I mmagina mostrare The King of Comedy a un ragazzino che cerca di fare il botto
con le cripto. The King of Comedy – in italiano, Re per una notte – è un film di
Martin Scorsese del 1983. Se ne è riparlato diffusamente nel 2019, quando è
uscito Joker di Todd Phillips, che a The King of Comedy rimanda in più modi. In
entrambi i film, il protagonista è un aspirante comico che desidera il successo
e coltiva un ambiguo amore-odio per il conduttore di un late night show
televisivo. In Joker, però, scopriamo molto presto quanto sono scarse le battute
e quant’è angosciante la presenza scenica di Arthur Fleck; The King of Comedy
invece rimanda la performance decisiva fin quasi all’ultimo momento, e intanto
si concentra sul rivelare gradualmente i lati fastidiosi della personalità di
Rupert Pupkin, uomo stucchevole, invadente, egotico, violento e per giunta privo
di qualunque rimorso. Alcuni di questi caratteri dipendono dal suo grave
scollamento dalla realtà, ma per quanto un presunto problema psichiatrico possa
renderlo meno responsabile delle sue azioni, non lo rende più simpatico.
Attirando la nostra attenzione sul cratere che sta dove dovrebbero stare le
abilità sociali di Pupkin, il film ci porta a dare per scontato che anche le sue
battute saranno tremende ‒ anzi, ci induce a sperarlo. Dentro di noi, qualcosa
conta sul pubblico del monologo finale per dare la meritata punizione, col
silenzio o coi fischi, a questo dilettante pieno di sé, che pretende di
diventare famoso senza nemmeno fare la gavetta nei locali. Qualcuno dovrà pur
rompere la bolla di illusioni in cui vive. Le nostre speranze sono mal riposte:
avremmo dovuto separare l’arte dall’artista. Il monologo di Pupkin al Jerry
Langford Show in diretta nazionale non sarà straordinario, ed è percorso da
un’inquietante sotterranea disperazione, ma non è neppure malaccio, e infatti
riscuote solo applausi. A Propaganda Live, per fare un paragone, abbiamo sentito
comici peggiori, che per farsi mandare in onda non avevano neppure dovuto
sequestrare Zoro, a differenza di quanto fa Pupkin con Langford.
Le sorprese non finiscono qui: i servizi giornalistici in coda al film ci
informano che Pupkin, arrestato appena dopo l’esibizione e condannato a sei anni
di carcere, ha ottenuto un contratto milionario per un’autobiografia di cui già
si prospetta un adattamento cinematografico, e nell’ultima scena lo vediamo
riapparire davanti a un pubblico in ovazione, circondato dalle telecamere di uno
studio televisivo. Ma allora non c’è più religione! In effetti no, perché il
bersaglio critico di Scorsese non è il singolo morto di fama ma la società
pronta a rendere celebre una persona fortemente disturbata pur di farsi quattro
risate. Nel 1983, questo livello di lettura era a disposizione di tutti; oggi
invece, sospetto, siamo tanto abituati all’idea del successo come mera lotteria
che The King of Comedy può sembrare una storia motivazionale. Un ragazzino di
quelli a cui accennavo all’inizio, quelli che tentano di diventare ricchi
speculando sulle criptovalute, potrebbe tranquillamente leggerci del mindset:
Pupkin fa di tutto pur di raggiungere il suo obiettivo, tratta le persone che ha
intorno come se l’unica scelta a loro disposizione fosse assecondarlo o
togliersi di mezzo, e alla fine l’obiettivo lo raggiunge eccome. Forse è stato
anche per non esporsi a quest’ambiguità, che Joker quarant’anni dopo ha
disegnato per Arthur Fleck un altro destino: il mondo dello spettacolo lo
espelle, e la sua trasformazione in icona popolare avviene per vie del tutto
diverse.
È possibile che mi sbagli, sulle capacità di analisi del testo cinematografico
dei più avidi di denaro tra gli appartenenti alla Generazione Alpha; accoglierò
volentieri i pareri di insegnanti, genitori o altri che trattino abitualmente
con adolescenti. E comunque, che importa? Il punto non è denigrare loro ma
rilevare che il contesto attuale – la mancanza di opportunità per fare qualcosa
della propria vita – rende normale una storia che vorrebbe essere assurda. Vale
la pena di rifletterci. Se quella diventa normale, quali diventano assurde?
