Ogni quattro elettori di Forza Italia ce n’è uno che non ha approvato la riforma
della giustizia, il sacro graal berlusconiano. Un sostenitore su due di Azione
ha disatteso l’indicazione di Carlo Calenda. E non c’è stata grande sintonia
anche tra leader e base di Più Europa e Italia Viva. Mentre, all’interno del
mondo Pd, è stato un flop l’indicazione controcorrente per il Sì dell’ala
guidata da Pina Picierno. A conti fatti, anche tenendo conto dell’alta
affluenza, il terzopolismo – che fa dell’alterità sulla giustizia uno dei suoi
punti di forza – non se la passa benissimo.
Almeno stando allo studio di Youtrend, che ha condotto un instant poll sulle
intenzione di voto per SkyTg24. I risultati sono sorprendenti per quanto
riguarda partiti e correnti alfieri dell’approvazione della riforma Nordio. Il
dato più eclatante è quello che riguarda Forza Italia, il partito che ha voluto
più di tutti la separazione delle carriere parlando esplicitamente della
realizzazione del sogno di Silvio Berlusconi.
E invece, sostiene l’istituto di sondaggi, il 16% degli elettori di FI e Noi
Moderati ha votato No al referendum e il 12 per cento si è astenuto. Poco più di
uno su quattro, insomma, ha fatto mancare il proprio sostegno alla riforma
bandiera del partito. Il sondaggista Lorenzo Pregliasco ha spiegato che per
Forza Italia c’è stato “un tasso di caduta non banale” che si spiega con la
tipologia della base forzista: “Un elettorato moderato, civico, urbanizzato” che
pur non essendo in via di principio ostile alla separazione delle carriere, in
parte “ha voluto inviare un segnale di freno al rischio di concentrazione dei
poteri, un segnale di moderazione al governo”.
In Azione, partito che Calenda ha schierato per il Sì, ha votato contro il
parere del leader ben il 32% della base e un altro 20 per cento si è astenuto.
Per quanto riguarda gli elettori di Più Europa e Iv ben il 60% hanno rigettato
la riforma, il 18 per cento astenendosi. Non è andata benissimo anche alla Lega:
il 14% degli elettori ha votato No e il 4% si è astenuto.
Più allineate le intenzioni di voto di Fratelli d’Italia: il 5% ha votato No e
il 10% si è astenuta. Nel centrosinistra schierato per il No è il M5s a
registrare più defezioni (il 10% dei Sì con il 9% di astensione), seguito da Avs
(6% di Sì e 9% di astenuti). Mentre il partito che mediaticamente era più
spaccato, cioè il Pd, è quello che ha fatto registrare il voto più allineato in
termini assoluti. Solo il 10% degli elettori dem si è astenuto e appena il 2% ha
votato Sì sposando la linea Picierno, la vicepresidente dell’Europarlamento che
ha sostenuto l’approvazione della riforma e, alla fine, si è spesa attivamente
nella campagna referendaria. Percentuali sorprendenti alla luce del “peso”
mediatico che hanno avuto i distinguo rispetto alla linea del partito.
L'articolo Referendum, da FI ad Azione: così la base ha votato contro il Sì. E
la “corrente Picierno” vale solo il 2% nel Pd proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il giorno dopo la prima sconfitta del governo Meloni è quello delle nenie. Ma
tra i lamenti che danno addosso a tutti senza alcuna autoanalisi, il distinguo
arriva da Fabio Rampelli. Uomo di prima fila, tra i fondatori di Fratelli
d’Italia, recentemente finito in alcune cose in contrasto con le sorelle Meloni,
il deputato e vicepresidente della Camera ammette che qualcosa non ha
funzionato. E punta il dito contro gli attacchi ai giudici e la pretesa di
spiegare la riforma senza trovare una chiave che rendesse comprensibile il punto
di vista della maggioranza che l’ha concepita e approvata.
