“Non credo affatto che la stragrande maggioranza delle persone che hanno
manifestato pacificamente a Torino abbia dato copertura ai violenti. Anzi,
probabilmente sarebbe stata felice se un servizio d’ordine più efficace, come
quello di una volta del Partito Comunista o della Cgil, avesse tenuto fuori i
violenti dal corteo”. Così a Otto e mezzo (La7) il direttore de Il Fatto
Quotidiano, Marco Travaglio, commenta le parole del ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi, il quale, nella sua informativa alla Camera, ha attaccato chi
nell’opposizione era alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna (“Chi
sfila con i delinquenti offre prospettive di impunità”).
Travaglio ricorda come a Torino abbiano sfilato moltissime persone pacifiche,
accanto a una minoranza di delinquenti: “Alcuni li importiamo dall’estero a ogni
manifestazione, infatti fra i denunciati ci sono anche dei francesi e degli
inglesi. Altre volte c’erano i belgi, come al G8. Insomma c’è una internazionale
di specialisti della violenza che coglie tutte le occasioni per mettersi in
mostra”.
“Ma il ministero dell’Interno avrebbe potuto evitare questi tafferugli e questi
scontri?”, chiede la conduttrice Lilli Gruber.
“No, io non credo che si possa evitare al 100% – risponde il direttore del Fatto
– Quell’episodio dell’aggressione al poliziotto è stato gravissimo e
sconvolgente e io mi auguro che i responsabili di questo atto inqualificabile si
becchino la pena che si meritano, fermo restando che non c’è bisogno di nuove
leggi, perché nel nostro codice penale è già tutto previsto. Lo ha scritto
Alfredo Rocco, che era ministro di Mussolini, non certo Madre Teresa di
Calcutta. Il nostro, quindi, è un codice penale rigoroso, che ha già tutti gli
strumenti per colpire“.
Travaglio poi precisa: “Io, proprio perché sono torinese e ho fatto il
giornalista per tanti anni a Torino, ho vissuto la stagione dove l’antagonismo e
l’anarco-insurrezionalismo hanno prodotto scontri di piazza infinitamente più
gravi di quelli di oggi. E allora nessuno si sognava di parlare di Brigate
Rosse, nemmeno quando tentarono di fare l’assalto al Palazzo di Giustizia nel
1998“.
Il direttore del Fatto ricorda la manifestazione nazionale del 4 aprile 1998
indetta dai centri sociali e dall’area autonoma-anarchica, in seguito al
suicidio in carcere di Edoardo Massari “Baleno”, arrestato il 5 marzo 1998,
insieme a Maria Soledad Rosas (“Sole”) e a Silvano Pelissero, con l’accusa di
far parte del gruppo anarchico i Lupi Grigi, legato ad azioni contro l’Alta
Velocità in Val Susa. L’11 luglio dello stesso anno si suicidò anche Sole mentre
si trovana agli arresti domiciliari in una comunità a Bene Vagienna (Cuneo).
“Torino quel giorno fu messa a ferro e fuoco, altro che quello che è successo
l’altro giorno – spiega Travaglio – Bisogna quindi sapere che i professionisti
della violenza ci sono e che quanto accaduto sabato a Torino è acqua fresca
rispetto a tutto ciò che abbiamo visto non solo negli anni del terrorismo ma
anche gli anni ’90 e i primi anni 2000 fino al G8, quando cioè sono avvenuti
fatti infinitamente più gravi”.
Infine, l’appello conclusivo del giornalista: “Io inviterei tutti, ovviamente, a
perseguire i reati e chi li ha commessi, ma allo stesso tempo a evitare
isterismi o l’invenzione di nuovi articoli del codice penale che non servono a
niente. Abbiamo sconfitto il terrorismo con lo Stato di diritto, senza fare
leggi speciali o straordinarie. A maggior ragione, oggi abbiamo tutte le
possibilità di sconfiggere queste frange, che, per quanto pericolose, sono
infinitamente più limitate rispetto al passato”.