Per esempio, le vicende di neolaureati che solo grazie a impegno e ingegno
diventano milionari: nessuno ci crede più, perché troppo spesso i loro
protagonisti si rivelano provenienti da famiglie con capitali disponibili o
capacità di procurarsene. Persino nel Paese a cui per antonomasia ricolleghiamo
i sogni di successo nello spettacolo, gli Stati Uniti, molti ormai diffidano
delle rapide ascese alla fama di musicisti mai sentiti prima: la reazione
immediata è sospettarli di essere industry plant, pedine senza talento spinte
dalle etichette discografiche in quanto figli d’arte o perché portatori di un
qualche tratto identitario capace di attrarre una nicchia specifica del mercato.
> Viene da chiedersi se non sia diventato irresponsabile convincere i giovani
> che vale la pena di capire cosa vogliono dalla vita e di formarsi per
> ottenerlo.
Con queste premesse, viene da chiedersi se non sia diventato irresponsabile
convincere i giovani che vale la pena di capire cosa vogliono dalla vita e di
formarsi per ottenerlo. La preoccupazione è sempre stata diffusa tra le famiglie
che sapevano di non poter sostenere qualunque progetto dei figli; oggi riguarda
chiunque non possa garantire alla prole una rendita vitalizia. La società, nel
suo complesso e soprattutto nelle sue istituzioni, non sembra aver preso
coscienza di questo impoverimento strutturale e continua a ripetersi che
l’impegno paga, con l’effetto perverso che tutti quelli che si impegnano senza
essere ripagati vivono nel senso d’inadeguatezza e nel rancore contro quella
stessa società. È ancora il caso di raccontare lo studio e la formazione come
investimenti, anziché come giochi d’azzardo o come mero consumo di esperienze?
In generale, ha ancora senso alimentare l’idea che nella vita dobbiamo scoprire
chi siamo dentro, nell’intimo, e poi esprimere nel mondo la nostra personalità?
Una rivoluzione leopardiana
Domande simili sorgono spontanee dalla lettura dell’ultimo libro di Raffaele
Alberto Ventura, La conquista dell’infelicità. Come siamo diventati classe
disagiata (2025), come del resto nascevano già dalla lettura del suo primo,
Teoria della classe disagiata, uscito nel 2017. A suo tempo, la Teoria per me fu
una folgorazione, perché prima di allora non avevo realizzato che certe mie
insoddisfazioni e relative reazioni – per esempio, non trovare un lavoro
apprezzabile e valutare perciò di iscrivermi a un master – non erano tanto
pattern psicologici quanto socioeconomici, e che quelle scelte, aggregate a
quelle di decine di migliaia di altri insoddisfatti, potevano avere
ripercussioni a livello sistemico. Solo con la Teoria realizzai che anche altri,
in precedenza, avevano già provato a più riprese a spiegarmi le stesse cose, ma
non ero mai stato abbastanza disperato da ascoltarli. In quel momento dobbiamo
essere stati in parecchi ad avere le orecchie aperte, perché il libro fu una
hit.
Dei testi che mi coinvolgono, tendo a prendere quello che mi piace, trascurare
quello che non mi piace e sanare autonomamente nella mia testa gli eventuali
buchi o contraddizioni. Se di un saggio mi metto a valutare la coerenza interna,
lo sto leggendo col distacco del recensore, non col piglio di chi vuole
rivoltare la propria vita come un calzino. Mentre attraversavo il mio tentativo
di trasformazione, ero quasi stupito di veder circolare critiche feroci alla
Teoria, e per sanare la contraddizione mi impegnavo a separare le obiezioni
sensate dai rilievi pretestuosi e dalle irritazioni dovute al gusto di Ventura
per l’occasionale provocazione.
