Alla 76ª edizione della Berlinale il film “Yellow Letters” del regista tedesco
Ilker Catak si è aggiudicato l’Orso d’Oro come miglior film. La giuria,
presieduta da Wim Wenders, ha definito il titolo una premonizione inquietante.
Queste le parole del presidente della giuria Wim Wenders: “Uno sguardo sul
futuro prossimo che potrebbe riguardare anche i nostri Paesi. Il film è entrato
dentro di noi perché riconosciamo i segni del dispotismo nel nostro Paese o
persino nel nostro quartiere. Per questo sarà compreso ovunque nel mondo”.
GLI ALTRI VINCITORI
Nella serata conclusiva del festival, oltre al massimo riconoscimento sono stati
annunciati gli altri principali vincitori: il gran premio della giuria è andato
a “Salvation” del regista turco Emin Alper, mentre “Queen at Sea” di Lance
Hammer ha conquistato l’Orso d’Argento al premio della giuria.
Il palmarès ha riconosciuto anche altri talenti: Grant Gee come miglior regista
per “Everybody Digs Bill Evans”, Sandra Hüller come miglior interprete
protagonista per “Rose” di Markus Schleinzer, e la coppia Anna Calder-Marshall e
Tom Courtenay come migliori non protagonisti per “Queen at Sea”.
La cerimonia ha confermato la Berlinale come vetrina internazionale dove, oltre
al cinema di qualità, emergono temi forti e attuali, riflessi nei film e nelle
scelte della giuria.
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nostri Paesi”: a “Yellow Letters” l’Orso d’oro della Berlinale proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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“Il film possono cambiare il mondo, ma non in modo politico”. È la frase con la
quale a Potsdamer Platz stanno crocifiggendo Wim Wenders. Piccoli Golgota sono
sorti anche in altre piazze “calde”, quelle delle grandi manifestazioni ProPal:
Roma, Milano, Parigi, Londra ecc… Il presidente della giuria della Berlinale
2026 si è preso del fascista, nazista, sionista, colluso al governo tedesco che
appoggia Israele, e chi più ne ha più ne metta, perché nella conferenza stampa
di apertura del festival di cinema di Berlino, ad una serie di domande
riguardanti il rapporto tra cinema e politica non ha tirato fuori la kefiah.
Questo almeno quello che gli hanno rinfacciato Bardem e soci, firmatari di una
lettera di registi e attori dove colpiscono tutti – regista e Berlinale – rei di
censura e silenzio rispetto alla tragedia che sta vivendo la Palestina.
E allora, oltre al fatto che Wenders ha dato tre risposte a tre domande diverse
quindi il suo ragionamento è più esteso e articolato (ci arriviamo); che c’è chi
rinfaccia al regista tedesco di avere detto il contrario di quanto dichiarato
nel 1991 (verissimo, peraltro); ma soprattutto che in assoluto Israele è
colpevole senza se e senza ma del genocidio del popolo palestinese (così nessuno
può rompermi le scatole), Wim Wenders versione 2026 su cinema e politica, come
paradossalmente nel 1991 quasi sullo stesso tema, ha totalmente ragione. “Nessun
film ha mai cambiato le idee politiche di qualcuno, ma possiamo cambiare l’idea
che le persone hanno di come dovrebbero vivere. C’è una grande discrepanza su
questo pianeta tra persone che vogliono vivere la loro vita e governi che hanno
un’altra idea. Spero che i film entrino in questa discrepanza”, ha spiegato
Wenders alla prima domanda più generica.
Poi quando come per ogni evento artistico da qualche anno a questa parte, i
colleghi giornalisti presenti al Berlinale Palast hanno continuato a cercare un
titolo forte per i propri click o copie (must: Trump e Putin; all’occorrenza:
Gaza, l’Ucraina), Wenders si è smarcato dalla richiesta diretta di solidarietà
alla Palestina (è pur libero di dire quello che vuole o no?): “Dobbiamo tenerci
fuori dalla politica perché se facciamo film apertamente politici, allora
scendiamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica,
noi siamo l’opposto della politica”. E invece nulla, oggi portare un film ad un
festival vuol dire passare anche dalle forche caudine di questi obblighi
vagamente stalinisti.
Fai un film su due cammelli che si amano? Non basta. Devi dichiararti pro o
contro Israele. È evidente che con questo fallace metro di misura dell’opera
d’arte anche a Elio Petri dopo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni
sospetto sarebbe pervenuto un appello da firmare sul dilagare del fascismo
(quale, oltretutto). E Coppola a Cannes dopo Apocalypse now avrebbe dovuto
spiegare la sua posizione sul Vietnam? Per ulteriore paradosso contemporaneo: se
vediamo Avatar 3 dobbiamo sapere cosa ne pensa Cameron della Palestina?
Wenders, nel suo apparente infido understatement ha voluto ricordare che quando
andate al cinema dovete guardare il film sullo schermo e non le news sullo
smartphone. Perché è osservando lassù che si forma una coscienza. Di solito,
anche se non è detto, nell’opera dovrebbe esserci già tutto. Tutto quello che vi
vuole mostrare chi il film lo fa: un movimento di macchina, un’inquadratura, uno
stacco di montaggio, un taglio di luce, una battuta, chissà mai una storia. E se
non c’è niente, o quel tutto è detto in modo sgangherato, poco interessante, per
nulla avvincente o coerente, allora mettetevi lì e analizzatelo, discutetene,
contestatelo, ma non pretendiate che Bunuel o Kubrick corredino i loro film con
una dichiarazione sulla fame nel mondo. Sarebbe stato cretino. Oltreché
oltraggioso verso lo spettatore.
Poi è chiaro che ad un certo punto – gli anni Duemila – ai festival storici
(Cannes, Venezia, Berlino, ecc..) non è più bastato che si guardassero e
discutessero i film. A partire da quella Berlinale che tre anni fa ha piazzato
Zelensky a fare un comizio in sala che nemmeno il Sean Penn grottesco nel film
di P.T. Anderson (a proposito di quei film dove il tutto è detto in modo
sgangherato), per non dire degli orsi d’argento gender-neutral senza più
distinguere tra contributi artistici di donne e uomini. Chi è causa del suo mal
pianga se stesso.
Così ad ogni attore, attrice e regista è arrivata immancabile la domanda
“democratica” (abbiamo un’età sufficiente per ricordare quando a Berlino chi
girava un thriller negli Stati Uniti toccava una battuta su George W. Bush&Co) a
prescindere dal film fatto: non sarete mica contro il genocidio a Gaza? E
dietro, a valanga, l’informazione mainstream, bisognosa di tutto questo
armamentario retorico pronto per essere abbandonato per nuove avventure
socio-politiche (l’orso gender fluid già oggi avrebbe bisogno più che mai del
WWF) più performative. Insomma, come all’incirca diceva Dino Risi per il cinema
di Nanni Moretti: togliete appelli (firmabilissimi) e girotondi (condivisi) che
vogliamo vedere il film.
P.S. Per la cronaca Wenders nel 1991 disse: “Ogni film è politico. I più
politici di tutti sono quelli che fingono di non esserlo: i film
d’intrattenimento. Sono i film più politici che ci siano perché respingono la
possibilità di cambiamento. In ogni fotogramma ti dicono che va tutto bene così
com’è. Sono una continua pubblicità per le cose così come sono”.
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