Scintille al Teatro di Fiesole, dove il convegno “Le ragioni del SÌ e del NO”,
organizzato in vista del referendum costituzionale confermativo sulla riforma
Nordio, in programma il 22 e 23 marzo, si è trasformato in un confronto serrato
sul futuro degli equilibri istituzionali.
A moderare l’incontro, Cesara Buonamici, direttore ad personam del Tg5, e
Luciano Fontana, timoniere del Corriere della Sera. Sul palco, un parterre di
peso. Per il No: Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di
Siena; Giovanni Salvi, ex procuratore generale presso la Corte di Cassazione e
storico magistrato di punta nella lotta al terrorismo e alla criminalità
organizzata; il costituzionalista Roberto Zaccaria. Per il Sì: Antonio Di
Pietro, già pm simbolo di Mani Pulite e poi leader di Italia dei Valori; Sara
Kelany, deputata di Fratelli d’Italia e avvocato; Luigi Salvato, già procuratore
generale presso la Corte di Cassazione.
Il dibattito si è acceso rapidamente su due snodi: la natura politica della
riforma e la creazione dell’Alta Corte disciplinare per i magistrati ordinari.
Oggi la competenza disciplinare spetta alla Sezione disciplinare del Csm,
presieduta dal presidente della Repubblica e composta in prevalenza da togati.
La riforma Nordio introduce invece un’Alta Corte unica con giurisdizione
esclusiva: 15 membri, di cui 9 magistrati (6 giudicanti e 3 requirenti) estratti
a sorte tra chi vanta almeno vent’anni di servizio con funzioni di legittimità,
e 6 laici (professori universitari o avvocati con vent’anni di esperienza). Di
questi ultimi, 3 sono nominati dal capo dello Stato e 3 sorteggiati da un elenco
predisposto dal Parlamento. Il presidente dell’Alta Corte viene eletto tra i
membri laici.
Proprio su questo punto è esplosa la polemica. Kelany ha difeso il testo
sottolineando che “non è vero che il presidente della Repubblica non
interviene”, richiamando la nomina di 3 laici su 15 e la possibilità che il
presidente dell’organo sia scelto tra questi. Ma la novità resta: il capo dello
Stato non presiederà più l’organo disciplinare, come avviene oggi al Csm, e la
sua presenza si limiterà a una quota minoritaria.
Montanari ha replicato collegando la riforma al progetto di premierato, un
accostamento respinto da Kelany (“State mischiando le mele con le pere”), ma
rilanciato dal rettore, che ha evocato il rischio di un progressivo
condizionamento politico delle istituzioni di garanzia: “Se il presidente della
Repubblica e la Corte costituzionale vengono eletti o influenzati dalla
maggioranza, allora anche le garanzie cambiano. Questa riforma va letta insieme
al premierato”.
Per Montanari, le due iniziative costituiscono un unico “pacchetto” destinato a
ridisegnare l’assetto dei poteri e indebolire le garanzie istituzionali: “Questa
polarizzazione non fa per nulla bene al paese ed è l’inevitabile frutto di un
governo che mette le mani sulla Costituzione, che è esattamente quello che non
dovrebbe succedere. Io credo che la nostra Costituzione andrebbe attuata e non
modificata“.
Tra i borbottii di dissenso di Kelany, il rettore ha spiegato: “Questo è un
governo perfettamente legittimo, ma ha ottenuto il consenso di meno del 30%
degli eventi diritto al voto. Di fronte all’idea che decida di cambiare le
regole del gioco di tutti con una cosa così importante, poi non ci si può
chiedere perché si butta in politica. A buttarla in politica – ha sottolineato –
è stato il governo Meloni, che ha deciso di mettere le mani sulle regole del
gioco. Questo è un pezzo di un progetto, non ci potete dire: ‘Giudicate la
tessera’. Perché è un intero puzzle, è un intero progetto“.
Critico il commento di Cesara Buonamici: “Ma questo è un po’ un processo alle
intenzioni“.
Montanari ha proseguito: “Quando questo progetto sarà concluso, dove si va?
