I l rider, icona ambivalente del capitalismo contemporaneo, è senza dubbio la
figura del lavoro che ha fatto da parafulmine per le riflessioni sullo
sfruttamento del lavoro negli ultimi quindici anni. Se nel primo decennio degli
anni Duemila il lavoro nei call center era diventato il simbolo della
terziarizzazione nei Paesi occidentali, negli anni Dieci i social network
sembravano aver incanalato l’apparente sparizione del lavoro dietro la cortina
di piattaforme opache che si libravano nell’etere di un Internet ormai
completamente opaco rispetto alle filiere produttive che lo reggevano.
L’emersione della figura del rider ha mandato in cortocircuito questa
opacizzazione, diventando il punto di giuntura tra le forme sommamente astratte
in cui si presentavano i settori di punta del capitalismo contemporaneo, e il
ritorno prepotente di una materialità del lavoro che nei Paesi europei e
nordamericani in particolare sembrava evaporata.
Da un lato, l’immaginario della città “smart”: consegne lampo, app che
promettono libertà e “lavoretti” flessibili, il mondo della logistica in tempo
reale. Dall’altro, i racconti di turni infiniti, incidenti, assenza di tutele,
salari al ribasso. In Europa abbiamo imparato a riconoscere questa figura sui
viali delle metropoli italiane, nelle campagne tedesche, nei sobborghi francesi;
nel dibattito pubblico il rider è spesso diventato la metafora del lavoro
precario postfordista, il segno che qualcosa si è rotto nel patto sociale della
seconda metà del Novecento. Talmente vivida è la contraddizione che queste
narrazioni percorrono i viali anche della potenza cinese (vale la pena segnalare
il romanzo di Hu Anyan, Consegno pacchi a Pechino, appena tradotto da Federico
Picerni per Laterza).
A Sud della piattaforma di Federico De Stavola (Mimesis 2025, prefazione di
Sandro Mezzadra) attraversa questa figura del lavoro contemporaneo con
un’ulteriore traiettoria obliqua. Conduce un’immagine sociologica sul campo
immergendosi nello spazio socioeconomico dei lavoratori di piattaforma di Città
del Messico, e restituisce da sud la cartina di tornasole che si tratti di una
storia di per sé, e già a monte, globale. Lo è proprio per la dialettica di
cattura su cui si fonda: la concentrazione monopolistica del capitalismo di
piattaforma mira, declinandosi contesto per contesto, di territorio in
territorio e a condizioni mutevoli, all’assorbimento di quella parte di lavoro
informale o che opera nel basso cabotaggio del capitalismo – sul livello della
piccola e media impresa – riorganizzandola formalmente e mantenendo i caratteri
di “arrangiamento imperfetto” che restano funzionali alla sua riorganizzazione.
Videmus nunc per speculum in aenigmate.
Vale la pena riepilogare per brevi cenni questa storia nel campo
eurostatunitense. Già negli anni Novanta e nel primo decennio degli anni Duemila
nascevano le prime piattaforme di ordine online (Just Eat, Grubhub, ecc.), che
però si limitano a raccogliere ordini per conto dei ristoranti: le consegne
restano in mano ai locali. La svolta arriva dopo il 2007, con smartphone e app:
tra 2011 e 2015 compaiono Postmates, DoorDash, Uber Eats, Deliveroo, Glovo,
Rappi, che trasformano il delivery in un servizio autonomo, sostenuto da
capitale di rischio e basato su lavoro “indipendente” pagato a cottimo.
> La figura del rider è diventata il punto di giuntura tra le forme astratte in
> cui si presenta il capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una
> materialità del lavoro che sembrava evaporata.
La crisi del 2008 spinge capitali verso investimenti ad alto rischio e masse di
lavoratori verso i “lavoretti” della gig economy. Le piattaforme di delivery
diventano il volto visibile di questo processo: ritornano il cottimo e lo
scarico del rischio sui lavoratori, ora gestiti via algoritmo. Dal 2016 esplode
un ciclo di conflitti: scioperi a Londra contro il passaggio al solo cottimo,
poi a Torino contro Foodora, e a seguire collettivi di rider in tutta Europa. I
rider si organizzano quasi sempre fuori dalle strutture sindacali tradizionali,
usando social e chat, rivendicando prima di tutto il riconoscimento come
lavoratori.
In Italia, l’esperienza di Riders Union Bologna porta alla Carta dei diritti del
lavoro digitale (2018), primo tentativo municipale di fissare tutele minime.
Intanto la giurisprudenza si muove: con la sentenza Foodora (Cass. 1663/2020) i
rider vengono inquadrati come collaboratori etero-organizzati cui si applicano
le tutele del lavoro subordinato, mentre la legge 128/2019 vieta il puro
cottimo, impone trasparenza contrattuale e alcune protezioni infortuni, aprendo
alla presunzione di subordinazione.
In parallelo, si moltiplicano i conflitti e le cause in altri Paesi: paros
transnazionali in America Latina, sentenze su Uber nel Regno Unito e in Francia,
la Ley rider spagnola che presume dipendenza per i fattorini. L’UE approva nel
2024 una direttiva sul lavoro in piattaforma che introduce presunzione di
rapporto di lavoro e primi limiti al management algoritmico, mentre la
California alterna la riclassificazione restrittiva di AB5 alla controffensiva
di Proposition 22, producendo un quadro instabile in cui la forma-impresa
“piattaforma” è ormai pienamente centro della questione sociale.
E puntualmente, nel volume di De Stavola, i rider della piattaforma Rappi non
compaiono come un’eccezione “esotica” rispetto agli sviluppi che abbiamo appena
richiamato del modello eurostatunitense. Figurano invece come uno snodo in cui
si intrecciano economie di strada, cottimo, sottosviluppo strutturale e
dispositivi digitali di comando. Il libro rivendica fin dall’introduzione un
punto di vista dichiaratamente situato: usare la teoria critica latinoamericana
– dalla teoria della dipendenza all’eterogeneità storico-strutturale, dal
barocco di Echeverría alle economie popolari – per leggere un fenomeno che, di
solito, viene concettualizzato con categorie nate nel Nord. La periferia non si
presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui il futuro del lavoro
vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che altrove.
> La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui
> il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che
> altrove.
Nei primi due capitoli, più teorici, De Stavola ricostruisce il lessico con cui
leggere il capitalismo di piattaforma in America Latina ricostruendo la
tradizione del pensiero critico latinoamericano, da Mariátegui e dai dibattiti
su modi di produzione, dipendenza, marginalità, eterogeneità
storico-strutturale. A partire da Quijano, formula l’idea che esista un
“pensiero metonimico” che prende il lavoro salariato occidentale come parte che
rappresenta il tutto, oscurando lavoro domestico, informale, autonomo, agricolo,
comunitario. Viene proposta invece una nozione di eterogeneità
storico-strutturale: coesistenza di schemi strutturali diversi, temporalità
differenti ma simultanee, sussunzioni parziali e combinazioni di modi di
produzione.
In quest’ottica, il capitalismo latinoamericano è fin dall’inizio un intreccio
di forme: enclave industriali, economie di sussistenza, servitù, lavoro
salariato e informale. Attraversando poi le teorie della dipendenza (Prebisch,
Furtado, Gunder Frank, Wallerstein, Marini), i dualismi sviluppo/sottosviluppo e
moderno/arcaico vengono posti a critica e sostituiti dalla polarità
centro/periferia e dall’idea di “sviluppo del sottosviluppo”. Il sottosviluppo
periferico, in quest’ottica, emerge come prodotto strutturale del capitalismo
mondiale, e non come una sua fase preliminare.
Le piattaforme sono allora lette come “operazioni del capitale” che innestano
algoritmi, investimenti finanziari e infrastrutture logistiche su un tessuto in
cui dominano l’arrangiarsi, il cottimo, il multi-impiego. Anche la genealogia
del capitalismo di piattaforma viene ricostruita attraverso lo sviluppo della
logistica e del toyotismo: dal just-in-time e dal kanban alla piattaforma come
infrastruttura digitale che coordina flussi, governa tempi, cattura dati. È in
questo quadro che compaiono le definizioni più note, da Srnicek a Mezzadra e
Neilson, sulle piattaforme come dispositivi di estrazione di rendite e di dati,
come nodi che collegano utenti, imprese, lavoratori.
Il terzo e il quarto capitolo sono quelli in cui De Stavola rende conto della
profonda, immersiva e meticolosa ricerca etnografica, senza dubbio la parte più
interessante del libro. L’autore segue i riders di Rappi nelle strade della
capitale messicana, li accompagna nelle basi d’attesa, nelle chat di WhatsApp,
nelle soglie dei ristoranti, nei momenti di precarietà estrema. Ricostruisce le
loro biografie come “biografie arrangiate”: percorsi fatti di lavori informali,
impieghi in nero, vendite ambulanti, call center, taxi pirata, emigrazioni e
ritorni. Il lavoro di piattaforma appare come una tappa in questa sequenza,
scelta spesso per disperazione più che per convinzione, abbandonata e ripresa in
base alle congiunture familiari e agli shock economici.
Il cuore empirico del libro sta nella descrizione del processo lavorativo: le
app come strumenti di lavoro, il tempo di connessione che si allunga ben oltre
la giornata legale, le tariffe per consegna, i bonus e i meccanismi di
gamification, i rischi a carico dei lavoratori (mezzi, manutenzione, benzina,
sicurezza sul percorso). Il concetto che De Stavola usa per sintetizzare questa
esperienza è quello di “lavoro di sincronizzazione”: il rider non si limita a
portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene insieme tempi diversi – del
ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della città – assorbendo nel proprio
corpo tutte le disfunzioni del sistema. Molto efficace, ad esempio, è la
descrizione di come gli imprevisti (pioggia, incidenti, clienti che non
rispondono, locali saturi) si trasformino in lavoro non pagato, in frustrazione,
in autosfruttamento.
> Il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene
> insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della
> città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema.
Nel quinto e ultimo capitolo, De Stavola legge lo smartphone e le app come una
sorta di panopticon portatile: un dispositivo che non solo traccia e registra,
ma organizza la condotta, struttura l’orizzonte di possibilità, distribuisce
ricompense e punizioni. Lungi dall’essere semplici interfacce neutrali, le app
diventano architetture di governo: definiscono metriche, soglie di prestazione,
punteggi, livelli, missioni. L’idea del “siamo il capo di noi stessi” viene
messa costantemente in tensione con la realtà di un controllo strettamente
algoritmico, che decide chi lavora, quanto lavora, con quali tempi e quali
margini.
In un panorama in cui l’uso di Foucault rischia troppo spesso di ridursi a
omaggio obbligato, a metafora svuotata, a riferimento teorico astratto, qui
l’applicazione è invece meticolosa e utile alla lettura della “disciplina di
fabbrica” applicata allo spazio espanso della piattaforma: lo smartphone come
dispositivo disciplinare spiega effettivamente più di qualcosa del rapporto tra
autonomia apparente e subordinazione materiale, senza cancellare il ruolo di
salario, tempo di lavoro, estrazione di plusvalore. Non viene del tutto evitato,
credo, il limite di buona parte degli utilizzi di Foucault: la tentazione del
passare dall’uso della raffinata lente dell’analitica del potere alla
distillazione di un nuovo paradigma organizzativo del capitale (storicamente
successivo o spazialmente ridislocato).
Ed è questo in effetti il punto verso cui il libro ambisce a spostare l’asse
teorico. Muovendosi sul terreno teorico consolidato dell’operaismo e del
postmarxismo, De Stavola non si limita a mostrare che il capitalismo delle
piattaforme incorpora e riorganizza il lavoro informale; suggerisce che questa
eterogeneità e questa cattura dell’informalità mettono in crisi un certo modo di
pensare il capitalismo a partire dal lavoro salariato “standard”, e per
implicazione la stessa legge del valore.
Attraverso Ruy Mauro Marini introduce per esempio la nozione di
supersfruttamento del lavoro, caratterizzato da estensione e intensificazione
della giornata. Con uno scambio ineguale che avvantaggia costantemente il
centro, il supersfruttamento metterebbe in campo una violazione sistematica
della legge del valore. Che è però un aspetto strutturale proprio
dell’estorsione di plusvalore già nella definizione marxiana: non si dà
plusvalore se non, precisamente, tramite quello che Marini chiama
supersfruttamento. La “truffa” del capitale è precisamente il gioco delle tre
carte salario, prezzo, profitto: il capitale non garantisce la riproduzione di
sussistenza di forza-lavoro; piuttosto la approssima puntando sulla capacità
adattativa del proletariato.
Si intravede l’idea che il paradigma fordista – operaio massa, fabbrica,
contratto collettivo, giornata di otto ore – sia stato preso non solo dalla
tradizione marxista, ma da Marx stesso, se non addirittura come rappresentazione
integrale del sistema capitalistico nella sua totalità. Naturalmente, è vero che
il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche – e spesso
in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, autonomo
dipendente, agricolo, migrante. Ed è vero che questo è stato spesso trascurato
da una certa sociologia del lavoro. E senza dubbio è un ottimo antidoto l’uso
del postmarxismo latinoamericano (Quijano, Oliveira, Gago) per mostrare come la
marginalità sia interna al capitalismo, e non “fuori”.
> È vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche
> – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale,
> autonomo dipendente, agricolo, migrante.
Ma non si può imputare a Marx questa operazione metonimica. C’è un brano del
capitolo terzo dell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica del
1857, in cui Marx chiarisce perché ritiene che le categorie dell’economia
politica vadano costruite prendendo come riferimento la società borghese “più
sviluppata”, dove il rapporto di capitale si presenta nella sua forma più pura.
Il lavoro salariato è centrale non perché Marx scambi il salario per “il lavoro
in generale”, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro,
quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno
a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti in quanto modo di produzione
dominante. Si fa, insomma, centro di un’articolazione sociale complessiva (che
aspira a essere globale) che rende periferica. E se Marx parla di sopravvivenze,
ne parla in termini di coesistenza di rapporti di produzione che pure erano
presenti nelle epoche precedenti. Scrive nell’Introduzione del 1857:
> Il lavoro si presenta come una categoria del tutto semplice. Anche la
> rappresentazione di esso in questa universalità ‒ come lavoro in generale ‒ è
> assai antica. Tuttavia, concepito dal punto di vista economico in questa
> semplicità, “lavoro” è, appunto, una categoria moderna, così come lo sono i
> rapporti, che generano questa semplice astrazione. Il sistema monetario, ad
> es., pone la ricchezza ancora del tutto obiettivamente, come cosa (Sache) al
> di fuori di sé, nel denaro. […] L’indifferenza verso il lavoro determinato
> corrisponde ad una forma sociale, in cui gli individui facilmente passano da
> un lavoro ad un altro e per i quali il tipo determinato di lavoro è qualcosa
> di casuale, di indifferente. Qui, il lavoro non è divenuto solo come categoria
> della mente, ma proprio nella realtà il medio per la creazione della ricchezza
> in generale […]. La più semplice astrazione, dunque, che l’economia moderna
> porta all’apice – ma che, contemporaneamente, esprime un rapporto assai antico
> e valido per tutte le forme sociali – si presenta, solo in questa astrazione,
> come praticamente vero in quanto categoria della più moderna società.
Nel Capitolo sesto inedito Marx usa la coppia sussunzione formale/reale
esattamente per pensare come e quanto lavoro artigiano, contadino, domestico
venga inglobato dal capitale: non tanto e non solo due “epoche storiche”
astratte che si susseguono, ma delle fasi reali che in tempi diversi della
storia sono attraversate diversamente da punti differenti del capitalismo come
sistema-mondo. E anche in rapporto alla questione del lavoro riproduttivo, la
posizione di Marx ed Engels è chiara nel Capitolo secondo di L’ideologia tedesca
e in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Le
critiche femministe, in particolare i lavori di Silvia Federici e Maria Rosa
Dalla Costa, hanno mostrato quanto poco la tradizione marxista abbia fatto,
storicamente, di questi spunti. Ma come si vede anche nell’Introduzione del
1857, per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il
plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza
dei rapporti economici circostanti:
> In tutte le forme di società vi è una determinata produzione ed i suoi
> rapporti, che assegnano rango ed influenza a tutte le altre [produzioni] ed a
> tutti gli altri rapporti. Si tratta di una generale lucentezza, che investe
> tutti gli altri colori e da cui essi vengono modificati nella loro
> particolarità. Si tratta di un etere particolare, che determina il peso
> specifico di ogni esistenza, che in esso assume rilievo.
