Una rivoluzione che è già iniziata e che nel giro di tre anni farà crollare il
traffico internet dei siti di informazione del 43%. Alla base del cambiamento,
drastico, ci sono intelligenza artificiale e influencer, che spingono sul
formato video e rendono vulnerabile la sostenibilità economica. La via d’uscita,
e per salvarsi, può essere rappresentata da “distintività umana e autorevolezza”
e la revisione degli accordi con i big del settore. A tracciare lo scenario è un
rapporto del Reuters Institute condotto tra 280 leader digitali in 51 Paesi, tra
novembre e dicembre 2025, che avanza le previsioni per il 2026. “Le
preoccupazioni – si legge – si concentrano su AI Overview di Google che ora
appare in cima a circa il 10% dei risultati di ricerca negli Stati Uniti e si
sta rapidamente diffondendo altrove”. In pratica, i motori di ricerca stanno
diventando “answer engines” cioè interfacce che rispondono direttamente nei
risultati di ricerca riducendo la necessità di cliccare sui siti di notizie.
Motivo per cui in Italia gli editori riuniti nella Fieg hanno chiesto all’Agcom
di aprire un procedimento nei confronti di Big G. Il monitoraggio del Reuters
Institute si innesta sul dato della società di analisi Chartbeat, secondo cui il
traffico da Google verso oltre 2.500 siti sarebbe già sceso del 33% tra novembre
2024 e novembre 2025 a livello globale, -38% negli Usa.
In questo scenario alcuni editori stanno cercando nuovo pubblico tramite
piattaforme di newsletter come Substack mentre si riducono gli sforzi sul
vecchio Seo così come sui tradizionali social Facebook e X. Anche in
considerazione del “calo sostanziale del traffico da Facebook (-43%) e X, ex
Twitter (-46%) negli ultimi tre anni”. Per riposizionarsi nella distribuzione
delle notizie le previsioni sono di uno spostamento su YouTube, TikTok e
Instagram e su piattaforme di IA come ChatGpt, Gemini e Perplexity.
Altro elemento di preoccupazione, secondo il rapporto, è l’ascesa di creators e
influencer. Più di due terzi (70%) teme “venga sottratto tempo e attenzione ai
contenuti delle testate e quattro su dieci (39%) temono di perdere i migliori
talenti in favore di questo ecosistema che offre più controllo e maggiori
ricompense finanziarie”. In risposta a questa concorrenza, tre quarti (76%)
degli editori intervistati afferma che cercherà di convincere i giornalisti a
comportarsi di più come i creators.
L’adozione dell’IA, per il 97% intervistati, tenderà ad aumentare nelle
trascrizioni di notizie, processi ripetitivi, metadatazione, assistenza
all’editing. E saliranno anche gli usi per la raccolta delle notizie (82%) e per
il coding/prodotto (81%), segno che “l’IA non è più solo uno strumento
editoriale ma anche una leva industriale per costruire software e testare nuove
funzionalità”. Il rapporto cita anche l’aumento degli accordi con i big come
Google, OpenAI e Amazon per creare nuove entrate dalla concessione di contenuti
(o da una quota delle entrate pubblicitarie) all’interno dei chatbot. Circa un
quinto (20%) degli intervistati si aspetta che i ricavi futuri siano
sostanziali, la metà (49%) si aspetta invece un contributo minore. Un ulteriore
20% composto per lo più da editori locali ed emittenti pubbliche non si aspetta
alcun reddito.
Infine, il rapporto mette in luce un effetto ‘barbell’, cioè due estremi: da un
lato i media che puntano su distintività umana, originalità e autorevolezza.
Dall’altro quelli che useranno l’IA e l’automazione per fare profitti a basso
costo. Chi resta nel mezzo rischia di essere stritolato. “La migliore risposta
del giornalismo è raddoppiare le cose che ci rendono preziosi e unici”, afferma
Taneth Evans, responsabile del settore digitale del Wall Street Journal.
L'articolo “AI e influencer faranno crollare del 43% il traffico Internet dei
siti di informazione nei prossimi tre anni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Tecnologia
Nel nome della sicurezza nazionale, un tribunale canadese ha chiesto l’accesso a
dati conservati su server in Francia e Regno Unito, minando la “sovranità” sui
dati europei. Il Gdpr (General data protection regulation) limita fortemente il
trasferimento delle informazioni verso Paesi extra Ue. Il motivo della richiesta
delle autorità dell’Ontario? La multinazionale Ovh cloud ha una filiale nel
Paese della foglia d’acero, dunque secondo gli inquirenti la richiesta è
legittima, anche se le informazioni sono conservate all’estero. Ma il criterio
rischia di incrinare l’affidabilità del cloud europeo, minacciando l’ultimo
baluardo sulla sicurezza delle informazioni nella “nuvola”: data center
installati nei confini nazionali, amministrati da aziende autoctone.
100 ORGANIZZAZIONI EUROPEE INVOCANO IL CLOUD “SOVRANO”
Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, con le tensioni crescenti Usa-Ue, in
Europa molti esperti invocano a gran voce un cloud autoctono, “a prova” di
ingerenze americane. A marzo 2025 quasi 100 organizzazioni (incluso il gigante
della difesa Airbus) hanno sottoscritto l’appello per un fondo sovrano
tecnologico in grado di sfuggire all’occhio dello “Zio Sam”. In virtù del Cloud
act, le aziende americane sono obbligate a garantire l’accesso alle agenzie di
sicurezza a stelle e strisce, purché fornite di un mandato giudiziario, anche se
i server sono fuori dai confini. Problema: tra i clienti di Google, Amazon e
Microsoft (dominatori del mercato Ue) ci sono governi, pubbliche
amministrazioni, aziende strategiche. Anche per questo Ovh ha firmato l’appello
sul “Cloud sovrano” europeo. Sul suo sito, l’azienda francese con sede a Roubaix
si descrive come campione della “sovranità”, ovvero la “capacità di proteggere i
dati da eventuali interferenze (soprattutto straniere)”. Il merito, secondo Ovh,
è delle severe leggi del Vecchio Continente: “La conformità alla normativa
europea, che limita le possibilità di trasferimento di dati personali al di
fuori dell’Unione Europea, costituisce una garanzia di sovranità dei dati”. Una
garanzia in bilico, dopo la richiesta della corte canadese.
IL CASO: IL TRIBUNALE CANADESE CHIEDE ACCESSO AI DATI IN EUROPA
Secondo il principio giuridico invocato dal tribunale, basta aprire una filiale
all’estero per ricadere sotto la giurisdizione delle autorità locali, con tanti
saluti alla riservatezza garantita dalle regole europee. Potenzialmente, una
falla enorme: nel cloud si archiviano anche informazioni strategiche per la
sicurezza di un Paese. Del resto è nel nome della sicurezza, che un giudice
canadese ha reclamato informazioni al colosso tecnologico francese.
