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“Il decreto Sicurezza è un assalto alla Costituzione. Si vuole arrivare allo Stato di polizia”. Il dossier dei Giuristi Democratici
“Siamo pronti a presentare una pregiudiziale di costituzionalità e valutare un ricorso alla Consulta”. I senatori di Alleanza Verdi Sinistra, Peppe De Cristofaro e Ilaria Cucchi non vanno tanto per il sottile. D’altronde, il dl Sicurezza voluto dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in vigore da quasi un mese, è stato definito un “assalto alla Costituzione” dagli stessi Giuristi Democratici, che in un dossier di tredici pagine presentato oggi in Senato e distribuito alla stampa insieme a una copia della Carta, elencano tutti i punti critici del provvedimento e parlano esplicitamente di una “escalation autoritaria” nelle politiche sulla sicurezza. Secondo gli autori del dossier, rappresentati da Antonello Ciervo, infatti, il decreto rappresenterebbe “un tassello organico di un progetto eversivo” volto a trasformare progressivamente “lo Stato di diritto in uno Stato di polizia“, riducendo le garanzie costituzionali e comprimendo l’esercizio delle libertà civili. Nel mirino dei giuristi c’è innanzitutto la legittimità stessa dello strumento utilizzato dal governo. Il decreto legge, sostengono, sarebbe stato adottato in assenza dei presupposti richiesti dalla Costituzione. Nel testo si legge infatti che “nel Decreto legge pubblicato in Gazzetta Ufficiale non sono motivate né presenti in fatto e diritto le premesse circa la sussistenza dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza”. Gran parte delle critiche riguarda le norme che incidono sul diritto di manifestare. Il dossier denuncia infatti un forte irrigidimento delle sanzioni per i promotori dei cortei e delle iniziative pubbliche. In particolare viene segnalata l’introduzione di multe amministrative molto elevate, fino a 10mila euro, che avrebbero un evidente effetto deterrente sull’organizzazione delle proteste. Non solo: in caso di violazione delle prescrizioni della questura, i promotori potrebbero essere chiamati a pagare ulteriori sanzioni anche per comportamenti dei partecipanti. I giuristi parlano apertamente di un intervento che rischia di colpire il dissenso politico. Nel documento si legge che si tratta di un “grave attacco alla libertà di riunione e manifestazione del pensiero”, realizzato attraverso sanzioni formalmente amministrative ma “talmente elevate da produrre un effetto dissuasivo sulla partecipazione alle proteste”. Tra le norme più contestate c’è l’ampliamento dei poteri di identificazione preventiva da parte delle forze dell’ordine. Il decreto consente infatti di fermare e accompagnare in questura persone ritenute potenzialmente pericolose durante eventi pubblici. Una misura che, secondo il dossier, “viola la libertà personale e di circolazione”, introducendo strumenti che ampliano in modo significativo la discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. Critiche anche al cosiddetto Daspo giudiziario, che può impedire a chi è stato condannato per reati commessi durante manifestazioni di partecipare a riunioni pubbliche per anni. Per i giuristi si tratta di una misura che rischia di trasformarsi in una sorta di “confino urbano”, con restrizioni prolungate della libertà di partecipazione politica. Il documento arriva mentre il decreto sicurezza è in pieno iter parlamentare. “Da tre anni a questa parte si assiste a provvedimenti del governo che vanno nella direzione di restringere gli spazi democratici e di modificare in radice gli assetti costituzionali”, ha detto De Cristofaro, cui fa eco Cucchi: “Vediamo usare sempre gli stessi metodi: si creano problemi che non esistono per distogliere l’attenzione dai problemi veri”. E infatti Luca Blasi della Rete No Kings: “Non è vero che i reati aumentano, è il contrario. Aumentano solo i morti sul lavoro e i femminicidi”. L’attivista Gianluca Peciola: “A breve assisteremo a una concorrenza antidemocratica tra FdI-Lega e la lista Vannacci”. Prossimo appuntamento sabato 14 marzo dalle 14 alle 19 a Torino, dove si lancerà l’allarme sull’uso dei “reati associativi contro i movimenti sociali”. L'articolo “Il decreto Sicurezza è un assalto alla Costituzione. Si vuole arrivare allo Stato di polizia”. Il dossier dei Giuristi Democratici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sicurezza
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Costituzione
Migranti rientrati dall’Albania, Meloni attacca i giudici. Ma sarebbe bastato non trasferirli: ecco cosa dice la legge
A dieci giorni dal referendum sulla giustizia, Giorgia Meloni torna ad attaccare la magistratura. Lo fa durante le comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio europeo e sulla crisi in Medio Oriente, che chiude parlando di immigrazione e in particolare degli stranieri trasferiti nei centri in Albania. Che, assicura, sono “pienamente in linea col diritto internazionale ed europeo” (video). “Anche se temo – aggiunge – che per alcuni non basterà neanche questo e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania, come è accaduto nel recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo e, molto desolante doverlo raccontare, violenza sessuale su minori che per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale: decisioni che non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buon senso”. In altre parole, secondo Meloni la magistratura starebbe violando la legge. A ben guadare, però, i giudici non c’entrano, ed è proprio la normativa a contraddire la premier. La magistratura si è invece premurata di investire la Corte di Giustizia europea perché dica una volta per tutte se è legittimo portare un migrante in un centro fuori dall’Ue prima del rimpatrio. E soprattutto se un richiedente asilo può essere trattenuto fuori dal territorio dell’Ue, questione decisiva nelle ordinanze che hanno disposto il rientro di chi ha presentato domanda d’asilo nei centri in Albania. Di più: alla Corte di Giustizia pende addirittura un rinvio sulla titolarità dell’Italia a siglare accordi su una materia di competenza europea come il diritto d’asilo. Ma invece di attendere la Corte Ue, il governo ha