Nell’apparente lacunosità dei testi marxiani ed engelsiani non si tratta di
svalutare moralmente o eticamente delle forme lavorative non salariali o i
soggetti a cui storicamente vengono assegnate, e vale lo stesso per la categoria
spesso strumentalizzata (specialmente da quei soggetti politici che propongono
improbabili ponti tra marxismo e nazionalismo) di “esercito industriale di
riserva”. Si tratta di collocarli in un sistema nel quale i rapporti sociali si
rarefanno man mano che ci si allontana dal centro, e in cui la periferia
restituisce al centro la cruda realtà della sua ineguaglianza strutturale: non
etica, ma economica e materiale. Più proficuo, da questo punto di vista, è
confrontarsi invece con i teorici che De Stavola prende a riferimento “da sud” e
in particolare proprio sul ruolo assunto dal cosiddetto esercito industriale di
riserva.
> Aníbal Quijano e José Nun sono i principali teorici di questa corrente della
> marginalità. Mentre per Nun, nelle economie dipendenti dell’America Latina la
> problematica era rappresentata dall’assorbimento inefficiente della forza
> lavoro, che risultava in una massa marginale di popolazione, anziché
> nell’esercito industriale di riserva presente nelle economie centrali, per
> Quijano lo schema centro-periferia si applica anche internamente: il “polo
> marginale” e il “nucleo centrale” sono due sistemi interdipendenti. In altre
> parole, egli afferma che “il sistema nel suo complesso non può essere definito
> solo da uno di essi, ma come una relazione di dominio tra due livelli di
> attività e relazioni economiche”. Quijano riconduce i meccanismi di
> marginalizzazione a due condizioni sistemiche di sviluppo periferico:
> l’industrializzazione dipendente, che riduce la quantità di manodopera
> necessaria e marginalizza i settori economici preesistenti che non hanno le
> risorse per accedere alla competizione tecnologica; l’impossibilità per
> alcuni/e lavoratori e lavoratrici di trovare impiego nelle relazioni
> egemoniche a causa della crescita demografica.
C’è l’occasione, su passi come questo, di rileggere le categorie marxiane nella
loro complessità originaria, e sul piano della materialità storica, e non
attraverso le formule astratte che sono state tramandate da letture di partito
(o di Stato) distorte. È in gioco qui l’immagine monolitica del capitalismo
tramandata dal boom economico e dalla guerra fredda, e dai teorici che hanno
provato a leggere il capitalismo come totalità e come univocità (fra le altre
cose usando diadi come “sussunzione formale/reale” in quanto semplici fasi
storiche distinte e non come articolazioni di un processo che si dà per
temporalità multiple), e che non appartiene a Marx.
> Per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
> perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, che riorganizza
> intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti.
È proprio l’eccedenza di forza-lavoro a generare un “esercito industriale di
riserva”, o una “massa marginale”, che viene certamente riassorbita in modo più
efficiente dal centro del sistema e meno dalla sua periferia, proprio per la
coesistenza di gradi differenti di sviluppo, e che peraltro è alla base della
maggior parte dei fenomeni migratori. Ma quello che emerge, risalendo questo
sguardo da sud a nord, non è la cristallina operatività rettilinea del
capitalismo nord-occidentale, semmai il suo scacco e il suo fallimento
strutturale – a nord come a sud – e l’inefficienza necessaria alla sua base che
ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
I Quaderni antropologici di Marx, certamente noti ad alcuni degli autori presi a
riferimento da De Stavola (Echeverría, Garcia Linera, Dussel), a partire dalla
loro pubblicazione molto tarda (e ostracizzata dallo stalinismo) restituivano a
Marx una pluridimensionalità della storia globale, riconfigurando completamente
il dibattito rispetto a un’idea di Marx coloniale ed eurocentrica. Ma anche
senza affidarsi a testi marxiani meno noti, da più di un secolo ormai è pacifico
per qualunque frangia delle riflessioni teoriche che si sono sviluppate dentro,
a fianco o tra il marxismo e l’anarchismo, che la stessa Rivoluzione d’Ottobre
avviene nel contesto di un capitalismo periferico, senza dubbio con capitali,
mezzi, proporzioni minori e con una struttura evidentemente diversa rispetto
alle punte più avanzate del capitalismo dell’Occidente europeo.
Più tardi, Trockij metterà a punto il concetto di “sviluppo combinato e
diseguale” per descrivere la compresenza, nello stesso spazio sociale, di
elementi “arretrati” e “avanzati”: fabbriche moderne accanto a villaggi
semifeudali, telefoni e treni insieme a rapporti di lavoro precapitalistici. È
la categoria che Trockij usa proprio per descrivere le temporalità multiple che
abitano lo spazio globale del capitalismo e la necessità strutturale di questi
differenziali. È una categoria intrinsecamente politica: indica il modo in cui
capitale e Stati organizzano intenzionalmente la coesistenza di livelli diversi
di sviluppo per alimentare la propria accumulazione.
Il capitalismo di piattaforma che si appoggia sull’eterogeneità
storico-strutturale descritta da De Stavola – Rappi che usa l’“habitus
dell’arrangiarsi”, il polo marginale come serbatoio just-in-time – è un esempio
quasi scolastico di questa gestione politicamente comandata della
diseguaglianza. La dialettica, insomma, che anima il centro e la periferia, e
anche il ventaglio di possibilità politica che si apre in territori a differenti
condizioni di sviluppo capitalistico. E d’altronde, se di congiunture
rivoluzionarie se ne presentano più spesso, e sempre più frequentemente, più
ancora nel sud globale che nel nord, è forse proprio perché ciò che si presenta
in purezza al centro, si presenta in durezza in periferia.
> Quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la
> cristallina operatività del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo
> fallimento strutturale, che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
È il punto su cui teorie della dipendenza, teorie del sistema-mondo e marxismo
classico convergono, e sul quale mi pare interessante collocarsi. La periferia,
in questa lettura anche dei testi più classici, non è una fase da superare ma un
luogo in cui il capitalismo mondiale combina tempi e condizioni diverse; un
ritardo se considerato nei termini delle condizioni di sviluppo capitalistico –
necessarie dal punto di vista storico solo nella misura della logica di causa ed
effetto, e non in rapporto alla necessità di manifestarsi a un certo punto della
storia – ma nei fatti un laboratorio in cui la norma è proprio la coesistenza di
un “centro del sistema” (il rapporto salariale) con elementi che vengono
riorganizzati intorno a esso e che sono fondanti per la sua stessa esistenza.
A questo tentativo di decentramento del lavoro salariato si lega un altro tema
classico del dibattito postmarxista, ovvero la messa in discussione della legge
marxiana del valore in base al quadro che emerge dall’osservazione sociologica.
Nel solco di una letteratura teorica consolidata, De Stavola insiste non solo
sul fatto che forme come il cottimo, il lavoro informale, le economie popolari
sfuggirebbero al modello centrato sul salario, ma che la loro crescente
centralità metterebbe in discussione l’idea stessa che il tempo di lavoro
socialmente necessario misuri il valore. È il tema, ormai storico, della “crisi
della legge del valore” di fronte all’emersione della dimensione del general
intellect e della cooperazione sociale diffusa, delle forme contemporanee del
lavoro cognitivo, del lavoro domestico e di cura, nelle loro varianti retribuite
e non, salariali e a cottimo.
Già nel Capitale, il cottimo – se appare in una certa misura come un residuo
precapitalistico – non appare di sicuro come un’anomalia, ma come una forma del
salario a tempo, particolarmente adatta a intensificare il lavoro e ad allungare
la giornata lavorativa. La figura dell’operaio pagato “a pezzo”, o “a corsa”, è
esattamente quella in cui il capitale ha il massimo interesse a presentare come
libera impresa individuale un rapporto di subordinazione stretto. Non c’è niente
di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene pagato a
consegna. E abbiamo già visto come nell’Introduzione del 1857 Marx argomenti la
centralità del lavoro salariato nella mescolanza di forme diverse di rapporti di
produzione. E quando affronta la questione del salario, sarà chiarissimo nel
dire che ciò che viene comprato non è “il lavoro” ma la forza-lavoro, e che il
modo di pagarlo (tempo, pezzo, provvigione) non cambia la natura del rapporto
sociale, e quale sia la forma del rapporto sociale che permette effettivamente
accumulazione di capitale “ordinando” le altre.
Non si tratta di sostenere che Marx abbia già detto tutto del capitalismo delle
piattaforme, bensì quale posizione la categoria di “lavoro” inteso come lavoro
salariato occupa nel processo complessivo di valorizzazione. Sarebbe piuttosto
da sottolineare un aspetto che è parzialmente presente sia nella letteratura
postoperaista, sia in quella riguardante il capitalismo di piattaforma, sia
nella letteratura latinoamericana sui conflitti sociali e sindacali, e che nel
volume di De Stavola assume un solido rilievo: il carattere di tendenza alla
concentrazione monopolistica che è strutturale e fondante del capitalismo di
piattaforma.
> Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene
> pagato a consegna. La svolta neoliberista si può leggere come una
> “riottocentizzazione” dei rapporti di classe.
In dialettica con il volume di De Stavola e con il dibattito attuale, sarebbe
utile inoltre leggere la svolta neoliberista, con David Harvey e molta
storiografia critica, come una “riottocentizzazione” dei rapporti di classe:
smantellamento di welfare e tutele contrattuali, ritorno del cottimo,
esternalizzazione dei rischi, precarietà strutturale, ora gestiti con tecnologie
contemporanee, e che fatta eccezione per la parentesi del “boom economico” (per
dirla con Giovanni Arrighi, il momento di passaggio all’egemonia statunitense)
hanno costituito la normalità dei rapporti di lavoro sotto il capitalismo. Il
lavoro di piattaforma, come mostra De Stavola, è una delle forme più chiare di
questo ritorno. La crisi del 2008, la pandemia e la nuova fase di conflitti
interimperialistici (Ucraina, Medio Oriente, operazioni aggressive in America
Latina e altrove) segnalano una crisi di egemonia del neoliberismo: molte sue
politiche restano, ma si combinano sempre più con strumenti apertamente statali
e logiche “classiche” di dominio imperialista. Una fase di transizione in cui la
gestione capitalistica torna senza veli ai suoi meccanismi storici di base:
sovrasfruttamento.
Contestare certi presupposti dell’approccio operaista postmarxista che sottostà
al lavoro di De Stavola non è esercizio puramente filologico. Le conseguenze
sono sul terreno dell’organizzazione di classe. De Stavola registra l’emergere
di nuove forme di conflitto: collettivi informali, reti di rider, gruppi
WhatsApp, sindacati di settore come l’Unión nacional de trabajadores por
aplicación (UNTA) in Messico. Cita la letteratura sui paros internazionali dei
rider, le reti transnazionali che hanno coordinato scioperi in vari Paesi
dell’America Latina, i report che mostrano come la conflittualità nelle
piattaforme di delivery sia alta nonostante le condizioni sfavorevoli.
Il quadro che ne esce, soprattutto se si incrocia con i lavori di Joel Ortega
Erreguerena e di Vera Trappmann (et al.), è la conferma della crisi del
sindacalismo di massa del secondo Novecento, nel cui spazio si sviluppa una
costellazione ibrida di attori. Ci sono collettivi radicali che agiscono nelle
piazze e sui social, sindacati nuovi che sperimentano forme di democrazia
interna, vecchie confederazioni che in alcuni casi provano a rappresentare il
settore, reti transnazionali che usano Telegram e Twitter per coordinare
scioperi globali.
De Stavola descrive bene questa barocca pluralità, e non indulge nel culto
romantico della “rete informale” come forma superiore di organizzazione. Va fino
in fondo nel leggere l’ambivalenza di queste forme, tra lo sviluppo di forme di
solidarietà e politicizzazione di massa che talvolta possono anche rimanere a
livello di mutuo aiuto e rassegnazione, senza risparmiare di far emergere le
voci che nominano esplicitamente la corruzione delle dirigenze sindacali. La
crisi del sindacato di massa viene però assunta, come spesso accade, non solo
come dato di fatto e punto di partenza, ma come irreversibile.
Da questa posizione viene indicata la necessità di “nuove forme di
organizzazione politica”, di rappresentanza che sappia parlare a un proletariato
frammentato, di istituzioni che vadano oltre il sindacato fordista – pur non
opponendosi all’intervento e all’azione rappresentativa dei sindacati di massa
(anzi: diagnosticando favorevolmente la loro presenza in queste “reti”). È un
tema, anche questo, evidentemente ricorrente nel dibattito politico
internazionale degli ultimi anni, e di fatto una diagnostica simile emerge in Né
orizzontale né verticale (2025), nel quale l’autore, Rodrigo Nunes, si colloca
cautelativamente più nel campo di un’analitica generale delle forme di
organizzazione politica, che non nell’ambito di una proposta strutturata e
operativa del loro sviluppo effettivo.
> Non si può che cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte
> transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra
> sindacati di massa e soluzioni organizzative informali esiste nel concreto.
Il punto non è rimpiangere un passato che non torna, ma registrare
un’asimmetria. L’analisi è molto fine nel mappare le forme di conflitto che
effettivamente esistono. Resta sul piatto una questione che in Nunes, per
esempio, è nominata esplicitamente anche se non risolta, ovvero la scalabilità
quantitativa delle forme organizzative e dei risultati che conseguono, cioè il
livello di generalità delle forme di organizzazione politica di cui la classe ha
ancora bisogno: organizzazione di massa, unità transnazionale, capacità di
negoziare e imporre norme, rapporto con lo Stato. Naturalmente, A Sud della
piattaforma è un testo di sociologia militante e non una proposta organizzativa.
E da questo punto di vista la risposta può essere soltanto cogliere l’invito
all’immergersi nel vivo delle lotte transnazionali a partire dal dato di fatto
che un’articolazione plurale tra sindacati di massa e soluzioni organizzative
informali o di base esiste nel concreto.
E in questo senso è estremamente istruttivo leggere o ascoltare direttamente le
dichiarazioni del segretario generale di UNTA, Sergio Guerrero che rivendicano
apertamente la via sindacale, legale e conflittuale per imporre il
riconoscimento pieno dei diritti dei rider. E che implicitamente rimettono in
campo – sollevando la questione di chi paga chi, quanto e per quante ore e in
che modo – precisamente la nozione che proprio la legge d’acciaio del
valore-lavoro è ancora in piedi. E tutto sommato, il punto di caduta delle lotte
messicane – la riforma del 2024 della Ley federal del trabajo (LFT) – non è
troppo diverso dagli esiti delle lotte in Italia o in Spagna. Tunc autem, facie
ad faciem.
Non è poco, direttamente o indirettamente, rimettere sul tavolo questi nodi
teorici e pratici. Tra i vari, che cosa è stato distorto del marxismo in letture
congiunturali o in mala fede avvenute sul suolo europeo o statunitense, e che
cosa rischia di essere buttato via per questo motivo. A Sud della piattaforma è
uno strumento prezioso per capire come il capitale opera oggi sulle periferie
urbane del sud globale, specialmente quando resta vicino al terreno – le
biografie dei rider, la materialità del lavoro, le forme di controllo tramite
app, l’intreccio delle economie popolari con la logistica globale. Con uno
sguardo obliquo e decentrato dal centro del sistema e dal nord del mondo, ci
restituisce da sud – come in uno specchio – la stessa matrice della condizione
dei lavoratori del settore. De te fabula narratur. E proprio in questo senso
mostra che il capitalismo di piattaforma non è un nuovo orizzonte del
capitalismo, ma un modo sofisticato di continuare a compiere le proprie
operazioni: catturare lavoro vivo, formalizzare informalità, trasformare
l’arrangiarsi in ingranaggio della valorizzazione.
L'articolo Risalire la piattaforma proviene da Il Tascabile.
Tag - economia
I l 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense
Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La
puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse,
una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante
delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno
traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine
del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare
a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel
ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio
subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e
giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the
navy”.
