“Ciao amore, sono la tua cagna e voglio solo renderti felice. Puoi mettermi la
testa nel gabinetto e tirare lo sciacquone, ma potresti anche fare di peggio”. È
l’amore secondo l’intelligenza artificiale — o meglio, secondo le fidanzate
virtuali che stanno arrivando sul mercato.
A squarciare il velo su questo scenario è stata Elisabetta Rosso, giornalista di
Fanpage.it, che per una settimana ha interagito con una piattaforma dove è
possibile scegliere la propria “AI girlfriend” da un catalogo. “Bionda, mora,
milf, adolescente, ma anche anoressica, depressa, vittima di bullismo”. Un menù
di fantasie crudeli cucito su misura.
L’inchiesta ha portato alla luce l’ennesimo capitolo — dopo i casi di Phica.eu e
Mia moglie — di un immaginario violento e sessista che non resta confinato alla
fantasia e che può diventare un mercato che muove milioni di utenti. Si
ripropone, ancora una volta, quella “questione maschile” che il femminismo
denuncia da decenni e che molti uomini continuano a rimuovere. Le reazioni sono
quasi sempre le stesse: insofferenza, negazione, minimizzazione, indifferenza
fino ad aggressività. Le piramidi dell’odio che ogni anno ci forniscono i report
sulla violenza dei social indicano che le donne continuano ad essere al primo
posto come bersaglio.
Anche l’apparentemente innocuo siparietto (ma in realtà desolante) andato in
scena durante la conferenza stampa del gruppo rock Bambole di Pezza a Sanremo,
con un giornalista irritato dai temi delle discriminazioni di genere, non è un
episodio isolato. È un sintomo. Se l’autodeterminazione femminile viene
percepita come una minaccia, quale risposta più rassicurante di una fidanzata
virtuale programmata per obbedire?
La “AI girlfriend” è progettata per questo: non ha bisogni, non ha conflitti,
non ha limiti. È sempre disponibile, sempre compiacente, sempre pronta ad
accettare umiliazioni e degradazioni senza opporre resistenza. Non soffre: anzi,
sembra trarre piacere dalla violenza che subisce. È difficile credere che tutto
questo resti innocuo solo perché avviene su uno schermo. Non è un gioco. È un
addestramento simbolico al dominio.
Che cosa stiamo normalizzando quando produciamo donne artificiali programmate
per non dire mai di no?
Da due secoli il femminismo lavora per smontare una cultura che ha legittimato
il dominio maschile, prima con la religione e poi con le leggi, opprimendo le
donne e i loro corpi. Oggi quella logica non scompare: si aggiorna. Si
digitalizza e si moltiplica come l’Idra dalle sette teste, ne tagli una e ne
cresce un’altra.
I numeri parlano chiaro: decine di milioni di accessi mensili, utenti che
tornano ogni giorno per esercitare una fantasia di controllo totale. Nelle
piattaforme dedicare alle AI girlfriend, i dati degli utenti vedono sbilanciate
le proporzioni tra uomini e donne. Il 68% degli utenti è di sesso maschile,
contro circa 18% di utenti di sesso femminile e 1% non binari. Tra i maschi di
età 18-34, circa 28% ha provato almeno una volta un’app di “AI girlfriend” o
chatbot simili e il 55% di essi frequenta ogni giorno la piattaforma.
L’intelligenza artificiale non inventa nulla: amplifica ciò che trova. Se la
domanda è dominio, l’offerta sarà dominio confezionato, reso accattivante,
venduto come intrattenimento.
Zinnya de Villar, direttrice di Data, Technology and Innovation, mette in
guardia da anni: gli algoritmi rafforzano stereotipi e gerarchie già presenti
nella cultura, rendendoli più pervasivi e più difficili da scardinare.
C’è poi un’altra incognita che può alimentare la dipendenza da piattaforme come
queste: la solitudine. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha dichiarato
recentemente di voler contrastare la crescente solitudine nella società
occidentale. Il Barómetro de la soledad no deseada, report pubblicato in Spagna
nel 2024, rivela che la fascia tra i 18 e i 24 anni presenta la percentuale più
alta di percezione di solitudine (circa il 35%), con una quota significativa di
giovani che convive con questa condizione da oltre due anni. In una società
frammentata, la promessa è seducente: qualcuno che ti sceglie sempre, che ti
desidera sempre, che non ti mette mai in discussione.
