Il 24 marzo ricorre il centenario della nascita di Dario Fo. Come ho anticipato
in un post di qualche mese fa, sono previste iniziative celebrative in tutto il
mondo, oltre che ovviamente nel nostro Paese.
Riprendendo quanto dicevo nel precedente intervento, vorrei soffermarmi su
alcuni dettagli tecnici del lavoro di Fo come attore autore, non secondari, a
mio parere, per rendere conto della straordinaria efficacia delle sue
performance sceniche.
In particolare, mi interessa sottolineare l’importanza decisiva che ha, nel
lavoro attoriale di Fo, il saper padroneggiare sapientemente lo sguardo dello
spettatore, guidandolo, indirizzandolo, sviandolo se necessario. Giova ricordare
che, almeno nei monologhi, egli è solo in scena senza nient’altro che il proprio
corpo-voce.
Che uno dei compiti principali, se non il più importante in assoluto, del
regista di teatro consista nel costruire “un itinerario dell’attenzione dello
spettatore” è stato Grotowski ad affermarlo con forza: “l’itinerario
dell’attenzione dello spettatore appartiene al nostro mestiere. Se uno è regista
e lavora con gli attori, deve avere una macchina da presa invisibile che
riprende sempre, dirige sempre l’attenzione dello spettatore verso qualcosa”.
Se adesso apriamo il Manuale minimo dell’attore del nostro ultimo premio Nobel
per la letteratura, questa immagine verbale la troviamo addirittura
visualizzata, disegnata, alla p. 65, la quale ci mostra un uomo con le braccia
conserte, uno spettatore evidentemente, con una macchina da presa al posto della
testa! Fo sta analizzando le differenze esistenti fra il recitare uno stesso
pezzo con la maschera o senza maschera, nella fattispecie il celebre monologo di
Mistero buffo intitolato La fame dello Zanni.
Poi passa a fare un nuovo esempio, riguardante un altro pezzo famoso dello
stesso spettacolo capolavoro, La resurrezione di Lazzaro: “Ho già detto che
l’attore, il regista, deve riuscire a far cambiare gli obiettivi al pubblico
ogniqualvolta ne sente la necessità. Noi siamo abituati, e molte volte non ce ne
rendiamo conto, a eseguire delle zummate incredibili, a mettere in evidenza un
particolare, ad allargare in vaste panoramiche l’inquadratura, ad allungare […]
insomma abbiamo, dentro al nostro cranio, una macchina che nessun marchingegno
tecnico può ancora eguagliare. Il nostro cervello è una sofisticatissima camera
da presa”.
Questa immagine, e il modo in cui il grande attore autore spiega “i principi
secondo cui disegna la propria presenza scenica”, non sono sfuggiti a Eugenio
Barba, che li cita infatti ne La canoa di carta. Trattato di Antropologia
Teatrale (1993) come un esempio di estrema consapevolezza del fatto che il
lavoro compositivo dell’attore è costituito da “dettagli, détours, impulsi e
controimpulsi”, dai quali “dipende la sua precisione, e quindi la qualità della
sua presenza”.
Basta aver assistito a qualcuno dei suoi seminari o delle sue dimostrazioni
tenuti in tutto il mondo per decenni, oppure, in mancanza di questo, basta anche
solo leggere con attenzione le pagine del suddetto Manuale, in cui viene
trascritto lo smontaggio scena per scena, quasi fotogramma per fotogramma, de La
resurrezione di Lazzaro, per farsi un’idea concreta e precisa della sapiente
coscienza che Fo possedeva, avendola arricchita nel tempo dopo il decisivo,
doppio apprendistato con il mimo Jacques Lecoq e nella rivista, della
“drammaturgia della partitura” come “drammaturgia del microscopico”.
Avendone lo spazio, tutti i principi pre-espressivi messi in luce
dall’antropologia teatrale li potremmo ritrovare virtuosisticamente utilizzati
uno ad uno in pezzi come questo o come La fame dello Zanni e altri ancora.
Mi limiterò qui a ricordarne uno soltanto ma basilare: il principio della
sintesi, a cui Dario stesso fa sovente riferimento, parlando di “sintesi estrema
dell’azione in totale”, di necessità di “accennare, non descrivere”.
Ne La canoa di carta, Barba registra questo procedimento come applicazione di
una delle leggi fondamentali dell’antropologia teatrale, il “principio della
semplificazione”, consistente nell’”omissione di alcuni elementi per metterne in
rilievo altri”. E lo cita: “Dario Fo spiega come la forza del movimento
dell’attore risulti dalla ‘sintesi’, dalla concentrazione in un piccolo spazio
di un’azione che impiega grande energia e dalla riproduzione dei soli elementi
essenziali di un’azione, eliminando quelli ritenuti accessori”.