Tra le pretese che trovavo esagerate, da parte di alcuni critici, c’era quella
di una pars construens – questa cosa divenne un meme, nel Facebook editoriale
italiano – cioè di una prospettiva ulteriore che riscattasse la fotografia
desolante dell’Occidente contemporaneo e aprisse a qualcosa di meglio. Ma se gli
è venuto un buon libro apocalittico, pensavo io, perché non possiamo goderci il
libro apocalittico? Lo criticheremo se l’analisi è sbagliata, altrimenti lo
ringrazieremo per aver messo la pulce nell’orecchio a un po’ di gente sul fatto
che qualcosa non va, e troveremo delle “soluzioni cooperative” – come suggerisce
lui stesso – per rompere la logica individualista che all’apocalisse ci sta
appunto conducendo. Che senso ha che ce lo spieghi lui, da solo, cosa dovremmo
fare collettivamente, a meno che non possa presentare un’esperienza o una teoria
dell’organizzazione politica?
> Certe mie insoddisfazioni e relative reazioni non erano tanto pattern
> psicologici quanto socioeconomici, e quelle scelte, aggregate a quelle di
> decine di migliaia di altri insoddisfatti, potevano avere ripercussioni a
> livello sistemico.
Con amici e conoscenti mi sono trovato a ripetere più volte che se, per assurdo,
Ventura avesse scritto lo stesso libro ma lo avesse chiuso con “quindi dobbiamo
fare la rivoluzione”, nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Vi lascio
immaginare il mio stupore quando ho scoperto che così si chiude La conquista
dell’infelicità. Se anche ora verrà criticato, mi sentirò come se avessi perso
una scommessa. Certo – provo a cavillare coi bookmaker – resta un po’ vaga,
questa rivoluzione. Sin dalle prime pagine, non si capisce bene se sia
impossibile, difficile o già cominciata. Al sesto capitolo, una gustosa rassegna
di opinioni di rivoluzionari e controrivoluzionari eccellenti mette in
discussione la possibilità che sia proprio una classe disagiata, il soggetto
capace di innescare e portare a termine un cambiamento sociale radicale. Di
sicuro, quella nella Conquista non è “la” rivoluzione – non c’è un’ideologia
pronta a ispirarla e guidarne gli sviluppi – è “una” rivoluzione. Una e trina,
perché dovrà essere contemporaneamente “sociale, economica e culturale”.
E anzi, ancora qualcosa di più. Ventura affronta la necessità di un’ulteriore
rivoluzione personale, perché il modo dominante di produzione ci ha spinti in un
vicolo cieco con l’aiuto del modo dominante di concepire sé stessi e il fine
della propria vita. Serve quindi una trasformazione dei valori ideali in nome
dei quali agiamo, ma per conseguirla serve un sistema economico che premi i
comportamenti ispirati a quei valori, ma quel sistema può nascere solo da una
trasformazione valoriale, e così via in cerchio: potrebbe essere uno scacco
teorico, oppure una rappresentazione adeguata dei processi con cui si producono
organicamente i veri e propri cambi di paradigma, come quello di cui abbiamo
bisogno.
Se la felicità che ci hanno insegnato è quella della realizzazione personale,
dobbiamo ora convincerci ad andare alla conquista dell’infelicità? Possiamo
davvero rinunciare a diventare noi stessi ‒ cioè rinunciare all’aspirazione di
combaciare, un giorno, con l’immagine che abbiamo di noi stessi?
La “classe disagiata” di Ventura è segnata da uno scompenso: ha accumulato
conoscenze, competenze e titoli di studio richiesti dal mercato del lavoro
intellettuale ma non riesce a guadagnare abbastanza denaro o ad avere condizioni
di vita tali da sentirsi “realizzata”. Nei termini di Pierre Bourdieu, possiede
capitale culturale e riesce a tramutarlo in capitale sociale; fallisce quando
arriva il momento di convertirlo in un capitale economico adeguato alle proprie
aspettative. Il riferimento alle aspettative rende ovviamente tutto molto
relativo. Rappresentanti della classe disagiata possono essere individui in
condizioni materiali diversissime: il laureato in filosofia che avrebbe voluto
fare un dottorato e si ritrova a lavorare nel marketing, il giornalista che
avrebbe voluto entrare in una redazione e si ritrova freelance, e così pure
l’ingegnere che in Italia deve accettare di guadagnare una frazione di quello
che avrebbe ottenuto negli Stati Uniti. Il disagio è nell’animo ma non per
questo è meno politico, perché ciò di cui risente l’animo è proprio lo scompenso
fra le promesse del liberalismo e la sua realtà.
