“P reparati per ciò che Jules Verne poteva solo immaginare – questa non è una
corsa da brivido per i turisti, è molto di più” recitava lo spot pubblicitario
di OceanGate, l’azienda statunitense che fino al giugno 2023 prometteva di
penetrare gli abissi oceanici e far visita al relitto del Titanic con il
sottomarino tascabile Titan. L’azienda, che si considerava la “SpaceX per
l’oceano”, abbagliava i clienti ultraricchi con tour esclusivi di aree fino ad
allora irraggiungibili dai non addetti ai lavori. Così si commercializzava
l’ultimo orizzonte sopravvissuto alla spinta globalizzatrice e colonizzatrice
che ha svelato il mistero di quasi tutti i territori esistenti. In altre parole,
OceanGate giocava a fare Dio.
Il tragico epilogo del Titan – imploso nelle acque internazionali nell’Oceano
Atlantico settentrionale, con cinque passeggeri morti all’istante, senza
possibilità di uscita – non si deve banalmente intendere come un contrappasso
all’hybris umana, per quanto nel suo rapporto finale la Guardia costiera
statunitense abbia evidenziato dei difetti strutturali dello scafo, oltre alla
totale mancanza dei necessari test ingegneristici e all’inefficacia del sistema
di monitoraggio. La terribile storia del Titan fa emergere infatti qualcosa di
più sotterraneo, che formicola sotto la psiche collettiva della storia
occidentale: una smania di illuminare, di sventrare e controllare l’abisso, e di
scacciarne i mostri.
È in questi meandri che si addentra Qui non c’è niente. Immagini dal labirinto
(2025) di Alessandro Mantovani, un saggio che riscopre il labirinto come forma
di pensiero molto prima che architettonica. In un viaggio dall’epopea di
Gilgamesh alla Biblioteca di Babele di Borges, il labirinto si configura come
uno dei più antichi strumenti per abitare e narrare il mondo: un luogo
enigmatico che esorcizza i misteri degli abissi e resiste all’illusione di
poterli controllare.
Mantovani, giornalista e insegnante di letterature comparate all’Università
dell’Insubria, identifica la cartografia come la scienza che per prima, fin dai
tempi di Pausania, ha risposto alla paura dello smarrimento, tentando di
addomesticare i luoghi, di renderli attraversabili. Se nel Medioevo le mappe
erano ancora proiezioni orizzontali della cultura che le produceva, con il suo
repertorio di profezie, leggende e mostri, l’invenzione della prospettiva ha
permesso ai cartografi di vedere gli spazi dall’alto, cioè di sostituirsi
all’occhio di Dio. La cartografia fa collassare il globo terrestre in una
superficie piana e liscia, una terra cognita a portata di mano. Parafrasando il
geografo Franco Farinelli, il mondo si è ridotto a immagine, e così i luoghi,
intesi come posti unici, riconoscibili e abitati da forze non sempre conosciute,
sono diventati spazi: spalancati e a disposizione del fruitore.
> Se nel Medioevo le mappe erano ancora proiezioni orizzontali della cultura che
> le produceva, con il suo repertorio di profezie, leggende e mostri,
> l’invenzione della prospettiva ha permesso ai cartografi di vedere gli spazi
> dall’alto, sostituendosi all’occhio di Dio.
Non a caso, continua Mantovani, Google sviluppa la mappatura del globo nel 2005,
a soli sette anni dalla propria nascita, smaterializzando la percezione stessa
degli spazi, che vengono ridotti alla loro funzionalità per l’utente. Tutto è
calcolato: tragitto, tempo di percorrimento, tempo di arrivo. La
digitalizzazione della cartografia serve l’intero globo sul palmo della mano, ma
allo stesso tempo lo riduce all’osso: possiamo mandare la nostra posizione a
un’amica, il nostro puntino blu lampeggerà nello sterile rendering dai toni
tenui e rassicuranti, darà cioè una soluzione superficiale e spolpata a una
domanda molto più impegnativa: “Dove sei?”
