Tag - Giorgio Mulè

Referendum, Conte: “Avete scudato la Santanchè, smettetela con le fandonie”. Mulé non risponde e attacca: “Comizietto sull’onestà-tà-tà”
Durissimo scontro tra il leader del M5s Giuseppe Conte e il vicepresidente della Camera dei deputati Giorgio Mulè in un dibattito tenutosi all’Università della Calabria sul referendum costituzionale sulla giustizia, in programma il 22 e il 23 marzo. Al centro del dibattito, la separazione delle carriere, il sorteggio per il Csm e il delicato equilibrio tra magistratura e politica. Conte critica aspramente il progetto di Nordio e del governo Meloni, denunciando la grande fretta dell’esecutivo nell’approvare la riforma, nonostante l’esistenza di altre urgenze del paese: “Dov’è il trucco? Voi state scardinando la Costituzione per restituire più potere alla politica”. Secondo l’ex presidente del Consiglio, il vero obiettivo è isolare chi indaga sui palazzi del potere: “Il disegno è allontanare assolutamente i pm. Sono quelli che preoccupano di più, sono quelli che fanno l’inchiesta sulla politica”. Ed evoca le parole del ministro Nordio sul “primato della politica” definendole pericolose e ricordando la sua personale esperienza durante il Covid: “Quando sono stato presidente del Consiglio, ho subito un interrogatorio di oltre 2 ore dai pm a Bergamo e non mi sono lamentato. Non mi avete sentito dire una parola come Meloni, che ha parlato di una ‘riforma necessaria come risposta alla intollerabile invadenza della magistratura’. E questo vale anche per la riforma della Corte dei conti”. Giorgio Mulè non ci sta e accusa l’ex premier: “Il presidente Conte si è sbizzarrito in una divinatoria, immaginando ciò che potrebbe essere e non è”. Il deputato di Forza Italia respinge le accuse di “deriva autoritaria”, definendo le norme costituzionali come “corazze, lucchetti” difficili da scardinare. Poi attacca quella che definisce la politicizzazione della magistratura: “Il rapporto tra politica e magistratura è malato. L’Anm si è fatta partito politico”. Mulè cita con sarcasmo le resistenze interne alle toghe: “C’è un procuratore assai importante che stamattina in una intervista ha detto: “Con la riforma va in crisi la condizione spirituale”. Oh, questa è importante assai, eh, la condizione spirituale del magistrato”. Poi critica ferocemente il procuratore capo di Napoli e le sue dichiarazioni sulla necessità di votare No al referendum: “Se io ho sostenuto fino alla morte le ragioni del Sì e domani vado davanti a Gratteri, non dico che ho la ‘cacarella’ però magari un po’ preoccupatino ci vado, perché vuoi vedere che questo mi guarda male e pensa: ‘Sto Mulè è pure siciliano e ha un cognome mezzo calabrese, quindi può anche avere avuto suggerimenti per votare Sì’. Oh, ragazzi, ma stiamo scherzando?”. Immediata la replica di Conte: “Io non mi sono affatto sbizzarrito, caro Mulè: il tuo leader di partito, Antonio Tajani, ha detto che poi dobbiamo risolvere il problema e sottrarre la direzione della polizia giudiziaria ai pm. L’ha detto in un convegno di partito e, tra l’altro, risponde a un disegno di legge a firma Alfano, perché è un vecchio progetto di Berlusconi e di Forza Italia che voi volete realizzare”. E rincara: “Tu ti preoccupi della ‘condizione spirituale’ di cui avrebbe parlato non so quale procuratore. Io invece mi preoccupo di quello che hanno detto Tajani e Nordio, il quale ha anche sostenuto che oggi la magistratura controlla se stessa. Il ministro della Giustizia – continua – ha scritto tutto nel suo ‘aureo libretto’ e bisogna riconoscere che lui è di una limpidezza e di una genuinità veramente apprezzabili ed encomiabili. Smettetela di seminare fandonie”. L’ex premier poi rivendica la paternità dei fondi del Pnrr, ricordando che l’obiettivo originario del suo governo era strutturale: “La ragione per cui noi abbiamo portato i soldi del Pnrr era anche quella di investire nel servizio giustizia a beneficio di tutti i cittadini”. Secondo il leader del M5s, le priorità avrebbero dovuto essere due: il rafforzamento della pianta organica dei magistrati e il potenziamento delle dotazioni informatiche per rendere il sistema più moderno ed efficiente. Ma l’affondo più duro di Conte riguarda la gestione attuale di queste risorse. Citando dati del Sole 24 Ore, l’ex presidente del Consiglio sottolinea un paradosso: nonostante l’ingente afflusso di denaro (i 209 miliardi complessivi del piano), la macchina della giustizia starebbe rallentando proprio sotto l’attuale esecutivo. Il clima si surriscalda quando il leader del M5s sposta l’asse del discorso dalla riforma del Csm alla condotta etica della maggioranza. Per Conte, l’appello al “primato