Possibile che sia tanto difficile accontentarsi e ripetersi che l’importante è
la salute? Be’, prima di tutto, pure la salute qua sta messa maluccio. E poi la
disponibilità ad accontentarsi ha un limite, tanto più risicato quanto più è
chiaro che a moltissimi è chiesto di accontentarsi mentre pochissimi fanno il
comodo loro a spese delle risorse naturali e del morale di tutti. Inoltre,
spiega Ventura, ad accomunare chi si ritrova nella classe disagiata è proprio
aver coltivato l’idea che il senso della vita non fosse tirare a campare ma
diventare sé stessi ‒ che, ribadisco, non vuol dire letteralmente “diventare sé
stessi”, perché quello è inevitabile, ma diventare quelli che vorremmo
diventare, e quindi precisamente chi non siamo (ancora); diventare “qualcuno”.
La delusione o disillusione, il momento che non arrivava mai per quel bambinone
di Rupert Pupkin, è uno dei grandi temi della Conquista, e insieme all’invidia e
alla paura costituisce uno dei punti di contatto con Modernità esplosiva di Eva
Illouz, uscito pochi mesi prima nella stessa collana di Einaudi, i Maverick. I
due condividono anche l’idea che le emozioni prendano forme specifiche per
ragioni socioeconomiche; laddove però la prima è interessata a esplorare le
emozioni in sé, ciascuna in dettaglio, senza metterle a sistema, il secondo
guarda alla macchina complessiva di cui le emozioni sono ingranaggi,
semilavorati e prodotti finiti.
> Se la felicità che ci hanno insegnato è quella della realizzazione personale,
> dobbiamo ora convincerci ad andare alla conquista dell’infelicità? Possiamo
> davvero rinunciare a diventare noi stessi ‒ cioè rinunciare all’aspirazione di
> combaciare, un giorno, con l’immagine che abbiamo di noi stessi?
Altra differenza significativa tra i loro punti di vista s’incontra nella –
sospiro – pars construens. Illouz contrappone la delusione al “sogno a occhi
aperti”; non sembra credere nella possibilità di capovolgere la delusione in
altro che mera illusione, “prodotto della cultura visiva e narrativa proposta
dai mass media”, ottimismo crudele capace di intrattenere e sedare attraverso il
consumo ma non di attivare politicamente. E così, più che sul contrario della
delusione, Illouz sembra puntare sul contrario della disperazione: la speranza.
Emozione chiave del mondo nato dall’Illuminismo, orientato al miglioramento e al
progresso terreno anziché alla beatitudine eterna, la speranza genera autostima,
fiducia, e un’aspirazione alla mobilità sociale — aspirazione a doppio taglio,
che può sì tradursi in una spinta collettiva, ma anche nella disponibilità a
tollerare la persistenza delle diseguaglianze, fintantoché si crede di poter
elevare le proprie condizioni o quelle dei propri figli.
La visione di Ventura, invece, ha un che di leopardiano: nonostante gli esseri
umani vissuti prima di noi siano stati capaci di fondare una civiltà
straordinaria, non erano animati da niente di meglio che illusioni. Per Leopardi
è straordinario l’eroismo dei Greci antichi; per Ventura lo sono piuttosto i
livelli di benessere garantiti dal liberalismo (estesi a platee sempre più ampie
grazie a chi ha temperato, del liberalismo, le tendenze più brutali). Per
entrambi, la ragione rivela che la nuda vita è poca cosa. Solo nuove finzioni
possono motivare gli esseri umani a modificare l’assetto esistente, e oggi è di
illusioni originali che abbiamo bisogno: un nuovo immaginario, che renda
desiderabile l’infelicità.