preferito insistere, e a un mese dal referendum sulla giustizia ha intensificato i trasferimenti. I GIUDICI IMPEDISCONO DI RIMPATRIARE GLI STUPRATORI? Il trasferimento in Albania di stranieri irregolari già trattenuti nei Cpr italiani è inutile e costoso: non aumenta le probabilità di espulsione (i rimpatri di Meloni e soci sono inferiori agli anni pre Covid) e anche in caso di rimpatrio lo straniero dovrà prima rientrare in Italia. Eppure il governo non si ferma, battendo in particolare sulla pericolosità sociale delle persone trasferite. E’ appena il caso di ricordare che quella nei Cpr è una detenzione amministrativa, giustificata dall’assenza del titolo di soggiorno e dalla necessità del rimpatrio. Certo, alcuni sono pregiudicati e in alcuni casi il trattenimento segue una pena in carcere. Ma questo non pregiudica il diritto di presentare domanda di protezione, in qualunque momento, anche in caso di precedenti penali. La domanda potrà poi essere rigettata o dichiarata inammissibile, ma non può essere impedita né ignorata. A proposito di normativa europea e internazionale, il diritto di chiedere protezione deriva dal sistema europeo d’asilo, che attua la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. ORDINANZE CONTRARIE ALLA NORMATIVA UE? Quello che Meloni imputa ai giudici è in realtà un cortocircuito tra le norme europee, quelle che la Costituzione impone di rispettare, e quanto il governo pretende di fare. Dal momento in cui lo straniero presenta domanda d’asilo, e fino all’esito della richiesta, non è più un irregolare ma un richiedente asilo. E questo cambia tutto perché, a differenza dei Cpr in Italia, quello in Albania è incompatibile con il nuovo status di richiedente. La direttiva Ue 32/2013 è chiarissima: il richiedente ha diritto di attendere l’esito della domanda sul territorio dello Stato italiano. Finché la Corte di Giustizia non dirà che le cose non stanno così, sarà ben difficile interpretare diversamente una norma che la Corte d’Appello di Roma ha definito “chiara, precisa ed incondizionata”, e cioè l’articolo 9 della direttiva: “I richiedenti sono autorizzati a rimanere nello Stato membro, ai fini esclusivi della procedura, fintantoché l’autorità accertante non abbia preso una decisione”. Con buona pace di Meloni, che dice l’opposto, il principio resta anche nel nuovo Patto Ue su migrazione e asilo: “I richiedenti hanno il diritto di rimanere nel territorio dello Stato membro… fintantoché l’autorità accertante non abbia preso una decisione” (art. 10 Regolamento Ue 1348/2024). IL BUCO NEL PROTOCOLLO ITALIA-ALBANIA C’è poi che il Protocollo siglato con Tirana, modificato nel maggio 2025 per consentire il trasferimento dai Cpr italiani, non disciplina in modo esplicito il caso della domanda d’asilo presentata dopo il trasferimento. Così, oltre alla direttiva Ue ci si mette l’articolo 13 della Costituzione, che circoscrive la restrizione della libertà personale ai soli casi e modi esplicitamente previsti dalla legge. Invece nel decreto legge del maggio scorso non c’è nulla. Con un esito a dir poco paradossale, perché se i trasferiti in Albania fossero stati lasciati nei Cpr in Italia, di fronte a una richiesta d’asilo strumentale, cioè fatta al solo scopo di evitare il rimpatrio, il governo avrebbe potuto continuare a trattenerli, senza inutili e costose traversate dell’Adriatico. Al contrario, in barba a tutte le norme citate e ai rinvii pendenti presso la Corte di Giustizia, si è preferito riempire il centro in Albania nell’attesa che arrivassero, identiche, nuove ordinanze della magistratura. Così da potersene lamentare sostenendo, per dirla con Meloni, che i giudici impediscono al governo di “rispettare la volontà popolare di combattere l’immigrazione illegale e garantire la sicurezza dei cittadini”. 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Richiedenti asilo, la Questura di Roma ostacola anche chi arriva con corridoi umanitari per le torture subite in Libia
Il caso di R., un ragazzo di ventiquattro anni arrivato in Italia lo scorso dicembre, riaccende i riflettori sull’Ufficio immigrazione di via Patini a Roma. La sua non è la storia di uno sbarco sulle coste del Sud Italia, ma quella di una persona regolarmente atterrata a Fiumicino attraverso un corridoio umanitario, frutto di un protocollo tra istituzioni e organizzazioni religiose come la Comunità di Sant’Egidio. “Un’alternativa legale e sicura… un modo per rispondere anche alla domanda sulla nostra sicurezza”, è scritto sul sito del ministero degli Esteri, che spiega il “patrocinio privato” degli enti che garantiscono alle persone “alloggio e assistenza economica per il periodo di tempo necessario all’espletamento dell’iter della richiesta di protezione internazionale”. Eppure, secondo quanto denunciato da Baobab Experience, una delle realtà del volontariato che si fa carico dell’assistenza nella Capitale, il trattamento ricevuto alla Questura di Roma descrive una realtà ben diversa. R. è un sopravvissuto: ha visto il fratello morire in mare dopo che la loro barca era stata speronata dalla Guardia nazionale tunisina, per poi essere venduto alle milizie libiche e condotto nel centro di detenzione di Al-Assah, lungo il confine tra i due paesi, vittima di una tratta ormai nota. In quel centro gestito da milizie legate al governo di Tripoli, avrebbe patito torture e traumi profondi “che lo hanno portato più volte a tentare il suicidio”, spiega Baobab nel suo comunicato. Che poi racconta l’esperienza a Roma, il corridoio umanitario che si infrange sugli uffici della Questura. Il giorno della convocazione a via Patini, riferiscono, nonostante l’appuntamento documentato gli è stato prima chiesto di andarsene per carenza di personale e poi detto che il suo incontro non risultava nel sistema. Dopo cinque ore di attesa, l’attivista che accompagna R. è al telefono con una legale e, racconta il comunicato, “non si accorge che l’interprete spagnolo mette in mano a R. – che parla arabo – una penna e gli dice di firmare un foglio. R. firma inconsapevolmente un nuovo appuntamento per tre mesi dopo“. Ancora: “L’attivista chiede di visionare il foglio firmato da R. e gli operatori minacciano di chiamare la polizia, rimproverando