L'articolo Travaglio a La7: “Scontri a Torino? Acqua fresca rispetto agli anni
’90 e al G8. Evitare isterismi e articoli penali inutili” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Matteo Piantedosi
Il nervosismo, tra i senatori di opposizione, dopo la capigruppo in Senato che
trasforma l’informativa del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, in
comunicazioni, è palese. Perché mercoledì 4 febbraio ci sarà un voto che
certificherà che Pd, M5S e Avs sono contro il governo sulla lettura dei fatti di
Torino e contro le ricette sulla sicurezza targate Giorgia Meloni. Una posizione
che la premier cercherà di usare per sostenere che manca la condanna delle
violenze, approfittando del fatto che Elly Schlein ha chiesto unità. Nella tarda
serata di martedì i partiti hanno cominciato a lavorare su una risoluzione
comune per mercoledì. Non impresa facilissima: i Cinque Stelle hanno già pronta
una propria bozza, con dei punti considerati importantissimi (assunzioni,
stipendi, investimenti, presidio del territorio, revisione della riforma Nordio
e Cartabia), il Pd insiste per scrivere il meno possibile, per non addentrarsi
nelle norme e di certo ha delle difficoltà sulla revisione della Cartabia.
Intanto, però, un punto i tre partiti hanno cercato di segnarlo insieme.
Mercoledì in Senato, infatti, è prevista un’informativa anche del ministro Nello
Musumeci su Niscemi. E le opposizioni hanno chiesto che anche questa venisse
trasformata in comunicazioni con voto. La capigruppo – a maggioranza, come a
maggioranza aveva votato su Piantedosi – ha detto no. Tra i presenti ci sarebbe
persino chi ha detto che il ministro sarebbe in difficoltà a recuperare i dati
sulla frana.
“Al Senato è successa una cosa vergognosa. Strumentalizzando quanto avvenuto a
Torino sabato scorso, governo e maggioranza hanno usato il tema della sicurezza
come una clava contro le opposizioni imponendo di fatto le comunicazioni del
ministro Piantedosi e il conseguente voto delle risoluzioni”, dicono in una nota
i capigruppo di opposizione Francesco Boccia (Pd), Stefano Patuanelli (M5S),
Peppe De Cristofaro (Avs), Raffaella Paita (Iv). “La stessa maggioranza, però,
ha respinto la nostra richiesta di fare rendere al ministro Musumeci
comunicazioni in Aula (con conseguente voto delle risoluzioni) sulla tragica
situazione di Niscemi e di Sicilia, Sardegna e Calabria. La verità è che questa
destra strumentalizza quanto avvenuto a Torino per avallare scorciatoie
autoritarie sulla sicurezza, ma salva dalle loro responsabilità Musumeci e
Schifani”.
Il comunicato congiunto riflette il clima esasperato, che si è registrato per
tutto il giorno alla Camera. Dove le opposizioni in Aula hanno fatto interventi
durissimi dopo il discorso di Piantedosi. Per i dem è intervenuto il
responsabile Sicurezza, Matteo Mauri, con un intervento battagliero: “Piantedosi
è venuto qui non a richiamare a unità di intenti, se non in modo ipocrita, ma a
fare propaganda e strumentalizzare un fatto gravissimo”. Ancora. “Il Pd non ci
sta alle accuse del ministro ai “cosiddetti manifestanti pacifici”, come li
definisce, e alle forze politiche che offrirebbero “complicità e copertura” a
gruppi violenti. Attacca Mauri: “Le persone si fidano delle forze dell’ordine.