Il caso è stato ricostruito dalla testata The Register. Nell’aprile 2024 la
polizia canadese ha chiesto i dati degli abbonati e degli account collegati a
quattro indirizzi IP sui server Ovh in Francia, Regno Unito e Australia. Il
giudice ha sottolineato l’urgenza delle indagini per la sicurezza nazionale.
Anche per questo, forse, ha rinunciato alla rogatoria internazionale, la via
prevista dai trattati per la collaborazione giudiziaria tra Francia e Canada.
“Per la rogatoria internazionale ci vogliono circa 6 mesi, il tempo sufficiente
per far sparire le prove durante un’indagine per crimini digitali”, dice a
ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, docente di informatica all’Università di
Bologna. Secondo lui, gli inquirenti cercano di affrettare i tempi mentre la
rogatoria “è uno strumento del ‘900”.
IL DILEMMA DI OVH: OLTRAGGIO ALLA CORTE IN CANADA, MULTA E RECLUSIONE IN FRANCIA
Il risultato è il vicolo cieco della società: la legge francese punisce la
condivisione di dati al di fuori dei trattati ufficiali, con la reclusione e
multe da decine di migliaia di euro; d’altra parte, disobbedire all’ordine delle
autorità canadesi comporterebbe l’accusa di oltraggio alla corte. Eppure, il 25
settembre il giudice Heather Perkins-McVey ha confermato l’ordine d’accesso,
bocciando la richiesta di revoca del provvedimento depositata da Ovh. Il
magistrato ha ribadito la priorità di garantire la sicurezza e fissato la
scadenza per consegnare i dati al al 27 ottobre. La filiale canadese ha
presentato ricorso con una domanda di judicial review (revisione giudiziaria),
un istituto tipico dei paesi privi di Costituzioni scritte. Dall’esito del caso
può dipendere il destino dell’industria del cloud in Europa.
CLOUD AUTOCTONO E SOVRANO: FINE DI UN ILLUSIONE?
Per Ovh, la sconfitta sarebbe è una beffa. Ad agosto un suo rappresentante
legale aveva gioito per l’ammissione, da parte di Microsoft, di “non poter
garantire” la sovranità dei dati. Il 18 giugno, durante un’audizione in
Parlamento sulle dipendenze dell’industria digitale europea, Anton Carniaux
(direttore degli affari pubblici e legali di Microsoft Francia) ha ammesso di
non poter sottrarsi ai vincoli del cloud act. Alla domanda se fosse stato
obbligato a trasmettere i dati, ecco la sua risposta: “Certamente, rispettando
la procedura. Ma questo non ha avuto ripercussioni su nessuna azienda europea,
né su nessun ente pubblico, da quando pubblichiamo questi rapporti sulla
trasparenza”. Tanto è bastato per l’esultanza di Viegas Dos Reis, Chief Legal
Officer di Ovh. con la testata The Register: “Non è una sorpresa, lo sapevamo
già, finalmente hanno detto la verità!”. Ora a rallegrarsi potrebbero essere gli
uomini di Redmond. Mentre l’Ue si interroga sulla sua sovranità tecnologica: “Il
Gdpr vuole tutelare i dati degli europei ovunque siano, ma nessuna sa come
imporre nostre regole agli altri Paesi”, ammette Colajanni. “L’Ue dice: ‘i
principi e le regole devono governare la tecnologia’. In teoria sì, ma se le
leggi non funzionano?”.
L'articolo Tribunale canadese chiede accesso ai dati in Europa della francese
Ovh: i rischi per la sicurezza e la beffa per il cloud sovrano proviene da Il
Fatto Quotidiano.
L’intelligenza artificiale viene raccontata come una tecnologia capace di
democratizzare l’accesso alla conoscenza e moltiplicare le opportunità. Ma
dietro la narrazione dell’innovazione si apre un conflitto su dati, potere e
controllo. A margine dell’AI Festival, Cosmano Lombardo — fondatore di Search On
Media Group — riflette su regolamentazione, Big Tech, lavoro e formazione,
mettendo in guardia dal rischio che l’AI, senza regole, diventi solo un
meccanismo di estrazione di valore.
Tu organizzi eventi che mettono insieme Big Tech, istituzioni e imprese. Non c’è
il rischio che l’Intelligenza Artificiale venga raccontata solo da chi ha
interesse a venderla?
Sicuramente nei nostri eventi ci sono Big Tech, aziende e istituzioni che hanno
interesse a vendere l’AI, però proviamo a portare tutti i punti di vista.
Abbiamo docenti universitari e giovani che si stanno approcciando ora: magari
non hanno ancora la visione dell’auto-business, ma stanno cercando di capire
come utilizzarla nel migliore dei modi, anche dal punto di vista dell’impatto
sociale. Quindi è giusto portare all’attenzione il punto di vista di chi vuole
fare business, ma dall’altro lato proviamo anche a indagare i vari impatti,
compresi quelli sociali.
Le grandi piattaforme dicono che l’AI democratizza l’accesso alla conoscenza,
eppure i modelli sono proprietari, opachi e controllati da pochi soggetti. Dov’è
questa democrazia?
Questo è il punto dolente, non solo della parte tecnologica. C’era un grande
sogno, anche con i social media, che tutto fosse reso più accessibile; in parte
è accaduto, ma lato AI la situazione è più complessa. Oggi esiste una forte
disparità tra cittadini e istituzioni, e anche tra diverse aree geografiche come
Asia, Europa e Stati Uniti. Io credo che i cittadini dovrebbero essere i
proprietari delle applicazioni, ma al momento vari Paesi e varie aziende stanno
lottando per il controllo. Ci sarà probabilmente una “messa a terra” che renderà
l’accesso più diffuso, ma la competizione tra le aziende aumenterà. È un nodo
molto complesso.
A proposito di questo, l’Europa prova a regolamentare con l’AI Act, mentre Stati
Uniti e Cina corrono. Rischiamo di restare schiacciati tra iper-regolazione e
dipendenza tecnologica?
Bisogna chiarire un punto: l’Italia e l’Europa vengono spesso additate come
quelle che regolamentano troppo, ma se guardiamo i dati gli Stati Uniti sono tra
i Paesi che applicano maggiormente la regolamentazione. Il fatto che altri
stiano accelerando non dipende dalla nostra regolamentazione: non è abbassando
le regole che si aumenta l’adozione. Il vero problema è un gap di budget e un
ritardo storico nell’implementazione delle soluzioni tecnologiche, che va
colmato. La regolamentazione resta fondamentale, soprattutto se confrontata con
l’assenza di regole in gran parte dell’Asia. La visione europea è corretta, ma
dobbiamo imparare dagli altri come accedere ai capitali necessari per
implementare davvero le tecnologie.
L’AI promette nuovi mestieri, ma intanto automatizza quelli esistenti. Non
stiamo assistendo a una rimozione del problema sociale?
