“L’unica linea di difesa possibile è che Delmastro è talmente scemo da non
accorgersi di chi frequenta. Ma tu allora gli affideresti un incarico di
governo?” Così Tomaso Montanari, ospite di ‘Accordi&Disaccordi’, il talk
politico condotto da Luca Sommi e Andrea Scanzi in onda su Nove.
“Un tempo si diceva che sulla moglie di Cesare non doveva gravare nemmeno un
sospetto: ora la moglie di Cesare fa le orge per la strada, forse ci dovremmo
fare qualche domanda”, ha concluso.
L'articolo Delmastro, Montanari sul Nove: “Dimettersi? Una volta si diceva che
sulla moglie di Cesare non dovesse gravare sospetto: ora fa le orge per strada”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Tomaso Montanari
Al Teatro Diana di Napoli, si è tenuta una delle tappe più partecipate della
“Staffetta in difesa della Costituzione”, iniziativa promossa dal comitato
locale “È giusto dire No” in vista del referendum confermativo del 22 e 23 marzo
sulla riforma Nordio.. L’evento, condotto dalla giornalista Carmen Lasorella, ha
visto alternarsi voci di magistrati, scrittori, accademici e cittadini
preoccupati per le sorti della Carta costituzionale, in un clima di
mobilitazione civile che ha riempito la sala fino a lasciare fuori dalla porta
un centinaio di persone.
Tra gli interventi più attesi e applauditi c’è stato quello del rettore
dell’Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari, che ha aperto il suo
discorso denunciando con fermezza la campagna referendaria del Sì: “Credo che
sia intessuta di menzogne e di un tentativo di depistaggio. Abbiamo
continuamente fatto chiarezza e continueremo a fare chiarezza. Credo che tutti
noi teniamo molto al fatto che le nostre concittadine e i nostri concittadini
possano decidere basandosi sulla realtà. E la realtà è che questo governo sta
cambiando la Costituzione“.
Lasorella ha richiamato la celebre posizione di Piero Calamandrei, secondo cui,
quando si discute di Costituzione, i banchi del governo dovrebbero rimanere
vuoti. Montanari ha ripreso il concetto evocando l’Assemblea Costituente, dove,
pur tra rotture politiche, i lavori procedettero senza la presenza diretta del
potere esecutivo. Qui, ha proseguito, si toccano i pilastri del
costituzionalismo moderno: il principio montesquieuiano secondo cui un potere
deve fermare l’altro, non per imprigionarlo, ma per limitarne l’espansione e
garantire equilibrio.
Il fulcro del discorso è stato però dedicato al rischio più grave: la
sostanziale erosione dell’articolo 1 della Costituzione: la sovranità appartiene
al popolo che l’esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione.
Eliminati quei limiti, ha spiegato il rettore, non si rafforza la sovranità
popolare, ma si crea spazio per un altro sovrano al posto del popolo. “Ci stanno
dicendo che conterete di più – ha aggiunto – ma in realtà c’è qualcuno che si
vuole sedere su quel trono vuoto”.
In una vera democrazia costituzionale la sovranità è divisa in controlli e
bilanciamenti, senza un sovrano unico: il rischio è che quel vuoto venga
occupato dall’esecutivo. E la riforma in discussione non è isolata, ma parte di
un disegno più ampio che comprende anche il premierato.
Montanari ha poi reso personale il discorso, sfiorando la coccarda da
Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica che portava sul petto: gli
fu conferita dopo la denuncia del saccheggio della biblioteca dei Girolamini a
Napoli nel 2012, quando un suo articolo sul Fatto Quotidiano scatenò una
campagna ferocissima contro di lui, linciaggi mediatici, querele dallo studio
Previti, interrogazioni parlamentari che lo etichettavano come ‘quel professore
comunista’ per aver criticato l’allora direttore della biblioteca, Marino
Massimo De Caro, figura vicina a Marcello Dell’Utri.
Quei giorni lo portarono a interrogarsi: “Ma lo Stato, da che parte sta?”. La
risposta arrivò con l’intervento della procura di Napoli e del sostituto
procuratore Gianni Melillo: “Capii che c’era un potere che non rispondeva a
quell’antipotere che si era preso lo Stato, che non rispondeva al governo”. Fu
la prova che la Costituzione aveva attivato anticorpi ancora vitali. Ma oggi, si
è chiesto, “qualcuno ha deciso di eliminarli per sempre?”.