della politica” lanciato dal ministro Nordio suona ipocrita se non accompagnato da una pulizia interna: “Sapete come lo restituiamo il primato della politica? Non certo scudando i parlamentari”. Conte entra nel dettaglio dei singoli casi, menzionando i casi giudiziari della ministra del Turismo e del sottosegretario della Giustizia, entrambi esponenti di Fratelli d’Italia: “Perché Santanchè la tenete ancora lì a dispetto di un’accusa conclamata? Truffa per l’utilizzo dei fondi Covid ai danni dell’Inps e quindi dello Stato”. Non meno duro l’attacco su Andrea Delmastro, ricordando che è stato “condannato in primo grado per violazione di notizie riservatissime, carpite addirittura da intercettazioni del 41 bis e passate all’amico e sodale Donzelli perché le utilizzasse contro un partito di opposizione”. La tesi di Conte è chiara: la politica non ha titolo per riformare la magistratura finché non risolve i propri conflitti interni. “Quando eravate all’opposizione – ricorda il presidente del M5s – chiedevate le dimissioni di chiunque per ogni stormir di fronde e per qualsiasi flatus vocis. E adesso di fronte a queste realtà che cosa fate voi?”. “Dai, su – protesta Mulè – E allora fai dimettere la Appendino che è stata condannata in via definitiva. E lei non è parlamentare? Ma che discorsi fai?”. Conte ricorda che la maggioranza di governo ha sollevato al Senato un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale contro la Procura di Milano riguardo all’utilizzo di chat ed e-mail della ministra: “Avete scudato da ultimo la Santanchè con un voto in Parlamento, sollevando un conflitto di attribuzione. E adesso c’è stato il rinvio perché volete incrociare la prescrizione. Come restituite il primato alla politica? E andate pure a fare le pulci alla magistratura? O andate a discutere sulle decisioni di autogoverno del Csm?”. L’ex premier, infine, denuncia la grave postura di Nordio sulla corruzione definita ‘minore’, che, al contrario, ha conseguenze devastanti sulla qualità dei servizi pubblici essenziali, come la sanità: “Io inorridisco di fronte al vostro ministro Nordio che parla di tangenti come di ‘modestissime mazzette’ che non meritano dispendio di risorse investigative. Quelle mazzette fanno male. Cosa dimostrano le intercettazioni sulle gare truccate del portavoti Totò Cuffaro nella tua regione? Dimostrano che, quando trucchi addirittura le gare sulla sanità, poi è normale che ai cittadini non venga garantito un servizio efficiente e l’accesso a un servizio sanitario decoroso”. Mulè accoglie l’affondo con evidente fastidio, rinfacciando a Conte quelli che definisce ‘fallimenti’ e liquidando l’intervento dell’avversario come una deviazione dal tema centrale: “Io non intendo replicare. Il comizetto lascia il tempo che trova. Ero venuto a parlare di referendum e mi trovo davanti una platea che voleva parlare di onestà-tà tà”. L'articolo Referendum, Conte: “Avete scudato la Santanchè, smettetela con le fandonie”. Mulé non risponde e attacca: “Comizietto sull’onestà-tà-tà” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Governo Meloni
Giuseppe Conte
Referendum Giustizia
Giorgio Mulè
“Forza Italia non può parlare di legalità? La denuncio! Mi dia nome e cognome”. Mulè sbotta col pubblico durante un incontro sul Referendum
Nell’aula Caldora dell’Università della Calabria il confronto sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere accende gli animi fino a trasformarsi in uno scontro senza sconti, rivelando il nervosismo plateale del governo Meloni per la risalita del No nei sondaggi. Da una parte, Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e vicepresidente della Camera, schierato per il Sì alla riforma Nordio; dall’altra Giuseppe Conte, leader del M5s, che guida il fronte del No. In mezzo, una platea di studenti e di persone di diverse generazioni che ascoltano, applaudono, rumoreggiano e, a un certo punto, irrompono nella scena. È il momento delle domande. Mulè prende la parola e, quasi a voler segnare il tempo, ricorda di avere fretta: da vicepresidente della Camera deve andare a Niscemi. Gli applausi per Conte lo infastidiscono. “Se volete, posso pure non fare più il vicepresidente della Camera. Sapete, io non ci sto proprio ad andare a Niscemi”, dice, lasciando cadere la frase con un tono che suona come una sfida. Conte coglie l’assist e, con ironia, replica: “Non minacciare, perché altrimenti potrebbero raccogliere il tuo invito”. “Appunto”, commenta Mulè, che aggiunge, con evidente stizza: “Vedo che la claque è ben composta”. Uno studente formula una domanda puntuale e tecnica: “Intervenire sulla giustizia significa incidere su un potere fondamentale dello Stato. Lei sostiene il sì. Dunque, come garantire che la riforma non venga percepita come un intervento punitivo nei confronti della magistratura, ma come un rafforzamento della qualità democratica del sistema?”