Quella di Rampelli è una scudisciata secca: “Abbiamo utilizzato un linguaggio
tecnico giuridico incomprensibile alle persone semplici – ha detto a La
Repubblica – La Sora Lella, non essendo una giurista, nel clima esasperato che
c’è stato si è spaventata, anche per gli attacchi ai giudici, e ha preferito non
fare salti nel buio”. Anche perché, ammette, la sinistra è “scesa dal
piedistallo dell’armocromismo”, anche se – puntualizza – “facendo demagogia”. Ma
in ogni caso, su quel piedistallo, riaffonda, “noi ci siamo saliti”.
Un distinguo pesante, anche se per il resto la lettura della sconfitta è
sovrapponibile agli ordini di scuderia: “Il referendum, per la Costituzione, –
ha aggiunto – è lo strumento con cui il cittadino è chiamato a una
responsabilità in più, rendendosi autonomo dal partito per cui simpatizza.
L’abbiamo detto da subito, il governo Meloni sarà giudicato per il suo operato
alla fine della legislatura”. E ancora sul “No” larghissimo tra le nuove
generazioni: “Le guerre poi hanno scatenato una paura mista a un sentimento
anti-americano, che ha certamente attecchito tra i giovani. Il governo ha
mantenuto una postura corretta, che non attrae le simpatie dei ragazzi. E poi
restano gli altri ‘buchi neri’ del centrodestra: le grandi città e le regioni
rosse”.
Nel merito, ha osservato Rampelli, “non siamo riusciti a far capire che la
riforma era a favore dei magistrati, per liberarli dal ricatto delle correnti
minoritarie e politicizzate, quindi per diventare più efficienti e ricostruire
la fiducia perduta”. La gente, a suo avviso, “vuole che si occupino più dei
reati sociali che di quelli mediatici”. Il vicepresidente della Camera quindi
sostiene: “Se la riforma avesse voluto sottomettere la magistratura alla
politica avrei votato contro anch’io. Gli elettori hanno scelto di schierarsi
contro questa mistificazione, non contro la riforma. E poi ci siamo impiccati
all’articolo 111, il linguaggio incomprensibile di cui parlavo”.
C’è spazio anche una dose di vittimismo, un’arma sempre in voga: “La violenza
che ci è stata riversata addosso, come sempre capita, ci renderà più solidi e
compatti. La politica di questo tempo ha disimparato a discutere, ragionare,
fare strategia era una vittoria possibile”. Sul dialogo per la legge elettorale
precisa: “Lo abbiamo cercato sul premierato, rinunciando al presidenzialismo per
incontrare il favore dell’opposizione; sulla giustizia, incardinando una legge
che per sei volte aveva provato a fare la sinistra e lo cercheremo anche sulla
legge elettorale. Ma finora – ha concluso Rampelli- non c’è stata volontà di
condivisione da Schlein e Conte”.
L'articolo Referendum, l’ora dei distinguo dentro FdI. Rampelli: “Gli attacchi
ai giudici hanno spaventato. Linguaggio sbagliato” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tocca a Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia,
l’analisi della sconfitta del Sì al referendum sulla giustizia. “Sarei un po’
presuntuoso se dicessi che non abbiamo sbagliato niente nel momento in cui
abbiamo perso. È normale che qualche errore sia stato fatto”. Analisi che
Donzelli rimanda a un secondo momento di analisi. “La riforma della giustizia
era politica – aggiunge parlando con i cronisti – quindi chiaramente è stato un
voto su un tema politico. Un effetto guerra? Sicuramente c’è stato, ma non
c’entra il rapporto tra Meloni e Trump. Premierato e legge elettorale? Per noi
non sono collegati a questa sconfitta”
L'articolo Referendum, Donzelli: “È stato anche un voto politico, ma il governo
Meloni arriverà a fine legislatura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il primo commento in casa Fratelli d’Italia dei risultati del Referendum sulla
giustizia, prima del video social del presidente del partito e presidente del
Consiglio Giorgia Meloni, è affidato a Galeazzo Bignami, capogruppo dei deputati
di Fdi. “C’erano degli indicatori che dicevano che il No prevalesse. Cosa non ha
funzionato? Il No ha dato una connotazione politica, noi siamo rimasti sul
merito della riforma. Se è stato un errore è un errore che rifarei”.