Il rettore ha puntato il dito contro la prospettiva di una pubblica accusa
sottoposta al governo, citando la proposta di legge presentata nel 2020 da Giusi
Bartolozzi, oggi capo di gabinetto del ministro Nordio, per modificare
l’articolo 112 della Costituzione e rendere l’azione penale non più
obbligatoria, ma soggetta a priorità decise dal ministro della Giustizia e da
quello degli Interni: “Se quella norma fosse stata vigente che ne sarebbe stato
della biblioteca di Girolamini? Che ne sarebbe stato di una denuncia civile che
aveva bisogno di una magistratura indipendente che non obbedisse a nessuno se
non alla legge e alla Costituzione?”.
Ha concluso ricordando che il magistrato non è diventato nemico per caso:
qualcuno lo presenta così nella propaganda. Eppure, come ammoniva Calamandrei,
in Italia le conquiste non sono mai scontate senza una resistenza pacifica e
determinata. Ha evocato Tina Anselmi quando, di fronte alla P2, sosteneva che
“sulle cose che pensavamo di aver ottenuto per sempre, basta una distrazione o
qualcuno di ricattabile ai vertici della Repubblica perché ci vengano tolte”.
Montanari ha menzionato anche Giacomo Matteotti nel suo ultimo discorso prima
dell’assassinio fascista (“Voi volete ricacciarci indietro”). E ha aggiunto: “La
cosa che fa veramente impressione è che qua tutte le cose che ci potrebbero
stare di fronte se vincesse il sì, le abbiamo già vissute nel Ventennio
fascista. C’è una regressione“.
Infine, lo storico dell’arte ha rievocato l’aneddoto brechtiano del mugnaio che
rammenta al re di Prussia: “Ci sarà un giudice a Berlino”. E ha concluso: “Ci
abbiamo messo tanto ad arrivare a questa minima civiltà e ora ci vogliono
ricacciare indietro. Noi non vogliamo perdere ciò che la Costituzione ha
costruito e non vogliamo perdere ciò che si è costruito dall’Illuminismo in poi
con tanta fatica. Quello che ci sta di fronte è una terribile regressione di
visione sociale dell’intera società, non riguarda solo la magistratura“.
L'articolo Referendum, Montanari: “Tutte le cose che ci aspettano se vince il Sì
le abbiamo già vissute nel fascismo. È una regressione terribile” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Torna sul Nove il talk di approfondimento “Accordi & Disaccordi”, condotto da
Luca Sommi: in prima serata sabato 7 marzo alle 21:30.
Ospiti della puntata il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte,
l’editorialista Paolo Mieli, il rettore dell’Università per stranieri di Siena
Tomaso Montanari, il professore di Sociologia del Terrorismo Alessandro Orsini.
Al centro della discussione gli scenari di guerra che si sono aperti dopo
l‘intervento militare in Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele.
Come da tradizione, il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e il
giornalista Andrea Scanzi analizzano i fatti più importanti della settimana.
L'articolo Conte, Mieli, Montanari e Orsini ospiti di Sommi ad
Accordi&Disaccordi sabato 7 marzo. Con Travaglio e Scanzi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Scintille al Teatro di Fiesole, dove il convegno “Le ragioni del SÌ e del NO”,
organizzato in vista del referendum costituzionale confermativo sulla riforma
Nordio, in programma il 22 e 23 marzo, si è trasformato in un confronto serrato
sul futuro degli equilibri istituzionali.
A moderare l’incontro, Cesara Buonamici, direttore ad personam del Tg5, e
Luciano Fontana, timoniere del Corriere della Sera. Sul palco, un parterre di
peso. Per il No: Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di
Siena; Giovanni Salvi, ex procuratore generale presso la Corte di Cassazione e
storico magistrato di punta nella lotta al terrorismo e alla criminalità
organizzata; il costituzionalista Roberto Zaccaria. Per il Sì: Antonio Di
Pietro, già pm simbolo di Mani Pulite e poi leader di Italia dei Valori; Sara
Kelany, deputata di Fratelli d’Italia e avvocato; Luigi Salvato, già procuratore
generale presso la Corte di Cassazione.
