L os Angeles, gennaio 2025. Nel quartiere Pacific Palisades le case bruciano per
diversi giorni. Le immagini che circolano sembrano uscite da un film
catastrofico, con file di auto abbandonate sulle strade in fiamme, ville ridotte
a scheletri anneriti, il fumo che oscura il Pacifico. Quarantaquattro morti
accertati, tra 76 e 131 miliardi di dollari di danni stimati. Nel frattempo, su
Polymarket, piattaforma che si autodefinisce il più grande mercato predittivo
del mondo, sono attivi contratti per 831.000 dollari. Le domande in gioco:
quando sarà contenuto al 50% l’incendio di Palisades? Quanti acri brucerà in
totale? Tutti i roghi saranno spenti entro febbraio?
La reazione sui social è immediata, c’è indignazione diffusa, qualcuno parla di
gamification of disaster. Poi il ciclo delle notizie gira, e tutto finisce lì.
Ma fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. Le puntate per 831.000 dollari
non sono un’anomalia né un guasto del sistema. Sono il sistema che funziona
esattamente come previsto. I mercati predittivi non scommettono nonostante la
catastrofe, ma scommettono attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del
mondo reale, purché misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un
asset. Una casa che brucia è un contratto aperto. Un’elezione è un’opportunità
di arbitraggio. Un’epidemia è una serie di quote in movimento. Un bombardamento
è un’opportunità di timing. Cosa succede quando l’incertezza smette di essere
una condizione dell’esistenza e diventa una materia prima da estrarre?
L’idea di base su cui si fondano i prediction market ha più di trent’anni. Nel
1988, un gruppo di economisti dell’Università dello Iowa lancia Iowa Electronic
Markets, una piattaforma sperimentale in cui gli utenti possono acquistare
contratti legati all’esito delle elezioni presidenziali americane. L’obiettivo
dichiarato è scientifico, per verificare se i prezzi di mercato aggregano
informazioni meglio dei sondaggi tradizionali. I risultati sono interessanti, il
modello resta di nicchia, per un paio di decenni i mercati predittivi rimangono
un territorio frequentato principalmente da accademici e appassionati di teoria
dei giochi.
Polymarket e Kalshi arrivano nel 2020 e il panorama cambia completamente. Oggi
Polymarket si descrive con una semplicità programmatica: “1. Pick a market. 2.
Place a bet. 3. Profit”. Kalshi sceglie un registro più sobrio e si definisce
“una borsa valori per gli eventi”. Il suo cofondatore Tarek Mansour, ex trader
di Goldman Sachs, ha dichiarato a Bloomberg che la visione a lungo termine è di
“finanziarizzare tutto e creare un asset scambiabile da qualsiasi differenza di
opinione”. La differenza tra le due piattaforme è superficiale: entrambe sono
guidate da giovani miliardari, valgono rispettivamente 11 e 9 miliardi di
dollari, operano in un clima regolatorio favorevole a Washington. La distinzione
tra investimento speculativo e scommessa, su cui Kalshi insiste molto, è una
questione di posizionamento di mercato, non di sostanza.
> I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono
> attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché
> misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset.
L’ideologia che legittima tutto questo si chiama wisdom of crowds, per cui la
saggezza di una folla di scommettitori motivati produce previsioni più accurate
degli esperti. Il meccanismo è semplice e in alcuni contesti sembra funzionare.
Ogni contratto vale tra 0 e 1 dollaro e il prezzo riflette la probabilità
collettivamente attribuita a quell’evento. La consacrazione coincide con le
elezioni statunitensi del 2024. La mattina del voto, Polymarket quota Trump al
65%, mentre i sondaggi lo danno in sostanziale parità con Harris. Trump vince e
i mercati predittivi entrano nei telegiornali di mezzo mondo come oracoli della
nuova era.
L’interesse dei mercati si amplia. Intercontinental Exchange, gruppo che
controlla il New York Stock Exchange (NYSE) investe due miliardi di dollari in
Polymarket a ottobre del 2025. Due mesi dopo, CNN e CNBC ufficializzano la
partnership con Kalshi per fornire le quote in diretta nelle loro trasmissioni.
In brevissimo tempo i prediction market sono diventati infrastruttura mediatica,
uscendo dalla nicchia finanziaria. Le probabilità di un evento non vengono più
solo calcolate, ma trasmesse in modo continuativo, commentate, citate come
fatti.
