Partiamo dal collettivo Okina Sagi e dal suo Hard Pop (Mille Battute Edizioni).
Chiamarlo erotismo è un eufemismo per anime belle. Questo è porno. Ma è un porno
che trascende l’atto, che si fa metafisica del desiderio e della depravazione.
Okina Sagi non ci regala carezze, ci sbatte in faccia un’esplorazione
transoceanica dove il corpo è l’unica mappa rimasta. C’è una lucidità brutale
nel modo in cui viene descritto l’odore del sesso, il sapore del sudore che sa
di sconfitta e di rivalsa. È un viaggio tra bordelli dell’anima e stanze
d’albergo anonime, dove la carne viene celebrata nella sua verità più cruda,
lontana dalle patinate finzioni dei siti mainstream. È porno catartico, una
sberla che ti ricorda che siamo ancora esseri pulsanti, fatti di sangue e
pulsioni che nessuna morale borghese potrà mai davvero recintare.
Dalla carne cruda di Okina Sagi passiamo al luccichio ingannevole di Nicola
Manuppelli che, con Gatsby. Lezioni fuori rotta su un classico americano
(Jimenez Edizioni), ci porta a spasso tra i fantasmi di Fitzgerald. Manuppelli
non fa il professore dal pulpito; fa il detective privato in un caso di omicidio
collettivo: quello del Sogno Americano. Jay Gatsby viene spogliato dei suoi
abiti di lusso e restituito alla sua essenza di uomo ossessionato, un povero
diavolo che insegue una luce verde che è solo il segnale di un naufragio
imminente. Dietro le feste di West Egg non c’è gioia, c’è lo stesso vuoto
vorace, la stessa “umanità guasta” che Okina Sagi descrive nei suoi amplessi più
estremi. Manuppelli ci sussurra che siamo tutti barche controcorrente,
condannati a desiderare ciò che ci distruggerà. Un’analisi febbrile che
trasforma un classico in un diario clinico della nostra disperazione moderna.
Infine, arriviamo al rigore chirurgico di Francesca Pili e al suo
L’intersezionalità al cinema (Catartica Edizioni). Se Okina Sagi ci parla del
corpo e Nicola Manuppelli del mito, Pili ci spiega come questi corpi e questi
miti vengano manipolati dalla grande macchina visiva. È un saggio che usa il
cinema come un bisturi per analizzare razza, classe e genere. Un lavoro
necessario, che spazia dal genio visionario di Born in Flames al body horror
sociale di The Substance. C’è però un “ma”, grande come una casa
cinematografica. L’autrice sceglie una linea politica netta, quasi militante,
trasformandosi in una bussola utile per chi vuole capire come il cinema possa
ancora essere un atto di resistenza. È un libro che serve a chi ha smesso di
guardare i film solo con gli occhi e ha iniziato a guardarli con la coscienza.
Un punto di partenza necessario, anche se parziale, per capire che ogni volta
che si accende un proiettore, si sta decidendo chi ha diritto di esistere e chi
deve restare nell’ombra.
L'articolo Carne, mito e schermi: tre libri per raccontare la disillusione
contemporanea proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Letteratura
Willem Kloos (1859-1938), poeta e iniziatore del movimento letterario innovatore
“Tachtig” (Ottanta), sviluppatosi nei Paesi Bassi tra il 1880 e il 1894, debutta
nel 1880 nella rivista letteraria Nederland con il dramma in versi Rhodopis. Nel
1885 fonda con altri giovani scrittori la rivista De Nieuwe Gids (La nuova
Guida). Nel 1894 esce la sua prima raccolta di poesie Verzen (Versi), nel 1895
Nieuwe verzen (Nuovi versi) e nel 1902 Verzen II (Versi II). Nel 1896 riceve il
Premio D.A. Thieme per la sua prima raccolta e nel 1918 il Premio Tollens per
l’intera sua opera.
Nel 1935 è proclamato dall’Università di Amsterdam dottore honoris causa in
Lettere e Filosofia. Tra il 1914 e il 1928, il suo nome appare cinque volte
sulla lista di candidati al Premio Nobel per la Letteratura.
Cito una delle più conosciute affermazioni di Willem Kloos: “In poesia, forma e
contenuto sono una cosa sola”, che potrebbe ricordare quella del giovane Samuel
Beckett: “Forma è contenuto e contenuto è forma”.
Per Kloos la nuova poesia non deve più essere guidata dalla morale e dalla
letteratura borghese e subordinata a fattori come la religione e l’ideologia
sociale, bensì essere mossa dalla passione e dall’emozione del singolo poeta.
Non più al servizio della fede in Dio, l’arte poetica diventa essa stessa
divina, come risulta anche dal verso di apertura della sua poesia più nota: Sono
un Dio nel profondo dei miei pensieri.
Egli è ancora considerato come colui che ha dato origine al completo
rinnovamento nell’uso della lingua nederlandese in poesia e prosa, coadiuvato in
questo dall’apporto dei poeti e prosatori aderenti al movimento letterario
Ottanta.
Nel 2013, il poeta e attore olandese Ramsey Nasr (1974) realizza, spinto
dall’intento di avvicinare le giovani generazioni alla poesia e in veste allora
di Poeta della Patria, la serie Dichter Draagt Voor (Il Poeta Recita): ventun
filmati dedicati a poesie da lui scelte e recitate, che coprono un periodo che
va dal XIV secolo fino al XXI. Sono le poesie di poeti, il primo della serie
anonimo, che appartengono indissolubilmente alla storia della letteratura dei
Paesi Bassi. La serie include anche la poesia di Willem Kloos Avond (Sera),
ovvero: Appena visibili dondolano su una lieve brezza. La si può ascoltare
recitata sul sito della serie.
La foto che qui ritrae il poeta è del 1894, l’ha scattata il suo amico
fotografo, pittore e scrittore olandese Willem Witsen, anche lui membro del
movimento Ottanta. Il ritratto fotografico fa parte della collezione del Centro
per la Fotografia dell’Università di Leida.
P.F.
Ik ben een God in ‘t diepst van mijn gedachten,
En zit in ‘t binnenst van mijn ziel ten troon
Over mij-zelf en ‘t al, naar rijksgeboôn
Van eigen strijd en zege, uit eigen krachten, –
En als een heir van donker-wilde machten
Joelt aan mij op en valt terug, gevloôn
Voor ‘t heffen van mijn hand en heldre kroon:
Ik ben een God in ‘t diepst van mijn gedachten.
En tóch, zoo eind’loos smacht ik soms om rond
Úw overdierbre leên den arm te slaan,
En, luid uitsnikkende, met al mijn gloed
En trots en kalme glorie te vergaan
Op úwe lippen in een wilden vloed
Van kussen, waar ‘k niet langer woorden vond.
