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Risalire la piattaforma
I l rider, icona ambivalente del capitalismo contemporaneo, è senza dubbio la figura del lavoro che ha fatto da parafulmine per le riflessioni sullo sfruttamento del lavoro negli ultimi quindici anni. Se nel primo decennio degli anni Duemila il lavoro nei call center era diventato il simbolo della terziarizzazione nei Paesi occidentali, negli anni Dieci i social network sembravano aver incanalato l’apparente sparizione del lavoro dietro la cortina di piattaforme opache che si libravano nell’etere di un Internet ormai completamente opaco rispetto alle filiere produttive che lo reggevano. L’emersione della figura del rider ha mandato in cortocircuito questa opacizzazione, diventando il punto di giuntura tra le forme sommamente astratte in cui si presentavano i settori di punta del capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una materialità del lavoro che nei Paesi europei e nordamericani in particolare sembrava evaporata. Da un lato, l’immaginario della città “smart”: consegne lampo, app che promettono libertà e “lavoretti” flessibili, il mondo della logistica in tempo reale. Dall’altro, i racconti di turni infiniti, incidenti, assenza di tutele, salari al ribasso. In Europa abbiamo imparato a riconoscere questa figura sui viali delle metropoli italiane, nelle campagne tedesche, nei sobborghi francesi; nel dibattito pubblico il rider è spesso diventato la metafora del lavoro precario postfordista, il segno che qualcosa si è rotto nel patto sociale della seconda metà del Novecento. Talmente vivida è la contraddizione che queste narrazioni percorrono i viali anche della potenza cinese (vale la pena segnalare il romanzo di Hu Anyan, Consegno pacchi a Pechino, appena tradotto da Federico Picerni per Laterza). A Sud della piattaforma  di Federico De Stavola (Mimesis 2025, prefazione di Sandro Mezzadra) attraversa questa figura del lavoro contemporaneo con un’ulteriore traiettoria obliqua. Conduce un’immagine sociologica sul campo immergendosi nello spazio socioeconomico dei lavoratori di piattaforma di Città del Messico, e restituisce da sud la cartina di tornasole che si tratti di una storia di per sé, e già a monte, globale. Lo è proprio per la dialettica di cattura su cui si fonda: la concentrazione monopolistica del capitalismo di piattaforma mira, declinandosi contesto per contesto, di territorio in territorio e a condizioni mutevoli, all’assorbimento di quella parte di lavoro informale o che opera nel basso cabotaggio del capitalismo – sul livello della piccola e media impresa – riorganizzandola formalmente e mantenendo i caratteri di “arrangiamento imperfetto” che restano funzionali alla sua riorganizzazione. Videmus nunc per speculum in aenigmate. Vale la pena riepilogare per brevi cenni questa storia nel campo eurostatunitense. Già negli anni Novanta e nel primo decennio degli anni Duemila nascevano le prime piattaforme di ordine online (Just Eat, Grubhub, ecc.), che però si limitano a raccogliere ordini per conto dei ristoranti: le consegne restano in mano ai locali. La svolta arriva dopo il 2007, con smartphone e app: tra 2011 e 2015 compaiono Postmates, DoorDash, Uber Eats, Deliveroo, Glovo, Rappi, che trasformano il delivery in un servizio autonomo, sostenuto da capitale di rischio e basato su lavoro “indipendente” pagato a cottimo. > La figura del rider è diventata il punto di giuntura tra le forme astratte in > cui si presenta il capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una > materialità del lavoro che sembrava evaporata. La crisi del 2008 spinge capitali verso investimenti ad alto rischio e masse di lavoratori verso i “lavoretti” della gig economy. Le piattaforme di delivery diventano il volto visibile di questo processo: ritornano il cottimo e lo scarico del rischio sui lavoratori, ora gestiti via algoritmo. Dal 2016 esplode un ciclo di conflitti: scioperi a Londra contro il passaggio al solo cottimo, poi a Torino contro Foodora, e a seguire collettivi di rider in tutta Europa. I rider si organizzano quasi sempre fuori dalle strutture sindacali tradizionali, usando social e chat, rivendicando prima di tutto il riconoscimento come lavoratori. In Italia, l’esperienza di Riders Union Bologna porta alla Carta dei diritti del lavoro digitale (2018), primo tentativo municipale di fissare tutele minime. Intanto la giurisprudenza si muove: con la sentenza Foodora (Cass. 1663/2020) i rider vengono inquadrati come collaboratori etero-organizzati cui si applicano le tutele del lavoro subordinato, mentre la legge 128/2019 vieta il puro cottimo, impone trasparenza contrattuale e alcune protezioni infortuni, aprendo alla presunzione di subordinazione. In parallelo, si moltiplicano i conflitti e le cause in altri Paesi: paros transnazionali in America Latina, sentenze su Uber nel Regno Unito e in Francia, la Ley rider spagnola che presume dipendenza per i fattorini. L’UE approva nel 2024 una direttiva sul lavoro in piattaforma che introduce presunzione di rapporto di lavoro e primi limiti al management algoritmico, mentre la California alterna la riclassificazione restrittiva di AB5 alla controffensiva di Proposition 22, producendo un quadro instabile in cui la forma-impresa “piattaforma” è ormai pienamente centro della questione sociale. E puntualmente, nel volume di De Stavola, i rider della piattaforma Rappi non compaiono come un’eccezione “esotica” rispetto agli sviluppi che abbiamo appena richiamato del modello eurostatunitense. Figurano invece come uno snodo in cui si intrecciano economie di strada, cottimo, sottosviluppo strutturale e dispositivi digitali di comando. Il libro rivendica fin dall’introduzione un punto di vista dichiaratamente situato: usare la teoria critica latinoamericana – dalla teoria della dipendenza all’eterogeneità storico-strutturale, dal barocco di Echeverría alle economie popolari – per leggere un fenomeno che, di solito, viene concettualizzato con categorie nate nel Nord. La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che altrove. > La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui > il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che > altrove. Nei primi due capitoli, più teorici, De Stavola ricostruisce il lessico con cui leggere il capitalismo di piattaforma in America Latina ricostruendo la tradizione del pensiero critico latinoamericano, da Mariátegui e dai dibattiti su modi di produzione, dipendenza, marginalità, eterogeneità storico-strutturale. A partire da Quijano, formula l’idea che esista un “pensiero metonimico” che prende il lavoro salariato occidentale come parte che rappresenta il tutto, oscurando lavoro domestico, informale, autonomo, agricolo, comunitario. Viene proposta invece una nozione di eterogeneità storico-strutturale: coesistenza di schemi strutturali diversi, temporalità differenti ma simultanee, sussunzioni parziali e combinazioni di modi di produzione. In quest’ottica, il capitalismo latinoamericano è fin dall’inizio un intreccio di forme: enclave industriali, economie di sussistenza, servitù, lavoro salariato e informale. Attraversando poi le teorie della dipendenza (Prebisch, Furtado, Gunder Frank, Wallerstein, Marini), i dualismi sviluppo/sottosviluppo e moderno/arcaico vengono posti a critica e sostituiti dalla polarità centro/periferia e dall’idea di “sviluppo del sottosviluppo”. Il sottosviluppo periferico, in quest’ottica, emerge come prodotto strutturale del capitalismo mondiale, e non come una sua fase preliminare. Le piattaforme sono allora lette come “operazioni del capitale” che innestano algoritmi, investimenti finanziari e infrastrutture logistiche su un tessuto in cui dominano l’arrangiarsi, il cottimo, il multi-impiego. Anche la genealogia del capitalismo di piattaforma viene ricostruita attraverso lo sviluppo della logistica e del toyotismo: dal just-in-time e dal kanban alla piattaforma come infrastruttura digitale che coordina flussi, governa tempi, cattura dati. È in questo quadro che compaiono le definizioni più note, da Srnicek a Mezzadra e Neilson, sulle piattaforme come dispositivi di estrazione di rendite e di dati, come nodi che collegano utenti, imprese, lavoratori. Il terzo e il quarto capitolo sono quelli in cui De Stavola rende conto della profonda, immersiva e meticolosa ricerca etnografica, senza dubbio la parte più interessante del libro. L’autore segue i riders di Rappi nelle strade della capitale messicana, li accompagna nelle basi d’attesa, nelle chat di WhatsApp, nelle soglie dei ristoranti, nei momenti di precarietà estrema. Ricostruisce le loro biografie come “biografie arrangiate”: percorsi fatti di lavori informali, impieghi in nero, vendite ambulanti, call center, taxi pirata, emigrazioni e ritorni. Il lavoro di piattaforma appare come una tappa in questa sequenza, scelta spesso per disperazione più che per convinzione, abbandonata e ripresa in base alle congiunture familiari e agli shock economici. Il cuore empirico del libro sta nella descrizione del processo lavorativo: le app come strumenti di lavoro, il tempo di connessione che si allunga ben oltre la giornata legale, le tariffe per consegna, i bonus e i meccanismi di gamification, i rischi a carico dei lavoratori (mezzi, manutenzione, benzina, sicurezza sul percorso). Il concetto che De Stavola usa per sintetizzare questa esperienza è quello di “lavoro di sincronizzazione”: il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema. Molto efficace, ad esempio, è la descrizione di come gli imprevisti (pioggia, incidenti, clienti che non rispondono, locali saturi) si trasformino in lavoro non pagato, in frustrazione, in autosfruttamento. > Il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene > insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della > città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema. Nel quinto e ultimo capitolo, De Stavola legge lo smartphone e le app come una sorta di panopticon portatile: un dispositivo che non solo traccia e registra, ma organizza la condotta, struttura l’orizzonte di possibilità, distribuisce ricompense e punizioni. Lungi dall’essere semplici interfacce neutrali, le app diventano architetture di governo: definiscono metriche, soglie di prestazione, punteggi, livelli, missioni. L’idea del “siamo il capo di noi stessi” viene messa costantemente in tensione con la realtà di un controllo strettamente algoritmico, che decide chi lavora, quanto lavora, con quali tempi e quali margini. In un panorama in cui l’uso di Foucault rischia troppo spesso di ridursi a omaggio obbligato, a metafora svuotata, a riferimento teorico astratto, qui l’applicazione è invece meticolosa e utile alla lettura della “disciplina di fabbrica” applicata allo spazio espanso della piattaforma: lo smartphone come dispositivo disciplinare spiega effettivamente più di qualcosa del rapporto tra autonomia apparente e subordinazione materiale, senza cancellare il ruolo di salario, tempo di lavoro, estrazione di plusvalore. Non viene del tutto evitato, credo, il limite di buona parte degli utilizzi di Foucault: la tentazione del passare dall’uso della raffinata lente dell’analitica del potere alla distillazione di un nuovo paradigma organizzativo del capitale (storicamente successivo o spazialmente ridislocato). Ed è questo in effetti il punto verso cui il libro ambisce a spostare l’asse teorico. Muovendosi sul terreno teorico consolidato dell’operaismo e del postmarxismo, De Stavola non si limita a mostrare che il capitalismo delle piattaforme incorpora e riorganizza il lavoro informale; suggerisce che questa eterogeneità e questa cattura dell’informalità mettono in crisi un certo modo di pensare il capitalismo a partire dal lavoro salariato “standard”, e per implicazione la stessa legge del valore. Attraverso Ruy Mauro Marini introduce per esempio la nozione di supersfruttamento del lavoro, caratterizzato da estensione e intensificazione della giornata. Con uno scambio ineguale che avvantaggia costantemente il centro, il supersfruttamento metterebbe in campo una violazione sistematica della legge del valore. Che è però un aspetto strutturale proprio dell’estorsione di plusvalore già nella definizione marxiana: non si dà plusvalore se non, precisamente, tramite quello che Marini chiama supersfruttamento. La “truffa” del capitale è precisamente il gioco delle tre carte salario, prezzo, profitto: il capitale non garantisce la riproduzione di sussistenza di forza-lavoro; piuttosto la approssima puntando sulla capacità adattativa del proletariato. Si intravede l’idea che il paradigma fordista – operaio massa, fabbrica, contratto collettivo, giornata di otto ore – sia stato preso non solo dalla tradizione marxista, ma da Marx stesso, se non addirittura come rappresentazione integrale del sistema capitalistico nella sua totalità. Naturalmente, è vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, autonomo dipendente, agricolo, migrante. Ed è vero che questo è stato spesso trascurato da una certa sociologia del lavoro. E senza dubbio è un ottimo antidoto l’uso del postmarxismo latinoamericano (Quijano, Oliveira, Gago) per mostrare come la marginalità sia interna al capitalismo, e non “fuori”. > È vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche > – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, > autonomo dipendente, agricolo, migrante. Ma non si può imputare a Marx questa operazione metonimica. C’è un brano del capitolo terzo dell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica del 1857, in cui Marx chiarisce perché ritiene che le categorie dell’economia politica vadano costruite prendendo come riferimento la società borghese “più sviluppata”, dove il rapporto di capitale si presenta nella sua forma più pura. Il lavoro salariato è centrale non perché Marx scambi il salario per “il lavoro in generale”, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti in quanto modo di produzione dominante. Si fa, insomma, centro di un’articolazione sociale complessiva (che aspira a essere globale) che rende periferica. E se Marx parla di sopravvivenze, ne parla in termini di coesistenza di rapporti di produzione che pure erano presenti nelle epoche precedenti. Scrive nell’Introduzione del 1857: > Il lavoro si presenta come una categoria del tutto semplice. Anche la > rappresentazione di esso in questa universalità ‒ come lavoro in generale ‒ è > assai antica. Tuttavia, concepito dal punto di vista economico in questa > semplicità, “lavoro” è, appunto, una categoria moderna, così come lo sono i > rapporti, che generano questa semplice astrazione. Il sistema monetario, ad > es., pone la ricchezza ancora del tutto obiettivamente, come cosa (Sache) al > di fuori di sé, nel denaro. […] L’indifferenza verso il lavoro determinato > corrisponde ad una forma sociale, in cui gli individui facilmente passano da > un lavoro ad un altro e per i quali il tipo determinato di lavoro è qualcosa > di casuale, di indifferente. Qui, il lavoro non è divenuto solo come categoria > della mente, ma proprio nella realtà il medio per la creazione della ricchezza > in generale […]. La più semplice astrazione, dunque, che l’economia moderna > porta all’apice – ma che, contemporaneamente, esprime un rapporto assai antico > e valido per tutte le forme sociali – si presenta, solo in questa astrazione, > come praticamente vero in quanto categoria della più moderna società. Nel Capitolo sesto inedito Marx usa la coppia sussunzione formale/reale esattamente per pensare come e quanto lavoro artigiano, contadino, domestico venga inglobato dal capitale: non tanto e non solo due “epoche storiche” astratte che si susseguono, ma delle fasi reali che in tempi diversi della storia sono attraversate diversamente da punti differenti del capitalismo come sistema-mondo. E anche in rapporto alla questione del lavoro riproduttivo, la posizione di Marx ed Engels è chiara nel Capitolo secondo di L’ideologia tedesca e in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Le critiche femministe, in particolare i lavori di Silvia Federici e Maria Rosa Dalla Costa, hanno mostrato quanto poco la tradizione marxista abbia fatto, storicamente, di questi spunti. Ma come si vede anche nell’Introduzione del 1857, per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti: > In tutte le forme di società vi è una determinata produzione ed i suoi > rapporti, che assegnano rango ed influenza a tutte le altre [produzioni] ed a > tutti gli altri rapporti. Si tratta di una generale lucentezza, che investe > tutti gli