Ovviamente, parlare di “infelicità” è espediente retorico: il punto non è
rivalutare la sofferenza per la sofferenza ma accettare che della sofferenza sia
richiesta per mettere in moto la conquista di una nuova e diversa “felicità”; un
processo che passerebbe attraverso un downshifting della pretesa di essere sé
stessi – un processo forse accostabile alla psicodeflazione di Bifo? – per
arrivare collettivamente a una società caratterizzata da “forme nuove,
non-esclusive, adattive, fondate sulla cooperazione invece che sulla
competizione”. Per converso, chiedere al sistema attuale di distribuire meglio
le sue risorse, pretendere opportunità e reddito, sarebbe solo chiedere al
sistema attuale di funzionare, sarebbe un modo di continuare a crederci.
Ventura aveva già anticipato il suo auspicio di un nuovo immaginario nel finale
di Incanto, il saggio che ha dedicato al potere delle finzioni nel 2024:
> È da almeno un decennio che i film Disney ci preparano a questo cambio di
> paradigma culturale. Da Monsters University (2013) a Soul (2020) il tema
> centrale non è più tanto come realizzare le proprie aspirazioni quanto come
> imparare a essere felici in un mondo in cui non potremo realizzarle, ma forse
> possiamo renderci utili in un altro modo. E se la narratologia tradizionale
> insegna che una situazione di equilibrio turbata deve essere risolta
> ristabilendo un equilibrio, in molti di questi film ormai si dà per scontato
> che per i problemi che si pongono non c’è nessuna soluzione, ed è meglio
> passare subito a un piano B.
>
>
>
> [Max Weber] insegnava che ogni civiltà si fonda su rappresentazioni del mondo
> condivise, le sole in grado di fornire agli individui le motivazioni
> necessarie. E diceva: il mondo sta perdendo il suo incanto. Se vogliamo
> salvarci dalla catastrofe, dobbiamo riuscire a reincantare il mondo. Anche
> questa è una specie di magia: significa immaginare delle finzioni e poi
> iniziare a crederci, affinché diventino reali.
Finzioni sono, per fare degli esempi, il popolo, la nazione, la classe,
l’individuo e l’ambiente, se interpreto bene, e finzione sarebbe la pretesa di
decostruire o demistificare ogni finzione. In generale, sono finzioni i concetti
intorno ai quali possono essere aggregate delle energie, tipicamente con la
regia di qualcuno che non si capisce mai bene quanto ci creda davvero e quanto
voglia solo essere un leader. Fino a quando esercitano il loro potere, le
finzioni fanno da collante per uno o più gruppi sociali, anche se non producono
proprio per tutti le soddisfazioni e l’armonia che promettono. Quando arrivano a
produrle per pochissimi, perdono capacità di attrazione e lasciano intere
società in crisi di valori e di prospettive.
> Chiedere al sistema attuale di distribuire meglio le sue risorse, pretendere
> opportunità e reddito, sarebbe solo chiedere al sistema attuale di funzionare,
> sarebbe un modo di continuare a crederci.
Come rimpiazzare la promessa disattesa secondo cui tutti avremmo potuto fare
successo autenticamente, cioè in accordo con la nostra personalissima natura?
Ventura non propone una finzione alternativa e credo faccia bene così: un libro
che volesse rifondare la civiltà dovrebbe arrivare sull’onda di un movimento
reale, non cercare di innescarlo. D’altra parte, la questione è interessante. Da
quali semi o attraverso quali innesti nascono le finzioni che possono attecchire
in una società? Quali frutti producono? Nelle righe che seguono, vorrei provare
ad abbozzare una botanica minima delle finzioni, gettando uno sguardo oltre il
finale del libro di Ventura senza pretendere di completarne il discorso. A
tentare questa esplorazione mi spinge in particolare il riferimento
all’autenticità, tema centrale nella ricerca del senso della vita in Occidente
almeno dai tempi di Jean-Jacques Rousseau: se davvero questo concetto è legato a
doppio filo al progetto liberale, allora la ricerca di una promessa alternativa
a quella liberale potrebbe passare attraverso il reperimento di alternative
all’autenticità.
Sincerità, autenticità e profilismo
L’autenticità è una certa idea di fedeltà a noi stessi. Non è l’unica possibile?
