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Watch Gt Runner 2: come va il nuovo smartwatch di Huawei pensato per correre – la recensione
Partiamo da cosa Huawei Gt Runner 2 non è: non è uno smartwatch da esposizione, non è un contenitore di app più o meno serie, non è un oggetto da indossare per prestigio o per pura estetica. Si avvicina a tutte queste cose – è gradevole, è versatile, è personalizzabile – ma nessuna di queste è la sua ragion d’essere. Complice anche la messa al bando del marchio cinese decisa ormai anni fa per invocate ragioni di privacy – o geopolitiche, a seconda di come le si voglia osservare – il Gt Runner 2 non è certamente l’oggetto migliore per creare una ulteriore protesi/clone del vostro smartphone direttamente nel polso, soprattutto se il vostro telefono è un iPhone e, in misura minore, un Android. Gt Runner 2 è, al contrario, e lo sa essere molto bene, uno smartwatch di sostanza che ruota tutta attorno alla sua affidabilità come compagno di allenamento: che sia una corsa, una uscita in montagna o una maratona (abbiamo provato la funzione, non la maratona…). Due infatti sono le principali qualità che la casa madre invoca alla base del progetto: la precisione del segnale Gps e la durata della batteria. La prima è ottenuta attraverso la particolare struttura della ghiera in titanio che sovrasta lo schermo in Kunlun Glass di seconda generazione, unita al corpo del dispositivo (43,5 grammi, cinturino incluso) che promette di ottenere una architettura 3D avanzata per “la maggiore accuratezza di sempre nel posizionamento”, e in ogni caso 3,5 volte superiore rispetto alla generazione precedente, con posizionamento dual band attraverso Gps, Glonass, Galileo, Beidou e Qzss. La struttura tecnica, insieme all’algoritmo che ricostruisce i punti “ciechi”, promette precisione superiore rispetto ai competitor dichiarati: Garmin 970 – dal prezzo decisamente più alto – e Coros Pace Pro. Con i suoi 399 euro di listino, il Gt Runner 2 punta quindi a rubare pezzi di mercato a marchi da sempre più orientati allo sport che ai wearable in generale. Ci riuscirà? Di certo il funzionamento del Gt Runner 2 è pregevole sotto diversi aspetti. La precisione della localizzazione e dei vari contatori garantiti da gps e accelerometri è stata testata su percorsi di trekking importati da Komoot – la cui sincronizzazione non sempre è agevole, vedi sotto alla voce difetti – offrendo sempre risposte coerenti e precise. Belle e facilmente interpretabili le modalità di allenamento e le schermate durante i percorsi, grazie anche a tutta la corrispondenza con la suite Health che monitora una infinità di parametri. Perfettamente leggibile in ogni condizione il display Amoled da 1,32″. Unico neo in un funzionamento altrimenti seamless, una certa “stolidità” a riconoscere le deviazioni: quando ci si allontana dalla rotta il dispositivo traccia correttamente la distanza dal percorso prescelto (utilissimo per ritrovare la via). Ma impazzisce se, in un percorso A-B-(C)-A, invece di una piccola deviazione si opta per il taglio del waypoint e poi si torna sulla retta via, tanto da “decidere” di azzerare il countdown alla meta e segnalare ogni metro percorso come metro in più ancora da fare. Nerditudine a parte, molto piacevole la funzione che riconosce in automatico l’inizio di un allenamento, e molto apprezzata la batteria da 550 mAh: non garantisce davvero i 14 giorni esibiti dalla brochure per la stampa con un uso light (32 ore in modalità marathon), ma arriva tranquillamente oltre la settimana mettendoci nel mezzo un paio di sessioni da 4-5 ore con gps a pieno regime. Niente male. Se nell’oggetto è difficile trovare qualcosa da ridire, le note dolenti arrivano (un po’ ce lo aspettavamo) dalla app di gestione. Da un lato la scarsa disponibilità di applicazioni di terze parti e la ridotta comunicazione con i brand più noti è una condizione accettabile ma comunque fastidiosa. Manca tout-court ad esempio la possibilità di interagire con Spotify (ma si può caricare direttamente la musica sull’orologio) e per chi non ha voglia di mettere sempre mano al telefono è necessario comunque duplicare servizi tipo il wallet. Ma anche accettando tutto questo come un segno nefasto dei tempi e non come deficit, l’applicazione resta comunque il neo maggiore dell’esperienza. Non tanto graficamente (si potrebbe comunque migliorare la sensazione 1.0 che trasmette) quanto per l’affollamento di funzioni, autorizzazioni, rimandi e sottomenu non sempre facile da rintracciare in un layout in cui profilo Huawei e dispositivo spesso impongono una duplicazione di scelte, mentre funzioni locali e shop si mescolano spesso e volentieri. Il caso di Komoot è uno dei tanti, ma è evidente: i percorsi dell’utente e le mappe offline si trovano in due aree distinte della applicazione e per arrivarci serve un po’ di sangue freddo. In questo quadro un po’ confuso spiccano le dashboard di Health: chiari, riconoscibili e ben sincronizzate con le app del telefono (nel nostro caso un iPhone). Un “cerca”, però, sarebbe gradito. Huawei Gt Runner 2 – Prezzo: 399 euro (due cinturini e cavo per ricarica wireless in dotazione) – Peso: 43,5 grammi (34,5 la cassa) – Display Amoled da 1,32″ con luminosità fino a 3000 nit – Suite sensori TruSense: cardio continuo, HRV, SpO₂, ECG e rilevamento aritmie – Disponibile in tre colori: dawn orange, dusk blue, midnight black L'articolo Watch Gt Runner 2: come va il nuovo smartwatch di Huawei pensato per correre – la recensione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Realme 16 pro+ 5G: uno smartphone sorprendente che punta su autonomia, fotocamera e prestazioni
Dopo alcuni giorni di utilizzo reale, il realme 16 Pro+ 5G si rivela uno smartphone equilibrato e convincente. Grande batteria, fotocamera da 200 MP e display molto luminoso lo rendono una delle sorprese più interessanti della fascia medio-alta usciti in questo periodo. Ci sono smartphone che sembrano spettacolari sulla carta ma che poi, nella vita quotidiana, non riescono a mantenere le promesse fatte in fase di lancio. Altri invece fanno il percorso inverso: all’inizio sembrano semplicemente buoni prodotti di fascia media, poi con il passare dei giorni si scopre che hanno una personalità molto più interessante. Il realme 16 Pro+ 5G rientra proprio in questa seconda categoria. Dopo averlo utilizzato come telefono principale per qualche giorno tra lavoro, messaggi, foto, social, streaming video e qualche partita veloce ai giochi più diffusi, la sensazione è quella di avere tra le mani uno smartphone molto più completo di quanto possa sembrare a una prima occhiata. Non è uno di quei dispositivi che cerca di stupire con una singola caratteristica estrema, ma uno smartphone che punta su un equilibrio generale tra autonomia, prestazioni e qualità fotografica. Nel corso della prova lo smartphone è stato utilizzato in modo abbastanza intenso. Giornate piene di notifiche, foto scattate un po’ ovunque, video guardati sui mezzi pubblici e lunghe