Spesso quando stai vivendo una tragedia, le persone a te vicine consigliano di
scrivere un libro, una terapia per cercare di prendere una distanza di
salvataggio da quello che ti sta accadendo. Non è questo il caso de La ragazza
di vicolo Pandolfini. Infatti l’ultimo libro di Nando dalla Chiesa è soprattutto
uno stupendo omaggio, un riconoscimento alla donna con la quale Nando ha
condiviso una vita meravigliosa e difficile, interrotta “per decisione del
destino”. Un libro che ha alle spalle anni di condivisioni, pensieri,
accadimenti, lotte, storie di famiglia e dell’Italia che non ti decidi mai a
scrivere e che alla fine sei costretto a rincorrere per poterlo donare alla sua
protagonista prima che sia troppo tardi.
Conosco Nando dai tempi dell’università, lui al Pensionato Bocconi, io che
studiavo al Centro San Ferdinando nella stessa università, insieme nel Movimento
Studentesco e poi nel Mls, fino al PdUP. Ma in realtà ho cominciato a conoscerlo
da vicino, in amicizia, da quando la mafia ha ucciso il Generale suo padre,
assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo
il 3 settembre 1982 al culmine dei nevralgici “100 giorni a Palermo”.
Quell’estate avevamo visto assieme Italia-Brasile ed eravamo scesi a festeggiare
quella mitica vittoria in corteo fino in piazza del Duomo a Milano.
Il libro avrebbe potuto essere intitolato poeticamente “A Emilia” ma non avrebbe
espresso completamente la dimensione di una personalità che ha scelto di
costruire, fianco a fianco, un pezzo della nostra Storia culturale e sociale, in
un multi-multitasking che solo le donne sanno sviluppare, Emilia in particolare.
Leggendolo mi è venuto alla mente il Cyrano di Bergerac, con la particolarità
che qui lo scrittore impersona sia la figura di Cyrano che quella di Cristiano,
voce narrante, suggeritore, soggetto, amato e innamorato. Scelta quasi
obbligata, per poter fondere pubblico e privato, con un nodo alla gola “come
colui che piange e dice” nel quinto canto dell’Inferno dantesco. E’ la
straordinarietà di due vite che hanno intrecciato il loro amore in anni di luce
e buio del nostro Paese, vitali ma minacciati dal dramma.
Il vicolo Pandolfini a Palermo ormai non è più un vicolo, ma in quel luogo è
nato qualcosa che non possiamo dimenticare e che rimane impresso nella mente di
chi ha conosciuto la ragazza dagli occhi di smalto turchese, di cui Nando dalla
Chiesa è stato ragazzo e marito.
L'articolo ‘La ragazza di vicolo Pandolfini’, così Nando dalla Chiesa omaggia la
moglie Emilia Cestelli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Quando siete felici, fateci caso”, questa frase l’abbiamo sentita più e più
volte ripetere da chiunque, ma la domanda sorge spontanea: che cos’è la
felicità? Come facciamo a riconoscerla? Ecco che gli esperti dell’Organizzazione
delle Nazioni Unite si sono allineati per stabilire che il giorno 20 marzo fosse
un dedicato interamente alla felicità, emettendo una sentenza atta a stabilire
che “la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale per l’umanità”.
“La felicità non è un’utopia per pochi: è un’esigenza legittima e un diritto di
ogni essere umano. Se la felicità è un diritto, allora difenderla è un dovere”,
sosteneva la Prof Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta. La felicità è un
sentimento molto importante per la vita di tutti, rientra nella scala principale
dei sentimenti che i bambini devono provare in primis. E’ uno stato emotivo,
dettato dalla gioia, dalla soddisfazione di aver fatto oppure ottenuto una cosa,
che ci fa sentire appagati. In qualunque contesto si parla di felicità, dagli
scrittori, ai filosofi, ai sociologi, alle figure professionali degli psicologi
con l’obiettivo di aiutare ognuno di noi a trovarla, a volte può sembrare
lontana, altre volte più vicina, ma l’importante è saperla riconoscere.
Gli esperti sostengono che è fondamentale, perciò, lavorare sin dalla tenera età
sulle emozioni, riconoscendo i vari sentimenti, tra questi appunto la felicità,
provarla sulla propria pelle e renderla unica. “Nella famiglia, tante volte la
felicità si conquista come disciplina, la felicità è ricerca, è coltivare il
giardino del cuore, dei pensieri, dei rapporti ogni giorno” come sosteneva la
Prof.ssa Parsi. Pertanto, il compito dell’adulto è proprio quello di veicolare i
bambini alla felicità, facendoli sentire amati, coccolati, protetti, ma
soprattutto facendo esprimere le loro emozioni, tirarle fuori, spronarli a
guardare oltre, non arrendersi, stimolarli nel gioco, nell’apprendimento, nella
curiosità della scoperta, rendendoli sicuri di sé. E’ fondamentale, per un
processo di crescita, alimentare la felicità anche dalle piccole delusioni o
frustrazioni, evitando di avere un atteggiamento troppo morboso o
accondiscendente.
Perciò come spiegare ai bambini questo sentimento tanto impegnativo quanto
bello?
I libri possono essere un’ottima guida per i più piccoli, per cercarla durante
il viaggio di conoscenza delle
emozioni e viverla.
Ti consiglio 5 libri per scoprire la felicità e toccarla con mano.
Il barattolo dei pensieri felici
di Chiara Ravizza
Illustratrice Susanna Covelli
Editore Sassi, Età di lettura: da 3 anni.
Honey ogni volta che deve andare a scuola si rattrista, così mamma e papà,
inventano un modo unico per
rassicurarlo: il barattolo dei pensieri felici. Un barattolo unico e speciale,
ricco di tanti pacchetti colorati, ognuno con un pensierino d’amore tutto per
lui. Un libro edito da Sassi che guida i bambini a non sentirsi soli e che
l’amore anche se non è presente è vivo
dentro di noi, basta ricordarsi dei “pensieri felici”.
Al termine del libro un piccolo suggerimento per realizzare il proprio barattolo
della felicità.
Il venditore di felicità
di Davide Calì e Marco Somà
Editore Kite, Età di lettura: da 5 anni.
Davide Calì e Marco Somà hanno dato origine ad una storia profonda. C’è chi
vende ortaggi, chi stoffe e chi la felicità: una cosa importante di cui tutti ne
hanno bisogno. Il venditore la vende in barattoli, piccoli, grandi, formato
famiglia e tutti ne vogliono un po’: una nonna, una
mamma di tanti figli. Fino a che nel momento in cui stava andando via gli cadde
un barattolo piccolo e la verità sul gran mistero della felicità si rivela agli
occhi di tutti.
La felicità è una tazza di té
di Eulàlia Canal
Illustratore Toni Galmés
Traduttore Luigi Cojazzi
Editore Terre di Mezzo Età di lettura: da 5 anni.
Mentre Orso ha perso gli occhiali, Tasso ha perso il sonno e Lupo è in cerca di
amici, Scoiattolo ha in mente una cosa straordinaria: andare alla ricerca della
felicità! Una cosa che ha sentito da tutti, ma Orso perplesso chiede “Ah, e
com’è la felicità?”. Una favola che intraprende un lungo viaggio, che lo porterà
a scoprire che cos’è la felicità. Scoprirà poi che la felicità è quella cosa
presente nei piccoli gesti e nei momenti più belli da condividere con il cuore.