Il dibattito si è acceso rapidamente su due snodi: la natura politica della
riforma e la creazione dell’Alta Corte disciplinare per i magistrati ordinari.
Oggi la competenza disciplinare spetta alla Sezione disciplinare del Csm,
presieduta dal presidente della Repubblica e composta in prevalenza da togati.
La riforma Nordio introduce invece un’Alta Corte unica con giurisdizione
esclusiva: 15 membri, di cui 9 magistrati (6 giudicanti e 3 requirenti) estratti
a sorte tra chi vanta almeno vent’anni di servizio con funzioni di legittimità,
e 6 laici (professori universitari o avvocati con vent’anni di esperienza). Di
questi ultimi, 3 sono nominati dal capo dello Stato e 3 sorteggiati da un elenco
predisposto dal Parlamento. Il presidente dell’Alta Corte viene eletto tra i
membri laici.
Proprio su questo punto è esplosa la polemica. Kelany ha difeso il testo
sottolineando che “non è vero che il presidente della Repubblica non
interviene”, richiamando la nomina di 3 laici su 15 e la possibilità che il
presidente dell’organo sia scelto tra questi. Ma la novità resta: il capo dello
Stato non presiederà più l’organo disciplinare, come avviene oggi al Csm, e la
sua presenza si limiterà a una quota minoritaria.
Montanari ha replicato collegando la riforma al progetto di premierato, un
accostamento respinto da Kelany (“State mischiando le mele con le pere”), ma
rilanciato dal rettore, che ha evocato il rischio di un progressivo
condizionamento politico delle istituzioni di garanzia: “Se il presidente della
Repubblica e la Corte costituzionale vengono eletti o influenzati dalla
maggioranza, allora anche le garanzie cambiano. Questa riforma va letta insieme
al premierato”.
Per Montanari, le due iniziative costituiscono un unico “pacchetto” destinato a
ridisegnare l’assetto dei poteri e indebolire le garanzie istituzionali: “Questa
polarizzazione non fa per nulla bene al paese ed è l’inevitabile frutto di un
governo che mette le mani sulla Costituzione, che è esattamente quello che non
dovrebbe succedere. Io credo che la nostra Costituzione andrebbe attuata e non
modificata“.
Tra i borbottii di dissenso di Kelany, il rettore ha spiegato: “Questo è un
governo perfettamente legittimo, ma ha ottenuto il consenso di meno del 30%
degli eventi diritto al voto. Di fronte all’idea che decida di cambiare le
regole del gioco di tutti con una cosa così importante, poi non ci si può
chiedere perché si butta in politica. A buttarla in politica – ha sottolineato –
è stato il governo Meloni, che ha deciso di mettere le mani sulle regole del
gioco. Questo è un pezzo di un progetto, non ci potete dire: ‘Giudicate la
tessera’. Perché è un intero puzzle, è un intero progetto“.
Critico il commento di Cesara Buonamici: “Ma questo è un po’ un processo alle
intenzioni“.
Montanari ha proseguito: “Quando questo progetto sarà concluso, dove si va?
Credo che ce lo faccia molto bene vedere la rete internazionale delle parti
politiche che condividono un progetto con Giorgia Meloni, che sono Orbán,
Netanyahu, l’Afd. Io sono profondamente convinto che questo referendum faccia
parte di un progetto, compiuto il quale completamente, l’Italia assomiglierebbe
molto più all’Ungheria che non all’Italia di oggi. Credo profondamente – ha
aggiunto – che la forza di maggioranza relativa non appartenga culturalmente
alla tradizione democratica di questo paese. Il mio giudizio politico è il
superamento traumatico del progetto della Costituzione antifascista del ’48 e io
a quel progetto ci tengo ancora ed è per questo che voterò No“.
Un parallelismo che ha suscitato la reazione indignata della deputata di FdI:
“Rimango strabiliata, la prova del come mai si butta in politica ce l’ha data il
professor Montanari. Non vi fate fuorviare da queste narrazioni che vogliono
dirvi se andate e votate Sì, siete fascisti, siete autocrati e c’è una svolta
autoritaria in Italia”.