R. – che nel frattempo inizia a sentirsi male – di immaturità. R. è confuso, impaurito e strappa il foglio dell’appuntamento e chiede di tornare a casa: non sta bene. Si rifugia in un angolo e si addormenta a terra, stanco, provato”. A nulla sarebbero valse le rimostranze, più che legittime viste le fragilità documentate di R., che “lascia l’Ufficio Immigrazione e non risponde più alle chiamate”. Per Baobab “i trattamenti degradanti nei confronti dei richiedenti asilo sono la norma alla Questura di Roma”, dove si incontrano “famiglie con bambini costrette a dormire fuori al gelo per essere le prime in fila” e dove regna una “inciviltà dilagante”. La stampa ha raccontato più volte di persone costrette ad accamparsi per settimane prima di riuscire ad accedere a una procedura che, secondo la normativa vigente, anche in caso di afflusso eccezionale non deve superare i 10 giorni lavorativi. In passato, una vasta rete di associazioni, giuristi e operatori sociali aveva rivolto un appello direttamente al Viminale e alla Questura stessa per chiedere di garantire l’accesso senza ulteriori ritardi. Nonostante le sanzioni del tribunale e le ripetute segnalazioni, il ministero dell’Interno non pare aver preso provvedimenti. Le conseguenze dell’imbuto amministrativo? Chi non riesce a formalizzare la domanda resta illegittimamente escluso da diritti fondamentali come accoglienza e cure mediche. Per Baobab, una spirale di esclusione: “Si inizia dalla negazione di uno status giuridico per poi negare l’accoglienza, costringere alla strada, impedire il lavoro legale e alimentare lo sfruttamento”. L'articolo Richiedenti asilo, la Questura di Roma ostacola anche chi arriva con corridoi umanitari per le torture subite in Libia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Piantedosi
Diritto di Asilo
Piantedosi: “Mogol da Sanremo a Roma con l’elicottero dei vigili del fuoco? Polemiche strumentali, contento di averlo avuto qui”
“Mogol accompagnato da Sanremo a Roma con l’elicottero dei Vigili del Fuoco? Siamo contentissimi di averlo avuto qui e lo ringraziamo per quello che ci ha dato. Il resto sono le solite polemiche strumentali. Noi siamo molto contenti di aver avuto un grandissimo artista, un monumento nazionale che ha regalato parte della sua capacità artistica, ha scritto una canzone regalandola come inno ai Vigili del Fuoco, quindi gli siamo profondamente grati”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha risposto, a margine della festa dell’istituzione del Corpo dei vigili del fuoco, alle polemiche in merito al trasferimento da Sanremo a Roma di Mogol con l’elicottero dei Vigili del Fuoco. Piantedosi ha commentato anche i fatti di Rogoredo e i commenti, subito a favore dell’agente, l’assistente capo di polizia accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, arrivati da molti politici: “I commenti vengono fatti liberamente secondo quelle che sono le evidenze, poi gli scenari possono cambiare. Va dato atto alla polizia di aver saputo fare emergere anche cose che non erano rinvenibili nell’immediatezza. È legittimo sempre esprimere la propria opinione anche alla luce dei cambiamenti degli scenari che possono avvenire”. L'articolo Piantedosi: “Mogol da Sanremo a Roma con l’elicottero dei vigili del fuoco? Polemiche strumentali, contento di averlo avuto qui” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Piantedosi
A un mese dal referendum si riempie il Cpr in Albania (anche con chi c’era già stato). La giudice Albano: “Il governo cerca lo scontro con le toghe?”
Il centro per migranti di Gjader non è mai stato così pieno. Nelle ultime due settimane il governo ha trasferito circa settanta persone dai Cpr italiani, compreso chi in Albania c’era già stato, inutilmente. Il tutto malgrado il Protocollo sia sotto esame alla Corte di giustizia Ue e i giudici italiani continuino a ordinare rientri in Italia. O forse proprio per questo. L’accelerata arriva infatti a un mese dal referendum sulla giustizia, mentre non passa giorno senza che una sentenza sull’immigrazione venga trascinata in un dibattito dove c’entra come i cavoli a merenda. Basterà che una parte dei nuovi arrivati faccia domanda d’asilo perché la Corte d’Appello di Roma ne ordini il rientro e la maggioranza gridi un’altra volta al boicottaggio. E poco importa che siano le norme europee a riconoscere il diritto del richiedente di attendere sul territorio dello Stato membro l’esito della propria richiesta. Congetture? Il trasferimento nel Cpr albanese non è garanzia di rimpatrio. Anzi, i pochi rimpatriati sono sempre stati riportati in Italia perché la legge non ammette espulsioni dall’estero. Perché insistere? “Non mi risulta che i Cpr in Italia siano sovraffollati, non mi spiego questo accanimento che rischia di provocare uno scontro istituzionale con la magistratura alla quale toccherà garantire il rispetto della legge, compresa la normativa dell’Unione europea. Ormai ci sono decine di pronunce in questo senso, forse converrebbe attendere prudentemente le decisioni della Corte di giustizia Ue”, dice al Fatto la presidente di Magistratura Democratica, Silvia Albano, giudice della sezione immigrazione del Tribunale di Roma. “Anche la Corte di cassazione ha dubitato della legittimità delle modifiche della legge di ratifica del Protocollo e ha effettuato un rinvio, la Corte Costituzionale ha invitato il legislatore e disciplinare i modi del trattenimento (quindi anche dei trasferimenti) perché così com’è la normativa è illegittima, e c’è appena stata una sentenza che ha ritenuto illegittimo il trasferimento senza un provvedimento amministrativo motivato”, ricorda. Invece il governo rilancia, arrivando quasi a toccare l’attuale capienza massima di Gjader. In dieci mesi, dopo la modifica all’accordo con Tirana per riempire con gli irregolari dei Cpr italiani una struttura altrimenti vuota, la presenza complessiva è sempre rimasta intorno alle venti persone. Secondo la delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), che insieme alla deputata del Pd Rachele Scarpa ha ispezionato il centro il 23 e 24 febbraio visionando i registri, attualmente ce ne sono novanta. In barba alla recente sentenza che ha condannato il Viminale a