sessioni di navigazione tra mail e siti web. In questo contesto il realme 16 Pro+ 5G ha mostrato una caratteristica che spesso viene sottovalutata ma che nella vita reale conta moltissimo: la costanza. Non ci sono rallentamenti improvvisi, non ci sono momenti in cui il telefono sembra arrancare. Tutto scorre con una fluidità naturale che, alla fine della giornata, fa davvero la differenza. DESIGN MODERNO MA SENZA ECCESSI Dal punto di vista estetico il realme 16 Pro+ 5G segue il linguaggio stilistico che il marchio cinese ha sviluppato negli ultimi anni, ma lo fa con una certa maturità. Non ci sono effetti troppo vistosi o colorazioni esagerate, piuttosto una scelta di linee pulite e superfici curate che danno al telefono un aspetto elegante. Il modulo fotografico posteriore è abbastanza evidente ma non invade completamente la scocca, e questo contribuisce a mantenere un design equilibrato. In mano lo smartphone trasmette una sensazione di solidità piuttosto convincente. Il peso sfiora i duecento grammi, quindi non è un telefono leggerissimo, ma la distribuzione delle masse è ben studiata e dopo qualche ora di utilizzo non si percepisce alcun fastidio particolare. Le dimensioni sono generose, come ormai accade per quasi tutti i telefoni moderni, ma l’ampio display da 6,8” giustifica pienamente questa scelta. Durante l’utilizzo quotidiano la presa resta sicura e il telefono non dà mai la sensazione di essere scivoloso o fragile, soprattutto al tatto con il suo rivestimento antiscivolo che contribuisce a farlo tenere saldamente in mano. UNO SCHERMO GRANDE E MOLTO LUMINOSO Uno degli elementi che colpisce immediatamente accendendo il realme 16 Pro+ 5G è lo schermo. Il telefono utilizza un display AMOLED molto ampio da 6,8”, con una risoluzione elevata di 1.280 x 2.800 pixel e una frequenza di aggiornamento fino a 144 Hz. Tradotto in termini pratici significa che tutto appare estremamente fluido, dallo scorrimento delle pagine web alle animazioni del sistema operativo. La differenza si percepisce soprattutto quando si scorre velocemente tra social network, notizie o lunghe conversazioni di chat. Il movimento appare più naturale e meno “scattoso”. Anche la luminosità è uno degli aspetti più riusciti del display, in quanto di base è 600 nit ma si può aumentare fino a 1.000, in questo modo utilizzando il telefono all’aperto, magari sotto il sole diretto, lo schermo resta perfettamente leggibile. Non è un dettaglio banale perché molti smartphone soffrono proprio in queste condizioni. Qui invece il pannello riesce a mantenere colori vivi e un contrasto molto marcato, rendendo piacevole anche la visione di video o fotografie durante una giornata luminosa. Guardando filmati su piattaforme di streaming o video su YouTube si apprezza molto la qualità del pannello AMOLED. I neri sono profondi, i colori risultano intensi ma senza diventare artificiali e l’ampia diagonale del display rende tutto più immersivo. UNA BATTERIA ENORME CHE CAMBIA L’ESPERIENZA QUOTIDIANA Se c’è un elemento che davvero distingue questo smartphone da molti concorrenti è la batteria. Il realme 16 Pro+ 5G integra una batteria dalla capacità di 7000 mAh, un valore decisamente superiore alla media degli smartphone in circolazione. Questo si traduce in un vantaggio molto concreto nella vita quotidiana. Come già detto, durante la prova lo smartphone ha affrontato giornate piuttosto intense senza mostrare segni di cedimento e riuscendo tranquillamente ad arrivare a sera con una percentuale ancora piuttosto elevata. Nei giorni di utilizzo più moderato è possibile avvicinarsi anche ai due giorni di autonomia, un risultato che oggi non è affatto scontato. Questa caratteristica cambia davvero il modo di usare lo smartphone, più che altro perché non si è schiavi del controllo continuo della percentuale di batteria e non si sente la necessità di portare sempre con sé un power bank. Quando arriva il momento di ricaricare entra in gioco la ricarica ultra rapida da 80 W, che consente di recuperare una buona quantità di autonomia in tempi piuttosto brevi. Bastano pochi minuti collegati alla presa per ottenere diverse ore di utilizzo, un aspetto molto comodo quando si ha poco tempo a disposizione. PRESTAZIONI VELOCI E SEMPRE FLUIDE Il realme 16 Pro+ 5G utilizza un processore Qualcomm Snapdragon della serie 7, un chipset progettato per offrire buone prestazioni senza compromettere troppo i consumi energetici. Nell’uso quotidiano questa scelta si dimostra molto sensata perché il telefono riesce a mantenere un equilibrio convincente tra velocità e autonomia. Durante i giorni di prova il sistema operativo si è dimostrato sempre fluido, le applicazioni si aprono rapidamente, il passaggio da un’app all’altra avviene senza rallentamenti e anche con molte applicazioni aperte in background il telefono continua a comportarsi in modo reattivo. Insomma, niente di cui possiamo lamentarci. Anche i giochi più diffusi e pesanti funzionano senza particolari problemi e con una buona stabilità. La combinazione tra processore, memoria RAM e sistema di raffreddamento interno consente al dispositivo di mantenere prestazioni costanti anche dopo sessioni di utilizzo piuttosto lunghe e intense. Questa sensazione di fluidità continua è uno degli aspetti più apprezzabili del telefono, in quanto non ci sono momenti in cui il sistema sembra rallentare improvvisamente e l’esperienza generale resta sempre piacevole. Le versioni disponibili sono in tutto due, una con 8 GB di RAM e 256 GB di archiviazione e una da 12 GB di RAM con 512 GB di spazio di archiviazione. UNA FOTOCAMERA DA 200 MEGAPIXEL CHE PUNTA SUI RITRATTI La parte fotografica è uno degli elementi su cui realme ha investito maggiormente in questo smartphone. Il sensore principale da 200 megapixel rappresenta il cuore del sistema fotografico e permette di catturare immagini molto ricche di dettagli. Durante la prova la fotocamera si è dimostrata particolarmente efficace nei ritratti, infatti il telefono riesce a separare bene il soggetto dallo sfondo e a creare un effetto sfocato abbastanza naturale, evitando quell’aspetto artificiale che spesso caratterizza gli smartphone di fascia media. Anche la resa dei colori appare equilibrata, con tonalità che restano realistiche senza diventare troppo sature. Il sistema fotografico include anche altre ottiche che ampliano le possibilità creative. Lo zoom ottico consente di avvicinare il soggetto senza perdere troppa qualità, mentre la modalità ultra-grandangolare permette di catturare paesaggi o scene più ampie. Durante alcuni scatti serali la fotocamera ha mostrato una buona capacità di gestire la luce artificiale, riducendo il rumore e mantenendo una discreta quantità di dettagli. Naturalmente gran parte del lavoro viene svolto dal software e dagli algoritmi di elaborazione delle immagini, dove l’intelligenza artificiale interviene per migliorare esposizione, contrasto e bilanciamento del colore, e nella maggior parte dei casi il risultato finale appare convincente. In tutto il