Ha poi citato due volti a favore del Sì, Augusto Barbera e Anna Paola Concia,
ritratta come una icona femminista di sinistra: “Cerchiamo noi per primi di
liberarci da queste croste ideologiche che io fino adesso ho sentito propalare
continuamente e in maniera sconsiderata.. La Costituzione non può essere
cambiata ma va attuata, ci dice il professor Montanari. Ci sono degli articoli
che prevedono una revisione costituzionale proprio perché la Costituzione va
cambiata e deve essere adeguata ai tempi“.
Lo scontro ha poi coinvolto l’ex presidente della Rai Zaccaria, che ha
osservato: “Il referendum costituzionale è per definizione un istituto politico.
Non stiamo decidendo come sistemare i giardini a Fiesole, ma su una legge di
revisione firmata Meloni-Nordio“.
Il costituzionalista ha ricordato come in passato le grandi riforme fossero
approvate con ampie maggioranze parlamentari e ha definito l’Alta Corte “la
ciliegina sulla torta”, accusando la riforma di mettere i magistrati “sotto
scacco”.
Ne è nato un botta e risposta serrato con Kelany. “Il presidente della
Repubblica elegge 3 membri”, ha ribadito la deputata.
“Sì, ma quanti sono in totale?”, ha incalzato Zaccaria.
La parlamentare meloniana ha richiamato quindi il cosiddetto “progetto
Rossomando”, proposta Pd del 2021-2022 che prevedeva un’Alta Corte di appello
sulle impugnazioni disciplinari, modellata sulla Corte costituzionale e senza
presidenza diretta del capo dello Stato.
“Se lo fa la destra non va bene, se lo fa la sinistra sì? Questo mi sembra
davvero assurdo”, ha affermato Kelany.
In realtà, i due impianti sono molto diversi: la proposta dem lasciava al Csm il
primo grado disciplinare e introduceva un controllo terzo solo in appello, senza
sorteggio e senza sottrarre la funzione all’autogoverno. Invece la riforma
Nordio trasferisce l’intera giurisdizione disciplinare di primo e secondo grado
all’Alta Corte, escludendo del tutto i due Csm con un presidente laico eletto
internamente e con un doppio grado interno senza appello esterno in Cassazione.
Zaccaria ha replicato definendo l’Alta Corte “il pasticcio più grande” della
riforma Nordio, mentre Kelany ha insistito sulla nomina di 3 membri laici su 15.
Tra risate del pubblico, Zaccaria ha commentato ironicamente: “E allora?”.
La deputata ha sbottato: “Ma cosa significa?”.
Zaccaria ha replicato: “Io capisco l’emozione”.
Kelany ha risposto piccata: “Quale emozione, professore? Sta sminuendo
l’interlocutore?”.
Il costituzionalista ha chiarito: “Intendo la sua interruzione”.
E ha concluso con un monito: “Si rischia di sottoporre i magistrati a un
giudizio di cui non sono chiari né i confini né le garanzie. L’azione
disciplinare potrà essere promossa dal ministro o dal procuratore generale
probabilmente. Io ribadisco che l’Alta Corte è la parte più perversa di questo
disegno“.
L'articolo Montanari: “Il progetto Meloni-Nordio? Nel solco di Orban e
Netanyahu”. Scontro con Kelany (Fdi). E Zaccaria smonta l’Alta Corte proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Io penso che, se la sinistra istituzionale ha una colpa, è quella di non
essersi avvicinata abbastanza ai centri sociali, di non aver capito meglio cosa
dicevano”, così lo storico dell’arte Tomaso Montanari, ospite di
Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi con la partecipazione di
Marco Travaglio e Andrea Scanzi, in onda tutti i sabati in prima serata su Nove,
commenta le parole del ministro dei Trasporti Matteo Salvini in merito agli
episodi di guerriglia urbana avvenuti il 31 gennaio nel corso della
manifestazione a Torino in difesa del centro sociale Askatasuna.