altri colori e da cui essi vengono modificati nella loro > particolarità. Si tratta di un etere particolare, che determina il peso > specifico di ogni esistenza, che in esso assume rilievo. Nell’apparente lacunosità dei testi marxiani ed engelsiani non si tratta di svalutare moralmente o eticamente delle forme lavorative non salariali o i soggetti a cui storicamente vengono assegnate, e vale lo stesso per la categoria spesso strumentalizzata (specialmente da quei soggetti politici che propongono improbabili ponti tra marxismo e nazionalismo) di “esercito industriale di riserva”. Si tratta di collocarli in un sistema nel quale i rapporti sociali si rarefanno man mano che ci si allontana dal centro, e in cui la periferia restituisce al centro la cruda realtà della sua ineguaglianza strutturale: non etica, ma economica e materiale. Più proficuo, da questo punto di vista, è confrontarsi invece con i teorici che De Stavola prende a riferimento “da sud” e in particolare proprio sul ruolo assunto dal cosiddetto esercito industriale di riserva. > Aníbal Quijano e José Nun sono i principali teorici di questa corrente della > marginalità. Mentre per Nun, nelle economie dipendenti dell’America Latina la > problematica era rappresentata dall’assorbimento inefficiente della forza > lavoro, che risultava in una massa marginale di popolazione, anziché > nell’esercito industriale di riserva presente nelle economie centrali, per > Quijano lo schema centro-periferia si applica anche internamente: il “polo > marginale” e il “nucleo centrale” sono due sistemi interdipendenti. In altre > parole, egli afferma che “il sistema nel suo complesso non può essere definito > solo da uno di essi, ma come una relazione di dominio tra due livelli di > attività e relazioni economiche”. Quijano riconduce i meccanismi di > marginalizzazione a due condizioni sistemiche di sviluppo periferico: > l’industrializzazione dipendente, che riduce la quantità di manodopera > necessaria e marginalizza i settori economici preesistenti che non hanno le > risorse per accedere alla competizione tecnologica; l’impossibilità per > alcuni/e lavoratori e lavoratrici di trovare impiego nelle relazioni > egemoniche a causa della crescita demografica. C’è l’occasione, su passi come questo, di rileggere le categorie marxiane nella loro complessità originaria, e sul piano della materialità storica, e non attraverso le formule astratte che sono state tramandate da letture di partito (o di Stato) distorte. È in gioco qui l’immagine monolitica del capitalismo tramandata dal boom economico e dalla guerra fredda, e dai teorici che hanno provato a leggere il capitalismo come totalità e come univocità (fra le altre cose usando diadi come “sussunzione formale/reale” in quanto semplici fasi storiche distinte e non come articolazioni di un processo che si dà per temporalità multiple), e che non appartiene a Marx. > Per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma > perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, che riorganizza > intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti. È proprio l’eccedenza di forza-lavoro a generare un “esercito industriale di riserva”, o una “massa marginale”, che viene certamente riassorbita in modo più efficiente dal centro del sistema e meno dalla sua periferia, proprio per la coesistenza di gradi differenti di sviluppo, e che peraltro è alla base della maggior parte dei fenomeni migratori. Ma quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la cristallina operatività rettilinea del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo scacco e il suo fallimento strutturale – a nord come a sud – e l’inefficienza necessaria alla sua base che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica. I Quaderni antropologici di Marx, certamente noti ad alcuni degli autori presi a riferimento da De Stavola (Echeverría, Garcia Linera, Dussel), a partire dalla loro pubblicazione molto tarda (e ostracizzata dallo stalinismo) restituivano a Marx una pluridimensionalità della storia globale, riconfigurando completamente il dibattito rispetto a un’idea di Marx coloniale ed eurocentrica. Ma anche senza affidarsi a testi marxiani meno noti, da più di un secolo ormai è pacifico per qualunque frangia delle riflessioni teoriche che si sono sviluppate dentro, a fianco o tra il marxismo e l’anarchismo, che la stessa Rivoluzione d’Ottobre avviene nel contesto di un capitalismo periferico, senza dubbio con capitali, mezzi, proporzioni minori e con una struttura evidentemente diversa rispetto alle punte più avanzate del capitalismo dell’Occidente europeo. Più tardi, Trockij metterà a punto il concetto di “sviluppo combinato e diseguale” per descrivere la compresenza, nello stesso spazio sociale, di elementi “arretrati” e “avanzati”: fabbriche moderne accanto a villaggi semifeudali, telefoni e treni insieme a rapporti di lavoro precapitalistici. È la categoria che Trockij usa proprio per descrivere le temporalità multiple che abitano lo spazio globale del capitalismo e la necessità strutturale di questi differenziali. È una categoria intrinsecamente politica: indica il modo in cui capitale e Stati organizzano intenzionalmente la coesistenza di livelli diversi di sviluppo per alimentare la propria accumulazione. Il capitalismo di piattaforma che si appoggia sull’eterogeneità storico-strutturale descritta da De Stavola – Rappi che usa l’“habitus dell’arrangiarsi”, il polo marginale come serbatoio just-in-time – è un esempio quasi scolastico di questa gestione politicamente comandata della diseguaglianza. La dialettica, insomma, che anima il centro e la periferia, e anche il ventaglio di possibilità politica che si apre in territori a differenti condizioni di sviluppo capitalistico. E d’altronde, se di congiunture rivoluzionarie se ne presentano più spesso, e sempre più frequentemente, più ancora nel sud globale che nel nord, è forse proprio perché ciò che si presenta in purezza al centro, si presenta in durezza in periferia. > Quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la > cristallina operatività del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo > fallimento strutturale, che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica. È il punto su cui teorie della dipendenza, teorie del sistema-mondo e marxismo classico convergono, e sul quale mi pare interessante collocarsi. La periferia, in questa lettura anche dei testi più classici, non è una fase da superare ma un luogo in cui il capitalismo mondiale combina tempi e condizioni diverse; un ritardo se considerato nei termini delle condizioni di sviluppo capitalistico – necessarie dal punto di vista storico solo nella misura della logica di causa ed effetto, e non in rapporto alla necessità di manifestarsi a un certo punto della storia – ma nei fatti un laboratorio in cui la norma è proprio la coesistenza di un “centro del sistema” (il rapporto salariale) con elementi che vengono riorganizzati intorno a esso e che sono fondanti per la sua stessa esistenza. A questo tentativo di decentramento del lavoro salariato si lega un altro tema classico del dibattito postmarxista, ovvero la messa in discussione della legge marxiana del valore in base al quadro che emerge dall’osservazione sociologica. Nel solco di una letteratura teorica consolidata, De Stavola insiste non solo sul fatto che forme come il cottimo, il lavoro informale, le economie popolari sfuggirebbero al modello centrato sul salario, ma che la loro crescente centralità metterebbe in discussione l’idea stessa che il tempo di lavoro socialmente necessario misuri il valore. È il tema, ormai storico, della “crisi della legge del valore” di fronte all’emersione della dimensione del general intellect e della cooperazione sociale diffusa, delle forme contemporanee del lavoro cognitivo, del lavoro domestico e di cura, nelle loro varianti retribuite e non, salariali e a cottimo. Già nel Capitale, il cottimo – se appare in una certa misura come un residuo precapitalistico – non appare di sicuro come un’anomalia, ma come una forma del salario a tempo, particolarmente adatta a intensificare il lavoro e ad allungare la giornata lavorativa. La figura dell’operaio pagato “a pezzo”, o “a corsa”, è esattamente quella in cui il capitale ha il massimo interesse a presentare come libera impresa individuale un rapporto di subordinazione stretto. Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene pagato a consegna. E abbiamo già visto come nell’Introduzione del 1857 Marx argomenti la centralità del lavoro salariato nella mescolanza di forme diverse di rapporti di produzione. E quando affronta la questione del salario, sarà chiarissimo nel dire che ciò che viene comprato non è “il lavoro” ma la forza-lavoro, e che il modo di pagarlo (tempo, pezzo, provvigione) non cambia la natura del rapporto sociale, e quale sia la forma del rapporto sociale che permette effettivamente accumulazione di capitale “ordinando” le altre. Non si tratta di sostenere che Marx abbia già detto tutto del capitalismo delle piattaforme, bensì quale posizione la categoria di “lavoro” inteso come lavoro salariato occupa nel processo complessivo di valorizzazione. Sarebbe piuttosto da sottolineare un aspetto che è parzialmente presente sia nella letteratura postoperaista, sia in quella riguardante il capitalismo di piattaforma, sia nella letteratura latinoamericana sui conflitti sociali e sindacali, e che nel volume di De Stavola assume un solido rilievo: il carattere di tendenza alla concentrazione monopolistica che è strutturale e fondante del capitalismo di piattaforma. > Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene > pagato a consegna. La svolta neoliberista si può leggere come una > “riottocentizzazione” dei rapporti di classe. In dialettica con il volume di De Stavola e con il dibattito attuale, sarebbe utile inoltre leggere la svolta neoliberista, con David Harvey e molta storiografia critica, come una “riottocentizzazione” dei rapporti di classe: smantellamento di welfare e tutele contrattuali, ritorno del cottimo, esternalizzazione dei rischi, precarietà strutturale, ora gestiti con tecnologie contemporanee, e che fatta eccezione per la parentesi del “boom economico” (per dirla con Giovanni Arrighi, il momento di passaggio all’egemonia statunitense) hanno costituito la normalità dei rapporti di lavoro sotto il capitalismo. Il lavoro di piattaforma, come mostra De Stavola, è una delle forme più chiare di questo ritorno. La crisi del 2008, la pandemia e la nuova fase di conflitti interimperialistici (Ucraina, Medio Oriente, operazioni aggressive in America Latina e altrove) segnalano una crisi di egemonia del neoliberismo: molte sue politiche restano, ma si combinano sempre più con strumenti apertamente statali e logiche “classiche” di dominio imperialista. Una fase di transizione in cui la gestione capitalistica torna senza veli ai suoi meccanismi storici di base: sovrasfruttamento. Contestare certi presupposti dell’approccio operaista postmarxista che sottostà al lavoro di De Stavola non è esercizio puramente filologico. Le conseguenze sono sul terreno dell’organizzazione di classe. De Stavola registra l’emergere di nuove forme di conflitto: collettivi informali, reti di rider, gruppi WhatsApp, sindacati di settore come l’Unión nacional de trabajadores por aplicación (UNTA) in Messico. Cita la letteratura sui paros internazionali dei rider, le reti transnazionali che hanno coordinato scioperi in vari Paesi dell’America Latina, i report che mostrano come la conflittualità nelle piattaforme di delivery sia alta nonostante le condizioni sfavorevoli. Il quadro che ne esce, soprattutto se si incrocia con i lavori di Joel Ortega Erreguerena e di Vera Trappmann (et al.), è la conferma della crisi del sindacalismo di massa del secondo Novecento, nel cui spazio si sviluppa una costellazione ibrida di attori. Ci sono collettivi radicali che agiscono nelle piazze e sui social, sindacati nuovi che sperimentano forme di democrazia interna, vecchie confederazioni che in alcuni casi provano a rappresentare il settore, reti transnazionali che usano Telegram e Twitter per coordinare scioperi globali. De Stavola descrive bene questa barocca pluralità, e non indulge nel culto romantico della “rete informale” come forma superiore di organizzazione. Va fino in fondo nel leggere l’ambivalenza di queste forme, tra lo sviluppo di forme di solidarietà e politicizzazione di massa che talvolta possono anche rimanere a livello di mutuo aiuto e rassegnazione, senza risparmiare di far emergere le voci che nominano esplicitamente la corruzione delle dirigenze sindacali. La crisi del sindacato di massa viene però assunta, come spesso accade, non solo come dato di fatto e punto di partenza, ma come irreversibile. Da questa posizione viene indicata la necessità di “nuove forme di organizzazione politica”, di rappresentanza che sappia parlare a un proletariato frammentato, di istituzioni che vadano oltre il sindacato fordista – pur non opponendosi all’intervento e all’azione rappresentativa dei sindacati di massa (anzi: diagnosticando favorevolmente la loro presenza in queste “reti”). È un tema, anche questo, evidentemente ricorrente nel dibattito politico internazionale degli ultimi anni, e di fatto una diagnostica simile emerge in Né orizzontale né verticale (2025), nel quale l’autore, Rodrigo Nunes, si colloca cautelativamente più nel campo di un’analitica generale delle forme di organizzazione politica, che non nell’ambito di una proposta strutturata e operativa del loro sviluppo effettivo. > Non si può che cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte > transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra > sindacati di massa e soluzioni organizzative informali esiste nel concreto. Il punto non è rimpiangere un passato che non torna, ma registrare un’asimmetria. L’analisi è molto fine nel mappare le forme di conflitto che effettivamente esistono. Resta sul piatto una questione che in Nunes, per esempio, è nominata esplicitamente anche se non risolta, ovvero la scalabilità quantitativa delle forme organizzative e dei risultati che conseguono, cioè il livello di generalità delle forme di organizzazione politica di cui la classe ha ancora bisogno: organizzazione di massa, unità transnazionale, capacità di negoziare e imporre norme, rapporto con lo Stato. Naturalmente, A Sud della piattaforma è un testo di sociologia militante e non una proposta organizzativa. E da questo punto di vista la risposta può essere soltanto cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra sindacati di massa e soluzioni organizzative informali o di base esiste nel concreto. E in questo senso è estremamente istruttivo leggere o ascoltare direttamente le dichiarazioni del segretario generale di UNTA, Sergio Guerrero che rivendicano apertamente la via sindacale, legale e conflittuale per imporre il riconoscimento pieno dei diritti dei rider. E che implicitamente rimettono in campo – sollevando la questione di chi paga chi, quanto e per quante ore e in che modo – precisamente la nozione che proprio la legge d’acciaio del valore-lavoro è ancora in piedi. E tutto sommato, il punto di caduta delle lotte messicane – la riforma del 2024 della Ley federal del trabajo (LFT) – non è troppo diverso dagli esiti delle lotte in Italia o in Spagna. Tunc autem, facie ad faciem. Non è poco, direttamente o indirettamente, rimettere sul tavolo questi nodi teorici e pratici. Tra i vari, che cosa è stato distorto del marxismo in letture congiunturali o in mala fede avvenute sul suolo europeo o statunitense, e che cosa rischia di essere buttato via per questo motivo. A Sud della piattaforma è uno strumento prezioso per capire come il capitale opera oggi sulle periferie urbane del sud globale, specialmente quando resta vicino al terreno – le biografie dei rider, la materialità del lavoro, le forme di controllo tramite app, l’intreccio delle economie popolari con la logistica globale. Con uno sguardo obliquo e decentrato dal centro del sistema e dal nord del mondo, ci restituisce da sud – come in uno specchio – la stessa matrice della condizione dei lavoratori del settore. De te fabula narratur. E proprio in questo senso mostra che il capitalismo di piattaforma non è un nuovo orizzonte del capitalismo, ma un modo sofisticato di continuare a compiere le proprie operazioni: catturare lavoro vivo, formalizzare informalità, trasformare l’arrangiarsi in ingranaggio della valorizzazione. L'articolo Risalire la piattaforma proviene da Il Tascabile.