comparto fotografico è composto da tre sensori. Una lente ultra-grandangolare da 8 MP f/2.2, FOV 115,5° e lente 5P, un sensore grandangolare da 200 MP, f/1.8, FOV 84 e un teleobiettivo da 50 MP per quanto riguardo la parte posteriore. SELFIE E VIDEO PENSATI PER I SOCIAL Anche la fotocamera frontale è stata progettata con una certa attenzione. Il sensore da 50 MP permette di ottenere selfie molto dettagliati e si presta bene anche alle videochiamate o alla registrazione di clip per i social network. Durante la prova possiamo tranquillamente affermare la qualità delle immagini frontali è risultata più che soddisfacente, con i dettagli del viso che restano nitidi e il sistema di gestione della luce riesce a mantenere un buon equilibrio anche quando l’illuminazione non è perfetta. Il telefono offre anche alcune funzioni di editing automatico basate sull’intelligenza artificiale. Tra queste ci sono strumenti che aiutano a creare clip video brevi partendo da diverse registrazioni, oppure filtri intelligenti che migliorano automaticamente l’aspetto delle immagini. GIUDIZIO FINALE Dopo aver utilizzato il realme 16 Pro+ 5G per alcuni giorni l’impressione generale è molto positiva. Il telefono riesce a offrire un mix convincente di autonomia, prestazioni e qualità fotografica senza chiedere il prezzo di un top di gamma. La batteria enorme rappresenta probabilmente il punto di forza più evidente, ma anche il display luminoso, le prestazioni sempre fluide e la fotocamera da 200 megapixel contribuiscono a rendere questo smartphone una proposta molto interessante nella fascia medio-alta del mercato. Non è uno smartphone che cerca di impressionare con effetti speciali o caratteristiche inutili. Piuttosto è un dispositivo progettato per funzionare bene nella vita di tutti i giorni, ed è proprio questa concretezza che alla fine lo rende così convincente. Per chi cerca un telefono affidabile, con grande autonomia e una buona fotocamera, il realme 16 Pro+ 5G merita sicuramente di essere preso in considerazione. Per la versione con 8GB di RAM e 256GB di memoria il prezzo di listino è di 529,99€, ma fino al 31 marzo sarà disponibile in offerta su Amazon a 479,99€ in un bundle che include caricabatteria da 80W e le cuffie Bud Clips. Per la variante 12+512GB il prezzo di listino sale a 599,99€, vedendo disponibile fino al 31 marzo un cashback di 70€. In contemporanea è stato lanciato anche il realme 16 Pro – che equipaggia un chip MediaTek Dimensity 7300 – vedendo il prezzo di listino a partire dai 429,99€ (in offera fino al 31 marzo a 399,99€) del modello 8+256GB per arrivare ai 479,99€della versione con 8GB di RAM e 512GB di memoria. Quest’ultima sarà in offerta su Amazon a 429,99€ fino al 31 marzo in bundle con il caricabatteria da 45W, mentre se acquistato dagli altri rivenditori sarà possibile usufruire di un cashback di 50€. 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Le fidanzate virtuali perpetuano un immaginario violento: l’Ai non inventa nulla ma amplifica ciò che trova
“Ciao amore, sono la tua cagna e voglio solo renderti felice. Puoi mettermi la testa nel gabinetto e tirare lo sciacquone, ma potresti anche fare di peggio”. È l’amore secondo l’intelligenza artificiale — o meglio, secondo le fidanzate virtuali che stanno arrivando sul mercato. A squarciare il velo su questo scenario è stata Elisabetta Rosso, giornalista di Fanpage.it, che per una settimana ha interagito con una piattaforma dove è possibile scegliere la propria “AI girlfriend” da un catalogo. “Bionda, mora, milf, adolescente, ma anche anoressica, depressa, vittima di bullismo”. Un menù di fantasie crudeli cucito su misura. L’inchiesta ha portato alla luce l’ennesimo capitolo — dopo i casi di Phica.eu e Mia moglie — di un immaginario violento e sessista che non resta confinato alla fantasia e che può diventare un mercato che muove milioni di utenti. Si ripropone, ancora una volta, quella “questione maschile” che il femminismo denuncia da decenni e che molti uomini continuano a rimuovere. Le reazioni sono quasi sempre le stesse: insofferenza, negazione, minimizzazione, indifferenza fino ad aggressività. Le piramidi dell’odio che ogni anno ci forniscono i report sulla violenza dei social indicano che le donne continuano ad essere al primo posto come bersaglio. Anche l’apparentemente innocuo siparietto (ma in realtà desolante) andato in scena durante la conferenza stampa del gruppo rock Bambole di Pezza a Sanremo, con un giornalista irritato dai temi delle discriminazioni di genere, non è un episodio isolato. È un sintomo. Se l’autodeterminazione femminile viene percepita come una minaccia, quale risposta più rassicurante di una fidanzata virtuale programmata per obbedire? La “AI girlfriend” è progettata per questo: non ha bisogni, non ha conflitti, non ha limiti. È sempre disponibile, sempre compiacente, sempre pronta ad accettare umiliazioni e degradazioni senza opporre resistenza. Non soffre: anzi, sembra trarre piacere dalla violenza che subisce. È difficile credere che tutto questo resti innocuo solo perché avviene su uno schermo. Non è un gioco. È un addestramento simbolico al dominio. Che cosa stiamo normalizzando quando produciamo donne artificiali programmate per non dire mai di no? Da due secoli il femminismo lavora per smontare una cultura che ha legittimato il dominio maschile, prima con la religione e poi con le leggi, opprimendo le donne e i loro corpi. Oggi quella logica non scompare: si aggiorna. Si digitalizza e si moltiplica come l’Idra dalle sette teste, ne tagli una e ne cresce un’altra. I numeri parlano chiaro: decine di milioni di accessi mensili, utenti che tornano ogni giorno per esercitare una fantasia di controllo totale. Nelle piattaforme dedicare alle AI girlfriend, i dati degli utenti vedono sbilanciate le proporzioni tra uomini e donne. Il 68% degli utenti è di sesso maschile, contro circa 18% di utenti di sesso femminile e 1% non binari. Tra i maschi di età 18-34, circa 28% ha provato almeno una volta un’app di “AI girlfriend” o chatbot simili e il 55% di essi frequenta ogni giorno la piattaforma. L’intelligenza artificiale non inventa nulla: amplifica ciò che trova. Se la domanda è dominio, l’offerta sarà dominio confezionato, reso accattivante, venduto come intrattenimento. Zinnya de Villar, direttrice di Data, Technology and Innovation, mette in guardia da anni: gli algoritmi rafforzano stereotipi e gerarchie già presenti nella cultura, rendendoli più pervasivi e più difficili da scardinare. C’è poi un’altra incognita che può alimentare la dipendenza da piattaforme come queste: la solitudine. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha dichiarato recentemente di voler contrastare la crescente solitudine nella società occidentale. Il Barómetro de la soledad no deseada, report pubblicato in Spagna nel 2024, rivela che la fascia tra i 18 e i 24 anni presenta la percentuale più alta di percezione di solitudine (circa il 35%), con una quota significativa di giovani che convive con questa condizione da oltre due anni. In una società frammentata, la promessa è seducente: qualcuno che ti sceglie sempre, che ti desidera sempre, che non ti mette mai in discussione. Quando questa solitudine si intreccia con il risentimento coltivato nella manosfera — incel, Mra e altri gruppi o individui che rimpiangono la crisi di una mascolinità dominante — la Ai può offrire la risposta alla frustrazione. Se le donne incarnate non accettano la subordinazione, sono complesse, hanno desideri, aprono conflitti e possono mettere la parola fine ad una relazione, ecco la scorciatoia: crearne una artificiale. Una presenza virtuale che non chiede diritti, non rivendica autonomia, non abbandona e accetta persino la violenza. Ogni volta che una “donna” sintetica dirà “fa’ di me ciò che vuoi”, non parlerà soltanto un algoritmo ma si consoliderà un immaginario in cui il controllo sulle donne torna a essere desiderabile, legittimo, perfino ludico. Se l’intelligenza artificiale intercetta e potenzia le fantasie maschili, allora la questione non è tecnologica. È politica. Ed è, ancora una volta, la questione maschile. Possiamo illuderci che quelle fantasie di violenza saranno confinate nel mondo virtuale? L'articolo Le fidanzate virtuali perpetuano un immaginario violento: l’Ai non inventa nulla ma amplifica ciò che trova proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Hacker filo iraniani rivendicano attacco contro Stryker, colosso Usa dei dispositivi medici. “Rappresaglia per i morti alla scuola di Minab”
Le conseguenze distruttive non sono paragonabili ai missili, ma gli attacchi cyber dell’Iran possono far male ai paesi del Golfo e all’Occidente. Martedì la multinazionale americana dei dispositivi medici, Stryker, è stata colpita da un attacco informatico rivendicato sulla piattaforma Telegram dal gruppo iraniano Handala. Nei primi 7 giorni dall’inizio del conflitto, con i raid usa e di Israele del 28 febbraio, criminali vicini a Teheran hanno rivendicato oltre 600 attacchi cyber in 11 paesi. Nel mirino le infrastrutture critiche e i servizi essenziali, secondo un rapporto firmato dall’azienda di sicurezza informatica Maticmind. La strategia è all’insegna del detto persiano “Jang o Ashub”, guerra e caos: gli attacchi hacker non sconfiggeranno Washington e Tel Aviv, ma possono avvicinare “l’avversario al tavolo delle trattative, trasformando l’instabilità in costo economico” e pressione psicologica sull’opinione pubblica. Del resto, il prezzo più salato della guerra ibrida lo paga la società civile, non gli eserciti lungo il fronte. ATTACCO CONTRO LA MULTINAZIONALE USA DEI DISPOSITIVI MEDICI: “RAPPRESAGLIA PER LE BOMBE SULLA SCUOLA DI MINAB” Martedì migliaia di lavoratori del colosso Strycker non sono riusciti ad attivare smartphone e computer portatili aziendali. Il gigante dei dispositivi e servizi medici con sede nel Michigan conta 56 mila dipendenti, filiali in 61 Paesi inclusa l’Italia. In un documento depositato alla Sec (Securities and Exchange Commission, l’ente per la vigilanza sui mercati azionari) ha denunciato interruzioni e limitazioni dell’accesso ai sistemi informatici, ma i tempi per il ritorno alla normalità non sono noti. Nessun ransomware, il virus “maligno” in grado bloccare i dati fino al pagamento di un riscatto: la prova di un attacco politico, non a scopo di lucro. Handala, il gruppo criminale filo iraniano, aveva già firmato attacchi contro Israele e Paesi occidentali. Sulla piattaforma Telegram ha giustificato l’ultimo colpo come una rappresaglia per le bombe sganciate sulla scuola femminile di Minab nell’Iran meridionale, con almeno 150 morti secondo fonti locali. Gli autori del raid potrebbero essere americani, stando a Reuters e New York Times: la causa dell’errore, secondo fonti dell’agenzia londinese, potrebbe risiedere nell’utilizzo di dati vecchi. Handala lavorerebbe all’ombra dei servizi segreti iraniani, secondo l’esperto informatico israeliano Gil Messing interpellato da Reuters: “Il fatto che si assumano pubblicamente la responsabilità di questo attacco e che sappiano di essere legati al governo, mostra una nuova fase nelle motivazioni dell’Iran”. L’escalation è già in corso. Nel mirino di Teheran sono già entrati gli uffici e le infrastrutture dei colossi tecnologici americani, ma anche gli istituti di credito. L’11 marzo l’Iran ha minacciato “banche e centri economici”, come ritorsione per gli attacchi di Usa e Israele. “La popolazione della regione non dovrebbe rimanere entro un raggio di un chilometro dalle banche”, hanno avvisato i militari. Ma non è detto che a colpire saranno i missili, come quelli piovuti sui data center di Amazon, mentre crescono i timori per gli attacchi cyber. IL REPORT: “PRIMA DEL SABOTAGGIO, LA PRIORITÀ È LO SPIONAGGIO” In sette giorni dopo lo scoppio del conflitto sono state registrate oltre 600 rivendicazioni di attacchi hacker da parte dei gruppi vicini all’Iran, secondo il rapporto “Iran cyber operations: efficacia limiti e implicazioni”. La ricerca, pubblicata il 12 marzo, è firmata dall’azienda di sicurezza informatica Maticmind. Le conseguenze sono tutt’altro che devastanti e neppure comparabili agli effetti dei missili, che hanno distrutto tre data center di Amazon in Bahrein e negli Emirati, mandando in tilt i pagamenti elettronici di milioni di persone. La guerra ibrida di Teheran ha “prodotto effetti tattici documentati” su “impianti idrici”, oppure disorientando la navigazione marittima basata sui satelliti con la tecnica dello “spoofing”. Tuttavia, “non hanno mai raggiunto la soglia di impatto strategico necessaria a modificare equilibri militari”. Certo, con la connessione internet crollata al 4%, organizzare attacchi hacker dai confini iraniani non è semplice. Nuocciono le sanzioni, che hanno tolto dal mercato strumenti hardware e software più avanzati. Infatti, attorno a Teheran ruota una galassia di oltre 60 gruppi affiliati e hacktivisti esterni. La minaccia non sarebbe da sottovalutare: “Per le organizzazioni europee, il messaggio è chiaro – leggiamo nel rapporto – il rischio primario non è il blackout immediato, ma lo spionaggio persistente”. Non l’attacco spettacolare e dirompente, bensì il furto silenzioso delle informazioni riservate: gruppi filoiraniani come “APT33, APT34 e MuddyWater mantengono accessi persistenti in reti governative, difesa e infrastrutture critiche di decine di Paesi”. In Europa nel mirino c’è il settore marittimo, l’energia, la difesa, le pubbliche amministrazioni. La minaccia incombente e il furto dei dati strategici e per la sicurezza nazionale, “ma la componente disruptiva è operativamente attiva”. Ovvero, non si esclude il sabotaggio, con la società civile prima vittima. IL PREZZO DELLA GUERRA CYBER PER LA SOCIETÀ CIVILE Michele Colajanni, docente di sicurezza informatica all’Università di Bologna, è convinto che l’evoluzione dei conflitti verso la dimensione cyber metta sempre più a rischio i cittadini nelle retrovie, distanti dal fronte. “E’ la netta tendenza in corso, dalla