*
Sono un Dio nel profondo dei miei pensieri,
E siedo nel cuore della mia anima regnando
Su di me e su tutto, contando sui miei vigori,
Rivolto al governo della mia lotta e vittoria, –
E quando una massa d’oscuri poteri furiosi
Mi grida contro e ripiomba, impreca
Per la mia mano levata e chiara corona:
Sono un Dio nel profondo dei miei pensieri.
Eppure, a volte desidero ardentemente
Cingere col braccio il vostro prezioso feudo,
E, singultando forte, con tutto il mio fulgore
Consumare la mia fierezza e calma gloria
Sulle vostre labbra in un irruento flusso
Di baci, sulle quali non trovavo più parole.
***
Nauw zichtbaar wiegen op een lichten zucht
De witte bloesems in de scheemring – ziet,
Hoe langs mijn venster nog, met ras gerucht,
Een enkele, al te late vogel vliedt.
En ver, daar ginds, die zacht-gekleurde lucht
Als perlemoer, waar ied’re tint vervliet
In teerheid…, Rust – o, wonder-vreemd genucht!
Want alles is bij dag zóó innig niet.
Alle geluid, dat nog van verre sprak,
Verstierf – de wind, de wolken, alles gaat
Al zacht en zachter – alles wordt zoo stil…
En ik weet niet, hoe thans dit hart, zoo zwak,
Dat al zóó moê is, altijd luider slaat,
Altijd maar luider, en niet rusten wil.
*
Appena visibili dondolano su una lieve brezza
Le bianche fioriture nel crepuscolo – vedi,
Come ancora davanti alla mia finestra vola,
Con voce svelta, un uccello già troppo tardivo.
E lontano lassù, quel cielo tenuamente tinto,
Come madreperla, dove ogni sfumatura s’invola
Delicata…, Riposo – oh mirabile strana delizia!
Ché durante il giorno non è tutto così intimo.
Ogni suono, che ancora da lontano parlava,
Affievolito – il vento, le nuvole, già tutto va
Piano e più piano – tutto diventa così silente…
E non so perché ora questo cuore, così debole,
Già talmente stanco, batta sempre più forte,
Sempre più forte, e non voglia riposare.
***
Ik wijd aan U dees verzen, zwaar geslagen
Van Passie, en Verdoemenis, en Trots,
In doods-bleek marmer of dooraderd rots,
Al naar mijn kunstnaars-wil en welbehagen.
Zij zijn doorleefd: ‘k heb daarin neêrgedragen,
Rijk-handig, al wat, in den loop des Lots,
Aan menschen-liefde of hooge Liefde Gods,
Dit dood-arm Wezen heeft te voelen wagen.
Ik, die mijn Leven uit-te-zeggen zoek,
Heb al mijn lieve voelen, zoeken, tasten
En weten in dit somber boek gevat.
En ‘k bied, met dit mijn eerste en laatste boek,
Een laatsten groet aan U, die met uw vasten
Stap naast mijn àl te wankle schreden tradt.
*
Dedico a Voi questi versi, duramente scolpiti
Con Passione, e Dannazione, e Fierezza,
In un marmo cereo o in una roccia venata,
Secondo il mio volere d’artista e i miei aggradi.
Sono stati vissuti: con essi ho dato supporto,
Abile dovizia, già tanta, nel corso del Destino,
All’amore degli umani o all’alto Amore di Dio,
Questo miserrimo Essere ha provato il rischio.
Io, che cerco l’espressione della mia Vita,
Ho inciso in questo libro triste tutto il mio
Vivo sentire, cercare, sondare e sapere.
E offro, con questo mio primo e ultimo libro,
Un ultimo saluto a Voi, che col vostro fermo
Passo affiancaste il mio già vacillante andare.
***
Gij, Die mij de eerste waart in ‘t ver Verleên,
Toen alles was één schoone somberheid,
Gij zult mij de allerlaatste zijn. Ik wijd
Dit stervend hart U, met zijn laatste beên.
Want àl mijn dwalingen en àl mijn strijd,
En wàt ik heb geliefd en heb geleên,
Het waren allen slechts als zooveel treên
Tot waar Gij eeuwig troont in Heerlijkheid.
Eéne, één’ moet zijn aan Wie ik alles gaf,
En leven kan ik niet, dan als ik kniel,
‘t Zij voor Mij-zelf, een Godheid of een Droom:
De Godheid stierf… Ikzelf ben als Haar Graf:
Kom Gij dan, nu ik val… Ziel van mijn Ziel
Die niets dan droom zijt… ‘k roep u aan: 0, koom!
*
Voi, che foste la mia prima nel lontano Passato,
Quando tutto era di una bella malinconia,
Sarete per me l’ultima di tutte. A Voi dedico
Questo cuore morente, con l’ultimo suo appiglio.
Perché tutti i miei errori e tutte le mie lotte,
E quanto ho amato e preso in prestito,
Erano soltanto come tanti scalini da dove
Voi troneggiate eternamente Gloriosa.
Una, una dev’essere a Chi diedi tutto,
E non posso vivere se non inginocchiandomi,
Che sia davanti a Me, una Divinità o un Sogno:
La Divinità spirò… Io stesso sono come la Sua Tomba:
Allora venite, ora che cado… Anima della mia Anima
Che altro non siete che sogno… Vi invoco: Oh, venite!
***
Laat mij nog éénmaal, in gedachten, kussen
Die warme lippen, door mijn kus ontbloeid;
Laat mij nog éénmaal aan dien boezem sussen
Mijn arme hoofd, waarin de koorts-pijn gloeit.
Laat mij nog eens, klein kindje, rusten tusschen
Die armen, waar mijn hart aan was geboeid,
In dien zoo lieven tijd, toen, zonder blusschen,
‘t Vereend gelaat door passie werd verschroeid.
Mijn lippen kussen wild, mijn oog staat droef –
Niet waar? gij lief! nu er geen lief meer wezen,
Geen arm zich om mijn hals bewegen zal:
Maar ik heb haast: mijn trekken worden stroef,
Als in de koû des doods, mijn armen vreezen
In beven, hangende op hun laatsten val.
*
Lasciate che baci ancora una volta, rimembrando,
Quelle labbra calde dal mio bacio sbocciate;
Lasciate che acqueti ancora una volta su quel seno
Il mio povero capo, in cui arde una pena febbrile.
Lasciate che riposi, piccino, ancora un istante tra
Quelle braccia nelle quali era stretto il mio cuore,
In quel tempo così soave, allora, senza estinzione,
Il congiunto volto arso dalla passione.
Le mie labbra baciano aride, il mio occhio è mesto –
Non è vero? amore! ora che non c’è più amore,
Non un braccio si muoverà intorno al mio collo:
Ma ho fretta: i miei lineamenti si irrigidiscono
Come nel gelo della morte, le mie braccia temono
Tremando, appese alla loro ultima caduta.
L'articolo Willem Kloos, nel profondo dei nostri pensieri (traduzione di
Patrizia Filia) proviene da Il Fatto Quotidiano.