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Il riarmo delle coscienze
I l 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse, una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the navy”. La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende denunciare. Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995. Poi ci sono i pomodori alla nicotina, i bibliotecari robot, i brogli attraverso il voto elettronico: sarebbe troppo lungo continuare l’elenco, e troppo divertente visto invece il tema di questo articolo. Il riferimento all’episodio serve a introdurre un argomento decisamente più serio: la presenza crescente delle forze armate all’interno delle nostre scuole e dei luoghi del sapere, ma anche in gran parte della vita civile del nostro Paese. Il fenomeno è abbastanza dilagante per chi lo osserva. Ormai è impossibile recarsi in una grande stazione senza incrociare giovani in mimetica. Così per strada nelle città, a margine di qualunque evento pubblico che sia culturale, sportivo o ricreativo. Nel 2023 Michela Murgia, in un post su Instagram, criticò la modalità con cui viene celebrata la nostra Repubblica. Il riferimento era alla tradizionale parata del 2 giugno che ogni anno vede sfilare le forze militari per le strade di Roma. Si tratta di una cerimonia alla quale ormai siamo assuefatti ma che, a ben guardare, offre uno specchio della direzione che sta prendendo la nostra società. “Trovo privo di logica – spiega Murgia rispondendo alle polemiche – celebrare la nascita di una democrazia facendo mostra dell’apparato bellico perché è la stessa cosa che fanno le dittature”. Spiegando la sua perplessità sull’attuale impostazione delle celebrazioni del 2 giugno, Michela Murgia proponeva invece una modalità alternativa, in cui ad aprire la parata potessero essere artiste e artisti, che portassero il messaggio che la ricerca della bellezza ci salva dagli orrori; i medici e le mediche, che tanto hanno fatto per salvarci dalla pandemia; il corpo docente che ogni giorno, in condizioni spesso avverse, lavora alla costruzione delle cittadine e dei cittadini di domani. Quelle parole suscitarono dibattito e polemiche e lo farebbero ancora oggi, se qualcuno le pronunciasse. La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: l’abitudine. Stupisce sempre di meno vedere armi nelle scuole, nelle strade, nelle stazioni. Fa sempre meno strano il fatto che alle forze armate sia delegata larga parte dell’educazione civica impartita a studentesse e studenti. O che le Università collaborino con eserciti e apparati militari e che molti progetti di ricerca siano inseriti in queste collaborazioni. > La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese > continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: > l’abitudine. C’è chi analizza il fenomeno. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è un comitato di scopo nato per monitorare e denunciare la crescente ingerenza dei corpi militari e dell’industria bellica all’interno del sistema formativo pubblico. Alla fine del suo primo anno di attività ha pubblicato un dossier in cui mostra come la diffusione dei valori militaristi sia diventata così pervasiva da soppiantare il valore civile della pace sancito dalla Costituzione. Prima dei dati e dei numeri, però, nel dossier c’è una citazione: viene direttamente dal documento “NATO’s Sixth Domain of Operations” del NATO Innovation Hub e recita: “Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia”. Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura da conquistare. Il mitra in cattedra Marines e civili di Sigonella animano il progetto Let’s Talk with Us, che coinvolge studentesse e studenti dell’ITIS Galileo Ferraris di San Giovanni La Punta, vicino Catania, in sessioni linguistiche di chiacchierate in lingua inglese. Il corpo militare è molto attivo nei luoghi del sapere del territorio che ospita la base, in un’ottica di Community Relations, buon vicinato. Così, entra all’interno delle scuole primarie o secondarie di primo grado attraverso attività di giardinaggio, tinteggiatura e pulitura dei locali, come accaduto nell’Istituto Comprensivo Padre Santo Di Guardo – Salvatore Quasimodo di Catania o nella scuola media di San Giovanni Galermo. Lo fa accolto di buon grado dai dirigenti scolastici che, spesso, coinvolgono in questi percorsi le stesse famiglie. Rapporti di buon vicinato sono probabilmente anche quelli coltivati attraverso il protocollo, stipulato dieci anni fa, tra militari statunitensi e Istituto professionale di Stato per i Servizi di Enogastronomia e Ospitalità alberghiera Giovanni Falcone di Giarre (Catania). Accordo in virtù del quale i locali della palestra, in orario scolastico, ospitano la gara di tiro al bersaglio rotante con raggi laser o dimostrazioni di softair. Ma a entrare nelle nostre scuole non sono solo militari americani. A Trivento, in Molise, durante una visita alla caserma dei Carabinieri, agli studenti e alle studentesse sono stati messi a disposizione scudi, giubbotti antiproiettile e manganelli. A Palermo, durante un modulo di educazione stradale, i vigili urbani hanno simulato un arresto con l’uso di un cane e l’esplosione di colpi a salve. L’episodio ha terrorizzato i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia. > Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va > conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di > costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura > da conquistare. Queste attività spesso sono inserite in protocolli d’intesa, come quello siglato tra l’Arma e il MOIGE (MOvimento Italiano GEnitori), per portare la “cultura della legalità” nelle scuole di ogni ordine e grado. La scala del fenomeno è imponente: nel solo anno scolastico 2023/2024, i Carabinieri hanno incontrato oltre 650.000 studentesse e studenti. La militarizzazione si sta normalizzando con la delega alle divise di moduli di educazione civica, lezioni su cyberbullismo, legalità, convegni contro la violenza di genere o l’utilizzo di sostanze stupefacenti. Tutti i temi civili che potrebbero essere approfonditi attraverso figure professionali disparate, passano per bocca di militari: persino l’ambiente. I rilievi fatti dall’Osservatorio sono moltissimi e la conclusione a cui giunge è che questa progressiva esternalizzazione della didattica non è un fenomeno sporadico. È quello che Michele Lucivero, insegnante di storia e filosofia in provincia di Bari e tra i fondatori dell’Osservatorio, definisce “riarmo cognitivo”: la declinazione pedagogica della “guerra cognitiva” volta alla conquista delle nuove generazioni. Secondo Lucivero, “esiste un meccanismo, un programma ben dettagliato che punta alla costruzione della guerra” poiché, avverte il docente, “le guerre si costruiscono nell’immaginario collettivo prima di farle”. In questa prospettiva, l’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” a un “valore” indiscusso. La presenza militare nelle aule poggia su una solida architettura giuridica: i Protocolli d’intesa tra il ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e i vertici della Difesa e dell’Interno. Il processo ha un lungo corso e la sua natura è assolutamente bipartisan. Un punto di svolta c’è stato nel 2014, con l’accordo siglato dalle ministre Pinotti e Giannini (PD) per diffondere la “cultura della difesa” tra i banchi. Strategia proseguita nel 2019 (Governo PD-M5S) e poi fortemente accelerata dal ministero Valditara, con nuove intese siglate con Marina, Carabinieri e l’Associazione nazionale Bersaglieri. Le intese nazionali hanno generato una gemmazione di accordi a cascata: dai protocolli regionali tra Uffici scolastici (USR) e articolazioni delle forze armate, come accaduto in Sicilia, Toscana e Marche, agli accordi locali tra istituti e caserme o industrie belliche. Il tutto, denuncia Lucivero, imposto dal ministero dell’Istruzione e del Merito attraverso circolari, “bypassando tutti gli organi democratici, cioè il collegio dei docenti, il dipartimento e il consiglio di classe”. Il ministero della Difesa coordina tali attività attraverso il proprio Programma di comunicazione. I documenti consuntivi rivelano spese ingenti per finanziare la presenza costante dei militari in eventi pubblici e aule. Tassello centrale in questa strategia è la Fondazione per la scuola italiana, ente non profit nato nel giugno 2024 con la partecipazione di colossi della difesa come Leonardo S.p.a, che punta a raccogliere e investire 50 milioni di euro entro il 2029. > L’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo > verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” > a un “valore” indiscusso. Il processo di militarizzazione delle scuole italiane trova il suo braccio operativo nella Formazione scuola-lavoro, ex Percorsi per le competenze trasversali e l’Orientamento (PCTO), l’ex Alternanza scuola-lavoro. Quello che viene presentato come un ponte verso il mondo del lavoro si è trasformato in un canale privilegiato per l’ingresso delle Forze Armate e delle industrie belliche nei percorsi formativi. Emblema di questo processo è il “Liceo digitale”, il cui prototipo è stato lanciato all’ITC Matteucci di Roma. Finanziato direttamente da Leonardo S.p.a., il progetto è presentato come l’avanguardia della modernità. Qui gli esperti di Leonardo entrano in aula per insegnare l’intelligenza artificiale e gli studenti svolgono i percorsi di PCTO direttamente presso le sedi del gruppo. Lucivero denuncia come il fascino della tecnologia serva a catturare le menti dei giovani, orientando competenze e ricerca verso lo sviluppo bellico. L’alternanza scuola-caserma porta studentesse e studenti fino all’interno di basi operative coinvolte in conflitti globali. Come accaduto alla classe 4B dell’indirizzo aeronautico dell’Istituto Archimede di Rosolini, inviata in visita didattica presso la base NATO di Sigonella, hub strategico per il Mediterraneo in cui si coordinano le operazioni di intelligence dei droni Global Hawk, utilizzati per il supporto bellico in teatri come l’Ucraina, Gaza e la Siria. O alle studentesse e agli studenti dell’Istituto alberghiero di Arbus, impiegati in attività di PCTO al poligono militare di Capo Frasca come camerieri ai buffet durante delle cerimonie ufficiali di cambio comando. La militarizzazione si insinua nella quotidianità delle nostre scuole. Come riportato dall’Osservatorio, il 4 ottobre 2023, nella palestra dell’Istituto comprensivo Galileo Galilei di Acireale, è stato presentato il Corso della ginnastica dinamico militare italiana (GDMI), che prevede sessioni a piedi nudi e maglia mimetica, meglio se in 50 o 100 studenti per volta, e l’attività fisica si trasforma in addestramento basato su comandi urlati e una disciplina ferrea. Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato. > Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli > zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da > slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto > Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato. La presidente dell’Osservatorio, Roberta Leoni, sottolinea come questo fenomeno non sia più limitato all’orientamento professionale, ma punti a una vera e propria normalizzazione della cultura della guerra fin dall’infanzia. Leoni evidenzia anzi una preoccupante “trasparenza lessicale” nelle circolari scolastiche: in molti casi i presidi hanno rinunciato al termine “orientamento” per parlare apertamente di “reclutamento”, comunicando alle classi terminali la presenza di militari in aula proprio a questo scopo. L’accademia e la difesa: la ricerca al servizio del “dual-use” Le università non sono esenti da questo processo. Il confine tra sapere civile e apparato bellico si sta dissolvendo nel concetto di ricerca “dual-use”. In un contesto di cronica carenza di finanziamenti ordinari per l’università pubblica, sempre più rettori stipulano accordi con le Forze armate o aziende belliche, lasciando spazi sempre maggiori alle aziende militari dentro le facoltà. La ricerca in settori come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e la robotica è così orientata verso finalità di difesa e sicurezza. Ne sono esempio l’accordo tra il Politecnico di Torino e Frontex per la fornitura di cartografia utilizzata nei respingimenti dei migranti, o la collaborazione tra la Scuola Sant’Anna di Pisa e la Marina Militare su sensori e tecnologie wireless. Ed è sempre più difficile esimersi: la stessa continuità dei ricercatori precari è spesso subordinata alla partecipazione a questi progetti. La resistenza interna contro questa deriva è esplosa nel 2024 con la mobilitazione contro il bando MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) per la cooperazione scientifica tra Italia e Israele. Migliaia di accademici e studenti hanno denunciato il rischio che i progetti di ricerca venissero impiegati nell’azione bellica a Gaza, portando a occupazioni dei rettorati all’Università La Sapienza di Roma e alla Federico II di Napoli. La pressione ha spinto i Senati accademici dell’Università di Torino e della Scuola Normale di Pisa a votare mozioni ufficiali per non partecipare al bando. Questa mobilitazione ha prodotto un clamoroso flop dell’iniziativa: le domande di partecipazione degli atenei sono crollate del 70%, passando da 65 a 18. La guerra nelle strade Quello che accade nelle scuole e nelle università impressiona perché riguarda i più giovani e il modello di società che viene loro trasmesso. Quella società, però, esiste ogni giorno già da tempo. La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe. Le armi, ormai, vivono tra di noi. Il simbolo più calzante della militarizzazione dello spazio pubblico è forse l’operazione Strade sicure. Nata nel 2008 come misura temporanea ed emergenziale, in questi diciotto anni è diventata una costante del paesaggio urbano. Nel biennio 2024-2025 il contingente è stato ulteriormente potenziato: oggi impiega circa 7.000 militari distribuiti in 19 regioni e 58 province, con uno stanziamento che supera i 210 milioni di euro. A gennaio 2023 è arrivata anche Stazioni sicure, che distribuisce circa 800 unità dedicate al presidio dei principali snodi ferroviari. L’operazione è arrivata anche alle porte di scuola, al polo scolastico di via IV Novembre a Piacenza, dove le pattuglie militari presidiano le aree frequentate ogni giorno da migliaia di giovani per prevenire episodi di risse e spaccio. Per sostenere questo imponente apparato di sorveglianza, lo Stato ha stanziato risorse che, per il solo 2024, hanno superato i 219 milioni di euro. > La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma > quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, analizza questa deriva come parte integrante di un’“industria rapace” che punta a stanziamenti miliardari record. Sulla permanenza dell’operazione Strade sicure, Vignarca è netto: “Se per dodici anni una risposta di emergenza resta in pista, allora non lo è più: è un fenomeno strutturale”. L’attivista sottolinea quella che a suo dire è l’inutilità pratica di questo schieramento, definendolo “solo una deterrenza simbolica”. “I soldati – spiega ‒ non hanno i poteri legali di intervenire, non possono fare niente”. L’opposizione all’operazione Strade sicure, aggiunge, attraversa in modo significativo anche le Forze armate. Ampi settori del mondo militare ‒ riporta ‒ criticano l’iniziativa poiché la considerano un improprio “spostamento di risorse”. Questa occupazione visiva serve, secondo Vignarca, a “costruire una percezione di insicurezza” funzionale a giustificare socialmente le spese belliche. “Vedere i militari per le strade è roba da dittatura sudamericana, non da Stato di diritto”, incalza il coordinatore, “è marketing della forza”. L’obiettivo, spiega, è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta. Lungi dall’essere un fenomeno solo italiano, questa logica trova la sua massima espressione sistemica nel piano ReArm Europe e nella strategia Readiness 2030. L’Unione Europea punta a mobilitare 800 miliardi di euro entro il 2030 per la difesa, ponendo la “mobilità militare” come pilastro centrale dell’integrazione logistica continentale. L’obiettivo è istituire entro il 2027 un cosiddetto Schengen militare, volto ad abbattere le barriere burocratiche e ridurre i tempi di autorizzazione al transito dei convogli bellici dai vecchi 45 giorni a soli 3 giorni (e appena 6 ore in caso di emergenza). Un processo che impone standard tecnici ferrei alle infrastrutture civili: ponti, viadotti e ferrovie vanno riprogettati per sostenere carichi fino a 130 tonnellate, peso necessario per il transito dei carri armati più pesanti. Questa riconversione logistica trasforma fisicamente il territorio nazionale in un assetto bellico permanente, vincolando lo sviluppo civile alle necessità strategiche di NATO e Unione Europea. Concretamente, in Italia, sta già accadendo. Nel settore delle ferrovie, le tratte Firenze-Pisa (Corridoio Scandinavo-Mediterraneo) e Udine-Cervignano (Corridoio Baltico-Adriatico) hanno visto l’adeguamento delle stazioni di Palmanova e Pontedera per consentire la circolazione di treni militari lunghi 740 metri. Parallelamente, la Galleria Orbassano-Avigliana, fondamentale per l’accesso al tunnel Torino-Lione, è stata riprogettata con un investimento di 19,7 milioni di euro per essere ottimizzata al trasporto di carichi pesanti. Sul versante stradale, i lavori di rinforzo strutturale interessano ponti e viadotti dell’autostrada A2 e della A7 Milano-Genova, necessari per permettere il transito di veicoli militari fuori misura che, secondo le autorità UE, rischierebbero altrimenti di far collassare le vecchie infrastrutture civili. Anche i porti cambiano volto: gli scali di Genova Sampierdarena e La Spezia sono stati integrati nella rete di hub logistici del progetto PESCO (PErmanent Structured COoperation) per lo schieramento rapido di forze NATO/UE, ricevendo finanziamenti milionari per facilitare la movimentazione di mezzi bellici pesanti. Questa riconversione si sovrappone per il 94% alla rete civile TEN-T (Trans-European Transport Network), subordinando di fatto la pianificazione del territorio nazionale alle necessità strategiche di un’Europa che si prepara a un conflitto prolungato. > L’obiettivo è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, > oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta, ma > sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra si > alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la > stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni. Vignarca denuncia quello che chiama il “gioco delle tre carte” della difesa comune: dietro la retorica dell’integrazione, si starebbe finanziando il riarmo dei singoli Stati a esclusivo vantaggio dell’industria bellica che, in questo clima, avrebbe gioco facile nell’evitare la concorrenza e aumentare i profitti. In questo scenario, il comparto si è trasformato in un “complesso militare-industriale-finanziario” dove i grandi fondi d’investimento come BlackRock dettano l’agenda, speculando direttamente sui conflitti. Infine, l’attivista contesta duramente il deficit democratico dell’operazione: l’utilizzo di procedure d’emergenza (come l’articolo 122) per l’approvazione dei fondi è considerato un atto “in spregio alla democrazia” volto a escludere il Parlamento Europeo. Il rischio finale, spiega, è un collasso sociale: sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra, si alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni. Nuove diserzioni In questi anni si sono sviluppati molteplici livelli di diserzione. Il 6 febbraio 2026 i lavoratori portuali di 21 scali del Mediterraneo hanno incrociato le braccia dietro lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”. In porti come Genova, Livorno e Trieste, la mobilitazione ha protestato contro lo sbarco di armi e forniture destinate ai fronti di Gaza e dell’Ucraina. Lo stesso spirito di obiezione attraversa anche i luoghi del sapere. Nelle università, come dicevamo, la mobilitazione ha prodotto il crollo della partecipazione al bando MAECI. Le pressioni del corpo studentesco hanno spinto numerosi rettori a dimettersi dal comitato scientifico di Med-Or (Leonardo S.p.a.). Nelle scuole, nonostante i protocolli ministeriali, docenti, genitori e studenti prendono parola per rivendicare la libertà di insegnamento e chiedere l’esonero dalle attività con i militari. Emblematico lo striscione apparso nella sede di un liceo di Palermo che recitava “Disertare la guerra è l’unico modo per vincerla”. Si fa sempre più strada la convinzione della necessità di un impegno attivo a favore di una “pace positiva”: un modello di difesa che protegga le persone, basato sulla cooperazione e sul benessere sociale. Proprio in questa direzione, riporta Vignarca, sta andando la proposta di legge per una Difesa civile, non armata e non violenta. L’iniziativa mira a istituire un Dipartimento della difesa civile, non armata e non violenta all’interno dell’ordinamento statale che coordini forme di difesa alternative, come i Corpi civili di pace, destinati a interventi di interposizione non violenta e risoluzione dei conflitti in aree di crisi. In questo modello, la sicurezza viene ridefinita come “common security” (sicurezza condivisa): un paradigma secondo cui la vera protezione dei cittadini si ottiene garantendo il benessere sociale, la tutela dell’ambiente e il rispetto dei diritti, piuttosto che attraverso la deterrenza armata. Depositata in cassazione nel marzo 2026, la legge apre ora una nuova fase di raccolta firme per approdare in Parlamento. L'articolo Il riarmo delle coscienze proviene da Il Tascabile.