Una storia romantica edita da Terre di Mezzo.
I 10 segreti della felicità
di Alberto Pellai
Illustrazioni Sophie Fatus
Editore La Coccinella, Età di lettura: da 5 anni.
Alberto Pellai noto medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore
presso l’Università degli Studi di Milano ha elaborato un libro interattivo, con
tantissime finestrelle, che svelano ai più piccini i segreti della felicità. Un
gioco edito da La Coccinella che favorisce la scoperta delle emozioni,
l’autostima, la pazienza, l’empatia, la condivisione. Alberto Pellai ha
pubblicato molti libri per genitori e docenti, tradotti in molte lingue,
collaborando anche come divulgatore scientifico con molte testate nazionali e
nel 2004 il Ministero della Salute gli ha conferito la Medaglia d’argento al
merito in Sanità Pubblica.
Il piccolo libro della felicità
di Geronimo Stilton
Editore Piemme, Età di lettura: da 9 anni.
Questo è un libro speciale: al profumo di cioccolata da annusare a volontà tra
una pagina e l’altra. Un libro olfattivo che fa viaggiare il piccolo lettore
insieme all’eccellenza della letteratura d’infanzia: Geronimo Stilton. Una
sagra, un viaggio nel Regno della Fantasia sulle ali dorate del Drago
dell’Arcobaleno per incontrare la Regina delle Fate Floridiana. Il mistero da
scoprire è: qual è il segreto della felicità? Un’avventura
straordinaria tra le pagine di un libro speciale.
L'articolo Giornata mondiale della felicità, “è un diritto, ma sappiamo
riconoscerla?” Cosa dicono gli esperti e i 5 libri per insegnarla ai bambini fin
da piccoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una cravatta, un portaocchiali, una cintura: regali che spesso riempiono i
cassetti senza essere usati o vengono dimenticati. I papà sono supereroi e
meritano un regalo che li faccia volare, spaziare nel tempo e nei luoghi più
impensabili. Il miglior regalo da fare è proprio un libro, con una storia che
celebri l’amore tra un papà e il suo bambino.
L’amore della certezza, della protezione, della responsabilità: il papà è la
figura dell’esempio, di forza e coraggio, ma sfogliando le pagine dei libri
scopriamo anche che i papà piangono, sono fragili e provano le stesse emozioni
dei figli. Regalare un libro al proprio papà potrebbe diventare una tradizione
tutta italiana, basta fare rete e dare origine al Book Father Day.
ECCO 5 IDEE REGALO PER QUESTA FESTA SPECIALE, RICCHE DI EMOZIONI DA SCOPRIRE
1. ANCHE I PAPÀ PIANGONO
di Chiara Ravizza e Susanna Covelli
Editore: Sassi | Età di lettura: da 3 anni
Tutti i papà sono i più forti del mondo agli occhi dei figli: il papà leone
ruggisce forte, il papà squalo ha denti affilati, il papà riccio è pungente… ma
pochi vedono l’altra medaglia: anche i papà piangono.
Il cuore di ogni papà è ricco di emozioni, proprio come quello di un figlio:
dietro la corazza, esistono fragilità, emozioni e dolcezza. Un libro che invita
a rendere normali tutte le emozioni dell’adulto e a vivere insieme i propri
sentimenti grazie all’autrice e alla casa editrice Sassi.
2. FUORI E DENTRO IL GREMBO. DIARIO DI UN PAPÀ
di Francesco Nugnes | Illustratrice: Sofia Maria Ronchetti
Editore: Atene del Canavese | Età di lettura: da 2 anni
Un libro poetico scritto dal papà di Martina, Francesco Nugnes, che racconta,
attraverso un diario, il suo viaggio verso la paternità, tra paure, ansie e
nuove emozioni. Il libro si concentra sul ruolo dei neopapà, spesso marginale
prima e dopo la nascita, ma con lo stesso valore emotivo del ruolo materno. Le
parole chiave sono battito e attesa: battito di un cuore, attesa come
accudimento. Un libro che mostra come l’amore paterno rilasci ossitocina e
prolattina, gli ormoni del legame e dell’accudimento.
3. IL RE DEI PAPÀ
di Kristien Aertssen | Illustratore: Tanguy Babled
Editore: Babalibri | Età di lettura: da 4 anni
Chi è il Re dei papà? Un piccolo principe e il suo papà partono alla ricerca di
tanti Re: il Re della bicicletta, il Re del bricolage, il Re dei tuffi, il Re
dei golosi, il Re dei sogni. Dopo il viaggio, portano a casa incontri
straordinari e un’unica scoperta: il Re dei papà è… ogni papà.
4. LA FIERA DEI PAPÀ
di Anna Cascioli | Illustratore: Morgana Lucarelli
Editore: Mimebù | Età di lettura: da 5 anni
Anna Cascioli dà vita a una vera e propria Fiera dei Papà: dal Papà Tuttofare al
Papà Avventura, dal Papà Gourmet al Papà Giostra.
Il protagonista, Flavio, cerca il suo papà tra mille figure straordinarie. Un
libro delicato e magico che celebra l’amore tra padre e figlio, edito da Mimebù.
5. PAPÀ
di Helène Delforge | Illustratore: Quentin Gréban | Traduttore: Gioia Sartori
Editore: Terre di Mezzo | Età di lettura: da 6 anni
Esistono tanti tipi di papà: giovani, anziani, forti, insicuri, teneri,
scontrosi. Tutti hanno un unico obiettivo: proteggere e rendere felici i loro
bambini. Helène Delforge, autrice belga, con le illustrazioni di Quentin Gréban,
realizza una dichiarazione d’amore universale sui papà, immergendo il lettore in
un racconto senza tempo, che celebra la dolcezza, la forza e la poesia dei padri
di ogni luogo e cultura.
L'articolo Festa del papà: quali libri regalare? Ecco i titoli più belli da
scegliere per sorprenderlo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Torna in libreria dal 4 marzo Ivano Barberini con “Il coraggio di cooperare.
Come vola il calabrone”: un classico del pensiero cooperativo riproposto in
nuova edizione aggiornata e arricchita, capace di parlare al presente. Figura
chiave per la cooperazione italiana e globale, Barberini (Modena, 1939-2009) è
stato il primo italiano alla guida dell’Alleanza Cooperativa Internazionale. La
rilevanza di questo volume sta nella potente attualità della sua critica ai
modelli puramente finanziari e nel rilancio di un’idea di impresa orientata a
bisogni collettivi, democrazia economica e responsabilità pubblica. Nel libro
tornano temi ricorrenti: indipendenza economica e democrazia sostanziale,
conflitto capitale-lavoro, autonomia dei corpi intermedi, disuguaglianze e
precarietà, concentrazione del potere, oltre al nesso tra cooperazione,
giustizia sociale e antidoto alla solitudine sociale. In un contesto geopolitico
instabile, questa impostazione può diventare materia per un’analisi che superi
il piano economico e tocchi quello culturale e civile.
Il Fatto Quotidiano pubblica la prefazione che allora firmò Rita Levi-Montalcini
e un estratto del volume.
