Sembrava una genialata. Perché produrre in Italia per esportare all’estero? La
logistica costa, e la manodopera, in “certi paesi”, costa meno che da noi.
Produciamo direttamente lì: si risparmia. Seconda genialata: conviene trasferire
“lì” anche le produzioni delle merci da vendere “qui”: niente scioperi e leggi
che difendono l’ambiente. Un sogno per i produttori: libertà di sfruttare e di
inquinare, da un’altra parte. Con le delocalizzazioni, chi lavorava qui perde il
lavoro. Una parte dei lavoratori va in pensione, un’altra in cassa integrazione:
gradualmente, si smantella la classe operaia. A spese dello stato, che paga
pensioni e sussidi.
La prima fase delle delocalizzazioni apre spazio per i lavori intellettuali. Ora
un’altra rivoluzione, dopo le delocalizzazioni, sta sconvolgendo il mondo del
lavoro, la terza genialata: le aziende ad alto contenuto tecnologico stanno
licenziando migliaia di lavoratori (intellettuali), sostituiti dall’Intelligenza
Artificiale, e si ripete quel che avvenne con la sostituzione delle braccia con
le macchine che, ora, sostituiscono i cervelli nei compiti creativi, tipo quelli
degli sceneggiatori di Hollywood, o i giornalisti, dopo i bancari. Qualcuno deve
progettare l’Intelligenza Artificiale, fare manutenzione ai server, aggiornare i
programmi, ma si tratta di compiti che si sta già cercando di affidare all’Ai
stessa.
La ricchezza, un tempo in via di redistribuzione a seguito di lotte sindacali,
si sta nuovamente concentrando nelle mani di pochi, e si moltiplicano le file di
chi vive al margine, pedalando 150 km al giorno, per quattro soldi, ma presto
saranno i droni a consegnare. Assieme al lavoro si perde il reddito, e quindi
sempre meno persone comprano “come prima”. I negozi chiudono, proliferano i
discount e i negozi “dei cinesi” che vendono paccottiglia a buon mercato: le
uniche cose che ci possiamo permettere. Impoverire enormi masse di persone è
pericoloso, qualcosa dovranno pur fare.
Chi si sta impoverendo nei paesi più privilegiati (Europa e Stati Uniti), però,
non viene da situazioni di eterna povertà. Si guarda indietro e vede che un
tempo si stava meglio, c’era un futuro e funzionava l’ascensore sociale: i figli
avevano prospettive migliori dei genitori. Trovarsi su un ascensore che si avvia
verso il seminterrato invece che nell’attico non si sopporta facilmente. Ed ecco
la quarta genialata: al popolo si offre “lavoro” nell’esercito. Perdere la
speranza porta a un’aggressività che va direzionata. Ci pensano le destre a
canalizzare l’odio. Non bastano gli immigrati e i piccoli delinquenti a
soddisfare la voglia di menar le mani. Spostiamo l’attenzione verso nemici
esterni, dai disperati che ci invadono con i barconi, ai nemici crudeli che ci
vogliono distruggere con i loro missili (come predica Cingolani).
Gli operai diventano soldati, e le fabbriche producono armi. La Cina era la
fabbrica dell’occidente, che progettava le merci per poi affidarle la
produzione. Oggi progetta direttamente, e innova. E lo fa verso un “dove” che
l’Occidente non ha capito: la sostenibilità. I cinesi puntano su auto
elettriche, pannelli solari, pale eoliche; noi fabbrichiamo missili, droni e
aerei da bombardamento. E qualche atomica in più. Armi che vengono usate.
Fare previsioni è rischiosissimo, soprattutto se riguardano il futuro. Gli
storici non prevedono: descrivono il passato e cercano di trovare le cause che
lo hanno determinato. Provate a chiedere a uno storico di prevedere il futuro,
magari con un modello matematico, o con l’intelligenza artificiale. Quel che è
certo è che non ci sono più “altri posti” dove trasferirci, se non invadendoli
militarmente. Non ci sono nuove frontiere di lavoro dove migrare quando una
tecnologia rende obsoleto un modo di lavorare, perché l’automazione e
l’intelligenza artificiale trasformano non solo i lavori manuali ma anche molti
compiti cognitivi, con cambiamenti strutturali che prevedono sempre meno umani
nel mercato del lavoro. L’automazione ci ha “liberato” dal lavoro manuale e,
ora, da quello intellettuale.
In passato, rivoluzioni tecnologiche e produttive hanno generato nuove
occupazioni e spazi occupazionali; oggi la velocità e la profondità dei
cambiamenti fanno sì che non ci sia un altrove già pronto dove “andare”, a parte
la guerra. Per evitare che una quota crescente di persone resti disoccupata o
marginalizzata, l’alternativa alla guerra andrebbe progettata con protezioni
sociali, formazione continua, sistemi di reddito minimo e ridistribuzione delle
ricchezze generate dall’automazione. Si vanno affermando idee di redistribuzione
tipiche di una nuova forma di socialismo adattata all’era dell’Ai.
In altre parole: l’“altrove” non è più un luogo, è una trasformazione sociale e
politica da costruire, perché senza strutture collettive e deliberazione
pubblica c’è il rischio concreto che milioni di persone restino senza uno spazio
dignitoso in cui lavorare e contribuire (a parte la guerra). Lo stanno capendo
in Usa, eleggendo sindaci definiti “socialisti” nelle città più importanti, come
New York e Seattle, e anche in Uk, a Manchester. Per ora sono risposte locali,
mentre i leader nazionali pare siano convinti che le crisi si risolvano con le
armi. Intanto, a fronte della crisi energetica dovuta alla nuova guerra, le
destre chiedono di abbandonare il green deal, l’unico modo con cui potremmo
liberarci dalla schiavitù delle forniture di combustibili fossili,
riorganizzando i sistemi di produzione e consumo. Lo stanno facendo i cinesi,
perché hanno capito che è un buon affare. Noi abbandoniamo il welfare e
transitiamo nel warfare.
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