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Controculture hippie e cyber, “comune” e sussunzione capitalistica
L a controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta non sono mai apparse così vicine come in Grateful Dead economy. La psichedelia finanziaria di Andrea Fumagalli (2016, ora in corso di ripubblicazione in lingua inglese per i tipi di Bloomsbury’s con il titolo Financial Psychedelia and the Commons). Sia gli hippie auto-organizzati nelle proprie comunità sia gli hacker connessi tramite la rete informatica hanno mostrato uno spirito cooperativo mediante cui svicolare da pressioni, imperativi e coazioni del capitale. Se la mossa conclusiva del sistema capitalista consiste nel separare le persone le une dalle altre, allora la replica più plausibile a questo scacco sta proprio nel creare inedite forme comunitarie o di connessione e condivisione, come quelle degli hippie prima e degli hacker poi. E in mezzo a queste due controculture cosa c’entrano i Grateful Dead? La band di San Francisco è stata attiva dagli anni Sessanta (in prima battuta sotto altri nomi, per poi assumere quello definitivo nel 1966) fino al 1995, anno della morte del leader Jerry García, coprendo l’intero periodo durante cui si avvicendano le comunità hippie e il movimento hacker. I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: “vivevano in una sorta di comune, composta da più di venti persone, al centro del quartiere di Haight-Ashbury”. La sussistenza dei comunardi dipendeva dagli introiti della band, ma i Grateful Dead rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica: i loro concerti, partecipati da migliaia e migliaia di persone (100.000 spettatori all’ultimo concerto primo della morte di Jerry García), erano gratuiti o a prezzi modici o ancora organizzati per sovvenzionare iniziative solidali promosse da comunità hippie, e le stazioni radio li trasmettevano gratuitamente. Perdipiù, la band permetteva al pubblico di registrare liberamente i brani suonati nel corso dei suoi straordinari eventi live, alimentando un mercato sommerso che non aiutava le vendite discografiche. Insomma, la situazione finanziaria non era delle più rosee, eppure i membri della band mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro: quando il reverendo Hart, padre del percussionista, scappò con il fondo cassa per finanziare le proprie attività religiose, “i Dead la presero con filosofia (come era nel loro spirito), al punto da scriverci sopra una canzone ironica: He’s Gone!”. > I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura > hippie: vivevano in una sorta di comune, rifiutavano le leggi di mercato e > credevano nella libera fruizione della musica mantennero sempre un divertito > distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro. I Grateful Dead tengono comunque una testa di ponte nella cultura hacker: si tratta di John Perry Barlow, che collaborò con la band in qualità di paroliere dal 1971 fino al suo scioglimento, e che era anche un giornalista informatico, un filosofo digitale e un pioniere e attivista del web. Insomma, un autentico esponente dello spirito hacker. Nel 1996 Barlow assistette alle sessioni del Forum economico mondiale, una serie di incontri e conferenze che si tiene ogni inverno a Davos, in Svizzera, e vede la partecipazione di esponenti di primo piano dell’oligarchia politico-industriale globale: quell’occasione gli fu propizia per scrivere “A Declaration of the Independence of Cyberspace”, che poi spedì via e-mail alla sua rete di contatti. In essa incalzava i governi: “[n]on avete alcuna sovranità sui luoghi [virtuali] dove ci incontriamo […] lo spazio sociale globale (il web) che stiamo costruendo è per sua natura indipendente dalla tirannia che voi volete imporci”. Le sue parole sono espressione di quell’anelito antiautoritario e libertario che è alla base pure delle comunità hippie. Al di là della figura di Barlow, tra i Dead e la cultura hacker sussiste una profonda analogia data dalla rilevanza che per entrambi assumono i beni comuni, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica; come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune: in tal modo, “[l]o spirito della musica come common si traduce e si rilancia nel concetto di cyberspazio come common”. I beni comuni assumono un rilievo fondamentale, oltre che per i Dead, anche nella controcultura hippie: furono gli hippie di San Francisco a fondare la Haight Ashbury Free Clinics, un ospedale rimasto in funzione fino al 2019 e dove chiunque avesse necessità poteva ricevere cure gratuite. Le comunità hippie sono il frutto di un esodo attivo dalla società capitalista, di quello che si dice un drop out: > il movimento hippie non si pone sul piano del conflitto diretto con le > istituzioni. Diversamente pratica e diffonde stili di vita che si basano sul > motto, coniato da Timothy Leary [professore di psicologia ad Harvard tra i > protagonisti del movimento hippie]: Turn on, tune in, drop out. Il significato > e l’interpretazione della frase in italiano è: “accendi la mente” (turn on), > sintonizzati con l’universo (tune in), abbandona il tempo e lo spazio presente > realizzando te stesso (drop out). Il valore prodotto al loro interno è un valore d’uso, esito di una produzione fatta dall’essere umano e destinata all’essere umano, senza alcuna struttura proprietaria di mezzo che si appropri di questo valore per trasformarlo in denaro, in valore di scambio. Le risorse che consentono la produzione non sono date da nient’altro che dalla natura e dalla forza-lavoro: le comuni hippie sono per la maggior parte comuni agricole dove è l’uomo a dominare le macchine e non viceversa. La base della produzione stessa è la rete, cioè un intreccio di rapporti orizzontali e cooperativi tra i membri della comunità che costituisce ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”: concetto da non confondere né con la comunità stessa né con i beni comuni. La sussunzione di questo comune da parte del capitale, cioè la sua messa al servizio del processo di produzione e accumulazione, ha dato origine al contemporaneo capitalismo biocognitivo, in cui le conoscenze degli uomini costituiscono la materia prima e “sfuma la divisione fra tempo di lavoro e tempo libero”. > Come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così > gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili > grazie a esso come un bene comune, categoria capace di superare la dicotomia > tra proprietà privata e proprietà pubblica. Il concetto di capitalismo biocognitivo teorizzato da Andrea Fumagalli è stretto parente di quello di semiocapitale elaborato da Franco Bifo Berardi: mentre il primo pone l’accento sulle conoscenze che gli esseri umani utilizzano nel processo produttivo di beni sempre più spesso immateriali, il secondo insiste sui segni e i simboli che gli esseri umani si scambiano in funzione del buon andamento del ciclo di produzione e consumo. In entrambi i casi, ciò che tanto le conoscenze quanto i segni e i simboli pongono in rilievo è la centralità del linguaggio, il quale veicola le conoscenze ed è a sua volta veicolato da segni e simboli. L’essere umano dell’odierno capitalismo è un animale parlante, che attraverso la parola si relaziona e coopera con i suoi simili: un soggetto astratto al quale è senz’altro riconducibile l’hippie che si organizza assieme agli altri attivisti per condurre un’esistenza comunitaria entro un villaggio agricolo. Il limite delle comunità hippie, nonché la ragione ultima della fine della loro esperienza, stava nella loro dimensione limitata, che rendeva impossibile raggiungere l’autosufficienza solo grazie ai valori d’uso prodotti dai comunardi; comunque, quello che soprattutto mancava a queste comunità era, secondo Andrea Fumagalli, una moneta che stabilisse il valore dei beni autoprodotti, così da intrattenere con l’esterno quei rapporti di scambio necessari per bilanciare le carenze interne. Lo spirito comunitario e di condivisione proprio delle comunità hippie e dei Grateful Dead trasmigrerà, venendo però contrassegnato da una più o meno marcata nota individualistica, nella cultura hacker. Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo. La cultura hacker mette in primo piano la tecnologia, soprattutto quella informatica e cibernetica, nelle quali vede un mezzo per il libero e gratuito accesso all’informazione e alle conoscenze scientifiche: insomma, uno strumento per aumentare la consapevolezza delle persone e affrancarle dal complesso militare-industriale. L’apprendimento del sapere è dunque mediato dagli ultimi ritrovati della tecnologia e dalla costituzione di una rete permessa non tanto dalla prossimità fisica quanto dalle connessioni telematiche. Proprio per questa ragione parliamo di “cultura” hacker anziché di comunità: essa, sebbene fondata sulla condivisione di conoscenze e opinioni, non ha espresso mai forme di vita associata più significative dei computer club, ove quante più persone venivano familiarizzate all’uso delle nuove tecnologie, e degli esperimenti di connessioni multiple, antesignani degli odierni servizi digitali di messaggistica, che permettevano agli utenti di offrirsi servizi, scambiarsi consigli e trovarsi dei compagni per le attività del tempo libero. > Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema > capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare > spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il > loro non è più un esodo. Nella rete degli hacker il concerto che nel contesto della comunità hippie coinvolgeva solo gli esseri umani viene ora a implicare anche le macchine informatiche: sono proprio il libero accesso dell’uomo ai dispositivi informatici e la diffusione gratuita delle informazioni a configurare un “comune”, una rete cooperativa, differente da quella al centro dell’esperienza hippie. Le reti informatiche attraverso cui, secondo la controcultura hacker, dovrebbe realizzarsi l’emancipazione dell’individuo dal complesso militare-industriale vengono facilmente risignificate dal capitale, che scorge in questo reticolo planetario l’infrastruttura di un nuovo paradigma produttivo, i cui cardini sono la rapida condivisione di conoscenze e l’immediata comunicazione consentite dalla istantaneità della connessione informatica. Non a caso oggi la rete informatica è alla base dei servizi offerti dalle società di consulenza transnazionali e dei profitti delle grandi multinazionali, nonché della compravendita di titoli sulle piazze finanziarie di tutto il globo e del microtrading, ma anche del lavoro schiavile di uomini e donne del Sud del mondo che addestrano ChatGpt e altre forme di intelligenza artificiale. La controcultura cyber non ha fatto altro che unificare ed espandere su tutto il pianeta le reti cooperative inaugurate dagli hippie: a differenza dello spazio geografico, Internet promette di espandersi illimitatamente o perlomeno proporzionalmente alla capienza delle nostre menti e dei nostri immaginari. Il terreno, tutto immateriale, che il capitale può mettere a coltura per ricavarne valore appare sconfinato o quasi. > Oggi nell’universo delle Ict, di internet, dei social media tutta la nostra > vita viene messa a valore. […] è l’insieme della collettività umana che > continua a riprodursi in modo allargato sino a diventare la base > dell’accumulazione e della valorizzazione proprietaria individuale e > d’impresa. L’individuo è fonte di valore solo se opera collettivamente, > negando tale collettività. Da qui nasce l’espropriazione capitalistica > dell’etica hacker, della cooperazione sociale, del comune: in ultima analisi > della Grateful Dead economy. In parallelo allo stabilimento dell’egemonia sulla rete informatica, il capitale ha proceduto alla cooptazione degli appetiti egoistici espressi da coloro che sarebbero poi assurti a imprenditori di punta della Silicon Valley. Andrea Fumagalli fissa il momento fatidico di questa svolta nel 1985: allora viene sì fondata the Well (Whole Earth ʼLectronic Link), comunità virtuale articolata in personal computer collegati tra loro e volta a promuovere e diffondere informazioni, attività e oggetti utili alla costruzione di un’esistenza emancipata, ma anche il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology, il cui scopo era (ed è tuttora) produrre innovazioni a fini di lucro. Si tratta di esperienze agli antipodi, espressione di due declinazioni radicalmente differenti delle potenzialità insite nella rete informatica quale “piattaforma orizzontale e flessibile su cui la stessa società potrebbe evolversi”: sarà il secondo modello a prevalere e a concorrere all’affermazione dell’etica anarco-capitalista, la quale, pur battendosi contro le grandi concentrazioni di capitale nell’universo delle tecnologie di informazione e comunicazione e di internet,non mette mai in discussione le fondamenta del sistema di produzione capitalistico: la proprietà privata nella figura dell’individualismo proprietario e il rapporto capitale-lavoro come fonte di valorizzazione e accumulazione, ovvero di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. In definitiva, la nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società, e fatto sì che le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, venissero per ciò stesso recintate e privatizzate: ricondotte sotto lo scudo dei diritti di proprietà intellettuale e così distolte dal servizio alla collettività. La tesi di Andrea Fumagalli è che le prassi cooperative spontanee che animavano la controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta, potenzialmente in grado di sottrarre terreno all’ordine dominante, siano state largamente sussunte dal capitale: in altre parole, esso ha saputo valorizzarle, volgendole dunque alla propria logica. In particolare, la cooperazione tra gli esseri umani è stata posta alle base del modello di produzione e accumulazione postfordista, che si è affermato in seguito alla crisi economica del 1975 scatenata dalla guerra dello Yom-Kippur e dal rialzo del prezzo del petrolio. La recessione ha messo in crisi il modello verticale-gerarchico di fabbrica fordista, dove la produzione era “fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro”, e fatto da apripista a un’organizzazione d’impresa più cooperativa, “dove la forza-lavoro viene coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e produttiva”. > La nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal > mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico > individuale, anziché il progresso della società: le nuove conoscenze prodotte > dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, vengono > per ciò stesso recintate e privatizzate. Se nella fabbrica fordista “i luoghi di lavori erano puntellati da scritte del tipo ‘Silenzio, qui si lavora’, ora è la lingua, il comunicare, che comincia a creare valore”. Nel modello postfordista il general intellect, cioè la capacità tecnico-scientifica raggiunta dalla civiltà, non viene più a trasfondersi, come riteneva Marx, nelle macchine e nei mezzi di produzione più avanzati; esso alberga invece, come scrive Christian Marazzi (Capitale & linguaggio, 2002, nei corpi dei lavoratori, “scatol[e] degli arnesi del lavoro mentale”, e si esprime nelle reti cooperative, in ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”. In conclusione, le controculture hippie e cyber presentano indubbiamente il merito di avere messo in discussione il concetto di proprietà privata, eppure non hanno impedito che lo spirito imprenditoriale prevalesse su quello sociale, mettendo a profitto la cooperazione cui tendono gli esseri umani. Andrea Fumagalli ritiene che il rilancio di un’esperienza comunitaria capace di rappresentare un esodo stabile dalla società capitalista debba passare per la creazione di una moneta alternativa, sostitutiva di quelle legali. Deve trattarsi di una moneta che fissi il valore dei beni ancorandolo al tempo necessario alla loro produzione, secondo la teoria del valore-lavoro: si tratta di retribuire le persone esclusivamente in base al loro tempo di lavoro, rimuovendo così una gran fetta di diseguaglianze. Questa moneta diverrebbe quindi l’unità contabile di una grande banca del tempo, nella quale la disponibilità economica di ciascuno dipenderà soltanto dalla sua attività lavorativa, calcolata in ore; le persone la userebbero, oltre che per pagare il lavoro prestato all’interno della comunità i beni e i servizi lì offerti, anche per avviare scambi con l’esterno. Non potrà però essere prestata in cambio del pagamento di interessi, dunque non svolgerà quella funzione creditizia, propria delle banche tradizionali, la quale consente l’accumulazione di capitale a favore delle banche stesse e delle grandi imprese in grado di indebitarsi. In tal modo si svilupperà un circuito dei pagamenti non assimilabile a quello capitalistico, insomma ciò che Andrea Fumagalli chiama “psichedelia finanziaria”. L'articolo Controculture hippie e cyber, “comune” e sussunzione capitalistica proviene da Il Tascabile.