Cooperazione e natura umana
di Rita Levi-Montalcini
L’autore del presente saggio, Ivano Barberini, paragona il volo del calabrone
alle attività del movimento cooperativo. Così come il calabrone vola basso
perché, secondo le leggi della fisica, la sua apertura alare non è conforme al
peso corporeo, anche l’impresa cooperativa, secondo le leggi dell’economia, non
potrebbe agire nel mercato in quanto non ha finalità di profitto. È insito nella
natura umana, sin da quando il nostro più arcaico predecessore,
l’Australopiteco, discese dagli alberi nella savana africana, unirsi in gruppi
per fronteggiare i pericoli ambientali.
Le cooperative hanno radici antiche, ma la prima cooperativa di successo nasce
nel 1844 in Inghilterra, con la finalità di migliorare le condizioni di vita dei
singoli individui. L’associazionismo delle persone in forma cooperativa sorse in
diverse parti del mondo per combattere la povertà, per la creazione di un lavoro
dignitoso, per il divenire di una società migliore. Il vantaggio del metodo
cooperativo è dimostrato dal progressivo rigoglioso sviluppo di queste imprese.
I membri beneficiano collettivamente di tali attività apportando miglioramenti
comunitari e creando un patrimonio sociale locale e, allo stesso tempo, globale.
La forma di impresa cooperativa si dimostra inoltre la più idonea a favorire la
crescita di capitale umano e a dimostrarne la grande potenzialità per l’economia
della società di appartenenza.
In ogni parte del mondo, un considerevole numero di soci è impegnato nel
difficile compito di farsi valere nella gestione delle imprese e
nell’organizzazione economico-finanziaria. Questo eccellente saggio pone in
evidenza la lunga, e quanto mai vasta, esperienza di Ivano Barberini. L’autore
ripercorrendo a ritroso il cammino cooperativo internazionale, fino ai tempi
odierni, afferma che questo sistema non contravviene all’etica della convivenza
civile. I risultati conseguiti dal sistema cooperativo dimostrano la capacità di
costruire reti di persone e organizzazioni, su basi di responsabilità e
solidarietà, così come espresso dall’autore: “La vera solidarietà è condividere
e diffondere la conoscenza, aiutare le persone a crescere e migliorarsi“.
Le cooperative rappresentano la collaborazione tra gruppi di individui e
organizzazioni per uno sviluppo economico equo e sostenibile e con esso la pace
e la giustizia sociale. Il valore etico e sociale del movimento cooperativo
viene posto straordinariamente in rilievo dall’autore. Gli obiettivi
dell’impresa cooperativa sono volti al perseguimento del benessere individuale e
collettivo, un modello questo utile per affrontare le sfide economiche e sociali
all’inizio del terzo millennio. Il rigoglioso sviluppo delle cooperative, in un
periodo critico, quale quello attuale, dimostra la validità della collaborazione
e sinergia attuata da tale sistema. Un movimento mondiale guidato con alta
competenza da Ivano Barberini. È mio privilegio essere legata a lui da viva
amicizia, profondo affetto e ammirazione per la capacità di superare momenti
difficili del suo splendido percorso a capo delle più importanti istituzioni
riguardanti il settore del mondo cooperativo e dell’Alleanza cooperativa
internazionale.
Dal libro
Oggi le guerre continuano a mietere vittime soprattutto tra la popolazione.
Donne, vecchi e bambini ne subiscono gli effetti direttamente e indirettamente,
perché i conflitti armati, le crisi umanitarie, le privazioni di diritti
fondamentali sono il contesto entro il quale governi, società e poteri
continuano a mettere in atto pratiche scellerate volte al depauperamento delle
risorse, alla compressione dei bisogni o allo sfruttamento di intere
popolazioni. Il conflitto senza fine tra Palestina e Israele, le guerre
“dimenticate” in Africa e in altri continenti segnano le coscienze e innalzano
barriere, tra popoli e tra etnie diverse, difficili da sormontare. Quando la
ragione è affidata all’efficacia delle armi a disposizione, scompare ogni
razionalità nel confronto.
La drammaticità di questo scenario sollecita l’urgente ricerca di nuove strade
che possano portare a una società più giusta, più equa e pacifica. È questa
l’alternativa da perseguire per la costruzione di rapporti economici e sociali
che salvaguardino i diritti primari di donne e uomini nel mondo. Per contribuire
a realizzarla è indispensabile promuovere una nuova politica di solidarietà
internazionale capace di generare pace; una nuova politica di sviluppo fondata
sul “vivere e condividere insieme” e nuove pari opportunità che consentano a
tutti l’accesso e la gestione delle risorse del pianeta Terra.
John Maynard Keynes ha scritto a suo tempo che “la pace internazionale deve
essere assicurata dalla piena occupazione”. Non si crea lavoro senza sviluppo e
senza pace non si crea né l’uno né l’altro. Ragion per cui diviene evidente il
fatto che tra sviluppo economico, creazione di lavoro dignitoso e mantenimento
della pace vi è un nesso inscindibile.
È importante che questi tre fattori siano interpretati nei loro significati
pieni e attuali. Il termine “sviluppo economico” comprende tutti i cambiamenti,
economici e sociali, tecnici e istituzionali che si verificano congiuntamente al
miglioramento degli standard di vita. Tale definizione stabilisce una differenza
tra sviluppo economico e crescita. Questa ultima è limitata all’aumento del
volume di produzione per abitante. Si può perciò avere crescita senza sviluppo
economico. Giorgio Ruffolo sostiene che non si può contare sulla crescita
continua in un pianeta dalle risorse limitate. Tuttavia non si può neppure
pensare di bloccare lo sviluppo ai livelli attuali di povertà e di ineguaglianza
che affliggono il mondo. […]
È un dilemma su cui si giocano scelte decisive per il futuro dell’umanità.
Charles Handy, economista, già insegnante alla London Business School, paragona
lo sviluppo che non produce benessere diffuso e non rispetta le persone a una
scultura esposta nei giardini di Minneapolis: un impermeabile di bronzo
atteggiato a figura umana, vuoto, senza corpo. È il simbolo di un paradosso e
dell’assurdità di una crescita che non si traduce in sviluppo umano. Il lavoro
dignitoso rappresenta un diritto fondamentale e un fattore essenziale di
cittadinanza. Oltre a produrre benessere e garantire un reddito al lavoratore,
il lavoro deve anche garantire il rispetto della dignità dell’individuo e lo
sviluppo umano. Come si vede la pace significa molto di più che la mera assenza
di conflitti armati ed è molto più complessa della guerra poiché è correlata a
tutti i fattori che caratterizzano la società moderna.
L'articolo “Il coraggio di cooperare. Come vola il calabrone”, la lezione di
Ivano Barberini su economia, lavoro e giustizia sociale – L’estratto in
esclusiva proviene da Il Fatto Quotidiano.
Torna a Roma, nel cuore del quartiere San Lorenzo, il progetto Reading Party, il
format di lettura collettiva importato in Italia da Libri Sottolineati e
organizzato anche da Reading Rhythms, che fa ritorno nella Capitale per un
pomeriggio dedicato a chi ama i libri, il tempo lento e le connessioni
autentiche. L’evento si terrà al The Social Hub Rome, in Viale dello Scalo San
Lorenzo 10, nella giornata di domenica 15 marzo dalle 17:00 alle 19:30.