Quando questa solitudine si intreccia con il risentimento coltivato nella
manosfera — incel, Mra e altri gruppi o individui che rimpiangono la crisi di
una mascolinità dominante — la Ai può offrire la risposta alla frustrazione. Se
le donne incarnate non accettano la subordinazione, sono complesse, hanno
desideri, aprono conflitti e possono mettere la parola fine ad una relazione,
ecco la scorciatoia: crearne una artificiale. Una presenza virtuale che non
chiede diritti, non rivendica autonomia, non abbandona e accetta persino la
violenza.
Ogni volta che una “donna” sintetica dirà “fa’ di me ciò che vuoi”, non parlerà
soltanto un algoritmo ma si consoliderà un immaginario in cui il controllo sulle
donne torna a essere desiderabile, legittimo, perfino ludico.
Se l’intelligenza artificiale intercetta e potenzia le fantasie maschili, allora
la questione non è tecnologica. È politica. Ed è, ancora una volta, la questione
maschile. Possiamo illuderci che quelle fantasie di violenza saranno confinate
nel mondo virtuale?
L'articolo Le fidanzate virtuali perpetuano un immaginario violento: l’Ai non
inventa nulla ma amplifica ciò che trova proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Femminismo
Non si placano le critiche nei confronti di “Per sempre sì”, la canzone con cui
Sal Da Vinci ha vinto il Festival di Sanremo 2026. La questione tiene banco
anche nei talk show televisivi, come “Vita in diretta”. Lo scorso 9 marzo tra
gli ospiti Barbara Alberti ha commentato le polemiche femministe alla canzone
sanremese, ritenuta un manifesto di patriarcato e, in alcuni casi, di un amore
tossico e presupposto di violenza sulle donne. La scrittrice e giornalista ha
osservato: “Quando noi nonne e bisnonne lottavamo per i diritti delle donne
lottavamo per la libertà d’espressione, non solo per le donne”. E ancora: “Che
si possa censurare una canzone come se fosse un editto… se il femminismo è
questo, torniamo al maschilismo che è meglio. C’è troppo moralismo, son fatti
suoi quello a cui crede. Chiunque ha il diritto di cantare, anche stupidaggini,
se gli va. Siamo diventati tutti pubblici ministeri oggi, è diventata un
tribunale la vita”. Pochi giorni dopo, l’11 marzo, sempre nel programma di Rai 1
condotto da Alberto Matano, ha ribadito: “Io preferisco Roberto Murolo. È una
canzonaccia, però è anche vitale, graziosa” ha detto in merito a “Per sempre
sì”, “Io trovo che siamo dei privilegiati che possiamo ancora discutere di
questa canzone”.
BARBARA ALBERTI E LE CRITICHE FEMMINISTE A “PER SEMPRE SÌ”
MowMag dopo queste dichiarazioni ha raggiunto Barbara Alberti, che parlando
delle critiche mosse dalle femministe al brano di Sal Da Vinci ha spiegato:
“Questa battaglia è stupida e questo atteggiamento profondamente reazionario.
Siamo diventati un popolo di scandalizzati. Sanremo non è mica un saggio
politico. Sal Da Vinci ha fatto una canzone all’antica sull’amore per sempre,
che d’altronde è l’illusione di ogni amore”. E non ha risparmiato ulteriori
stoccate: “Mi è sembrata una brutta canzone innocente. Una canzone pompieristica
però anche affascinante, molto cantabile. Ma davvero le femministe pensano a
criticare Sanremo? Mi sembra frivolo”.
L'articolo “Se il femminismo è questo, torniamo al maschilismo”. Barbara Alberti
‘difende’ “Per sempre sì” di Sal da Vinci dalle critiche: “È una brutta canzone
innocente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Maria Laura Amendola
Ho sempre creduto che il potere fosse qualcosa di tangibile, manifesto,
addirittura teatrale. E lo è, in parte. Dall’altra, mi sono resa conto che il
potere è più simile all’aria: non lo vedi, ma decide quanto puoi respirare.