No, è un processo evolutivo, come è successo con la rivoluzione industriale o
con quella digitale. Alcune professionalità vengono innovate, alcune spariranno
e altre verranno create. Oggi, paradossalmente, le aziende non riescono a
trovare i professionisti AI e tech di cui avrebbero bisogno per accelerare. C’è
quindi un enorme tema di formazione. Quello che allarma di più non è tanto
l’impatto immediato sul lavoro — su cui è necessario fare upskilling e
reskilling — quanto il lato scolastico. Bisogna concentrarsi su come formare una
classe docente, a partire dalle scuole primarie, capace di implementare
correttamente l’AI.
C’è anche la questione dei dati. L’AI si nutre di contenuti prodotti da milioni
di persone, spesso senza consenso né compenso. È innovazione o estrazione di
valore?
Questo tema è strettamente legato alla regolamentazione. L’Europa interviene
proprio per tutelare aspetti come la proprietà intellettuale. Serve trovare un
equilibrio che permetta di innovare mantenendo queste tutele. Se non si
regolamenta in modo corretto, allora sì, diventa un’estrazione di valore. È un
po’ come il codice della strada: serve per guidare in modo corretto. Credo che
l’Europa si stia muovendo bene per proteggere le persone e i dati delle aziende,
ma ora bisogna spostare l’attenzione su ciò che serve per accelerare davvero.
Se dovessi indicare una “linea rossa” da non superare nello sviluppo dell’AI,
quale sarebbe?
Il nesso tra robotica, biotecnologie e intelligenza artificiale. Già il digitale
ha modificato profondamente le modalità di relazione tra gli esseri umani;
l’innesto tra AI, robotica e nanotecnologie rischia di cambiare l’asset dei
nostri valori umani. Questa, per me, è la vera linea rossa da non oltrepassare.
Oggi l’AI rende il cittadino più libero o più controllabile?
Dipende dal livello di regolamentazione. In Cina il cittadino è molto più
controllabile; in Italia, almeno per ora, non siamo a quel livello. La
differenza la fa la formazione: se non utilizziamo l’AI in modo corretto,
rischiamo di mettere i nostri dati alla mercé di chiunque. In alcuni contesti
l’AI ci rende più liberi, in altri molto più controllati.
—
Cosmano Lombardo è un imprenditore seriale del mondo digitale, fondatore e CEO
di Search On Media Group. È l’ideatore e il volto del WMF (We Make Future), la
fiera internazionale sull’innovazione che ogni anno riunisce decine di migliaia
di persone per discutere di tecnologia, diritti e futuro.
Da oltre quindici anni è impegnato nella divulgazione dell’innovazione
tecnologica e sociale, con l’obiettivo di rendere il digitale uno strumento di
impatto positivo per la collettività. È inoltre fondatore di diversi
tech-festival tematici, tra cui l’AI Festival, e autore per testate di settore
sui temi della trasformazione digitale e delle nuove sfide poste
dall’intelligenza artificiale.
L'articolo “Se l’AI non viene regolamentata è solo estrazione di valore”. Il
conflitto su dati e controllo dell’Intelligenza artificiale – Intervista
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Informazioni sensibili americane sono state caricate sull’app di intelligenza
artificiale ChatGpt. Non da hacker russi bensì da Madhu Gottumukkala, capo ad
interim della Cisa (Cybersecurity and Infrastructure security agency) la
struttura a difesa delle reti informatiche dell’esecutivo americano. E’ la
testata Politico a rivelare la diffusione dei dati, mentre il Dipartimento della
sicurezza interna (Department of homeland security, Dhs) guidato da Kristi Noem
non mostra alcuna preoccupazione. La direttrice degli affari pubblici della
Cisa, Marci McCarthy, a Politico ha confermato l’impegno dell’agenzia per
“sfruttare l’intelligenza artificiale e altre tecnologie all’avanguardia, per
guidare la modernizzazione del governo e realizzare” l’ordine esecutivo di Trump
sull’Intelligenza artificiale. Ovvero: bloccare gli appalti pubblici per le
aziende che modellano la loro intelligenza artificiale in base a principi di
“diversità, equità e inclusione (Dei), a scapito dell’accuratezza”. McCarthy ha
chiarito alcuni aspetti: a Gottumukkala “è stata concessa l’autorizzazione a
utilizzare ChatGPT con i controlli del Dhs in atto”, per un periodo di tempo “a
breve termine e limitato”.
L’INDAGINE DEL DIPARTIMENTO PER LA SICUREZZA, MA LA CONCLUSIONE È IGNOTA
Secondo la ricostruzione di Politico, ad agosto il capo della Cisa ha caricato
“documenti contrattuali in una versione pubblica di ChatGPT”. Non si tratta di
materiale classificato, ma di informazioni destinate “solo per uso ufficiale”:
l’etichetta usata dal governo per indicare i dati sensibili non destinate alla
pubblicazione. Infatti al Dipartimento per la sicurezza sono scattati diversi
alert, per avvisare della “fuga” di notizie e tentare di impedirla. Secondo le
fonti di Politico sarebbe subito scattati i controlli interni per comprendere
gli effetti sulla sicurezza. Ma le conclusioni, ammette la testata, non sono
chiare. Mentre appare certo che le informazioni sensibili siano approdate
sull’Ia di Sam Altman. Gottumukkala “ha forzato la mano della CISA affinché gli
fornissero ChatGPT, e poi ne ha abusato”, ha dichiarato una fonte a Politico.
IL PIANO TRUMP PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: VIA I MODELLI WOKE DAGLI APPALTI
PUBBLICI
“Tutto il materiale caricato nella versione pubblica di ChatGPT utilizzata da
Gottumukkala viene condiviso con OpenAI, il proprietario di ChatGPT, il che
significa che può essere utilizzato per rispondere alle richieste di altri
utenti dell’app”, ha scritto Politico. L’app conta 700 milioni di utenti.
Gottumukkala aveva chiesto l’autorizzazione per usare ChatGpt a maggio, appena
insediato. Permesso concesso dalla Cisa, ma in via del tutto eccezionale perché
l’accesso all’algoritmo resta vietato ai funzionari del Dipartimento per la
sicurezza, da regola generale.
Intanto la Casa Bianca cerca di imprimere il marchio Maga sui modelli di
Intelligenza artificiale. In che modo? Bloccando gli appalti del governo per gli
algoritmi costruiti sui principi della cultura Woke. Lo stabilisce l’ordine
esecutivo firmato da Donald Trump il 23 luglio 2025. Si legge nel comunicato
della Casa Bianca: “Il presidente sta proteggendo gli americani dai risultati
distorti dell’intelligenza artificiale, guidati da ideologie come diversità,
equità e inclusione (DEI), a scapito dell’accuratezza”. C’è anche un esempio:
“Un importante modello di intelligenza artificiale ha modificato la razza o il
sesso di personaggi storici, tra cui il Papa, i Padri Fondatori e i Vichinghi,
quando gli sono state richieste delle immagini, perché era stato addestrato a
dare priorità ai requisiti DEI”.