No, e in fondo lo sappiamo benissimo, perché conosciamo le società tradizionali.
Sappiamo che in quei contesti ci si preoccupa di restare nel solco tracciato
dalla storia familiare, più che di tracciare un proprio solco unico e
irripetibile. Tendiamo forse a pensare che in questo le società tradizionali
abbiano sempre e solo espresso il bisogno di controllo di uomini dispotici e
donne bigotte, e ci siamo convinti che questo complotto abbia schiacciato per
millenni le individualità sotto il tallone dell’omologazione. Nel ridurre tutto
a questa dinamica, però, commettiamo un errore: guardiamo gli esseri umani del
passato (o i non occidentali) attraverso un concetto di fedeltà a sé stessi che
appartiene a noi e non a loro. A scanso di equivoci, non c’è niente di male ad
avere il punto di vista che ci è toccato in sorte. A volte è anche utile:
diffamando gratuitamente interi mondi sviluppiamo un negativo fotografico pronto
da invertire per immaginare invece il mondo futuro che vorremmo costruire.
Almeno ogni tanto, però, e soprattutto nei momenti di crisi, conviene provare a
capire qualcosa di quegli esseri umani lontani nel tempo o nello spazio, facendo
lo sforzo – incerto, approssimativo, finzionale – di ragionare nei loro termini.
Quando le società tradizionali prescrivono che una persona debba attenersi al
proprio ruolo di genere, o familiare, o di ceto, non intendono privarla
dell’identità: al contrario, ritengono che solo così possa assumere la sua
identità reale, nella convinzione che questa derivi da dati ineludibili legati
prima di tutto alla genealogia e al sesso. Contrariamente a quanto potremmo
pensare, apprezzano moltissimo l’autodeterminazione: ogni persona incarnerà il
ruolo a cui è stata destinata dalla sorte come solo lei sa fare, con l’ingegno e
la dedizione di cui è capace, e troverà in questo il senso della vita. Il nobile
dovrà cercare di affermarsi come un buon nobile; il contadino, come buon
contadino; la donna, come buona moglie e madre; e così via. Fintanto che le
aspirazioni di mobilità sociale sono destinate a essere frustrate, questa
ideologia è meno disonesta di quella per cui ci si aspetta dai figli di
contadini che diventino nobili, o dai figli della piccola borghesia italiana che
fondino una startup di successo nella Silicon Valley.
D’altra parte, non è un’ideologia che impedisca alle aspirazioni di formarsi.
Nella pratica, una quota di persone si è sempre percepita in gabbia nel ruolo
prescritto: già nel Primo secolo a.C., Ovidio dovette scontrarsi col padre che
non lo voleva letterato, e chissà quanti altri casi analoghi ci saranno stati
ancora prima, alternativamente disconosciuti, repressi, soppressi o
insperatamente sostenuti dalle famiglie. I personaggi del passato che
recuperiamo con più gusto sono proprio figli e figlie ribelli che hanno avuto
successo, o avrebbero potuto averlo se non fossero state loro tarpate le ali.
Nelle biografie di coloro che hanno seguito la propria chiamata interiore a
tutti i costi troviamo la conferma che anche noi dovremmo essere autori del
nostro destino, e anzi dovremmo sentirci in colpa se abbiamo trent’anni e le
idee ancora molto confuse.
Oggi, specularmente rispetto al passato, troviamo anomalo che le persone
facciano lo stesso lavoro dei genitori: se si tratta di lavori specialmente
desiderabili, le sospettiamo di essere nepo baby, arrivate dove sono
approfittando di una corsia preferenziale; se invece fanno qualcosa di umano,
come rilevare la pizzeria dei genitori in paese, ci chiediamo se siano state
costrette, se amino gestire pizzerie o se ripongano la propria autenticità in
un’attività diversa dal lavoro, magari usando il tempo libero per dipingere
miniature di Warhammer o costruire mobili o badare ai figli (eventualità che
oggi appartiene al reame delle scelte, più che agli obblighi connessi al ruolo).
A tal punto diamo per scontato che obiettivo di ciascuno sia ascoltarsi,
coltivarsi e sbocciare in un fiore unico e irripetibile, che abbiamo reso luogo
comune il timore di diventare uguali ai propri genitori.