Il rettore dell’Università per Stranieri di Siena ha esordito: “I centri sociali
in Italia sono stati uno straordinario luogo di elaborazione di idee che
purtroppo non è arrivata alla sinistra istituzionale – ha spiegato lo storico
dell’arte –. Credo che il vero punto sia questo continuo tentativo di mescolare
le carte: non gli intellettuali di sinistra accusati di essere vicini ai
violenti, ma ai centri sociali, cioè di avere un’idea radicale sull’ingiustizia
sociale”.
Conclude Montanari: “Tutto questo non si è mai tradotto in una risposta
politica, che è la ragione per cui la gente non va a votare e per cui Salvini è
ministro, cosa che è inaudita. La vera cosa che mette a rischio l’Italia non è
Askatasuna, è che uno come Matteo Salvini sia ministro”.
L'articolo Montanari su Nove: “Le parole di Salvini su Askatasuna? La vera cosa
che mette a rischio l’Italia è che lui sia ministro” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nuova puntata di “Accordi&Disaccordi” sul Nove, il talk di approfondimento
condotto da Luca Sommi in prima serata sabato 7 febbraio alle 21.30. Ospiti
della puntata lo storico dell’arte Tomaso Montanari, il giornalista Antonio
Padellaro, la conduttrice Bianca Berlinguer.
Al centro del dibattito il nuovo decreto sicurezza varato dal governo Meloni
meno di una settimana dopo gli scontri di Torino, alla fine della manifestazione
organizzata dal centro sociale Askatasuna e le polemiche che ne sono derivate
tra maggioranza e opposizione.
Come da tradizione, il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e il
giornalista Andrea Scanzi analizzano i fatti più importanti della settimana.
L'articolo Berlinguer, Montanari e Padellaro ospiti di Sommi ad
Accordi&Disaccordi il 7 febbraio su Nove. Con Travaglio e Scanzi proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Incredibilmente è avvenuto che un intero popolo civile […] seguisse un istrione
la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed
osannato fino alla catastrofe”. La citazione di Primo Levi, tratta da ‘I
sommersi e i salvati’, introduce l’intervento di Tomaso Montanari a Otto e
mezzo, su La7, sulla deriva delle destre e su Donald Trump.
Montanari chiarisce subito di non voler indulgere in profezie apocalittiche, ma
di sentirsi obbligato a richiamare la lezione della storia proprio nel Giorno
della Memoria, quando le parole di Levi risuonano con una forza che travalica il
passato e si impone al presente.
“Oggi – spiega Montanari – non fatichiamo a capire come si possa seguire uno che
dovrebbe muovere solo al riso, cioè Donald Trump. Questo signore però ha
l’arsenale nucleare più grande del mondo, ha la potenza economica più grande del
mondo e finora, benché sia stato eletto con un margine tutto sommato relativo e
abbia mezzo paese contro, sta facendo cose inenarrabili”.
Il riferimento si sposta poi sull’azione dell’Ice: “Veste uniformi che sono
esemplate su quelle delle SS e fa cose da SS. Eppure, E il nostro governo di
questo non si preoccupa di questo, ma si preoccupa di cosa dirà Ghali
all’inaugurazione delle Olimpiadi. Il ministro dello Sport ha detto che l’etica
delle Olimpiadi vieta a Gali di parlare di Gaza, quando proprio l’etica dovrebbe
consigliare di parlare di quello che continua a succedere a Gaza. Allora Ghali è
un problema e va silenziato, bisogna dirgli cosa dire o non dire. Invece che
venga l’Ice in Italia, questo non costituisce nessun problema”.
Montanari cita anche le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani: “‘Ma
non vengono mica le SS, non vengono quelli a volto coperto che ammazzano la
gente per strada, vengono quelli degli uffici'”. Un’affermazione che, per
Montanari, chiarisce il quadro: “Dimostra così che ha un giudizio come il
nostro, come il mio, su quello che succede nelle strade. Ma allora forse sarebbe
il caso di dirlo esplicitamente – continua – e di far capire che c’è una
distanza fra noi e loro. Ma c’è questa distanza? C’è questa distanza di valori,
di visione fra il nostro governo e soprattutto Fratelli d’Italia, Lega e quella
di Trump che si trovano nella stessa Internazionale nera che è popolata da molte
altre figure?”.