TRUMP RINOMINA PLANKEY: LA GUERRA ALL’AGENZIA PER LA SICUREZZA INFORMATICA
Gottumukkala,, capo ad interim, potrebbe lasciare presto il suo posto. Il 13
gennaio Donald Trump ha nominato nuovamente Sean Plankey, in attesa della
ratifica da parte del Senato. Lo scorso anno è stata bloccata dal senatore Rick
Scott per via di un contratto di costruzione navale della Guardia Costiera. A
quel punto è subentrato Gottumukkala, nominato da Kristi Noem. Ma non è ancora
chiaro se Plankey, stavolta, supererà l’esame della Camera alta.
Gottumukkala è stato anche al centro di polemiche per non aver superato alla
Cisa il test del poligrafo per il controspionaggio, la cosiddetta “macchina
della verità”. Almeno sei funzionari sono stati messi in congedo quest’estate
dopo il test fallito. Il Dipartimento per la Sicurezza ha difeso Gottumukkala
dichiarando il poligrafo “non autorizzato”. In audizione al Congresso, la scorsa
settimana, esponenti dem hanno rammentato il risultato del test al capo della
Cisa. Il cui incarico sembra avvicinarsi al capolinea.
L'articolo Così il capo della cybersecurity di Trump ha condiviso informazioni
sensibili su ChatGpt proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hypershell è un’azienda attiva nel campo degli esoscheletri – dispositivi
robotici indossabili che permettono di assistere e migliorare le performance del
corpo umano – in ambito consumer, avendo lanciato negli anni vari una serie di
dispositivi pensati per assistere il movimento delle gambe sia in semplici
passeggiate, sia in attività più impegnative come trekking, corsa e ciclismo.
Negli ultimi mesi del 2025 ha lanciato il suo modello più recente, l’Hypershell
X Ultra, un esoscheletro da 1,8Kg con motori da 1000w, una struttura in carbonio
e batterie capaci di offrire fino a 30km di utilizzo, il tutto gestito da un
sistema di movimento intelligente, supportato da AI, dispositivo che stiamo
provando e di cui troverete una recensione prossimamente su queste pagine. In
occasione del CES, dove l’azienda ha dispiegato le forze per permettere a vari
utenti della fiera di provare il dispositivo, abbiamo avuto la possibilità di
porre alcune domande a Toby Knisley, Global Communication Director di
Hypershell.
Qual’è stata la scintilla che ha portato alla nascita di Hypershell?
Il nostro team ha un background incentrato sulla robotica, ma con il passare del
tempo abbiamo notato una disconnessione tra la robotica tradizionale ed il
potenziale umano. Molte tecnologie nel campo della robotica sono state
progettate per sostituire l’uomo in attività lavorative o per ridurne il
coinvolgimento. Noi vorremmo percorrere un percorso diverso, dove la robotica è
usata per migliorare l’uomo e non prenderne il posto.
Partendo da questa immagine, abbiamo pensato ad un futuro dove chiunque potesse
andare più lontano nelle proprie esplorazioni, potersi muovere con maggiore
liberta e rimanere attivo più a lungo a prescindere da età e capacità personali.
Negli ultimi anni gli esoscheletri sono stati al centro delle discussioni quando
si parlava di tecnolgie future (e futuristiche) che potessero essere di aiuto a
persone con disabilità fisiche o deficit neuromotori, ma guardando ai prodotti
di questa categoria che avete lanciato negli ultimi anni sembrano essere
orientati ad essere un supporto per il grande pubblico. Pensate che lo sviluppo
di prodotti “generalisti” possa aiutare nello sviluppo di dispositivi e supporti
“medici”?
Assolutamente. Quelle legate agli esoscheletri di grado medicale sono tecnologie
importanti, e nutriamo un grande rispetto per i team che li stanno sviluppando.
Però, questa tipologia di dispositivi sono più costosi, pesanti e disegnati per
un compito riabilitativo specifico.
Sviluppando prodotti per un pubblico generalista stiamo aiutando ad spingere
l’innovazione grazie a volumi superiori, migliorando costi, vestibilità e
sistemi intelligenti per il controllo dei movimenti in modi che possano offrire
dei benefici anche nel campo medico. Molte innovazioni tecnologiche nei prodotti
“consumer” di Hypershell, come l’efficienza dei motori e il controllo adattivo
tramite AI, potenzialmente possono essere facilmente trasferiti in futuro su
esoscheletri incentrati sull’aspetto medico.
In poche parole, l’adozione di massa può essere un volano per accelerare
l’innovazione nell’intera industria degli esoscheletri, incluso dunque quelli
pensati come aiuto in campo medicale
Come Hypershell, chi considerate sia il vostro target ideale?
Chiunque voglia andare più lontano, essere attivo più a lungo o dare un boost
alle proprie gambe. I nostri utenti includono escursionisti, viaggiatori
“outdoor”, fotografi, persone che stanno recuperando da infortuni o persone più
in la con gli anni. Supportiamo anche professionisti come i ranger nei parchi, e
team di ricerca e soccorso, che devono trasportare la propria attrezzature su
lunghe distanze. Il desiderio che condivdono tutti è di muoversi di più
faticando di meno
Quali sono le principali evoluzioni che hanno avuto i vostri prodotti dal
lancio?
Hypershell X, come prodotto, si è evoluto molto dal primo lancio. Abbiamo fatto
progressi nel design dei motori, nell’efficienza delle batterie, nella
vestibilità e nell’intelligenza artificiale. Il nostro nuovo “Ultra” ha visto
incrementarsi la potenza di uscita dei motori da 800 a 1000W, utilizzando le
stesse batteria delle generazioni precedenti. Grazie ad innovazioni sul motore,
sviluppate in-house, la stessa batteria è ora in grado di offrire fino a 30Km di
uso con una singola ricarica, quasi il doppio rispetto ai primi modelli.Abbiamo
anche migliorato il nostro software adattivo per permettere un movimento più
naturale e fluido per nuovi scenari come la neve e la sabbia
Dove pensate stia andando il futuro degli esoscheletri da un punto di vista
tecnico?
Stiamo osservando innovazioni in 4 aree chiave partendo dai motori, dove il
trend punta a realizzarli più piccoli, potenti ed efficienti permetteranno
livelli superiori di performance e vestibilità; passando alle batterie, celle
con una maggiore densità di carica dovrebbero offrire distanze maggiori con un
peso inferiore.
Dalla scienza dei materiali, invece, si punta a nuovi tessuti e materiali
compositi per rendere gli esoscheletri più leggeri, traspiranti ed adattabili a
varie morfologie corporeo. Infine, puntando su algoritmi di controllo più
intelligenti ci si aspetta di avere motori guidati dall’AI per offrire
un’esperienza d’uso più fluida, intuitiva e cucina su misura per ogni
interazione dell’utente.
Non pensate che ci sia il rischio che la diffusione di dispositivi di questa
tipologia possa a tendere rendere le persone più pigre, o di contro pensate che
possa essere una spinta verso una vita più attiva?