La terribile peste nera che a metà del XIV secolo colpì l’Europa – mietendo
vittime anche in Italia tra il 1347 e il 1348 – alla fine della sua fase acuta,
intorno al 1353, aveva ucciso circa 20 milioni di persone, pari a circa un terzo
della popolazione. Cambiò il corso della Storia come quella del Covid ha
cambiato i nostri ultimi anni. La peste medievale fu causata da un batterio ed
ebbe un tasso di mortalità del 50 percento, quella recente da un virus e anche
grazie ai progressi scientifici ha superato di poco lo 0,7 percento della
popolazione. Eppure, nonostante la disparità di cifre, tra le due pandemie si
possono evidenziare numerose similitudini. In entrambi i casi furono
sottostimate, in entrambi i casi furono inibiti gli spostamenti delle persone, i
malati isolati, i medici inizialmente disorientati di fronte a una nuova
patologia e verso gli “untori” si scatenò il consueto moto di odio sociale.
E però sono state una spinta per cambiamenti epocali: dopo la peste del 1348 la
mancanza di manodopera diede impulso a una maggiore meccanizzazione del lavoro e
le “scienze bancarie” si svilupparono velocemente inventando nuovi strumenti per
le transazioni commerciali (la lettera di cambio, o assegno, concepita dal
pratese Francesco Datini). Dopo il Covid è diventata realtà la diffusione del
cosiddetto “lavoro agile” (o smart working) che prevede minori vincoli spaziali
e di orario.
Nel caso dell’Italia, la peste nera del 1348 spinse un autore del calibro di
Giovanni Boccaccio (di cui si è da poco celebrato il 650° anniversario della
morte) a concepire e scrivere il Decamerone, la sua opera più famosa, ambientata
proprio nei giorni dell’“orrida pestilenza”. Non fu l’unico: nella prima metà
dell’Ottocento, un altro grande autore, Alessandro Manzoni, ambientò quella che
sarebbe diventata la sua opera più famosa, I promessi sposi, proprio nella
Milano del 1629-1630 falcidiata da un’altra terribile epidemia di peste.
In questo altalenarsi di analogie e differenze tra pandemie di peste e di Covid,
possiamo noi oggi aspettarci un nuovo Decamerone, dunque? O il romanzo storico
di un autore che ambienti la sua opera nei terribili giorni tra il marzo e il
maggio del 2020 quando il mondo reale lo vedevamo tutti solo dalle finestre e
dalle terrazze di casa? Oppure un’opera del genere esiste già e non ce ne siamo
accorti?
Innanzitutto la domanda è perché il Decamerone ebbe questo un grande successo.
“Fondamentalmente perché le novelle di cui è composto, alcune già conosciute e
altre nuove, rientravano nelle caratteristiche di un tempo di crisi e offrivano
i modi per uscirne” risponde lo storico Franco Cardini. L’opera di Boccaccio,
continua il professore medievista, “non è un semplice inventario di storielle
bensì la raccolta dei personaggi che raccontano le novelle, ognuno con uno stile
e personalità diversi. “La critica lo ritiene un capolavoro perché presentava la
vita del tempo dando anche una chiave di lettura della tragedia che era accaduta
unitamente alla ricetta per uscire dalla crisi che era stata provocata dalla
pandemia – prosegue Cardini -. L’inizio è una novella addirittura agghiacciante,
con un uomo malvagio che in punto di morte si confessa e riesce a farsi credere
un santo, così che Boccaccio muove critiche sia sociali, sia religiose. Insomma
l’autore parte dal peggio dell’umanità per giungere, con la decima novella della
decima giornata, al meglio dell’umanità“. La differenza tra Decamerone e
Promessi Sposi, aggiunge Giovanna Frosini, presidente dell’Ente Nazionale
Giovanni Boccaccio, è che “Boccaccio fu testimone oculare della tragedia e fu
colpito negli affetti, mentre Manzoni no”. Entrambi gli autori però usarono “con
grande attenzione” fonti dirette e in comune hanno la “minuziosa descrizione
della pandemia, compresi i segni fisici della malattia: Boccaccio la scrive
all’inizio della sua opera, Manzoni nel capitolo 31° della sua opera massima”. E
ancora: “Boccaccio descrive la distruzione dei legami sociali a causa della
peste, con famiglie che si frantumano e col successivo bisogno di ‘rigenerare’ i
rapporti umani. Nei Promessi sposi Manzoni invece mette in evidenza l’iniziale
difficoltà dei medici a riconoscere la malattia e la ritrosia nell’ammettere che
si trattava di peste. Un po’ come è accaduto sei anni fa ai nostri primi medici
che hanno avuto difficoltà a capire che si trattava di Covid. Ma nonostante le
resistenze, l’idea della peste sette secoli fa e del Covid nel 2020 si è pian
piano insinuata, a cominciare proprio dal linguaggio. Si tratta comunque di
elementi modernissimi”.
Possiamo dunque aspettarci un effetto del fenomeno epocale appena vissuto
dall’umanità anche sulla letteratura o la modernità cambia tutto? O magari gli
addetti ai lavori l’hanno già scoperta e questa attende solo di diventare
virale? Secondo il punto di vista di Daniela Brogi, docente di letteratura
italiana contemporanea all’Università per stranieri di Siena, in effetti
qualcosa sta accadendo. “La questione è complessa, ma possiamo provare a fare un
ragionamento – sottolinea – La letteratura è come un polmone che assorbe realtà
e restituisce immaginario, ma non è detto che ciò avvenga in simultanea, nel
senso che ci sono velocità e percorsi diversi. Innanzitutto, la simmetria tra
Boccaccio e Manzoni funziona: in entrambi i casi si parte da una peste
storicamente accaduta e l’atto di raccontare agisce anche come risposta al caos
che le pandemie avevano creato, con la narrazione che diventa arte della
ricucitura e della rielaborazione di un problema generale…”.
Ma con il Covid come la mettiamo? “È vero che, almeno in Italia, il Covid non è
ancora entrato come un tema diretto nelle opere letterarie contemporanee, come
per esempio succede già nel romanzo di Elizabeth Strout Lucy davanti al mare
(tradotto in Italia da Susanna Basso per Einaudi), che ha inizio proprio
dall’arrivo della notizia di un’epidemia incombente“. Ma anche in Italia qualche
segnale possiamo “percepirlo”, secondo la professoressa Brogi. Negli ultimi due
o tre anni, dice, abbiamo iniziato a leggere delle scritture che “pur senza
esplicitarlo, provengono anche dall’esperienza vissuta con il Covid”.