L’appuntamento, come spiegato dagli organizzatori, è un’esperienza che invita a
portare il proprio libro, immergersi nel silenzio condiviso e poi aprirsi
all’incontro con gli altri partecipanti. Un tempo sospeso in cui ogni lettore
contribuisce a tessere una storia comune fatta di libri, conversazioni e nuove
connessioni. Il programma prevede due sessioni di lettura silenziosa da 30
minuti, seguite da un momento di socializzazione con gli altri partecipanti e un
momento finale in cui scambiare idee, suggerire titoli e consigli.
Si segnala la collaborazione anche di Daje De Alberi, associazione no-profit
dedicata alla tutela ambientale di Roma e alla riforestazione urbana
partecipata. Il Reading Party diventa così anche un momento di cittadinanza
attiva, in cui il valore della lettura si intreccia con quello della cura del
territorio e del rispetto dei propri quartieri, resi così più verdi e vivibili.
Nel corso dell’evento andrà in onda una puntata live del podcast #RadioDaje, a
cura di Vito Cioce, giornalista, per anni a Radio Rai, che ha commentato
l’iniziativa: “Il secondo episodio del podcast #RadioDaje si inserisce
all’interno di un evento speciale come il Reading Party di Libri Sottolineati in
collaborazione con Daje De Alberi, associazione che coniuga cultura, creatività
e verde urbano. Coinvolgeremo il fondatore dell’Associazione, Lorenzo Cioce, e i
partecipanti al Reading. Il podcast – spiega Vito Cioce – vuole dare voce alle
storie che nascono dalla cura condivisa degli alberi e dalla rigenerazione del
territorio“. Cioce, per l’occasione, sarà al microfono con Alessandra Sabbatini,
editor free lance. L’evento si svolge con il patrocinio dell’Assessorato
Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale e con il sostegno di
Intesa Sanpaolo.
L'articolo Torna a Roma il Reading Party: un’occasione per leggere,
socializzare, condividere e pensare all’ambiente grazie alla collaborazione con
Daje De Alberi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Artemisia Gentileschi è una bambina, Beatrice Cenci una giovane donna quando le
loro vite si incrociano per un breve momento. Non si conoscono, non si parlano e
non si vedranno mai più. Eppure, come un’ossessione, quell’incontro fatale
inseguirà Artemisia per anni, fino a ispirarle uno dei suoi dipinti più
celebrati, simbolici e drammatici: Giuditta che decapita Oloferne. Dovrà passare
ancora molto tempo prima che la Storia sappia riconoscere alle donne allora
chiamate peccatrici la statura di eroine…
Considerata tra le firme più autorevoli della narrativa storica contemporanea,
Elizabeth Fremantle ha un dono particolare: creare romanzi avvincenti partendo
da frammenti di storia, spesso al femminile, che illuminano anche i grandi temi
del presente. Così, dopo aver narrato ne La disobbediente la vicenda di
Artemisia Gentileschi, negletta nel suo tempo e oggi onorata come la più
brillante pittrice del Barocco, torna con La peccatrice (Libreria Pienogiorno)
nella Roma della fine del XVI secolo, in tutta la sua magnificenza e brutalità,
per dare corpo e voce a un’altra figura la cui voce e il cui corpo sono stati
brutalmente negati: Beatrice Cenci.
“Mi sono appassionata alla vicenda di Beatrice mentre lavoravo al romanzo su
Artemisia” racconta l’autrice. “La sua è una storia straordinaria, se possibile
ancora più viscerale e sconvolgente. Ma non volevo che fosse una presenza
silenziosa, raccontata solo dal giudizio o dal pregiudizio altrui, e neppure che
fosse soltanto una vittima. Desideravo che fosse finalmente ascoltata, che
avesse la possibilità di rivelare tutta la sua ricchezza e complessità morale ed
emotiva. Una ragazza che voleva essere libera e che, non potendolo essere, alla
fine fu fuoco, fu vento e, in qualche modo, fu speranza”.
Giovane figlia della nobile casata dei Cenci, Beatrice ha una mente brillante e
una sete di libertà. Eppure è destinata a una vita di dorata insignificanza:
nella Roma di fine Cinquecento le donne, nei lussuosi palazzi come nelle dimore
più umili, vivono al più esistenze invisibili e silenziose, pulsanti di sogni,
sofferenze e aspirazioni di cui gli uomini non hanno sentore. Quando il fratello
viene ucciso da una casata rivale, il perverso e dispotico padre la rinchiude,
insieme al resto della famiglia, a La Rocca, un inaccessibile castello
fortificato in cima a una vetta, a giorni di viaggio dalla capitale. Isolata e
in balìa della violenza e della paranoia del genitore, la ragazza si sente
sempre più oppressa e insofferente. Soprattutto quando, superando ogni divieto,
l’amore la travolge, sovvertendo il destino di tutti… fino al più lirico dei
finali.
Santa o peccatrice? Vittima o aggressore? Intrecciando con sapienza un romanzo
indimenticabile, capace di toccare tanto le corde del romanticismo quanto quelle
del thriller, Fremantle costruisce pagina dopo pagina una protagonista complessa
e avvincente che, simbolo della ribellione alla violenza degli uomini, emerge
dalle fredde pagine della storia in un’esplosione di passione e rabbia per
sfidare il nostro pensiero e i nostri preconcetti. “Questa storia travolge il
lettore in modo così emozionante che non si riesce a riprendere fiato fino
all’ultima pagina”, afferma Elodie Harper della BBC, che garantisce: “Il miglior
libro letto quest’anno”.
L'articolo Beatrice Cenci, vittima o ribelle? La sua storia (e quella di
Artemisia Gentileschi) rivivono nel nuovo libro “La peccatrice” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Esistono notti che non finiscono mai, notti alimentate da paranoia, eccessi e
quel vuoto pneumatico che ti assale quando il successo ti ha già dato tutto,
tranne una ragione per svegliarti il giorno dopo. Insomnia di Robbie Robertson
(traduzione di Gianluca Testani; Jimenez Edizioni) è il diario di bordo di un
naufragio condiviso tra due titani che hanno ridefinito l’immaginario americano.
Tutto inizia con un funerale mascherato da festa: The Last Waltz. Quando le luci
del Winterland si spengono nel 1976, Robertson si ritrova senza i compagni di
una vita, senza un matrimonio e con il peso di un mito difficile da gestire.
Bussare alla porta di Martin Scorsese a Beverly Hills non fu solo cercare un
tetto, ma trovare un complice. Anche “Marty” era in pezzi. Due trentacinquenni
famosi, ricchi e allo sbando, decidono di convivere, trasformando un
appartamento in un laboratorio di sopravvivenza creativa. Il libro ci trascina
nel post-sbornia degli anni Settanta, un territorio dove il cast è da capogiro —
da De Niro a Harvey Keitel, fino a una Sophia Loren che spunta come un miraggio
— ma dove il vero protagonista è il pericolo. Robertson racconta senza sconti la
tentazione dell’autodistruzione e quella collaborazione simbiotica che avrebbe
dato vita alle colonne sonore più iconiche del cinema moderno.