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L os Angeles, gennaio 2025. Nel quartiere Pacific Palisades le case bruciano per diversi giorni. Le immagini che circolano sembrano uscite da un film catastrofico, con file di auto abbandonate sulle strade in fiamme, ville ridotte a scheletri anneriti, il fumo che oscura il Pacifico. Quarantaquattro morti accertati, tra 76 e 131 miliardi di dollari di danni stimati. Nel frattempo, su Polymarket, piattaforma che si autodefinisce il più grande mercato predittivo del mondo, sono attivi contratti per 831.000 dollari. Le domande in gioco: quando sarà contenuto al 50% l’incendio di Palisades? Quanti acri brucerà in totale? Tutti i roghi saranno spenti entro febbraio? La reazione sui social è immediata, c’è indignazione diffusa, qualcuno parla di gamification of disaster. Poi il ciclo delle notizie gira, e tutto finisce lì. Ma fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. Le puntate per 831.000 dollari non sono un’anomalia né un guasto del sistema. Sono il sistema che funziona esattamente come previsto. I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset. Una casa che brucia è un contratto aperto. Un’elezione è un’opportunità di arbitraggio. Un’epidemia è una serie di quote in movimento. Un bombardamento è un’opportunità di timing. Cosa succede quando l’incertezza smette di essere una condizione dell’esistenza e diventa una materia prima da estrarre? L’idea di base su cui si fondano i prediction market ha più di trent’anni. Nel 1988, un gruppo di economisti dell’Università dello Iowa lancia Iowa Electronic Markets, una piattaforma sperimentale in cui gli utenti possono acquistare contratti legati all’esito delle elezioni presidenziali americane. L’obiettivo dichiarato è scientifico, per verificare se i prezzi di mercato aggregano informazioni meglio dei sondaggi tradizionali. I risultati sono interessanti, il modello resta di nicchia, per un paio di decenni i mercati predittivi rimangono un territorio frequentato principalmente da accademici e appassionati di teoria dei giochi. Polymarket e Kalshi arrivano nel 2020 e il panorama cambia completamente. Oggi Polymarket si descrive con una semplicità programmatica: “1. Pick a market. 2. Place a bet. 3. Profit”. Kalshi sceglie un registro più sobrio e si definisce “una borsa valori per gli eventi”. Il suo cofondatore Tarek Mansour, ex trader di Goldman Sachs, ha dichiarato a Bloomberg che la visione a lungo termine è di “finanziarizzare tutto e creare un asset scambiabile da qualsiasi differenza di opinione”. La differenza tra le due piattaforme è superficiale: entrambe sono guidate da giovani miliardari, valgono rispettivamente 11 e 9 miliardi di dollari, operano in un clima regolatorio favorevole a Washington. La distinzione tra investimento speculativo e scommessa, su cui Kalshi insiste molto, è una questione di posizionamento di mercato, non di sostanza. > I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono > attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché > misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset. L’ideologia che legittima tutto questo si chiama wisdom of crowds, per cui la saggezza di una folla di scommettitori motivati produce previsioni più accurate degli esperti. Il meccanismo è semplice e in alcuni contesti sembra funzionare. Ogni contratto vale tra 0 e 1 dollaro e il prezzo riflette la probabilità collettivamente attribuita a quell’evento. La consacrazione coincide con le elezioni statunitensi del 2024. La mattina del voto, Polymarket quota Trump al 65%, mentre i sondaggi lo danno in sostanziale parità con Harris. Trump vince e i mercati predittivi entrano nei telegiornali di mezzo mondo come oracoli della nuova era. L’interesse dei mercati si amplia. Intercontinental Exchange, gruppo che controlla il New York Stock Exchange (NYSE) investe due miliardi di dollari in Polymarket a ottobre del 2025. Due mesi dopo, CNN e CNBC ufficializzano la partnership con Kalshi per fornire le quote in diretta nelle loro trasmissioni. In brevissimo tempo i prediction market sono diventati infrastruttura mediatica, uscendo dalla nicchia finanziaria. Le probabilità di un evento non vengono più solo calcolate, ma trasmesse in modo continuativo, commentate, citate come fatti. C’è una parola che descrive quello a cui stiamo assistendo: gamblification, in italiano talvolta resa con “azzardificazione”. Non va confusa con gamification, termine ormai consumato dal marketing, che indica l’applicazione di meccaniche ludiche a contesti non ludici, dai badge delle app di fitness ai punti fedeltà della carta del supermercato, dalle classifiche di Duolingo alle sfide per la produttività proposte nelle aziende o nelle catene commerciali. La gamification rende il mondo più simile a un gioco. La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità La distinzione, elaborata sistematicamente da Joseph Macey e Juho Hamari nel 2022, non è solo terminologica. La gamblification descrive la progressiva espansione e colonizzazione da parte delle logiche strutturali dell’azzardo: la ricompensa incerta, il rinforzo variabile, la monetizzazione dell’esito, la trasformazione di qualsiasi evento in un contratto con un risultato binario. La posta in gioco non è l’intrattenimento ludico, ma la costruzione di architetture del desiderio in cui l’incertezza è la materia prima e la speranza è il carburante che muove tutto. Una slot machine non è attrattiva perché fa vincere, ma perché potrebbe far vincere, e lo spazio tra l’inserimento della puntata e l’attesa del risultato ancora ignoto è il luogo in cui il cervello produce dopamina e il casinò produce profitto. > La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando > l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità. Nel suo fondamentale studio sulle slot machines di Las Vegas, Natasha Dow Schüll ha spiegato come questo meccanismo non sia una caratteristica accidentale del gioco d’azzardo, ma il suo principio ingegneristico fondante. Le macchine sono progettate per massimizzare il tempo nella zone, quello stato di sospensione in cui il giocatore non vuole vincere né perdere, vuole solo continuare a giocare. Addiction by design, recita il titolo originale del libro, che ben sintetizza la progettazione di ambienti costruiti per trattenere e creare dipendenza, non per premiare. I prediction market sono gli eredi più sofisticati di questa logica, con una differenza cruciale che li rende più insidiosi. Le slot vendono l’emozione di poter vincere. I mercati predittivi vendono qualcosa di più prezioso e più difficile da contestare: l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. Il contratto su Polymarket non è una puntata, è una “posizione informata”. L’azzardo si traveste da epistemologia, e il travestimento è così ben riuscito che persino chi lo indossa fatica a riconoscerlo. È questa, attualmente, la forma più compiuta della gamblification nell’era digitale: non quando l’azzardo imita il gioco, ma quando imita la conoscenza. Per cogliere in che modo i prediction market trasformano la cronaca in una scommessa, va compresa la dinamica che li caratterizza. Se compro una quota “sì” a 65 centesimi su un mercato che chiede “Trump vincerà le elezioni?”, sto implicitamente affermando che la probabilità che accada è del 65%. Se ho ragione, incasso un dollaro. Se ho torto, perdo i 65 centesimi che ho puntato. Questa semplicità è la scenografia formale, in apparenza trasparente, ma non sufficiente a celare tre problemi complessi. Il primo problema riguarda chi muove davvero i prezzi. I prediction market non sono mercati di persone ordinarie che mettono in comune le proprie opinioni, ma sono ambienti in cui operatori istituzionali, fondi speculativi e grandi scommettitori, in gergo balene (whale), detengono volumi tali da orientare le quote in modo significativo. La presunta saggezza della folla presupponeva un gruppo numeroso composto da attori con informazioni distribuite e pesi comparabili. Nei prediction market quella folla non esiste, sostituita da una struttura asimmetrica in cui chi ha più capitali, più dati e più accesso alle informazioni rilevanti parte da una posizione di vantaggio sistematico rispetto all’utente medio. > I mercati predittivi vendono l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, > stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. L’azzardo si > traveste da epistemologia. Il caso di Don Trump Jr., figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, è emblematico. A gennaio 2025 è nominato advisor strategico retribuito di Kalshi; ad agosto dello stesso anno, tramite il suo fondo 1789 Capital, investe decine di milioni di dollari in Polymarket e entra nel suo board consultivo, sedendo contemporaneamente ai tavoli delle due piattaforme teoricamente rivali, mentre le decisioni politiche di suo padre muovono ogni giorno le quote di decine di mercati aperti. Il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’annuncio ufficiale della tregua con l’Iran, su Polymarket compaiono una cinquantina di nuovi account che piazzano scommesse sul cessate il fuoco, generando profitti documentati fino a 200.000 dollari per singolo portafoglio. Il 9 aprile, anticipando di poco l’annuncio della sospensione dei dazi, i contratti su Polymarket registrano picchi anomali di attività. Il 23 marzo, un minuto prima che Trump annunciasse la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, qualcuno ha scommesso 500 milioni di dollari sui futures del petrolio. Chi aveva quelle informazioni? Nessuno lo sa con certezza. Ma la struttura del sistema è costruita esattamente per non permettere di saperlo. L’accesso privilegiato all’informazione non è un’eccezione al sistema, ma una caratteristica strutturale di qualsiasi mercato in cui le asimmetrie informative non vengono regolate. I prediction market, in questo, non sono diversi dalla finanza tradizionale, con la differenza che quest’ultima ha un quadro normativo sull’insider trading, per quanto imperfetto. I mercati predittivi per ora operano in un quadro normativo indefinito. L’autorità federale sui mercati dei derivati (CFTC, Commodity Futures Trading Commission) ha formalmente rivendicato competenza sull’insider trading in questo settore solo nel febbraio 2026, con un advisory che ha sanzionato due casi per poche migliaia di dollari. Polymarket, la piattaforma più grande al mondo, opera formalmente offshore, fuori dalla giurisdizione americana. Il secondo problema è più sottile. I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. Quando le quote di Polymarket vengono citate in diretta su CNN e CNBC, smettono di essere una previsione e diventano un’informazione. Un elettore indeciso che vede Trump quotato al 65% non sta leggendo un’analisi, ma percepisce qualcosa che assomiglia a un dato. La quota trasmessa in diretta orienta percezioni, rinforza aspettative, alimenta le scommesse. Il mercato predice l’evento e, nel farlo, contribuisce a produrlo. È una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo qualcuno ci guadagna. > I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. È > una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo > qualcuno ci guadagna. Il terzo problema è il più vecchio di tutti, e riguarda chi vince davvero. Le piattaforme guadagnano una commissione su ogni transazione, indipendentemente dall’esito. Polymarket nel 2025 non ha applicato commissioni dirette agli utenti, per conquistare volumi e liquidità globale, finanziandosi attraverso investitori disposti a scommettere sulla piattaforma prima ancora che fosse attiva. Le commissioni sono arrivate solo nel 2026, con ricavi che nella settimana del 6 aprile 2026 hanno registrato il massimo storico, con 6,8 milioni di dollari di commissioni incassate nella singola settimana. Kalshi applica invece commissioni variabili calcolate sul prezzo del contratto, più alte quando la probabilità dell’evento è intorno al 50%, più basse agli estremi, per un’incidenza media intorno all’1,2% del volume totale, che nel 2025 ha generato ricavi per circa 260 milioni di dollari. Il banco vince sempre, non perché abbia una posizione sul risultato, ma perché il risultato, qualunque esso sia, porta profitto. In un casinò questa struttura si chiama house edge. Nei prediction market si chiama modello di business. I prediction market vengono presentati come strumenti di conoscenza superiori ai sondaggi tradizionali. Ma i dati più recenti raccontano un’altra storia. In un recente studio di ricercatori della London Business School e di Yale emerge che tutta l’accuratezza previsionale è concentrata nel 3% dei trader, mentre il restante 97% finanzia semplicemente i loro profitti. Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza informata. Questa pretesa epistemica continua a funzionare come copertura ideologica. Appare credibile perché funziona in parte, risulta inattaccabile se chi partecipa non intende verificarne i limiti. Lo stesso meccanismo era alla base della finanza creativa negli ultimi decenni del Novecento, presentata come ingegneria del rischio. I derivati complessi non apparivano scommesse, ma strumenti sofisticati per distribuire e gestire l’incertezza attraverso il mercato. Il ragionamento di fondo si basava sull’idea, elaborata da Friedrich von Hayek negli anni Quaranta, che i prezzi di mercato incorporino informazioni distribuite che nessun singolo attore potrebbe raccogliere centralmente. La teoria non è infondata, ma il problema sorge se viene usata per legittimare pratiche che hanno poco a che fare con la gestione del rischio e molto con la sua moltiplicazione. La crisi dei subprime alla fine del primo decennio degli anni Duemila ha certificato che la moltiplicazione del rischio non finisce sempre bene. I prediction market ereditano la stessa struttura argomentativa. L’idea hayekiana applicata ai mercati delle merci o ai tassi di interesse può apparire ragionevole. Applicarla a un contratto binario su chi vincerà le primarie del Partito democratico nel 2028 è un salto logico che piega un principio economico in una distorsione ideologica. L’informazione aggregata nelle quote di una scommessa su un evento politico non è la stessa cosa dell’informazione aggregata nei prezzi del grano. La prima dipende da percezioni, narrazioni, asimmetrie di potere e, soprattutto, da chi ha accesso privilegiato alle stanze dei bottoni. > Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza > informata, ma la pretesa epistemica continua a funzionare come copertura > ideologica. Il problema più profondo non è l’accuratezza, ma il tipo di incentivi che i prediction market creano nei confronti della realtà che pretendono di misurare. Nell’aprile 2026, all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, un utente di Polymarket ha manipolato fisicamente il sensore meteorologico di Météo-France posto sul perimetro della pista, verosimilmente con un phon, facendo impennare la temperatura di sei gradi in pochi secondi durante la finestra di risoluzione del contratto. La scommessa ha permesso di incassare 21.398 dollari a fronte di 119 puntati. Météo-France ha sporto denuncia alla gendarmeria dell’aeroporto, ma l’utente aveva già cancellato il proprio account. In questo caso, il mercato non ha previsto il futuro, ma ha creato un incentivo economico preciso per distorcere la realtà che pretendeva di misurare. Questo episodio dimostra la contraddizione strutturale di un sistema che si propone di misurare la realtà, ma costruisce incentivi economici per distorcerla. Più un mercato predittivo diventa liquido e rilevante, più cresce il valore di influenzare l’evento su cui si scommette. L’epistemologia si mangia la coda. Gli effetti dei prediction market non si limitano a chi partecipa direttamente. C’è un danno sociale e culturale più diffuso e meno visibile, che riguarda il modo in cui una società elabora collettivamente l’incertezza. Quando le quote di un mercato predittivo diventano il formato dominante con cui i media raccontano un’elezione, una guerra, una catastrofe ambientale o un’emergenza sanitaria, la realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri. In questo modo si trasforma la postura cognitiva, non solo il formato e l’oggetto della conoscenza. La gamblification si integra sempre più con l’informazione pubblica, ma non produce post-verità nel senso classico del termine. Trasforma i fatti in asset speculativo, non li nega. Rispetto a un evento, non appare più importante definire se sia vero o falso, ma probabile o improbabile, e quella probabilità ha sempre un prezzo. Chi non ha capitali da investire nel mercato non partecipa alla costruzione della realtà condivisa. Chi ha capitali è incentivato a orientare la realtà a proprio favore. Quando le quote di Polymarket vengono trasmesse in diretta su CNN e CNBC come indicatori dell’andamento politico, il flusso dell’informazione cambia struttura. I sondaggi, con tutti i loro limiti, misurano le percezioni o i comportamenti di un campione rappresentativo della popolazione. Le quote di un mercato predittivo misurano invece le aspettative di chi ha capitali sufficienti per partecipare e incentivi finanziari precisi per orientare la percezione collettiva. Non è la stessa cosa, ma nella velocità del ciclo informativo contemporaneo, la differenza scompare e ciò che viene trasmesso diventa realtà di riferimento. L’agenda pubblica si ridefinisce attraverso la logica della scommessa, e chi controlla la liquidità del mercato controlla, indirettamente, anche la narrazione. > La realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire > interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere > posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri. Chi sono le persone più a rischio nell’uso in questa tipologia di gamblification? Non i giocatori patologici classici, che perdono lo stipendio alle slot e, si spera, sono presi in carico dai servizi per le dipendenze. Il profilo prevalente è rappresentato da chi è attratto dall’idea di trasformare la propria presunta capacità di analisi in vantaggio competitivo. In un’epoca in cui il mercato del lavoro appare sempre più strutturato sulla precarietà, gli stipendi sono stagnanti e si fa fatica a intravedere le prospettive di medio e lungo termine, la speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità, ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. È un’illusione, come abbiamo visto prima, ma l’azzardo appare così una risposta razionale a un futuro che non promette quasi nulla. Il problema non è l’irrazionalità di chi partecipa, ma la razionalità del sistema che li coinvolge. Addiction by design, per citare nuovamente Dow Schüll. Il modo in cui trattiamo collettivamente l’incertezza sta cambiando e i prediction market ne sono la forma più compiuta e più presentabile. La critica ai mercati predittivi non va centrata solo sull’architettura basata sull’azzardo che li caratterizza in profondità. Questo è evidente e continuare a negarlo, come fanno le piattaforme con artifici di creatività retorica, è semplicemente disonesto. La vera criticità sta nel fatto che progressivamente si propongano come l’unica forma razionale di fare i conti con ciò che non sappiamo. Il disegno sembra orientato a diffondere e normalizzare l’idea che qualsiasi evento del mondo debba essere prima di tutto prezzato, poi scommesso, infine risolto in un esito binario, per cui si vince o si perde. Il futuro diventa così una sequenza di contratti aperti, in cui però la trasparenza è solo nominale. I prediction market portano a compimento la logica già presente nelle loot box, nei like dei social, nei feed algoritmici, per cui l’unica risposta sensata all’imprevedibile è puntarci sopra da soli, prima degli altri. In questa accezione, i prediction market non sono un’anomalia nel panorama del capitalismo digitale, ne sono il compimento più emblematico, in piena coerenza con quello che Shoshana Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza, un sistema che estrae dati dal comportamento umano, li trasforma in previsioni e vende quelle previsioni come prodotti. Siamo ormai consapevoli e abituati alla datificazione operata dalle piattaforme digitali che strutturano ogni nostra esperienza quotidiana, che non ci chiedono esplicitamente di scommettere, ma ci osservano, profilano e ci rendono prevedibili. I prediction market portano in superficie questa logica e la rendono più complessa: tu non sei solo il dato, ma sei anche chi compra il dato. In apparenza non reagisci passivamente all’algoritmo, ma partecipi attivamente al mercato. È un’illusione di agency costruita sul medesimo substrato, la monetizzazione sistematica dell’incertezza che genera la trasformazione di ogni comportamento, opinione o aspettativa in un segnale con un prezzo. La differenza tra chi ti profila per venderti pubblicità e chi ti invita a scommettere sul risultato delle elezioni è più sottile di quanto sembri. In entrambi i casi, qualcuno guadagna dalla tua relazione con il futuro e ha un grande interesse a orientare la tua percezione del futuro. > La speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui > sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità, > ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. Questa non è più epistemologia, ma diventa una cosmologia. Un modo di stare al mondo che trasforma l’incertezza da condizione condivisa in materia prima individuale, da problema collettivo in opportunità personale. L’alternativa non è sapere di più. È riconoscere e difendere l’idea che l’incertezza si può anche abitare insieme, costruirla, negoziarla, distribuirne il peso, senza ridurla a una quota su uno schermo. Ma questa possibilità non ha un ticker, un codice di borsa a cui agganciare un prezzo in tempo reale. Non genera commissioni. Per questo è così difficile da vedere. L'articolo Oracoli a pagamento proviene da Il Tascabile.
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Quel che resta del cybersocialismo
C’ è una foto del 1972 che mostra delle sedie di plastica con delle pulsantiere incorporate, poste in cerchio su una moquette verde, al centro di una stanza con strani terminali alle pareti. Si tratta della sala di comando di Cybersyn, un progetto segreto voluto dal presidente cileno Salvador Allende e che aveva un obiettivo particolare: pianificare l’economia del Paese con l’ausilio del computer. Il sistema, supervisionato dal matematico inglese Stafford Beer e dal ministro delle Finanze Fernando Flores, era un ambizioso tentativo di applicare le teorie della cibernetica (l’organizzazione dei sistemi complessi) alle economie pianificate di stampo socialista, in diretto contrasto con quelle liberali basate sul libero mercato. Le sedie sembrano quelle di un ponte di comando di una puntata di Star Trek e non è una scelta casuale. Le vicende di Cybersyn (narrate magistralmente da Eden Medina in Cybernetic Revolutionaries, 2014) rappresentano soprattutto la volontà di una eclettica congrega di giovani e speranzosi studenti di economia, informatica e design di immaginare un socialismo futuristico, in cui il computer è al servizio dell’utopia collettivista. Un proto-Internet socialista in grado di connettere e coordinare fabbriche e flussi produttivi su scala nazionale o cercare, quantomeno, di aiutare il governo di Allende a non soccombere alle pressioni interne e alle ingerenze esterne. Il tutto si poggiava su una infrastruttura concettualmente rivoluzionaria e allo stesso tempo datata: l’embargo USA aveva reso impossibile acquistare tecnologie avanzate, e per comunicare con le fabbriche Cybersyn contava su un totale di quattro calcolatori IBM, un singolo mainframe e un network di apparecchi telex. Il che rende i risultati ottenuti, seppur imperfetti, impressionanti in prospettiva: Cybersyn fu impiegato per aiutare a risolvere la crisi di produzione e distribuzione avvenuta nell’ottobre 1972 quando uno sciopero sostenuto dai fronti neofascisti e pro-americani bloccò le strade di Santiago. Oggi le sedie di Cybersyn non esistono più se non in fotografia: l’intero centro di comando fu demolito, poche settimane dopo, dalle truppe golpiste di Pinochet e quasi tutta la documentazione venne distrutta. L’ambizioso esperimento di pianificazione cibernetica si infranse come una postilla di quello, più grande, del socialismo “vino rosso e empanadas” di Allende. > Le vicende di Cybersyn rappresentano la volontà di una eclettica congrega di > giovani e speranzosi studenti di economia, informatica e design di immaginare > un socialismo futuristico, in cui il computer è al servizio dell’utopia > collettivista. Di quante setole ha bisogno uno spazzolino? Quante file per ognuno, quanto è lungo il manico di plastica? E soprattutto, dove prendiamo le materie, chi le produce, a che ritmo e quanto costa? La pianificazione della catena produttiva è tra le questioni forse meno glamour della politica socialista, che tende a concentrarsi, nella teoria e nella pratica, su ingiustizie, proteste e rivoluzioni. Eppure è forse lo snodo più importante per far sì che i progetti dei neonati stati socialisti riescano a sopravvivere, e che siano sostenibili sul lungo termine. Dopotutto stiamo sempre parlando di ridistribuzione di risorse, di materie prime, di energia, di lavoro e tempo. Se come fare uno spazzolino non sembra essere la priorità di un rivoluzionario socialista che assalta la sede del potere oppressore, lo diventa dopo, una volta che ha occupato quelle stanze ed è il suo turno di mandare avanti una nazione, di garantire alla sua popolazione l’accesso a merci e risorse. Proprio di spazzolini parla un articolo del Times del 1962, raccontando i limiti del Gosplan (Gosudarstvennyj komitet po planirovaniju), il modello di pianificazione economica sovietico, di fronte a una imminente carenza di spazzolini da denti nei supermercati, e suggerendo che la soluzione forse stesse nella “collettivizzazione degli spazzolini disponibili” ‒ un leitmotiv ancora utilizzato al giorno d’oggi dai critici del comunismo. Gli sberleffi del Times scendevano a valle di quella che invece era una discussione seria, sia in ambito politico che accademico: l’Economic calculation problem. Negli anni Sessanta-Settanta, il dibattito su cosa fosse più efficiente nell’allocazione delle risorse ‒ pianificazione o libero mercato ‒ era considerato tutt’altro che risolto ed economisti liberali, marxisti e keynesiani erano impegnati a imbastire lodi e critiche dei possibili sistemi. La critica più nota, e tuttora citata, nei confronti della pianificazione venne da Friedrich von Hayek, uno dei fondatori della Scuola austriaca, quella che andrà poi a informare le politiche neoliberiste usate proprio nel Cile post-golpe. Era impossibile, secondo Hayek, avere abbastanza informazioni per pianificare l’economia ‒ quanto materiale serve per un bene, dove è distribuito, quanto è acquistato ecc. ‒, il tutto moltiplicato per ogni bene: si trattava di una mole di dati fuori dalla portata di qualsiasi calcolatore dell’epoca. Il prezzo di un bene, invece, appiattisce tutte queste informazioni mancanti in un’unica misura quantificabile, che risponde alle esigenze di mercato. Invece che determinare a tavolino quanto costa qualcosa, lascia che sia il mercato a determinarlo da solo. > Una potenza di calcolo che nel 1972 risultava proibitiva, oggi è facilmente > disponibile, ed è proprio grazie ai dati e alla gestione cibernetica che le > aziende odierne devono buona parte del loro successo. Tuttavia il prezzo di un bene non appiattisce solo i processi produttivi necessari alla sua realizzazione, ma anche i rapporti di forza coinvolti. Il prezzo, da solo, non dice nulla sullo sfruttamento della forza lavoro, sulla crescita delle disuguaglianze, sulle conseguenze per l’ambiente, insomma su tutte quelle problematiche che il socialismo punta a risolvere. E la critica di Hayek poteva avere senso negli anni Sessanta, ma oggi, in epoca di big data, le informazioni necessarie ci sono tutte, così come il potere computazionale necessario per svolgere calcoli analitici e predittivi. La risposta “è troppo complicato” non vale più in un mondo in cui la tracciabilità di ogni prodotto e transazione economica è a disposizione, ed è proprio ai dati e alla gestione cibernetica che le aziende di oggi devono buona parte del loro successo. Ottenere quella potenza di calcolo che Cybersyn faticava a raggiungere alla fine degli anni Settanta oggi sarebbe banale. In The People’s Republic of Walmart (2019), Leigh Phillips e Michael Rozworski sottolineano proprio questa contraddizione: con informazioni sufficienti, pianificare l’economia non solo è possibile, ma al capitalismo conviene. Multinazionali come Walmart, pur agendo nel libero mercato, motivate dal