L'articolo Referendum, Bignami (FdI): “Vittoria del No? Cercheremo di capire il
perché di questo risultato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
”È vero che milioni di persone perbene voteranno Sì, ma è altrettanto vero che
tutti i mascalzoni – o quasi – faranno lo stesso”. Lo ha detto il direttore de
ilFattoQuotidiano.it e condirettore del Fatto, Peter Gomez, ospite del programma
“Battitori liberi” di Cusano Media Play, commentando la “discesa in campo” per
il Sì di Davide Lacerenza, l’ex titolare della Gintoneria fresco di
patteggiamento a 4 anni e 8 mesi (dopo essere stato arrestato nel marzo del 2025
per detenzione e spaccio di droga e favoreggiamento e sfruttamento della
prostituzione).
“Abbiamo un precedente storico che ce lo dice” ha raccontato Gomez. “Nel 1987 si
votò, in seguito al caso Tortora, il referendum per la responsabilità civile dei
magistrati. Insieme ai milioni di persone oneste che scelsero il Sì, si
schierarono tutte le associazioni criminali. Addirittura il Partito radicale
tesserò i capi della mafia e della ‘ndrangheta. Tutto ciò non significa che chi
vota Sì ha torta, significa semplicemente che negare questo fatto è da scemi”.
Gomez ha risposto anche sul caso Delmastro, scoop proprio de il Fatto: “Sono
sconcertato che si sia cacciato in una storia del genere. Si è associato a
questa ragazza di 18 anni, che non conosceva, di cui aveva conosciuto il padre.
Ma perché non è andato su Google a fare una verifica? Avrebbe scoperto che il
padre era stato condannato per mafia. Io non so se lui ci stia nascondendo
qualcosa, ma sono convinto che avrebbe già dovuto dare le dimissioni. Perché la
politica prevede oneri e onori. E di fronte a una schifezza del genere, ci si
dimette un secondo dopo. E se non lo fai, tu e il tuo partito date un segnale
devastante, perché la criminalità organizzata può pensare di poter fare affari
con la politica senza subire conseguenze”.
L'articolo Caso Delmastro, Gomez: “Si deve dimettere subito. In caso contrario
FdI dà segnale devastante, la criminalità organizzata si sfrega le mani”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, abbracciato a un mafioso.
La foto che vedete (scoperta da Repubblica) ritrae Delmastro insieme con Mauro
Caroccia all’interno del ristorante gestito da quest’ultimo. L’esponente di
Fratelli d’Italia – numero due del ministero della Giustizia e impegnato nella
battaglia per il Sì – fa segno Ok con il pollice della mano destra. Il braccio
sinistro intorno alla vita di Caroccia. Sul petto di Delmastro lo stemma e il
nome del locale. Siamo nel 2023, all’epoca il ristoratore – che gestisce diversi
locali nella Capitale – non era ancora stato condannato (la condanna definitiva
con l’aggravante mafiosa risale al 2026). Ma i legami tra Delmastro e la
famiglia Caroccia – come ha raccontato il Fatto Quotidiano – devono essere
chiariti perché non si limitano a una cena al ristorante.
Il sottosegretario alla Giustizia, insieme con altri quattro colleghi di
Fratelli d’Italia, infatti era socio della figlia di Caroccia, Miriam. Il giorno
che la ragazza ha compiuto diciotto anni era stato siglato l’atto che ha dato
vita a una società impegnata nella ristorazione. A quanto risulta al Fatto,
però, quando Delmastro si è recato (in almeno un’occasione) a mangiare nel
ristorante dei Caroccia non sarebbe stato riconosciuto da Miriam, la sua socia.
Sarebbe stato il padre, appunto Mauro, a indicare il politico alla ragazza.
Mauro Caroccia, ricordiamolo, attualmente è detenuto ed è stato ritenuto il
prestanome del clan camorristico di Michele Senese, detto ‘O Pazzo, il più
spietato di Roma. Una città dove ormai la criminalità organizzata, soprattutto
appunto la Camorra, sta rapidamente mettendo radici.