C’è una parola che descrive quello a cui stiamo assistendo: gamblification, in
italiano talvolta resa con “azzardificazione”. Non va confusa con gamification,
termine ormai consumato dal marketing, che indica l’applicazione di meccaniche
ludiche a contesti non ludici, dai badge delle app di fitness ai punti fedeltà
della carta del supermercato, dalle classifiche di Duolingo alle sfide per la
produttività proposte nelle aziende o nelle catene commerciali. La gamification
rende il mondo più simile a un gioco. La gamblification rende il mondo più
simile a una scommessa, trasformando l’azzardo in paradigma chiave della
contemporaneità
La distinzione, elaborata sistematicamente da Joseph Macey e Juho Hamari nel
2022, non è solo terminologica. La gamblification descrive la progressiva
espansione e colonizzazione da parte delle logiche strutturali dell’azzardo: la
ricompensa incerta, il rinforzo variabile, la monetizzazione dell’esito, la
trasformazione di qualsiasi evento in un contratto con un risultato binario. La
posta in gioco non è l’intrattenimento ludico, ma la costruzione di architetture
del desiderio in cui l’incertezza è la materia prima e la speranza è il
carburante che muove tutto. Una slot machine non è attrattiva perché fa vincere,
ma perché potrebbe far vincere, e lo spazio tra l’inserimento della puntata e
l’attesa del risultato ancora ignoto è il luogo in cui il cervello produce
dopamina e il casinò produce profitto.
> La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando
> l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità.
Nel suo fondamentale studio sulle slot machines di Las Vegas, Natasha Dow Schüll
ha spiegato come questo meccanismo non sia una caratteristica accidentale del
gioco d’azzardo, ma il suo principio ingegneristico fondante. Le macchine sono
progettate per massimizzare il tempo nella zone, quello stato di sospensione in
cui il giocatore non vuole vincere né perdere, vuole solo continuare a giocare.
Addiction by design, recita il titolo originale del libro, che ben sintetizza la
progettazione di ambienti costruiti per trattenere e creare dipendenza, non per
premiare.
I prediction market sono gli eredi più sofisticati di questa logica, con una
differenza cruciale che li rende più insidiosi. Le slot vendono l’emozione di
poter vincere. I mercati predittivi vendono qualcosa di più prezioso e più
difficile da contestare: l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, stai
analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. Il contratto su Polymarket
non è una puntata, è una “posizione informata”. L’azzardo si traveste da
epistemologia, e il travestimento è così ben riuscito che persino chi lo indossa
fatica a riconoscerlo.
È questa, attualmente, la forma più compiuta della gamblification nell’era
digitale: non quando l’azzardo imita il gioco, ma quando imita la conoscenza.
Per cogliere in che modo i prediction market trasformano la cronaca in una
scommessa, va compresa la dinamica che li caratterizza. Se compro una quota “sì”
a 65 centesimi su un mercato che chiede “Trump vincerà le elezioni?”, sto
implicitamente affermando che la probabilità che accada è del 65%. Se ho
ragione, incasso un dollaro. Se ho torto, perdo i 65 centesimi che ho puntato.
Questa semplicità è la scenografia formale, in apparenza trasparente, ma non
sufficiente a celare tre problemi complessi.
Il primo problema riguarda chi muove davvero i prezzi. I prediction market non
sono mercati di persone ordinarie che mettono in comune le proprie opinioni, ma
sono ambienti in cui operatori istituzionali, fondi speculativi e grandi
scommettitori, in gergo balene (whale), detengono volumi tali da orientare le
quote in modo significativo. La presunta saggezza della folla presupponeva un
gruppo numeroso composto da attori con informazioni distribuite e pesi
comparabili. Nei prediction market quella folla non esiste, sostituita da una
struttura asimmetrica in cui chi ha più capitali, più dati e più accesso alle
informazioni rilevanti parte da una posizione di vantaggio sistematico rispetto
all’utente medio.
> I mercati predittivi vendono l’illusione di sapere. Non stai scommettendo,
> stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. L’azzardo si
> traveste da epistemologia.