Siamo ancora una volta nel cuore tecnico del Novecento teatrale. In particolare,
siamo vicini alla tradizione del mimo contemporaneo: la “sintesi” di Fo è un
procedimento compositivo molto simile al raccourci di Decroux e all’ellissi di
Marceau. In tutti e tre i casi, è per altro evidente il riferimento ai
procedimenti cinematografici del montaggio e in particolare a quello della
dissolvenza incrociata, mediante il quale un’immagine e/o un suono affiorano
mentre quella/quello precedente ancora permangono, con tutte le sfasature fra
visibile e udibile che il procedimento consente.
La sintesi permette a Fo, come a un mimo decrousiano, o a un attore-danzatore
indiano, di dar vita da solo a una moltitudine di situazioni e di personaggi. In
altri termini, essa consente di sfruttare al meglio drammaturgicamente il corpo
già “moltiplicato” dall’altro principio basilare dell’indipendenza degli arti,
non a caso fondamentale tanto nella biomeccanica di Mejerchol’d come nel mimo
corporeo o nella danza moderna, e praticato da sempre dall’attore-danzatore
asiatico.
L'articolo Dario Fo, maestro dello sguardo: “Il nostro cervello è una
sofisticatissima camera da presa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Papà mi ha sempre detto: “Fai quel che vuoi che campi di più”. Questa frase può
essere fraintesa: non vuol dire stai sdraiato sul divano a guardare la tv. Vuol
dire che devi riuscire a capire COSA VUOI, qual è la tua vera passione. E quando
l’hai capito impegnarti al massimo diventa naturale: perché ti piace, ti riempie
la vita ed è quel che desideri.
Non mi ricordo un solo giorno nel quale mio padre non abbia lavorato. Se non
recitava, studiava, dipingeva, scriveva, incontrava persone che gli potevano
insegnare qualche cosa.
La seconda legge che mi ha insegnato è che dare fiducia è più potente di
qualunque punizione. Quando lo racconto molti mi guardano strano. Ho partecipato
a un dibattito nel quale tutti gli oratori concordavano sul fatto che i padri
non fanno più i padri, non hanno il coraggio di punire i figli e mantenere
rispetto e disciplina. Io ho detto che nessuno mi ha mai messo in castigo, mai
subita una punizione con decurtazione della quota gelati. Il che non vuol dire
che non ci fosse disciplina. Se facevo qualche cosa che non andava bene mia
madre si limitava a spiegarmi perché avevo sbagliato. Era capace di andare
avanti per un’ora… Non so se rendo l’idea… E poi mi davano fiducia. Era scontato
che mi sarei comportato bene.
A partire dai 15 anni quando i miei andavano in giro per l’Italia a recitare
restavo da solo a Milano. Mia madre mi lasciava i soldi sul tavolo e le lasagne
surgelate in frigorifero. Se non volevo andare a scuola mi firmavo la
giustificazione. Ma non ne ho mai approfittato. Se ti danno fiducia si sviluppa
il desiderio di non deludere che è più forte di qualunque minaccia disciplinare.
È incredibile che la maggioranza dei genitori non capisca questo.
Quando mia figlia Jaele aveva già 18 anni la preside mi mandò a dire che dovevo
andare a scuola a firmare il libretto delle giustificazioni. Le telefonai e le
dissi che era una richiesta illegale in quanto Jaele era maggiorenne. Lei mi
rispose che avevo ragione ma che c’era stata una rivolta dei genitori che
pretendevano di avere il controllo delle assenze dei figli. Tagliai corto. “Va
bene signora, Lei dia il libretto a mia figlia, Jaele lo firma con la mia firma
e poi glielo ridà, anche perché le firme le ha sempre fatte lei fin dal primo
anno quindi la mia firma non sapete neanche com’è”. Per inciso passò la maturità
con una valutazione tra le migliori della scuola.
Un’altra legge fondamentale mio padre me l’ha regalata quando avevo 6 anni.
Stavo disegnando ma quel che avevo realizzato non mi piaceva e dico: “Questo lo
butto via perché è brutto!”. E mio padre: “NO, non farlo, quando un disegno ti è
venuto male devi insistere, trovare il modo di migliorarlo!.” Tutte le grandi
opere d’arte hanno dentro un errore che è stato difficile correggere. Un
concetto difficile da capire per un bambino. Ma la spiegazione me la diede con i
fatti pochi giorni dopo.