Non sono per nulla sicuro, invece, che ci si possa fidare di voi. Perché voi
usate ogni occasione per strumentalizzare persone perbene che manifestano in
modo democratico, parlandone come se fossero tutti dei delinquenti. Noi siamo
qui a difendere le persone che fanno vivere la democrazia e che voi invece
criminalizzate”. Ancora più dura la deputata Cinque Stelle, Chiaria Appendino,
ex sindaca di Torino: “Le violenze fanno schifo, punto e basta. Non può esistere
buonismo o giustificazione con chi utilizza la violenza come strumento politico.
Agli agenti feriti va tutta la mia solidarietà. Ma la destra ci risparmi
lezioncine ipocrite: non sono accettabili strumentalizzazioni da chi giusto ieri
voleva far entrare in Parlamento gruppi neofascisti e dare loro un palco
sfregiando istituzioni e Costituzione, e oggi dichiara guerra alle occupazioni
dimenticandosi che da anni tollera quella di CasaPound a Roma. Non so con che
faccia possano guardarsi allo specchio ormai”.
A sera è Giuseppe Conte che in un video social prova a rovesciare la narrazione
del governo, anche ponendo l’attenzione sui risvolti che potrebbe avere la
separazione delle carriere: “Come mai la presidente del Consiglio si è
precipitata di corsa a richiamare l’attenzione anche mediatica su
quest’episodio, sollecitando la magistratura, addirittura mettendola con le
spalle al muro? Siamo in pieno clima referendario per quanto riguarda la
magistratura”. Tra i parlamentari dem di opposizione, in molti facevano notare
che “CasaPound vota sì”.
Mercoledì 4 febbraio la conta in Senato. A meno di sorprese, dall’opposizione
sulla risoluzione di maggioranza dovrebbe dire no in maniera compatta. Senza
defezioni.
L'articolo Torino, Pd e M5s uniti contro Piantedosi. Ma per la risoluzione
comune la trattativa è difficile proviene da Il Fatto Quotidiano.
Scudo penale per i poliziotti nell’esercizio delle loro funzioni, forme di
prevenzione nella commissione dei reati (il fermo preventivo) e lo sgombero
degli immobili occupati dai centri sociali. Sono questi i tre impegni che il
governo prenderà mercoledì 4 febbraio al Senato dopo le comunicazioni in aula
del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che riferirà sulle violenze di
alcuni militanti del centro sociale Askatasuna di sabato a Torino nei confronti
di alcuni poliziotti. Il testo della risoluzione, che Il Fatto Quotidiano ha
letto in anteprima, è stato scritto oggi in una riunione di maggioranza al
Senato e l’obiettivo del governo è quello di chiedere alle opposizioni di
votarla: una sfida, quella della premier Giorgia Meloni, che sarà respinta dal
centrosinistra che sta lavorando a una risoluzione unitaria.
Nella bozza di testo che seguirà le comunicazioni del ministro dell’Interno
vengono elencati i fatti di sabato: la maggioranza di centrodestra parla di
“oltre un centinaio” di agenti feriti, “numerose autovetture date alle fiamme”,
case e negozi “distrutti” e un agente della polizia “aggredito mentre svolgeva
le proprie funzioni a tutela della sicurezza pubblica, da una decina di persone
armate di armi improprie appositamente portate alla manifestazione”. Sui
manifestanti, invece, si parla di “guerriglia urbana”: “decine di migliaia di
persone” di cui millecinquecento soggetti “con abiti scuri, maschere, caschi e
passamontagna” che hanno superato lo sbarramento delle forze dell’ordine e
attaccato gli agenti con “lancio di pietre e biglie di ferro, esplosione di
bombe carta” e “bastoni, sbarre di ferro e oggetti contundenti”.
Nella bozza si trova anche un passaggio in cui si ipotizza di limitare il
diritto alle manifestazioni: “Va adeguato il sistema normativo in vigore – si
legge nel testo – garantendo il pieno diritto a manifestare” ma allo stesso
tempo facendo sì che “il suo esercizio si realizzi in condizioni di sicurezza,
quindi tenendo lontano dalle manifestazioni chi si sia reso o si renda
protagonista di azioni violente”.