Dall’osservatorio da giurata del Premio Campiello, per esempio, cita i molti
romanzi che parlano di “case” come Il libro delle case di Andrea Bajani, Locus
desperatus di Michele Mari e La casa del mago di Emanuele Trevi e “che dunque ci
fanno vivere anche un’esperienza di esplorazione tra le mura domestiche“. In
altri casi, invece, ricorda ancora Brogi “i testi sono ugualmente significativi,
perché fanno vere e proprie liste di oggetti: penso all’ottimo esordio di
Michele Ruol Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, pubblicato
da Terrarossa edizioni. “Insomma – conclude la docente – la narrativa
contemporanea si è affollata di oggetti, di case, di memoire scritte sulla
propria famiglia, come se andare sotto la superficie delle cose, in profondità,
fosse uno dei paradigmi più congeniali al sentimento presente del mondo, come
spiega il recente libro di Niccolò Scaffai, Sotto l’inesauribile superficie
delle cose“.
A questo punto viene da chiedersi se tutti questi “indizi” non siano altro che
tappe d’avvicinamento a un grande romanzo che abbia per tema le tristi giornate
casalinghe durante il confinamento dovuto all’epidemia. “Questo è possibile, ma
non così lineare – risponde Brogi -. I traumi storici non sono mai
immediatamente riprodotti o rispecchiati dall’arte, ma richiedono appunto tempi
diversi di sedimentazione. Non solo nella letteratura, ma anche nel cinema,
stiamo assistendo a creazioni attraversate dal sentimento della catastrofe e
della fine del mondo, come se questo tema fosse il prediletto da chi vuole
raccontare la contemporaneità. Se poi arriverà un grande romanzo in cui si parla
dell’epidemia di Covid, per ora è un punto interrogativo“.
L'articolo La peste ispirò il capolavoro del Decamerone: e il Covid? Come la
pandemia ha cambiato i romanzi dei nostri tempi proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un’America che non brilla, che non twitta e che non vota nelle convention
patinate. È l’America che puzza di fieno bagnato, di gasolio agricolo e di
solitudine. Willy Vlautin è il suo profeta laico, e con La ballata di Charley
Thompson (traduzione di Fabio Genovesi; Jimenez Edizioni), ci consegna un
romanzo di formazione che è, in realtà, un’odissea di de-formazione, un viaggio
verso il nucleo nudo dell’esistenza.
Come già accadeva in Motel Life, Verso nord o nel climaticamente gelido Il
cavallo, Vlautin costruisce una narrazione fatta di sequenze ipnotiche, dove il
tempo è scandito da gesti minimi. C’è una devozione quasi simbolica nei
confronti del cibo in scatola: aprire una latta di fagioli o di zuppa Campbell
non è solo nutrirsi, è l’ultimo rito di resistenza contro il nulla. È il
commercialismo che si fa eucarestia per chi non ha una tavola imbandita;
l’azione ripetitiva, il consumo di brand dozzinali, diventa l’unica ancora di
salvezza in un mondo che ti vuole invisibile.
Charley Thompson, quindici anni e il cuore già gravato da troppe partenze,
attraversa un West che non ha nulla di epico in compagnia di un cavallo zoppo.
Incontra personaggi memorabili nella loro mediocrità tragica: addestratori di
cavalli falliti, sognatori da bar e anime perse che popolano un’America
marginale ma geograficamente gigantesca. È un romanzo di una bellezza
straziante, dove la polvere dei circuiti ippici di periferia si incolla alla
pelle del lettore. Vlautin non giudica, osserva. E in quell’osservazione c’è
tutto l’amore per un’umanità che cade, si rialza e continua a camminare, anche
se non sa bene verso dove.
Se Vlautin è il sussurro degli sconfitti, Ron Rash con Serena (Traduzione di
Valentina Daniele; La Nuova Frontiera), è il grido d’aquila dei predatori.
Spostiamoci sulle montagne della Carolina del Nord, anni della Grande
Depressione. Qui, Rash mette in scena una tragedia shakespeariana trapiantata
tra i boschi di conifere.
Pemberton, un magnate del legname, torna dalle terre selvagge con una sposa,
Serena. Non è una donna, è una forza della natura, un’ombra lunga che cala sulla
valle. Serena cavalca un’aquila addestrata, non teme il sangue e possiede una
visione spietata del progresso: abbattere ogni albero, annientare ogni
oppositore. La protagonista, Serena, è uno dei personaggi femminili più feroci e
affascinanti della letteratura contemporanea. È priva di morale convenzionale,
mossa solo da una volontà di potenza che rasenta la follia.
Rash scrive con una precisione chirurgica. La natura non è uno sfondo, è un
personaggio vivo, brutale e indifferente ai destini umani. Il libro è un duello
continuo tra l’ambizione umana e la resistenza della terra, tra la modernità
predatoria e il misticismo rurale delle comunità montane.
Mentre Vlautin ci fa piangere per un cavallo zoppo, Rash ci gela il sangue con
il fruscio delle ali di un rapace. Due facce della stessa medaglia: la grande
letteratura americana che non smette di scavare nelle ferite di una nazione nata
nel sangue e cresciuta nella speranza, tradita giorno dopo giorno da coloro i
quali l’hanno mitizzata.
L'articolo L’America che non mangia, mastica: Willy Vlautin e Ron Rash proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Mi ha sempre sbalordito di Agatha Christie l’abilità alchemica di assorbire,
come una spugna, e trasformare in scrittura, tutti i variegati e avventurosi
avvenimenti della sua esistenza, conclusasi il 12 gennaio del 1976, 50 anni fa,
nella sua amata proprietà di Winterbrook House, all’età di 85 anni. La capacità
di trasformare in scrittura eventi della propria esistenza è ovviamente
prerogativa di ogni scrittore e scrittrice. Ma lei è riuscita, forte di
un’immaginazione potentissima, a miscelare il suo ricco bagaglio di esperienze
con storie ingegnose e divertenti.
Solo alcuni libri sono apertamente autobiografici, come il dettagliatissimo
Viaggiare è il mio peccato, che racconta dei siti archeologici siriani al
seguito del secondo marito. Utile a capire la bellezza e la varietà di quelle
terre prima della Seconda guerra mondiale. I belgi che ha curato come volontaria
nella Prima guerra mondiale le hanno ispirato la figura compassata e geniale di
Hercule Poirot con i suoi celebri baffi; i veleni con cui si commettono omicidi
nei suoi romanzi, la cicuta, la stricnina, e sopratutto il veleno che fa perdere
i capelli, il tallio, usato in Un cavallo per la strega del 1961, sono gli
elementi che ha imparato a maneggiare quando, durante la Seconda guerra
mondiale, era addetta alla Farmacia dell’University College Hospital di Londra.