Il caso di Don Trump Jr., figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, è
emblematico. A gennaio 2025 è nominato advisor strategico retribuito di Kalshi;
ad agosto dello stesso anno, tramite il suo fondo 1789 Capital, investe decine
di milioni di dollari in Polymarket e entra nel suo board consultivo, sedendo
contemporaneamente ai tavoli delle due piattaforme teoricamente rivali, mentre
le decisioni politiche di suo padre muovono ogni giorno le quote di decine di
mercati aperti. Il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’annuncio ufficiale della
tregua con l’Iran, su Polymarket compaiono una cinquantina di nuovi account che
piazzano scommesse sul cessate il fuoco, generando profitti documentati fino a
200.000 dollari per singolo portafoglio. Il 9 aprile, anticipando di poco
l’annuncio della sospensione dei dazi, i contratti su Polymarket registrano
picchi anomali di attività. Il 23 marzo, un minuto prima che Trump annunciasse
la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, qualcuno
ha scommesso 500 milioni di dollari sui futures del petrolio. Chi aveva quelle
informazioni? Nessuno lo sa con certezza. Ma la struttura del sistema è
costruita esattamente per non permettere di saperlo.
L’accesso privilegiato all’informazione non è un’eccezione al sistema, ma una
caratteristica strutturale di qualsiasi mercato in cui le asimmetrie informative
non vengono regolate. I prediction market, in questo, non sono diversi dalla
finanza tradizionale, con la differenza che quest’ultima ha un quadro normativo
sull’insider trading, per quanto imperfetto. I mercati predittivi per ora
operano in un quadro normativo indefinito. L’autorità federale sui mercati dei
derivati (CFTC, Commodity Futures Trading Commission) ha formalmente rivendicato
competenza sull’insider trading in questo settore solo nel febbraio 2026, con un
advisory che ha sanzionato due casi per poche migliaia di dollari. Polymarket,
la piattaforma più grande al mondo, opera formalmente offshore, fuori dalla
giurisdizione americana.
Il secondo problema è più sottile. I mercati predittivi non si limitano a
osservare la realtà, la modificano. Quando le quote di Polymarket vengono citate
in diretta su CNN e CNBC, smettono di essere una previsione e diventano
un’informazione. Un elettore indeciso che vede Trump quotato al 65% non sta
leggendo un’analisi, ma percepisce qualcosa che assomiglia a un dato. La quota
trasmessa in diretta orienta percezioni, rinforza aspettative, alimenta le
scommesse. Il mercato predice l’evento e, nel farlo, contribuisce a produrlo. È
una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
qualcuno ci guadagna.
> I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. È
> una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
> qualcuno ci guadagna.
Il terzo problema è il più vecchio di tutti, e riguarda chi vince davvero. Le
piattaforme guadagnano una commissione su ogni transazione, indipendentemente
dall’esito.
Polymarket nel 2025 non ha applicato commissioni dirette agli utenti, per
conquistare volumi e liquidità globale, finanziandosi attraverso investitori
disposti a scommettere sulla piattaforma prima ancora che fosse attiva. Le
commissioni sono arrivate solo nel 2026, con ricavi che nella settimana del 6
aprile 2026 hanno registrato il massimo storico, con 6,8 milioni di dollari di
commissioni incassate nella singola settimana. Kalshi applica invece commissioni
variabili calcolate sul prezzo del contratto, più alte quando la probabilità
dell’evento è intorno al 50%, più basse agli estremi, per un’incidenza media
intorno all’1,2% del volume totale, che nel 2025 ha generato ricavi per circa
260 milioni di dollari. Il banco vince sempre, non perché abbia una posizione
sul risultato, ma perché il risultato, qualunque esso sia, porta profitto. In un
casinò questa struttura si chiama house edge. Nei prediction market si chiama
modello di business.
I prediction market vengono presentati come strumenti di conoscenza superiori ai
sondaggi tradizionali. Ma i dati più recenti raccontano un’altra storia. In un
recente studio di ricercatori della London Business School e di Yale emerge che
tutta l’accuratezza previsionale è concentrata nel 3% dei trader, mentre il
restante 97% finanzia semplicemente i loro profitti. Non è la saggezza della
folla, è la folla che paga il conto a una minoranza informata. Questa pretesa
epistemica continua a funzionare come copertura ideologica. Appare credibile
perché funziona in parte, risulta inattaccabile se chi partecipa non intende
verificarne i limiti.