La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo
presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che
ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica
popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i
Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di
successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la
boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine
dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad
arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale
viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende
denunciare.
Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o
leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota
delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma
ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il
simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante
litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da
Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una
telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995. Poi ci
sono i pomodori alla nicotina, i bibliotecari robot, i brogli attraverso il voto
elettronico: sarebbe troppo lungo continuare l’elenco, e troppo divertente visto
invece il tema di questo articolo. Il riferimento all’episodio serve a
introdurre un argomento decisamente più serio: la presenza crescente delle forze
armate all’interno delle nostre scuole e dei luoghi del sapere, ma anche in gran
parte della vita civile del nostro Paese.
Il fenomeno è abbastanza dilagante per chi lo osserva. Ormai è impossibile
recarsi in una grande stazione senza incrociare giovani in mimetica. Così per
strada nelle città, a margine di qualunque evento pubblico che sia culturale,
sportivo o ricreativo. Nel 2023 Michela Murgia, in un post su Instagram, criticò
la modalità con cui viene celebrata la nostra Repubblica. Il riferimento era
alla tradizionale parata del 2 giugno che ogni anno vede sfilare le forze
militari per le strade di Roma. Si tratta di una cerimonia alla quale ormai
siamo assuefatti ma che, a ben guardare, offre uno specchio della direzione che
sta prendendo la nostra società. “Trovo privo di logica – spiega Murgia
rispondendo alle polemiche – celebrare la nascita di una democrazia facendo
mostra dell’apparato bellico perché è la stessa cosa che fanno le dittature”.
Spiegando la sua perplessità sull’attuale impostazione delle celebrazioni del 2
giugno, Michela Murgia proponeva invece una modalità alternativa, in cui ad
aprire la parata potessero essere artiste e artisti, che portassero il messaggio
che la ricerca della bellezza ci salva dagli orrori; i medici e le mediche, che
tanto hanno fatto per salvarci dalla pandemia; il corpo docente che ogni giorno,
in condizioni spesso avverse, lavora alla costruzione delle cittadine e dei
cittadini di domani. Quelle parole suscitarono dibattito e polemiche e lo
farebbero ancora oggi, se qualcuno le pronunciasse. La presenza fisica dei corpi
militari nella vita civile del nostro Paese continua a crescere e ha forme
diverse ma una conseguenza sempre uguale: l’abitudine. Stupisce sempre di meno
vedere armi nelle scuole, nelle strade, nelle stazioni. Fa sempre meno strano il
fatto che alle forze armate sia delegata larga parte dell’educazione civica
impartita a studentesse e studenti. O che le Università collaborino con eserciti
e apparati militari e che molti progetti di ricerca siano inseriti in queste
collaborazioni.
> La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese
> continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale:
> l’abitudine.
C’è chi analizza il fenomeno. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università è un comitato di scopo nato per monitorare e
denunciare la crescente ingerenza dei corpi militari e dell’industria bellica
all’interno del sistema formativo pubblico. Alla fine del suo primo anno di
attività ha pubblicato un dossier in cui mostra come la diffusione dei valori
militaristi sia diventata così pervasiva da soppiantare il valore civile della
pace sancito dalla Costituzione. Prima dei dati e dei numeri, però, nel dossier
c’è una citazione: viene direttamente dal documento “NATO’s Sixth Domain of
Operations” del NATO Innovation Hub e recita: “Tu sei il territorio conteso,
ovunque tu sia, chiunque tu sia”. Il fronte non è più una linea di trincea ma la
coscienza del cittadino, e va conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo
che ha il potere di costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la
prima infrastruttura da conquistare.
Il mitra in cattedra
Marines e civili di Sigonella animano il progetto Let’s Talk with Us, che
coinvolge studentesse e studenti dell’ITIS Galileo Ferraris di San Giovanni La
Punta, vicino Catania, in sessioni linguistiche di chiacchierate in lingua
inglese. Il corpo militare è molto attivo nei luoghi del sapere del territorio
che ospita la base, in un’ottica di Community Relations, buon vicinato. Così,
entra all’interno delle scuole primarie o secondarie di primo grado attraverso
attività di giardinaggio, tinteggiatura e pulitura dei locali, come accaduto
nell’Istituto Comprensivo Padre Santo Di Guardo – Salvatore Quasimodo di Catania
o nella scuola media di San Giovanni Galermo. Lo fa accolto di buon grado dai
dirigenti scolastici che, spesso, coinvolgono in questi percorsi le stesse
famiglie. Rapporti di buon vicinato sono probabilmente anche quelli coltivati
attraverso il protocollo, stipulato dieci anni fa, tra militari statunitensi e
Istituto professionale di Stato per i Servizi di Enogastronomia e Ospitalità
alberghiera Giovanni Falcone di Giarre (Catania). Accordo in virtù del quale i
locali della palestra, in orario scolastico, ospitano la gara di tiro al
bersaglio rotante con raggi laser o dimostrazioni di softair.
Ma a entrare nelle nostre scuole non sono solo militari americani. A Trivento,
in Molise, durante una visita alla caserma dei Carabinieri, agli studenti e alle
studentesse sono stati messi a disposizione scudi, giubbotti antiproiettile e
manganelli. A Palermo, durante un modulo di educazione stradale, i vigili urbani
hanno simulato un arresto con l’uso di un cane e l’esplosione di colpi a salve.
L’episodio ha terrorizzato i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia.
> Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va
> conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di
> costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura
> da conquistare.
Queste attività spesso sono inserite in protocolli d’intesa, come quello siglato
tra l’Arma e il MOIGE (MOvimento Italiano GEnitori), per portare la “cultura
della legalità” nelle scuole di ogni ordine e grado. La scala del fenomeno è
imponente: nel solo anno scolastico 2023/2024, i Carabinieri hanno incontrato
oltre 650.000 studentesse e studenti. La militarizzazione si sta normalizzando
con la delega alle divise di moduli di educazione civica, lezioni su
cyberbullismo, legalità, convegni contro la violenza di genere o l’utilizzo di
sostanze stupefacenti. Tutti i temi civili che potrebbero essere approfonditi
attraverso figure professionali disparate, passano per bocca di militari:
persino l’ambiente.
I rilievi fatti dall’Osservatorio sono moltissimi e la conclusione a cui giunge
è che questa progressiva esternalizzazione della didattica non è un fenomeno
sporadico. È quello che Michele Lucivero, insegnante di storia e filosofia in
provincia di Bari e tra i fondatori dell’Osservatorio, definisce “riarmo
cognitivo”: la declinazione pedagogica della “guerra cognitiva” volta alla
conquista delle nuove generazioni. Secondo Lucivero, “esiste un meccanismo, un
programma ben dettagliato che punta alla costruzione della guerra” poiché,
avverte il docente, “le guerre si costruiscono nell’immaginario collettivo prima
di farle”. In questa prospettiva, l’esternalizzazione della didattica serve a
creare un consenso preventivo verso i piani di riarmo, trasformando la
percezione della difesa da un “costo” a un “valore” indiscusso.
La presenza militare nelle aule poggia su una solida architettura giuridica: i
Protocolli d’intesa tra il ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e i
vertici della Difesa e dell’Interno. Il processo ha un lungo corso e la sua
natura è assolutamente bipartisan. Un punto di svolta c’è stato nel 2014, con
l’accordo siglato dalle ministre Pinotti e Giannini (PD) per diffondere la
“cultura della difesa” tra i banchi. Strategia proseguita nel 2019 (Governo
PD-M5S) e poi fortemente accelerata dal ministero Valditara, con nuove intese
siglate con Marina, Carabinieri e l’Associazione nazionale Bersaglieri.
Le intese nazionali hanno generato una gemmazione di accordi a cascata: dai
protocolli regionali tra Uffici scolastici (USR) e articolazioni delle forze
armate, come accaduto in Sicilia, Toscana e Marche, agli accordi locali tra
istituti e caserme o industrie belliche. Il tutto, denuncia Lucivero, imposto
dal ministero dell’Istruzione e del Merito attraverso circolari, “bypassando
tutti gli organi democratici, cioè il collegio dei docenti, il dipartimento e il
consiglio di classe”. Il ministero della Difesa coordina tali attività
attraverso il proprio Programma di comunicazione. I documenti consuntivi
rivelano spese ingenti per finanziare la presenza costante dei militari in
eventi pubblici e aule. Tassello centrale in questa strategia è la Fondazione
per la scuola italiana, ente non profit nato nel giugno 2024 con la
partecipazione di colossi della difesa come Leonardo S.p.a, che punta a
raccogliere e investire 50 milioni di euro entro il 2029.
> L’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo
> verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo”
> a un “valore” indiscusso.
Il processo di militarizzazione delle scuole italiane trova il suo braccio
operativo nella Formazione scuola-lavoro, ex Percorsi per le competenze
trasversali e l’Orientamento (PCTO), l’ex Alternanza scuola-lavoro. Quello che
viene presentato come un ponte verso il mondo del lavoro si è trasformato in un
canale privilegiato per l’ingresso delle Forze Armate e delle industrie belliche
nei percorsi formativi. Emblema di questo processo è il “Liceo digitale”, il cui
prototipo è stato lanciato all’ITC Matteucci di Roma. Finanziato direttamente da
Leonardo S.p.a., il progetto è presentato come l’avanguardia della modernità.
Qui gli esperti di Leonardo entrano in aula per insegnare l’intelligenza
artificiale e gli studenti svolgono i percorsi di PCTO direttamente presso le
sedi del gruppo. Lucivero denuncia come il fascino della tecnologia serva a
catturare le menti dei giovani, orientando competenze e ricerca verso lo
sviluppo bellico.
L’alternanza scuola-caserma porta studentesse e studenti fino all’interno di
basi operative coinvolte in conflitti globali. Come accaduto alla classe 4B
dell’indirizzo aeronautico dell’Istituto Archimede di Rosolini, inviata in
visita didattica presso la base NATO di Sigonella, hub strategico per il
Mediterraneo in cui si coordinano le operazioni di intelligence dei droni Global
Hawk, utilizzati per il supporto bellico in teatri come l’Ucraina, Gaza e la
Siria. O alle studentesse e agli studenti dell’Istituto alberghiero di Arbus,
impiegati in attività di PCTO al poligono militare di Capo Frasca come camerieri
ai buffet durante delle cerimonie ufficiali di cambio comando.
La militarizzazione si insinua nella quotidianità delle nostre scuole. Come
riportato dall’Osservatorio, il 4 ottobre 2023, nella palestra dell’Istituto
comprensivo Galileo Galilei di Acireale, è stato presentato il Corso della
ginnastica dinamico militare italiana (GDMI), che prevede sessioni a piedi nudi
e maglia mimetica, meglio se in 50 o 100 studenti per volta, e l’attività fisica
si trasforma in addestramento basato su comandi urlati e una disciplina ferrea.
Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli
zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da
slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto
Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato.
> Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli
> zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da
> slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto
> Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato.
La presidente dell’Osservatorio, Roberta Leoni, sottolinea come questo fenomeno
non sia più limitato all’orientamento professionale, ma punti a una vera e
propria normalizzazione della cultura della guerra fin dall’infanzia. Leoni
evidenzia anzi una preoccupante “trasparenza lessicale” nelle circolari
scolastiche: in molti casi i presidi hanno rinunciato al termine “orientamento”
per parlare apertamente di “reclutamento”, comunicando alle classi terminali la
presenza di militari in aula proprio a questo scopo.
L’accademia e la difesa: la ricerca al servizio del “dual-use”
Le università non sono esenti da questo processo. Il confine tra sapere civile e
apparato bellico si sta dissolvendo nel concetto di ricerca “dual-use”. In un
contesto di cronica carenza di finanziamenti ordinari per l’università pubblica,
sempre più rettori stipulano accordi con le Forze armate o aziende belliche,
lasciando spazi sempre maggiori alle aziende militari dentro le facoltà. La
ricerca in settori come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e la
robotica è così orientata verso finalità di difesa e sicurezza. Ne sono esempio
l’accordo tra il Politecnico di Torino e Frontex per la fornitura di cartografia
utilizzata nei respingimenti dei migranti, o la collaborazione tra la Scuola
Sant’Anna di Pisa e la Marina Militare su sensori e tecnologie wireless. Ed è
sempre più difficile esimersi: la stessa continuità dei ricercatori precari è
spesso subordinata alla partecipazione a questi progetti.
La resistenza interna contro questa deriva è esplosa nel 2024 con la
mobilitazione contro il bando MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione Internazionale) per la cooperazione scientifica tra Italia e
Israele. Migliaia di accademici e studenti hanno denunciato il rischio che i
progetti di ricerca venissero impiegati nell’azione bellica a Gaza, portando a
occupazioni dei rettorati all’Università La Sapienza di Roma e alla Federico II
di Napoli. La pressione ha spinto i Senati accademici dell’Università di Torino
e della Scuola Normale di Pisa a votare mozioni ufficiali per non partecipare al
bando. Questa mobilitazione ha prodotto un clamoroso flop dell’iniziativa: le
domande di partecipazione degli atenei sono crollate del 70%, passando da 65 a
18.
La guerra nelle strade
Quello che accade nelle scuole e nelle università impressiona perché riguarda i
più giovani e il modello di società che viene loro trasmesso. Quella società,
però, esiste ogni giorno già da tempo. La guerra non è più quell’eccezione che
la nostra Costituzione ripudia, ma quotidianità, anche per chi non sta sotto le
bombe. Le armi, ormai, vivono tra di noi. Il simbolo più calzante della
militarizzazione dello spazio pubblico è forse l’operazione Strade sicure. Nata
nel 2008 come misura temporanea ed emergenziale, in questi diciotto anni è
diventata una costante del paesaggio urbano. Nel biennio 2024-2025 il
contingente è stato ulteriormente potenziato: oggi impiega circa 7.000 militari
distribuiti in 19 regioni e 58 province, con uno stanziamento che supera i 210
milioni di euro. A gennaio 2023 è arrivata anche Stazioni sicure, che
distribuisce circa 800 unità dedicate al presidio dei principali snodi
ferroviari. L’operazione è arrivata anche alle porte di scuola, al polo
scolastico di via IV Novembre a Piacenza, dove le pattuglie militari presidiano
le aree frequentate ogni giorno da migliaia di giovani per prevenire episodi di
risse e spaccio. Per sostenere questo imponente apparato di sorveglianza, lo
Stato ha stanziato risorse che, per il solo 2024, hanno superato i 219 milioni
di euro.
> La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma
> quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe.
Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e
disarmo, analizza questa deriva come parte integrante di un’“industria rapace”
che punta a stanziamenti miliardari record. Sulla permanenza dell’operazione
Strade sicure, Vignarca è netto: “Se per dodici anni una risposta di emergenza
resta in pista, allora non lo è più: è un fenomeno strutturale”. L’attivista
sottolinea quella che a suo dire è l’inutilità pratica di questo schieramento,
definendolo “solo una deterrenza simbolica”. “I soldati – spiega ‒ non hanno i
poteri legali di intervenire, non possono fare niente”. L’opposizione
all’operazione Strade sicure, aggiunge, attraversa in modo significativo anche
le Forze armate. Ampi settori del mondo militare ‒ riporta ‒ criticano
l’iniziativa poiché la considerano un improprio “spostamento di risorse”. Questa
occupazione visiva serve, secondo Vignarca, a “costruire una percezione di
insicurezza” funzionale a giustificare socialmente le spese belliche. “Vedere i
militari per le strade è roba da dittatura sudamericana, non da Stato di
diritto”, incalza il coordinatore, “è marketing della forza”. L’obiettivo,
spiega, è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, oscurando
ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta.
Lungi dall’essere un fenomeno solo italiano, questa logica trova la sua massima
espressione sistemica nel piano ReArm Europe e nella strategia Readiness 2030.
L’Unione Europea punta a mobilitare 800 miliardi di euro entro il 2030 per la
difesa, ponendo la “mobilità militare” come pilastro centrale dell’integrazione
logistica continentale. L’obiettivo è istituire entro il 2027 un cosiddetto
Schengen militare, volto ad abbattere le barriere burocratiche e ridurre i tempi
di autorizzazione al transito dei convogli bellici dai vecchi 45 giorni a soli 3
giorni (e appena 6 ore in caso di emergenza). Un processo che impone standard
tecnici ferrei alle infrastrutture civili: ponti, viadotti e ferrovie vanno
riprogettati per sostenere carichi fino a 130 tonnellate, peso necessario per il
transito dei carri armati più pesanti. Questa riconversione logistica trasforma
fisicamente il territorio nazionale in un assetto bellico permanente, vincolando
lo sviluppo civile alle necessità strategiche di NATO e Unione Europea.