risarcire un cittadino algerino, “le persone riferiscono di non aver ricevuto ordini formali di trasferimento”, spiega il TAI. Una situazione che potrebbe portare a nuovi ricorsi e risarcimenti. Intanto i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone restano ignoti. “I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, elemento che rafforza l’opacità delle procedure”. Non solo: “Almeno due delle persone incontrate erano già state trattenute a Gjader, riportate in Italia e ora nuovamente trasferite”. Il primo è un cittadino senegalese, trasferito a ottobre e liberato per inidoneità sanitaria. “Racconta di aver trovato lavoro e di essere andato in questura per regolarizzarsi, invece è stato portato in un Cpr e poi portato a Gjader”, racconta al Fatto la parlamentare dem. “Vive in Italia da dieci anni, parla italiano, non ha precedenti e ha moglie e figli a Brescia, che sarebbero ignari del trasferimento”. C’è poi un cittadino del Togo, liberato l’estate scorsa perché richiedente asilo. Nel colloquio ha raccontato di aver ripreso a lavorare come meccanico. “Quando il padrone non va lui al negozio mi lascia la responsabilità, perché ci vuole testa per mettere le mani sulle macchine e io sono bravo”, ha spiegato. Invece, presentatosi in questura, lo hanno trattenuto a Trapani e infine in Albania, per la seconda volta. Scarpa racconta il senso di vergogna di quest’uomo nei confronti delle figlie rimaste in Togo, che non sente da mesi perché non ha soldi da inviare. “Parlano l’italiano, cercano di lavorare, di pagare un affitto, di mantenere delle figlie: cosa devono fare per regolarizzarsi?”, domanda Scarpa. Le probabilità di espellerli? Il tasso di rimpatrio di senegalesi e togolesi è inferiore al 7%. Per non parlare degli iraniani, visto che l’attuale clima politico del Paese lo rende di fatto impossibile. Eppure, da tre mesi a Gjader c’è anche un iraniano. Istruito e poliglotta, ma quasi sollevato di stare lì perché, dice, “altrimenti sarei in mezzo a una strada”. Tale la rassegnazione che vorrebbe essere rimpatriato. Ancora: nonostante i tanti rientri in Italia per inidoneità sanitaria, tra i detenuti non mancano persone con vulnerabilità psicofisiche. L’aumento delle presenze nelle ultime settimane avrebbe generato confusione e tensione all’interno della struttura, con un incremento delle annotazioni nel registro degli eventi critici. Anche quelle che riguadano Khalid Semta, un 21enne marocchino trasferito nei giorni scorsi dal Cpr di Bari dove il 12 febbraio scorso ha assistito alla morte del suo compagno di stanza. “Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in Cpr”, ha scritto il TAI nella sua relazione. Intanto a Gjader lo riempiono di tranquillanti e, ha riferito Scarpa dopo averlo incontrato, “è estremamente agitato e pieno di tagli ovunque”. 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Migrante morto nel Cpr di Bari, il compagno di stanza finisce in Albania. Il legale: “Allontanato il testimone chiave”
Il testimone chiave per le indagini sulla morte del 25enne di origine marocchina Simo Said, deceduto lo scorso 11 febbraio nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Bari, è finito in Albania. Nonostante la grave condizione psichica accertata anche dall’ospedale San Paolo di Bari e la richiesta di incidente probatorio alla Procura avanzata dal legale della famiglia di Said, l’avvocato Arturo Covella. Che non usa mezzi termini: “Stupito? Per niente: bisognava allontanare i testimoni scomodi”. Said è morto in una delle stanze del modulo 5 del Cpr barese, con una diagnosi iniziale di arresto cardiaco, anche se i sanitari della struttura non hanno poi escluso l’abuso di sostanze, dagli psicofarmaci al metadone. A sentirsi male il giorno prima era già stato un altro compagno di stanza, ricoverato in ospedale e infine riportato nel centro. A soccorrerlo sarebbe stato il terzo compagno, il 21 marocchino Khalid Semta, arrivato in Italia a 15 anni, da poco uscito dal carcere per precedenti di scippo in Campania e arrivato nel Cpr solo due giorni prima della tragedia, ha spiegato al Fatto il suo legale, Leonardo Lucente. La mattina dell’11 febbraio il giovane marocchino tenterà di soccorrere anche Said, ma stavolta non ci sarà nulla da fare. Anche Khalid finisce all’ospedale San Paolo, il 15 febbraio, per lo stato ansioso seguito alla morte del compagno di stanza. La visita psichiatrica prescrive un’ulteriore terapia a base di Rivotril, sedativo a base di benzodiazepine. Elementi che l’avvocato invia al giudice di pace che aveva convalidato il trattenimento nel Cpr, per chiedere la revoca, ma senza ricevere risposta. Così Khalid viene mandato a Gjader, dove la valutazione sanitaria e il diario giornaliero del centro gestito dalla cooperativa Medihospes aggiornano: significativa disregolazione emotiva, personalità borderline, condotte autolesive ripetute. Viene citato il lutto non elaborato “con immagini intrusive”. Come ha riferito al suo legale in video collegamento ma anche alla deputata del Pd Rachele Scarpa, che lo ha incontrato lunedì a Gjader, “sente la voce del compagno morto che gli chiede aiuto”. “Era estremamente agitato e pieno di tagli ovunque”, ha raccontato Scarpa al Fatto al termine della sua ispezione nel centro albanese. Dove hanno messo nero su bianco il precedente uso di droghe, il dichiarato vissuto traumatico in Marocco, e rilevato una dipendenza da psicofarmaci. A Gjader viene impostato un piano terapeutico che include anche antipsicotici e ansiolitici da somministrare al bisogno in caso di tentativi di suicidio e o autolesionistici. Nondimeno, viene ritenuto idoneo al trattenimento. Il suo avvocato spiega che Khalid intende ora formalizzare una richiesta di protezione internazionale, che comporterebbe la modifica del suo status in quello di richiedente asilo, già giudicata incompatibile con le norme europee riconoscono il diritto dei richiedenti ad attendere nel territorio dello Stato membro, dunque in Italia, l’esito della domanda. Ma non è tutto, perché nel frattempo il legale della famiglia di Said ha chiesto l’incidente probatorio, per anticipare la raccolta di prove e testimonianze ed evitare che vadano perse. Se verrà disposto, Khalid sarà