Stava dipingendo sopra un’asse di legno il viso di una donna. Mi sembrava
bellissimo… D’un tratto dice: “Non va bene” prende l’asse e va verso il bagno. E
io dietro. Mette il dipinto nella vasca, apre la doccia e l’acqua scioglie il
colore. E io mi metto a piangere. Pensavo che fosse impazzito. E non è bello
quando hai 6 anni e capisci che tuo papà è pazzo. Poi però capii. In alcuni
punti l’asse era restata macchiata, in altri punti il colore era già secco e
aveva resistito. E lui riprese a lavorarci sopra coi pennelli e alla fine venne
fuori un viso ancora più bello di quello che aveva distrutto.
Non arrendersi, insistere, è una legge assoluta se vuoi realizzare la tua
passione. Due mesi prima di morire Dario recitò Mistero Buffo a Roma. Prima
dello spettacolo lo vidi nel suo camerino, su una sdraio, che riascoltava la
registrazione dell’ultima replica dello spettacolo. Mi commosse, era già molto
malato e sapeva di avere poco tempo. E Mistero Buffo lo aveva recitato almeno
mille volte, ma lo riascoltava ancora alla ricerca di qualche frase che poteva
migliorare.
La terza legge è la più difficile da capire. Io avevo iniziato a recitare sotto
falso nome, perché volevo capire se potevo farcela senza approfittare del mio
cognome. Recitavo ovunque ci fosse un pubblico disposto ad ascoltarmi: per
strada, nei ristoranti, capannoni, palestre. Quando dopo parecchi anni ebbi la
possibilità di recitare in un vero teatro con il palcoscenico, il sipario e le
poltrone rosse, mio padre si sentì in dovere di darmi una lezione di
recitazione. Non lo aveva mai fatto. Era scontato che guardando i miei che
recitavano avessi capito come si fa.
La regola era: guarda e impara. Venne in camerino e mi disse: “Se puoi, prima di
uno spettacolo fai una passeggiata, che ti aiuta. Non essere tropo attaccato al
risultato. Lo spettacolo migliore non l’ho fatto quando ci tenevo perché in sala
c’era il grande critico teatrale… Anzi, sono riuscito a dare il massimo in
serate in posti sperduti che non avevo neanche voglia di recitare; poi siccome
sono un professionista mi sono impegnato ed è venuto fuori il meglio. E
ricordati: quando sali sul palcoscenico devi pensare che davanti hai degli amici
che si sono messi il cappotto per uscire di casa e venire a vederti!”.
Ma perché è così importante tonificare il corpo passeggiando prima di uno
spettacolo? Perché se vuoi fare bella figura a tutti i costi, con il critico
teatrale, lo spettacolo viene fuori meno bello? Perché è così importante sapere
che quando reciti hai davanti degli amici?
Ho impiegato parecchio a capire quella lezione che durò meno di tre minuti…
Tempo dopo, durante un corso di teatro ad Alcatraz, una giovane attrice, Piera
Conti, mi chiese: “In uno spettacolo io entravo in scena per a prima volta
completamente coperta da un lenzuolo. Non facevo nulla di strano, camminavo e
basta. E il pubblico rideva. Ad un certo punto mi sono ammalata e sono stata
sostituita da un’altra attrice che faceva esattamente la stessa cosa ma nessuno
rideva. Perché?”. Io non sapevo cosa rispondere e quando incontrai mio padre
glielo chiesi. E lui mi disse: “Sì, certo, è l’attitude”. Cazzo! Pensai io, e me
lo dici dopo 30 anni che recito?
Va beh… venne fuori che “l’attitude” è una parola del gergo degli attori, vuol
dire molto di più della parola “attitudine”. Cioè, quando reciti si instaura un
rapporto con il pubblico che è fisico, psicologico, la comunicazione è potente
grazie ai neuroni specchio… Le parole, i movimenti, le espressioni del viso sono
solo una parte della tua comunicazione. E i messaggi che mandi a livello
inconscio non li puoi falsificare, dentro c’è tutto, quel che pensi, quel che
desideri, la tua scala di valori.
Se ti interessa solo il successo, fare bella figura col critico teatrale, non
funzioni bene. Se reciti perché gli spettatori sono tuoi amici, perché vuoi dire
qualche cosa di importante, perché ci credi, allora sì che la tua comunicazione
arriva.
E siamo alla quarta legge di natura, una legge facile da capire che alcuni non
riusciranno mai a praticare. Fare qualche cosa per gli altri ti cambia la vita.