I viaggi, prima solitari, poi accanto al secondo marito Max Mallow, più giovane
di lei di 13 anni, archeologo appassionato, le hanno ispirato romanzi come
Poirot sul Nilo, Assassinio sull’Orient Express. Proprio nel viaggio su questo
treno compiuto nel 1928 verso Istanbul incontrò Max, il grande amore della sua
vita. Miss Marple, che per me avrà per sempre il volto espressivo di Angela
Lansbury pare invece fosse ispirata a una vecchia zia di Agatha Christie grande
appassionata di giardinaggio. Certa di morire sotto i bombardamenti tedeschi nel
1940, la scrittrice scrisse Addio mrs Marple, il romanzo che doveva metter fine
alla serie dei romanzi con protagonista l’invidiabile vecchietta, affidò il
manoscritto a una Banca londinese con il patto che fosse pubblicato postumo,
cosa che avvenne solo 36 anni dopo.
Mi piace pensare che mentre la sua stessa vita era in pericolo, Christie abbia
pensato a dare una fine dignitosa anche ai suoi più fedeli personaggi.
Troppo è stato scritto e inventato intorno ai famosi, misteriosi dieci giorni,
tra il 3 e il 14 dicembre del 1926, in cui Agatha Christie scomparve, lasciando
tracce di sé nell’auto abbandonata insieme alla propria patente e ad abiti
dismessi. Dunque non mi avventuro in ipotesi azzardate. Riflettendo sulla
ricchezza e caledoscopica varietà della sua vita, quei dieci giorni mi appaiono
un dettaglio inessenziale, frutto della necessità di una donna ferita di
ritrovare se stessa e curare in solitudine le proprie ferite e l’umiliazione del
tradimento del primo marito. Nulla aggiunge alla sua grandezza quella breve,
misteriosa scomparsa fatta diventare “un caso” dai media di allora.
L’unica ombra che aleggia in me quando penso a questa talentuosa scrittrice è il
titolo che porta il Meridiano Mondadori a lei dedicato: Fiabe gialle. Mi sembra
svilente e inopportuno relegare l’opera di Agatha Christie sotto questo colore e
questo appellativo infantile. Anche se la fase della “citrinitas”, il giallo
alchemico, segna la fase della forza, dell’illuminazione, della luminosità della
materia, che porta consapevolezza.
Per Gustave Jung la fase del citrinitas è identificata con l’arrivo del Vecchio
Saggio… ma mi sto perdendo in elucubrazioni e dunque buon anniversario Signora
Christie!
L'articolo Agatha Christie, la sua vita avventurosa, le sue storie. Ma non
parlate solo di ‘gialli’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una cosa è sicura. Fra i massimi esponenti della letteratura e del teatro
mondiali, Shakespeare è quello di cui è stata messa in dubbio più spesso
l’autenticità, talvolta persino l’esistenza.
Questo non è successo per una sorta di insensato accanimento (come amano pensare
gli inglesi e anche gran parte degli anglisti) ma perché la vita dell’individuo
chiamato William Shakespeare (abbellimento dell’originario Shakspere, per
trasformarlo in un nome parlante: “scuotilancia”) è avvolta nel mistero. Se ne
sa pochissimo e questo pochissimo mal si accorda col grande poeta-drammaturgo
sotto il cui nome circolano opere immortali come Amleto, Macbeth, La tempesta,
ma anche i Sonetti e i poemi Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia.
Figlio di un guantaio di Stratford-upon-Avon, fece studi modesti e non risulta
che abbia mai viaggiato all’estero. Ebbe due figlie semianalfabete, in casa non
teneva libri e non ha mai scritto né ricevuto una sola lettera. Quando muore
nessuno ne parla e nessuno partecipa al funerale. Nel 1611, nel pieno del suo
successo come autore e teatrante, si ritira nel paese natale e quindi è assente
quando alla corte di Giacomo I vengono rappresentati i suoi spettacoli. Strano,
no? Come è strano che circa venti drammi (su 36) siano state pubblicati solo
dopo la sua morte, nel celebre in-folio del 1623.
Ci si potrebbe chiedere: ma i documenti? Sentite cosa dice in proposito la
Shakespeare Authorship Trust (Sat), istituita nel 1922: “Gli unici documenti che
si dice siano di sua mano sono sei firme traballanti e incoerenti su documenti
legali”.
Traggo questa citazione da un curioso libretto pubblicato da Umberto Mojmir
Ježek (con la collaborazione di Marianna Iannaccone), Chi ha scritto
Shakespeare? Vita (leggermente) romanzata del ghostwriter di Shakespeare,
Grausedizioni, 2023, nel quale si cerca di fare il punto sulla questione,
convocando molti degli specialisti.
In realtà, non è che manchino documenti su Shakspere, ne esistono una
settantina. Solo che non lo riguardano mai come letterato. Ancora la Sat: essi
“rivelano un uomo d’affari di Stratford, più un imprenditore teatrale e qualche
volta attore minore a Londra. Alcuni documenti lo mostrano evasore nel pagare le
tasse”.
A questo punto non c’è da stupirsi troppo se da tempo si è scatenata la caccia
al “vero” Shakespeare. Pare che siano addirittura 86 i candidati alla
authorship! Fra questi, Lord Francis Bacon, il filosofo, Christopher Marlowe,
altro famoso autore elisabettiano, De Vere, il conte di Oxford. Ma tutti
prestano il fianco a serie obiezioni.
Finché non è emerso un candidato molto più attendibile nella persona di John
Florio. E’ stato Lamberto Tassinari, insegnante e scrittore, a proporlo come il
vero autore dei drammi di Shakespeare in un libro del 2009 edito in Canada in
inglese e in italiano: Shakespeare? E’ il nome d’arte di John Florio, Montréal,
Giano Books, 2009.
E’ molto probabile che non verremo mai a capo della questione, ma se c’è
qualcuno che potrebbe scalzare il Bardo dal suo trono, questi è indubbiamente
John Florio. Il quale ha tutti i requisiti culturali e le esperienze di vita che
mancano al nativo di Stratford e tuttavia appaiono indispensabili per l’autore
delle opere che circolano a suo nome.
Nato a Londra nel 1552, Giovanni detto John era figlio di un coltissimo frate
francescano toscano di ascendenze ebraiche (Michel Agnolo), diventato insegnante
di lingua a Corte e ammirato dalla stessa Elisabetta. Trascorse l’infanzia fra
l’Italia e la Svizzera, l’adolescenza in Germania e a diciotto anni tornò in
Inghilterra, dove, sulle orme paterne, si fece presto apprezzare per la vasta
cultura e la conoscenza delle lingue, greco e latino compresi. Fu poeta,
drammaturgo, traduttore (in particolare degli Essais di Montaigne, opera
notoriamente molto presente nel corpus shakespeariano), lessicografo (a lui si
devono i primi due dizionari completi italiano-inglese). Frequentatore sempre
più assiduo della Corte inglese (per la quale fece anche la spia), Florio finì
per diventare segretario personale della regina Anna fino alla sua morte. Fu
amico intimo di Giordano Bruno (un altro autore che ha influenzato il Bardo) e
di Ben Johnson.
