Il caso di R., un ragazzo di ventiquattro anni arrivato in Italia lo scorso
dicembre, riaccende i riflettori sull’Ufficio immigrazione di via Patini a Roma.
La sua non è la storia di uno sbarco sulle coste del Sud Italia, ma quella di
una persona regolarmente atterrata a Fiumicino attraverso un corridoio
umanitario, frutto di un protocollo tra istituzioni e organizzazioni religiose
come la Comunità di Sant’Egidio. “Un’alternativa legale e sicura… un modo per
rispondere anche alla domanda sulla nostra sicurezza”, è scritto sul sito del
ministero degli Esteri, che spiega il “patrocinio privato” degli enti che
garantiscono alle persone “alloggio e assistenza economica per il periodo di
tempo necessario all’espletamento dell’iter della richiesta di protezione
internazionale”. Eppure, secondo quanto denunciato da Baobab Experience, una
delle realtà del volontariato che si fa carico dell’assistenza nella Capitale,
il trattamento ricevuto alla Questura di Roma descrive una realtà ben diversa.
R. è un sopravvissuto: ha visto il fratello morire in mare dopo che la loro
barca era stata speronata dalla Guardia nazionale tunisina, per poi essere
venduto alle milizie libiche e condotto nel centro di detenzione di Al-Assah,
lungo il confine tra i due paesi, vittima di una tratta ormai nota. In quel
centro gestito da milizie legate al governo di Tripoli, avrebbe patito torture e
traumi profondi “che lo hanno portato più volte a tentare il suicidio”, spiega
Baobab nel suo comunicato. Che poi racconta l’esperienza a Roma, il corridoio
umanitario che si infrange sugli uffici della Questura. Il giorno della
convocazione a via Patini, riferiscono, nonostante l’appuntamento documentato
gli è stato prima chiesto di andarsene per carenza di personale e poi detto che
il suo incontro non risultava nel sistema.
Dopo cinque ore di attesa, l’attivista che accompagna R. è al telefono con una
legale e, racconta il comunicato, “non si accorge che l’interprete spagnolo
mette in mano a R. – che parla arabo – una penna e gli dice di firmare un
foglio. R. firma inconsapevolmente un nuovo appuntamento per tre mesi dopo“.
Ancora: “L’attivista chiede di visionare il foglio firmato da R. e gli operatori
minacciano di chiamare la polizia, rimproverando R. – che nel frattempo inizia a
sentirsi male – di immaturità. R. è confuso, impaurito e strappa il foglio
dell’appuntamento e chiede di tornare a casa: non sta bene. Si rifugia in un
angolo e si addormenta a terra, stanco, provato”. A nulla sarebbero valse le
rimostranze, più che legittime viste le fragilità documentate di R., che “lascia
l’Ufficio Immigrazione e non risponde più alle chiamate”.
Per Baobab “i trattamenti degradanti nei confronti dei richiedenti asilo sono la
norma alla Questura di Roma”, dove si incontrano “famiglie con bambini costrette
a dormire fuori al gelo per essere le prime in fila” e dove regna una “inciviltà
dilagante”. La stampa ha raccontato più volte di persone costrette ad accamparsi
per settimane prima di riuscire ad accedere a una procedura che, secondo la
normativa vigente, anche in caso di afflusso eccezionale non deve superare i 10
giorni lavorativi. In passato, una vasta rete di associazioni, giuristi e
operatori sociali aveva rivolto un appello direttamente al Viminale e alla
Questura stessa per chiedere di garantire l’accesso senza ulteriori ritardi.
Nonostante le sanzioni del tribunale e le ripetute segnalazioni, il ministero
dell’Interno non pare aver preso provvedimenti. Le conseguenze dell’imbuto
amministrativo? Chi non riesce a formalizzare la domanda resta illegittimamente
escluso da diritti fondamentali come accoglienza e cure mediche. Per Baobab, una
spirale di esclusione: “Si inizia dalla negazione di uno status giuridico per
poi negare l’accoglienza, costringere alla strada, impedire il lavoro legale e
alimentare lo sfruttamento”.
L'articolo Richiedenti asilo, la Questura di Roma ostacola anche chi arriva con
corridoi umanitari per le torture subite in Libia proviene da Il Fatto
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