Concretamente, in Italia, sta già accadendo. Nel settore delle ferrovie, le
tratte Firenze-Pisa (Corridoio Scandinavo-Mediterraneo) e Udine-Cervignano
(Corridoio Baltico-Adriatico) hanno visto l’adeguamento delle stazioni di
Palmanova e Pontedera per consentire la circolazione di treni militari lunghi
740 metri. Parallelamente, la Galleria Orbassano-Avigliana, fondamentale per
l’accesso al tunnel Torino-Lione, è stata riprogettata con un investimento di
19,7 milioni di euro per essere ottimizzata al trasporto di carichi pesanti. Sul
versante stradale, i lavori di rinforzo strutturale interessano ponti e viadotti
dell’autostrada A2 e della A7 Milano-Genova, necessari per permettere il
transito di veicoli militari fuori misura che, secondo le autorità UE,
rischierebbero altrimenti di far collassare le vecchie infrastrutture civili.
Anche i porti cambiano volto: gli scali di Genova Sampierdarena e La Spezia sono
stati integrati nella rete di hub logistici del progetto PESCO (PErmanent
Structured COoperation) per lo schieramento rapido di forze NATO/UE, ricevendo
finanziamenti milionari per facilitare la movimentazione di mezzi bellici
pesanti. Questa riconversione si sovrappone per il 94% alla rete civile TEN-T
(Trans-European Transport Network), subordinando di fatto la pianificazione del
territorio nazionale alle necessità strategiche di un’Europa che si prepara a un
conflitto prolungato.
> L’obiettivo è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”,
> oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta, ma
> sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra si
> alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la
> stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni.
Vignarca denuncia quello che chiama il “gioco delle tre carte” della difesa
comune: dietro la retorica dell’integrazione, si starebbe finanziando il riarmo
dei singoli Stati a esclusivo vantaggio dell’industria bellica che, in questo
clima, avrebbe gioco facile nell’evitare la concorrenza e aumentare i profitti.
In questo scenario, il comparto si è trasformato in un “complesso
militare-industriale-finanziario” dove i grandi fondi d’investimento come
BlackRock dettano l’agenda, speculando direttamente sui conflitti. Infine,
l’attivista contesta duramente il deficit democratico dell’operazione:
l’utilizzo di procedure d’emergenza (come l’articolo 122) per l’approvazione dei
fondi è considerato un atto “in spregio alla democrazia” volto a escludere il
Parlamento Europeo. Il rischio finale, spiega, è un collasso sociale: sottraendo
miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra, si alimentano
marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la stabilità
interna superiore a quella dei nemici esterni.
Nuove diserzioni
In questi anni si sono sviluppati molteplici livelli di diserzione. Il 6
febbraio 2026 i lavoratori portuali di 21 scali del Mediterraneo hanno
incrociato le braccia dietro lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”.
In porti come Genova, Livorno e Trieste, la mobilitazione ha protestato contro
lo sbarco di armi e forniture destinate ai fronti di Gaza e dell’Ucraina. Lo
stesso spirito di obiezione attraversa anche i luoghi del sapere. Nelle
università, come dicevamo, la mobilitazione ha prodotto il crollo della
partecipazione al bando MAECI. Le pressioni del corpo studentesco hanno spinto
numerosi rettori a dimettersi dal comitato scientifico di Med-Or (Leonardo
S.p.a.). Nelle scuole, nonostante i protocolli ministeriali, docenti, genitori e
studenti prendono parola per rivendicare la libertà di insegnamento e chiedere
l’esonero dalle attività con i militari. Emblematico lo striscione apparso nella
sede di un liceo di Palermo che recitava “Disertare la guerra è l’unico modo per
vincerla”. Si fa sempre più strada la convinzione della necessità di un impegno
attivo a favore di una “pace positiva”: un modello di difesa che protegga le
persone, basato sulla cooperazione e sul benessere sociale.
Proprio in questa direzione, riporta Vignarca, sta andando la proposta di legge
per una Difesa civile, non armata e non violenta. L’iniziativa mira a istituire
un Dipartimento della difesa civile, non armata e non violenta all’interno
dell’ordinamento statale che coordini forme di difesa alternative, come i Corpi
civili di pace, destinati a interventi di interposizione non violenta e
risoluzione dei conflitti in aree di crisi. In questo modello, la sicurezza
viene ridefinita come “common security” (sicurezza condivisa): un paradigma
secondo cui la vera protezione dei cittadini si ottiene garantendo il benessere
sociale, la tutela dell’ambiente e il rispetto dei diritti, piuttosto che
attraverso la deterrenza armata. Depositata in cassazione nel marzo 2026, la
legge apre ora una nuova fase di raccolta firme per approdare in Parlamento.
L'articolo Il riarmo delle coscienze proviene da Il Tascabile.
L a controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta
non sono mai apparse così vicine come in Grateful Dead economy. La psichedelia
finanziaria di Andrea Fumagalli (2016, ora in corso di ripubblicazione in lingua
inglese per i tipi di Bloomsbury’s con il titolo Financial Psychedelia and the
Commons). Sia gli hippie auto-organizzati nelle proprie comunità sia gli hacker
connessi tramite la rete informatica hanno mostrato uno spirito cooperativo
mediante cui svicolare da pressioni, imperativi e coazioni del capitale. Se la
mossa conclusiva del sistema capitalista consiste nel separare le persone le une
dalle altre, allora la replica più plausibile a questo scacco sta proprio nel
creare inedite forme comunitarie o di connessione e condivisione, come quelle
degli hippie prima e degli hacker poi.
E in mezzo a queste due controculture cosa c’entrano i Grateful Dead? La band di
San Francisco è stata attiva dagli anni Sessanta (in prima battuta sotto altri
nomi, per poi assumere quello definitivo nel 1966) fino al 1995, anno della
morte del leader Jerry García, coprendo l’intero periodo durante cui si
avvicendano le comunità hippie e il movimento hacker. I Grateful Dead
rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: “vivevano in
una sorta di comune, composta da più di venti persone, al centro del quartiere
di Haight-Ashbury”. La sussistenza dei comunardi dipendeva dagli introiti della
band, ma i Grateful Dead rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella
libera fruizione della musica: i loro concerti, partecipati da migliaia e
migliaia di persone (100.000 spettatori all’ultimo concerto primo della morte di
Jerry García), erano gratuiti o a prezzi modici o ancora organizzati per
sovvenzionare iniziative solidali promosse da comunità hippie, e le stazioni
radio li trasmettevano gratuitamente.
Perdipiù, la band permetteva al pubblico di registrare liberamente i brani
suonati nel corso dei suoi straordinari eventi live, alimentando un mercato
sommerso che non aiutava le vendite discografiche. Insomma, la situazione
finanziaria non era delle più rosee, eppure i membri della band mantennero
sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il
denaro: quando il reverendo Hart, padre del percussionista, scappò con il fondo
cassa per finanziare le proprie attività religiose, “i Dead la presero con
filosofia (come era nel loro spirito), al punto da scriverci sopra una canzone
ironica: He’s Gone!”.
> I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura
> hippie: vivevano in una sorta di comune, rifiutavano le leggi di mercato e
> credevano nella libera fruizione della musica mantennero sempre un divertito
> distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro.
I Grateful Dead tengono comunque una testa di ponte nella cultura hacker: si
tratta di John Perry Barlow, che collaborò con la band in qualità di paroliere
dal 1971 fino al suo scioglimento, e che era anche un giornalista informatico,
un filosofo digitale e un pioniere e attivista del web. Insomma, un autentico
esponente dello spirito hacker. Nel 1996 Barlow assistette alle sessioni del
Forum economico mondiale, una serie di incontri e conferenze che si tiene ogni
inverno a Davos, in Svizzera, e vede la partecipazione di esponenti di primo
piano dell’oligarchia politico-industriale globale: quell’occasione gli fu
propizia per scrivere “A Declaration of the Independence of Cyberspace”, che poi
spedì via e-mail alla sua rete di contatti. In essa incalzava i governi: “[n]on
avete alcuna sovranità sui luoghi [virtuali] dove ci incontriamo […] lo spazio
sociale globale (il web) che stiamo costruendo è per sua natura indipendente
dalla tirannia che voi volete imporci”. Le sue parole sono espressione di
quell’anelito antiautoritario e libertario che è alla base pure delle comunità
hippie.
Al di là della figura di Barlow, tra i Dead e la cultura hacker sussiste una
profonda analogia data dalla rilevanza che per entrambi assumono i beni comuni,
categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà
pubblica; come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune,
così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili
grazie a esso come un bene comune: in tal modo, “[l]o spirito della musica come
common si traduce e si rilancia nel concetto di cyberspazio come common”.
I beni comuni assumono un rilievo fondamentale, oltre che per i Dead, anche
nella controcultura hippie: furono gli hippie di San Francisco a fondare la
Haight Ashbury Free Clinics, un ospedale rimasto in funzione fino al 2019 e dove
chiunque avesse necessità poteva ricevere cure gratuite. Le comunità hippie sono
il frutto di un esodo attivo dalla società capitalista, di quello che si dice un
drop out:
> il movimento hippie non si pone sul piano del conflitto diretto con le
> istituzioni. Diversamente pratica e diffonde stili di vita che si basano sul
> motto, coniato da Timothy Leary [professore di psicologia ad Harvard tra i
> protagonisti del movimento hippie]: Turn on, tune in, drop out. Il significato
> e l’interpretazione della frase in italiano è: “accendi la mente” (turn on),
> sintonizzati con l’universo (tune in), abbandona il tempo e lo spazio presente
> realizzando te stesso (drop out).
Il valore prodotto al loro interno è un valore d’uso, esito di una produzione
fatta dall’essere umano e destinata all’essere umano, senza alcuna struttura
proprietaria di mezzo che si appropri di questo valore per trasformarlo in
denaro, in valore di scambio. Le risorse che consentono la produzione non sono
date da nient’altro che dalla natura e dalla forza-lavoro: le comuni hippie sono
per la maggior parte comuni agricole dove è l’uomo a dominare le macchine e non
viceversa. La base della produzione stessa è la rete, cioè un intreccio di
rapporti orizzontali e cooperativi tra i membri della comunità che costituisce
ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”: concetto da non confondere né con la
comunità stessa né con i beni comuni. La sussunzione di questo comune da parte
del capitale, cioè la sua messa al servizio del processo di produzione e
accumulazione, ha dato origine al contemporaneo capitalismo biocognitivo, in cui
le conoscenze degli uomini costituiscono la materia prima e “sfuma la divisione
fra tempo di lavoro e tempo libero”.
> Come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così
> gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili
> grazie a esso come un bene comune, categoria capace di superare la dicotomia
> tra proprietà privata e proprietà pubblica.
Il concetto di capitalismo biocognitivo teorizzato da Andrea Fumagalli è stretto
parente di quello di semiocapitale elaborato da Franco Bifo Berardi: mentre il
primo pone l’accento sulle conoscenze che gli esseri umani utilizzano nel
processo produttivo di beni sempre più spesso immateriali, il secondo insiste
sui segni e i simboli che gli esseri umani si scambiano in funzione del buon
andamento del ciclo di produzione e consumo. In entrambi i casi, ciò che tanto
le conoscenze quanto i segni e i simboli pongono in rilievo è la centralità del
linguaggio, il quale veicola le conoscenze ed è a sua volta veicolato da segni e
simboli. L’essere umano dell’odierno capitalismo è un animale parlante, che
attraverso la parola si relaziona e coopera con i suoi simili: un soggetto
astratto al quale è senz’altro riconducibile l’hippie che si organizza assieme
agli altri attivisti per condurre un’esistenza comunitaria entro un villaggio
agricolo.
Il limite delle comunità hippie, nonché la ragione ultima della fine della loro
esperienza, stava nella loro dimensione limitata, che rendeva impossibile
raggiungere l’autosufficienza solo grazie ai valori d’uso prodotti dai
comunardi; comunque, quello che soprattutto mancava a queste comunità era,
secondo Andrea Fumagalli, una moneta che stabilisse il valore dei beni
autoprodotti, così da intrattenere con l’esterno quei rapporti di scambio
necessari per bilanciare le carenze interne.
Lo spirito comunitario e di condivisione proprio delle comunità hippie e dei
Grateful Dead trasmigrerà, venendo però contrassegnato da una più o meno marcata
nota individualistica, nella cultura hacker. Se le comunità hippie rappresentano
l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel
cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema
capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.
La cultura hacker mette in primo piano la tecnologia, soprattutto quella
informatica e cibernetica, nelle quali vede un mezzo per il libero e gratuito
accesso all’informazione e alle conoscenze scientifiche: insomma, uno strumento
per aumentare la consapevolezza delle persone e affrancarle dal complesso
militare-industriale. L’apprendimento del sapere è dunque mediato dagli ultimi
ritrovati della tecnologia e dalla costituzione di una rete permessa non tanto
dalla prossimità fisica quanto dalle connessioni telematiche. Proprio per questa
ragione parliamo di “cultura” hacker anziché di comunità: essa, sebbene fondata
sulla condivisione di conoscenze e opinioni, non ha espresso mai forme di vita
associata più significative dei computer club, ove quante più persone venivano
familiarizzate all’uso delle nuove tecnologie, e degli esperimenti di
connessioni multiple, antesignani degli odierni servizi digitali di
messaggistica, che permettevano agli utenti di offrirsi servizi, scambiarsi
consigli e trovarsi dei compagni per le attività del tempo libero.
> Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema
> capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare
> spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il
> loro non è più un esodo.
Nella rete degli hacker il concerto che nel contesto della comunità hippie
coinvolgeva solo gli esseri umani viene ora a implicare anche le macchine
informatiche: sono proprio il libero accesso dell’uomo ai dispositivi
informatici e la diffusione gratuita delle informazioni a configurare un
“comune”, una rete cooperativa, differente da quella al centro dell’esperienza
hippie.
Le reti informatiche attraverso cui, secondo la controcultura hacker, dovrebbe
realizzarsi l’emancipazione dell’individuo dal complesso militare-industriale
vengono facilmente risignificate dal capitale, che scorge in questo reticolo
planetario l’infrastruttura di un nuovo paradigma produttivo, i cui cardini sono
la rapida condivisione di conoscenze e l’immediata comunicazione consentite
dalla istantaneità della connessione informatica. Non a caso oggi la rete
informatica è alla base dei servizi offerti dalle società di consulenza
transnazionali e dei profitti delle grandi multinazionali, nonché della
compravendita di titoli sulle piazze finanziarie di tutto il globo e del
microtrading, ma anche del lavoro schiavile di uomini e donne del Sud del mondo
che addestrano ChatGpt e altre forme di intelligenza artificiale.
La controcultura cyber non ha fatto altro che unificare ed espandere su tutto il
pianeta le reti cooperative inaugurate dagli hippie: a differenza dello spazio
geografico, Internet promette di espandersi illimitatamente o perlomeno
proporzionalmente alla capienza delle nostre menti e dei nostri immaginari. Il
terreno, tutto immateriale, che il capitale può mettere a coltura per ricavarne
valore appare sconfinato o quasi.
> Oggi nell’universo delle Ict, di internet, dei social media tutta la nostra
> vita viene messa a valore. […] è l’insieme della collettività umana che
> continua a riprodursi in modo allargato sino a diventare la base
> dell’accumulazione e della valorizzazione proprietaria individuale e
> d’impresa. L’individuo è fonte di valore solo se opera collettivamente,
> negando tale collettività. Da qui nasce l’espropriazione capitalistica
> dell’etica hacker, della cooperazione sociale, del comune: in ultima analisi
> della Grateful Dead economy.