Incontestabile è la presenza nel corpus shakespeariano di centinaia di parole,
proverbi, frasi, scelte stilistiche provenienti dalle opere letterarie di
Florio. Quindi, al di là dell’ipotesi (indimostrabile al 100%) che sia stato
questi il vero autore del corpus firmato Shakespeare, si è autorizzati
quantomeno a supporre una collaborazione stretta fra i due (che Florio non avrà
mai voluto divulgare per ragioni di opportunità), forse la più importante fra le
varie che, come sappiamo, il “cigno dell’Avon” intrattenne nel corso della sua
carriera.
Del resto, non dobbiamo dimenticare che la drammaturgia “in équipe” era una
pratica molto diffusa all’epoca in Inghilterra, e non solo. E potremmo quindi
chiudere con la saggezza icastica di Eugenio Montale: “Sono sempre stato
convinto che Shakespeare fosse una cooperativa”.
L'articolo Shakespeare è realmente esistito? Il dubbio su John Florio che
scalzerebbe il Bardo dal suo trono proviene da Il Fatto Quotidiano.
Era il 19 dicembre 1843 quando Charles Dickens pubblicò A Christmas Carol, il
romanzo che divenne simbolo del Natale. Da noi tutti conosciuto come Canto di
Natale, quest’opera non è semplicemente un racconto natalizio, ma la
rappresentazione lucida e drammatica della realtà, un libro politico che
attraverso l’uso di espedienti fantasiosi e romantici, si pone come trattato di
denuncia della condizione sociale dell’epoca vittoriana.
Tra l’altro, questo libro venne pubblicato dopo un viaggio che Dickens fece in
America, luogo nel quale ebbe modo di riflettere molto sulla condizione operaia,
sulla povertà e in generale sulle grandi ingiustizie sociali dell’epoca. Dickens
pone l’accento sulla disparità sociale, sull’ignoranza e la miseria umana,
sull’indifferenza verso le sofferenze altrui e condensa tutto questo nell’avaro
Ebenezer Scrooge, personificazione del bieco attaccamento al denaro e della
conseguente perdita dei valori fondamentali, della mancata compassione sia per
gli altri che per se stesso. Scrooge è disgustato dal modo in cui, attraverso lo
spirito natalizio, le persone attorno a lui tentano di affievolire – almeno per
qualche giorno – le sofferenze inflitte dalla povertà. Non ne comprende il senso
e soprattutto l’utilità, poiché le feste non generano profitto, ma solo spese in
più.
Comportano l’assenza dal lavoro del suo unico collaboratore Bob Cratchit e
questo si traduce per Scrooge in ulteriore perdita di denaro e nulla conta più
del denaro. Il denaro preserva dalla miseria, dall’indigenza, conferisce una
posizione e rappresenta l’unica vera sicurezza in tempi così precari. Siamo
nell’epoca vittoriana, ma il romanzo di Dickens è sorprendentemente attuale. La
corsa al denaro, alla realizzazione personale a discapito di qualsiasi altra
cosa, compresi gli affetti, è una costante dei nostri giorni. I valori
fondamentali vengono accantonati, messi in stand by per dare la precedenza alla
carriera, alla necessità di mantenere un certo status sociale. La famiglia,
l’amore, i figli rappresentano spesso degli ostacoli, zavorre che impediscono di
dedicarsi totalmente alle proprie ambizioni.
In ogni caso, sono tutte cose che possono essere momentaneamente messe da parte,
dando per scontato che saranno sempre lì ad attenderci, una volta raggiunti i
nostri obiettivi. Ma ciò che trascuriamo alla fine ci chiede il conto e molto
spesso il prezzo da pagare è molto alto, così tanto che nessuna cifra sarà mai
in grado di ripagarlo. Ed è proprio quello che il Fantasma dei Natali Passati
mostra a Scrooge: l’egoismo e l’avidità lo hanno reso così cieco da impedirgli
di vedere quanto amore c’era nella sua vita, a ripagarlo di un’infanzia
infelice. Un amore che invece lui considera appunto una zavorra e al quale
preferisce rinunciare, pur di perseguire i suoi scopi.
Il Fantasma del Natale Presente lo guida poi attraverso le conseguenze delle sue
azioni, costringendolo a fare i conti con la sua triste condizione: la
solitudine. Si rende conto di come lo vedono tutti e di quanto siano disgustati
dalla sua avidità. Gli mostra ciò che il mondo è diventato, un luogo ameno e
privo di empatia, pervaso da miseria e ignoranza, un mondo privo di valori e di
attenzione verso il prossimo nel quale le disparità sociali sono profonde e il
più debole soccombe, in silenzio e nell’indifferenza generale.
A distanza di 182 anni la società si è evoluta, eppure sorprende come tutto
sembra essere rimasto esattamente come Dickens lo ha descritto. La corsa al
denaro, l’egoismo e l’indifferenza sociale rappresentano ancora una parte
fondamentale di questa società malata, nella quale apparire, possedere è molto
più importante che essere. E alla fine, ciò che il Fantasma del Natale Futuro
mostrerà a Scrooge è un inevitabile epilogo triste, per lui e per chi ha
sofferto a causa sua. Una tomba buia, fredda, con due becchini come unici
testimoni della sua dipartita, i quali non sono certo lì per pregare o piangere
per lui, ma essenzialmente per svolgere il loro mestiere: sotterrare per sempre
l’avido e cattivo Ebenezer Scrooge.
Dickens però offre al suo protagonista una seconda occasione per redimersi,
crede nella potenza dell’amore e dello spirito natalizio che riporta al centro i
valori fondamentali della vita. Il suo Christmas Carol è sì denuncia del
presente, ma anche speranza nel futuro. Quella stessa speranza di cui oggi
abbiamo estremamente bisogno e che rappresenta alla fine il motivo per il quale
questo romanzo è così amato nel mondo.
A Christmas Carol cambiò per sempre il modo in cui venne percepito il Natale,
non a caso Dickens viene ricordato come colui che inventò il Natale. Fu il primo
a mostrarci il significato profondo dello spirito natalizio e il suo potere
salvifico, capace di unire e di creare empatia. Al netto del consumismo
imperante che è purtroppo parte integrante della nostra società, il Natale è
infatti l’unica festa che porta con sé un alone di magia, un momento speciale in
cui tutto sembra possibile, in cui tutti possiamo avere una seconda occasione
per redimerci e per ritrovare il senso profondo di ogni cosa. Il famoso miracolo
che si compie la mattina di Natale, quando Scrooge, stordito per la notte
passata e col cuore pieno di sofferenza per ciò che i fantasmi gli hanno
mostrato, si affaccia alla finestra e capisce che la vita gli ha offerto
un’altra possibilità per salvare la sua anima e per recuperare tutto quell’amore
e quella gioia che per tanti anni ha sepolto sotto tonnellate di monete d’oro.
Perciò, come ogni anno, leggerò A Christmas Carol, sperando che anche in questi
tempi così complicati la magia del Natale si compia e il mondo ci appaia un
luogo meno triste e desolato. In fondo, a Natale siamo tutti più buoni. O quasi.