Nel passaggio centrale della bozza di risoluzione viene espressa “la più ferma e
incondizionata condanna per le violenze che hanno avuto luogo a Torino” e in
generale “per ogni uso di violenza nelle manifestazioni, nonché verso ogni forma
di giustificazione verso episodi simili” oltre alla “piena solidarietà agli
agenti feriti e a tutte le forze dell’ordine”.
Sono tre, infine, gli impegni chiesti al governo: il primo è di “farsi latore
della solidarietà del Senato e della Nazione agli agenti feriti e a tutte le
forze dell’ordine, in tutte le sedi opportune”. In secondo luogo la maggioranza
anticipa le misure del pacchetto Sicurezza che saranno approvate nel Consiglio
dei ministri di giovedì: assunzioni per concorso nei corpi di polizia, tutelare
gli appartenenti a essi da “azioni svolte nell’esercizio delle loro funzioni”
(lo scudo penale per gli agenti) e consentire di “effettuare con maggiore
efficacia l’attività di prevenzione della commissione di reati in occasione di
pubbliche manifestazioni”. Il terzo impegno, invece, è quello di proseguire
“l’azione di sgombero degli immobili pubblici e privati illegalmente occupati
secondo i criteri oggettivi di priorità stabilite dalle Prefetture”. A dicembre
era avvenuto quello di Askatasuna, ora potrebbero arrivarne altri. Su Casa Pound
nessun riferimento.
L'articolo Scudo penale per gli agenti, fermo preventivo e sgombero dei centri
sociali: ecco il testo della mozione della destra sulla sicurezza proviene da Il
Fatto Quotidiano.
L'articolo Scontri a Torino, l’informativa di Piantedosi: “Innalzato il livello
dello scontro, richiama dinamiche terroristiche” | La diretta proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Decreto sicurezza, emergenza o propaganda? Alle 16 ne parlano in diretta Peter
Gomez e Alessandro Mantovani
L'articolo Decreto sicurezza, emergenza o propaganda? La diretta con Gomez e
Mantovani proviene da Il Fatto Quotidiano.
A partire dalle ore 14, alla Camera dei deputati, è in programma l’informativa
del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, in merito agli scontri di Torino
dello scorso fine settimana. Rimandata, invece, la stessa informativa in Senato,
prevista per oggi alle 16. Alle 15 la capigruppo stabilirà data e orario
aggiornati.
L'articolo Scontri a Torino, l’informativa del ministro Piantedosi alla Camera:
la diretta video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trattenere per 12 ore chi non ha commesso alcun reato, per il semplice sospetto
che costituisca un pericolo per l’incolumità pubblica in occasione di
manifestazioni di piazza. Un fermo preventivo nella disponibilità delle forze
dell’ordine, ritenuto indispensabile per evitare vicende come quella di Torino.
È la norma a cui il governo tiene di più tra quelle del nuovo pacchetto
Sicurezza, un disegno di legge e un decreto-legge firmati dal ministro
dell’Interno Matteo Piantedosi che potrebbero essere approvati già mercoledì in
Consiglio dei ministri come reazione alla guerriglia nel capoluogo piemontese.
Lo scopo è consentire alle forze di polizia, senza bisogno di interloquire con
la magistratura, di fermare “persone sospettate di costituire un pericolo per il
pacifico svolgimento della manifestazione e l’incolumità pubblica”,
trattenendole in Questura per mezza giornata. Una misura che potrebbe essere
applicata, ad esempio, nei confronti di chi si presenta in piazza a volto
coperto o portando con sé oggetti ritenuti pericolosi.
La proposta è in queste ore al vaglio degli uffici giuridici del Quirinale, che
avevano già espresso dubbi di costituzionalità su questa come su altre norme del
“pacchetto”. Ma la Lega tira dritto: “Il ministro lo propone per 12 ore, secondo
me si può arrivare anche a 48 ore di fermo preventivo”, ha detto domenica Matteo
Salvini a chi gli chiedeva se la misura sarebbe entrata nel decreto-legge.