In parallelo allo stabilimento dell’egemonia sulla rete informatica, il capitale
ha proceduto alla cooptazione degli appetiti egoistici espressi da coloro che
sarebbero poi assurti a imprenditori di punta della Silicon Valley. Andrea
Fumagalli fissa il momento fatidico di questa svolta nel 1985: allora viene sì
fondata the Well (Whole Earth ʼLectronic Link), comunità virtuale articolata in
personal computer collegati tra loro e volta a promuovere e diffondere
informazioni, attività e oggetti utili alla costruzione di un’esistenza
emancipata, ma anche il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology, il
cui scopo era (ed è tuttora) produrre innovazioni a fini di lucro.
Si tratta di esperienze agli antipodi, espressione di due declinazioni
radicalmente differenti delle potenzialità insite nella rete informatica quale
“piattaforma orizzontale e flessibile su cui la stessa società potrebbe
evolversi”: sarà il secondo modello a prevalere e a concorrere all’affermazione
dell’etica anarco-capitalista, la quale, pur battendosi contro le grandi
concentrazioni di capitale nell’universo delle tecnologie di informazione e
comunicazione e di internet,non mette mai in discussione le fondamenta del
sistema di produzione capitalistico: la proprietà privata nella figura
dell’individualismo proprietario e il rapporto capitale-lavoro come fonte di
valorizzazione e accumulazione, ovvero di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
In definitiva, la nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata
sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio
economico individuale, anziché il progresso della società, e fatto sì che le
nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta
codificate nei software, venissero per ciò stesso recintate e privatizzate:
ricondotte sotto lo scudo dei diritti di proprietà intellettuale e così distolte
dal servizio alla collettività.
La tesi di Andrea Fumagalli è che le prassi cooperative spontanee che animavano
la controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta,
potenzialmente in grado di sottrarre terreno all’ordine dominante, siano state
largamente sussunte dal capitale: in altre parole, esso ha saputo valorizzarle,
volgendole dunque alla propria logica. In particolare, la cooperazione tra gli
esseri umani è stata posta alle base del modello di produzione e accumulazione
postfordista, che si è affermato in seguito alla crisi economica del 1975
scatenata dalla guerra dello Yom-Kippur e dal rialzo del prezzo del petrolio. La
recessione ha messo in crisi il modello verticale-gerarchico di fabbrica
fordista, dove la produzione era “fondata su uno schema omogeneo e
standardizzato di organizzazione del lavoro”, e fatto da apripista a
un’organizzazione d’impresa più cooperativa, “dove la forza-lavoro viene
coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e
produttiva”.
> La nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal
> mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico
> individuale, anziché il progresso della società: le nuove conoscenze prodotte
> dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, vengono
> per ciò stesso recintate e privatizzate.
Se nella fabbrica fordista “i luoghi di lavori erano puntellati da scritte del
tipo ‘Silenzio, qui si lavora’, ora è la lingua, il comunicare, che comincia a
creare valore”. Nel modello postfordista il general intellect, cioè la capacità
tecnico-scientifica raggiunta dalla civiltà, non viene più a trasfondersi, come
riteneva Marx, nelle macchine e nei mezzi di produzione più avanzati; esso
alberga invece, come scrive Christian Marazzi (Capitale & linguaggio, 2002, nei
corpi dei lavoratori, “scatol[e] degli arnesi del lavoro mentale”, e si esprime
nelle reti cooperative, in ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”.
In conclusione, le controculture hippie e cyber presentano indubbiamente il
merito di avere messo in discussione il concetto di proprietà privata, eppure
non hanno impedito che lo spirito imprenditoriale prevalesse su quello sociale,
mettendo a profitto la cooperazione cui tendono gli esseri umani. Andrea
Fumagalli ritiene che il rilancio di un’esperienza comunitaria capace di
rappresentare un esodo stabile dalla società capitalista debba passare per la
creazione di una moneta alternativa, sostitutiva di quelle legali. Deve
trattarsi di una moneta che fissi il valore dei beni ancorandolo al tempo
necessario alla loro produzione, secondo la teoria del valore-lavoro: si tratta
di retribuire le persone esclusivamente in base al loro tempo di lavoro,
rimuovendo così una gran fetta di diseguaglianze.
Questa moneta diverrebbe quindi l’unità contabile di una grande banca del tempo,
nella quale la disponibilità economica di ciascuno dipenderà soltanto dalla sua
attività lavorativa, calcolata in ore; le persone la userebbero, oltre che per
pagare il lavoro prestato all’interno della comunità i beni e i servizi lì
offerti, anche per avviare scambi con l’esterno. Non potrà però essere prestata
in cambio del pagamento di interessi, dunque non svolgerà quella funzione
creditizia, propria delle banche tradizionali, la quale consente l’accumulazione
di capitale a favore delle banche stesse e delle grandi imprese in grado di
indebitarsi. In tal modo si svilupperà un circuito dei pagamenti non
assimilabile a quello capitalistico, insomma ciò che Andrea Fumagalli chiama
“psichedelia finanziaria”.
L'articolo Controculture hippie e cyber, “comune” e sussunzione capitalistica
proviene da Il Tascabile.
L os Angeles, gennaio 2025. Nel quartiere Pacific Palisades le case bruciano per
diversi giorni. Le immagini che circolano sembrano uscite da un film
catastrofico, con file di auto abbandonate sulle strade in fiamme, ville ridotte
a scheletri anneriti, il fumo che oscura il Pacifico. Quarantaquattro morti
accertati, tra 76 e 131 miliardi di dollari di danni stimati. Nel frattempo, su
Polymarket, piattaforma che si autodefinisce il più grande mercato predittivo
del mondo, sono attivi contratti per 831.000 dollari. Le domande in gioco:
quando sarà contenuto al 50% l’incendio di Palisades? Quanti acri brucerà in
totale? Tutti i roghi saranno spenti entro febbraio?
La reazione sui social è immediata, c’è indignazione diffusa, qualcuno parla di
gamification of disaster. Poi il ciclo delle notizie gira, e tutto finisce lì.
Ma fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. Le puntate per 831.000 dollari
non sono un’anomalia né un guasto del sistema. Sono il sistema che funziona
esattamente come previsto. I mercati predittivi non scommettono nonostante la
catastrofe, ma scommettono attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del
mondo reale, purché misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un
asset. Una casa che brucia è un contratto aperto. Un’elezione è un’opportunità
di arbitraggio. Un’epidemia è una serie di quote in movimento. Un bombardamento
è un’opportunità di timing. Cosa succede quando l’incertezza smette di essere
una condizione dell’esistenza e diventa una materia prima da estrarre?
L’idea di base su cui si fondano i prediction market ha più di trent’anni. Nel
1988, un gruppo di economisti dell’Università dello Iowa lancia Iowa Electronic
Markets, una piattaforma sperimentale in cui gli utenti possono acquistare
contratti legati all’esito delle elezioni presidenziali americane. L’obiettivo
dichiarato è scientifico, per verificare se i prezzi di mercato aggregano
informazioni meglio dei sondaggi tradizionali. I risultati sono interessanti, il
modello resta di nicchia, per un paio di decenni i mercati predittivi rimangono
un territorio frequentato principalmente da accademici e appassionati di teoria
dei giochi.
Polymarket e Kalshi arrivano nel 2020 e il panorama cambia completamente. Oggi
Polymarket si descrive con una semplicità programmatica: “1. Pick a market. 2.
Place a bet. 3. Profit”. Kalshi sceglie un registro più sobrio e si definisce
“una borsa valori per gli eventi”. Il suo cofondatore Tarek Mansour, ex trader
di Goldman Sachs, ha dichiarato a Bloomberg che la visione a lungo termine è di
“finanziarizzare tutto e creare un asset scambiabile da qualsiasi differenza di
opinione”. La differenza tra le due piattaforme è superficiale: entrambe sono
guidate da giovani miliardari, valgono rispettivamente 11 e 9 miliardi di
dollari, operano in un clima regolatorio favorevole a Washington. La distinzione
tra investimento speculativo e scommessa, su cui Kalshi insiste molto, è una
questione di posizionamento di mercato, non di sostanza.
> I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono
> attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché
> misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset.
L’ideologia che legittima tutto questo si chiama wisdom of crowds, per cui la
saggezza di una folla di scommettitori motivati produce previsioni più accurate
degli esperti. Il meccanismo è semplice e in alcuni contesti sembra funzionare.
Ogni contratto vale tra 0 e 1 dollaro e il prezzo riflette la probabilità
collettivamente attribuita a quell’evento. La consacrazione coincide con le
elezioni statunitensi del 2024. La mattina del voto, Polymarket quota Trump al
65%, mentre i sondaggi lo danno in sostanziale parità con Harris. Trump vince e
i mercati predittivi entrano nei telegiornali di mezzo mondo come oracoli della
nuova era.
L’interesse dei mercati si amplia. Intercontinental Exchange, gruppo che
controlla il New York Stock Exchange (NYSE) investe due miliardi di dollari in
Polymarket a ottobre del 2025. Due mesi dopo, CNN e CNBC ufficializzano la
partnership con Kalshi per fornire le quote in diretta nelle loro trasmissioni.
In brevissimo tempo i prediction market sono diventati infrastruttura mediatica,
uscendo dalla nicchia finanziaria. Le probabilità di un evento non vengono più
solo calcolate, ma trasmesse in modo continuativo, commentate, citate come
fatti.
C’è una parola che descrive quello a cui stiamo assistendo: gamblification, in
italiano talvolta resa con “azzardificazione”. Non va confusa con gamification,
termine ormai consumato dal marketing, che indica l’applicazione di meccaniche
ludiche a contesti non ludici, dai badge delle app di fitness ai punti fedeltà
della carta del supermercato, dalle classifiche di Duolingo alle sfide per la
produttività proposte nelle aziende o nelle catene commerciali. La gamification
rende il mondo più simile a un gioco. La gamblification rende il mondo più
simile a una scommessa, trasformando l’azzardo in paradigma chiave della
contemporaneità
La distinzione, elaborata sistematicamente da Joseph Macey e Juho Hamari nel
2022, non è solo terminologica. La gamblification descrive la progressiva
espansione e colonizzazione da parte delle logiche strutturali dell’azzardo: la
ricompensa incerta, il rinforzo variabile, la monetizzazione dell’esito, la
trasformazione di qualsiasi evento in un contratto con un risultato binario. La
posta in gioco non è l’intrattenimento ludico, ma la costruzione di architetture
del desiderio in cui l’incertezza è la materia prima e la speranza è il
carburante che muove tutto. Una slot machine non è attrattiva perché fa vincere,
ma perché potrebbe far vincere, e lo spazio tra l’inserimento della puntata e
l’attesa del risultato ancora ignoto è il luogo in cui il cervello produce
dopamina e il casinò produce profitto.
> La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando
> l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità.
Nel suo fondamentale studio sulle slot machines di Las Vegas, Natasha Dow Schüll
ha spiegato come questo meccanismo non sia una caratteristica accidentale del
gioco d’azzardo, ma il suo principio ingegneristico fondante. Le macchine sono
progettate per massimizzare il tempo nella zone, quello stato di sospensione in
cui il giocatore non vuole vincere né perdere, vuole solo continuare a giocare.
Addiction by design, recita il titolo originale del libro, che ben sintetizza la
progettazione di ambienti costruiti per trattenere e creare dipendenza, non per
premiare.
I prediction market sono gli eredi più sofisticati di questa logica, con una
differenza cruciale che li rende più insidiosi. Le slot vendono l’emozione di
poter vincere. I mercati predittivi vendono qualcosa di più prezioso e più
difficile da contestare: l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, stai
analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. Il contratto su Polymarket
non è una puntata, è una “posizione informata”. L’azzardo si traveste da
epistemologia, e il travestimento è così ben riuscito che persino chi lo indossa
fatica a riconoscerlo.
È questa, attualmente, la forma più compiuta della gamblification nell’era
digitale: non quando l’azzardo imita il gioco, ma quando imita la conoscenza.
Per cogliere in che modo i prediction market trasformano la cronaca in una
scommessa, va compresa la dinamica che li caratterizza. Se compro una quota “sì”
a 65 centesimi su un mercato che chiede “Trump vincerà le elezioni?”, sto
implicitamente affermando che la probabilità che accada è del 65%. Se ho
ragione, incasso un dollaro. Se ho torto, perdo i 65 centesimi che ho puntato.
Questa semplicità è la scenografia formale, in apparenza trasparente, ma non
sufficiente a celare tre problemi complessi.
Il primo problema riguarda chi muove davvero i prezzi. I prediction market non
sono mercati di persone ordinarie che mettono in comune le proprie opinioni, ma
sono ambienti in cui operatori istituzionali, fondi speculativi e grandi
scommettitori, in gergo balene (whale), detengono volumi tali da orientare le
quote in modo significativo. La presunta saggezza della folla presupponeva un
gruppo numeroso composto da attori con informazioni distribuite e pesi
comparabili. Nei prediction market quella folla non esiste, sostituita da una
struttura asimmetrica in cui chi ha più capitali, più dati e più accesso alle
informazioni rilevanti parte da una posizione di vantaggio sistematico rispetto
all’utente medio.
> I mercati predittivi vendono l’illusione di sapere. Non stai scommettendo,
> stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. L’azzardo si
> traveste da epistemologia.
Il caso di Don Trump Jr., figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, è
emblematico. A gennaio 2025 è nominato advisor strategico retribuito di Kalshi;
ad agosto dello stesso anno, tramite il suo fondo 1789 Capital, investe decine
di milioni di dollari in Polymarket e entra nel suo board consultivo, sedendo
contemporaneamente ai tavoli delle due piattaforme teoricamente rivali, mentre
le decisioni politiche di suo padre muovono ogni giorno le quote di decine di
mercati aperti. Il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’annuncio ufficiale della
tregua con l’Iran, su Polymarket compaiono una cinquantina di nuovi account che
piazzano scommesse sul cessate il fuoco, generando profitti documentati fino a
200.000 dollari per singolo portafoglio. Il 9 aprile, anticipando di poco
l’annuncio della sospensione dei dazi, i contratti su Polymarket registrano
picchi anomali di attività. Il 23 marzo, un minuto prima che Trump annunciasse
la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, qualcuno
ha scommesso 500 milioni di dollari sui futures del petrolio. Chi aveva quelle
informazioni? Nessuno lo sa con certezza. Ma la struttura del sistema è
costruita esattamente per non permettere di saperlo.
L’accesso privilegiato all’informazione non è un’eccezione al sistema, ma una
caratteristica strutturale di qualsiasi mercato in cui le asimmetrie informative
non vengono regolate. I prediction market, in questo, non sono diversi dalla
finanza tradizionale, con la differenza che quest’ultima ha un quadro normativo
sull’insider trading, per quanto imperfetto. I mercati predittivi per ora
operano in un quadro normativo indefinito. L’autorità federale sui mercati dei
derivati (CFTC, Commodity Futures Trading Commission) ha formalmente rivendicato
competenza sull’insider trading in questo settore solo nel febbraio 2026, con un
advisory che ha sanzionato due casi per poche migliaia di dollari. Polymarket,
la piattaforma più grande al mondo, opera formalmente offshore, fuori dalla
giurisdizione americana.
Il secondo problema è più sottile. I mercati predittivi non si limitano a
osservare la realtà, la modificano. Quando le quote di Polymarket vengono citate
in diretta su CNN e CNBC, smettono di essere una previsione e diventano
un’informazione. Un elettore indeciso che vede Trump quotato al 65% non sta
leggendo un’analisi, ma percepisce qualcosa che assomiglia a un dato. La quota
trasmessa in diretta orienta percezioni, rinforza aspettative, alimenta le
scommesse. Il mercato predice l’evento e, nel farlo, contribuisce a produrlo. È
una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
qualcuno ci guadagna.
> I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. È
> una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
> qualcuno ci guadagna.
Il terzo problema è il più vecchio di tutti, e riguarda chi vince davvero. Le
piattaforme guadagnano una commissione su ogni transazione, indipendentemente
dall’esito.