La nostra esperienza ci dimostra proprio l’opposto. Hypershell spinge le persone
a muoversi di più, abbiamo dati di utenti che ci segnalano di andare più di
frequente a fare una passeggiata, fancendo più passi del solito ogni volta, ed
esplorando aree che solitamente avrebbero evitato per la fatica. Quando il
movimento diventa più semplice e piacevole le persone tendono a farne di più.
Il dispositivo offre inoltre una “Fitness Mode“, dove il motore invece di
aiutare nel movimento fa resistenza, permettendo dunque di trasformare una
normale passeggiata in un esercizio di rafforzamento. Quindi, sia che si voglia
semplicemente andare più lontano con meno sforzo, o allenarsi in modo ancora più
duro, Hypershell a nostro parere supporta uno stile di vita più attivo.
L'articolo Hypershell, il produttore di esoscheletri si racconta: “Incentiva la
pigrizia? La nostra esperienza ci dimostra proprio l’opposto” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
I postini potrebbero essere presto sostituiti dai robot e no, non è fantascienza
Poste Italiane, infatti, ha annunciato di aver avviato la sperimentazione di
BOXi, un van a guida autonoma per la consegna di pacchi e lettere. L’obiettivo
dell’azienda è quello di introdurre un nuovo veicolo che possa operare nei
contesti cittadini più complessi come i centri storici e le zone ad alta densità
di traffico.
Ma come funziona BOXi? Esso è un veicolo a quattro ruote con guida autonoma. La
velocità massima è limitata a 25 chilometri orari, una soglia pensata per la
circolazione sicura in ambito urbano. Come riporta Fanpage, l’Università di
Modena e Reggio Emilia e il Politecnico di Milano si sono occupati della
componente meccanica e delle parte software. Per riconoscere gli spazi BOXi
utilizza i sensori LiDar che sfruttano i laser per percepire gli oggetti
circostanti. Grazie a questi sensori il van ricostruisce gli ostacoli e i
veicoli attorno a sé.
I pacchi saranno contenuti in box che saranno sbloccabili inquadrando un Qr
code. La sperimentazione è iniziata presso il Modena Innovation Hub, dove il
veicolo è stato sottoposto a test sulla velocità e sulla calibrazione dei
sensori. Successivamente, il van delle Poste Italiane viaggerà per circa 600
metri su un percorso urbano misto, come incroci, pedoni e ostacoli improvvisi.
L’obiettivo è valutare l’affidabilità e la sicurezza di BOXi. Lo strumento
potrebbe rappresentare la nuova frontiera della consegna delle poste. In diverse
parti del mondo i robot-postini a guida autonoma hanno già sostituito le
persone.
L'articolo Arriva in Italia BOXi, il primo robot-postino: come funziona e da
quando inizierà a consegnare lettere e pacchi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le fondamenta di una nuova Europa, costruite in chat. Un raduno virtuale che,
secondo quanto pubblicato da Politico, si chiama Washington Group. Al riparo dai
diktat di Donald Trump, ricostruisce la testata, vi parteciperebbero il
britannico Keir Starmer, il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz,
la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il finlandese
Alexander Stubb, Giorgia Meloni, Volodymyr Zelensky. Nei messaggi i leader del
Vecchio Continente condividerebbero i giudizi sulla amministrazione Trump e idee
per il futuro. A partire da da quella alleanza dei Volenterosi, finora solo
embrione di una Nato europea.
Il Washington Group è solo l’ultimo caso di diplomazia via chat: sempre più
spesso le élite occidentali prediligono le app sullo smartphone alla mail
istituzionale. La piattaforma della chat rivelata da Politico non è nota, ma
Signal è ampiamente accreditata come la più sicura. Tra gli utenti
istituzionali, per citarne alcuni: il governo americano e il dipartimento per la
sicurezza nazionale, la Commissione europea, i ministri degli Esteri Ue riuniti
nel gruppo amministrato dall’Alta rappresentante Kaja Kallas. Secondo addetti ai
lavori e fonti qualificate, tutti i governi europei comunicano con Signal,
inclusa l’Italia. Nota è la vicenda della chat al ministero della Giustizia, al
cui interno la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi condivideva informazioni su
Almasri, ritenute troppo riservate per approdare nelle mail ministeriali.
Tuttavia Signal ha sede a Mountain View, California, Stati Uniti. Cosa
accadrebbe se le autorità statunitensi chiedessero, nel nome della sicurezza
nazionale, l’accesso alle chat in virtù del Cloud act? La legge impone alle
organizzazioni americane di offrire l’accesso ai loro server, se le agenzie di
sicurezza lo richiedono con un mandato in mano.
I RISCHI PER LA SICUREZZA DELLE ALTE CARICHE POLITICHE
Signal – al pari di molti servizi di messaggistica – sostiene di non possedere
alcun dato in virtù della crittografia end to end: i contenuti restano sui
dispositivi degli utenti, senza mai approdare sui server. Dunque le
comunicazioni dei politici europei sarebbero al sicuro. Ma allora, perché la
Francia ha realizzato una chat di Stato? E perché l’Italia si prepara a
costruire la sua con la Zecca di Stato? Sui server restano i dati necessari per
offrire il servizio: “Numero di telefono, data di creazione dell’account e
dell’ultimo accesso al sistema”, dice a ilfattoquotidiano.it l’informatico
forense Mattia Epifani.
“Signal ha tecnicamente la possibilità di correlare l’account (e quindi il
numero di telefono) con l’indirizzo IP rendendo quindi possibile una
localizzazione“, commenta l’esperto. Del resto, “senza attivare l’opzione
‘Always Relay Calls’, l’indirizzo IP è visibile da parte di chi chiama, anche
senza chiedere l’autorizzazione a Signal”, nota Epifani. Di sicuro, gli
spostamenti delle alte cariche politiche possono essere un’informazione
sensibile, per la sicurezza nazionale. Ma non è l’unica vulnerabilità, l’altra è
nel dispositivo. Basta infettare lo smartphone con il giusto malware per avere
accesso alle conversazioni in chat.
Abbiamo chiesto al ministero degli Esteri l’accesso ai documenti sulle
valutazioni del rischio per le chat gestite da società extraeuropee. Tajani
sarebbe infatti incluso nel gruppo amministrato da Kaja Kallas con i ministri
degli Esteri. Accesso negato e nessuna risposta nel merito: per la Farnesina i
messaggi sono “corrispondenza privata”, mentre “i documenti e le linee guida”
“non fanno specifico riferimento alla piattaforma Signal”. Inoltre, al dicastero
“non risulta esistere l’elenco delle figure istituzionali che usano Signal”.
Seguendo il ragionamento ne consegue che o il ministro è fuori dalla chat con i
suoi pari europei, oppure vi partecipa senza controlli di sicurezza
istituzionali.