…a te e famiglia!
L'articolo A Christmas Carol di Dickens compie 182 anni, ma resta
sorprendentemente attuale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Puntualmente, mi viene richiesto di partecipare a liste di consigli di lettura e
classifiche di fine anno.
Stavolta, ho deciso di concentrarmi in particolare sulla letteratura femminile
italiana contemporanea, segnalando autrici radicalmente diverse, dallo sguardo
poetico non convenzionale. Anime diverse: sapienza esoterica, spontanea
sensualità, profondità introspettiva, in rare, felici pagine questi tre
movimenti interiori attraversano contemporaneamente l’ispirazione.
Iniziamo con il ritorno di Manuela Maddamma, scrittrice dalla rarefatta eleganza
risonante di sapienza arcana; come ho già scritto più diffusamente in una
recensione su L’Indiscreto, L’affascino (Fandango Libri), fedele al titolo, è un
romanzo che avvince il lettore come un filtro magico: ma al di là della fitta
trama di riferimenti esoterici, mistici e letterari, al di là della magica
ambientazione in una Roma spettrale, al di là della seduzione fatale del Sud
Magico, colpisce la sprezzatura con cui si dipana il progressivo disvelarsi
(quasi come nel finale di Shining, per tacere di Henry James) di un nodo
karmico. Un’intuizione che ci riconduce (l’autrice, esperta di Giordano Bruno ne
è ben consapevole) al legame antico tra filosofia orfico-pitagorica e conoscenza
spirituale indiana.
Cambiamo atmosfera, stile e visione: sono felice di tornare a parlare di
Angelica Grivel Serra e del suo nuovo romanzo, L’anello debole (Haper&Collins).
Rispetto a L’estate della mia rivoluzione (Mondadori, 2020), è evidente (quanto
ovvia) la maturazione stilistica: non c’è più l’entusiasmo, nell’eloquio forbito
e nel palpito emotivo, dell’enfant prodige pressoché ventenne, i cinque anni di
distanza si sentono profondamente nella struttura e nella profondità dei
personaggi. Parimenti, si sente l’eredità consapevole delle scrittrici sarde più
importanti (non solo Michela Murgia, “madre d’anima” dell’autrice), nella
presenza, variata con originale personalità, dei grandi temi di Deledda (colpa
ancestrale, famiglia come rifugio e prigione, fascino e peso della tradizione,
amore e rivolta verso). Angelica Grivel Serra rende la sua scrittura a sua
immagine, ovvero fiera, severa quanto brillante, non facile ma seducente: i suoi
riferimenti (dalla gravitas delle saghe familiari di Thomas Mann allo stile
prezioso e all’indipendenza intellettuale di Virginia Woolf) emergono a uno
sguardo più attento. Ne riparleremo presto.
Passiamo alla poesia, tre voci completamente distinte.
Un canto al tempo che mi assolva di Giorgia Mastropasqua (Les Flâneurs
Edizioni), una delle più vivaci tra le Streghe Postmoderne (titolo di un suo
libro del 2016 per Alter Ego Edizioni) ci offre un dettato poetico che
scaturisce dal cesello novecentesco, ovvero verso libero ma vincolato a una
necessaria musicalità. L’aspetto più interessante dei versi di Mastropasqua è
l’intreccio, stilisticamente risolto, tra intimismo e ricerca esoterica:
riferimenti a Kremmerz e Ioan Petru Culianu rendono l’idea dello spessore
ermetico, eppure i suoi versi possono parlare a chiunque, per chiarezza
espressiva: ci siamo riconosciuti molto nella percorso poetico dell’autrice
lungo “i tortuosi percorsi del risveglio”.
Diverso il caso di Extrareale (Edizioni Prufrock), d’Imperatrice Bruno. Fin
dallo splendido nome (quasi un incantesimo della junghiana “magica autorità del
Femminile”), ma anche per il suo spontaneo carisma, la giovane autrice s’impone
all’attenzione: per contrasto, l’elegante portamento e il fascino spigliato si
riversano in una scrittura poetica semplice, diretta, immediata. Bruno ci parla
di esperienze quotidiane senza essere banale, affronta le confessioni sensuali
con disarmante innocenza, sa giocare con equilibrio e interrogarsi con serietà.
I titoli delle raccolte precedenti sembrano delineare un percorso interiore:
Caratteri interi (2021), Volontà nobili (2022), Materia verticale (2024) e ora
Extrareale.
La dialettica fra carne e spirito, in un’ascesa continua.
In conclusione, non posso che insistere: Flavia Cidonio. Mi ripeto dall’anno
scorso: La città fantasma (Edizioni Ensemble), ma anche le sue prove precedenti,
rivelano una voce poetica potente nella sua delicatezza: leggete i versi di
Proscenio (oppure ascoltateli nel trailer della docuserie Desiderio curata da
Francesco Esposito), smarritevi nella danza di immagini, allusioni, visioni che
vi condurrà, con sommo pudore, in un Altrove dove decadono maschere e
infingimenti, al cospetto dello splendore nudo della verità interiore.
Davvero brava.
L'articolo Da Maddamma alla poesia: cinque scrittici non convenzionali da
leggere durante le vacanze proviene da Il Fatto Quotidiano.
La sua aristocratica solitudine è il paradigma del genio dorato che ogni
scrittore vorrebbe abitare. Jane Austen per chi scrive è uno scandaglio da cui
discendere. Un poggio a cui guardare. Una traduzione romantica del mestiere di
scrivere. Anche se lei non cercava il sentimento, il suo, dicono i bibliografi e
certa critica, era il romanzo della conoscenza. Per altri, l’elemento vacuo,
estetico, prevaleva sul contenuto. Ma Jane doveva salvarsi, utilizzando –
riferiscono studi accademici – la misura formale. Dunque a metà. Salvarsi da una
sensibilità estrema. Malgrado fossero romanzi connotati da un dichiarato
antiromanticismo, in lei riscontriamo molto romanticamente piuttosto i tratti di
una eroina ribelle, emancipata, proprio come vorremmo immaginarci un’artista del
tempo.
Una vita quieta, di una pacificità agiata, annoiata sì, con un paio di rinunce e
un amore straziato, interrotto da una morte precoce. Basta a rendere la
malinconia epica e struggente che la circonda, complice la nostra
intenzionalità. Crinoline e miniature di un mondo alto-borghese passato al
monocolo: è riuscita a nutrire un sogno corale, la leggerezza della lettura
avrebbe permesso al lettore una fuga salvifica, può darsi l’identica fuga che
moveva la creatività fervida di una giovane donna, la scrittrice che rifiutò il
matrimonio e le banali pratiche quotidiane in luogo di una vita breve,
incompiuta, confacente a restituirci una figura perciò leggendaria.