È un viaggio tra set leggendari e stanze piene di fumo, dove l’ambizione era
l’unica medicina contro la paranoia. Insomnia non è la solita biografia rock, né
un manuale di cinema. È il ritratto brutale di un’amicizia nata sotto il segno
dell’insonnia, appunto: quella condizione che ti impedisce di sognare perché sei
troppo impegnato a restare vivo. Robertson scrive con la precisione di un
montatore cinematografico, restituendoci l’odore di un’epoca irripetibile.
C’è un’abitudine rassicurante nel narrare la mafia come un corpo estraneo, un
virus o un cancro che aggredisce un organismo altrimenti sano. È una metafora
che pulisce le coscienze, ma che Antonio Vesco, nel suo Criminalità immaginate
(Tamu Edizioni), smonta con la precisione di chi non si accontenta delle
narrazioni da prima serata. Vesco punta il dito contro un’antimafia
istituzionale che si è arroccata su contrapposizioni binarie: da una parte lo
Stato buono, dall’altra il criminale brutto e cattivo. Una lettura moralista
che, a forza di fabbricare eroi e vittime, ha finito per trasformare la
questione mafiosa in una questione di ordine pubblico o di etica individuale,
svuotandola della sua natura politica. Il risultato? Un movimento inchiodato al
feticcio della “legalità” che ignora le radici materiali del potere.
L’autore prende in prestito il concetto di “comunità immaginate” di Benedict
Anderson per ribaltare la prospettiva. La mafia non è solo violenza e pistole; è
un sistema di governo che cammina sulle gambe di professionisti, imprenditori e
politici. È la cosiddetta “borghesia mafiosa” che costruisce egemonia attraverso
il clientelismo e la corruzione, muovendosi perfettamente a proprio agio tra le
pieghe del capitalismo moderno. La mafia, suggerisce Vesco, non corrompe il
corpo sociale: ne è una delle forme possibili di gestione. Ripoliticizzare la
mafia significa smettere di guardare lo stigma criminale per iniziare a guardare
i flussi di capitale e i meccanismi di consenso.
Vesco ci invita a un esercizio necessario: rompere lo specchio delle
semplificazioni per affrontare la mafia come un fenomeno storico, economico e,
soprattutto, di potere concreto. Un libro che scotta, perché toglie l’alibi
dell’”illegalità” a chi vive dentro il sistema.
C’è un momento preciso, nella vita di ogni uomo che ha barattato i propri sogni
con una scrivania a tempo indeterminato e un aperitivo nel Quadrilatero, in cui
la maschera inizia a stringere. È un prurito sottopelle, un’allergia al si deve
fare che Francesco Azzena cattura con precisione nel suo La playlist della fuga
(Edizioni Amarganta). Giulio ha quarant’anni e un’esistenza che sembra il
catalogo di una vita di successo, ma che puzza di muffa interiore. Così, senza
il preavviso di una lettera o il rumore di una porta sbattuta, molla tutto. La
sua non è una vacanza, è una ritirata strategica che lo porta dalla Milano dei
fatturati alla sabbia brasiliana, passando per il luccichio artificiale di
Dubai.
Il romanzo si muove al ritmo di una colonna sonora che scandisce ogni capitolo,
come a voler dare un battito cardiaco a una rinascita che non è mai indolore.
Azzena non ci regala la solita favoletta del “mollo tutto e sono felice”: la
fuga di Giulio è costellata di incidenti, di incontri che sono specchi
deformanti e, soprattutto, dal confronto con una ragazza molto più giovane. È
lei il vero giudice, quella che lo costringe a guardare oltre la maschera
plasmata dal mondo per vedere se, sotto, è rimasto ancora qualcosa di vivo.
Azzena scrive un romanzo sull’evasione che, paradossalmente, parla di
responsabilità. Quella verso se stessi. È un libro per chi si sente fuori tempo
massimo, per chi ha paura di voltarsi indietro e per chiunque creda che una
crisi non sia la fine, ma l’unico modo per tornare a essere umani.
L'articolo Novità letterarie: dal rock alla mafia, tre libri che raccontano vite
al limite proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il primo a concedere il voto alle donne fu nientemeno che Mussolini, poi per via
delle “leggi fascistissime” non lo applicò. E tra Alcide De Gasperi e Palmiro
Togliatti fu più ben più decisivo il primo del secondo con la sua DC a far
votare signore e signorine italiane il 10 marzo del 1946 per la prima volta in
una complessa tornata di elezioni amministrative pre referendum e Costituente.
Queste e altre deliziose spigolature appaiono nel poderoso volume Voto alle
donne! (Einaudi) scritto dagli storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, sorta
di emersione scrupolosa dell’imponente tema dell’esercizio di voto elettorale
concesso alle donne in Italia all’incirca dal 1848 e fino al 1946, con una
robusta appendice politica sui mesi successivi al “non evento”.
Intanto, per essere chiari, se si lavora con rigore documentale come Avagliano e
Palmieri, i fatti storici appaiono inoppugnabili e un tema così, almeno fino a
metà del secolo scorso, divisivo a livello sociale e culturale si può analizzare
e affermare nella sua assoluta trasversalità politica. E a dirla tutta i grandi
padri del socialismo italiano (Filippo Turati, per esempio), come altri grandi
statisti liberali del paese (Giovanni Giolitti su tutti) non ci fanno una gran
bella figura. Insomma, non è che per il voto alle donne ci sono da una parte a
favore la sinistra illuminata e dall’altro contro la destra oscurantista. In
tempi di intelletto cavernicolo meglio saperlo. Del resto lo spiegano gli autori
fin dalle prime righe risorgimentali, l’Italia unita dai grandi aneliti di
libertà e indipendenza politica nasce monca proprio senza “madri”. Le flebili
tracce dei movimenti di emancipazione femminile di metà Ottocento sono prima di
tutto legate all’attivismo di donne “istruite della classe borghese” e presenti
tra le pieghe delle battaglie rivoluzionarie garibaldine, nonché come fautrici
dei proseliti mazziniani.
Ma a livello giuridico nel neonato Parlamento italiano un illuminato
risorgimentale come Giuseppe Pisanelli, in veste di ministro di Grazia e
Giustizia, nel 1865 con il codice omonimo ribadisce addirittura la
subordinazione della donna introducendo la cosiddetta “autorizzazione maritale”
(la donna sottoposta alla potestà dell’uomo ndr). Figuriamoci il voto. Quando
una paladina dei nascenti movimenti emancipatori femminili come Anna Maria
Mozzoni nel 1877 rilancia una petizione sul voto politico delle donne, il
governo Depretis, della cosiddetta Sinistra storica, verso cui Mozzoni guardava
con favore, la boccia a livello parlamentare “spiegando che è opinione diffusa
che tale novità potrebbe mettere a rischio la serenità sociale famigliare, per
esempio in caso di voto della moglie differente dal marito”. Meglio quindi
osservare le mutazioni inarrestabili verso fine Ottocento che per le doone
arrivano dal mondo del lavoro e delle professioni. Iniziano gli scioperi solo di
lavoratrici (quello delle mondine a Molinella nel 1883 è il primo), in alcuni
contesti come nelle scuole nel 1901 ci sono più maestre (70%) che maestri,
oppure rimangono indelebili le battaglie di affermazione professionale di alcune
singole donne come Linda Poet, la prima laureata in giurisprudenza (1881) che
cerca, invano, di iscriversi all’ordine degli avvocati per esercitare la
professione imbattendosi nelle motivazioni lunari di una Corte d’appello:
“Nell’avvocheria non devono immischiarsi le femmine”.