Delmastro finora ha sostenuto di non aver avuto contezza del fatto che Miriam
Caroccia fosse la figlia di Mauro. Ma la foto che pubblichiamo qui richiede
risposte. Che rapporti aveva Delmastro con Mauro Caroccia almeno dal 2023?
Sapeva dei suoi legami con la camorra e delle indagini che lo riguardavano? E
perché è arrivato a diventare socio della figlia? Che rapporti di affari hanno
avuto Delmastro e gli altri esponenti di Fratelli d’Italia con la famiglia
Caroccia?
L'articolo Il sottosegretario Delmastro abbracciato al mafioso nel suo
ristorante: la foto (e le domande che ne scaturiscono) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Mi sembra che non ci sia nessuna indagine su Delmastro”. Così Arianna Meloni,
capo della segretaria politica di Fratelli d’Italia commentalo scoop del Fatto
arrivando al Palazzo dei Congressi per l’evento conclusivo del partito da
Giorgia Meloni, in favore del Sì al referendum del 22 e 23 marzo. La sorella del
presidente del Consiglio entra dall’ingresso posteriore del palazzo all’Eur e
parla di “gogna mediatica” scortata da volontari e staff. Anche il
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, sceglie
l’ingresso posteriore. Alla domanda dei cronisti che riescono ad intercettarlo
se Delamstro si debba dimettere Mantovano risponde : “La domanda è chiara la
risposta non gliela do perché adesso parlerò”. Parlerà del palco in favore del
Sì. Mantovano non risponde neppure alla domanda se Palazzo Chigi sapeva della
vicenda raccontata da ‘ Il Fatto Quotidiano’.
L'articolo Caso Delmastro, l’imbarazzo dei vertici FdI. Arianna Meloni dribbla i
cronisti e parla di “gogna mediatica”. Alfredo Mantovano: “Non rispondo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Roberto Celante
Ricevere una diagnosi di cancro è un’esperienza devastante, che destabilizza il
presente del paziente e annienta la sua idea di futuro. Tutte le sue certezze
sono sgretolate, polverizzate e spazzate via all’istante. Il paziente attende
ulteriori accertamenti strumentali, con un misto tra paura, speranza e
rassegnazione, come un reparto militare di altri tempi, sottoposto alla
decimazione. Allo stesso modo, il paziente attende l’inizio della terapia, la
calendarizzazione dell’eventuale intervento chirurgico, il follow-up oncologico.
E non si tratta di un percorso scontato nella sua interezza, perché non tutti
hanno la fortuna di vincere la propria lotta contro il cancro.
Ci sono pazienti che trovano la forza di combattere: alcuni per innato
ottimismo, altri per abitudine, altri ancora perché si rifiutano di rassegnarsi.
Alcuni trovano la forza in sé stessi, altri nei propri affetti, altri ancora in
progetti personali che sperano di riuscire a portare a termine.
C’è chi cade in depressione, chi lascia il lavoro, chi fa testamento e anche
chi, non reggendo un simile peso, si toglie la vita.
Un calvario simile è destinato anche ai familiari del paziente, ai quali è
risparmiato il dolore fisico, ma non l’angoscia per il timore di perdere il
proprio caro, con una sorta di anticipazione del dolore che proverebbero in quel
caso, che, statistiche alla mano, è purtroppo il più probabile.
Queste righe non hanno la pretesa di esprimere appieno il supplizio delle
persone affette da cancro, o dei loro cari: sarebbe uno sforzo vano, sia per la
delicatezza del tema, sia per la soggettività di ogni sofferenza, sia per la
diffusa consapevolezza sull’argomento. Tuttavia, pare che ci sia qualcuno che
abbia un urgente bisogno di essere informato, come il senatore Franco Zaffini,
di Fratelli d’Italia, dato che si è permesso di paragonare l’esito, a suo dire
aleatorio, di un procedimento giudiziario alla sorte incerta di un paziente di
cancro.