IN ITALIA NESSUN PROTOCOLLO UFFICIALE PER LE CHAT
Le istituzioni italiane usano Signal senza protocollo: mancano regole d’uso,
dunque ogni obbligo di archiviazione. E senza un registro è impossibile
verificare il rispetto del primo imperativo della sicurezza nazionale: non
condividere informazioni strategiche in chat. Soprattutto se i “messaggini”
viaggiano su smartphone privati. In Italia “nessuna norma consente l’uso di
Signal da parte dei funzionari pubblici, infatti sui telefoni di servizio non ci
sono app di messaggistica e chi le installa rischia sanzioni”, dice a
ilfattoquotidiano.it William Nonnis, analista per la digitalizzazione presso la
presidenza del Consiglio dei ministri. “Eppure – conclude Nonnis – nella Pa
quasi tutti usano Signal sul telefono privato”. In tal caso, il rischio per la
sicurezza cresce perché lo strumento personale è molto più esposto rispetto a
quello di servizio.
COME FUNZIONA IN USA ED EUROPA
Tra le due sponde dell’Atlantico c’è una differenza: negli Usa, quando politici
e funzionari comunicano con Signal, i contenuti sono archiviati, anche per
scoraggiare la divulgazioni di informazioni segrete. Lo ha dichiarato il
portavoce del National Security Council Brian Hughes: Signal “è uno dei tanti
metodi approvati per il materiale non classificato, con l’intesa che l’utente
debba conservarne la documentazione”. In Europa invece si archivia poco o nulla,
con la tendenza ad eliminare ogni traccia: la Commissione Ue caldeggia l’uso di
Signal in modalità “autocancellazione” del messaggio, per motivi di sicurezza.
Almeno il Vecchio Continente ha stabilito linee guida.
IL CASO BARTOLOZZI AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
In Italia invece nessuna regola e archiviazione. Dunque resta il mistero. Nel
caso Bartolozzi-Almasri, ad esempio, quale smartphone ha usato la capo di
Gabinetto del ministro Nordio? E che informazioni sono state condivise? Agli
atti restano le parole, rivolte via mail ai colleghi del ministero degli Esteri:
“Basta, basta, basta! Non comunicate più! Segnati su Signal. Non faccia altro e
si fermi così”; “Meglio chat su Signal. Niente per mail o protocollo”. Ai suoi
collaboratori, secondo Il Corriere, avrebbe confidato: “Questioni delicate che
attengono alla sicurezza nazionale non potevano essere scambiate su una casella
mail letta da mezzo ministero”. Di contro, informazioni sensibili potevano
viaggiare su app non autorizzate basate all’estero?.
In America, per un simile caso, il ministero della Giustizia potrebbe aprire
un’inchiesta. Proprio come al Pentagono, dove nel dicembre scorso l’ispettore
generale ha pubblicato un rapporto che accusava Pete Hegseth di aver infranto le
regole sulle informazioni sensibili. La sua colpa? Aver discusso su Signal
dell’attacco in Yemen. Prassi che è costata il posto all’ex consigliere alla
sicurezza nazionale Mike Waltz. Certo, per errore era stato aggiunto il
giornalista Geoffrey Goldberg al gruppo. Ma la sostanza non cambia: a differenza
del Dipartimento della Difesa americano, nessuno in Italia può sapere un
funzionario dello Stato abbia violato le regole. A maggior ragione per la
presidente del Consiglio: secondo Politico è inclusa nella chat del Washington
group. Ma se sul telefono di servizio non sono ammesse app di messaggistica, con
quale smartphone chatta la premier?
L'articolo La diplomazia in chat e i rischi per la sicurezza: dal caso del
Washington Group ai precedenti illustri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se a Davos vi fosse capitato di incrociare Jensen Huang, fondatore e Ceo di
Nvidia, probabilmente non lo avreste riconosciuto. Eppure, è lui l’uomo che più
di chiunque altro sta costruendo le fondamenta fisiche della rivoluzione
dell’Intelligenza Artificiale. La sua visione è lontana dall’apocalisse ma anche
dall’euforia cieca.
L’AI non è una moda né una bolla, ma un cambio di paradigma paragonabile
all’avvento di Internet. Con una differenza decisiva, sta dando vita al più
grande cantiere infrastrutturale della storia umana. Per capirlo, Huang invita a
immaginare l’AI come una torta a cinque strati, tutti indispensabili e tutti già
in costruzione. Il primo strato è l’energia. L’AI che ragiona consuma quantità
enormi di elettricità. Senza una energia abbondante e stabile, preferibilmente
pulita, l’intero edificio crollerebbe.
Il secondo strato è l’hardware. Chip specializzati, GPU, semiconduttori. È qui
che Nvidia gioca in casa e la fa da padrone. I processori sono i mattoni del
cervello digitale, senza i quali resterebbe solo pura teoria.
Il terzo strato è l’infrastruttura cloud. Significa data center, reti, servizi
globali che ospitano l’hardware e rendono l’AI accessibile. Sono le nuove
fabbriche del XXI secolo.
Il quarto strato è quello dei modelli di Intelligenza Artificiale. Sono sistemi
capaci di comprendere il linguaggio naturale, le immagini, i suoni, il contesto
di un discorso. Questo è stato il vero salto rispetto al software che
conosciamo, rigido e “pre-registrato”. Oggi i computer – grazie a questi modelli
di AI – interpretano il mondo non strutturato e ragionano in tempo reale.
Infine, il quinto strato, le applicazioni. È qui che l’AI diventa economia
reale. Dalla diagnostica medica alla scoperta di farmaci, dall’industria alla
finanza, fino ai servizi personalizzati. Si genera valore, lavoro, crescita.
La costruzione simultanea di questi cinque livelli sta già muovendo investimenti
da milioni di milioni di dollari e sta trainando settori tradizionali come
edilizia, energia, manifattura avanzata. Altro che distruzione del lavoro. Anzi.
Huang porta esempi concreti, come la sanità.
L’AI analizza immagini mediche con precisione sovrumana, ma i radiologi non sono
scomparsi, aumentano. Perché l’AI automatizza il compito, non lo scopo. Libera
tempo per la relazione col paziente, per le decisioni complesse, per la cura
vera. Lo stesso accade agli infermieri, sollevati da burocrazia e
documentazione.
Il grande equivoco è credere che un lavoro coincida con le sue mansioni
ripetitive. L’AI assorbe queste, lasciando emergere la parte umana, decisionale,
creativa. E per chi teme di restare indietro, Huang rovescia il tavolo
affermando che l’AI è il software più democratico mai creato. Si usa parlando,
non programmando. Abbassa le barriere d’ingresso e offre persino ai Paesi meno
avanzati la possibilità di sviluppare modelli propri, legati a lingua e cultura.
Quanto all’Europa, la sfida, per il capo di Nvidia, è chiara. Dovrebbe puntare
sull’AI fisica, quella che dialoga con il mondo materiale. Industria, robotica,
chimica, biologia. In questi campi ha un vantaggio competitivo reale, se saprà
investirci.
Il messaggio finale è chiaro, l’AI non va temuta, va “abitata”. Il rischio non è
perdere il lavoro, ma restare fermi mentre il cantiere cresce. E, come spesso
accade, la partita vera è appena iniziata.
