L’ultima puntata di Report dell’8 febbraio ha portato brevemente alla ribalta la
Fondazione Einaudi di Roma (che – è bene precisare subito – non ha nulla a che
fare con la Fondazione Luigi Einaudi Onlus di Torino), la quale è si è fatta
sostenitrice delle ragioni del “Sì” al referendum sulla separazione delle
carriere, promuovendo la campagna “SìSepara”. Sul sito internet dedicato
all’iniziativa per la verità più che ragioni per il Sì vengono enunciati i
soliti assiomi indimostrati (per esempio “Questa architettura si regge su un
doppio pilastro di garanzie: due Consigli superiori, uno per la magistratura
giudicante e uno per quella requirente” – perché two is megl che one). Peccato,
perché entrambe le scelte sono legittime, come dimostra l’esperienza di molti
civilissimi paesi che adottano l’uno o l’altro modello, ma le ragioni andrebbero
spiegate.
Posizioni einaudite
Inoltre, da una fondazione che pretende di ispirarsi a Luigi Einaudi mi aspetto
almeno uno sforzo: quello di considerare cosa pensasse Einaudi stesso sul punto.
Non perché debba necessariamente essere condiviso – dopotutto solo i cretini non
cambiano mai idea – ma quanto meno per contestualizzarlo. Su un fatto non
possono esserci dubbi: Einaudi era un integralista dell’indipendenza di tutta la
magistratura: “Se noi ci persuaderemo che a garanzia della libertà dei cittadini
sia necessario avere una magistratura completamente sottratta ad ogni ingerenza
dei poteri legislativo ed esecutivo, noi non dovremo esitare un istante a negare
al parlamento ed al governo ogni partecipazione al consiglio superiore della
magistratura od alla corte costituzionale”. E ancora: “Dare indipendenza alla
magistratura; epperciò abolire assolutamente ogni carriera nella magistratura
medesima. Questa è la prima fondamentale esigenza della nuova vita nazionale,
perché mai come oggi justitia fundamentum regni”.*
Si fa fatica ad immaginare che oggi approverebbe una riforma che aumenta il peso
della politica all’interno del CSM (anzi, dei tre organismi che lo
sostituirebbero) e spiana la strada a ciò che il ministro Nordio ha già
annunciato in un incontro il 5 febbraio scorso senza giri di parole: la riforma
del processo penale. Non che l’assoggettamento dei pm all’esecutivo sia una
blasfemia: dopotutto esiste in molti civilissimi paesi, a cominciare dalla
Germania. Ma qui viene a galla un altro equivoco nel quale Einaudi non cadrebbe
(vedere i suoi Scritti Sull’Europa per credere): esaminare altri sistemi è utile
ed istruttivo, ma copiarli “a pezzi” è da dilettanti: ci sono troppe
interdipendenze tra gli elementi di un sistema per poterne estrapolare solo
alcuni ed aspettarsi che funzionino.
In Germania, ad esempio, il pm non è solo soggetto al ministro della Giustizia –
tutta la funzione è diversa. Ad esempio, ha il potere di rinviare a giudizio
l’indagato, laddove invece il pm italiano può solo chiedere al giudice di farlo.
I due approcci sono in sé coerenti: il pm tedesco, controllato da un organo –
indirettamente – rappresentativo della volontà popolare ha poteri più incisivi,
quello italiano che è indipendente è più controllato (dal giudice). Cambiare
solo uno dei due elementi (che poi in realtà sono centinaia, non due) non può
funzionare: è come mettere il carburatore di una Mercedes CLA 220 in una Panda e
aspettarsi che poi funzioni come la Mercedes. E’ un ragionamento talmente
demenziale, che lo sanno anche i soliti liberaloni a targhe alterne, che infatti
quando si parla di altri temi – ad esempio la prescrizione – sono tutti un
distinguo. La prescrizione in Germania si ferma con la sentenza di primo grado
(in certi casi addirittura prima), e nessun riformista, foglio od altra tribuna
assortita ha mai pensato di proporla come modello.
Il mondo al contrario
Infine, quanto meno uno dovrebbe verificare cosa ne pensino i diretti
interessati, dei loro sistemi. Forse a qualcuno è sfuggito che proprio il
modello tedesco è da anni sotto pesante critica da parte di magistrati ed
avvocati, proprio perché troppo assoggettato al potere politico: “Tutto ciò
alimenta il timore che, proprio in un momento in cui la criminalità organizzata
e la criminalità economica minacciano di attaccare le istituzioni statali ed
economiche, le autorità giudiziarie tedesche non dispongano della necessaria
libertà d’azione per contrastare questa forma di criminalità, nuova per la
Germania”, scriveva l’avvocato, filosofo ed autore Raoul Muhm nel 1996, citando
– udite udite – proprio il sistema italiano come modello a cui ispirarsi.
Stessa posizione espressa nel 2019 dal prof. Thomas Groß sul Verfassungsblog (un
autorevole blog su tematiche costituzionali che tramite la WZB ha il patrocinio
del Land di Berlino e della Federazione): “I pm tedeschi non possono emettere
mandati d’arresto europei perché non sono considerati ‘indipendenti’. È quanto
afferma la Corte di giustizia dell’Unione europea […] Le norme vigenti in
Germania non pongono ostacoli sufficienti alla strumentalizzazione politica
della magistratura. Sviluppi come quelli avvenuti in Polonia o in Ungheria
sarebbero giuridicamente possibili anche in Germania. L’indipendenza
istituzionale della magistratura […] dall’esecutivo è considerata
indispensabile, ad esempio in Italia nella lotta contro la mafia”. Transparency
International critica l’assoggettamento ministeriale dei pm tedeschi da tempo
immemore, l’associazione nazionale dei giudici (non dei pm) tedeschi ne chiede a
chiare lettere dal 2024 l’abolizione.
E la politica si muove. Nel 2019 fu la FDP (partito liberale), evidentemente più
einaudiana dei sedicenti liberali nostrani, propose un progetto di legge poi non
approvato che mirava ad abolire il potere di controllo ministeriale sui pm. Nel
2024 l’allora ministro della giustizia Marco Buschmann (anche lui della FDP)
elaborò un progetto di legge che mirava non più ad abolirlo, ma a limitarlo
fortemente. Anch’esso passò in cavalleria a causa dalla caduta del governo
Scholz.
Vuoi vedere che, ancora una volta, siamo gli unici in direzione ostinata e
contraria?
* Tutti le citazioni di Luigi Einaudi sono tratte dagli “SCRITTI POLITICI E
SULL’EUROPA, III.2 (1943-1959)”, editi dalla Fondazione Luigi Einaudi Onlus e
reperibili integralmente e gratuitamente sul sito della stessa fondazione.
L'articolo L’Einaudi rivisto e corretto: due equivoci nel citare lui e la
Germania a sostegno del Sì al referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.