guerra in Ucraina a quella in Iran”, dice l’esperto a ilfattoquotidiano.it. Per l’ateneo emiliano sta scrivendo paper scientifici sull’argomento, in fase di revisione e prossimi alla pubblicazione. Nel mirino ci sono sempre i servizi essenziali e le organizzazioni che li gestiscono: energia elettrica, acqua, pubbliche amministrazioni, soprattutto la sanità. Ma il rischio maggiore forse è “l’assenza di consapevolezza: pensiamo di non essere in guerra invece siamo tutti coinvolti”. I confini tra le forze armate e la società civile sono sempre più sfumati. Basta pensare alle multinazionali tecnologiche: essenziali per vincere le guerre, ma anche per la vita quotidiana. Così diventano un bersaglio: qualora fossero colpite, le ripercussioni cadrebbero sulla società civile. Come insegnano i missili sui data center di Amazon. L'articolo Hacker filo iraniani rivendicano attacco contro Stryker, colosso Usa dei dispositivi medici. “Rappresaglia per i morti alla scuola di Minab” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Microsoft sostiene Anthropic contro Trump: “No all’intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa e l’uso bellico autonomo”
La guerra di Donald Trump all’intelligenza artificiale di Anthropic preoccupa Microsoft. Il colosso di Redmond si è schierato al fianco della multinazionale guidata da Dario Amodei, nel chiedere lo stop all’ostracismo della Casa Bianca: il 5 marzo Anthropic è stata designata dall’amministrazione Trump come una minaccia per la catena di approvvigionamento. Il 6 marzo, stando all’emittente americana Cbs, il Pentagono ha notificato ufficialmente ai vertici dell’esercito di rimuovere quei prodotti di intelligenza artificiale, entro 180 giorni. Anthropic ha fatto causa contro l’amministrazione Trump dopo che l’azienda è stata inserita nella lista nera. IL RICORSO DI MICROSOFT CONTRO LA LO STOP DELLA CASA BIANCA AGLI APPALTI PER ANTHROPIC Microsoft, intanto, ha presentato un ricorso in un tribunale federale contro lo “stigma” del governo Usa ai danni della start-up. Il Pentagono ha ritenuto inaccettabile il rifiuto dei fondatori (i fratelli italo-americani Dario e Daniela Amodei) di allentare le limitazioni militari per Claude, il modello di intelligenza artificiale targato Anthropic. Sul tavolo, in particolare, la possibilità di usare l’algoritmo all’interno di scenari di guerra senza la supervisione umana. Ma anche l’uso in patria per la sorveglianza di massa dei cittadini. Richieste del governo Usa rispedite al mittente per motivi etici e di sicurezza. Ma la rappresaglia di Trump non si è fatta attendere, con l’esclusione dagli appalti pubblici e le commesse del governo. Eppure, Claude ha contribuito all’operazione militare in Venezuela con la cattura di Nicolas Maduro, secondo il Guardian. Ma anche alla pianificazione degli attacchi in Iran, stando al Wall street journal. Microsoft, dal canto suo, ha fornito all’esercito israeliano il pacchetto software Azure utilizzato anche per bombardare Gaza. “NO ALL’IA PER LA SORVEGLIANZA DI MASSA E ALL’USO MILITARE SENZA LIMITAZIONI” Microsoft, generalmente prudente negli affari di governo, nella memoria legale consegnata in tribunale si è schierata al fianco di Anthropic condividendo le sue linee rosse: no alla sorveglianza e all’uso bellico autonomo. “L’uso della designazione di rischio per la catena di approvvigionamento per risolvere una controversia contrattuale può comportare gravi effetti economici che non sono nell’interesse pubblico”, ha affermato Microsoft. Il colosso di Redmond critica le regole del Pentagono per aggiudicarsi le commesse pubbliche, ritenute vaghe e mal definite, per giunta mai applicate ad aziende americane. Il primo caso è proprio Anthropic: lo stigma della “minaccia alla sicurezza nazionale” di solito era riservato ad aziende tecnologiche cinesi, come Huawei. L’ATTACCO DI TRUMP CONTRO ANTHROPIC E L’IA IN VERSIONE WOKE: “RADICALI DI SINISTRA FUORI CONTROLLO” Al fianco di Anthropic si sono schierate organizzazioni sensibili ai diritti digitali come Cato Institute e l’Electronic Frontier Foundation. Ma anche gruppi di informatici che lavorano per Google e OpenIa. Dopo il ban contro del governo contro Anthropic, il colosso guidato da Sam Altman aveva subito chiuso un contratto con il Pentagono accettando buona parte delle condizione, salvo ingranare una mezza retromarcia dopo un’ondata di proteste. Tra OpenIa e Anthropic si muove Microsoft: legata a doppio filo con Sam Altman, si è avvicinata ad Anthropic integrando i suoi modelli Ia. Ma Trump ha già scelto. “SIAMO NOI a decidere il destino del nostro Paese, NON qualche azienda di intelligenza artificiale fuori controllo e di sinistra radicale, gestita da persone che non hanno idea di cosa sia il mondo reale”, ha scritto il presidente su Truth, la sua piattaforma social. E’ noto come Trump cerchi di imprimere il marchio Maga all’intelligenza artificiale usata negli States. Con l’ordine esecutivo del 23 luglio 2025, il presidente ha intimato lo stop degli appalti pubblici per gli algoritmi costruiti sui principi della cultura Woke. Si legge nel comunicato della Casa Bianca: “Il presidente sta proteggendo gli americani dai risultati distorti dell’intelligenza artificiale, guidati da ideologie come diversità, equità e inclusione (DEI), a scapito dell’accuratezza”. L'articolo Microsoft sostiene Anthropic contro Trump: “No all’intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa e l’uso bellico autonomo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Iran prende di mira il Big Tech Usa: da Google ad Amazon quali sono gli obiettivi militari e i rischi per i servizi civili (come le banche)
I giganti tecnologici americani entrano ufficialmente nel mirino dei missili e dei droni iraniani, perché Teheran li considera parte integrante ed essenziale della macchina bellica americana. L’antipasto era stato servito il 3 marzo, quando velivoli senza pilota (manovrati a distanza) avevano attaccato 3 data center di Amazon in Bahrein e negli Emirati Arabi. L’11 marzo Tasmin, l’agenzia di stampa degli Ayatollah, ha incluso sedi, uffici e infrastrutture dei colossi americani tra i legittimi obiettivi militari del regime. “Con l’espansione della guerra regionale, la portata diventa gradualmente più ampia”, si legge nel documento. La lista dei potenziali bersagli ora include Google, Amazon, Microsoft, Nvidia, IBM, Oracle e Palantir. A rischio le sedi di lavoro, i data center e i centri di ricerca, le infrastrutture, ovunque siano, in Israele e nei Paesi del Golfo, comprese Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi. L’USO MILITARE DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E CLOUD: I PRECEDENTI A GAZA E IN VENEZUELA Per la prima volta Big tech è un obiettivo di guerra, come mai? “La fusione quasi organica, dei giganti tecnologici con l’esercito americano, è un dato di fatto e viene ostentata senza alcun pudore”, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, esperto di difesa e sicurezza informatica. Quali sono