Lo stesso meccanismo era alla base della finanza creativa negli ultimi decenni
del Novecento, presentata come ingegneria del rischio. I derivati complessi non
apparivano scommesse, ma strumenti sofisticati per distribuire e gestire
l’incertezza attraverso il mercato. Il ragionamento di fondo si basava
sull’idea, elaborata da Friedrich von Hayek negli anni Quaranta, che i prezzi di
mercato incorporino informazioni distribuite che nessun singolo attore potrebbe
raccogliere centralmente. La teoria non è infondata, ma il problema sorge se
viene usata per legittimare pratiche che hanno poco a che fare con la gestione
del rischio e molto con la sua moltiplicazione. La crisi dei subprime alla fine
del primo decennio degli anni Duemila ha certificato che la moltiplicazione del
rischio non finisce sempre bene.
I prediction market ereditano la stessa struttura argomentativa. L’idea
hayekiana applicata ai mercati delle merci o ai tassi di interesse può apparire
ragionevole. Applicarla a un contratto binario su chi vincerà le primarie del
Partito democratico nel 2028 è un salto logico che piega un principio economico
in una distorsione ideologica. L’informazione aggregata nelle quote di una
scommessa su un evento politico non è la stessa cosa dell’informazione aggregata
nei prezzi del grano. La prima dipende da percezioni, narrazioni, asimmetrie di
potere e, soprattutto, da chi ha accesso privilegiato alle stanze dei bottoni.
> Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza
> informata, ma la pretesa epistemica continua a funzionare come copertura
> ideologica.
Il problema più profondo non è l’accuratezza, ma il tipo di incentivi che i
prediction market creano nei confronti della realtà che pretendono di misurare.
Nell’aprile 2026, all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, un utente di
Polymarket ha manipolato fisicamente il sensore meteorologico di Météo-France
posto sul perimetro della pista, verosimilmente con un phon, facendo impennare
la temperatura di sei gradi in pochi secondi durante la finestra di risoluzione
del contratto. La scommessa ha permesso di incassare 21.398 dollari a fronte di
119 puntati. Météo-France ha sporto denuncia alla gendarmeria dell’aeroporto, ma
l’utente aveva già cancellato il proprio account. In questo caso, il mercato non
ha previsto il futuro, ma ha creato un incentivo economico preciso per
distorcere la realtà che pretendeva di misurare. Questo episodio dimostra la
contraddizione strutturale di un sistema che si propone di misurare la realtà,
ma costruisce incentivi economici per distorcerla. Più un mercato predittivo
diventa liquido e rilevante, più cresce il valore di influenzare l’evento su cui
si scommette. L’epistemologia si mangia la coda.
Gli effetti dei prediction market non si limitano a chi partecipa direttamente.
C’è un danno sociale e culturale più diffuso e meno visibile, che riguarda il
modo in cui una società elabora collettivamente l’incertezza. Quando le quote di
un mercato predittivo diventano il formato dominante con cui i media raccontano
un’elezione, una guerra, una catastrofe ambientale o un’emergenza sanitaria, la
realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire interpretazioni e
diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere posizione individuale,
possibilmente prima e meglio degli altri.
In questo modo si trasforma la postura cognitiva, non solo il formato e
l’oggetto della conoscenza. La gamblification si integra sempre più con
l’informazione pubblica, ma non produce post-verità nel senso classico del
termine. Trasforma i fatti in asset speculativo, non li nega. Rispetto a un
evento, non appare più importante definire se sia vero o falso, ma probabile o
improbabile, e quella probabilità ha sempre un prezzo. Chi non ha capitali da
investire nel mercato non partecipa alla costruzione della realtà condivisa. Chi
ha capitali è incentivato a orientare la realtà a proprio favore.
Quando le quote di Polymarket vengono trasmesse in diretta su CNN e CNBC come
indicatori dell’andamento politico, il flusso dell’informazione cambia
struttura. I sondaggi, con tutti i loro limiti, misurano le percezioni o i
comportamenti di un campione rappresentativo della popolazione. Le quote di un
mercato predittivo misurano invece le aspettative di chi ha capitali sufficienti
per partecipare e incentivi finanziari precisi per orientare la percezione
collettiva. Non è la stessa cosa, ma nella velocità del ciclo informativo
contemporaneo, la differenza scompare e ciò che viene trasmesso diventa realtà
di riferimento. L’agenda pubblica si ridefinisce attraverso la logica della
scommessa, e chi controlla la liquidità del mercato controlla, indirettamente,
anche la narrazione.