La risposta arriva senza esitazioni: “Io non lo credo. Penso che ci sia soltanto
una distanza di metodo, cioè qui, finché le garanzie della Costituzione del ’48
sono in piedi, ancora si cerca di dare nell’occhio il meno possibile e,
nonostante questo, ogni giorno succede qualcosa che ci fa capire la vera natura
di questi signori. Trump, forse anche per ragioni legate alla sua età e al suo
stato mentale, è oltre e quindi queste cose non vengono dissimulate”.
L'articolo Montanari a La7: “Il problema per il governo Meloni è zittire Ghali
su Gaza, non cosa fa l’Ice” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Da che parte sta Giorgia Meloni? Che dubbio ci può essere, sta con questa
manica di mostri. Sembra l’Asse 2.0“. Così a Otto e mezzo (La7) Tomaso
Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, commenta il video di
endorsement dell’ultradestra internazionale per il presidente ungherese Orban in
vista delle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026. Si tratta di un
video promozionale/elettorale pubblicato da Orbán (e dalla sua formazione
Fidesz) sui social, una sorta di “spot corale” di circa 2 minuti in cui vari
leader internazionali di estrema destra esprimono supporto al premier ungherese
e ai suoi valori politici. Tra le principali figure che compaiono nel filmato
spiccano Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Benjamin Netanyahu, Marine Le Pen,
Alice Weidel (co-leader di AfD), Javier Milei, il serbo Aleksandar Vučić, il
ceco Andrej Babiš e lo spagnolo Santiago Abascal, leader di Vox.
Montanari spiega: “Del resto, lo sappiamo da molto tempo: alla fine del 2023,
Tommaso Foti, ministro e capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, concluse
il suo intervento sulla manovra finanziaria dicendo “Il domani appartiene a
noi”. Questo slogan è l’inno di Azione Giovani ed è la canzone di un musical
americano cabaret, ma in quel musical è cantata da un nazista. Tra l’altro, è
stata tradotta in italiano accentuando le parti fasciste, come quelle contro gli
ebrei. Questa canzone è diventata l’inno di tantissime forze neofasciste e
neonaziste”.
E aggiunge: “Ricordate il norvegese Breivik che nel luglio del 2011 ammazzò
quasi 80 persone? Diffuse quella canzone prima di fare quella strage. Canzone
che è stata citata nel nostro Parlamento da uno che fa il ministro”.
Lo storico dell’arte poi si appella alla coscienza di tutti: “Quand’è che
apriremo gli occhi? Questi fanno parte stabilmente di una Internazionale in cui
ci sono fascisti, nazisti, criminali. Basta leggere i loro testi. Basta vedere
chi frequentano. È tutto alla luce del sole. Questo video fa impressione perché
sono tutti insieme – conclude – C’è pure Netanyahu, che ha un mandato di cattura
internazionale per crimini spaventosi a Gaza. Lo abbiamo sotto gli occhi. C’è
una Internazionale nera, come c’era negli anni 20 del ‘900. A un certo punto,
dovremmo svegliarci prima che sia tardi.”
L'articolo Montanari a La7: “Meloni sta con una manica di mostri. C’è
un’Internazionale nera, proprio come negli anni ’20” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Bagarre a Piazzapulita (La7) sulla commemorazione di Acca Larentia, l’evento
annuale che si tiene ogni 7 gennaio a Roma, nel quartiere Tuscolano, in memoria
dell’uccisione di tre giovani militanti del Fronte della Gioventù il 7 gennaio
1978.
Il reportage di Salvatore Guliano sul rito dei saluti romani e sulle
dichiarazioni di alcuni esponenti di spicco di Fratelli d’Italia, come Fabio
Rampelli e Federico Mollicone, viene commentato da Tomaso Montanari, rettore
dell’Università per stranieri di Siena, con parole taglienti.