Decide quanto spazio occupi. Ho imparato presto che il potere femminile è
tollerato solo a determinate condizioni: che sia gentile, rassicurante, che non
faccia troppo rumore, ma – soprattutto – che non faccia sentire minacciato chi,
quel potere, lo esercita da secoli indisturbato. E così, nel mantenere una
posizione pubblica – che sia lavorativa, o che coinvolga qualsiasi altro aspetto
della propria vita – molte di noi imparano a “regolarsi”. A limarsi. A precedere
l’obiezione. A trasformare l’ambizione in imbarazzo, la rabbia in autocontrollo,
il desiderio di incidere nelle società in una versione più accettabile di se
stesse.
È una forma di violenza trasparente, appena percettibile. E funziona anche senza
carnefici evidenti.
Funziona perché interiorizziamo il limite. Lo facciamo nostro. Impariamo a non
sconfinare. Perché il potere non è solo ciò che ci viene negato, è anche ciò che
ci viene fatto pagare. A ogni passo avanti, corrisponde un costo: in
reputazione, in solitudine, in esposizione. Eppure, il problema non è il potere
in sé, ma la sua distribuzione. Il fatto che venga considerato (togliere come)
neutro quando neutro non è. Che venga naturalizzato mentre è storicamente
costruito. Che venga difeso come se fosse un diritto e non un privilegio.
C’è una confusione ricorrente, comoda, tra potere femminile e potere femminista.
Una confusione che permette al sistema di assorbire la presenza delle donne
senza mettersi mai in discussione. Il potere femminile è misurabile, visibile,
soprattutto spendibile simbolicamente. Serve a dimostrare che “si può arrivare”,
che l’esclusione non è più totale. Ma, da solo, non è trasformativo. Lo
dimostra, per fare un esempio, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ogni
volta in cui rivendica la propria leadership costruita su codici
tradizionalmente maschili: verticalità, decisionismo, retorica della forza,
difesa dell’ordine.
Il potere maschile – quello sistemico, storico, normalizzato – non ha bisogno di
dichiararsi. È dato ed è verticale. Funziona per accumulo, per esclusione, per
gerarchia. Ha un centro e difende i suoi confini. Il potere femminista, invece,
nasce già sotto sospetto (togliere Non è mai neutro). Non è mai neutro. È sempre
“di parte”, “ideologico”, “esagerato”. Per poter “stare al tavolo”, deve
spiegarsi. Deve dimostrare di non voler distruggere tutto. Ma il potere
femminista non si misura in ruoli o posizioni, si misura nella capacità di
redistribuire spazio. E forse è proprio questo che lo rende minaccioso. Perché
non chiede di essere incluso. Chiede che “il tavolo” venga rifatto. Che le
regole cambino.
Il potere maschile, quand’è messo in crisi, non si trasforma, si irrigidisce.
Non si interroga, colpisce. Più si sente minacciato, più la violenza viene
legittimata come necessaria, inevitabile. Se ci fosse un’immagine capace di
sintetizzare il nostro tempo è il potere maschile che torna a mostrarsi senza
pudore. Che non si maschera nell’essere neutro, inclusivo, ma apertamente si
dichiara nel dominio e nella sopraffazione. La guerra, ancora una volta, ne è la
grammatica più chiara.
In questo senso, l’impersonificazione più riuscita – seppur a tratti
caricaturale – sta nell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald
Trump. E si rivela, con maggiore precisione, nel modo in cui reagisce quando una
donna esercita una funzione pubblica che implica autorità e competenza. In
particolare, quando una donna fa domande. Ogni volta che una giornalista lo
incalza, che interrompe la narrazione autocelebrativa, che chiede conto di una
contraddizione o di una responsabilità, la risposta non è nel merito. È nella
delegittimazione. Non della domanda, ma di chi la pone. La giornalista diventa
“nasty”, “bad”, aggressiva, scorretta, faziosa. Il suo gesto professionale –
chiedere, verificare, insistere – viene risignificato come attacco personale.
È un meccanismo antico: spostare il conflitto dal piano politico a quello
emotivo. E quando a farlo è una donna, la punizione simbolica è immediata: va
ridimensionata, ridicolizzata, zittita. Non perché abbia torto, ma perché osa,
perché lo spazio del conflitto decide di occuparlo. Ed è nello spazio del
conflitto che sta il potere femminista, che – com’è già scritto poco sopra – non
è una scorciatoia verso l’alto. È una frattura. E, come tutte le fratture, non è
indolore. Ma è l’unica da cui possa entrare aria.
* Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e
giornaliste per denunciare la violenza di genere nel lavoro e nella sfera
pubblica.
L'articolo C’è differenza tra potere maschile, femminile e femminista proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Mai avremmo pensato, da maschi, di raccontare un così imponente e importante
film femminile e femminista, di donne e prima di tutto per le donne (la prossima
settimana ne racconteremo un altro dall’afflato simile). Sound of Falling della
41enne berlinese Mascha Schilinski – in sala temerariamente con I Wonder dal 26
febbraio – è un film estremamente complesso ma anche terribilmente affascinante.
Non parliamo di noiosa artificiosità o di furbesco atteggiamento egoriferito
(ogni riferimento italiano è voluto), bensì di una ricomposizione dell’idea
stessa di cinema, un flusso di coscienza (vagamente alla Malick) e di immagini
dove viene scolpito da zero il tempo del racconto, rievocando senza gerarchie e
priorità l’esistenza di diverse donne – bambine, adolescenti, adulte, anziane –
vissute in quattro epoche differenti in una fattoria di campagna della regione
settentrionale tedesca dell’Altmark.
I punti di vista, i punti di ascolto, le voci narranti si alternano di continuo
abbracciando oltre un secolo tra quattro ragazze e le loro famiglie: Alma (Hanna
Heckt) è una bimbetta bionda che vive nella fattoria attorno al 1910 e sulla
quale grava un ingenuo continuo confrontarsi con la morte; Erika (Lea Drinda)
occupa la fattoria durante la Seconda Guerra Mondiale, sviluppando una morbosa
attrazione per uno zio con una gamba amputata; Angelika (Lena Urzendowsky) è una
ragazzina smaniosa e desiderosa di piacere nella Germania dell’Est degli anni
’80; e infine Lenka (Laeni Geiseler), direttamente ai giorni nostri, quando la
campagna ha perso tutto l’idillio possibile per assumere i connotati borghesi.
Intanto, in questo magma narrativo, un po’ racconto di formazione, un po’
crudele Nastro bianco alla Haneke, è come se le quattro protagoniste (più
qualche decisiva altra donna di contorno, madri inquiete e impazzite, serve
disperate) si specchiassero continuamente tra loro con rimandi simbolici
all’acqua, alla terra e al mondo animale, riformulando di continuo le loro
pulsioni più profonde, indicibili, non socialmente conformi e accettabili: sesso
e morte e tutto ciò che ci gravita attorno, con una particolare tensione per
l’elemento erotico disfunzionale (occhiate e voglie tra parenti).
Schilinski, più che seguire un filo narrativo tradizionale, accosta turbolente
sensazioni, vibranti sentimenti, occhiate tra epoche diverse e tra donne
diverse, mantenendo sempre al centro del terremoto dei sensi sia le mura della
fattoria, ma soprattutto quell’aia, quel cortile centrale immenso che confina
con una natura fluviale, sabbiosa e boscosa che odora di mistero ed echi del
passato. L’impianto fotografico e scenografico mostra un ulteriore scarno
verismo, con tonalità trattenute di marroni, di grigi e di blu che non si
accendono mai. Sound of Falling s’impone per la sua spiazzante originalità
visiva e la tragica esposizione di un desiderio femminile inafferrabile,
ininquadrabile, tortuoso e respingente, ma proprio per questo di un’imbarazzante
e sconvolgente sincerità. Tre quarti del cast tecnico sono donne (comprese
sceneggiatrice, montatrice, responsabile del suono, scenografa, costumista e
truccatrice).
L'articolo Il tempo delle donne: desiderio e memoria in Sound of Falling. Un
imponente e importante film femminile e femminista proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nell’ultimo quarto di secolo la poesia turca ha visto il moltiplicarsi di voci
che rappresentano le molteplici identità e istanze della Turchia contemporanea:
dalla componente curda alle rivendicazioni queer e femministe, fino alla poesia
di stampo religioso e conservatore, in un vero e proprio caleidoscopio
letterario. Deniz Durukan (1966) è una delle autrici più attente alla
riflessione tra corpo e potere. Nei suoi versi si innestano elementi pulp e
ironici su un substrato lirico, in una trasgressione straniante che punta a
minare il senso del pudore di stampo patriarcale, proprio partendo dalla
corporeità.