Bisogna attendere il 1904 per seguire il deputato repubblicano Roberto Mirabelli
perorare in Parlamento la causa del voto esteso alle donne con la derisione
pubblica del presidente del consiglio Giolitti. Ma è in questo periodo che la
questione subisce una incredibile accelerata perché visto che a livello
giuridico nessun divieto è espressamente determinato da codici e norme dello
stato, sono centinaia le donne che chiedono di iscriversi alle liste elettorali.
Molte Commissioni elettorali accettano, ma sono le Corti d’Appello a frenare con
“obiezioni pretestuose”. Con un’unica eccezione: la Corte di Appello di Ancona
che il 25 luglio 1906 approva l’iscrizione nelle liste elettorali di un gruppo
di donne. Sarà la Cassazione ad esecrare il lavoro dei giudici anconetani
spiegando che il principio di esclusione dal voto della donna è talmente ovvio
che nello Statuto Albertino non si sono nemmeno sprecati di scriverlo. In mezzo
a quella che è una vera e propria incontrollata eruzione di movimenti e
associazioni femminili a livello nazionale dedite al suffragio che una figura
altrimenti cruciale per l’emancipazione della classe operaia come Turati liquida
sommariamente il tema, nonostante la fervida battaglia femminile della compagna
Anna Kuliscioff: “Il voto alle donne è prematuro per la ancora così pigra
coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili”.
Paradosso per paradosso sarà invece nel 1925 la maggioranza fascista del
Parlamento, già amputato dalla secessione dell’Aventino, a dare il via libera
alla proposta del diritto di voto elettorale amministrativo alle donne che hanno
compiuto 25 anni e hanno adempiuto ad una serie di specifiche giuridiche
(sarebbero comunque quasi due milioni ndr). Ai deputati maschilisti
recalcitranti fa una lavata di capo addirittura il Duce (“questa necessità è
diventata sempre più impellente”), il Senato approva ma per uno scherzo della
storia l’avvento delle leggi fascistissime che sostituiscono sindaci e giunte
con i podestà fanno sfumare l’occasione storica. Bisognerà infine attendere
l’inizio del 1945, a guerra ancora in corso, l’iter del decreto sul voto alle
donne sotto il governo Bonomi III per compiere la svolta tanto agognata da
milioni di donne italiane.
Svolta che, segnalano Avagliano e Palmieri lascia “indifferente e distratta
buona parte della stampa del giorno seguente, specie quella politica”. Del resto
nella discesa post Ventennio che porta al voto per le donne sarà un po’ più
convinto il democristiano De Gasperi del comunista Togliatti, quest’ultimo
preoccupato che una parte della base del partito veda le masse femminili inclini
a un voto “reazionario”. Insomma, nonostante tutto, le donne poterono finalmente
votare prima alle amministrative del 10 marzo 1946, poi al referendum
monarchia/repubblica del 2 giugno ’46 e infine per la composizione
dell’Assemblea Costituente, in un clima, un po’ alla C’è ancora domani della
Cortellesi, di ritrosie anche tra i paladini dell’antifascismo (ecco che ritorna
la trasversalità). Uno dei padri della Repubblica Italiana, un antifascista come
Ferruccio Parri leader del Partito d’Azione, al Congresso della trionfante UDI
(Unione Donne Italiane) a Firenze nell’ottobre del 1945 intervenne
clamorosamente così: “Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi
aggiungeste anche voialtre”.
L'articolo Voto alle donne!, quando Mussolini era a favore e Turati e Giolitti
no. In un libro il faticoso cammino di un cambiamento epocale che oggi compie 80
anni (10 marzo 1946) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mattia cresce all’ombra di un padre violento, in un mondo dove amare significa
sopravvivere e diventare uomini vuol dire imparare a colpire per primi. Saverio,
invece, sogna di scappare lontano: dalla rabbia, dalla povertà, da una città che
sembra non avere futuro per chi nasce ai margini. Li unisce un’amicizia
viscerale, fatta di notti sul mare, musica rock e promesse mai mantenute. Ma il
passato non resta mai fermo. Scorre nelle vene, ritorna nei gesti, riapre ferite
che non si rimarginano. E’ questo il filo rosso di L’aria fresca dell’alba, il
nuovo romanzo di Carlo Banchieri per le edizioni La Gru (74 pp., 12 euro).
Banchieri, 46 anni, livornese, ha sempre lavorato come operaio. Ha già
pubblicato romanzi e raccolte di poesie. L’aria fresca dell’alba è la
conclusione ideale di una trilogia aperta con Mimosa non è un fiore e Pazza
storia di noi due.
Ilfattoquotidiano.it ne pubblica qui un’anticipazione del primo capitolo
1 – MATTIA
Mattia non tornò mai più a Viareggio.
E poi teneva molto ai suoi ricordi. Anche se si accavallavano tra loro, se si
annodavano ai pensieri in un assurdo disordine, erano i suoi. La sua vita, in
molti momenti, era un rimugino di pensieri, sopratutto di quelli fasulli, quelli
che rendevano la sua esistenza, la figura di suo padre o l’idea di sua madre,
migliori di quelli che erano in realtà.
Un paio di fotografie di quando era piccolo, la chiave che una volta apriva la
vetrinetta di casa, un taccuino con le sue poesie.
La portava via ogni volta che pensava: «Adesso, basta.»
Nell’impeto delle sue incazzature, non prendeva mai dei vestiti. Afferrava
qualche spicciolo dal portafoglio di quell’uomo che gli aveva dato la vita,
pensando che tanto neanche se ne sarebbe accorto.
Allora, con la scatola sottobraccio e la sua chitarra usciva di casa e andava a
maledire il mondo e la sua esistenza annebbiando il cervello nel velo del fumo
comprato per strada.
Una sera di tempo prima era rimasto solo. Su quel lembo di spiaggia triste, lì
al Biscottino. In pieno inverno, a guardare il mare, in completa paranoia.
Un mezzo a fari spenti si era avvicinato pian piano per non farsi sentire, ma
era stato tradito dallo scricchiolio delle gomme sul ghiaino del controviale.
Saverio, ebbe il tempo di voltarsi e capì che si trattava del Defender dei
Carabinieri così spense il minuscolo mozzicone di joint sul muretto incrostato
di sale, lo appallottolò in una frazione di secondo e lo buttò lontano.
Il motore del mezzo rimase acceso per diversi minuti. Le luci rosse degli stop
facevano breccia nel buio emanando una luce che incuteva paura.
Minuti interminabili.
Perché c’era anche dell’altro.
In tasca aveva un cannone, un dannato ferro e aveva intenzione di ammazzare
qualcuno.
Solo il suo amico Saverio sapeva chi.