le tecnologie decisive sui nuovi campi di battaglia? “Intelligenza artificiale e cloud per archiviare dati – dice il docente dell’università di Bologna – gli stessi strumenti vitali anche per la vita quotidiana dei cittadini lontani dal fronte”. L’uso militare delle tecnologie civili, del resto, era stato già avviato da Israele, innescando il boicottaggio contro Microsoft per i servizi cloud utili anche a bombardare Gaza. Sull’onda delle proteste Redmond capitolò, revocando all’esercito di Tel Aviv la licenza del pacchetto software Azure. Ma l’uso bellico dell’Intelligenza artificiale, sostenuta dai dati nella “nuvola”, è stato adottato da Trump anche per catturare il presidente venezuelano Nicolas Maduro, secondo il Wall street journal. “SEPARARE DATA CENTER BELLICI DA QUELLI CIVILI” Nell’operazione a Caracas, il Pentagono avrebbe utilizzato l’Ia di Anthropic con i servizi cloud di Palantir. “Questa è una delle novità assolute di Donald Trump, il ricorso all’Intelligenza artificiale per scegliere obiettivi militari, e decidere quando e come colpirli”, dice Colajanni. Ma il rischio è di assottigliare la distanza tra guerra e società civile. “L’Iran ha già colpito i data center di Amazon, mandando in tilt anche i servizi essenziali per la vita quotidiana”, ricorda l’accademico. Le conseguenze? Stop ai servizi digitali bancari e di pagamento nell’area del Golfo, secondo l’emittente Usa Cnbc. Per tutelare le persone lontane dal fronte, sarebbe utile separare data center ad uso civile da quelli militari? “Certo che gioverebbe ma fino ad ora non si fa, anche perché mescolare i servizi aiuta a nascondere l’uso militare”, commenta l’esperto. Per comprendere meglio le conseguenze dell’attacco iraniano al data center di Amazon, chiediamo a Pierguido Iezzi, direttore Cyber Maticmind: “Un drone Shahed 136 colpisce un edificio fisico e nove milioni di persone si svegliano senza poter pagare un taxi o controllare il saldo del conto”. Secondo l’esperto, “non è un episodio isolato”, bensì una tattica a lungo termine con un nome ben preciso: “phigital, la saldatura tra piano materiale e piano digitale”. In cosa consiste? “Si lavora sull’usura, sulla durata, sul disordine controllato, per moltiplicare i costi della crisi a carico dell’Occidente”. L’obiettivo militare è colpire le infrastrutture, ma anche “hackerare” i sistemi digitali delle infrastrutture critiche: “entrare nelle reti, restarci, raccogliere informazioni, per colpire al momento giusto, con effetti a catena su cloud e servizi essenziali”. Secondo Iezzi, “è così che si combatte il conflitto contemporaneo” e l’Iran non fa eccezioni. IL GIURAMENTO AL PENTAGONO DEI 4 INGEGNERI DI META, OPENIA E PALANTIR Michele Colajanni cita una foto, per illustrare a perfezione le nozze tra Big Tech e la Casa Bianca con l’inquilino Donald Trump. A febbraio 2025, quattro dirigenti tecnologici posarono in posa con la mano sul petto in segno di giuramento, in divisa mimetica. Ad essere immortalati furono Andrew Bosworth (direttore tecnico di Meta), Shyam Sankar (direttore tecnico di Palantir) Kevin Weil e Bob McGrew (rispettivamete responsabile del prodotto ed ex responsabile della ricerca di OpenAI). La missione dei 4 ingegneri assoldati nell’esercito? Donare al Pentagono 120 ore di lavoro l’anno, gratuito, presumibilmente per addestrare i soldati alle nuove armi tecnologiche e accelerarne l’integrazione nei sistemi dell’esercito. Del resto, aveva dichiarato Bosworth al Wall street journal, “c’è un sacco di patriottismo nascosto che adesso sta venendo alla luce”. IL MATRIMONIO TRA BIG TECH E TRUMP Si era già notato durante la cerimonia d’insediamento di Donald Trump, a gennaio 2025, con i posti più esclusivi (quelli vicini al presidente) riservati ai Ceo di Big tech. Lo scatto immortalava Mark Zuckerberg e la consorte Priscilla Chan, accanto a Jeff Bezos e la moglie Lauren Sánchez, con il Ceo di Google Sundar Pichai ed Elon Musk. Presenti al campidoglio anche Tim Cook di Apple e Shou Zi Chew di TikTok. Lo sconfitto Joe Biden aveva messo in guardia sui rischi della saldatura tra la Casa bianca e i colossi tecnologici: “Una oligarchia sta oggi prendendo forma, forte di una estrema ricchezza, di potere e di influenza, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti, le libertà fondamentali”. Trump rispose sprezzante, per difendere i colossi sul carro del vincitore: “hanno abbandonato” Biden, “erano tutti con lui, tutti quanti, e ora sono tutti con me”. Con la vittoria di Trump, la linea progressista di una parte di Big tech è crollata. Vittoriosa, invece, la strategia di Palantir e Anduril: nessuna remora a lavorare per la Difese e l’esercito a stelle strisce. Palantir del trumpiano Peter Thiel offre software per analizzare una mole sconfinata di dati. Anduril è nel campo dell’hardware per la difesa. Ma anche le tecnologie di Amazon, Microsoft e Google sono utilizzate a scopi militari. Una netta inversione di tendenza. Basta citare il caso del gigante di Mountain View: nel 2018 circa 3 mila dipendenti protestarono per la collaborazione della multinazionale al progetto Maven, firmato al Pentagono, inducendo Google a rinunciare al contratto. Ad aprile 2024, i lavoratori additarono alcune tecnologie destinate all’esercito israeliano nell’ambito del progetto Nimbus. Ma il risultato fu diverso: 50 dipendenti licenziati, nessuna retromarcia sugli strumenti bellici. L'articolo L’Iran prende di mira il Big Tech Usa: da Google ad Amazon quali sono gli obiettivi militari e i rischi per i servizi civili (come le banche) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Futurare #0 | La rivoluzione sconosciuta: internet, dal 1986 ad oggi
Futurare, è il nuovo format de ilfattoquotidiano.it dedicato alla cultura dell’innovazione. In questa puntata inaugurale il vicedirettore Simone Ceriotti introduce il progetto e dialoga con Alessandro Cacciato, autore e conduttore del programma, raccontando gli obiettivi principali: portare alla luce il talento che spesso resta nascosto nei laboratori di ricerca, nelle università e nelle imprese, lontano dai riflettori del dibattito pubblico. Futurare vuole offrire strumenti di senso critico per comprendere le trasformazioni digitali e per passare dal ruolo di semplici consumatori di tecnologia a quello di innovatori capaci di usarla con talento e creatività nei territori. Ospiti della puntata: Antonio Blasco Bonito (CNR) racconta uno dei momenti più importanti e meno conosciuti della storia tecnologica italiana: il 30 aprile 1986, quando dal CNUCE-CNR di Pisa, anche grazie a lui, partì il primo collegamento Internet italiano. Flavio Fazio, ingegnere informatico e fondatore di Flazio, porta la prospettiva dell’imprenditorialità tecnologica contemporanea: da Catania ha costruito una piattaforma utilizzata da oltre un milione di siti web. Massimo Arattano (CNR) affronta il tema dell’analfabetismo funzionale, mostrando come la difficoltà di trasformare concetti in parole — e viceversa — sia una delle sfide culturali più profonde del nostro tempo. L'articolo Futurare #0 | La rivoluzione sconosciuta: internet, dal 1986 ad oggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il mio nome completo cercato su Google in Israele”. Lo strano fenomeno ed altre domande improbabili