L'articolo Il messaggio di Jensen Huang a Davos è chiaro: l’intelligenza
artificiale non va temuta, ma ‘abitata’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
La scorsa settimana Oppo ha lanciato sul mercato la nuova generazione della sua
gamma di smartphone di fascia media Reno, e da circa una settimana stiamo
provando il modello di punta, il nuovo Oppo Reno 15 Pro 5G.
Per il Reno 15 Pro commercializzato in Italia l’azienda cinese ha scelto un
form-factor “mini”: lo smartphone misura poco più di 15cm in altezza e poco più
di 7cm in larghezza, dimensioni che risultano simili ai modelli del 2017 ma,
grazie ad una riduzione al minimo delle cornici, vede sul frontale uno schermo
da 6,3″ rispetto ai 5,5-5,8″ dell’epoca, puntando a quel pubblico che cerca uno
smartphone più compatto rispetto a quanto mediamente offerto dal mercao Android
oggi.
Sul retro il design ricorda quello della precedente generazione, con qualche
piccolo cambiamento nella disposizione degli elmenti nel gruppo fotografico e
nuove colorazioni come l’Aurora Blue del dispositivo che abbiamo provato, che
vede un pattern sul retro realizzato per offrire effetti di rifrazione che
richiamano appunto l’aurora a seconda di come si inclina il telefono.
Il retro dell’Oppo Reno15 Pro
Tornando sul display, è sicuramente uno dei punti forti dello smartphone: il
pannello OLED offre una buona qualità dei colori in tutti i contesti d’uso –
incluso il gaming – non affaticando gli occhi nemmeno dopo sessioni lunghe di
utilizzo; la fluidità delle immagini durante la prova ci è sembrata sempre
ottima.
Al centro del nuovo Reno15 Pro è stato posto il Mediatek Dimensity 8450, un
System on Chip dotato di CPU octa-core (3,25GHz la frequenza massima del core
più performante) ed una GPU Mali-G720 MP7, affiancato da 12GB di RAM.
Nell’utilizzo più tradizionale, lo smartphone risulta sempre fluido senza
mostrare alcun tentennamento o incertezza, sul gaming il chip di Mediatek riesce
ad offrire prestazioni adeguate per giocare a 60FPS con dettagli alti /
medio-alti su giochi graficamente più complessi, per raggiungere i 120fps può
essere necessario diminuire le impostazioni grafiche; per dare un esempio, su
Call of Duty Mobile a settaggi massimi è possibile mantenere un framerate che
oscilla fra i 58 ed i 62fps, mentre scendendo a medi è possibile rimanere tra i
119 ed i 122.
Sul versante fotografico la nostra prova rispetto al solito è stata purtroppo un
po’ limitata dalle condizioni meteo non ideali, ma partiamo con quello che è
sicuramente un punto forte del nuovo Reno 15 Pro: la fotocamera anteriore monta
un sensore da 50MP di buona qualità (il Samsung JN5) accoppiato ad una lente
ultra wide, cosa che consente al dispositivo di poter essere utilizzato per
effettuare selfie e riprese frontali con un angolo di visione superiore, cosa
vantaggiosa ad esempio per i selfie di gruppo; gli scatti e le riprese offrono
una buona qualità dei dettagli e dei colori sia in posizione ultra wide (0,6X)
sia stringendo la visuale ad un tradizionale “1x”.
Il sistema di fotocamere posteriori vede la camera principale utilizzare
l’ottimo sensore ISOCELL HP5 da 200MP, sensore che abbiamo già avuto modo di
vedere all’opera sui flagship usciti a fine 2025, solitamente impiegato nelle
camere tele insieme ad obiettivi periscopici; gli scatti che abbiamo efettuato
offrono una buona qualità sia di colori che di dettagli, restituendo un buon
grado di fedeltà e naturalezza nell’immagine finale, il tutto senza mostrare
particolari disturbi o aberrazioni. Anche le riprese video risultano abbastanza
fluide, potendo contare anche su riprese in 4K a 60fps.
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FOTO SCATTATA CON OPPO RENO15 PRO
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FOTO SCATTATA CON OPPO RENO15 PRO
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FOTO SCATTATA CON OPPO RENO15 PRO
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FOTO SCATTATA CON OPPO RENO15 PRO
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FOTO SCATTATA CON OPPO RENO15 PRO
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FOTO SCATTATA CON OPPO RENO15 PRO (CAMERA TELEPHOTO)
Il nuovo Oppo Reno15 Pro arriva con a bordo ColorOS16, la personalizzazione di
Android 16 del produttore cinese che continua a restituire di generazione in
generazione sempre un’ottima esperienza utente, fluida, e senza mai sembrare
pesante. Come ormai da uno-due anni a questa parte, il software di bordo integra
vari componeti supportati da AI, che – per chi fosse interessato – permettono di
ottimizzare le interazioni con il telefono e potenzialmente migliroare la
propria esperienza d’uso; immancabile ovviamente il pacchetto di strument AI di
Google, che non include il solo assistente Gemini ma anche le varie soluzioni
integrate nei software fotografici per operare in post produzione sugli scatti
fotografici. Unica nota negativa sul versante software è una – a nostro parere –
eccessiva presenza di software preinstallati, soprattutto giochi, che stonano un
po’ con quell’aspetto di eleganza data dal piccolo smartphone di Oppo.
Per essere uno smartphone compatto, il Reno15 Pro 5G offre una batteria molto
capiente da 6.200mAh con cui, grazie anche all’ottimo lavoro combinato tra
Dimensiti 8450 e ColorOS, è possibile andare ben oltre la giornata d’utilizzo su
una singola ricarica. Quando il telefono si scarica la ricarica rapida SuperVOOC
da 80W, a patto di avere un caricatore compatibile, permette di riportare lo
smartphone al 100% in meno di un’ora.
L’OPPO Reno15 Pro 5G è un dispositivo molto interessante, soprattutto se siete
alla ricerca di un dispositivo compatto ma con buone performance, è indubbio che
la manegevolezza è sicuramente uno dei suoi punti di forza, insieme alla
batteria. Il vero neo, a nostro parere, è un po il prezzo: i 799,99€ richiesti
per il Reno15 Pro lo avvicinano pericolosamente alla stessa fascia di prezzo in
cui sono presenti smartphone con caratteristiche molto simili ai flagship, così
come flagship di generazioni precedenti che potrebbero offrire nel complesso –
dimensioni a parte – prestazioni superiori.
L'articolo Oppo Reno15 Pro 5G: alla prova lo smartphone compatto con fotocamera
principale da 200MP proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con lo slogan “Non ci aspettiamo di più, ma di meglio”, Netatmo ha presentato
novità ed aggiornamenti che andranno ad ampliare la visione di casa domotica
dell’azienda francese. Netatmo, nel 2012, aveva messo sul mercato il suo primo
Termostato Intelligente. Dopo quattordici anni dal lancio, l’azienda ha
presentato una gamma riprogettata. Il design è essenziale, le funzionalità sono
potenziate e compatibili con standard più recenti, tra cui Matter. Il brand,
dunque, sta continuando a proporre soluzioni semplici ed esteticamente fini.