***
Guido Palagi, come ogni viareggino che si rispetti, non parlava mai senza tirare
qualche bestemmia. Oltre a questo, se al quartiere del Varignano qualcuno si
fosse permesso di fare casino o di spacciare nell’androne del palazzo, avrebbe
pensato lui a sistemare le cose. Nessuno si poteva permettere di fare qualcosa
senza il suo permesso.
La sua automobile era sempre sotto casa e guai a chi gli avesse fregato il
posto.
Lo chiamavano ironicamente Walker, i ragazzini.
Come il ranger della serie tv.
Sia perché era molto basso di statura, sia perché sapeva usare piuttosto bene le
mani. Quindi, guai a dirglielo in faccia; in molte occasioni, in passato, si era
fatto rispettare a suon di schiaffoni. Era entrato e uscito di galera almeno tre
volte, l’ultima delle quali per una rapina in una gioielleria di Roma. Un paio
dei suoi compari si era fatto dieci anni, lui era uscito dopo quattro, ma solo
perché era quello che guidava la macchina. Da allora, due matrimoni falliti e un
figliolo da crescere da quando la sua seconda moglie era morta per overdose.
Del figlio se ne occupava per modo di dire, a sentire lui gli faceva venire il
mal di testa pensare anche ai suoi problemi, ma sentiva anche di doverlo
crescere come era cresciuto lui, imparando che c’erano delle leggi non scritte,
nel loro clan.
Si era messo in riga, certo.
Lavorava in Darsena come sabbiatore, la sera girava largo dal bar di via Coppino
per non avere tentazioni e poi si sfondava di vino sul suo divano.
Per lui, suo figlio era uno stenterello.
Mattia lo stenterello. Perfino il ragazzo se lo ripeteva, dentro di sé.
Perfino lui era arrivato a crederci, a un certo punto della sua adolescenza.
Perché quando era nella casa viareggina, l’ombra del padre era troppo forte, non
riusciva a ribellarsi, a gridare quanto gli facesse schifo.
Stenterello, che ne sai della vita? Stenterello, mi sa che sei sempre vergine.
E così via. Un giorno dopo l’altro.
Mattia aveva, in pratica, passato l’infanzia tra un quartiere popolare e
l’altro, rimbalzando tra via Terrazzini, nell’appartamento livornese in cui
viveva con una delle sorelle di suo padre, a quel blocco giallo del Varignano,
dove andava una volta alla settimana per stare con suo padre.
Ogni volta che tornava a Livorno, viveva la cosa come se fosse una fuga.
Una fuga dai fumi nella cucina e dalla plafoniera con sopra uno strato di grasso
sporco, dal lungo corridoio con le pareti ingiallite, dalle zanzare che in
estate si facevano agguerrite a ridosso della pineta e dalla tramontana che
spirava a gennaio dal Monte Forato, dalle macchie di vino sul bianco della
maglietta di suo padre. Perfino dall’aria troppo felice che si respirava per il
Carnevale e che strideva con tutto il resto.
Quando tutti si divertivano per forza, lui si scrollava di dosso ogni sorriso,
ogni grido, ogni gesto che avrebbe dovuto sintonizzare la testa con un mondo
troppo diverso dal suo.
Si scrollava di dosso ogni cosa, come quando ci si sciacqua il viso dopo una
nottata passata in dormiveglia ed era solito farlo mormorando qualcosa, un ma
chi se ne frega, o una risatina sommessa.
Era tipica di Mattia: bassa di tono, molto controllata.
Una volta, suo padre propose a Mattia di andare a sparare. Anzi, la sua proposta
fu un ordine e quando gli mostrò una piccola pistola, il ragazzo non sapeva come
usarla, non ne aveva mai vista una.
Aveva diciott’anni e aveva appena compreso qualcosa.
Intanto che quel giorno sarebbe stato diverso da tutti gli altri.
E poi, poco più tardi, cosa fosse una calibro 22.
Dal Varignano i due uscirono in macchina. Suo padre si diresse guidando
velocemente verso una località in campagna, poco fuori città. Guidava imboccando
le curve repentinamente, fischiando tra le labbra ogni volta che Mattia provava
a pensare. Così il ragazzo non ebbe mai il tempo di mettere a fuoco niente, di
immaginarsi cosa sarebbe andato a fare.
Accanto alla leva del cambio c’era un oggetto di gomma dura, rossa, una specie
di tubicino di un paio di centimetri. Senza un motivo Mattia lo prese e se lo
mise in tasca.
Non sapeva neanche cosa fosse, un ugello da sabbiatrice. Era incrostato sui
lati, in certi punti annerito dalle ditate che evidentemente suo padre ci aveva
lasciato sopra.
Lui lo strinse forte dentro al pugno e si disse di non avere paura. Non sapeva
perché, ma ne aveva.
Dentro di sé cantava una dolce canzone. Need a little patience.
Perché forse l’avrebbe trascinato via da quel pattume, da quella vita così
vissuta senza una prospettiva vera. Ma non bastò a riportarlo indietro da quella
situazione di merda.
Con lo sguardo là fuori ci provava, mentre l’auto aveva appena imboccato uno
sterrato, verso un campo di ulivi. Oltre una piccola collina, in direzione del
mare, il paesaggio di ulivi si sprigionava in un dipinto rossastro mentre la
luce delle ultime ore filtrava scintillando tra i rami nodosi.
Scesero dall’auto, davanti a loro c’erano due alberi le cui chiome si
incrociavano a formare una specie di tetto naturale. Lì sotto c’era un cane
legato. Un bastardo, sembrava malaticcio, piuttosto sporco.
Quando Mattia prese il ferro dalla mano di suo padre, si sentì come violentato
dentro.
«Mira, cazzo! Sei un uomo o cosa?»
«Ho capito… va bene…»
«Muoviti!»
Mattia indugiò.
«Allora? Sei mio figlio o no? Voglio proprio vedere se le hai, le palle!»
Mattia non riusciva a ribellarsi, non ce la faceva neppure a pensare. Le
orecchie fischiavano, sentiva le tempie comprimersi. Il suo bel viso lungo e dai
contorni leggermente irregolari, si fece improvvisamente il volto di un
randagio, impaurito, maledetto disperato.
Esplose un colpo che tuonò attraverso il campo con tutta la ferocia del mondo.
Lo sparo urlò nel cielo.
Il piccolo foro che lasciò era nitido, preciso, tanto che il giovane si soffermò
addirittura ad ammirarne la perfezione, mentre il cervello si contorceva e tanti
coltelli lo ferivano da dentro.
Nonostante il pelame sporco tutt’intorno, quel buco nero gli si stampò nel
cervello.
Un attimo che durò un’eternità.
Poi il cane si accasciò su un lato, ruotando gli occhi verso il suo assassino,
mentre il Palagi ghignava soddisfatto.
Sadico e perverso, qualcosa affiorava dai suoi occhi.
E questo voleva dire che le persone difficilmente cambiano veramente. Un
criminale può anche tenersi lontano dai guai, ma resterà sempre l’infame che è.
Per Mattia quello fu il giorno in cui la sua vita cambiò.
Sarebbe stato difficile per lui spiegare i sentimenti che provò in quei momenti.
Succube di un uomo malvagio, appeso alla vana speranza che ci fosse qualcosa di
buono in lui, si era lasciato trasportare come un tronco dalla corrente.