Lunedì, intervistato su Rtl 102.5, il vicepremier e leader del Carroccio ha
corretto il tiro, ipotizzando trattenimenti di “sole” 24 ore. E ha rilanciato la
proposta di far pagare una cauzione agli organizzatori delle piazze, che però
non dovrebbe entrare nel pacchetto.
Ci dovrebbe essere, invece, l’annunciato “scudo penale” a tutela le forze
dell’ordine, che eviterà l’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei
casi di “evidente” legittima difesa (e varrà quindi anche per i civili, ad
esempio a chi spara a un ladro sorpreso in casa). Previste anche sanzioni
amministrative fino a ventimila euro per chi organizza manifestazioni non
autorizzate e norme restrittive sulla vendita di coltelli come reazione
all’omicidio del 18enne Youssef Abanoub a La Spezia.
L'articolo Fermo di 12 ore senza l’ok del pm: dopo Torino il governo accelera
sulla stretta. E Salvini rilancia: “Si può arrivare a 48” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Purtroppo è uno schema che si ripete, ma in questo contesto è ancora più
dannoso e pericoloso perché finisce col giustificare quella democrazia del
controllo e della sorveglianza, che è tanto cara alla tecnodestra americana, che
ci ha invaso già da anni e che questo governo, mi sembra, stia portando avanti”.
Sigfrido Ranucci interviene a In altre parole (La7) sugli scontri di Torino
avvenuti durante la manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro
sociale Askatasuna. Il momento più grave si è registrato quando un agente di
polizia, Alessandro Calista, è stato accerchiato e colpito con calci, pugni e
almeno tre martellate mentre era a terra.
Ranucci avverte che gli scontri finiscono ciclicamente per rafforzare una logica
securitaria anziché affrontare le cause delle tensioni sociali: “In questo modo
si giustificano dei meccanismi ancora di maggior controllo, cioè più repressivi,
mentre invece qui bisognerebbe avere la lucidità e la forza di dire a tutti:
diamoci una calmata”.
Nel corso del confronto in studio, Massimo Gramellini richiama le parole della
presidente del Consiglio, che ha definito i responsabili delle violenze “nemici
dello Stato”. La replica di Ranucci sposta il fuoco sulla responsabilità delle
istituzioni: “Veramente io credo che la maggior parte di questi lo Stato li
conosca. Bisogna chiedersi perché il governo non si è intervenuto prima, anche
solo per evitare un sospetto, e cioè che questi scontri servano a giustificare
quel meccanismo della sorveglianza, ma anche un altro sospetto, e cioè che si
rovini quella parte sana che ha partecipato a queste manifestazioni con motivi,
con ragioni serie“.
Il giornalista insiste sulla necessità di non cancellare il senso della protesta
dietro le violenze, rivendicando la legittimità di una domanda sociale che
rischia di essere travolta dalla deriva degli scontri: “Vorrei invece che si
portassero avanti quelle istanze delle persone più sane che hanno ragione di
protestare, di avere dei luoghi di incontro, di raccolta, di socialità, che
effettivamente manca”.
Quando Gramellini cita le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi,
che parla di “squadristi rossi” e annuncia nuove norme, Ranucci torna sul punto
centrale della sua analisi: “È quello che ho anticipato io poco fa, quegli atti
di violenza nelle manifestazioni giustificano poi meccanismi di sorveglianza.
Secondo me, ci sarà una stretta ulteriore sul controllo. Io non so quali
elementi abbia Piantedosi per dire che sono squadristi rossi. Per me sono dei
criminali e delinquenti”.
Ranucci esprime, infine, vicinanza all’agente aggredito a Torino. “Voglio dare
solidarietà alla polizia, tra il resto io ho la scorta della polizia di Stato.