> La realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire
> interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere
> posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri.
Chi sono le persone più a rischio nell’uso in questa tipologia di
gamblification? Non i giocatori patologici classici, che perdono lo stipendio
alle slot e, si spera, sono presi in carico dai servizi per le dipendenze. Il
profilo prevalente è rappresentato da chi è attratto dall’idea di trasformare la
propria presunta capacità di analisi in vantaggio competitivo. In un’epoca in
cui il mercato del lavoro appare sempre più strutturato sulla precarietà, gli
stipendi sono stagnanti e si fa fatica a intravedere le prospettive di medio e
lungo termine, la speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche
arene in cui sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie
capacità, ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. È un’illusione,
come abbiamo visto prima, ma l’azzardo appare così una risposta razionale a un
futuro che non promette quasi nulla. Il problema non è l’irrazionalità di chi
partecipa, ma la razionalità del sistema che li coinvolge. Addiction by design,
per citare nuovamente Dow Schüll.
Il modo in cui trattiamo collettivamente l’incertezza sta cambiando e i
prediction market ne sono la forma più compiuta e più presentabile. La critica
ai mercati predittivi non va centrata solo sull’architettura basata sull’azzardo
che li caratterizza in profondità. Questo è evidente e continuare a negarlo,
come fanno le piattaforme con artifici di creatività retorica, è semplicemente
disonesto. La vera criticità sta nel fatto che progressivamente si propongano
come l’unica forma razionale di fare i conti con ciò che non sappiamo. Il
disegno sembra orientato a diffondere e normalizzare l’idea che qualsiasi evento
del mondo debba essere prima di tutto prezzato, poi scommesso, infine risolto in
un esito binario, per cui si vince o si perde. Il futuro diventa così una
sequenza di contratti aperti, in cui però la trasparenza è solo nominale.
I prediction market portano a compimento la logica già presente nelle loot box,
nei like dei social, nei feed algoritmici, per cui l’unica risposta sensata
all’imprevedibile è puntarci sopra da soli, prima degli altri. In questa
accezione, i prediction market non sono un’anomalia nel panorama del capitalismo
digitale, ne sono il compimento più emblematico, in piena coerenza con quello
che Shoshana Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza, un sistema che
estrae dati dal comportamento umano, li trasforma in previsioni e vende quelle
previsioni come prodotti.
Siamo ormai consapevoli e abituati alla datificazione operata dalle piattaforme
digitali che strutturano ogni nostra esperienza quotidiana, che non ci chiedono
esplicitamente di scommettere, ma ci osservano, profilano e ci rendono
prevedibili. I prediction market portano in superficie questa logica e la
rendono più complessa: tu non sei solo il dato, ma sei anche chi compra il dato.
In apparenza non reagisci passivamente all’algoritmo, ma partecipi attivamente
al mercato. È un’illusione di agency costruita sul medesimo substrato, la
monetizzazione sistematica dell’incertezza che genera la trasformazione di ogni
comportamento, opinione o aspettativa in un segnale con un prezzo. La differenza
tra chi ti profila per venderti pubblicità e chi ti invita a scommettere sul
risultato delle elezioni è più sottile di quanto sembri. In entrambi i casi,
qualcuno guadagna dalla tua relazione con il futuro e ha un grande interesse a
orientare la tua percezione del futuro.
> La speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui
> sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità,
> ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno.
Questa non è più epistemologia, ma diventa una cosmologia. Un modo di stare al
mondo che trasforma l’incertezza da condizione condivisa in materia prima
individuale, da problema collettivo in opportunità personale. L’alternativa non
è sapere di più. È riconoscere e difendere l’idea che l’incertezza si può anche
abitare insieme, costruirla, negoziarla, distribuirne il peso, senza ridurla a
una quota su uno schermo. Ma questa possibilità non ha un ticker, un codice di
borsa a cui agganciare un prezzo in tempo reale. Non genera commissioni. Per
questo è così difficile da vedere.
L'articolo Oracoli a pagamento proviene da Il Tascabile.