N. V.
***
ognuno ha un’ombra che si allunga su di sé
tante donne sono entrate nella mia vita
le ho ammazzate tutte con un amore fascista
nei capelli rossi di una diciassettenne
sono avvenute esplosioni
nelle sue vene hanno trovato frecce miste a sangue
bisogna camminare, anzi correre
nelle vie miste alle fogne
come strumenti ad arco
allungarsi avanti e indietro
non ti ho dimenticato, dici
con voce ostinata nascondi il tuo respiro
traversiamo strade lastricate di pietra
– di verde non ce n’è –
le ragazze che hanno superato i trenta
lasciano penzolare le gambe nel vuoto
è tutto qui.
***
come
come le persiane delle case dagli alti soffitti
sbatti sul mio muro ed esplode il mio ultimo pudore
sul sedile posteriore di un’auto
faccio sogni in frammenti
ad esempio parliamo di rose e candelieri d’argento
di una donna che si piega a sistemarsi le calze…
moriamo dalla paura della solitudine
passo con vergogna, con timore la strada
svolto per una vita nera e irsuta
un uomo cinese dalla pelle nuda
si stende in me, e altipiani dritti, cervi scarlatti
un piombo bagnato che esce dalla canna…
abbiamo una paura folle di essere dimenticati
parliamo di gerani
non ci interessano il profumo delle violette
la biancheria intima appesa al filo…
ieri è ormai un faro spento; ai piani bassi
di case strette tra loro, ci stringiamo come boccioli
più si invecchia, più ci si concede una chance
***
morso
in te c’è l’odore dell’alga
un ramo capovolto
la fitta profonda che cela le incrinature
eppure la primavera è colma di fiori
sono venuta a te con una cesta
avevo tagliato il ramo su cui ero salita
infranto la monotonia delle strade
corri, vieni a me
dalle vie dove si allineano solenni dimore
spiccano il volo tendaggi a due ali
nemmeno i barattoli resistono all’ozio
rotolano nella loro ristrettezza
la tua carne non entra nell’alveare del buco nero
come una schiuma bianchissima
agli angoli di marciapiede si allineano uomini piccoli e ordinari
spalla a spalla, come per un ballo
accogliamo lo squallido odore dell’aria
ecco, io amo le ragazze, le donne venditrici
il raccoglitore di carta che cammina di lato
io amo quel morso sulle tue labbra carnose
***
fantasia epica
ho la possibilità di germogliare
conservate i miei semi
o gettateli via dal mio gambo
non appartengo più al bouquet
cammino su me stessa con la miseria
di questo quartiere, di questi pavimenti lucidi
mi espando esaurendomi
forse provo interesse per me stessa,
ti bacio persino in quella parte di me
come un drago di komodo
ho indossato la tunica romana
lunga sei metri esatti
avvolgendola dalla vita alle spalle
su questo letto povero
il parlamento pagherà forse
o farà pagare il suo tesoro
con un pugnale di rame?
di’ un po’, chi ci ha infilato in testa questa grammatica
chi ha scritto questo testo sullo specchio di bronzo?
guarda, tocco me stessa
ormai non sono più una sola
sono molte cose
che dicano quel che vogliono
non c’è una lista di cose da fare
cioè possiamo cadere nel buco nero
con un suono che viene dall’ignoto
possiamo perdere l’equilibrio
la vita non è acciaio inox
è arte di carte
ciò che scrivi è ciò che rimane
***
Deniz Durukan è nata nel 1966 a Istanbul, dove vive. Ha pubblicato il suo primo
libro di poesie, Şakağına Daya Beni (Appoggiami sulla tua tempia) nel 2005 e il
suo secondo libro, Rugan (Cuoio), nel 2009. La sua terza silloge, Dokuz Katlı
Sıdıka (I nove piani di Sıdıka) è uscita nel 2016.
Deniz Durukan è anche
saggista e critica musicale: nei primi anni Duemila ha pubblicato due volumi sul
rock turco, oltre a scrivere numerosi articoli sulla scena punk. Nel 2012 ha
curato per la casa editrice Everest un’ampia raccolta di saggi sull’immagine
della donna nella poesia turca contemporanea. Tra il 2015 e il 2016 ha diretto
la rivista di cultura femminista Pulbiber. Nel 2021 è stata pubblicata la
raccolta di poesie complete dal titolo Yakın Temas (Contatto ravvicinato) dalla
prestigiosa casa editrice Kırmızı Kedi. Deniz Durukan continua la sua attività
giornalistica per numerosi quotidiani e portali culturali.
