“Ciao amore, sono la tua cagna e voglio solo renderti felice. Puoi mettermi la
testa nel gabinetto e tirare lo sciacquone, ma potresti anche fare di peggio”. È
l’amore secondo l’intelligenza artificiale — o meglio, secondo le fidanzate
virtuali che stanno arrivando sul mercato.
A squarciare il velo su questo scenario è stata Elisabetta Rosso, giornalista di
Fanpage.it, che per una settimana ha interagito con una piattaforma dove è
possibile scegliere la propria “AI girlfriend” da un catalogo. “Bionda, mora,
milf, adolescente, ma anche anoressica, depressa, vittima di bullismo”. Un menù
di fantasie crudeli cucito su misura.
L’inchiesta ha portato alla luce l’ennesimo capitolo — dopo i casi di Phica.eu e
Mia moglie — di un immaginario violento e sessista che non resta confinato alla
fantasia e che può diventare un mercato che muove milioni di utenti. Si
ripropone, ancora una volta, quella “questione maschile” che il femminismo
denuncia da decenni e che molti uomini continuano a rimuovere. Le reazioni sono
quasi sempre le stesse: insofferenza, negazione, minimizzazione, indifferenza
fino ad aggressività. Le piramidi dell’odio che ogni anno ci forniscono i report
sulla violenza dei social indicano che le donne continuano ad essere al primo
posto come bersaglio.
Anche l’apparentemente innocuo siparietto (ma in realtà desolante) andato in
scena durante la conferenza stampa del gruppo rock Bambole di Pezza a Sanremo,
con un giornalista irritato dai temi delle discriminazioni di genere, non è un
episodio isolato. È un sintomo. Se l’autodeterminazione femminile viene
percepita come una minaccia, quale risposta più rassicurante di una fidanzata
virtuale programmata per obbedire?
La “AI girlfriend” è progettata per questo: non ha bisogni, non ha conflitti,
non ha limiti. È sempre disponibile, sempre compiacente, sempre pronta ad
accettare umiliazioni e degradazioni senza opporre resistenza. Non soffre: anzi,
sembra trarre piacere dalla violenza che subisce. È difficile credere che tutto
questo resti innocuo solo perché avviene su uno schermo. Non è un gioco. È un
addestramento simbolico al dominio.
Che cosa stiamo normalizzando quando produciamo donne artificiali programmate
per non dire mai di no?
Da due secoli il femminismo lavora per smontare una cultura che ha legittimato
il dominio maschile, prima con la religione e poi con le leggi, opprimendo le
donne e i loro corpi. Oggi quella logica non scompare: si aggiorna. Si
digitalizza e si moltiplica come l’Idra dalle sette teste, ne tagli una e ne
cresce un’altra.
I numeri parlano chiaro: decine di milioni di accessi mensili, utenti che
tornano ogni giorno per esercitare una fantasia di controllo totale. Nelle
piattaforme dedicare alle AI girlfriend, i dati degli utenti vedono sbilanciate
le proporzioni tra uomini e donne. Il 68% degli utenti è di sesso maschile,
contro circa 18% di utenti di sesso femminile e 1% non binari. Tra i maschi di
età 18-34, circa 28% ha provato almeno una volta un’app di “AI girlfriend” o
chatbot simili e il 55% di essi frequenta ogni giorno la piattaforma.
L’intelligenza artificiale non inventa nulla: amplifica ciò che trova. Se la
domanda è dominio, l’offerta sarà dominio confezionato, reso accattivante,
venduto come intrattenimento.
Zinnya de Villar, direttrice di Data, Technology and Innovation, mette in
guardia da anni: gli algoritmi rafforzano stereotipi e gerarchie già presenti
nella cultura, rendendoli più pervasivi e più difficili da scardinare.
C’è poi un’altra incognita che può alimentare la dipendenza da piattaforme come
queste: la solitudine. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha dichiarato
recentemente di voler contrastare la crescente solitudine nella società
occidentale. Il Barómetro de la soledad no deseada, report pubblicato in Spagna
nel 2024, rivela che la fascia tra i 18 e i 24 anni presenta la percentuale più
alta di percezione di solitudine (circa il 35%), con una quota significativa di
giovani che convive con questa condizione da oltre due anni. In una società
frammentata, la promessa è seducente: qualcuno che ti sceglie sempre, che ti
desidera sempre, che non ti mette mai in discussione.
Quando questa solitudine si intreccia con il risentimento coltivato nella
manosfera — incel, Mra e altri gruppi o individui che rimpiangono la crisi di
una mascolinità dominante — la Ai può offrire la risposta alla frustrazione. Se
le donne incarnate non accettano la subordinazione, sono complesse, hanno
desideri, aprono conflitti e possono mettere la parola fine ad una relazione,
ecco la scorciatoia: crearne una artificiale. Una presenza virtuale che non
chiede diritti, non rivendica autonomia, non abbandona e accetta persino la
violenza.
Ogni volta che una “donna” sintetica dirà “fa’ di me ciò che vuoi”, non parlerà
soltanto un algoritmo ma si consoliderà un immaginario in cui il controllo sulle
donne torna a essere desiderabile, legittimo, perfino ludico.
Se l’intelligenza artificiale intercetta e potenzia le fantasie maschili, allora
la questione non è tecnologica. È politica. Ed è, ancora una volta, la questione
maschile. Possiamo illuderci che quelle fantasie di violenza saranno confinate
nel mondo virtuale?
L'articolo Le fidanzate virtuali perpetuano un immaginario violento: l’Ai non
inventa nulla ma amplifica ciò che trova proviene da Il Fatto Quotidiano.