Il terreno è allora fertile per introdurre il labirinto come forma ancestrale
del pensiero – più precisamente un mitologema, un pensiero-immagine antecedente
al mito – e per estensione come strumento concettuale atto a “navigare” la parte
del reale non calcolabile e non sempre visibile, il piano sotterraneo e
misterico del presente. Il labirinto è il “luogo” per eccellenza:
> Il labirinto, [è] il luogo principe in cui si entra e da cui non si riesce più
> a uscire; immagine di un groviglio infinito sempre diverso e sempre uguale,
> riproducibile e annichilente in quanto legato all’ancestrale paura del
> disorientamento, dell’ignoto, della morte.
Uno dei meriti principali dell’indagine di Mantovani è quello di rintracciare le
traiettorie del labirinto come forma di pensiero nel corso dei secoli, in una
ricostruzione storiografica minuziosa che attraversa tutta la cultura
occidentale e non solo. Mantovani scandaglia la nostra coscienza collettiva
mostrando come ogni epoca abbia plasmato il labirinto sui suoi bisogni e demoni,
ma anche, per converso, che alcuni elementi del suo nucleo come la connessione
con la morte sono rimasti gli stessi nei millenni, a partire dalle prime civiltà
mesopotamiche.
> Uno dei meriti principali dell’indagine di Mantovani è quello di rintracciare
> la traiettoria del labirinto come forma di pensiero nel corso dei secoli, in
> una ricostruzione storiografica minuziosa che attraversa tutta la cultura
> occidentale e non solo.
Nel poema epico di Gilgamesh la foresta dei cedri è una “selva oscura” piena di
viottoli senza uscita dove vive il mostro Humbaba, “l’uomo delle viscere”. Il
suo volto, fatto di interiora, è descritto come un “groviglio tremendo”,
connesso a doppio filo con il mondo degli inferi. In molte tavolette d’argilla
mesopotamiche il groviglio di Humbaba è stilizzato in raffigurazioni a spirale
che servivano a divinare dalle viscere di animali morti. In queste primissime
narrazioni il labirinto è dunque una struttura spiraliforme, corporea e
disegnata, che apre un passaggio fluido tra vita e morte: una selva da cui,
seguendo la spirale, si può entrare ma anche uscire.
Sarà l’ansia razionalizzatrice greca a operare una distinzione netta tra il
mondo dei vivi e quello dei morti: nei labirinti della mitologia torna il
rapporto con il mondo degli inferi, ma mediato da figure femminili, delle
“regine della morte” come Persefone e Arianna che dirigono forme più o meno
metaforiche di danze spiraliformi. Anche Teseo, l’eroe razionale della civiltà,
danza all’interno del labirinto di Cnosso seguendo il gomitolo di Arianna,
raffigurato a spirale. In questo senso il labirinto rappresenta il necessario
tragitto per entrare nella morte e vincerla, sconfiggendo il mostro del
Minotauro. Simili danze si riscontrano nel racconto di Virgilio dei riti
funerari per la morte di Anchise, il ludus Troiae, successivamente introdotto
nella penisola italica dal figlio Ascanio. Nella cultura etrusco-latina il
rapporto con il simbolo del labirinto assume però nuovi connotati: le danze non
sono più propiziatorie ma apotropaiche, lo spazio del labirinto diventa la
soglia che non più collega ma allontana l’enigma disorientante della morte.
In questo humus culturale si erge il palazzo delle viscere del Tieste di Seneca:
Atreo si vendica del fratello Tieste uccidendo e smembrandone i figli nelle
fondamenta del suo palazzo di Micene. È una selva degli orrori, paludosa e senza
via d’uscita, dove brulicano mostri e fiamme smisurate. Nelle parole di Seneca,
“tutto ciò di cui si ha paura, qui lo si incontra”. Un luogo smarginato, direbbe
Elena Ferrante, dove crollano i confini e pulsa il magma sotterraneo della
morte. Si comprende allora l’urgenza occidentale di sventrare il labirinto e di
portarne le viscere alla luce, e allo stesso tempo l’umana impotenza di fronte
ai suoi misteri, come quello della morte, che da vivi si può pensare ma non si
più conoscere, e quindi nemmeno rappresentare. Allo stesso modo, se si provasse
a rappresentare il labirinto, ossia a ridurlo a una tavola con un centro e
prospettiva, si perderebbe automaticamente la sua essenza: non avremmo più un
labirinto, ma una sua mera stilizzazione superficiale. La logica labirintica,
così come quella della morte, esiste in questo spazio contraddittorio, ed è per
questo, prosegue Mantovani, che non ha mai smesso di agire sulle nostre menti:
la sua contraddizione interna è uno degli archetipi della stessa condizione
umana, a cavallo tra vita e morte.