Ora, io credo che questo Stato abbia gli strumenti per sapere chi sono queste
persone violente”, osserva, richiamando episodi precedenti come l’assalto alla
sede della Cgil e sostenendo che la violenza politica non sia un fenomeno
imprevedibile.
Il nodo, per Ranucci, resta quello della prevenzione. “Queste cose bisognerebbe
prevenirle prima – ribadisce – Poi alla fine questi scontri, alimentati da
determinate anche politiche, dalla mancanza di osservazione delle esigenze
sociali, non fanno che giustificare i meccanismi di controllo”.
L'articolo Scontri a Torino, Ranucci a La7: “Governo sa chi sono i violenti ma
non interviene prima per giustificare misure repressive” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Per arginare l’utilizzo dei coltelli tra i giovani nelle scuole, dopo l’omicidio
dello studente 18enne dell’Istituto Einaudi a La Spezia, i ministri Giuseppe
Valditara e Matteo Piantedosi hanno sottoscritto una circolare che prevede, tra
l’altro, l’utilizzo di metal detector nelle scuole. La misura potrà essere
adottata su richiesta dei dirigenti scolastici nell’ambito di interlocuzioni con
prefetture e questure che vengono rese sistematiche.
Proprio a La Spezia, il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza ha dato
il via libera ai controlli con i metal detector portatili all’esterno degli
istituti scolastici. Nessuno in città dimentica Abanoub Youssef, accoltellato a
morte nei corridoi della sua scuola da un coetaneo e compagno dello stesso
istituto Zouhair Atif, con un coltello con una lama lunga oltre 22 centimetri,
affilato come un rasoio che in un attimo ha perforato milza, fegato e polmone di
‘Aba’.
Inevitabilmente vengono richiesti più controlli, non semplici da svolgere dato
che non è possibile perquisire gli zaini degli studenti in ingresso. Anche
l’ipotesi della installazione di metal detector all’entrata delle scuole sembra
ormai tramontata. Così è necessario aumentare i controlli all’esterno degli
istituti scolastici della Spezia da parte delle forze dell’ordine, anche con
l’uso di metal detector portatili “qualora le circostanze lo richiedano a fini
di sicurezza”. È questa la conclusione a cui è arrivato il Comitato provinciale
per l’ordine e la sicurezza pubblica che si è riunito mercoledì mattina in
Prefettura alla presenza del questore.
Poco prima il prefetto Andrea Cantadori aveva accolto il direttore dell’Ufficio
scolastico regionale della Liguria Antimo Ponticiello, il direttore dell’Ufficio
scolastico provinciale della Spezia Giulia Crocco e la dirigente dell’istituto
Einaudi-Chiodo, Gessica Caniparoli, con i quali è stato fatto il punto sulla
situazione dopo l’omicidio di Abanoub. Intanto, un altro episodio non lascia
tranquilli. A Luni, un ragazzino di 13 anni ha portato a scuola un coltello da
cucina e l’ha mostrato ai compagni di classe. I compagni hanno avvisato gli
insegnanti che a loro volta hanno riferito tutto alla dirigente scolastica la
quale non ha avuto altra scelta che chiamare i carabinieri che hanno fatto una
perquisizione a casa del ragazzino per trovare il coltello. E l’hanno trovato,
corrispondente alla descrizione fatta dai giovani testimoni, assieme ad altri
coltelli simili. A quel punto tredicenne e genitori sono stati sentiti in
caserma. Il ragazzino non è imputabile ma è stato comunque segnalato al
tribunale dei minori.
L'articolo Metal detector a scuola: la circolare di Valditara e Piantedosi dopo
l’omicidio a La Spezia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio
italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono
un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha
legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui
l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa
prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende
hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle
garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi
dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle
persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei
Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura
residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo
di quelle.
Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato
dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire
dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni
multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di
rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di Bari, Brindisi, Caltanissetta,
Gradisca, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino e Trapani. Senza
dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli
accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i
curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita
aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio
metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un
quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una
realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli
fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi
raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le
caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo
che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono
trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal
resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione
manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei
Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce
sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono
gli obiettivi dichiarati.
Tanto che si può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la
finalità dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle persone colpite
da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente rimpatriato tramite
i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro
per questo apparato, includendo costi esorbitanti per il personale delle forze
dell’ordine nei centri più remoti, come Macomer, dove questi costi superano
quelli della gestione stessa della struttura. Inefficienza che, per Schiavone,
non è un incidente ma un elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr
non sono affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità
è insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso?
Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per ActionAid
che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé: assimilare le
persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta legittimata a
considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E questo disciplina i
cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma, più che a rimpatriare
loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi non deve sapere
troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta all’essenziale
biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in cemento. Quello dei
detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun controllo, nemmeno se si
tratta della salute.
Dal Rapporto 2026 ‘CPR D’ITALIA: ISTITUZIONI TOTALI’ del Tavolo Asilo e
Immigrazione
Ci sono poi le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman,
rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un
video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza
medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da animale domestico
lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan, lasciato con le gambe fratturate
senza cure, o Wissem Ben Abdelatif, morto dopo essere stato legato per cento ore
in un “reparto psichiatrico”. Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un
avvocato datemi un avvocato”. Casi isolati? La violenza si manifesta
nell’assenza di informativa legale che aliena e viola le norme Ue: a
Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al CPR non viene fornito alcun tipo
di informativa”, le affermazioni dei gestori sulla consegna di documenti sono
state “smentite dai trattenuti”, mentre a Trapani la mancata consegna è stata
giustificata con il “rischio che i fogli di carta possano essere bruciati”. È
costante che i trattenuti “lamentino di non sapere perché si trovano lì“, e
“molti hanno dichiarato di essere stati “invitati a firmare qualcosa che non
hanno compreso” durante informative orali svolte troppo in fretta”. Quanto alla
difesa legale, in centri come Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i
trattenuti hanno riferito di “ricevere un foglio già compilato per la nomina”
dell’avvocato. E così per il diritto alla comunicazione, descritto come una
“concessione regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo,
mentre il telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel
rapporto: “Un trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di
cinque anni che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo
il rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla
comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.
C’è infine l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e spegnere il
disagio che nasce dalle condizioni che annientano le persone. In molti centri,
la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici avviene anche senza controllo
psichiatrico, come emerso dai monitoraggi tecnici. Un quadro che, denuncia il
TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa europea, dove il nuovo Patto
trasforma le diverse forme di confinamento in infrastruttura ordinaria delle
politiche migratorie. Una zona grigia di sospensione dei diritti in un modello
di gestione privatizzato che affida la vita di migliaia di persone a pochi
gestori privati in regime di oligopolio. Schiavone avverte come la stessa
resistenza prefettizia all’accesso dei collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla
“paura che si possa veramente vedere all’interno e avere appunto dati
scientifici inequivocabili sui quali fondare dei ragionamenti da contrapporre a
vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro ai più, e guai se non lo fosse dopo
venticinque anni di “sperimentazione“, che lo stato di diritto non può che
fermarsi sull’uscio di questi luoghi, intrinsecamente non riformabili. “Questo
rapporto spiega le ragioni per cui il miglioramento non è possibile, ma è
possibile soltanto una un cambiamento profondo, così come è avvenuto con con
l’Istituto Manicomiale”, conclude Schiavone. E allora “senza contraddizione
alcuna con l’intenzione di migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro
chiusura”. A questo servono analisi e rapporti come questo, a evitare che si
normalizzi l’orrore nell’attesa che vengano aboliti.
L'articolo Detenere per governare: nei CPR d’Italia si parla già la lingua di
Trump | il report proviene da Il Fatto Quotidiano.