Lo storico dell’arte sottolinea: “L’equiparazione fra fascismo e comunismo è
veramente intollerabile. Bisognerebbe ricordare che il presidente dell’Assemblea
costituente è stato Terracini, che era un comunista, che i comunisti in Italia
sono padri costituenti e che i fascisti sono i reietti che hanno devastato il
paese, distrutto la libertà, si sono alleati con i nazisti. Questa equiparazione
nella storia d’Italia – continua – è da rigettare interamente e come spesso
ripete Alessandro Barbero giustamente, c’è anche una ragione, diciamo,
filosofica. Il fascismo ha attuato fino in fondo la propria ideologia devastando
il mondo. Il comunismo ha devastato il mondo purtroppo tradendo la propria
ideologia. C’è una differenza filosofica profonda”.
“Non è vero – insorge Sangiuliano – era esattamente quella l’ideologia del
comunismo: fare milioni di morti”.
“Certo – risponde ironicamente Montanari – ma per favore, tu saresti anche
giornalista“.
Sangiuliano insiste: “C’è stata una mozione del Parlamento europeo, votata anche
da una metà dei parlamentari del Pd che ha equiparato nazismo e comunismo, sono
due facce della stessa metà. Il leader comunista italiano Togliatti mandò a
morte i dirigenti del partito comunista polacco e fece uccidere gli anarchici in
Spagna. Togliatti era il numero due di Stalin, era il braccio destro, era
l’esecutore delle nefandezze di Stalin. Il comunismo è questo. Non esiste un
comunismo buono, stalinismo e comunismo sono la stessa identica cosa“.
Poi accusa: “In Cambogia facevate le manifestazioni per esaltare Pol Pot, che ha
ammazzato due milioni di suoi concittadini”.
“Ma voi chi? – replica il conduttore Corrado Formigli – Evitiamo i deliri, per
cortesia”.
“Non vale la pena di rispondere“, commenta Montanari.
Formigli cita poi Aldo Moro e Sangiuliano lo interrompe urlando: “Da chi è stato
ammazzato Aldo Moro?”.
“Sangiuliano, ora mi deve ascoltare, se no mi arrabbio – sbotta il giornalista –
Moro è stato ammazzato perché voleva fare un governo con quelli che lei
definisce stalinisti. Il partito comunista italiano era un partito che stava
dentro le istituzioni, ha fatto la Costituzione, è sempre stato dalla parte
della legalità. Non diciamo stupidaggini”.
“E sullo scenario internazionale erano alleati di Stalin”, ripete l’ex ministro.
“Allora le ribalto la cosa – ribatte Formigli indicando il braccialetto di
Sangiuliano con la scritta “Siete dei poveri comunisti” – Lei ad Acca Larentia
ha visto centinaia di fascisti. Si metta anche il braccialetto con la scritta
“Siete dei poveri fascisti”. Lo mette o no?”.
Sangiuliano traccheggia, protesta (“E che stiamo, a un interrogatorio di
polizia?”), poi cambia discorso: “Da ministro della Cultura ho visitato due
volte il Museo della Resistenza di Roma”.
“Ma lei è andato anche a fare campagna elettorale dai fascisti napoletani”,
ricorda Formigli.
“Ma quali fascisti – minimizza Sangiuliano – i fascisti c’erano all’epoca. Io
sono un conservatore, l’ho sempre detto”.
“E infatti conserva il fascismo“, chiosa sarcasticamente Montanari.
L'articolo Sangiuliano contro Montanari e Formigli: “Voi comunisti inneggiavate
a Pol Pot”. Bagarre in studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Oggi siamo qui per la Costituzione, un progetto di società in cui i giudici non
obbediscono al governo, ma alla legge. Una società giusta, che non deporta i
migranti in Albania. Una società fondata sul lavoro e non sulla guerra. Una
società che faccia pagare le tasse ai più ricchi e liberi i lavoratori dal
lavoro povero. Ma il governo Meloni è un governo nemico della Costituzione. È un
governo complice del genocidio di Gaza”. Lo ha detto il rettore e storico
dell’arte Tomaso Montanari, sceso in piazza per lo sciopero generale di venerdì
12 dicembre. “Giorgia Meloni odia la Costituzione, che è antifascista dalla
prima all’ultima riga. E il suo governo ha una cultura ancora profondamente
fascista”.
L'articolo Montanari attacca Meloni: “Odia la Costituzione, il suo governo ha
cultura profondamente fascista” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.