Eppure ricordiamo meglio lei, che altre donne femme de lettres, visto che il
secolo aveva fornito un tale primato: Eliza Haywood, Fanny Burney. E Jane. Jane
pare si fosse ispirata a una frase di un personaggio della Burney per Orgoglio e
pregiudizio. Il personaggio era Cecilia: “Tutta questa sfortunata faccenda è
stato il risultato di orgoglio e pregiudizio”.
Sfortunata faccenda, con quella noia colta, detta superficialità mondana, che in
realtà sprofondava in elevatissime certezze: l’amore. Sempre conficcato in una
qualche iconica fragilità. Una impossibilità. Una lettera non recapitata. Un
ballo mancato.
La Austen non amava la mondanità di provincia. Si racconta del deliquio che la
colse, quando ancora era una giovinetta, appreso che avrebbe dovuto trasferirsi
a Bath, una innocua, tediosissima città termale. Non amava quel luogo, non amava
la gretta civettuola socialità. Da lì ne trasse il romanzo Northanger Abbey. Una
accusa celata all’universo grasso e fastoso di una mediocre cittadina di
provincia.
Per me che ho coltivato la scrittura nella identica solitudine, rinuncia e
avversione noiosa, la Austen era un modo di essere necessario per raccontare la
vita. Romanticamente dicevo, di quel romanticismo, ironico e amaro insieme, o
anche del suo esatto contrario. Un antiromanticismo che giocando con la soglia
più a buon mercato del sentimento ne enuncia la tragicità segreta.
Figure sottili, delicate, eleganti. La Austen ne è il simbolo. Ogni scrittrice,
chissà, avrà pensato un po’ anche a lei, lungo la strada di solito erta degli
inizi, alla sua giovinezza, tradita dal destino che non si è fermato in tempo a
renderla felice, amata di quell’amore necessario a vibrare dentro un’esistenza,
finanche vita: che non sia soltanto uno scorrere ordinato e feroce di silenzi o
ripetute quotidianità.
Così morirà abbastanza presto, in anticipo sullo sfiorire irreparabile. Una
grazia in fondo.
L'articolo Jane Austen, eroina ribelle e antiromantica. Per me un modo di essere
necessario proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando caddero le prime bombe, ero sdraiato a pancia in giù sul tappeto in
camera mia ad ascoltare la radio – trasmettevano Suffragette City di David
Bowie: di colpo uno stridio metallico squarciò l’aria e un’esplosione si abbatté
sulle nostre tende, spazzandole via dal loro binario. La pressione fu così
violenta che mi sentii svenire, come se fossi rimasto appeso a testa in giù alla
sbarra troppo a lungo. Tutti gli impianti d’allarme della strada andarono nel
panico, io invece no. Non ancora. Ben presto sarei stato in preda a un panico
costante e avrei visto la morte in ogni ombra, ma il primo giorno di guerra ero
tutt’al più sbalordito.
Sarajevo, 1992. Il mondo, si sa, non è mai stato un posto particolarmente
rassicurante, ma di solito i disastri arrivano con un certo preavviso, un
telegiornale allarmato, magari una mezza crisi internazionale. Non per Tijan
Sila, che a undici anni si ritrova il fracasso della storia (quella vera, quella
con le bombe) a sfondargli la finestra di casa mentre in sottofondo gracchiava
un pezzo di David Bowie. Un’immagine che da sola basterebbe a definire l’intera,
perversa assurdità del conflitto balcanico: la musica pop occidentale che fa da
colonna sonora all’esplosione della civiltà.
Sila, oggi scrittore, insegnante e membro di una band punk, in questo Radio
Sarajevo (traduzione di Cristina Vezzaro; Voland) non fa prigionieri e non cerca
la facile commozione. Ci sbatte in faccia la verità con la brutalità onesta di
chi quella realtà l’ha vissuta, cresciuto – per forza di cose – tra i brandelli
di una quotidianità andata in pezzi. È un romanzo di formazione, certo, ma uno
di quelli che ti lasciano addosso il cattivo odore della polvere da sparo e il
sapore agrodolce della sopravvivenza.
Il punto nevralgico, quello che fa tremare le fondamenta morali del lettore
benpensante, è il modo in cui la guerra, dopo lo shock iniziale, si trasformi in
una “quasi abitudine”. L’orrore si banalizza, diventa sfondo, e in quel vuoto si
insinua la noia. E qui Sila centra il bersaglio, come solo uno che ha giocato a
nascondino tra le rovine può fare: mentre i genitori, simboli dell’inadeguatezza
adulta, si rivelano inermi di fronte al crollo del loro mondo, l’undicenne Tijan
e i suoi amici Rafik e Sead si rimboccano le maniche.
Non c’è spazio per la retorica dell’infanzia rubata. C’è solo l’urgenza cinica,
pragmatica, di campare. Saccheggi, mercato nero, e lo scambio più beffardo e
geniale: riviste pornografiche barattate con i soldati per dolciumi. È
un’economia di guerra che smaschera ogni ipocrisia: l’eros come merce di
scambio, l’innocenza dei bambini che si contamina per un po’ di zucchero. La sua
è la generazione dei “dimenticati,” come lui stesso la definisce, quella che ha
imparato a leggere il mondo non sui libri di scuola (chiusi) ma sui bossoli in
terra.
Ci sedemmo sul bordo del marciapiede e iniziammo a lanciare il pallone contro
una delle porte dei garage. Dovevamo farlo rimbalzare in modo che ci ritornasse
dritto tra le braccia. La guerra si notava anche dal fatto che nessun vicino
apriva di colpo la finestra per lamentarsi del rumore – ormai eravamo abituati a
decibel ben più alti di quelli di uno Spalding che sbatteva contro una lamiera
d’acciaio, e poi era un suono di pace: il pallone e la porta si scontravano come
i piatti di un’orchestra, come grandi cimbali nascosti nella penombra,
nell’odore di fieno marcio.
Lo stile è avvincente, diretto, con quel tono tragicomico che disinnesca il
patetismo e lo trasforma in una risata strozzata, in un sardonico atto di
resistenza. Non è un libro “commovente” nel senso consolatorio del termine, è un
libro necessario. Non ci spinge a piangere, ma a svegliarci, a guardare il volto
della catastrofe senza i filtri del perbenismo occidentale. Il prestigioso
Premio Ingeborg Bachmann, vinto da Sila nel 2024, non è un riconoscimento
letterario qualsiasi, è una consacrazione alla Verità, quella verità cruda e
inopportuna che questo romanzo restituisce pienamente.
Radio Sarajevo è una trasmissione pirata dal cuore della catastrofe, un monito
che suona forte tra le macerie. Se volete una fotografia lucida e senza sconti
di cosa significhi crescere quando il mondo decide di mettersi a sparare, questo
è il libro da leggere.
L'articolo Radio Sarajevo di Tijan Sila: una trasmissione pirata dal cuore della
catastrofe proviene da Il Fatto Quotidiano.