La solidarietà, la cooperazione, la condivisione sono medicine potenti per
l’anima. E anche per il corpo. Quando stai morendo una parte della tua mente ti
chiede di fare un bilancio. È una parte della tua mente estremamente potente. E
se hai vissuto solo per il tuo vantaggio, se non hai avuto pietà, se non hai
fatto il possibile per alleviare il dolore di altri, allora la tua vita è stata
priva di senso. E quando quella parte di te ti chiede: “Cosa hai fatto per gli
altri?”. E tu non hai niente da rispondere allora muori male. E ogni tua cellula
ti maledice perché hai tradito la vita. E l’inferno è lì, mentre muori. Un
inferno che dura solo un istante. Ma ti fa molto molto male.
Il giorno che ho visto mio padre più felice non è stato quando ha vinto il Nobel
ma quando ha consegnato a 36 associazioni di disabili 36 pulmini modificati per
trasportare carrozzine. Tutti quei pulmini schierati in quella piazza e mio
padre era contento come un bambino. Aveva speso tutti i soldi del premio Nobel:
1 miliardo e 650 milioni di lire. E non aveva comprato solo 36 pulmini, con mia
madre avevano ricostruito tetti, aiutato cento situazione con denaro contante,
fornito avvocati, mobilio e tanto altro e oltre ai soldi del Nobel avevano speso
più di un milione e mezzo di euro grazie alla sponsorizzazione di Volkswagen,
Apple e Banca Popolare di Milano.
Beh… queste sono soddisfazioni. Ed è chiaro che poi quando reciti la gente muore
dal ridere.
L'articolo Le quattro leggi “naturali” che mi ha insegnato mio padre Dario Fo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel centenario della nascita di Dario Fo, torna a Milano la sua commedia più
nota, Morte accidentale di un anarchico, in scena al teatro Carcano dal 17 al 22
febbraio. La vicenda raccontata, notissima, riguarda la morte – ironicamente
definita ‘accidentale’ – dell’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto dalla finestra
del quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, a pochi giorni
dalla strage di Piazza Fontana.
Ai tempi della scrittura dello spettacolo, Dario Fo e Franca Rame dovettero
escogitare un escamotage per aggirare la censura e le critiche: trovarono quindi
nella vicenda di Andrea Salsedo, un anarchico morto in circostanze misteriose
negli Usa degli anni Venti, una storia simile a quella di Pinelli e dichiararono
di essersi ispirati a lui per la rappresentazione.
In una stanza della questura di Milano, il commissario Bertozzo ferma, interroga
e rilascia un uomo affetto da ‘istriomania’, il bisogno di spacciarsi per altre
persone. Quando questo ‘matto’ resta solo nell’ufficio, scopre alcune carte
sulla vicenda di un anarchico caduto dalla finestra dello stesso ufficio in
circostanze misteriose. Decide quindi di inscenare una farsa: si finge un
giudice per convocare un altro commissario, un poliziotto e il questore –
identico a Hitler – presenti al momento della defenestrazione, e così concordare
una versione comune sulla vicenda, dato che le dichiarazioni rilasciate nei
giorni precedenti da ognuno di loro tradiscono delle forti contraddizioni. I tre
con molta fatica riescono ad accordarsi su una dichiarazione comune, al punto da
esporla a una giornalista che viene invitata dal matto (ora nei panni di un
medico legale) a intervistare il questore. Bertozzo intanto rientra nell’ufficio
e riconosce il matto, ma si scatena una situazione da commedia degli equivoci:
lui cerca di convincere i tre di non essere davanti a un medico legale; loro –
che lo sanno, ma perché pensano si tratti di un giudice – lo spronano a tacere
davanti alla giornalista. Solo quando la versione comune verrà irrimediabilmente
compromessa dalle troppe discrepanze, il matto si travestirà da vescovo per poi
rivelare la sua vera identità: si tratta di un semplice matto che è stato però
capace di portare a galla le contraddizioni riguardo la morte dell’anarchico. E
così, con il meccanismo della comicità, avvicinarsi un po’ di più alla verità e
riuscire a decifrare meglio la realtà.
Lo spettacolo vede in scena un ottimo Lodo Guenzi (Lo Stato Sociale), Matteo
Gatta, Eleonora Giovanardi, Alessandro Federico, Marco Ripoldi e Roberto
Rustioni, con la regia di Giorgio Gallione che arricchisce il testo con
riferimenti alla cronaca e all’attualità politica: dai rave party alla vicenda
Cucchi, dalle intercettazioni alla polemica sugli scioperi del venerdì. Fino a
chiudere la pièce con una frase presente anche nella versione originale, ma
ancora tragicamente attuale: “Siamo immersi nella merda fino al collo, ma è per
questo che camminiamo a testa alta”.
L'articolo ‘Morte accidentale di un anarchico’, torna al Carcano di Milano la
commedia più nota di Dario Fo e Franca Rame con Lodo Guenzi e la regia di
Giorgio Gallione proviene da Il Fatto Quotidiano.