. Mulè risponde negando qualsiasi intento punitivo: “Non sarà per nulla punitivo, ma per un motivo semplice. Andatevi a vedere quanti sono gli ammonimenti e le censure del Csm ai magistrati”. Mentre parla, per rendere plastica l’idea di sanzioni disciplinari leggere, assesta uno schiaffetto a una bottiglietta d’acqua e si dà un buffetto sulla faccia. Poi attacca il fronte del No sul terreno del confronto internazionale: “I sostenitori del No ci paragonano alla Francia, ma magari Iddio. Il pm in Francia è definito ‘agente dell’essecutivo’, dipende direttamente dal ministro della Giustizia”. Conte ride, indica Mulè e si rivolge al pubblico: “Lo dice lui, eh: magari Iddio”. Il sottinteso è chiaro: la tentazione di sottoporre il pubblico ministero all’esecutivo è esattamente ciò che il No denuncia. Mulè si spazientisce e rilancia: “Ho detto così nel senso che sei caduto malamente con questa accusa, perché anche in Spagna, che prima hai citato, c’è una ferrea separazione delle carriere coi pm sotto l’esecutivo. Ma non è quella la roba che vogliamo. Qui non sarà mai così, checché ne dicano le Cassandre e i maghi Otelma che guardano nella palla di vetro. Non può essere così, non avverrà. Solo nel paese di Acchiappacitrulli il magistrato può andare sotto l’esecutivo. In Italia no. Proprio perché non c’è e non ci può essere nessun intento punitivo, perché c’è una cosa che salvaguardia tutti, che è la Costituzione”. Poi si rivolge al pubblico: “Per come si sta oggi, però, voi ne avete tutti da perdere. Perché senza questa riforma Nordio la magistratura non sarà libera e indipendente, ma continuerà a essere sotto il giogo politico di chi vuole tenere i pm e i giudici controllati dal Csm. Palamara era la punta dell’iceberg. Andatevi a vedere le chat. Ha pagato Palamara? Male che abbia pagato solo lui. Quel Csm – rincara – non ha avuto né la forza, né la coerenza, né la dignità di punire gli altri giudici. Hanno fatto l’amnistia. A me non piace. A me non piace questa magistratura che non è in grado di autoregolarsi. Io voglio una magistratura libera”. L’intervento del parlamentare è un crescendo rossiniano di accuse al Csm, finché dal pubblico si leva una voce: “Ma proprio voi di Forza Italia parlate di legalità?”. È la scintilla. Mulè sbotta e alza la voce in modo incontenibile: “No, io parlo di legalità quanto mi pare e lei non si permetta di dare a me nessuna lezione. Non si permetta né lei, né nessun altro. Parlo di legalità perché io sono una persona perbene. Chiaro? Non si permetta. Perché per colpa di persone come lei, la gente non capisce cosa andare a votare. Lei non ha nessun diritto di appiccicare a me e alla mia parte politica alcun esempio di legalità o illegalità, chiaro? Ci sarà lei non perbene, non io! Perché si permette di diffamarmi e di calunniarmi in questa maniera. E si permette di farlo qui perché sa di poterlo fare”. E avverte: “Sia chiaro: lei neanche mi scivola addosso. Non si permetta, altrimenti la denuncio. Non si permetta di dare dell’illegale a me e alla mia parte politica. Dia nome e cognome e io la porto in tribunale. Lei, come chiunque altro, non si permetta. Questa è la deriva a cui vi stanno portando, come sta facendo questo signore coi capelli bianchi che dovrebbe dare anche l’esempio di moderazione e di rispetto. Vi vogliono portare a questo: a dire che noi siamo quelli brutti, sporchi, cattivi, gli illegali, i mafiosi, gli amici della P2”. L’agitazione di Mulè è evidente, le frasi si accavallano, compaiono errori marchiani di espressione. Il vicepresidente della Camera dei deputati si rivolge quindi a Conte: “Avete voluto il taglio dei parlamentari come Gelli. Ma con che coraggio ci venite oggi a dire noi che siamo discendenti della P2? Nessuno si permetta di infangare il referendum dando patenti di legalità o illegalità. Siamo tutti persone perbene fino a prova contraria. Siamo tutti cittadini italiani uguali”. Infine, il rituale attacco ai magistrati: “Io al referendum dirò un Sì grande quanto una casa, perché questa magistratura con questo sistema ha fallito e ha dimostrato che il Csm era un verminaio in cui tutte le promozioni, tutte le nomine obbedivano soltanto a criteri politici di spartizione del potere”. L'articolo “Forza Italia non può parlare di legalità? La denuncio! Mi dia nome e cognome”. Mulè sbotta col pubblico durante un incontro sul Referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Giuseppe Conte
Referendum Giustizia
Giorgio Mulè