È vero però che il labirinto è stato rappresentato come forma architettonica, ed
è proprio in questa forma che rivela una dualità intrinseca, sia a livello di
prospettiva (quella di chi lo attraversa e ci si perde, e quella superiore di
chi lo osserva) sia di direzione (un canale sia di entrata sia di uscita).
Mentre il labirinto spiraliforme dell’era preromana era unicursale, seguiva cioè
un solo corso a cui si era destinati, il labirinto-palazzo dei secoli successivi
è multicursale, presenta cioè molte e intricate vie, dove la scelta, e quindi
l’errare e l’errore suscitano un duplice sentimento di meraviglia e terrore. La
cultura medievale rielabora questa dualità del labirinto nel rapporto tra
umanità e peccato: da una parte il labirinto è risemantizzato in malo, associato
alla selva del peccato (Dante, Petrarca, Boccaccio) o al pensiero pagano
(Sant’Agostino), dall’altra si intravede una reinterpretazione in bono, come
l’enigma da risolvere che Dio offre all’umanità per iniziarla al cammino verso
la salvezza.
> Mentre nelle città più antiche la razionalizzazione dello spazio era volta al
> controllo, con delle mura e un centro ben definito, con il Rinascimento e
> l’età moderna le città si aprono all’esterno, diventando spazi di flusso e
> snodi sociali, culturali ed economici.
Il labirinto parte dunque dalle viscere, non ha confini né centro, ed è duplice,
sia nelle sue biforcazioni sia come simbolo. Mantovani ha disposto tutti gli
elementi per collocare lo spazio labirintico nella modernità, e in particolare
nella metropoli contemporanea. Mentre la razionalizzazione dello spazio della
polis greca, così come quella dell’urbs romana e delle città medievali, era
volta al controllo, con delle mura e un centro ben definito, con il Rinascimento
e l’età moderna le città si aprono all’esterno, diventando spazi di flusso e
snodi sociali, culturali ed economici, immagini di un progresso sempre più
sconfinato. Le città globali della contemporaneità si definiscono proprio per il
loro potere all’interno di una più vasta rete di fenomeni economici, politici e
culturali, come ricorda Saskia Sassen nel saggio Le città nell’economia globale
(2010). In queste città, come New York o Tokyo, l’accentramento delle tecnologie
di comunicazione e dei media privilegia il loro peso internazionale rispetto al
loro stesso territorio: è qui che tutto ciò che ha rilievo politico, sociale e
mediatico accade. Queste città sono connesse globalmente quanto disconnesse
localmente, i loro luoghi erosi a spazi di consumo, senza più un centro.
Mantovani associa l’espansione non lineare e senza limiti delle città globali al
concetto filosofico di rizoma, sviluppato dai filosofi Gilles Deleuze e Félix
Guattari in Mille piani (1980), ossia un modello reticolare orizzontale che
connette qualsiasi punto a un altro, senza inizio né fine. A questa nuova
visione della città-labirinto Mantovani fa seguire la metafora dei frattali del
sociologo Henning Eichberg: se ogni porzione di una struttura frattale, in
natura come in geometria, riproduce la forma dell’intero oggetto in scala
ridotta, allo stesso modo ogni distretto delle città globali riprodurrebbe in
scala ridotta l’intera città, ad infinitum. Mi chiedo tuttavia se non sia più
preciso associare la città-labirinto contemporanea al funzionamento del micelio
micorrizico. Nel capitolo “Labirinti viventi” di L’ordine nascosto (2022) lo
scienziato Merlin Sheldrake spiega che il micelio dei funghi “vaga senza sosta
al di fuori e oltre i propri limiti, limiti che non sono mai prestabiliti come
invece avviene per la maggior parte dei corpi animali. Il micelio è un corpo
privo di schema corporeo, […] la coordinazione miceliare avviene dappertutto e
allo stesso tempo in nessun punto in particolare”. E dunque, che le città
globali siano città senza corpo? E se non hanno un corpo, dove sono le viscere?