la prima persona da sentire perché è stato lui a trovare il compagno. L’avvocato Covella parla di una situazione “classica” nei Cpr, di abuso di psicofarmaci distribuiti “spesso senza controllo o senza visita specialistica”. Covella ha chiesto la documentazione al San Paolo di Bari per sapere se c’erano stati precedenti ricoveri, e di ottenere la chiamata al 118 perché “è giallo sull’orario preciso del decesso”. “Mi aspettavo il trasferimento del compagno di stanza”, rilancia il legale. In caso di incidente probatorio, spiega, “chiederemo il rientro immediato in Italia di Khalid Semta, teste fondamentale per capire come sono andate le cose”. Teste che prima di essere mandato in Albania senza apparente utilità, visto che l’eventuale espulsione può avvenire solo da territorio italiano, ha fatto in tempo a parlare con la parlamentare dem Rachele Scarpa, che il 13 febbraio insieme ad alcuni collaboratori si era recata a Bari per un’ispezione del Cpr in seguito alla morte di Said. Nalla relazione sull’ispezione c’è anche il colloquio avuto con Khalid, prima del suo trasferimento in Albania, dove Scarpa l’avrebbe poi rivisto. A Bari Khalid ha raccontato di aver ritrovato Said con liquido giallastro e schiumoso che fuoriusciva dalla bocca e dalle orecchie. Di aver tentato disperatamente di rianimarlo, per poi dare l’allarme urlando e colpendo la porta della cella. Secondo il racconto, i soccorsi sarebbero arrivati dopo mezz’ora. Nella relazione, Scarpa parla di un ragazzo “visibilmente sconvolto”, che denuncia allucinazioni e incubi in cui “rivede Simo”. “Presenta moltissimi tagli profondi su braccia, petto e pancia, che dichiara di auto-procurarsi con pezzi di ferro e vetro che trova in cella”, si legge nella relazione. Dalla quale emerge anche il sistema diffuso di abuso e traffico di metadone all’interno della struttura. E’ il primo ragazzo soccorso da Khalid, pare sopravvissuto a un’orverdose, a raccontare a Scarpa che sia lui che Simo Said avevano acquistato il metadone da un detenuto che lo rubava minacciando chi lo riceve come terapia. Una testimonianza che confermerebbe i sospetti dell’avvocato Covella. “Un infermiere presente segnala che i pazienti sarebbero in grado di occultare i medicinali nel cavo orale e che non vi sarebbe modo di verificarne l’effettiva ingestione”, è scritto ancora nella relazione. Secondo il racconto del sopravvissuto all’overdose, “prima del decesso del sig. Simo Said, non vi sarebbero stati controlli sull’effettiva assunzione del farmaco, mentre successivamente all’evento sarebbero stati intensificati”. L'articolo Migrante morto nel Cpr di Bari, il compagno di stanza finisce in Albania. Il legale: “Allontanato il testimone chiave” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Case popolari non ne vogliamo più! Abolite anche le graduatorie se non vi piacciono i poveri
È recentissima la notizia che l’ineffabile presidente della Regione Lazio e l’epuratore delle occupazioni, il ministro Piantedosi, hanno firmato una intesa per utilizzare le case popolari sfitte da recuperare, assegnandole a forze dell’ordine. Si dice per innestare maggiore “sicurezza” nelle case popolari notoriamente ubicate in quartieri critici. Proseguono quindi incessanti e senza soluzione di continuità i programmi di Regioni e Comuni che, senza battere ciglio, trasformano le case popolari destinate a famiglie nelle graduatorie in alloggi destinati ad altre tipologie di famiglie, magari anche in disagio abitativo, ma che non avrebbero i requisiti per entrare nelle graduatorie e, quindi, vedersi assegnare una casa popolare. Così amministrazioni locali di destra e progressiste, con la scusa della mancanza di risorse e in presenza di case popolari sfitte per mancanza di manutenzioni, trovano, guardacaso, le risorse per recuperare queste abitazioni ma non per darle alle famiglie in graduatoria ma alle famiglie in disagio abitativo, siano esse di lavoratori dipendenti, persone separate, forze dell’ordine etc. Tenuto conto che stiamo parlando, in Italia, secondo varie stime, di 60/100 mila alloggi e che a Roma le case Ater sfitte sono circa 1.000, quindi una fetta importante di case popolari, si può comprendere la portata di queste iniziative. Per ora ancora limitate ma il dado è tratto. Il ragionamento è accattivante ma infido. Abbiamo case popolari chiuse? Recuperiamole e diamole a categorie sociali in disagio abitativo che magari possono pagare affitti più alti ma togliendole alle famiglie povere. Un ragionamento socialmente pericoloso e di esclusione sociale che porta dritti dritti verso la creazione artificiale di un conflitto tra le famiglie povere in precarietà abitativa e le famiglie in disagio a causa di un mercato delle locazioni sempre più inaccessibile. Che questo lo faccia la destra lo posso comprendere, che lo facciano anche Regioni e Comuni progressisti, lo comprendo meno anzi per me è inaccettabile. Attenzione non è un andazzo momentaneo. Si tratta di una precisa scelta di campo che ha i contorni delle scelte strategiche, ma con una partita che si gioca, nello stesso, e, gravemente, scarso piatto di lenticchie: quello delle case popolari. E allora se voi amministratori locali e ceto politico siete tutti d’accordo abolite le graduatorie, fregatevene dei poveri, e strategicamente, si opti per un social housing finto social ma che fa tanto audience, visto che piace tanti a destra come ai progressisti. Ci sarebbe un’altra opzione: quella rispondere al fabbisogno delle famiglie povere e in precarietà abitativa e quello di lavoratori che non possono stare nel mercato delle locazioni per affitti troppo onerosi, aumentando la dotazione di case popolari e sociali. Invece si fa esattamente il contrario e non è un bel vedere. Tranquilli, a pensarla e a dirla così siamo poche decine in Italia. Non facciamo testo. L'articolo Case popolari non ne vogliamo più! Abolite anche le graduatorie se non vi piacciono i poveri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Viminale condannato per il mancato sgombero di Spin Time: il misterioso caso di Piantedosi, il ministro fantasma
