dal destino che non si è fermato in tempo a renderla felice, amata di quell’amore necessario a vibrare dentro un’esistenza, finanche vita: che non sia soltanto uno scorrere ordinato e feroce di silenzi o ripetute quotidianità. Così morirà abbastanza presto, in anticipo sullo sfiorire irreparabile. Una grazia in fondo. L'articolo Jane Austen, eroina ribelle e antiromantica. Per me un modo di essere necessario proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Radio Sarajevo di Tijan Sila: una trasmissione pirata dal cuore della catastrofe
Quando caddero le prime bombe, ero sdraiato a pancia in giù sul tappeto in camera mia ad ascoltare la radio – trasmettevano Suffragette City di David Bowie: di colpo uno stridio metallico squarciò l’aria e un’esplosione si abbatté sulle nostre tende, spazzandole via dal loro binario. La pressione fu così violenta che mi sentii svenire, come se fossi rimasto appeso a testa in giù alla sbarra troppo a lungo. Tutti gli impianti d’allarme della strada andarono nel panico, io invece no. Non ancora. Ben presto sarei stato in preda a un panico costante e avrei visto la morte in ogni ombra, ma il primo giorno di guerra ero tutt’al più sbalordito. Sarajevo, 1992. Il mondo, si sa, non è mai stato un posto particolarmente rassicurante, ma di solito i disastri arrivano con un certo preavviso, un telegiornale allarmato, magari una mezza crisi internazionale. Non per Tijan Sila, che a undici anni si ritrova il fracasso della storia (quella vera, quella con le bombe) a sfondargli la finestra di casa mentre in sottofondo gracchiava un pezzo di David Bowie. Un’immagine che da sola basterebbe a definire l’intera, perversa assurdità del conflitto balcanico: la musica pop occidentale che fa da colonna sonora all’esplosione della civiltà. Sila, oggi scrittore, insegnante e membro di una band punk, in questo Radio Sarajevo (traduzione di Cristina Vezzaro; Voland) non fa prigionieri e non cerca la facile commozione. Ci sbatte in faccia la verità con la brutalità onesta di chi quella realtà l’ha vissuta, cresciuto – per forza di cose – tra i brandelli di una quotidianità andata in pezzi. È un romanzo di formazione, certo, ma uno di quelli che ti lasciano addosso il cattivo odore della polvere da sparo e il sapore agrodolce della sopravvivenza. Il punto nevralgico, quello che fa tremare le fondamenta morali del lettore benpensante, è il modo in cui la guerra, dopo lo shock iniziale, si trasformi in una “quasi abitudine”. L’orrore si banalizza, diventa sfondo, e in quel vuoto si insinua la noia. E qui Sila centra il bersaglio, come solo uno che ha giocato a nascondino tra le rovine può fare: mentre i genitori, simboli dell’inadeguatezza adulta, si rivelano inermi di fronte al crollo del loro mondo, l’undicenne Tijan e i suoi amici Rafik e Sead si rimboccano le maniche. Non c’è spazio per la retorica dell’infanzia rubata. C’è solo l’urgenza cinica, pragmatica, di campare. Saccheggi, mercato nero, e lo scambio più beffardo e geniale: riviste pornografiche barattate con i soldati per dolciumi. È un’economia di guerra che smaschera ogni ipocrisia: l’eros come merce di scambio, l’innocenza dei bambini che si contamina per un po’ di zucchero. La sua è la generazione dei “dimenticati,” come lui stesso la definisce, quella che ha imparato a leggere il mondo non sui libri di scuola (chiusi) ma sui bossoli in terra. Ci sedemmo sul bordo del marciapiede e iniziammo a lanciare il pallone contro una delle porte dei garage. Dovevamo farlo rimbalzare in modo che ci ritornasse dritto tra le braccia. La guerra si notava anche dal fatto che nessun vicino apriva di colpo la finestra per lamentarsi del rumore – ormai eravamo abituati a decibel ben più alti di quelli di uno Spalding che sbatteva contro una lamiera d’acciaio, e poi era un suono di pace: il pallone e la porta si scontravano come i piatti di un’orchestra, come grandi cimbali nascosti nella penombra, nell’odore di fieno marcio. Lo stile è avvincente, diretto, con quel tono tragicomico che disinnesca il patetismo e lo trasforma in una risata strozzata, in un sardonico atto di resistenza. Non è un libro “commovente” nel senso consolatorio del termine, è un libro necessario. Non ci spinge a piangere, ma a svegliarci, a guardare il volto della catastrofe senza i filtri del perbenismo occidentale. Il prestigioso Premio Ingeborg Bachmann, vinto da Sila nel 2024, non è un riconoscimento letterario qualsiasi, è una consacrazione alla Verità, quella verità cruda e inopportuna che questo romanzo restituisce pienamente. Radio Sarajevo è una trasmissione pirata dal cuore della catastrofe, un monito che suona forte tra le macerie. Se volete una fotografia lucida e senza sconti di cosa significhi crescere quando il mondo decide di mettersi a sparare, questo è il libro da leggere. L'articolo Radio Sarajevo di Tijan Sila: una trasmissione pirata dal cuore della catastrofe proviene da Il Fatto Quotidiano.
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