> Le città globali odierne tendono sempre di più a proporre un simulacro della
> loro identità: sono le città Disneyland, gentrificate, turistificate e
> foodificate dove non si sta, ma si consuma soltanto.
Siamo davanti, ancora una volta, all’affascinante duplicità del labirinto: da
una parte la logica labirintica anima la dimensione ipertrofica e
ipertecnologica della città contemporanea, dall’altra ci interroga su dove sia
finito il suo piano sotterraneo, irrazionale e misterico. Mantovani risponde
approfondendo le analisi del sociologo e filosofo Jean Baudrillard (Simulacri e
impostura, 1981) e del sociologo Manuel Castells (La città delle reti, 2004)
affermando che le città globali odierne tendono sempre di più a proporre un
simulacro della loro identità: sono le città Disneyland, gentrificate,
turistificate e foodificate dove non si sta, ma si consuma soltanto. Città dove
viene meno il rapporto indessicale tra l’oggetto (la città) e la sua immagine,
perché si dà priorità alla funzionalità e al consumo, “mentre il mondo reale si
sgretola in un deserto”, conclude Mantovani.
Questa crisi della realtà disorienta e smarrisce, specialmente nell’epoca della
postverità, ma Mantovani propone una possibile visione della città-labirinto in
bono: nonostante tutto, c’è una resistenza ostinata dello spazio fisico contro
quello immateriale, che per Henri Lefebvre è “lo spazio percepito, ossia
vincolato alla pratica attiva di chi lo attraversa e ne usa gli strumenti per
decifrarlo” (La produzione dello spazio, 1974). In altre parole, lo spazio può
tornare a essere un luogo se c’è chi lo percepisce, ne fa esperienza, e cerca di
starci e comprenderlo oltre la sua funzionalità. Mantovani ricorda allora lo
spazio del flâneur o flâneuse di Flaubert, o quello dello scrittore per Calvino,
ossia colui o colei che deve accettare “il nuovo mondo, assumendone
l’immaginario e riscattandone la disumanità”. Il saggio si inoltra poi nelle
rappresentazioni della città-labirinto in Poe, T.S. Eliot, Auster, De Certeau,
Benjamin, Kafka e Fisher, che alternano le proprie visioni tra il rimanere
intrappolati nelle viscere della città e cercare spazi di sfida al suo interno.
L’impressione è che queste manifestazioni letterarie e filosofiche della
città-labirinto contemporanea vengano rintracciate da Mantovani non tanto per
indicarci una via d’uscita attuale, ma per dar prova che la logica del
labirinto, ossia il suo pensiero magico, sia di fondamentale importanza, “una
componente ineludibile del confronto tra l’umano e il mondo circostante”.
Eppure questa conclusione era già evidente dalla prima metà del libro. In uno
dei suoi passaggi più acuti la riflessione di Mantovani sul testo di Lefebvre
desume che, nonostante la smania occidentale di portare le viscere alla luce, di
rendere gli spazi trasparenti e razionali, nelle città contemporanee “lo spazio
non è innocente come appare”. In questa considerazione si cela però una domanda
a cui Mantovani non dà una risposta diretta: “Ma allora, come si configura la
resistenza labirintica oggi?”. L’autore ci ha guidato in un viaggio
simil-hegeliano all’interno dello spirito del labirinto, da Humbaba a
Disneyland, ma sembra tralasciare gli evidenti palazzi delle viscere odierni,
come i cadaveri rimasti incastrati nelle macerie senza via d’uscita di Gaza, o
le gigantesche pozze di sangue che macchiano le strade del Darfour
settentrionale. Questi sono i labirinti di oggi, che affollano lo stesso schermo
dove il navigatore di Google Maps smaterializza lo spazio intorno a noi, dandoci
l’illusione di avere il mondo sul palmo della mano. Senza interrogare le crisi
individuali e collettive che questi labirinti ci obbligano ad affrontare,
l’indagine di Mantovani appare incompiuta.
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