Il bisogno di credere che suo padre fosse una brava persona, lo aveva portato
avanti fino a scoprire nel modo peggiore che si era sbagliato.
Mentre il cane guaiva, Guido Palagi raccolse il bossolo da terra.
Fiero della lezione che aveva appena impartito a suo figlio, si girò verso
Mattia capire dal suo sguardo se avesse capito che nella vita o si uccide o si
viene uccisi, ma il giovane scosse con rabbia la testa e si voltò verso la
strada da cui erano venuti. Gli avrebbe fatto bene piangere e non gli sarebbe
bastata la sua Patience.
Diciott’anni appena compiuti.
Si sentiva un vigliacco, mentre mentalmente cambiava argomento.
Non era il giorno dei ripensamenti o dei rimpianti. Da quel giorno era
maggiorenne.
E avrebbe cambiato la sua vita.
Pensava così, camminando.
Con il petto indurito e le spalle in avanti, mentre si lasciava dietro quel
padre orribile che aveva voluto marchiare per sempre la sua esistenza, piangeva.
Scappò lontano, con le gambe stanche che si gonfiavano chilometro dopo
chilometro.
A illuminare la strada c’era solo un quarto di luna.
E la strada in un punto si faceva un alambicco serpeggiante tra cespugli di rovo
e alberi alti quattro metri.
Mattia aveva davanti agli occhi come un fantasma, l’immagine di suo padre che
ancora tuonava contro di lui.
Ma una parte di lui pensava che era solo un’indicazione del fato, che gli stava
suggerendo di lasciarsi per sempre alle spalle quella parte di vita fatta di
male, di cose non buone.
Continuava a sentirsi in certi momenti sospeso nel silenzio del vuoto e subito
dopo rinchiuso in una bolla di aria compressa, pronto a schizzare via per
sempre, lontano, chissà dove.
Clan Palagi lo aveva segnato, lo sapeva bene che si sarebbe portato quella croce
addosso per sempre, dovunque, comunque, come una zecca attaccata alla carne, ma
cosa poteva esserci di buono? Questo stava cercando di capire. Un figlio suo un
domani, avrebbe ereditato, ignaro, in qualche modo, qualcosa di pericoloso e
malato.
Era certo che sarebbe stato migliore, che avrebbe dimostrato a sé stesso di
essere non un clone del padre, ma semmai un figlio del nulla, come un trovatello
che niente ha a che fare col sangue di chi lo cresce.
No, non avrebbe offerto l’altra guancia al passato, avrebbe scritto una storia
sovversiva.
La sua, quella di un ragazzo che intendeva raccontare, togliere la maschera a
tutto, con l’orgoglio e il disprezzo.
Per una verità, nuova.
L'articolo L’aria fresca dell’alba: Carlo Banchieri racconta un’amicizia tra
violenza e riscatto | L’anticipazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
In libreria a un anno dal grande successo sanremese, “Lucio Corsi. Volevo essere
strano” è l’ultima fatica letteraria del critico musicale Donato Zoppo. Con la
prefazione di Francesco Bianconi dei Baustelle, il libro, uscito per Compagnia
editoriale Aliberti – la copertina è illustrata da Alessio Vitelli –, si colloca
nello scaffale delle biografie musicali come “CSI. È stato un tempo il mondo”,
“Eroi nel vento. Quarant’anni di Desaparecido dei Litfiba” e “Lucio Battisti.
Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale”. Un excursus nella storia vita e nella
produzione del cantautore glam rock di Val di Campo di Vetulonia, nella Maremma,
luogo fortemente presente nella poetica di Corsi, così come le influenze
artistiche di famiglia (la madre è una pittrice, il padre un artigiano del
cuoio) che l’hanno portato al grande pubblico italiano con il brano “Volevo
essere un duro” (Premio della Critica “Mia Martini” e secondo posto al Festival
di Sanremo 2025) e a quello internazionale (quinto posto all’Eurovision Song
Contest 2025).
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la prefazione di Francesco
Bianconi al volume:
Quando invitammo Lucio Corsi ad aprire i concerti dei Baustelle nel 2017,
dicemmo che aveva la giovinezza e le visioni, contro il tempo e contro il mondo.
Dal mio punto di vista l’artista deve sempre essere contro il mondo. Deve
opporre la bellezza e l’arte al mondo, che fa orrore. Certamente non è facile,
ci sono tanti “falsi artisti” o manieristi che sono in consonanza con il mondo,
che si muovono solo per il consenso. E muoversi per il consenso non serve a
niente. Invece Lucio ha personalità, stile, e una visione chiara come pochi
altri in questo momento.
Gli artisti che piacciono a me hanno tutto in mente; proprio come Lucio, come
ebbi modo di scoprire lavorando insieme a lui al suo disco Cosa faremo da
grandi?, e ciò mi colpì molto. Il musicista, il cantautore, soprattutto oggi
deve avere uno sguardo a 360 gradi, deve avere il controllo su ogni dettaglio.
Lucio era così, aveva idee molto chiare anche sugli arrangiamenti, che in
pratica aveva già in testa. Così il mio ruolo di produttore fu semplicemente
quello di favorire il dipanarsi di idee già chiare, di dare un occhio esterno,
una supervisione. Fu tutto molto naturale, forse anche perché il suo mondo di
riferimenti estetici combacia abbastanza con il mio.
Non so quanto i Baustelle abbiano influenzato Lucio, ma so che quando l’ho
incontrato mi sono un po’ reinnamorato della musica. Il talento, la giovinezza,
il suonare e lavorare insieme a lui mi hanno sicuramente influenzato. Allo
stesso modo un certo sentimento di ritorno a un rock ’n’ roll fresco e
“sgangherato” e la voglia di riappropriarsi sia della purezza del folk sia della
sfacciataggine del glam sono sfociati nel nostro disco Elvis. E questo è merito
anche della frequentazione con Lucio. Il nostro sguardo sul mondo è segnato
anche dai nostri ambienti. Nella sua scrittura influiscono inevitabilmente i
suoi luoghi di provenienza. Lui stesso lo dichiara, li evoca nelle canzoni. Ha
una forma di mitizzazione della sua Maremma. Per me è diverso, io dalla mia
campagna sono scappato e sto bene nella città; ma la provincia è una strana
bestia: è come un cane che scacci ma che poi ritorna scodinzolante. Quindi la
mia terra, e lo sguardo che la mia terra mi ha dato, me li ritrovo sempre, più o
meno in absentia, anche nelle canzoni più metropolitane e senza rimpianti che
scrivo. Una peculiarità della poetica di Lucio è il suo sguardo di meraviglia
verso le cose. Le sue canzoni sono il regno della similitudine, hanno sempre
qualcosa di paradossale, con segni che evocano altro e rimandano a un altrove.
Non è un neorealista ma semmai un surrealista, se volessimo usare una metafora
cinematografica. Le sue canzoni hanno una patina che in modo sbrigativo potremmo
definire “fatata”, ma la fanciullezza, l’occhio bambino, sono assai spesso la
cifra della poesia.
L'articolo “Lucio Corsi. Volevo essere strano”: la storia del cantante nel nuovo
libro di Donato Zoppo – L’estratto in esclusiva proviene da Il Fatto Quotidiano.