Polymarket nel 2025 non ha applicato commissioni dirette agli utenti, per
conquistare volumi e liquidità globale, finanziandosi attraverso investitori
disposti a scommettere sulla piattaforma prima ancora che fosse attiva. Le
commissioni sono arrivate solo nel 2026, con ricavi che nella settimana del 6
aprile 2026 hanno registrato il massimo storico, con 6,8 milioni di dollari di
commissioni incassate nella singola settimana. Kalshi applica invece commissioni
variabili calcolate sul prezzo del contratto, più alte quando la probabilità
dell’evento è intorno al 50%, più basse agli estremi, per un’incidenza media
intorno all’1,2% del volume totale, che nel 2025 ha generato ricavi per circa
260 milioni di dollari. Il banco vince sempre, non perché abbia una posizione
sul risultato, ma perché il risultato, qualunque esso sia, porta profitto. In un
casinò questa struttura si chiama house edge. Nei prediction market si chiama
modello di business.
I prediction market vengono presentati come strumenti di conoscenza superiori ai
sondaggi tradizionali. Ma i dati più recenti raccontano un’altra storia. In un
recente studio di ricercatori della London Business School e di Yale emerge che
tutta l’accuratezza previsionale è concentrata nel 3% dei trader, mentre il
restante 97% finanzia semplicemente i loro profitti. Non è la saggezza della
folla, è la folla che paga il conto a una minoranza informata. Questa pretesa
epistemica continua a funzionare come copertura ideologica. Appare credibile
perché funziona in parte, risulta inattaccabile se chi partecipa non intende
verificarne i limiti.
Lo stesso meccanismo era alla base della finanza creativa negli ultimi decenni
del Novecento, presentata come ingegneria del rischio. I derivati complessi non
apparivano scommesse, ma strumenti sofisticati per distribuire e gestire
l’incertezza attraverso il mercato. Il ragionamento di fondo si basava
sull’idea, elaborata da Friedrich von Hayek negli anni Quaranta, che i prezzi di
mercato incorporino informazioni distribuite che nessun singolo attore potrebbe
raccogliere centralmente. La teoria non è infondata, ma il problema sorge se
viene usata per legittimare pratiche che hanno poco a che fare con la gestione
del rischio e molto con la sua moltiplicazione. La crisi dei subprime alla fine
del primo decennio degli anni Duemila ha certificato che la moltiplicazione del
rischio non finisce sempre bene.
I prediction market ereditano la stessa struttura argomentativa. L’idea
hayekiana applicata ai mercati delle merci o ai tassi di interesse può apparire
ragionevole. Applicarla a un contratto binario su chi vincerà le primarie del
Partito democratico nel 2028 è un salto logico che piega un principio economico
in una distorsione ideologica. L’informazione aggregata nelle quote di una
scommessa su un evento politico non è la stessa cosa dell’informazione aggregata
nei prezzi del grano. La prima dipende da percezioni, narrazioni, asimmetrie di
potere e, soprattutto, da chi ha accesso privilegiato alle stanze dei bottoni.
> Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza
> informata, ma la pretesa epistemica continua a funzionare come copertura
> ideologica.
Il problema più profondo non è l’accuratezza, ma il tipo di incentivi che i
prediction market creano nei confronti della realtà che pretendono di misurare.
Nell’aprile 2026, all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, un utente di
Polymarket ha manipolato fisicamente il sensore meteorologico di Météo-France
posto sul perimetro della pista, verosimilmente con un phon, facendo impennare
la temperatura di sei gradi in pochi secondi durante la finestra di risoluzione
del contratto. La scommessa ha permesso di incassare 21.398 dollari a fronte di
119 puntati. Météo-France ha sporto denuncia alla gendarmeria dell’aeroporto, ma
l’utente aveva già cancellato il proprio account. In questo caso, il mercato non
ha previsto il futuro, ma ha creato un incentivo economico preciso per
distorcere la realtà che pretendeva di misurare. Questo episodio dimostra la
contraddizione strutturale di un sistema che si propone di misurare la realtà,
ma costruisce incentivi economici per distorcerla. Più un mercato predittivo
diventa liquido e rilevante, più cresce il valore di influenzare l’evento su cui
si scommette. L’epistemologia si mangia la coda.
Gli effetti dei prediction market non si limitano a chi partecipa direttamente.
C’è un danno sociale e culturale più diffuso e meno visibile, che riguarda il
modo in cui una società elabora collettivamente l’incertezza. Quando le quote di
un mercato predittivo diventano il formato dominante con cui i media raccontano
un’elezione, una guerra, una catastrofe ambientale o un’emergenza sanitaria, la
realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire interpretazioni e
diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere posizione individuale,
possibilmente prima e meglio degli altri.
In questo modo si trasforma la postura cognitiva, non solo il formato e
l’oggetto della conoscenza. La gamblification si integra sempre più con
l’informazione pubblica, ma non produce post-verità nel senso classico del
termine. Trasforma i fatti in asset speculativo, non li nega. Rispetto a un
evento, non appare più importante definire se sia vero o falso, ma probabile o
improbabile, e quella probabilità ha sempre un prezzo. Chi non ha capitali da
investire nel mercato non partecipa alla costruzione della realtà condivisa. Chi
ha capitali è incentivato a orientare la realtà a proprio favore.
Quando le quote di Polymarket vengono trasmesse in diretta su CNN e CNBC come
indicatori dell’andamento politico, il flusso dell’informazione cambia
struttura. I sondaggi, con tutti i loro limiti, misurano le percezioni o i
comportamenti di un campione rappresentativo della popolazione. Le quote di un
mercato predittivo misurano invece le aspettative di chi ha capitali sufficienti
per partecipare e incentivi finanziari precisi per orientare la percezione
collettiva. Non è la stessa cosa, ma nella velocità del ciclo informativo
contemporaneo, la differenza scompare e ciò che viene trasmesso diventa realtà
di riferimento. L’agenda pubblica si ridefinisce attraverso la logica della
scommessa, e chi controlla la liquidità del mercato controlla, indirettamente,
anche la narrazione.
> La realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire
> interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere
> posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri.
Chi sono le persone più a rischio nell’uso in questa tipologia di
gamblification? Non i giocatori patologici classici, che perdono lo stipendio
alle slot e, si spera, sono presi in carico dai servizi per le dipendenze. Il
profilo prevalente è rappresentato da chi è attratto dall’idea di trasformare la
propria presunta capacità di analisi in vantaggio competitivo. In un’epoca in
cui il mercato del lavoro appare sempre più strutturato sulla precarietà, gli
stipendi sono stagnanti e si fa fatica a intravedere le prospettive di medio e
lungo termine, la speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche
arene in cui sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie
capacità, ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. È un’illusione,
come abbiamo visto prima, ma l’azzardo appare così una risposta razionale a un
futuro che non promette quasi nulla. Il problema non è l’irrazionalità di chi
partecipa, ma la razionalità del sistema che li coinvolge. Addiction by design,
per citare nuovamente Dow Schüll.
Il modo in cui trattiamo collettivamente l’incertezza sta cambiando e i
prediction market ne sono la forma più compiuta e più presentabile. La critica
ai mercati predittivi non va centrata solo sull’architettura basata sull’azzardo
che li caratterizza in profondità. Questo è evidente e continuare a negarlo,
come fanno le piattaforme con artifici di creatività retorica, è semplicemente
disonesto. La vera criticità sta nel fatto che progressivamente si propongano
come l’unica forma razionale di fare i conti con ciò che non sappiamo. Il
disegno sembra orientato a diffondere e normalizzare l’idea che qualsiasi evento
del mondo debba essere prima di tutto prezzato, poi scommesso, infine risolto in
un esito binario, per cui si vince o si perde. Il futuro diventa così una
sequenza di contratti aperti, in cui però la trasparenza è solo nominale.
I prediction market portano a compimento la logica già presente nelle loot box,
nei like dei social, nei feed algoritmici, per cui l’unica risposta sensata
all’imprevedibile è puntarci sopra da soli, prima degli altri. In questa
accezione, i prediction market non sono un’anomalia nel panorama del capitalismo
digitale, ne sono il compimento più emblematico, in piena coerenza con quello
che Shoshana Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza, un sistema che
estrae dati dal comportamento umano, li trasforma in previsioni e vende quelle
previsioni come prodotti.
Siamo ormai consapevoli e abituati alla datificazione operata dalle piattaforme
digitali che strutturano ogni nostra esperienza quotidiana, che non ci chiedono
esplicitamente di scommettere, ma ci osservano, profilano e ci rendono
prevedibili. I prediction market portano in superficie questa logica e la
rendono più complessa: tu non sei solo il dato, ma sei anche chi compra il dato.
In apparenza non reagisci passivamente all’algoritmo, ma partecipi attivamente
al mercato. È un’illusione di agency costruita sul medesimo substrato, la
monetizzazione sistematica dell’incertezza che genera la trasformazione di ogni
comportamento, opinione o aspettativa in un segnale con un prezzo. La differenza
tra chi ti profila per venderti pubblicità e chi ti invita a scommettere sul
risultato delle elezioni è più sottile di quanto sembri. In entrambi i casi,
qualcuno guadagna dalla tua relazione con il futuro e ha un grande interesse a
orientare la tua percezione del futuro.
> La speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui
> sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità,
> ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno.
Questa non è più epistemologia, ma diventa una cosmologia. Un modo di stare al
mondo che trasforma l’incertezza da condizione condivisa in materia prima
individuale, da problema collettivo in opportunità personale. L’alternativa non
è sapere di più. È riconoscere e difendere l’idea che l’incertezza si può anche
abitare insieme, costruirla, negoziarla, distribuirne il peso, senza ridurla a
una quota su uno schermo. Ma questa possibilità non ha un ticker, un codice di
borsa a cui agganciare un prezzo in tempo reale. Non genera commissioni. Per
questo è così difficile da vedere.
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C’ è una foto del 1972 che mostra delle sedie di plastica con delle pulsantiere
incorporate, poste in cerchio su una moquette verde, al centro di una stanza con
strani terminali alle pareti. Si tratta della sala di comando di Cybersyn, un
progetto segreto voluto dal presidente cileno Salvador Allende e che aveva un
obiettivo particolare: pianificare l’economia del Paese con l’ausilio del
computer. Il sistema, supervisionato dal matematico inglese Stafford Beer e dal
ministro delle Finanze Fernando Flores, era un ambizioso tentativo di applicare
le teorie della cibernetica (l’organizzazione dei sistemi complessi) alle
economie pianificate di stampo socialista, in diretto contrasto con quelle
liberali basate sul libero mercato.
Le sedie sembrano quelle di un ponte di comando di una puntata di Star Trek e
non è una scelta casuale. Le vicende di Cybersyn (narrate magistralmente da Eden
Medina in Cybernetic Revolutionaries, 2014) rappresentano soprattutto la volontà
di una eclettica congrega di giovani e speranzosi studenti di economia,
informatica e design di immaginare un socialismo futuristico, in cui il computer
è al servizio dell’utopia collettivista. Un proto-Internet socialista in grado
di connettere e coordinare fabbriche e flussi produttivi su scala nazionale o
cercare, quantomeno, di aiutare il governo di Allende a non soccombere alle
pressioni interne e alle ingerenze esterne. Il tutto si poggiava su una
infrastruttura concettualmente rivoluzionaria e allo stesso tempo datata:
l’embargo USA aveva reso impossibile acquistare tecnologie avanzate, e per
comunicare con le fabbriche Cybersyn contava su un totale di quattro calcolatori
IBM, un singolo mainframe e un network di apparecchi telex. Il che rende i
risultati ottenuti, seppur imperfetti, impressionanti in prospettiva: Cybersyn
fu impiegato per aiutare a risolvere la crisi di produzione e distribuzione
avvenuta nell’ottobre 1972 quando uno sciopero sostenuto dai fronti neofascisti
e pro-americani bloccò le strade di Santiago.
Oggi le sedie di Cybersyn non esistono più se non in fotografia: l’intero centro
di comando fu demolito, poche settimane dopo, dalle truppe golpiste di Pinochet
e quasi tutta la documentazione venne distrutta. L’ambizioso esperimento di
pianificazione cibernetica si infranse come una postilla di quello, più grande,
del socialismo “vino rosso e empanadas” di Allende.
> Le vicende di Cybersyn rappresentano la volontà di una eclettica congrega di
> giovani e speranzosi studenti di economia, informatica e design di immaginare
> un socialismo futuristico, in cui il computer è al servizio dell’utopia
> collettivista.
Di quante setole ha bisogno uno spazzolino? Quante file per ognuno, quanto è
lungo il manico di plastica? E soprattutto, dove prendiamo le materie, chi le
produce, a che ritmo e quanto costa? La pianificazione della catena produttiva è
tra le questioni forse meno glamour della politica socialista, che tende a
concentrarsi, nella teoria e nella pratica, su ingiustizie, proteste e
rivoluzioni. Eppure è forse lo snodo più importante per far sì che i progetti
dei neonati stati socialisti riescano a sopravvivere, e che siano sostenibili
sul lungo termine. Dopotutto stiamo sempre parlando di ridistribuzione di
risorse, di materie prime, di energia, di lavoro e tempo. Se come fare uno
spazzolino non sembra essere la priorità di un rivoluzionario socialista che
assalta la sede del potere oppressore, lo diventa dopo, una volta che ha
occupato quelle stanze ed è il suo turno di mandare avanti una nazione, di
garantire alla sua popolazione l’accesso a merci e risorse.
Proprio di spazzolini parla un articolo del Times del 1962, raccontando i limiti
del Gosplan (Gosudarstvennyj komitet po planirovaniju), il modello di
pianificazione economica sovietico, di fronte a una imminente carenza di
spazzolini da denti nei supermercati, e suggerendo che la soluzione forse stesse
nella “collettivizzazione degli spazzolini disponibili” ‒ un leitmotiv ancora
utilizzato al giorno d’oggi dai critici del comunismo. Gli sberleffi del Times
scendevano a valle di quella che invece era una discussione seria, sia in ambito
politico che accademico: l’Economic calculation problem. Negli anni
Sessanta-Settanta, il dibattito su cosa fosse più efficiente nell’allocazione
delle risorse ‒ pianificazione o libero mercato ‒ era considerato tutt’altro che
risolto ed economisti liberali, marxisti e keynesiani erano impegnati a
imbastire lodi e critiche dei possibili sistemi.
La critica più nota, e tuttora citata, nei confronti della pianificazione venne
da Friedrich von Hayek, uno dei fondatori della Scuola austriaca, quella che
andrà poi a informare le politiche neoliberiste usate proprio nel Cile
post-golpe. Era impossibile, secondo Hayek, avere abbastanza informazioni per
pianificare l’economia ‒ quanto materiale serve per un bene, dove è distribuito,
quanto è acquistato ecc. ‒, il tutto moltiplicato per ogni bene: si trattava di
una mole di dati fuori dalla portata di qualsiasi calcolatore dell’epoca. Il
prezzo di un bene, invece, appiattisce tutte queste informazioni mancanti in
un’unica misura quantificabile, che risponde alle esigenze di mercato. Invece
che determinare a tavolino quanto costa qualcosa, lascia che sia il mercato a
determinarlo da solo.
> Una potenza di calcolo che nel 1972 risultava proibitiva, oggi è facilmente
> disponibile, ed è proprio grazie ai dati e alla gestione cibernetica che le
> aziende odierne devono buona parte del loro successo.
Tuttavia il prezzo di un bene non appiattisce solo i processi produttivi
necessari alla sua realizzazione, ma anche i rapporti di forza coinvolti. Il
prezzo, da solo, non dice nulla sullo sfruttamento della forza lavoro, sulla
crescita delle disuguaglianze, sulle conseguenze per l’ambiente, insomma su
tutte quelle problematiche che il socialismo punta a risolvere. E la critica di
Hayek poteva avere senso negli anni Sessanta, ma oggi, in epoca di big data, le
informazioni necessarie ci sono tutte, così come il potere computazionale
necessario per svolgere calcoli analitici e predittivi. La risposta “è troppo
complicato” non vale più in un mondo in cui la tracciabilità di ogni prodotto e
transazione economica è a disposizione, ed è proprio ai dati e alla gestione
cibernetica che le aziende di oggi devono buona parte del loro successo.
Ottenere quella potenza di calcolo che Cybersyn faticava a raggiungere alla fine
degli anni Settanta oggi sarebbe banale.
In The People’s Republic of Walmart (2019), Leigh Phillips e Michael Rozworski
sottolineano proprio questa contraddizione: con informazioni sufficienti,
pianificare l’economia non solo è possibile, ma al capitalismo conviene.