La continua ricerca e rincorsa alla sostenibilità, è pensata per garantire anche
un consumo energetico consapevole. Il Termostato Original, progettato in Francia
e realizzato in Italia con il 65% di plastica riciclata, presenta un display
touchscreen che mostra solo le informazioni principali.
Consente, inoltre, di programmare e regolare il riscaldamento in modo semplice,
direttamente dall’interfaccia del dispositivo, oppure tramite l’app Home +
Control. L’installazione del termostato può essere svolta autonomamente in circa
30 minuti, grazie all’ausilio dei kit completi forniti e a una guida
dettagliata. Sono disponibili due modalità di installazione, cablata o wireless,
per adattarsi a ogni tipo di impianto. Il Termostato Original è compatibile con
la maggior parte dei sistemi di riscaldamento domestici presenti sul mercato,
incluse caldaie a gas e a gasolio, pompe di calore aria-acqua, stufe a legna o a
pellet. L’integrazione con gli impianti esistenti è semplice e sicura, senza
l’obbligo di interventi strutturali.
Netatmo Original, per far raggiungere all’ambiente la temperatura ideale al
momento che reputiamo maggiormente opportuno, consente di programmare la
tempistica corretta che permetta di far raggiungere i gradi da noi selezionati
al momento, ad esempio, del rientro a casa dal lavoro. Il termostato comprende
anche un’Eco-Assist con geolocalizzazione, per evitare il riscaldamento in caso
di assenze non previste. In aggiunta, vengono inviate notifiche ed avvisi, anche
in caso di anomalie dell’impianto. Oltre alla gestione centralizzata del
riscaldamento, è possibile interagire con altri dispositivi domestici, come luci
e tapparelle. Attivando, per citarne uno, lo scenario Partenza, il sistema
abbassa la temperatura a 17°C, chiude le tapparelle e spegne le luci del
soggiorno.
La Valvola Termostatica Intelligente Original
A completamento della gamma, Netatmo ha presentato anche la Valvola Termostatica
Intelligente Original. Compatibile con la maggior parte dei radiatori ad acqua
calda, il design si mantiene minimalista in bianco. La valvola consente di
regolare la temperatura in modo puntuale in ogni ambiente. Lo schermo LED, anche
in questo caso, mostra esclusivamente le informazioni essenziali e si spegne
automaticamente per ridurre i consumi energetici. Al centro di questa gamma
dedicata all’energia si trova il Thermo Hub, il gateway del sistema. Collegato a
una presa di corrente, sincronizza tutti i dispositivi di riscaldamento
Original, garantendo una gestione centralizzata ed efficiente attraverso un
unico hub per l’intera abitazione. Assicura inoltre la compatibilità con Matter,
il nuovo standard universale per la smart home, in grado di permettere, alle
soluzioni Netatmo, l’integrazione con i principali ecosistemi smart, come Apple
Home, Google Home, Alexa e SmartThings, consentendo il controllo vocale e
automazioni avanzate.
La nuova gamma di dispositivi di riscaldamento offre una nuova esperienza utente
grazie all’implementazione dell’app Home + Control, che si afferma come il
centro di controllo unico per una gestione di tutti i dispositivi connessi.
L’app permette di gestire luci, dispositivi elettrici, tapparelle, sistemi di
riscaldamento e raffrescamento. Per adattarsi a ogni configurazione, la gamma
Original include accessori pratici come Thermo Link, ricevitore wireless che si
collega direttamente a caldaie, pompe di calore o altri sistemi compatibili,
consentendo un controllo on/off semplice ed efficace. Permette la connessione
senza fili tra l’impianto di riscaldamento e il termostato, offrendo maggiore
libertà di installazione. Il Termostato Original è disponibile in kit al prezzo
di 139,99 € per la versione cablata e di 149,99 € per la versione wireless. La
Valvola Termostatica Intelligente Original sarà invece acquistabile a partire da
settembre 2026.
La Outdoor Camera Original
Ma non è finita qua. Durante la presentazione, ampio spazio è stato dato anche
alla Outdoor Camera Original, una soluzione 3-in-1 per proteggere e sorvegliare
gli spazi esterni della propria abitazione. Secondo i dati dipartimento della
Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno, i furti in abitazione sono
aumentati del 14,5% tra il 2022 e il 2023. La tendenza suggerisce, dunque,
maggior attenzione e prevenzione sul monitoraggio di casa. Netatmo ha rinnovato
la propria offerta di telecamere esterne con un prodotto che unisce una
videocamera ad alta definizione, una sirena e un faretto LED intelligente. La
Outdoor Camera Original ha mantenuto la silhouette del modello precedente,
preservando un design che garantisce continuità estetica ed integrazione
cromatica con diversi ambienti esterni.
Una scelta comoda per tutti coloro che dispongono già del precedente modello e
desiderano sostituirlo o incrementare la protezione. Si potrà fare senza
interrompere la colorazione dell’installazione esistente. I materiali premium e
standard di resistenza sono gli stessi della precedente Smart Outdoor Camera.
Ovvero: corpo in alluminio e vetro ultraresistente, 45% di plastica riciclata e
design monoblocco. La camera esterna di Netatmo offre videosorveglianza
avvalendosi di immagini di qualità. Registra in 2K+ HDR a 30 frame al secondo,
con angolo di 130°, zoom 16x e visione notturna a infrarossi.
Poiché la qualità dell’immagine risulta vana senza una connettività affidabile,
la telecamera supporta Wi-Fi dual-band (2,4/5 GHz) e tecnologia Mimo, con due
antenne dual-band invece di una mono-band come in precedenza. La Camera Original
è abbinata ad un sistema IA on board che permette rilevazioni di persone,
animali e veicoli. Il sistema di notifiche dovrebbe inviarle solo quando
realmente necessarie. Gli utenti possono inoltre personalizzare le zone di
allerta e selezionare la risposta più appropriata per ciascuna situazione, come
“sola registrazione”, “invio di una notifica” o “attivazione della sirena”.
Anche la Outdoor Camera Original si integra nell’ecosistema Netatmo tramite
l’app Home + Security. La rilevazione intelligente e l’archiviazione dei video
avvengono localmente, direttamente sulla microSD della telecamera, senza passare
dal cloud. La comunicazione con lo smartphone, spiega l’azienda, utilizza una
connessione criptata e sicura, a tutela della protezione dei dati. Netatmo non
ha accesso ai video degli utenti, indipendentemente dal metodo di archiviazione
scelto. L’eventuale cloud è attivabile solo su esplicita autorizzazione. La
Outdoor Camera ORIGINAL sarà disponibile nelle colorazioni nera e bianca a
partire dalla prossima estate, al prezzo di 249,99€.
L'articolo Il termostato, la telecamera per proteggere gli spazi esterni e la
valvola Termostatica intelligente: tutte le novità di Netatmo proviene da Il
Fatto Quotidiano.