Numerosi utenti anonimi di X, riferisce MintPress News, stanno scoprendo che i loro veri nomi, mai resi pubblici online, vengono cercati su Google in Israele poco dopo la pubblicazione di tweet critici nei confronti delle politiche israeliane in Palestina: i dati di Google Trends mostrano improvvisi picchi di ricerche, provenienti da Israele, dei loro nomi completi. Chi ha collegato in Israele le identità reali agli account anonimi utilizzati sulla piattaforma? Il fenomeno dipenderebbe dal sistema di verifica dell’identità utilizzato da X per l’accesso ad alcune funzionalità premium: X richiede l’invio di un documento d’identità e una scansione facciale, dati personali estremamente sensibili. Questa procedura, dal 2023, viene gestita dalla società Au10tix (Au-ten-tics), un’azienda israeliana specializzata in sistemi di verifica dell’identità digitale. Il processo prevede che gli utenti carichino una foto del passaporto o di un altro documento ufficiale e consentano al software di confrontare il volto con l’immagine del documento. “Il mio nome legale completo, incluso il secondo nome, è stato cercato in Israele 11 volte nelle ultime 24 ore”, ha scritto TransFemPOTUS, un’utente anonima di X molto critica verso le azioni di Israele. “Il mio nome legale completo è stato cercato in Israele l’altro giorno”, ha rivelato TheAtlantean9, un utente anonimo di estrema sinistra con una bandiera palestinese nella biografia. “È ormai confermato al 100% che Israele sta cercando su Google gli utenti anonimi di X e i loro familiari subito dopo che parlano contro il Paese”, ha scritto un altro utente. “X è ora la più grande operazione honeypot del pianeta”. (La “honeypot” è una trappola progettata per attirare un bersaglio e osservare o bloccare le sue attività). Au10tix sostiene che i dati vengano eliminati entro 72 ore dalla verifica, ma il fatto che Au10tix sia stata fondata nel 2002 da Ron Atzmon, ex membro dell’Unità 8200; e che diversi dipendenti dell’azienda provengano dall’Unità 8200 o dai servizi di intelligence israeliani, come Eliran Levi, Lior Emuna, Sara Benita e Shay Rechter; ha suscitato molti sospetti. “L’Unità 8200, fulcro dell’apparato di intelligence digitale israeliano, è specializzato in sorveglianza elettronica, intercettazioni e operazioni informatiche. E’ responsabile di alcuni dei più grandi scandali di hacking, infiltrazione e cyber-guerra dell’ultimo decennio”, scrive MintPress. Sono un parto dell’Unità 8200 programmi tecnologici controversi come l’attacco ai pager in Libano e come lo spyware Pegasus, utilizzato da diversi governi (fra cui Usa e Arabia Saudita) per monitorare giornalisti, politici, diplomatici, dirigenti d’azienda e attivisti per i diritti umani (tutte le vendite di Pegasus dovevano essere approvate dal governo israeliano). Atzmon, il cui padre era tesoriere del Likud di Netanyahu, è un sionista che su LinkedIn paragona al Ku Klux Klan gli studenti Usa che protestano contro il genocidio a Gaza. MintPress ricorda inoltre il progetto Lavender, un sistema AI sviluppato dall’Unità 8200 con cui l’Idf, utilizzando grandi quantità di dati e modelli d’analisi automatizzata, a Gaza individua potenziali membri o collaboratori di Hamas. Il sistema assegna punteggi da 1 a 100 agli individui: superato un certo punteggio, la persona viene inserita in una lista di bersagli da uccidere. Poco dopo il 7 ottobre, Lavender identificò 37.000 palestinesi da eliminare. Minimo o inesistente il controllo umano sul sistema: i falsi positivi (omonimi, poliziotti, pompieri) ammontano al 10%. Non ci sono prove che dimostrino un accesso improprio del governo israeliano ai dati degli utenti scansionati da Au10tix, ma le preoccupazioni riguardo al trattamento di dati sensibili da parte di società tecnologiche israeliane sono davvero così immotivate? Il Department of Homeland Security Usa ottiene da Google, Facebook, Instagram, Reddit, Discord e altre grandi piattaforme social informazioni personali e identità di utenti anonimi che criticano l’operato dell’agenzia Ice. L’idea che Au10tix o il governo israeliano possano utilizzare i dati forniti dagli utenti per contrastare le critiche online a Israele è davvero così improbabile? Chi è che in Israele cerca informazioni sugli anti-sionisti anonimi di X? L'articolo “Il mio nome completo cercato su Google in Israele”. Lo strano fenomeno ed altre domande improbabili proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto a 50 anni Luca Conti, il punto di riferimento della blogosfera italiana
È morto a 50 anni nella sua Senigallia Luca Conti, scrittore, blogger, docente e consulente, una delle figure più influenti nella diffusione della cultura di Internet, dei social media e del marketing digitale in Italia. Luca Conti è stato per molti anni una figura centrale della blogosfera italiana e uno dei primi a comprendere le potenzialità del web come spazio di conoscenza e confronto. La sua eredità rimane legata alla diffusione di una cultura digitale critica e consapevole, capace di analizzare non solo le opportunità tecnologiche, ma anche le implicazioni sociali ed etiche del mondo connesso. Nato nel 1975 a Senigallia di cui è anche stato consigliere comunale dal 2005 al 2009, sin dai primi anni Duemila Conti ha mostrato una forte curiosità per le trasformazioni della comunicazione digitale e per il potenziale della rete come spazio di conoscenza e condivisione. La sua prima passione era l’impegno ecologista, si era laureato in Scienze Ambientali ad Urbino e aveva collaborato con Il WW nella sua regione Nel 2002 fondò Pandemia.info, uno dei primi blog italiani dedicati all’analisi dei nuovi media, dei social network e delle dinamiche della comunicazione online. In un periodo in cui il blogging era ancora agli inizi, il suo sito diventò rapidamente un punto di riferimento della blogosfera del tempo per chi voleva comprendere i cambiamenti introdotti dal Web 2.0. Parallelamente all’attività di blogger, Luca iniziò la carriera come giornalista freelance e divulgatore tecnologico con diverse testate italiane, tra cui Il Sole 24 Ore, scrivendo di innovazione, comunicazione digitale e trasformazione dei media. Attraverso articoli, riflessioni e segnalazioni, Luca ha contribuito a diffondere una cultura consapevole dell’uso della rete, anticipando molti dei temi che sarebbero diventati centrali negli anni successivi: social media marketing, community digitali, economia dell’attenzione, privacy e nuove forme di lavoro online. Svolgeva anche un’attività da consulente e formatore nel social media marketing, aiutando aziende e organizzazioni a comprendere e utilizzare in modo strategico i social network per la comunicazione e il marketing. Partecipò come relatore a importanti eventi internazionali dedicati all’innovazione