Multinazionali come Walmart, pur agendo nel libero mercato, motivate dal
profitto e ben poco interessate ai diritti di chi lavora, approcciano la
logistica interna, lo stoccaggio, la produzione e la distribuzione in maniera
pianificata, aggiustando il tiro in tempo reale. Le aziende che non hanno scelto
questa strada ma hanno applicato dettami del libero mercato anche
nell’organizzazione interna (come ad esempio Sears, dove ogni dipartimento era
incoraggiato a vendere i propri servizi all’altro), hanno finito per soccombere
alla competizione interna e fallire.
Al giorno d’oggi Amazon ha così tanti dati a disposizione sulle nostre scelte di
consumo che è passato da essere mero distributore di merce a influenzarne la
produzione: i consulenti di Amazon oggi sono presenti direttamente nelle
fabbriche, a dirigere le catene di montaggio in base allo stock rimanente e alle
proiezioni di vendita. Ultraliberisti fuori casa, pianificatori tra le mura
domestiche – raggiungendo un livello di controllo sul proprio sistema interno
che, secondo Phillips e Rozworski, sistemi socialisti come l’URSS si potevano
solo sognare. Paragonare la logistica interna di un’azienda a quella di
un’intera nazione può sembrare forzato solo se non consideriamo che queste
mega-aziende oggi sono, a tutti gli effetti, nazioni a loro volta.
Tentativi ancora più ambiziosi di pianificazione cibernetica furono in realtà
portati avanti proprio dall’URSS e prima del progetto cileno, ma si arenarono
per motivi diversi. L’economia sovietica si basava sull’implementazione e
coordinamento dei celebri piani quinquennali del Gosplan, un’operazione che
richiedeva uno sforzo enorme in termini di costi e ore lavoro. Una stima del
1962 indica che all’epoca 3 milioni di persone ‒ l’1,3 per cento della
popolazione totale dell’Unione Sovietica ‒ erano impegnate nella contabilità,
data entry, statistica e pianificazione dell’economia, il tutto ancora su
supporto cartaceo. Un problema esacerbato dalla quantità di dati del tutto
sbagliati che spesso arrivavano agli statistici, dovuto a una combinazione di
gestione molto informale della catena produttiva e a supervisori che, per paura
di ritorsioni, mentivano sulle vere quantità di materiale prodotto o necessario.
“Riusciremo a produrre un milione di spazzolini in un mese?” “Ma certamente
commissario, ecco le tabelle”. La testa non sapeva quello che facevano diecimila
mani, soprattutto quando queste mani scrivevano report falsati.
> La cibernetica nell’URSS fu inizialmente bollata come “scienza borghese”. Solo
> in seguito alla morte di Stalin la neonata disciplina fu vista come il
> tassello mancante per giungere a una pianificazione più efficiente
Toccava quindi incorporare i calcolatori elettronici nella gestione della cosa
pubblica, e per i sostenitori sovietici della cibernetica questa era l’occasione
perfetta per connettere industrie e centri di calcolo in un’unica rete, e
portare avanti una riforma dell’economia che fosse più simile a quella
teorizzata postrivoluzione. L’URSS arrivò in ritardo a questa conclusione
rispetto agli Stati Uniti: la cibernetica, questa nuova scienza di sistemi che
organizzano sistemi, fu inizialmente bollata come “scienza borghese” con la
stessa logica che ha portato al “lysenkoismo”. L’entusiasmo da parte del mondo
accademico sopraggiunse solo in seguito alla morte di Stalin, e la neonata
disciplina fu vista come il tassello mancante per giungere a una pianificazione
più efficiente e a un’economia “davvero comunista”.
Il progetto segreto OGAS (Sistema nazionale automatizzato di contabilità ed
elaborazione delle informazioni), diretto dal matematico e informatico Viktor
Gluškov, riuscì dopo innumerevoli false partenze a dare inizio ai suoi lavori
nel 1962. OGAS avrebbe agito sia come un Internet ante litteram (permettendo a
chiunque fosse connesso di raggiungere qualsiasi altro terminale in una rete
decentralizzata), sia come pianificatore economico molto più potente e reattivo
di un farraginoso piano quinquennale.
Non servì un colpo di Stato per far fallire il progetto. Come spiega Benjamin
Peters in How not to network a nation (2017), OGAS fu un buco nell’acqua non
tanto per la (seppur enorme) difficoltà tecnica di implementazione, quanto per
la ritrosia da parte dell’apparato nell’accogliere soluzioni tecnologiche e
tecnocratiche. E soprattutto a causa delle care vecchie gelosie e lotte interne
tra ministeri rivali, in particolare da parte dell’Ufficio centrale di
statistica, che temeva di perdere il controllo su quello stesso apparato
burocratico che il progetto avrebbe dovuto alleggerire. O forse fu tutta una
questione di contingenze storiche: cruciale fu una riunione del 1971 alla quale
due importanti figure governative, che sostenevano il progetto, non si
presentarono per conflitti di calendario. Delle due proposte di implementazione
‒ una gestione automatizzata dell’intero sistema produttivo con annessa riforma
radicale dell’economia, e una più semplice gestione computerizzata di fabbriche
individuali ‒, solo la seconda, compatibile con le tendenze liberiste sostenute
da alcune fazioni del governo, fu approvata. OGAS venne gradualmente
smantellato, i suoi fondi dirottati altrove.
> Molte delle fabbriche connesse in via sperimentale a Cybersyn erano tutt’altro
> che collaborative, sia per la ritrosia a utilizzare strumenti sui quali gli
> operai non erano stati addestrati, sia per il timore che il computer rubasse
> il lavoro al supervisore.
Anche se allora non conoscevano i tentativi di economia cibernetica in corso
nell’URSS, i cileni concepirono Cybersyn in maniera diversa, con l’intento
esplicito di non seguire il modello russo. Cercavano di ovviare a dati
inaffidabili simulando e anticipando l’economia prevista, costruendone un
modello e verificando la presenza di variazioni. Se queste esistevano, per
esempio in una specifica fabbrica dove la produzione dichiarata era diversa da
quella aspettata, la stanza di comando ne contattava i supervisori in tempo
reale per capire dov’era il problema. In teoria, questo rendeva la
falsificazione dei dati meno possibile: l’intervento per aggiustare il tiro
veniva affidato al supervisore che aveva tempo per agire, dopodiché interveniva
direttamente la centrale. In quanto cibernetico, questo sistema era concepito
anche per dare più feedback dall’alto verso il basso, cercando, almeno in
teoria, di offrire più partecipazione alle decisioni lavorative e controllo dei
mezzi di produzione a chi li operava.
Ma non tutti accettarono di buon grado questo nuovo paradigma: molte delle
fabbriche connesse in via sperimentale a Cybersyn erano tutt’altro che
collaborative, sia per la ritrosia a utilizzare strumenti poco familiari e sui
quali gli operai non erano stati addestrati, sia per il timore, molto attuale,
che il computer rubasse il lavoro al supervisore. La nazionalizzazione procedeva
in modo sconnesso e la necessità di regolamentare ogni dettaglio dei flussi
produttivi, per far sì che il simulatore avesse un’immagine verosimile dello
status dell’economia, si scontrava con operai che prendevano direttamente le
redini della loro fabbrica, incarnando lo spirito stesso di una rivoluzione
“vino rosso e empanadas” promessa da Allende. Se il controllo dei mezzi di
produzione non è dal basso, in mano a chi lavora, è vero socialismo?
Il simulatore di Cybersyn presentava un altro, grande problema: non incorporava
nel suo modello il costante sabotaggio da parte di golpisti e servizi segreti
statunitensi, e il team ne era consapevole. È opinabile se Cybersyn abbia in
qualche modo aiutato il governo Allende a ritardare la sua fine imminente, o se
avrebbe potuto scongiurarla del tutto se fosse stato pronto dal punto di vista
tecnico. Ad appianare le divergenze tra testa e mani del partito ci pensò
Pinochet, col sostegno USA, che nel 1973 trasformò il Cile in una dittatura
militare omicida, e nel laboratorio perfetto per un altro tipo di teorie
economiche radicali: quelle neoliberali. Gli esperimenti di pianificazione
cibernetica degli anni Sessanta-Settanta oggi sono per la maggior parte
ignorati, e nella buona tradizione dei progetti di sinistra, è stato loro
consentito di fallire una o due volte prima di decretare che l’intero approccio
è intrinsecamente irrealistico. Tra un salvagente e l’altro all’economia
capitalista durante le sue sempre più frequenti crisi, ci si tiene a ricordare,
da entrambi i lati della barricata, che la pianificazione semplicemente non si
può fare.
> Se il prezzo da pagare, per una ridistribuzione più equa delle risorse, è
> l’invasione della privacy, allora al giorno d’oggi paghiamo già ampiamente
> questo prezzo, senza peraltro godere dei benefici di alcuna ridistribuzione.
Se un tale sistema venisse implementato per davvero, una ipotetica nazione
socialista avrebbe accesso a una mole enorme di dati personali sui consumi e
abitudini. È innegabile che nazioni socialiste esistite davvero siano state
capaci di perpetrare abusi anche con molto meno a disposizione. Ma se il prezzo
da pagare per un’economia che punti a una ridistribuzione più equa delle risorse
è l’invasione della privacy, allora al giorno d’oggi paghiamo già ampiamente
questo prezzo, senza peraltro godere dei benefici di alcuna ridistribuzione. Il
controllo su di noi da parte dei colossi digitali, l’anticipazione dei nostri
comportamenti e il loro potenziale di oppressione (sono aziende che collaborano
estensivamente con le polizie e gli eserciti di molti governi) supera di gran
lunga la pervasività del comunismo più controllore e autoritario. Il dilemma
“siamo disposti a dare più informazioni personali al sistema economico?” viene
risolto ogni volta che clicchiamo “accetta” su termini e condizioni volutamente
chilometriche di un nuovo servizio digitale.
Ancora una volta torna il paradosso: le più grandi aziende multinazionali hanno
incorporato lezioni ed elementi di pianificazione cibernetica nella loro
organizzazione, e oggi le usano per pratiche sempre più predatorie. La questione
se sia possibile gestire un tale volume di dati e prosperare è chiusa: il loro
successo e la loro intoccabilità politica ne sono la riprova. La potenza di
calcolo necessaria di certo non manca, così come l’infrastruttura: se OGAS e
Cybersyn fossero nate oggi, avrebbero avuto buona parte del lavoro già fatta. Ma
la proposta di nazionalizzare servizi e produzione (figuriamoci la
pianificazione dell’economia di una nazione) è ormai di fatto sparita da tutti i
programmi di qualsiasi partito, sinistra compresa, sostituita dall’accettazione
tacita che l’economia è e deve essere di libero mercato. La pianificazione
economica su larga scala non è mai stata così vicina dal punto di vista tecnico,
e mai così lontana dal punto di vista politico.
Di fronte a minacce esistenziali come il cambiamento climatico, viene da
chiedersi se al giorno d’oggi un’economia di comando collettiva non sia tanto
una possibilità, quanto più una necessità. Che il capitalismo non sia
compatibile con la sopravvivenza a lungo termine della nostra specie è ormai
evidente persino ai suoi sostenitori, ma le ricette proposte spesso sono poco
più che obiettivi di riduzione delle emissioni, sistematicamente rimandati o
ignorati. L’economia di mercato è competitiva per definizione: inefficienza,
sprechi e diseguaglianza sono intrinseche in questa modalità di funzionamento,
non sono un bug ma una feature.
> Di fronte a minacce esistenziali come il cambiamento climatico, viene da
> chiedersi se al giorno d’oggi un’economia di comando collettiva non sia tanto
> una possibilità, quanto più una necessità.
L’economia di comando sovietica servì a industrializzare il Paese, OGAS e
Cybersyn furono pensati per tenere il passo con gli USA (o non farsi travolgere
da loro). Oggi la sfida sarebbe un’altra, ovvero sopravvivere al collasso
ecologico in corso, e non in un solo Paese. Senza scomodare la pianificazione,
si potrebbe chiamare in causa la cosiddetta economia circolare, compatibile con
quella di mercato, ma il paragone non regge: qui non stiamo parlando di 4-5
aziende che si comprano gli scarti a vicenda, ma di sistemi su scala massiccia
(nazionale? Continentale? Globale?) che determinano tutti i flussi produttivi.
Sistemi che presuppongono, come minimo, la nazionalizzazione e
collettivizzazione dei settori industriali principali, col potenziale di gestire
anche le piccole e medie aziende. Un’economia di guerra permanente, in cui la
guerra è contro un clima che mette la nostra sopravvivenza a repentaglio.
Forse però aiuterebbe porre la questione in termini meno bellici e più
“organici”. Già Stafford Beer immaginò Cybersyn come un cervello collegato a
degli organi, con loop di feedback costanti tra fabbriche e stanze dei bottoni.
Oggi si parlerebbe di embodied cognition (cognizione incarnata), una riprova che
cibernetica e neurofisiologia hanno un antenato comune. Se l’obiettivo di una
economia organica è il raggiungimento dell’equilibrio omeostatico con le risorse
ambientali, allora aiuta prendere spunto dall’organizzazione di network naturali
che fanno esattamente questo: condividere, connettere, equilibrare. Questo
approccio biologico rimette in prospettiva il ruolo e l’impatto dello stesso
capitalismo: tranne quando c’è un cancro, un organismo non è mai in competizione
con sé stesso.
Teorizzare le modalità di gestione dell’economia planetaria prima di avere
raggiunto l’elemento più importante, ossia la presa di coscienza collettiva
della sua necessità, può sembrare un esercizio fine a sé stesso. Ma aiuta avere
un obiettivo, un progetto futuro al quale tendere, e prendere ispirazione dalla
natura non è solo una questione di metafore e simboli, ma di strutture e di
modelli. Qualunque sia la forma in cui immaginiamo l’economia futura, una
prospettiva futura è necessaria. A questa conclusione erano arrivati anche
progettisti di Cybersyn, solo che non hanno fatto in tempo ad arrivare al futuro
che avevano in mente. Non esiste una foto della stanza di comando di Cybersyn
con qualcuno seduto sulle sedie. Se è mai esistita, è andata in fumo assieme al
resto dei documenti, schemi e progetti di questo strano esperimento, epurata per
mano dei soldati di Pinochet come lo sarebbero state di lì a poco decine di
migliaia di dissidenti. Sopravvivono solo foto di sedie vuote in stanze vuote.
Un sistema sofisticato, speranzoso, futuristico, con nessuno al comando.
L'articolo Quel che resta del cybersocialismo proviene da Il Tascabile.
N el 2017, proprio mentre terminavo di redigere un progetto europeo per un
postdoctoral fellowship grant, venni interpellato da un’amica. Da qualche mese
era alla direzione di una rivista accademica e mi proponeva di scrivere qualcosa
per il numero che sarebbe uscito di lì a poco. Il tema centrale era il
(controverso) concetto di Europa.
Perfetto, pensai, butto giù due appunti su retorica, gergo, strutturazione delle
istituzioni e dei meccanismi di finanziamento comunitari: il pezzo si sarebbe
scritto da sé, era sufficiente lavorare un po’ sulle intuizioni, che non
mancavano, lasciarle decantare per qualche tempo e la cosa era fatta. O quasi.
Avevo terminato il dottorato da pochi mesi e – con la necessità di un reddito
stabile – dopo l’estate trovai lavoro come pizzaiolo. Poi, a ottobre mi
chiamarono come supplente a scuola. Mi ritrovai a una settimana dalla consegna
dell’articolo con due lavori e tre frasi in croce, che invece di lievitare erano
inacidite. Per un mese la mia vita seguì orari ottocenteschi. Andavo a dormire
all’una passata, mi svegliavo sei ore dopo, ero in classe alle 8. In alcune
giornate le ore di riposo non arrivavano a tre. Diedi buca, il pezzo non lo
consegnai. Me ne rammaricai molto.