Colpa di Nanni Moretti. No, colpa del cardinale elemosiniere del Papa. O colpa dei governi precedenti, un classico della letteratura come il Manzoni. Colpa di “anni di lassismo irresponsabile” tanto per tirare il pallone alla viva il parroco. Forse neppure nelle gare freestyle di Livigno è stato possibile assistere alle impavide evoluzioni compiute dai commentatori – giornalisti, opinionisti, politici – delusi, sconfortati, indignati per la sentenza con cui il Viminale è stato condannato per il mancato sgombero del centro sociale Spin Time Labs, a Roma: nel mirino dello sdegno di articoli, dichiarazioni, comunicati sono finiti tutti – Giuseppe Conte, il Vaticano, Anna Foglietta – tranne che il ministro dell’Interno che si può fregiare di essere tra i più longevi della Storia repubblicana, Matteo Piantedosi, a capo del Viminale ormai da tre anni e mezzo suonati. Il merito della questione: il ministero dovrà pagare oltre 21 milioni di euro alla società InvestiRE perché – nonostante le pronunce dei giudici – non ha mai eseguito lo sgombero dell’occupazione dell’edificio che si trova all’Esquilino, in via Santa Croce in Gerusalemme. Scrive il tribunale: “E’ vero che l’occupazione illecita, e quindi il reato, è stato posto in essere da soggetti terzi, ma il danno conseguente a tale occupazione può e deve essere imputato al Ministero dell’Interno che, a fronte della emissione da parte dell’Autorità giudiziaria di un provvedimento di sequestro preventivo aveva uno specifico obbligo di impedire la prosecuzione dell’illecito, essendo obbligato a dare esecuzione al decreto di sequestro”. Il decreto di sequestro è del 31 marzo 2020, da 22 giorni l’Italia è finita in lockdown per la pandemia del Covid ed è superfluo raccontare la storia dei successivi due-tre anni in termini di misure sanitarie e distanze sociali, oltre che di priorità per tutti i settori dello Stato, prefetture comprese. Ad agosto di quell’anno il prefetto di Roma, che rappresenta il governo sul territorio, diventa un funzionario che si è distinto tra le altre cose per essere stato capo di gabinetto quando il ministro dell’Interno era Matteo Salvini: Matteo Piantedosi resta prefetto per poco più di due anni, fino a quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo sceglie come ministro dell’Interno. E’ proprio la prefettura guidata da Piantedosi a stilare nell’aprile del 2022 una lista di sgomberi prioritari. A Palazzo Chigi c’è il governo Draghi che sta per cedere sulle gambe, Meloni sta già cavalcando l’onda verso il trionfo elettorale. In quell’elenco c’è CasaPound e anche lo Spin Time. La piccola storia dei mesi a venire testimonia che entrambe le situazioni sono lì esattamente come all’epoca. L’anno dopo, nel 2023, Piantedosi è ministro. Le agenzie continuano a battere lanci in cui viene annunciata la linea dura del “nuovo” Viminale. Racconta l’Ansa a febbraio che il piano di sgomberi “approvato ad aprile dello scorso anno dall’ex prefetto di Roma Matteo Piantedosi” “ha censito decine di immobili, anche di pregio, oggetto, tra l’altro, di occupazioni gravate da sequestro preventivo e da altre proprietà interessate da ordine di rilascio da parte dell’autorità giudiziaria”. Nell’autunno di quell’anno il ministro pone la questione al centro di un Cosp, come viene abbreviato, il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, che si riunisce periodicamente e al quale partecipano tutte le istituzioni cittadine, il questore, il sindaco. Piantedosi dà una scadenza, viene raccontato alla fine di quell’incontro: lo Spin Time sarà sgomberato entro Natale. Ma anche quel Natale passerà. Nel maggio 2025 è la premier Meloni a rivendicare il pugno di ferro: “Dicevano che era inutile, sbagliato, persino disumano. E invece, grazie alle nuove norme introdotte dal Decreto Sicurezza, in Italia sono già stati eseguiti i primi sgomberi immediati di immobili occupati abusivamente. Un risultato concreto, reso possibile da procedure che consentono finalmente un intervento veloce e il ripristino rapido della legalità avanti così, per tutelare i più deboli e difendere la proprietà privata”. Nasce uno degli innumerevoli decreti Sicurezza: in questo caso il Viminale dà la possibilità a questure e prefetture di intervenire nel giro di 24 ore in tutti i casi di occupazione di stabili interi. E’ il caso, tra gli altri, anche di Spin Time. Negli stessi mesi a pungolare il governo di destra su questo preciso argomento – l’occupazione degli edifici – era stato Mario Giordano, che da anni ne fa una energica campagna giornalistica nel suo programma Fuori dal coro su Rete 4. Così nel frattempo il ministero dell’Interno dimostra che qualche promessa viene seguita dai fatti: nell’estate del 2025, in una Milano addormentata dall’afa e resa deserta dal periodo di ferie, viene sgomberato lo storico centro sociale Leoncavallo. Il sindaco Beppe Sala (centrosinistra, come Roberto Gualtieri a Roma) lamenta di non essere stato nemmeno avvisato. Il governo non fa una piega, quel che è giusto è giusto rivendicano da Roma, restituire i beni ai legittimi proprietari l’imperativo. Quando vuole, insomma, il Viminale agisce. A dicembre sembra arrivato il momento giusto. Qualche giorno prima di Natale anche il centro sociale Askatasuna di Torino, in corso Regina Margherita, tra i più puri e duri d’Italia, viene sgomberato e sequestrato. L’occupazione finisce dopo quasi 30 anni con un’operazione che inevitabilmente registra tensioni, scontri, proteste, coinvolgimento della società civile. Negli stessi giorni, allora, le agenzie di stampa raccontano che la questione degli sgomberi tornerà sul tavolo anche del Cosp di Roma. Nella lista ci sarebbero “in particolare, occupazioni storiche come quella di Casapound all’Esquilino e lo SpinTime“. Certo, servono soluzioni alternative soprattutto per lo Spin Time dove si trovano circa 400 persone tra cui molti minorenni. Anche per questo parte una petizione che raccoglie le adesioni anche di facce più che note: registi, attori, scrittori, da Marco Bellocchio a Matteo Garrone, da Favino a Valeria Golino fino a Nicola Lagioia. Fino alla sentenza di venerdì che getta nella disperazione editorialisti e dichiarazionisti. Viene ricordato correttamente dal Foglio che allo Spin Time vengono organizzate anche le primarie del Pd, iniziative politiche ed elettorali, perfino dell’allora