profitto e ben poco interessate ai diritti di chi lavora, approcciano la logistica interna, lo stoccaggio, la produzione e la distribuzione in maniera pianificata, aggiustando il tiro in tempo reale. Le aziende che non hanno scelto questa strada ma hanno applicato dettami del libero mercato anche nell’organizzazione interna (come ad esempio Sears, dove ogni dipartimento era incoraggiato a vendere i propri servizi all’altro), hanno finito per soccombere alla competizione interna e fallire. Al giorno d’oggi Amazon ha così tanti dati a disposizione sulle nostre scelte di consumo che è passato da essere mero distributore di merce a influenzarne la produzione: i consulenti di Amazon oggi sono presenti direttamente nelle fabbriche, a dirigere le catene di montaggio in base allo stock rimanente e alle proiezioni di vendita. Ultraliberisti fuori casa, pianificatori tra le mura domestiche – raggiungendo un livello di controllo sul proprio sistema interno che, secondo Phillips e Rozworski, sistemi socialisti come l’URSS si potevano solo sognare. Paragonare la logistica interna di un’azienda a quella di un’intera nazione può sembrare forzato solo se non consideriamo che queste mega-aziende oggi sono, a tutti gli effetti, nazioni a loro volta. Tentativi ancora più ambiziosi di pianificazione cibernetica furono in realtà portati avanti proprio dall’URSS e prima del progetto cileno, ma si arenarono per motivi diversi. L’economia sovietica si basava sull’implementazione e coordinamento dei celebri piani quinquennali del Gosplan, un’operazione che richiedeva uno sforzo enorme in termini di costi e ore lavoro. Una stima del 1962 indica che all’epoca 3 milioni di persone ‒ l’1,3 per cento della popolazione totale dell’Unione Sovietica ‒ erano impegnate nella contabilità, data entry, statistica e pianificazione dell’economia, il tutto ancora su supporto cartaceo. Un problema esacerbato dalla quantità di dati del tutto sbagliati che spesso arrivavano agli statistici, dovuto a una combinazione di gestione molto informale della catena produttiva e a supervisori che, per paura di ritorsioni, mentivano sulle vere quantità di materiale prodotto o necessario. “Riusciremo a produrre un milione di spazzolini in un mese?” “Ma certamente commissario, ecco le tabelle”. La testa non sapeva quello che facevano diecimila mani, soprattutto quando queste mani scrivevano report falsati. > La cibernetica nell’URSS fu inizialmente bollata come “scienza borghese”. Solo > in seguito alla morte di Stalin la neonata disciplina fu vista come il > tassello mancante per giungere a una pianificazione più efficiente Toccava quindi incorporare i calcolatori elettronici nella gestione della cosa pubblica, e per i sostenitori sovietici della cibernetica questa era l’occasione perfetta per connettere industrie e centri di calcolo in un’unica rete, e portare avanti una riforma dell’economia che fosse più simile a quella teorizzata postrivoluzione. L’URSS arrivò in ritardo a questa conclusione rispetto agli Stati Uniti: la cibernetica, questa nuova scienza di sistemi che organizzano sistemi, fu inizialmente bollata come “scienza borghese” con la stessa logica che ha portato al “lysenkoismo”. L’entusiasmo da parte del mondo accademico sopraggiunse solo in seguito alla morte di Stalin, e la neonata disciplina fu vista come il tassello mancante per giungere a una pianificazione più efficiente e a un’economia “davvero comunista”. Il progetto segreto OGAS (Sistema nazionale automatizzato di contabilità ed elaborazione delle informazioni), diretto dal matematico e informatico Viktor Gluškov, riuscì dopo innumerevoli false partenze a dare inizio ai suoi lavori nel 1962. OGAS avrebbe agito sia come un Internet ante litteram (permettendo a chiunque fosse connesso di raggiungere qualsiasi altro terminale in una rete decentralizzata), sia come pianificatore economico molto più potente e reattivo di un farraginoso piano quinquennale. Non servì un colpo di Stato per far fallire il progetto. Come spiega Benjamin Peters in How not to network a nation (2017), OGAS fu un buco nell’acqua non tanto per la (seppur enorme) difficoltà tecnica di implementazione, quanto per la ritrosia da parte dell’apparato nell’accogliere soluzioni tecnologiche e tecnocratiche. E soprattutto a causa delle care vecchie gelosie e lotte interne tra ministeri rivali, in particolare da parte dell’Ufficio centrale di statistica, che temeva di perdere il controllo su quello stesso apparato burocratico che il progetto avrebbe dovuto alleggerire. O forse fu tutta una questione di contingenze storiche: cruciale fu una riunione del 1971 alla quale due importanti figure governative, che sostenevano il progetto, non si presentarono per conflitti di calendario. Delle due proposte di implementazione ‒ una gestione automatizzata dell’intero sistema produttivo con annessa riforma radicale dell’economia, e una più semplice gestione computerizzata di fabbriche individuali ‒, solo la seconda, compatibile con le tendenze liberiste sostenute da alcune fazioni del governo, fu approvata. OGAS venne gradualmente smantellato, i suoi fondi dirottati altrove. > Molte delle fabbriche connesse in via sperimentale a Cybersyn erano tutt’altro > che collaborative, sia per la ritrosia a utilizzare strumenti sui quali gli > operai non erano stati addestrati, sia per il timore che il computer rubasse > il lavoro al supervisore. Anche se allora non conoscevano i tentativi di economia cibernetica in corso nell’URSS, i cileni concepirono Cybersyn in maniera diversa, con l’intento esplicito di non seguire il modello russo. Cercavano di ovviare a dati inaffidabili simulando e anticipando l’economia prevista, costruendone un modello e verificando la presenza di variazioni. Se queste esistevano, per esempio in una specifica fabbrica dove la produzione dichiarata era diversa da quella aspettata, la stanza di comando ne contattava i supervisori in tempo reale per capire dov’era il problema. In teoria, questo rendeva la falsificazione dei dati meno possibile: l’intervento per aggiustare il tiro veniva affidato al supervisore che aveva tempo per agire, dopodiché interveniva direttamente la centrale. In quanto cibernetico, questo sistema era concepito anche per dare più feedback dall’alto verso il basso, cercando, almeno in teoria, di offrire più partecipazione alle decisioni lavorative e controllo dei mezzi di produzione a chi li operava. Ma non tutti accettarono di buon grado questo nuovo paradigma: molte delle fabbriche connesse in via sperimentale a Cybersyn erano tutt’altro che collaborative, sia per la ritrosia a utilizzare strumenti poco familiari e sui quali gli operai non erano stati addestrati, sia per il timore, molto attuale, che il computer rubasse il lavoro al supervisore. La nazionalizzazione procedeva in modo sconnesso e la necessità di regolamentare ogni dettaglio dei flussi produttivi, per far sì che il simulatore avesse un’immagine verosimile dello status dell’economia, si scontrava con operai che prendevano direttamente le redini della loro fabbrica, incarnando lo spirito stesso di una rivoluzione “vino rosso e empanadas” promessa da Allende. Se il controllo dei mezzi di produzione non è dal basso, in mano a chi lavora, è vero socialismo? Il simulatore di Cybersyn presentava un altro, grande problema: non incorporava nel suo modello il costante sabotaggio da parte di golpisti e servizi segreti statunitensi, e il team ne era consapevole. È opinabile se Cybersyn abbia in qualche modo aiutato il governo Allende a ritardare la sua fine imminente, o se avrebbe potuto scongiurarla del tutto se fosse stato pronto dal punto di vista tecnico. Ad appianare le divergenze tra testa e mani del partito ci pensò Pinochet, col sostegno USA, che nel 1973 trasformò il Cile in una dittatura militare omicida, e nel laboratorio perfetto per un altro tipo di teorie economiche radicali: quelle neoliberali. Gli esperimenti di pianificazione cibernetica degli anni Sessanta-Settanta oggi sono per la maggior parte ignorati, e nella buona tradizione dei progetti di sinistra, è stato loro consentito di fallire una o due volte prima di decretare che l’intero approccio è intrinsecamente irrealistico. Tra un salvagente e l’altro all’economia capitalista durante le sue sempre più frequenti crisi, ci si tiene a ricordare, da entrambi i lati della barricata, che la pianificazione semplicemente non si può fare. > Se il prezzo da pagare, per una ridistribuzione più equa delle risorse, è > l’invasione della privacy, allora al giorno d’oggi paghiamo già ampiamente > questo prezzo, senza peraltro godere dei benefici di alcuna ridistribuzione. Se un tale sistema venisse implementato per davvero, una ipotetica nazione socialista avrebbe accesso a una mole enorme di dati personali sui consumi e abitudini. È innegabile che nazioni socialiste esistite davvero siano state capaci di perpetrare abusi anche con molto meno a disposizione. Ma se il prezzo da pagare per un’economia che punti a una ridistribuzione più equa delle risorse è l’invasione della privacy, allora al giorno d’oggi paghiamo già ampiamente questo prezzo, senza peraltro godere dei benefici di alcuna ridistribuzione. Il controllo su di noi da parte dei colossi digitali, l’anticipazione dei nostri comportamenti e il loro potenziale di oppressione (sono aziende che collaborano estensivamente con le polizie e gli eserciti di molti governi) supera di gran lunga la pervasività del comunismo più controllore e autoritario. Il dilemma “siamo disposti a dare più informazioni personali al sistema economico?”  viene risolto ogni volta che clicchiamo “accetta” su termini e condizioni volutamente chilometriche di un nuovo servizio digitale. Ancora una volta torna il paradosso: le più grandi aziende multinazionali hanno incorporato lezioni ed elementi di pianificazione cibernetica nella loro organizzazione, e oggi le usano per pratiche sempre più predatorie. La questione se sia possibile gestire un tale volume di dati e prosperare è chiusa: il loro successo e la loro intoccabilità politica ne sono la riprova. La potenza di calcolo necessaria di certo non manca, così come l’infrastruttura: se OGAS e Cybersyn fossero nate oggi, avrebbero avuto buona parte del lavoro già fatta. Ma la proposta di nazionalizzare servizi e produzione (figuriamoci la pianificazione dell’economia di una nazione) è ormai di fatto sparita da tutti i programmi di qualsiasi partito, sinistra compresa, sostituita dall’accettazione tacita che l’economia è e deve essere di libero mercato. La pianificazione economica su larga scala non è mai stata così vicina dal punto di vista tecnico, e mai così lontana dal punto di vista politico. Di fronte a minacce esistenziali come il cambiamento climatico, viene da chiedersi se al giorno d’oggi un’economia di comando collettiva non sia tanto una possibilità, quanto più una necessità. Che il capitalismo non sia compatibile con la sopravvivenza a lungo termine della nostra specie è ormai evidente persino ai suoi sostenitori, ma le ricette proposte spesso sono poco più che obiettivi di riduzione delle emissioni, sistematicamente rimandati o ignorati. L’economia di mercato è competitiva per definizione: inefficienza, sprechi e diseguaglianza sono intrinseche in questa modalità di funzionamento, non sono un bug ma una feature. > Di fronte a minacce esistenziali come il cambiamento climatico, viene da > chiedersi se al giorno d’oggi un’economia di comando collettiva non sia tanto > una possibilità, quanto più una necessità. L’economia di comando sovietica servì a industrializzare il Paese, OGAS e Cybersyn furono pensati per tenere il passo con gli USA (o non farsi travolgere da loro). Oggi la sfida sarebbe un’altra, ovvero sopravvivere al collasso ecologico in corso, e non in un solo Paese. Senza scomodare la pianificazione, si potrebbe chiamare in causa la cosiddetta economia circolare, compatibile con quella di mercato, ma il paragone non regge: qui non stiamo parlando di 4-5 aziende che si comprano gli scarti a vicenda, ma di sistemi su scala massiccia (nazionale? Continentale? Globale?) che determinano tutti i flussi produttivi. Sistemi che presuppongono, come minimo, la nazionalizzazione e collettivizzazione dei settori industriali principali, col potenziale di gestire anche le piccole e medie aziende. Un’economia di guerra permanente, in cui la guerra è contro un clima che mette la nostra sopravvivenza a repentaglio. Forse però aiuterebbe porre la questione in termini meno bellici e più “organici”. Già Stafford Beer immaginò Cybersyn come un cervello collegato a degli organi, con loop di feedback costanti tra fabbriche e stanze dei bottoni. Oggi si parlerebbe di embodied cognition (cognizione incarnata), una riprova che cibernetica e neurofisiologia hanno un antenato comune. Se l’obiettivo di una economia organica è il raggiungimento dell’equilibrio omeostatico con le risorse ambientali, allora aiuta prendere spunto dall’organizzazione di network naturali che fanno esattamente questo: condividere, connettere, equilibrare. Questo approccio biologico rimette in prospettiva il ruolo e l’impatto dello stesso capitalismo: tranne quando c’è un cancro, un organismo non è mai in competizione con sé stesso. Teorizzare le modalità di gestione dell’economia planetaria prima di avere raggiunto l’elemento più importante, ossia la presa di coscienza collettiva della sua necessità, può sembrare un esercizio fine a sé stesso. Ma aiuta avere un obiettivo, un progetto futuro al quale tendere, e prendere ispirazione dalla natura non è solo una questione di metafore e simboli, ma di strutture e di modelli. Qualunque sia la forma in cui immaginiamo l’economia futura, una prospettiva futura è necessaria. A questa conclusione erano arrivati anche progettisti di Cybersyn, solo che non hanno fatto in tempo ad arrivare al futuro che avevano in mente. Non esiste una foto della stanza di comando di Cybersyn con qualcuno seduto sulle sedie. Se è mai esistita, è andata in fumo assieme al resto dei documenti, schemi e progetti di questo strano esperimento, epurata per mano dei soldati di Pinochet come lo sarebbero state di lì a poco decine di migliaia di dissidenti. Sopravvivono solo foto di sedie vuote in stanze vuote. Un sistema sofisticato, speranzoso, futuristico, con nessuno al comando. L'articolo Quel che resta del cybersocialismo proviene da Il Tascabile.