Otto anni dopo, per ragioni che qui non importano, ho consegnato la proposta
(stavo per scrivere, con quella deformazione lessicale che conosce bene chiunque
si sia cimentato nell’impresa, “sottomettere l’application”) per un posdoctoral
fellowship della Marie Skłodowska Curie Action, uno dei bandi del programma
Horizon. Le ragioni che mi hanno spinto a scrivere queste righe sono
eminentemente critiche: ritengo che il funzionamento del bando, florilegio di
retoriche liberali su eccellenza e merito e luogo di competizione feroce tra le
proposte, sia in effetti uno dei dispositivi più eloquenti del mondo in cui ci
troviamo a vivere. Del suo modo crudele e iniquo di concepire ciò che vale. E in
fondo, se osservato da vicino, i suoi meccanismi non solo rivelano, come in un
sintomo, ciò che vorrebbero eufemisticamente occultare – vale a dire le logiche
strutturali di ripartizione dei fondi europei, di accesso al mondo del lavoro
accademico, di addestramento ideologico; in controluce si dissolve la patina
cosmetica ed è possibile osservare il volto del comando, e quella sorta di Squid
game cui è ridotto l’ormai tramontato mondo liberale.
Non nascondo, tuttavia, che una parte di me vuole finire il lavoro sospeso e
forse, per così dire, vendicare il pizzaiolo-insegnante-ricercatore di otto anni
fa.
> Il funzionamento del bando, florilegio di retoriche liberali su eccellenza e
> merito e luogo di competizione feroce tra le proposte, è uno dei dispositivi
> più eloquenti del mondo in cui ci troviamo a vivere.
Non è poi così raro incontrare gli entusiasti del sistema di finanziamento della
ricerca europeo. In una parte del mondo accademico, che da sempre vive i
melodrammi del sentimento e del risentimento, della cooptazione e delle truppe
rivali, il modello europeo di frammentazione della concorrenza appare come uno
strumento di giustizia, che sottrae potere alle vetuste cariatidi accademiche,
adagiate sulle tessiture clientelari di cooptazione e affiliazione. “Finalmente
– mi disse un’entusiasta, professore ordinario a Venezia – sei tu che vai al
dipartimento, senza dover chiedere nulla a nessuno, e bussi, rivendicando il tuo
merito” – e il pacco di soldi che porti in saccoccia. “È rivoluzionario,
finalmente vai a caccia dei soldi. Quando lo dissi al mio professore di un tempo
mi guardò come un pazzo… non riusciva a capire di cosa stessi parlando”. Esiste
un fondo di verità in queste parole, ma va rovesciato di senso attraverso la
critica.
È vero, forse, che lo zelante procacciatore di risorse si libera in prima
istanza da servilismi e piaggerie diretti: piomba in dipartimenti spesso
sottofinanziati con una valigetta ricolma di soldi, compensando (solo in parte)
i tagli lineari che da ormai un ventennio o più falcidiano i fondi ordinari per
gli atenei. Lo fa, per molti versi, sconvolgendo la logica asfittica dell’ormai
residuale notabilato accademico, certo, ma anche aggirando i meccanismi
cooptativi che, benché discutibili, davano senso all’istituzione universitaria,
per definizione elitaria nonostante le aperture della fine dello scorso secolo.
Ciò che ottusamente non vede il barone, ciò che entusiasma l’entusiasta, in
effetti, è la spinta trasformativa che segue la classica linea di innovazione
economico-sociale-giuridica della modernità capitalistica, già ampiamente
descritta in Marx: si disgiungono i rapporti sociali da quelli
economico/giuridici, si recide la dipendenza personale dei rapporti sociali
premoderni, disarticolando i gruppi corporativistici per ottimizzare la
competizione del lavoro, centralizzando, anonimizzando il comando (a Bruxelles)
e frammentando i finanziamenti (al singolo progetto di ricerca).
Lo strumento del bando europeo ha inizialmente affiancato e ora va
sostituendosi, anche attraverso un quadro giuridico ormai maturo costruito dai
governi – tecnici e non – dell’ultimo ventennio, al classico finanziamento a
pioggia, sul quale precipitano ormai anatemi e scongiuri “bipartisan”. Il new
public management (per una storia e una critica approfondita di questa forma
governamentale di ascendenza anglosassone suggerisco il libro di Mauro Boarelli,
Contro l’ideologia del merito, 2019), a suon di incentivi al merito, lavoro per
obiettivi, ragionamento costi/benefici ecc., ha finito per rendere gli strumenti
ordinari di finanziamento – che poi reggono tutta la residuale baracca dello
Stato sociale pubblico – una specie di bestemmia innominabile.
> Si disgiungono i rapporti sociali da quelli economico/giuridici, si recide la
> dipendenza personale dei rapporti sociali premoderni, disarticolando i gruppi
> corporativistici per ottimizzare la competizione del lavoro, centralizzando,
> anonimizzando il comando (a Bruxelles) e frammentando i finanziamenti (al
> singolo progetto di ricerca).
Il funzionamento dei bandi europei per la ricerca accademica (penso in
particolare ai bandi ERC, European Research Council, e MSCA, Marie Skłodowska
Curie Action) si fonda sulla messa al lavoro dei singoli studiosi, sui quali
ricade un complesso lavoro amministrativo e contabile, oltre che di ideazione
dei contenuti della ricerca, in un contesto concorrenziale di estrema scarsità
(nascosto dal termine “efficienza”). Vari studi (qui sintetizzati in un articolo
un po’ tecnico) mettono in discussione l’efficacia economica complessiva del
modello – ovvero la sua principale leva ideologica: “Funding systems with small
funding totals, large application numbers, and low success rates are not
uncommon and are at risk of crossing the net zero gain”.
E se si scorporano i termini che sostengono i costi di questo tipo di
finanziamento, la logica economica diventa evidente: “A study in Australia
estimated that 85% of the costs are incurred by the applicants, 10% by the
decision-making processes, and the remaining 5% by the administration”. I
“costi” effettivi vanno misurati in tempo che si traduce in denaro: per le
istituzioni saranno dunque quel 15% che serve a sostenere i processi
amministrativi e di selezione, mentre l’85% dei costi sostenuti dal soggetto
richiedente si tradurrà in denaro solo nel caso in cui accada di vincere il
bando. Il che avviene in media, per gli strumenti di finanziamento del programma
Horizon, nel 15,9% dei casi. La fonte è perfino entusiasta dell’aumento dei
finanziamenti, affermando che l’incremento dei progetti finanziati “rises
sharply” (addirittura!), rispetto al 12% del programma 2013-2020. Non sono molto
abituato ad aggirarmi tra percentuali, ma a occhio tutto ciò significa che per
circa 6-7 progetti su 10 quell’85% dei costi è davvero azzerato per
l’istituzione – ossia scaricato interamente sul singolo soggetto che propone
(che nei bandi accademici considerati è un individuo).
Sappiamo anche, ancora dal primo studio citato, che per scrivere un bando
complesso occorrono tra i 25 e i 50 giorni di lavoro (vale a dire, tra il mese e
mezzo e i tre mesi vita, lavorando a tempo pieno). Non male. Il dato è ancora
più sorprendente se, a valle del processo di selezione, osserviamo l’istituzione
lamentarsi del fatto che quasi 7 su 10 (il 67%) delle proposte “high-quality”
non sono finanziate per mancanza di fondi allocati. Il dato andrebbe scorporato
perché comprende anche molti bandi di finanziamento destinati all’innovazione
delle imprese, ma di per sé mi pare significativo. La trasparenza posticcia –
una vera passione perversa delle istituzioni liberali europee ‒ di documenti
come questi nasconde, dietro alla logica dichiarata dell’autocorrezione
istituzionale, un chiaro rinforzo del dominio della competizione. Quanto più si
afferma la logica di scarsità tanto più il valore simbolico del finanziamento è
accresciuto: se fossero stanziati più fondi il prestigio della borsa
diminuirebbe. Se la maggior parte dei progetti eccellenti non viene finanziato,
il mio dev’essere percepito come super-eccellente, ultra-eccellente.
Ci stiamo perdendo qualcosa. E non mi riferisco al fatto che buona parte della
cosiddetta “eccellenza” va persa per strada – non mi interessa la logica
costi/benefici, collusa senza spazi di ambiguità con il modello del new public
management. Ciò che va perso è il grande spettro dei nostri tempi: il lavoro, il
tempo dedicato alla scrittura di un bando che, a prescindere dalla sua apparente
forma isolata, è molto più seriale di quanto non sembri e di quanto non lasci
surrettiziamente presupporre il modello stesso della competizione e del
finanziamento del progetto specifico.
Come è accaduto in moltissimi altri settori, ciò che è stato frammentato non è
tanto la qualità del lavoro, che resta ad alto grado di standardizzazione,
quanto la sua organizzazione. Un espediente che ha permesso a una porzione
sempre più grande del tempo funzionale al lavoro di essere esclusa dalla
remunerazione: l’esatto opposto rispetto a una storica rivendicazione del mondo
operaio, che pretendeva l’inclusione del tempo impiegato per il tragitto
casa-lavoro nel tempo di lavoro. Attraverso forme di burocratizzazione
mostruosa, come quella dei bandi qui oggetto di critica, tutta una porzione di
lavoro è sfuggita al salario ed è finita nel profitto.
> Attraverso forme di burocratizzazione mostruosa, come quella dei bandi qui
> oggetto di critica, tutta una porzione di lavoro è sfuggita al salario ed è
> finita nel profitto.
Visto dalla prospettiva di chi scrive i progetti, quell’85% dei casi è tempo di
lavoro regalato, 6/7 volte su 10. Naturalmente l’idea che sta dietro a un
progetto di ricerca non si aliena: può essere ripresa, rimaneggiata e proposta
in altre forme. Ciò che è alienato (nel senso di sottratto al singolo
lavoratore-ricercatore) è il tempo impiegato per metterla in forma. Ma chiunque
lavori nell’ambito sa quanto l’intuizione informe si scontri poi con il
considerevole sforzo simbolico di ridurla a una forma intersoggettiva,
comunicabile, adatta, comprensibile ed eventualmente, com’è questo il caso,
seducente per l’interlocutore. E c’è una formula ben precisa, standardizzata,
per sedurre nei bandi europei – almeno per quelli destinati ai soggetti
accademici. Questa standardizzazione è essa stessa un effetto della burocrazia
appena evocata: la forma diventa vincolante tanto quanto, e forse più del
contenuto.
Complessivamente, la postura enunciativa da tenere percorre il sentiero
strettissimo dei doppi vincoli: si avvicina a quella di una sorta di supereroe
della ricerca che però ha l’umiltà di ammettere che c’è ancora moltissimo da
imparare. Questa formulazione sintetica di un’ingiunzione contraddittoria deriva
essenzialmente dalla forma stessa della strutturazione testuale della proposta:
ogni sezione dell’application deve essere euforistica, sopra le righe, ed è
dunque inevitabile che i brani riguardanti la presentazione del ricercatore
siano a tal punto debordanti di skills da entrare in contraddizione con i
territori inesplorati di una disciplina, che appunto hanno il tratto ontologico
di non essere stati indagati in precedenza. La figura del ricercatore, giovane o
meno, deve sempre stagliarsi talentuosamente, quasi eroicamente, nel proprio
settore disciplinare. È talmente bravo da sentire come una colpa il non aver
(ancora) fatto questo o quello: ma come hai fatto a non averci pensato prima
alla straordinaria idea che stai proponendo solo ora?! Come è noto,
l’ingiunzione del doppio vincolo è un ottimo generatore di senso di
inadeguatezza e, di conseguenza, un potente strumento governamentale. Senza
contare che, di per sé, crea tutti gli alibi necessari a una commissione
giudicatrice, libera di selezionare in serenità enfatizzando o sminuendo un
tratto piuttosto che un altro.
La risposta diffusa di fronte a questa sfinge, lo hanno mostrato diversi studi
(per esempio, uno su tutti, il celebre modello CARS di John Swales, che
moltissimi istituti suggeriscono per un progetto di successo – per esempio qui),
è la ricerca di una formulazione standard delle proposte. Una formula che trovi
modulazioni retoriche precise e rassicuranti: per il ricercatore, che ritiene di
compiacere la commissione, e per la commissione stessa, che trova così gli
appigli retorici per fondare una valutazione. Una delle forme più evidenti e
grottesche è una sorta di “iperbole eufemistica”: la ricerca dimostra di avere
un’ambizione importante, rivoluzionaria, che trasformerà radicalmente lo stato
delle cose esistenti… in un microsettore specifico e specialistico. In fondo è
una logica ben nota, per chi è cresciuto in una società neoliberista: quella del
linguaggio pubblicitario, che incoraggia un investimento psichico importante su
scelte dalla relativa ricaduta reale. “Questo spazzolino di ultima generazione
ti sconvolgerà la vita, il modo in cui ti lavi i denti non sarà più quello di
prima!”; “scegli il tale detersivo, avrai un bianco rivoluzionario!”.
Il che è in palese antinomia (ancora il doppio vincolo) con la sezione del
cosiddetto Impact, che deve invece enfatizzare il glorioso effetto complessivo
della propria ricerca, in un climax dagli inevitabili effetti comici di
sproporzione.
> In fondo è una logica ben nota, per chi è cresciuto in una società
> neoliberista: quella del linguaggio pubblicitario, che incoraggia un
> investimento psichico importante su scelte dalla relativa ricaduta reale.
Non vorrei spezzare i sogni di gloria di qualche sofista in erba, ma trovare le
formulazioni più felici per percorrere questo stretto crinale a picco sul vuoto
(ormai scrivo anche io come in un bando europeo ERC, high-risk/high-gain),
spesso, non basta. È dimostrato (e naturalmente le istituzioni europee lo sanno
e, ancora in nome della trasparenza, mostrano zelantemente di saperlo, salvando
capra e cavoli) che ai commissari, sommersi da complessissime e al contempo
standardizzate proposte di ricerca redatte in Times New Roman 11 interlinea 1,
alla fine si incrociano gli occhi, poverini, e si riducono a googlare le
bibliometrie del candidato – che si rifanno, com’è ovvio, a un principio
puramente quantitativo, unica forma di eccellenza che può conoscere questo
sistema.
Tutto ciò, evidentemente, finisce per descrivere una dinamica circolare i cui
retroeffetti si rafforzano vicendevolmente: e in effetti i fondi europei
premiano le istituzioni e i territori già forti, imponendo ai ricercatori di
spostarsi verso i “centri di eccellenza” (e dunque via, dalla Calabria a Londra,
dall’Andalusia a Berlino, ecc.); premiano i candidati già forti; danno un
mucchio di soldi a pochi anziché una somma dignitosa a molti, proprio perché
simili strumenti di ripartizione dei fondi costruiscono ideologicamente una
confusione tra eccellenza e quantità, autorevolezza e prestigio, intelligenza e
successo.
> Simili strumenti di ripartizione dei fondi costruiscono ideologicamente una
> confusione tra eccellenza e quantità, autorevolezza e prestigio, intelligenza
> e successo.
Otto anni fa, pizzaiolo e supplente, mi illudevo che scrivere un bando fosse
questione di tempo, dedizione, costanza. Oggi, dopo un nuovo giro di giostra, mi
accorgo che quella fatica, quella costante mancanza di tempo, non era un
accidente biografico, ma la regola stessa del gioco. Nel 2025 sono giunte in
Europa 17.058 proposte, un numero mai visto in 40 anni di “EU research and
innovation programme”. La Commissione europea prevede di finanziarne 1650. Meno
del 10%. Da un lato, l’incremento vertiginoso delle proposte (l’anno scorso
erano poco più di 10.000) ci dà l’idea di quante persone in accademia, in
un’Europa che sceglie ottusamente di dirottare risorse economiche sulla filiera
bellica per riarmarsi, rimangono a spasso. Dall’altro si riafferma con sempre
maggiore ferocia, se possibile, la logica della scarsità e tutte le sue
implicazioni ideologiche e sociali.
Il pizzaiolo-insegnante-ricercatore di otto anni fa non aveva solo fallito la
consegna di un articolo, dunque: aveva, a sue spese, esperito le conseguenze di
un sistema profondamente iniquo, che utilizza il merito per riprodurre le
condizioni sociali. Oggi, chiudendo queste poche righe, vivo l’illusione di
vendicare quel pizzaiolo e tutti i suoi simili. Ma forse anche questo senso di
rivalsa è un sintomo del nostro presente: non è di vendetta che necessitiamo ma
di organizzazione politica, non di rivalsa ma di individuazione del nemico, non
di sentimento ma di pragmatismo e lucidità.
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