candidato Gualtieri (ora sindaco), che il centrosinistra è sceso in piazza ogni volta che la minaccia di sgombero è stata imminente, che l’elemosiniere del Papa riattaccò personalmente la corrente che il gestore aveva interrotto per le bollette non pagate. Ma compie il record probabilmente mondiale di non citare mai una sola volta Piantedosi, che negli ultimi sei anni (dal giorno della sentenza che ha ordinato l’esecuzione di sfratto) è stato prima prefetto di Roma poi ministro dell’Interno. Viene aggiunto dalla cronaca turbata di Libero che gli occupanti, lì dentro, sono “rossi” – ed è pure vero – ma non riesce a trattenersi quando aggiunge che “Piantedosi ha imposto a questure e prefetture di intervenire nelle 24 ore in tutti i casi di occupazione di stabili interi”, lasciando il sospetto che in quel chilometro che separa il Viminale dal palazzo della prefettura di Roma ci sia una schermatura di cellulari o fossati pieni di coccodrilli che non permettono di trasmettere le informazioni da un posto all’altro. Nel frattempo Fratelli d’Italia fa il suo compitino – per quanto non sorprendente – e accusa “i governi precedenti”, l’ultimo dei quali è caduto la bellezza di 1311 giorni fa, mentre il presidente di Confedilizia si aggiunge ai pretoriani dell’esecutivo e parla – con il coraggio dell’acrobata che attraversa il cerchio di fuoco – di “lassismo irresponsabile che il governo Meloni e Piantedosi hanno meritoriamente interrotto” perché “le occupazioni vanno prevenute e punite”. E’ veramente un peccato che per evitare questo maxi risarcimento il ministro dell’Interno – o almeno il prefetto di Roma dell’epoca – non sia stato informato in tempo. L'articolo Viminale condannato per il mancato sgombero di Spin Time: il misterioso caso di Piantedosi, il ministro fantasma proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Matteo Piantedosi
Rogoredo e le nuove verità sul pusher ucciso dal poliziotto: Salvini aveva definito “eccessiva” l’inchiesta e la destra aveva accelerato sullo scudo penale
Il pusher ucciso a Rogoredo e l’indagine nei confronti del poliziotto che gli ha sparato. Il fatto di cronaca perfetto per il governo Meloni per cavalcare la necessità di introdurre lo scudo penale per gli agenti nel decreto Sicurezza. Abderrahim Mansouri, 28 anni, viene ucciso dall’assistente capo Carmelo Cinturrino il 26 gennaio scorso nel boschetto della droga alla periferia di Milano. Sull’episodio si gettano subito a capofitto il vicepremier Matteo Salvini e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. A seguire, tutta la maggioranza, compresa la premier Giorgia Meloni. Già il giorno dopo, il capo del Viminale ragiona: “È abbastanza presumibile” che con lo scudo penale inserito nel nuovo ddl il poliziotto “avrebbe potuto fruire del beneficio dell’inversione dell’onere della prova. Perché è evidente in questo caso che c’era una causa di giustificazione molto evidente”. Mentre il leader della Lega insiste: “Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto”. Salvini in mattinata si reca in prefettura a Milano, ribadendo la sua “totale stima e solidarietà” alle forze dell’ordine. Nemmeno quattro settimane più tardi, però, le indagini stanno oggi appurando un’altra verità. Stando a quanto emerso, la vittima non era armata e non puntava contro la polizia la riproduzione di una Beretta 92 con il tappo rosso, come invece raccontato inizialmente da Cinturrino e dagli altri 4 poliziotti indagati. L’arma ritrovata accanto al cadavere sarebbe stata messa, secondo gli inquirenti, da uno degli agenti. Che hanno impiegato circa 20 minuti per chiamare i soccorsi. Inoltre, dal lavoro degli investigatori stanno emergendo le presunte richieste di “pizzo” da parte dell’agente che ha sparato. Secondo diversi testimoni, Cinturrino avrebbe chiesto quotidianamente denaro e droga alla vittima, Abderrahim Mansouri, che a un certo punto avrebbe respinto le richieste. Il poliziotto avrebbe preteso denaro su base quotidiana dagli spacciatori e anche dai tossicodipendenti del Corvetto e di Rogoredo: questo emerge dai racconti di diverse persone, ora al vaglio degli inquirenti. Le richieste, di soldi e anche di droga, sarebbero state avanzate su base quotidiana nell’ordine dei 100-200 euro al giorno. “Ritengo veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva l’iscrizione per omicidio volontario di un agente che ha reagito peraltro di notte nel ‘bosco della droga’ a decine di metri di distanza sparando un solo colpo. Più legittima difesa di così. E mi spiace che quel pubblico ministero abbia aperto un fascicolo odioso per omicidio volontario, come se quell’agente avesse sparato per uccidere“, sentenziava Salvini il 29 gennaio scorso. Ieri, venerdì 20 febbraio, è stato costretto a una complessa retromarcia, di fronte alle nuove verità che stanno emergendo dall’inchiesta: “Non entro nel merito di quell’episodio di cronaca”, dice adesso il leader della Lega, “sto sempre dalla parte delle forze dell’ordine. Se qualcuno sbaglia, per carità di Dio”, il caso “va approfondito“. Mentre il ministro Piantedosi subito dopo i fatti chiedeva “di non fare presunzioni di colpevolezza”, ora invece cambia rotta: “Sono compiaciuto che la polizia di Stato sia in grado di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà”. Frasi che stridono non poco con i proclami di qualche settimana fa, quando invece i fatti di Rogoredo erano per il governo la prova inoppugnabile dell’esigenza di inserire lo scudo penale nel nuovo decreto Sicurezza. “Tutela legale perché uno non può essere automaticamente iscritto nel registro degli indagati se si difende facendo il suo lavoro”, tuonava sempre Salvini. Il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, ribadiva: “Il nuovo pacchetto sicurezza voluto dalla Lega prevede una norma per evitare indagini automatiche per gli agenti che si difendono. I fatti drammatici avvenuti ieri a Rogoredo riaffermano l’urgenza di intervenire in modo incisivo per tutelare le nostre Forze dell’ordine mentre svolgono il proprio lavoro”. E mentre ancora Salvini lanciava la campagna “Io sto col poliziotto”, tutta la maggioranza e il governo seguivano l’onda del fatto di cronaca per portare avanti le nuove norme del