L'articolo Deniz Durukan: corpo, musica e potere (Traduzione di Nicola
Verderame) proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Maria è veramente libera. Libera perché sa obbedire. Maria è la donna veramente
più libera del mondo, dovremmo dirlo a qualche femminista. Maria è la donna più
libera del mondo perché ha saputo obbedire”. Polemica per le frasi choc
monsignor Giuseppe Laterza, nunzio apostolico in Repubblica Centrafricana e
Ciad, pronunciate durante l’omelia nel quinto giorno di novena in preparazione
al Natale nella cattedrale di Conversano, a Bari. La celebrazione è stata
trasmessa in diretta sulla pagina Facebook della Cattedrale e il video sta già
facendo discutere.
“Maria continua a far discutere”, scrive sui social Tea Dubois, coordinatrice
per la Puglia della ‘Rete delle donne costituenti’, parlando di “cultura
patriarcale“. “Ciò che colpisce – aggiunge – è usarla contro le donne per
continuare a dire loro come devono vivere, cosa devono fare del proprio corpo,
quanto sacrificarsi”. “Per me semplicemente una donna – continua – umile ebrea
rifugiata, che sceglie di mettere a rischio la sua reputazione, sicurezza e
vita. Maria – conclude Dubois – si espone senza garanzie, non si sottomette, è
coraggio femminile quello che ancora oggi segna le difficoltà di tante donne
nell’esercizio dell’autodeterminazione”.
L'articolo “Maria è veramente libera perché sa obbedire. Dovremmo dirlo a
qualche femminista”: frasi choc nell’omelia di monsignor Laterza proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il 14 novembre Juliet Turner, 29 anni, ecologa ed biologa evolutiva
all’Università di Oxford, annuncia su X di aver superato la sua viva (l’esame
orale per il dottorato) con un post semplice e gioioso e una foto che la ritrae
sorridente sullo sfondo del suo college: “I passed my viva exam! After 4 years
of research, I successfully defended my thesis. You can call me Doctor” (Ho
superato la viva! Dopo circa 4 anni di ricerca, ho difeso con successo la mia
tesi. Potete chiamarmi dottoressa). La tesi, intitolata “Evolution of
cooperation and division of labour in insects” (Evoluzione della cooperazione e
della divisione del lavoro negli insetti), esplora i meccanismi della socialità
negli insetti, un campo con applicazioni in biologia cellulare, robotica swarm,
economia e persino oncologia, come ha chiarito Turner in risposte successive ai
critici. Non si tratta di un lavoro astratto: gli insetti, che rappresentano
oltre il 90% delle specie animali, sono cruciali per gli ecosistemi terrestri, e
lo studio della loro cooperazione documenta transizioni evolutive fondamentali.
Il post raccoglie complimenti da colleghi e amici, ma passa sostanzialmente
inosservato. Fino al giorno dopo, il 15 novembre, quando viene ripreso da
Richard Cooper, 52 anni, imprenditore canadese e autore di The Unplugged Alpha
(2020), un manuale red-pill che elenca 21 “red flags” femminili da evitare, tra
cui l’istruzione avanzata, vista come predittore di divorzio e scarsa
“sposabilità”, e The Top Shelf Man, una sorta di manuale per uomini sedicenti
Alfa. Cooper, con 225.000 follower su X e 1,2 milioni su YouTube, quota la foto
di Turner con il commento “Just look at the degree on that chick. No man ever“
(Guarda che laurea ha quella tipa. Nessun uomo, mai), accompagnata da uno
screenshot. Il tweet, con oltre 19 milioni di visualizzazioni, 3.700 like e
2.100 quote, prova a ridurre un dottorato a un attributo irrilevante per
l’attrattività femminile. Niente di nuovo, per chi conosce la retorica della
“manosfera“, l’ecosistema online maschi frustrati che vede il femminismo e i
successi femminili come minacce al patriarcato e alla propria identità.
È solo l’ultima provocazione di Cooper, che da questi exploits guadagna: nel
2020 aveva definito “disgustosi” gli addominali femminili, commentando “Non è
quello che vogliono gli uomini“, e scatenando una tempesta social simile; nel
2019 aveva elencato “sei modi per tenere un uomo”, enfatizzando ruoli e
stereotipi medievali, per cui le donne sono desiderabili solo se ignoranti e
ventenni. Ma stavolta, il tweet ha innescato una reazione a catena.