Non si ha memoria di un oltraggio peggiore alla sensibilità delle persone,
nell’ambito di una campagna referendaria. Il primato, fino a ieri, se lo
contendevano il ministro Nordio, che aveva parlato di “sistema para-mafioso” nel
funzionamento del Csm ed alla sua Capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, che aveva
profetizzato il ritorno dall’estero dei “cervelli in fuga”, in caso di vittoria
del “Sì”. Ma il senatore Zaffini ha vinto a mani basse il confronto. Purtroppo,
è il caso di aggiungere, perché di una enormità simile non si sentiva certamente
il bisogno.
Il raffronto cancro-magistratura è talmente assurdo, che poco importa se sia
stato intenzionale, o se sia verosimile un’intemperanza dovuta alla foga
oratoria. Quel che è certo è che un’uscita del genere tradisce il livello di
tensione dell’intera maggioranza, per il risultato del referendum costituzionale
del 22 e 23 marzo, che fino a due-tre mesi fa era considerato come già acquisito
e che oggi non lo è più, anche grazie ai continui harakiri a cui abbiamo
assistito a tutti i livelli nello stesso periodo.
Ciò che si spera è che, comunque vada il referendum, il senatore Zaffini
avverta, da uomo, la necessità di scusarsi, senza necessariamente aspettare la
sera del 23 marzo. Se non si preoccupa della sua reputazione di senatore, abbia
cura almeno della propria dignità di uomo.
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L'articolo Referendum, il senatore Zaffini chieda scusa a chi soffre veramente
per una diagnosi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Procura di Prato ha depositato l’avviso di conclusione delle indagini
preliminari, mettendo un primo, pesantissimo punto fermo su una vicenda torbida
che da mesi avvelena il clima politico regionale toscano. Fu proprio Il Fatto
Quotidiano a fine agosto 2025 a far esplodere il caso, rivelando per primo
l’esistenza di un dossieraggio a luci rosse nato per far saltare le candidature
interne a Fratelli d’Italia.
Poggianti principale accusato, scompare Belgiorno
Dal comunicato diffuso dalla Procura guidata da Luca Tescaroli le accuse
formalizzate contro l’ex vicepresidente del consiglio comunale di Empoli Andrea
Poggianti sono gravissime: revenge porn, diffamazione aggravata e tentata
violenza privata. Emerge poi un secondo dato importante: l’atto riguarda
esclusivamente Poggianti. Non vi è invece alcun riferimento alla posizione di
Claudio Belgiorno, che in passato era stato indagato e perquisito nella stessa
inchiesta. La posizione di Belgiorno è stata stralciata perché risulta ancora
indagato in concorso con altre persone, nei confronti delle quali, si legge
nell’avviso di chiusura indagini, si procede separatamente.
È stato Cocci a indirizzare le indagini: i due moventi
A sbrogliare la matassa e a tirare in ballo i due ex colleghi di partito era
stato lo stesso Tommaso Cocci, raccontando agli inquirenti i retroscena della
sua vita personale e politica, inclusa la sua guida come segretario nella loggia
massonica Sagittario, la stessa dell’imprenditore Riccardo Matteini Bresci,
finito al centro dello scandalo corruzione dell’ex sindaca di Prato Pd Ilaria
Bugetti.
Grazie a queste rivelazioni, gli investigatori hanno potuto distinguere
nettamente i moventi dei due politici coinvolti inizialmente: Poggianti avrebbe
agito per profondi risentimenti personali legati a passate frequentazioni intime
condivise proprio con Cocci, mentre Belgiorno sarebbe stato spinto da esclusive
mire politiche, essendo anch’egli candidato al Consiglio regionale e concorrente
diretto di Cocci.
Il fango, le foto e il ricatto
Le carte dell’inchiesta confermano come l’indagato abbia diffuso lettere anonime
in modo capillare e con modalità diverse secondo il destinatario, indirizzandole
a vertici di partito, sindaci, consiglieri e testate giornalistiche. L’obiettivo
era costringere Cocci alle dimissioni. I plichi contenevano immagini intime di
Cocci che, secondo gli accertamenti, sarebbero state scattate proprio
all’interno della camera da letto dell’abitazione di Poggianti a Empoli.