decreto Sicurezza. I fatti di Rogoredo erano stati nei giorni successivi cavalcati anche dalla premier Meloni in persona, che il 5 febbraio ospite di Dritto e rovescio, su Rete4, difendeva il nuovo pacchetto securitario: “Non è uno scudo penale. Scudo penale è quando qualsiasi cosa fai non ti succede niente, quello ce l’hanno i centri sociali oggi in Italia”, attaccava. “Semplicemente non c’è più l’obbligo di iscrizione nel registro degli indagati quando è palese che ti sei difeso. Vale per tutti, non solo per le forze dell’ordine”. “Penso” che ci sia “un doppiopesismo di certa parte della magistratura e penso che questo renda un po’ difficile essere efficaci nella difesa della sicurezza dei cittadini”, proseguiva poi Meloni, citando appunto l’indagine nei confronti di Cinturrino: “Qualche giorno fa un agente spara a uno spacciatore che gli puntava al volto una pistola. Poi si è scoperto che la pistola era a salve, chiaramente l’agente non lo può sapere. Quell’agente viene indagato per omicidio volontario”. Oggi sappiamo che la versione riportata in tv dalla premier Meloni è messa fortemente in discussione dalle indagini, che si stanno rivelando al contrario decisive per far emergere la verità dei fatti. Nel frattempo anche lo scudo penale inserito nel decreto Sicurezza è stato messo in discussione dal Quirinale, che ha chiesto al governo delle modifiche. Da giorni però di quel testo non si hanno più notizie. In Gazzetta ufficiale ci sarebbe dovuto andare, secondo le previsioni di Matteo Piantedosi, in un paio di giorni. Ma non sono bastate un paio di settimane perché il pacchetto sicurezza veda la luce. Manca all’appello il disegno di legge, che ha di per sé un cammino a passo più lento, ma pure il decreto legge. Fermo alla Ragioneria, sotto la lente dei dettagli giuridici, nessuno si sbilancia. Nessun problema di costituzionalità, nessun ulteriore approfondimento giuridico, nessuna questione politica. Secondo la versione della maggioranza, solo una questione di coperture. Intanto, il fatto di cronaca che aveva ispirato una delle norme cruciali del provvedimento è stato ribaltato dalle novità emerse dalle indagini. L'articolo Rogoredo e le nuove verità sul pusher ucciso dal poliziotto: Salvini aveva definito “eccessiva” l’inchiesta e la destra aveva accelerato sullo scudo penale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Piantedosi
Decreto Sicurezza
Albania, Viminale condannato a risarcire un migrante: “Trasferimento senza motivo e falsità sulla destinazione”
“Accoglie il ricorso e, per l’effetto, condanna il Ministero dell’interno al pagamento di € 700,00 a titolo di risarcimento del danno”. Questa la decisione del 10 febbraio 2026 con cui il giudice Corrado Bile, del tribunale di Roma, condanna il ministero dell’Interno di Matteo Piantedosi per il trasferimento di un cittadino algerino da un Cpr italiano alla struttura di Gjader, in Albania, per “condotta colposa” e la “mancata osservanza di regole di buona amministrazione da cui è derivata l’incisione dannosa della sfera privata dei diritti della persona”. In particolare, scrive il tribunale, il trasferimento è avvenuto in assenza di un provvedimento scritto e motivato, incidendo direttamente sui diritti fondamentali del ricorrente. Una sentenza che potrebbe rilanciare lo scontro ingaggiato dalla politica nei confronti delle decisioni in materia della magistratura. A pesare la portata della sentenza è l’avvocato Gennaro Santoro, che patrocina il caso e ne segue altri due, identici e attualmente pendenti. Santoro evidenzia come “potenzialmente questa decisione mette in discussione tutti i trasferimenti fatti”, dal momento che finora “tutti sono avvenuti senza un decreto motivato”. Santoro sottolinea l’importanza che “lo Stato italiano non continui a violare la legge”, facendo un parallelo con il sistema carcerario dove, a differenza dei Cpr, per ogni trasferimento esiste un “provvedimento motivato che può essere impugnato”. Nei cpr, ricorda Gennaro “ci finisci non per la commissione di un reato ma per una violazione amministrativa”. E spiegando che i centri mancano di una legge sulla disciplina dei diritti, aggiunge: “Il centro in Albania moltiplica in modo esponenziale la violazione dei diritti all’interno di queste strutture”. Oltre a violare la legge, il ministero avrebbe anche mentito. “La sentenza accerta che alla persona trasferita era stato detto falsamente che sarebbe stata portata in un altro centro in Italia”. Al contrario, si legge che il ricorrente è stato sottoposto a legatura dei polsi con fascette contenitive per l’intero tragitto verso l’Albania, senza essere messo a conoscenza della reale destinazione. La sua compagna aveva scritto alla europarlamentare Cecilia Strada: “… Lui si trovava al CPR di Gradisca di Gorizia. Gli è stato comunicato che sarebbe stato trasferito al CPR di Brindisi. Quando ci siamo sentiti telefonicamente, alle 4 di notte, si trovava già a Foggia. Mi ha detto che appena arrivato a Brindisi mi avrebbe chiamata. Da quel momento non ho più avuto sue notizie per due giorni. Alla fine mi ha contattata, ma dall’Albania … Secondo quanto mi ha raccontato, era convinto fino all’ultimo momento di essere diretto a Brindisi”. Si legge nella sentenza, che precisa non come non si sia trattato di un trasferimento a sorpresa, ma “effettuato in assenza di un provvedimento e verso una destinazione diversa da quella comunicata”. I giudici hanno dunque concluso che l’operazione ha “interferito negativamente con il diritto alla vita privata e familiare tutelato dall’art. 8 della CEDU”, specialmente in relazione al diritto-dovere di visita del ricorrente verso i figli minorenni in Italia. Per garantire le guarentigie dell’habeas corpus, il Tribunale ribadisce che il soggetto deve essere sempre “posto nelle condizioni di sapere, attraverso un provvedimento, dove, quando e perché” viene trasferito. Per queste ragioni, è stata riconosciuta una tutela risarcitoria quantificata in via equitativa in € 700,00. L'articolo Albania, Viminale condannato a risarcire un migrante: “Trasferimento senza motivo e falsità sulla destinazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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