Le prime risposte sono state un torrente di misoginia. Utenti della manosfera,
spesso già seguaci di Cooper, hanno attaccato Turner con insulti coordinati:
“PhD = Pretty huge Divorce risk” (Dottorato = rischio divorzio enorme), “Dopo i
30 è dottoressa ma single con tre gatti”, “Hai speso 100.000 sterline per morire
sola. Altri hanno indentificato il suo profilo su ResearchGate, lasciando
recensioni sarcastiche come “Speriamo che almeno sappia cucinare” o deridendo la
tesi “su inutili formiche” le sue applicazioni reali. Sono emerse minacce
esplicite di violenza sessuale, con almeno 40-50 account segnalati, tanto che la
polizia di Oxfordshire ha aperto un’indagine per harassment online. È una furia
e una violenza che riflettono l’ansia principale della manosfera: l’istruzione
femminile, che nel Regno Unito vede le donne al 57,3% degli iscritti
universitari (dati UCAS 2025) e al 41% delle laureate STEM, è percepita come un
attacco allo status maschile, un effetto perverso del femminismo che rende le
donne “meno femminili” e “infelici”.
Ma la grande sorpresa è venuta dalla reazione femminile. Le donne hanno
trasformato l’insulto in celebrazione dei loro successi. Dal 16 novembre è
esploso l’hashtag #DegreeOnThatChick: migliaia di post con foto di lauree (dai
diplomi delle superiori ai master e dottorati), ribaltando la frase in senso
positivo. Leggerli è una fonte di ispirazione. “Just look at the degree on that
chick – said my husband while crying” (Detto da mio marito mentre piangeva), “E
sono pure primaria di chirurgia”, “Due lauree e, al lavoro sulla terza”.
Giovanissime, donne più mature, rifugiate che postano storie di incredibile
perseveranza e straordinario successo. Un trend globale, con testimonianze in
inglese, francese, spagnolo, indonesiano e decine di migliaia di video online,
tanto che Yahoo lo definisce il miglior trend internet degli ultimi tempi.
La platea maschile si è divisa nettamente. I fedelissimi di Cooper hanno
scatenato tutto il loro odio: “State dimostrando il mio punto: ego smisurato e
zero anello al dito”. “Postate la pergamena ma non il numero di figli”, o “È
sulle formiche, non medicina o ingegneria”. Questi commenti insistono sul trope
del “wall” (il muro oltre i 30 anni oltre il quale una donna non troverà mai una
relazione stabile, a causa della perdita di potenziale sessuale) e attaccano il
femminismo come causa della crisi della coppia.
Ma un fronte più ampio ha difeso Turner: “Mia moglie ha due lauree e una
carriera di decenni – non ascoltate questi tipi”, “Mia moglie ha due master ed è
la donna più sexy che conosca”, “Il QI si eredita dalla madre – congratulazioni,
dottoressa!”. Molti hanno ribaltato il messaggio iniziale: “Just look at the
degree on that guy – No woman ever”, o elogiato padri che piangono di emozione
ed orgoglio alla laurea delle figlie. Su Reddit r/exredpill, ex-redpiller, cioè
quelli che erano come lui e si sono evoluti, criticano Cooper come “mercante di
insicurezze”.
Le neo dottoressa ha risposto con umorismo: “Quello che è successo sarebbe
devastante se avessi presso il PhD per impressionare tipi come lui… Per fortuna
non è così, quindi rido”.
I suoi follower sono passati da 4.800 a oltre 70.000; la tesi (non ancora
pubblicata) ha attirato interesse, con dipartimenti che la contattano per
collaborazioni. Intanto Cooper si è, apparentemente, scavato la fossa: non ha
rimosso il tweet né si è scusato, anzi ha raddoppiato gli attacchi con lo slogan
La verità fa male. Le recensioni dei suoi corsi su Trustpilot sono calate da 4,1
a 1,9 stelle.
L'articolo “La laurea delle donne favorisce i divorzi”: il trend mondiale nato
dall’imprenditore canadese Cooper viene ribaltato (anche) dagli uomini proviene
da Il Fatto Quotidiano.