A queste foto si accompagnavano accuse costruite a tavolino: le missive
dipingevano Cocci come un assuntore di “cocaina e chemsex” e partecipante a
“orge gay” in un hotel Riparbella di Livorno con “43 ragazzi anche minori”.
L’intento era triplice: distruggere Cocci, attaccare la sua appartenenza
massonica e ledere la reputazione dell’onorevole Chiara La Porta, accusata
falsamente nelle lettere di voler coprire gli scandali.
Iphone, foto e giornali. Le prove a carico
Nel suo I Phone, e in una pennetta usb, sarebbero saltate fuori tre delle
immagini intime dell’ex consigliere di Fdi finite nelle lettere anonime. Non
solo. Nel telefono “disponeva di un elenco dei politici e delle testate
giornalistiche ai quali sono state sequestrate le missive sequestrate”; l’ultima
modifica del documento sarebbe avvenuta il 27 giugno 2025, “in data antecedente
di soli pochi giorni rispetto alla data riportata nei timbri riportati su sette
delle dieci missive indirizzate alle figure politiche del comune di Prato”.
Poggianti respinge ogni accusa
“Le prime lettere sono iniziate ad arrivare mentre ero in viaggio di nozze,
dall’altra parte del mondo – si difende l’ex politico di Empli –. Riguardo alle
foto, ne sono state trovate due e risultano in fase di cancellazione nel 2022:
come avrei potuto riassemblarle e usarle dopo anni? Senza contare – conclude –
che nelle lettere e nelle buste anonime non c’è traccia del mio Dna né delle mie
impronte. Sono vittima di una macchina del fango”.
I ruoli apicali nella Loggia “Sagittario”
L’inchiesta si intreccia con quella per corruzione sull’ex sindaca Bugetti e
sull’imprenditore Matteini Bresci, ex maestro della loggia Sagittario e vicino a
Cocci, che avrebbe sostenuto la sua nomina. Per chiarire la rete di rapporti, la
Procura ha sequestrato gli elenchi della Gran loggia Alam, ora al vaglio anche
per verificare eventuali logge o soci “occulti”. Le indagini e le acquisizioni
documentali hanno confermato l’effettiva appartenenza di Cocci alla loggia
pratese.
Lo stesso Cocci, interrogato il 4 settembre 2025, ha ammesso la sua pregressa
militanza, dichiarando di esserne stato il Segretario nel periodo in cui
l’imprenditore Riccardo Matteini Bresci ricopriva il ruolo di “Maestro
Venerabile”. Inoltre, dall’analisi del telefono sequestrato a Matteini Bresci, è
emerso che Cocci ricopriva anche l’importante carica di 1° Sorvegliante della
loggia.
L'”uomo di fiducia” di Matteini Bresci
I pm considerano “aderente alla verità” il ritratto delineato dai corvi nelle
delazioni, secondo cui Cocci era considerato “uomo di fiducia nella destra
pratese” del Venerabile Matteini Bresci mentre l’ex sindaca Ilaria Bugetti lo
era nel PD. Trova conferma anche la circostanza che i due abbiano partecipato
insieme all’inaugurazione della nuova sede della Provincia Massonica di Firenze
e che Cocci avesse effettivamente collaborato con un altro legale massone per
assistere clienti di nazionalità cinese, come denunciato nei dossier.
La prova della rete di complici (il segreto istruttorio)
C’è un dettaglio investigativo fondamentale sottolineato dai magistrati per
spiegare la rete di complicità dietro il ricatto. Le lettere anonime riportavano
testualmente: “Ci sono oltre due anni di intercettazioni che confermano che
Tommaso Cocci è stato ed è Segretario della loggia Sagittario”. Dato che la
notizia di queste intercettazioni è diventata di dominio pubblico solo in epoca
successiva alla stesura e spedizione delle missive, la Procura deduce che
l’autore della macchina del fango fosse in possesso di notizie coperte da
segreto, accessibili esclusivamente tramite “un canale istituzionale
qualificato”.
