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La via per Pinelli non c’entra con la partita di Calabresi al Comune di Milano: basta ostracizzarlo
L’intitolazione dell’ex via Micene a Pino Pinelli è un giusto omaggio a una vittima della storia della nostra città. Mi spiace però che alcuni abbiano colto tale occasione per ribadire la contrarietà della cosiddetta “sinistra-sinistra” milanese all’ipotesi che Mario Calabresi si candidi a Sindaco. Posizione non nuova, ma a mio avviso sempre più difficile da comprendere. A chi non lo sa o finge di non ricordarlo, va spiegato che il Commissario Luigi Calabresi fu scagionato da ogni accusa in merito alla morte di Pinelli, in quanto fu accertato che nemmeno si trovava nella stessa stanza. A ogni buon conto, suo figlio Mario a quell’epoca non era neanche nato e nulla può essergli addebitato nemmeno ex post, visto che – ad esempio – è sempre stato netto nel condannare atti di vigliaccheria quali il vandalismo alla lapide dell’anarchico. Se la sua possibile candidatura non vi piace, almeno sforzatevi di trovare altre motivazioni. Allargando lo sguardo, trovo che il noto giornalista abbia dato prova nel corso della sua carriera professionale di essere pienamente coerente con i valori che caratterizzano il campo progressista che dal 2011 governa Milano. Oltretutto, a quanto risulta dai rumors, ultimamente si starebbe anche convincendo a prendere parte alle primarie con gli altri aspiranti sindaci e quindi ha pienamente titolo a partecipare alla partita. Semmai, gli si potrebbe chiedere di condividere le sue idee sul futuro della città con la stessa chiarezza con la quale ha annunciato il suo no al referendum Meloni/Nordio sulla giustizia, ma questo immagino che succederà – appunto – una volta definito il percorso di scelta del candidato. Il vero problema è a monte e non riguarda la persona di Calabresi, bensì l’intera coalizione. Gli antagonisti che scavalcano tutti a sinistra ci sono sempre stati, però nel corso di questi tre mandati sono aumentati forse di numero e certamente di intensità: prima hanno lamentato di essere stati delusi da Pisapia, poi sono diventati sempre più critici nei confronti di Sala e, infine, dell’intero “modello Milano”, riferendosi soprattutto alle scelte urbanistiche. Onestamente non credo che questa parte dell’elettorato possa spostare granché l’esito delle prossime amministrative, ma politicamente la loro contestazione è un fatto che non va trascurato, anche perché alcune ragioni di critica oggettivamente sussistono. Per rappresentare davvero tutti, il prossimo (candidato) Sindaco dovrà occuparsi anche di questo. A prescindere dal fatto che sia Calabresi o qualcun altro. L'articolo La via per Pinelli non c’entra con la partita di Calabresi al Comune di Milano: basta ostracizzarlo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Occorsio, il coraggio della giustizia”. Una mostra ricorda il magistrato che indagò su stragi e P2: e fu ucciso dai terroristi neri
In un’epoca in cui il capo di gabinetto del Ministero di grazia e giustizia, Giusi Bartolozzi, può invitare pubblicamente i cittadini a votare sì al referendum perché così “ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione”, diventa un esercizio di resistenza civile e democratica la partecipazione alla mostra “Vittorio Occorsio, il coraggio della giustizia, 1976-2026”. Il plotone di esecuzione del giudice Occorsio fu rappresentato dai trentadue colpi di mitra con cui fu tolto di mezzo mentre si recava a lavoro il 10 luglio 1976 da Pierluigi Concutelli, terrorista nero, nel cui curriculum c’è scritto Ordine Nuovo ma anche Movimento sociale italiano, che lo candidò a Palermo, proprio il partito la cui fiamma è ancora in bella mostra nel simbolo di Fratelli d’Italia, la formazione politica di maggioranza relativa e che oggi guida il governo in un’Italia sonnolenta e con poca memoria. La colpa per cui Occorsio meritava il plotone di esecuzione, agli occhi di Concutelli e dei terroristi di estrema destra, furono le sue indagini sull’eversione nera, da piazza Fontana al processo proprio a Ordine Nuovo, dal repressivo e anticostituzionale Piano Solo allo scandalo Sifar fino all’ultima inchiesta sulla P2 e sulle logge massoniche. La mostra sarà inaugurata giovedì 12 marzo a Sant’Ivo alla Sapienza, alla Sala Alessandrina dell’Archivio di Stato di Roma (corso del Rinascimento 40 alle 10 del mattino) con un dibattito moderato dall’attrice Anna Ferraioli Ravel e a cui parteciperanno: il curatore Michele Di Sivo; la storica dell’arte Susanna Occorsio, studentessa liceale 17enne quando il padre Vittorio fu ammazzato; la celebre scrittrice e storica Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter Tobagi, ucciso da gruppo terroristico di estrema sinistra Brigata XXVIII marzo; introdurranno Riccardo Gandolfi e Paola D’Orsi, direttori degli archivi di Stato di Roma e Firenze; parteciperanno studentesse e studenti di diverse scuole superiori e sarà presentato l’elaborato del “Vittorio Emanuele II – Bruno Chimirri” di Catanzaro. “La mostra è uno straordinario percorso nella storia d’Italia degli anni ‘60 e ‘70 attraverso i principali processi seguiti dal giudice Vittorio Occorsio. Nelle nove teche presenti a Sant’Ivo alla Sapienza – spiegano i curatori – saranno esposti materiali in parte inediti conservati presso l’Archivio di Stato di Roma, di Firenze e presso l’archivio privato della famiglia Occorsio; i documenti illustreranno il percorso biografico e professionale del giudice Vittorio Occorsio, con particolare riguardo ai processi da lui istruiti nel corso degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Attraverso documenti originali e atti giudiziari l’esposizione ricostruisce il lavoro di Vittorio Occorsio, la trama delle sue indagini e il contesto di un’Italia attraversata da violenze politiche, conflitti istituzionali e profonde trasformazioni sociali. Ne emerge la figura di un magistrato che concepì la giurisdizione come responsabilità personale e servizio allo Stato, fondando il proprio operato esclusivamente sulla legge e respingendo ogni forma di pressione o intimidazione. Una testimonianza che, a cinquant’anni di distanza, continua a interrogare il presente”. Sono esposte anche alcune pagine del Memoriale di Aldo Moro relative al caso Sifar, rinvenute in via Montenevoso nel 1990. E in una teca si potrà “ammirare”, provando la giusta dose di rabbia e indignazione, il mitra con cui Concutelli ammazzò, appunto, il giudice Occorsio quel maledetto 10 luglio 1976. “Questa iniziativa nasce dal desiderio di restituire soprattutto ai giovani la complessità degli eventi che hanno segnato la vita collettiva del nostro Paese tra gli anni Settanta e gli Ottanta”, spiega Susanna Occorsio. “La mostra non rievoca solo la vicenda personale di mio padre, ma è il racconto dei passaggi cruciali della storia d’Italia attraverso il lavoro di chi, in anni segnati da tensioni politiche, terrorismo e violenza, cercava di far emergere la verità con costante impegno e applicazione della legge”. Antonio Tarasco, direttore generale degli Archivi di Stato, è orgoglioso di questa mostra: “A 50 anni dalla morte del magistrato Vittorio Occorsio, siamo lieti di ospitare la mostra della Fondazione a lui dedicata, per onorare la memoria di un uomo ucciso dall’odio politico per il suo rigoroso servizio reso allo Stato. La mostra documentaria ospitata nell’Archivio di Stato di Roma serve per insegnare a costruire una nuova coscienza civile, specie tra i giovani: in questa funzione i documenti archivistici sono essenziali”. L'articolo “Occorsio, il coraggio della giustizia”. Una mostra ricorda il magistrato che indagò su stragi e P2: e fu ucciso dai terroristi neri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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‘Morte accidentale di un anarchico’, torna al Carcano di Milano la commedia più nota di Dario Fo e Franca Rame con Lodo Guenzi e la regia di Giorgio Gallione
Nel centenario della nascita di Dario Fo, torna a Milano la sua commedia più nota, Morte accidentale di un anarchico, in scena al teatro Carcano dal 17 al 22 febbraio. La vicenda raccontata, notissima, riguarda la morte – ironicamente definita ‘accidentale’ – dell’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, a pochi giorni dalla strage di Piazza Fontana. Ai tempi della scrittura dello spettacolo, Dario Fo e Franca Rame dovettero escogitare un escamotage per aggirare la censura e le critiche: trovarono quindi nella vicenda di Andrea Salsedo, un anarchico morto in circostanze misteriose negli Usa degli anni Venti, una storia simile a quella di Pinelli e dichiararono di essersi ispirati a lui per la rappresentazione. In una stanza della questura di Milano, il commissario Bertozzo ferma, interroga e rilascia un uomo affetto da ‘istriomania’, il bisogno di spacciarsi per altre persone. Quando questo ‘matto’ resta solo nell’ufficio, scopre alcune carte sulla vicenda di un anarchico caduto dalla finestra dello stesso ufficio in circostanze misteriose. Decide quindi di inscenare una farsa: si finge un giudice per convocare un altro commissario, un poliziotto e il questore – identico a Hitler – presenti al momento della defenestrazione, e così concordare una versione comune sulla vicenda, dato che le dichiarazioni rilasciate nei giorni precedenti da ognuno di loro tradiscono delle forti contraddizioni. I tre con molta fatica riescono ad accordarsi su una dichiarazione comune, al punto da esporla a una giornalista che viene invitata dal matto (ora nei panni di un medico legale) a intervistare il questore. Bertozzo intanto rientra nell’ufficio e riconosce il matto, ma si scatena una situazione da commedia degli equivoci: lui cerca di convincere i tre di non essere davanti a un medico legale; loro – che lo sanno, ma perché pensano si tratti di un giudice – lo spronano a tacere davanti alla giornalista. Solo quando la versione comune verrà irrimediabilmente compromessa dalle troppe discrepanze, il matto si travestirà da vescovo per poi rivelare la sua vera identità: si tratta di un semplice matto che è stato però capace di portare a galla le contraddizioni riguardo la morte dell’anarchico. E così, con il meccanismo della comicità, avvicinarsi un po’ di più alla verità e riuscire a decifrare meglio la realtà. Lo spettacolo vede in scena un ottimo Lodo Guenzi (Lo Stato Sociale), Matteo Gatta, Eleonora Giovanardi, Alessandro Federico, Marco Ripoldi e Roberto Rustioni, con la regia di Giorgio Gallione che arricchisce il testo con riferimenti alla cronaca e all’attualità politica: dai rave party alla vicenda Cucchi, dalle intercettazioni alla polemica sugli scioperi del venerdì. Fino a chiudere la pièce con una frase presente anche nella versione originale, ma ancora tragicamente attuale: “Siamo immersi nella merda fino al collo, ma è per questo che camminiamo a testa alta”. L'articolo ‘Morte accidentale di un anarchico’, torna al Carcano di Milano la commedia più nota di Dario Fo e Franca Rame con Lodo Guenzi e la regia di Giorgio Gallione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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