Credo che ce lo faccia molto bene vedere la rete internazionale delle parti
politiche che condividono un progetto con Giorgia Meloni, che sono Orbán,
Netanyahu, l’Afd. Io sono profondamente convinto che questo referendum faccia
parte di un progetto, compiuto il quale completamente, l’Italia assomiglierebbe
molto più all’Ungheria che non all’Italia di oggi. Credo profondamente – ha
aggiunto – che la forza di maggioranza relativa non appartenga culturalmente
alla tradizione democratica di questo paese. Il mio giudizio politico è il
superamento traumatico del progetto della Costituzione antifascista del ’48 e io
a quel progetto ci tengo ancora ed è per questo che voterò No“.
Un parallelismo che ha suscitato la reazione indignata della deputata di FdI:
“Rimango strabiliata, la prova del come mai si butta in politica ce l’ha data il
professor Montanari. Non vi fate fuorviare da queste narrazioni che vogliono
dirvi se andate e votate Sì, siete fascisti, siete autocrati e c’è una svolta
autoritaria in Italia”.
Ha poi citato due volti a favore del Sì, Augusto Barbera e Anna Paola Concia,
ritratta come una icona femminista di sinistra: “Cerchiamo noi per primi di
liberarci da queste croste ideologiche che io fino adesso ho sentito propalare
continuamente e in maniera sconsiderata.. La Costituzione non può essere
cambiata ma va attuata, ci dice il professor Montanari. Ci sono degli articoli
che prevedono una revisione costituzionale proprio perché la Costituzione va
cambiata e deve essere adeguata ai tempi“.
Lo scontro ha poi coinvolto l’ex presidente della Rai Zaccaria, che ha
osservato: “Il referendum costituzionale è per definizione un istituto politico.
Non stiamo decidendo come sistemare i giardini a Fiesole, ma su una legge di
revisione firmata Meloni-Nordio“.
Il costituzionalista ha ricordato come in passato le grandi riforme fossero
approvate con ampie maggioranze parlamentari e ha definito l’Alta Corte “la
ciliegina sulla torta”, accusando la riforma di mettere i magistrati “sotto
scacco”.
Ne è nato un botta e risposta serrato con Kelany. “Il presidente della
Repubblica elegge 3 membri”, ha ribadito la deputata.
“Sì, ma quanti sono in totale?”, ha incalzato Zaccaria.
La parlamentare meloniana ha richiamato quindi il cosiddetto “progetto
Rossomando”, proposta Pd del 2021-2022 che prevedeva un’Alta Corte di appello
sulle impugnazioni disciplinari, modellata sulla Corte costituzionale e senza
presidenza diretta del capo dello Stato.
“Se lo fa la destra non va bene, se lo fa la sinistra sì? Questo mi sembra
davvero assurdo”, ha affermato Kelany.
In realtà, i due impianti sono molto diversi: la proposta dem lasciava al Csm il
primo grado disciplinare e introduceva un controllo terzo solo in appello, senza
sorteggio e senza sottrarre la funzione all’autogoverno. Invece la riforma
Nordio trasferisce l’intera giurisdizione disciplinare di primo e secondo grado
all’Alta Corte, escludendo del tutto i due Csm con un presidente laico eletto
internamente e con un doppio grado interno senza appello esterno in Cassazione.
Zaccaria ha replicato definendo l’Alta Corte “il pasticcio più grande” della
riforma Nordio, mentre Kelany ha insistito sulla nomina di 3 membri laici su 15.
Tra risate del pubblico, Zaccaria ha commentato ironicamente: “E allora?”.
La deputata ha sbottato: “Ma cosa significa?”.
Zaccaria ha replicato: “Io capisco l’emozione”.
Kelany ha risposto piccata: “Quale emozione, professore? Sta sminuendo
l’interlocutore?”.
Il costituzionalista ha chiarito: “Intendo la sua interruzione”.
E ha concluso con un monito: “Si rischia di sottoporre i magistrati a un
giudizio di cui non sono chiari né i confini né le garanzie. L’azione
disciplinare potrà essere promossa dal ministro o dal procuratore generale
probabilmente. Io ribadisco che l’Alta Corte è la parte più perversa di questo
disegno“.
L'articolo Montanari: “Il progetto Meloni-Nordio? Nel solco di Orban e
Netanyahu”. Scontro con Kelany (Fdi). E Zaccaria smonta l’Alta Corte proviene da
Il Fatto Quotidiano.