Per gli inquirenti, questa è la prova regina che corrobora l’ipotesi che
l’indagato Andrea Poggianti abbia agito in concorso con altri soggetti. Per
questo l’inchiesta non è finita qui. Il massimo riserbo copre ora i prossimi
passi degli inquirenti, che stanno proseguendo gli accertamenti per identificare
la rete di complici che ha materialmente agevolato la produzione e la
distribuzione capillare delle lettere anonime.
La fuga da Fratelli d’Italia e la caccia ai complici
Le conseguenze politiche della vicenda sono state devastanti. Come riportano le
cronache locali, dentro Fratelli d’Italia ad oggi è rimasto solo Tommaso Cocci.
Andrea Poggianti aveva infatti già abbandonato il partito ancor prima che la
situazione precipitasse, mentre Claudio Belgiorno si è dimesso subito dopo aver
ricevuto l’avviso di garanzia, denunciando un clima troppo pesante e di “fuoco
amico” da parte dei colleghi, poco solidali nei suoi confronti.
L'articolo Dossier hard in FdI, la Procura di Prato chiude le indagini sul “caso
Cocci” e accusa di revenge porn politico empolese proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il senatore Franco Zaffini, Fratelli d’Italia, presidente della commissione
Sanità del Senato, ha invitato a votare Sì perché i giudici sarebbero un cancro
da estirpare. Non si tratta di un lapsus, ma della ovvia prosecuzione di una
campagna fondata su volgarità, falsificazioni, delegittimazione di tutto
l’ordinamento giudiziario, senza eccezione lacuna, senza distinzione tra i
colori delle toghe; del resto persino i post fascisti sanno benissimo che la
maggioranza dei giudici non ha votato per le toghe rosse, ma proprio per le
toghe nere.
Loro non odiano i giudici “comunisti”, ma chiunque voglia svolgere la propria
funzione nel rispetto della legalità e della Costituzione repubblicana.
Esattamente come odiano non le presunte “penne rosse” ma qualsiasi cronista che
voglia ancora fare delle domande o mettere il naso nella trattativa stato mafia,
nei rapporti tra neofascisti, servizi deviati, gli avanzi della P2. Basterebbe
ricordare lo spionaggio a carico di Fanpage e non solo.
Loro odiano la Costituzione e vogliono porre fine alla divisione dei poteri. Nel
loro progetto, come in quello di Licio Gelli, la magistratura dovrebbe aiutare
il governo e non esercitare un controllo di legalità. Sognano un
presidenzialismo senza contrappesi.
Il senatore Zaffini ha solo dato fiato agli umori che sente in casa. Prima di
Lui abbiamo sentito parlare di magistrati para-mafiosi, delle cose buone dette e
fatte da Licio Gelli, di plotone di esecuzione, ora siamo al cancro da
eliminare. Per non parlare del comizio televisivo della presidente Meloni che ha
rappresentato la più clamorosa violazione, mai attuata, delle regole della par
condicio. A proposito, ma Marina Berlusconi aveva inviato anche alle sue reti il
“commovente appello” ad abbassare i toni? E pensare che nel centro sinistra
qualcuno la voleva come leader dello schieramento…
Le parole del senatore Zaffini hanno davvero passato il segno e meritano la più
alta e ferma risposta istituzionale.
In ogni caso chi volesse conoscere meglio le storie dei magistrati, dei
poliziotti, dei carabinieri, dei giornalisti, dei cittadini ammazzati dalle
mafie, non perda l’occasione di recarsi a Torino il prossimo 21 marzo per il
tradizionale appuntamento con Libera e con don Luigi Ciotti, che ricorderà
quell’intreccio tra mafia e politica che ha minato e mina dall’interno la nostra
Costituzione e farà l’appello di chi ha perso la vita per contrastare il cancro,
per usare la pessima di espressione del senatore Zaffini.
Nel frattempo mafie, malaffare, corruzione, ringraziano chi vuole eliminare chi
li ha contrastati e li contrasta. Anche a costo di perdere la vita.
L'articolo I giudici “un cancro da estirpare”? Il senatore Zaffini ha dato fiato
agli umori che sente in casa proviene da Il Fatto Quotidiano.