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Rovesciare la sfinge europea
N el 2017, proprio mentre terminavo di redigere un progetto europeo per un postdoctoral fellowship grant, venni interpellato da un’amica. Da qualche mese era alla direzione di una rivista accademica e mi proponeva di scrivere qualcosa per il numero che sarebbe uscito di lì a poco. Il tema centrale era il (controverso) concetto di Europa. Perfetto, pensai, butto giù due appunti su retorica, gergo, strutturazione delle istituzioni e dei meccanismi di finanziamento comunitari: il pezzo si sarebbe scritto da sé, era sufficiente lavorare un po’ sulle intuizioni, che non mancavano, lasciarle decantare per qualche tempo e la cosa era fatta. O quasi. Avevo terminato il dottorato da pochi mesi e – con la necessità di un reddito stabile – dopo l’estate trovai lavoro come pizzaiolo. Poi, a ottobre mi chiamarono come supplente a scuola. Mi ritrovai a una settimana dalla consegna dell’articolo con due lavori e tre frasi in croce, che invece di lievitare erano inacidite. Per un mese la mia vita seguì orari ottocenteschi. Andavo a dormire all’una passata, mi svegliavo sei ore dopo, ero in classe alle 8. In alcune giornate le ore di riposo non arrivavano a tre. Diedi buca, il pezzo non lo consegnai. Me ne rammaricai molto. Otto anni dopo, per ragioni che qui non importano, ho consegnato la proposta (stavo per scrivere, con quella deformazione lessicale che conosce bene chiunque si sia cimentato nell’impresa, “sottomettere l’application”) per un posdoctoral fellowship della Marie Skłodowska Curie Action, uno dei bandi del programma Horizon. Le ragioni che mi hanno spinto a scrivere queste righe sono eminentemente critiche: ritengo che il funzionamento del bando, florilegio di retoriche liberali su eccellenza e merito e luogo di competizione feroce tra le proposte, sia in effetti uno dei dispositivi più eloquenti del mondo in cui ci troviamo a vivere. Del suo modo crudele e iniquo di concepire ciò che vale. E in fondo, se osservato da vicino, i suoi meccanismi non solo rivelano, come in un sintomo, ciò che vorrebbero eufemisticamente occultare – vale a dire le logiche strutturali di ripartizione dei fondi europei, di accesso al mondo del lavoro accademico, di addestramento ideologico; in controluce si dissolve la patina cosmetica ed è possibile osservare il volto del comando, e quella sorta di Squid game cui è ridotto l’ormai tramontato mondo liberale. Non nascondo, tuttavia, che una parte di me vuole finire il lavoro sospeso e forse, per così dire, vendicare il pizzaiolo-insegnante-ricercatore di otto anni fa. > Il funzionamento del bando, florilegio di retoriche liberali su eccellenza e > merito e luogo di competizione feroce tra le proposte, è uno dei dispositivi > più eloquenti del mondo in cui ci troviamo a vivere. Non è poi così raro incontrare gli entusiasti del sistema di finanziamento della ricerca europeo. In una parte del mondo accademico, che da sempre vive i melodrammi del sentimento e del risentimento, della cooptazione e delle truppe rivali, il modello europeo di frammentazione della concorrenza appare come uno strumento di giustizia, che sottrae potere alle vetuste cariatidi accademiche, adagiate sulle tessiture clientelari di cooptazione e affiliazione. “Finalmente – mi disse un’entusiasta, professore ordinario a Venezia – sei tu che vai al dipartimento, senza dover chiedere nulla a nessuno, e bussi, rivendicando il tuo merito” – e il pacco di soldi che porti in saccoccia. “È rivoluzionario, finalmente vai a caccia dei soldi. Quando lo dissi al mio professore di un tempo mi guardò come un pazzo… non riusciva a capire di cosa stessi parlando”. Esiste un fondo di verità in queste parole, ma va rovesciato di senso attraverso la critica. È vero, forse, che lo zelante procacciatore di risorse si libera in prima istanza da servilismi e piaggerie diretti: piomba in dipartimenti spesso sottofinanziati con una valigetta ricolma di soldi, compensando (solo in parte) i tagli lineari che da ormai un ventennio o più falcidiano i fondi ordinari per gli atenei. Lo fa, per molti versi, sconvolgendo la logica asfittica dell’ormai residuale notabilato accademico, certo, ma anche aggirando i meccanismi cooptativi che, benché discutibili, davano senso all’istituzione universitaria, per definizione elitaria nonostante le aperture della fine dello scorso secolo. Ciò che ottusamente non vede il barone, ciò che entusiasma l’entusiasta, in effetti, è la spinta trasformativa che segue la classica linea di innovazione economico-sociale-giuridica della modernità capitalistica, già ampiamente descritta in Marx: si disgiungono i rapporti sociali da quelli economico/giuridici, si recide la dipendenza personale dei rapporti sociali premoderni, disarticolando i gruppi corporativistici per ottimizzare la competizione del lavoro, centralizzando, anonimizzando il comando (a Bruxelles) e frammentando i finanziamenti (al singolo progetto di ricerca). Lo strumento del bando europeo ha inizialmente affiancato e ora va sostituendosi, anche attraverso un quadro giuridico ormai maturo costruito dai governi – tecnici e non – dell’ultimo ventennio, al classico finanziamento a pioggia, sul quale precipitano ormai anatemi e scongiuri “bipartisan”. Il new public management (per una storia e una critica approfondita di questa forma governamentale di ascendenza anglosassone suggerisco il libro di Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito, 2019), a suon di incentivi al merito, lavoro per obiettivi, ragionamento costi/benefici ecc., ha finito per rendere gli strumenti ordinari di finanziamento – che poi reggono tutta la residuale baracca dello Stato sociale pubblico – una specie di bestemmia innominabile. > Si disgiungono i rapporti sociali da quelli economico/giuridici, si recide la > dipendenza personale dei rapporti sociali premoderni, disarticolando i gruppi > corporativistici per ottimizzare la competizione del lavoro, centralizzando, > anonimizzando il comando (a Bruxelles) e frammentando i finanziamenti (al > singolo progetto di ricerca). Il funzionamento dei bandi europei per la ricerca accademica (penso in particolare ai bandi ERC, European Research Council,  e MSCA, Marie Skłodowska Curie Action) si fonda sulla messa al lavoro dei singoli studiosi, sui quali ricade un complesso lavoro amministrativo e contabile, oltre che di ideazione dei contenuti della ricerca, in un contesto concorrenziale di estrema scarsità (nascosto dal termine “efficienza”). Vari studi (qui sintetizzati in un articolo un po’ tecnico) mettono in discussione l’efficacia economica complessiva del modello – ovvero la sua principale leva ideologica: “Funding systems with small funding totals, large application numbers, and low success rates are not uncommon and are at risk of crossing the net zero gain”. E se si scorporano i termini che sostengono i costi di questo tipo di finanziamento, la logica economica diventa evidente: “A study in Australia estimated that 85% of the costs are incurred by the applicants, 10% by the decision-making processes, and the remaining 5% by the administration”. I “costi” effettivi vanno misurati in tempo che si traduce in denaro: per le istituzioni saranno dunque quel 15% che serve a sostenere i processi amministrativi e di selezione, mentre l’85% dei costi sostenuti dal soggetto richiedente si tradurrà in denaro solo nel caso in cui accada di vincere il bando. Il che avviene in media, per gli strumenti di finanziamento del programma Horizon, nel 15,9% dei casi. La fonte è perfino entusiasta dell’aumento dei finanziamenti, affermando che l’incremento dei progetti finanziati “rises sharply” (addirittura!), rispetto al 12% del programma 2013-2020. Non sono molto abituato ad aggirarmi tra percentuali, ma a occhio tutto ciò significa che per circa 6-7 progetti su 10 quell’85% dei costi è davvero azzerato per l’istituzione – ossia scaricato interamente sul singolo soggetto che propone (che nei bandi accademici considerati è un individuo). Sappiamo anche, ancora dal primo studio citato, che per scrivere un bando complesso occorrono tra i 25 e i 50 giorni di lavoro (vale a dire, tra il mese e mezzo e i tre mesi vita, lavorando a tempo pieno). Non male. Il dato è ancora più sorprendente se, a valle del processo di selezione, osserviamo l’istituzione lamentarsi del fatto che quasi 7 su 10 (il 67%) delle proposte “high-quality” non sono finanziate per mancanza di fondi allocati. Il dato andrebbe scorporato perché comprende anche molti bandi di finanziamento destinati all’innovazione delle imprese, ma di per sé mi pare significativo. La trasparenza posticcia – una vera passione perversa delle istituzioni liberali europee ‒ di documenti come questi nasconde, dietro alla logica dichiarata dell’autocorrezione istituzionale, un chiaro rinforzo del dominio della competizione. Quanto più si afferma la logica di scarsità tanto più il valore simbolico del finanziamento è accresciuto: se fossero stanziati più fondi il prestigio della borsa diminuirebbe. Se la maggior parte dei progetti eccellenti non viene finanziato, il mio dev’essere percepito come super-eccellente, ultra-eccellente. Ci stiamo perdendo qualcosa. E non mi riferisco al fatto che buona parte della cosiddetta “eccellenza” va persa per strada – non mi interessa la logica costi/benefici, collusa senza spazi di ambiguità con il modello del new public management. Ciò che va perso è il grande spettro dei nostri tempi: il lavoro, il tempo dedicato alla scrittura di un bando che, a prescindere dalla sua apparente forma isolata, è molto più seriale di quanto non sembri e di quanto non lasci surrettiziamente presupporre il modello stesso della competizione e del finanziamento del progetto specifico. Come è accaduto in moltissimi altri settori, ciò che è stato frammentato non è tanto la qualità del lavoro, che resta ad alto grado di standardizzazione, quanto la sua organizzazione. Un espediente che ha permesso a una porzione sempre più grande del tempo funzionale al lavoro di essere esclusa dalla remunerazione: l’esatto opposto rispetto a una storica rivendicazione del mondo operaio, che pretendeva l’inclusione del tempo impiegato per il tragitto casa-lavoro nel tempo di lavoro. Attraverso forme di burocratizzazione mostruosa, come quella dei bandi qui oggetto di critica, tutta una porzione di lavoro è sfuggita al salario ed è finita nel profitto. > Attraverso forme di burocratizzazione mostruosa, come quella dei bandi qui > oggetto di critica, tutta una porzione di lavoro è sfuggita al salario ed è > finita nel profitto. Visto dalla prospettiva di chi scrive i progetti, quell’85% dei casi è tempo di lavoro regalato, 6/7 volte su 10. Naturalmente l’idea che sta dietro a un progetto di ricerca non si aliena: può essere ripresa, rimaneggiata e proposta in altre forme. Ciò che è alienato (nel senso di sottratto al singolo lavoratore-ricercatore) è il tempo impiegato per metterla in forma. Ma chiunque lavori nell’ambito sa quanto l’intuizione informe si scontri poi con il considerevole sforzo simbolico di ridurla a una forma intersoggettiva, comunicabile, adatta, comprensibile ed eventualmente, com’è questo il caso, seducente per l’interlocutore. E c’è una formula ben precisa, standardizzata, per sedurre nei bandi europei – almeno per quelli destinati ai soggetti accademici. Questa standardizzazione è essa stessa un effetto della burocrazia appena evocata: la forma diventa vincolante tanto quanto, e forse più del contenuto. Complessivamente, la postura enunciativa da tenere percorre il sentiero strettissimo dei doppi vincoli: si avvicina a quella di una sorta di supereroe della ricerca che però ha l’umiltà di ammettere che c’è ancora moltissimo da imparare. Questa formulazione sintetica di un’ingiunzione contraddittoria deriva essenzialmente dalla forma stessa della strutturazione testuale della proposta: ogni sezione dell’application deve essere euforistica, sopra le righe, ed è dunque inevitabile che i brani riguardanti la presentazione del ricercatore siano a tal punto debordanti di skills da entrare in contraddizione con i territori inesplorati di una disciplina, che appunto hanno il tratto ontologico di non essere stati indagati in precedenza. La figura del ricercatore, giovane o meno, deve sempre stagliarsi talentuosamente, quasi eroicamente, nel proprio settore disciplinare. È talmente bravo da sentire come una colpa il non aver (ancora) fatto questo o quello: ma come hai fatto a non averci pensato prima alla straordinaria idea che stai proponendo solo ora?! Come è noto, l’ingiunzione del doppio vincolo è un ottimo generatore di senso di inadeguatezza e, di conseguenza, un potente strumento governamentale. Senza contare che, di per sé, crea tutti gli alibi necessari a una commissione giudicatrice, libera di selezionare in serenità enfatizzando o sminuendo un tratto piuttosto che un altro. La risposta diffusa di fronte a questa sfinge, lo hanno mostrato diversi studi (per esempio, uno su tutti, il celebre modello CARS di John Swales, che moltissimi istituti suggeriscono per un progetto di successo – per esempio qui), è la ricerca di una formulazione standard delle proposte. Una formula che trovi modulazioni retoriche precise e rassicuranti: per il ricercatore, che ritiene di compiacere la commissione, e per la commissione stessa, che trova così gli appigli retorici per fondare una valutazione. Una delle forme più evidenti e grottesche è una sorta di “iperbole eufemistica”: la ricerca dimostra di avere un’ambizione importante, rivoluzionaria, che trasformerà radicalmente lo stato delle cose esistenti… in un microsettore specifico e specialistico. In fondo è una logica ben nota, per chi è cresciuto in una società neoliberista: quella del linguaggio pubblicitario, che incoraggia un investimento psichico importante su scelte dalla relativa ricaduta reale. “Questo spazzolino di ultima generazione ti sconvolgerà la vita, il modo in cui ti lavi i denti non sarà più quello di prima!”; “scegli il tale detersivo, avrai un bianco rivoluzionario!”. Il che è in palese antinomia (ancora il doppio vincolo) con la sezione del cosiddetto Impact, che deve invece enfatizzare il glorioso effetto complessivo della propria ricerca, in un climax dagli inevitabili effetti comici di sproporzione. > In fondo è una logica ben nota, per chi è cresciuto in una società > neoliberista: quella del linguaggio pubblicitario, che incoraggia un > investimento psichico importante su scelte dalla relativa ricaduta reale. Non vorrei spezzare i sogni di gloria di qualche sofista in erba, ma trovare le formulazioni più felici per percorrere questo stretto crinale a picco sul vuoto (ormai scrivo anche io come in un bando europeo ERC, high-risk/high-gain), spesso, non basta. È dimostrato (e naturalmente le istituzioni europee lo sanno e, ancora in nome della trasparenza, mostrano zelantemente di saperlo, salvando capra e cavoli) che ai commissari, sommersi da complessissime e al contempo standardizzate proposte di ricerca redatte in Times New Roman 11 interlinea 1, alla fine si incrociano gli occhi, poverini, e si riducono a googlare le bibliometrie del candidato – che si rifanno, com’è ovvio, a un principio puramente quantitativo, unica forma di eccellenza che può conoscere questo sistema. Tutto ciò, evidentemente, finisce per descrivere una dinamica circolare i cui retroeffetti si rafforzano vicendevolmente: e in effetti i fondi europei premiano le istituzioni e i territori già forti, imponendo ai ricercatori di spostarsi verso i “centri di eccellenza” (e dunque via, dalla Calabria a Londra, dall’Andalusia a Berlino, ecc.); premiano i candidati già forti; danno un mucchio di soldi a pochi anziché una somma dignitosa a molti, proprio perché simili strumenti di ripartizione dei fondi costruiscono ideologicamente una confusione tra eccellenza e quantità, autorevolezza e prestigio, intelligenza e successo. > Simili strumenti di ripartizione dei fondi costruiscono ideologicamente una > confusione tra eccellenza e quantità, autorevolezza e prestigio, intelligenza > e successo. Otto anni fa, pizzaiolo e supplente, mi illudevo che scrivere un bando fosse questione di tempo, dedizione, costanza. Oggi, dopo un nuovo giro di giostra, mi accorgo che quella fatica, quella costante mancanza di tempo, non era un accidente biografico, ma la regola stessa del gioco. Nel 2025 sono giunte in Europa 17.058 proposte, un numero mai visto in 40 anni di “EU research and innovation programme”. La Commissione europea prevede di finanziarne 1650. Meno del 10%. Da un lato, l’incremento vertiginoso delle proposte (l’anno scorso erano poco più di 10.000) ci dà l’idea di quante persone in accademia, in un’Europa che sceglie ottusamente di dirottare risorse economiche sulla filiera bellica per riarmarsi, rimangono a spasso. Dall’altro si riafferma con sempre maggiore ferocia, se possibile, la logica della scarsità e tutte le sue implicazioni ideologiche e sociali. Il pizzaiolo-insegnante-ricercatore di otto anni fa non aveva solo fallito la consegna di un articolo, dunque: aveva, a sue spese, esperito le conseguenze di un sistema profondamente iniquo, che utilizza il merito per riprodurre le condizioni sociali. Oggi, chiudendo queste poche righe, vivo l’illusione di vendicare quel pizzaiolo e tutti i suoi simili. Ma forse anche questo senso di rivalsa è un sintomo del nostro presente: non è di vendetta che necessitiamo ma di organizzazione politica, non di rivalsa ma di individuazione del nemico, non di sentimento ma di pragmatismo e lucidità. L'articolo Rovesciare la sfinge europea proviene da Il Tascabile.
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