e alla comunicazione digitale, come SXSW Interactive, Web 2.0 Expo Europe e l’International Journalism Festival. Nel corso della sua carriera ha pubblicato oltre 17 libri, molti dei quali dedicati ai social media e alle strategie di comunicazione online. Ha anche curato per anni la collana Digital Marketing Pro dell’editore Hoepli, contribuendo alla formazione di migliaia di professionisti del web marketing in Italia. Luca Conti è stato docente e formatore presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e altre università italiane. Dopo anni trascorsi a studiare e promuovere i social media, Luca aveva deciso di prendere le distanze da questo mondo, dichiarando di non riconoscersi più nei valori dominanti delle piattaforme social. Conti rifletteva sull’impatto della tecnologia sulla società, sulla qualità dell’informazione e sul rapporto tra individuo e strumenti digitali. Negli anni successivi ha continuato a occuparsi di temi diversi come tecnologia e consapevolezza digitale, crescita personale, intelligenza artificiale e società contemporanea e cultura. Dalla diagnosi del tumore che lo ha stroncato ha raccontato direttamente nel suo blog la sua malattia e il suo avvicinarsi alla fine. I funerali di Luca Conti saranno celebrati giovedì. Il mio ricordo di Luca è quello di una persona appassionata, ma che non perdeva mai la lucidità e l’equilibrio per una analisi distaccata e oggettiva delle cose. Che le digeriva e rianalizzava per capirle nell’essenza. Anche per questo aveva scelto, quando poteva essere ricco e famoso, di “scendere dalla giostra”. Scriveva saggio prima della malattia: “Vittorio, rallenta, non vale la pena. Io sono l’esempio vivente che si può girare felicemente come una trottola ed essere ancora più felici stando fermo o quasi. Di quei tempi in cui ero famoso non ho rimpianti. Della gente che mi “seguiva” allora, quanti sono ancora in contatto con me? il 5% è dire tanto. Ne sento la mancanza? No. Oggi i più si dannano dietro contenuti effimeri che scompaiono dopo 24 ore, sia nella produzione, sia nel consumo. Non è folle tutto ciò? Ognuno si diverte come può, tipo ancora con questa menata del personal branding? Io vivo su un altro pianeta”. Lucido, quasi algido il diario della malattia: “Prendi questo post come un addio anticipato alla vita, perché di questo si tratta. Magari ci sarà qualche sorpresa positiva inaspettata e la resa dei conti rinviata di un po’, ma la sostanza non cambia e soprattutto il mio fegato resta quello che è. Biologicamente e legalmente muori il giorno in cui non respiri più e il cuore smette di battere. Nella realtà muori il giorno in cui la tua dignità nel vivere scende sotto una certa soglia e non può tornare più sopra. Quel giorno, purtroppo, è forse già arrivato. Non posso dirlo con certezza per vari motivi, ma ho molti indizi per pensarlo. Questo basta a decretare che il gioco è finito”. L'articolo È morto a 50 anni Luca Conti, il punto di riferimento della blogosfera italiana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anthropic, boom di download dopo la “messa al bando” del governo Usa. Tra etica ed efficienza, perché Claude ora batte ChatGpt
L’interruzione della collaborazione con le agenzie governative statunitensi sembra portare acqua al mulino di Anthropic, nonostante un contratto da 200 milioni di dollari bruciato per non aver ceduto alle richieste dell’amministrazione Usa. Negli ultimi giorni la società di intelligenza artificiale diretta dai fratelli Amodei, che ha annunciato di aver fatto causa al Pentagono per la controversia sull’uso della sua IA, ha registrato un enorme successo, con un aumento dei download che oscilla fra il 37% e il 51% su base giornaliera. Complice il ritorno di immagine di azienda “etica” generato dallo scontro diretto col Pentagono che le è costato il bollino di “rischio” per la catena di fornitura statunitense? Sicuramente. Ma c’è altro. L’IA prodotta da Anthropic, che prende forma nel suo chatbot Claude, è da tempo sulla bocca di molti esperti del settore per l’efficienza offerta da una tecnologia che si sposa molto bene con le esigenze di singoli professionisti e contesti aziendali. La vera svolta è arrivata a metà dello scorso gennaio, quando l’azienda ha lanciato sul mercato il suo assistente digitale agentico Claude Cowork, uno strumento in grado di operare con elevata autonomia, pianificando, prendendo decisioni e svolgendo azioni complesse per raggiungere obiettivi con un intervento umano ridotto al minimo. Claude Cowork può operare direttamente su file, applicazioni e dati locali, automatizzando le attività e i flussi di lavoro e integrandosi con strumenti esterni. Dov’è stato sperimentato, l’assistente IA di Anthropic ha ottenuto fin da subito un riscontro molto positivo sulla produttività aziendale e personale in settori specifici come finanza, vendite, marketing e risorse umane. Il suo grande potenziale sono i diversi plugin personalizzabili e adattabili ad ogni contesto e dominio senza sacrificare il grado di efficienza generale. L’impatto di Claude Cowork sui mercati finanziari è stato talmente elevato che nei pochi giorni di rilascio si stima abbia generato una perdita di oltre 285 miliardi di dollari di capitalizzazione sui vari mercati, complice il timore di automazione rapida e generalizzata di interi settori produttivi. Le borse hanno infatti interpretato Cowork come una minaccia diretta a diversi modelli di business tradizionale gestiti fino ad ora da software professionali molto costosi, con il timore di un effetto domino capace di stravolgere diversi ambiti. Un caso è stato quello indiano, dove all’inizio di febbraio 22,5 miliardi di dollari di azioni del settore tecnologico sono state “cancellate” dalla diffusione dello strumento di Anthropic. Paradossalmente, la perdita degli introiti derivante dagli accordi governativi con le agenzie statunitensi sta pesando in maniera minima sulle prestazioni di Anthropic. Il suo andamento nella competizione interna al mercato statunitense dell’IA, e in particolare quella molto agguerrita con OpenAI, può aver subito un colpo, ma nel complesso la società esce rilanciata da questa vicenda, sia dal punto di vista dell’immagine sia da quello del mercato. La diffidenza fino ad ora mostrata da Anthropic nei confronti di alcuni utilizzi dell’IA per scopi militari potrebbe aver spinto la sua rivale OpenAI in una trappola, relegandola ad un ruolo di rincalzo nell’ambito governativo militare. Dopo l’accordo lampo col Pentagono, definito dallo stesso Ceo di OpenAI Sam Altman come troppo rapido e “approssimativo”, l’azienda di ChatGPT si appresta ora a cercare un’intesa anche con la Nato. Ma i numeri parlano chiaro, e negli Usa il tasso di disinstallazione della app è aumentato del 300% in un solo giorno a fine febbraio. L'articolo Anthropic, boom di download dopo la “messa al bando” del governo Usa. Tra etica ed efficienza, perché Claude ora batte ChatGpt proviene da Il Fatto Quotidiano.
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