> A tal punto diamo per scontato che obiettivo di ciascuno sia ascoltarsi,
> coltivarsi e sbocciare in un fiore unico e irripetibile, che abbiamo reso
> luogo comune il timore di diventare uguali ai propri genitori.
Nel 1970, il critico letterario Lionel Trilling chiamò per primo “sincerità” la
fedeltà a sé stessi che passa per l’aderenza al ruolo sociale e “autenticità”
quella che passa per l’aderenza al proprio intimo sentire. Nel 2021, i filosofi
Hans-Georg Moeller e Paul J. D’Ambrosio hanno recuperato e approfondito le due
categorie, definendole “tecnologie dell’identità”, e ne hanno introdotta una
terza per descrivere un tipo di fedeltà a sé stessi che si è diffusa nel
Ventunesimo secolo fino a diventare egemone. Il “profilismo”, così l’hanno
chiamata, è il criterio di gestione dell’identità di chi ha una personalità
pubblica, e ovviamente non rappresenta di per sé una novità: già prima
dell’avvento dei social, riguardava leader politici, divi dello spettacolo e
così via. La differenza radicale col passato è che oggi quasi tutti abbiamo
“profili”, sui social, e sotto la guida implicita delle piattaforme, anche i più
riluttanti hanno sviluppato le abilità necessarie a delineare e curare
un’immagine di sé esposta agli sguardi degli sconosciuti. Al limite estremo, chi
si è consegnato al profilismo è arrivato a ricalcare la propria stessa
personalità “autentica” sul profilo: “Su Instagram”, dichiara candidamente
l’influencer Carlo Sestini, “tutti cerchiamo di mostrarci migliori di come
siamo, ma nel farlo, ci autoeduchiamo ad esserlo veramente”.
In altre parole, il profilismo divora l’autenticità, salvo recuperarne il guscio
vuoto al proprio servizio. Un influencer autentico è come una storia realistica:
i fatti raccontati nella storia possono essere accaduti o meno, ma la narrazione
di quei fatti è comunque qualcosa di molto distante dal farne esperienza
diretta; il realismo non è la realtà, è un effetto che si ottiene attraverso
particolari espedienti. Come in un film si possono aggiungere esitazioni e
ripetizioni durante i dialoghi, così in un reel su Instagram ci si può
presentare struccate o tristi o contemporaneamente impegnati in un’altra
attività per suggerire che si sta aprendo una finestra senza filtri sulla
propria vita privata. “Il realismo è l’accessorio”, dice Walter Siti, e
l’autenticità sui social è una spezia a cui si può ricorrere con maggiore o
minore regolarità, un ingrediente che si può aggiungere alla propria immagine
tanto quanto potrebbero esserlo l’umorismo o la critica sociale.
Finzioni verosimili
Nel suo Storia della fama (2025), Alessandro Lolli isola il tratto che definisce
la persona famosa: essere conosciuta da persone che non conosce. La fama è
dunque un rapporto intersoggettivo, più che un attributo del singolo individuo,
ed è un rapporto che inevitabilmente riguarda – in modi anche molto diversi –
chiunque abbia una presenza pubblica. Interessante è che oggi una presenza
pubblica ce l’ha chiunque abbia un profilo su un social. Ciascuno può passare in
un momento dal rappresentare la persona conosciuta, in un dato contesto, al
rappresentare in un altro la persona conoscente. “Fama” è il nome della
relazione che si instaura in regime di profilismo, nota Lolli sulla scorta di
Moeller e D’Ambrosio.
E come un tempo si era innestata sull’autenticità la finzione del liberalismo,
oggi sul profilismo fa perno la finzione secondo cui tutti – o almeno tutti noi
“disagiati” – dovremmo poter diventare famosi per lavoro, cioè operare nel campo
di nostra scelta ma di fatto integrarne o rimpiazzarne i guadagni attraverso la
visibilità che siamo in grado di ottenere online. Per ogni nuova categoria di
creator che emerge, psicologi commercialisti tradwife nomadi e così via, sembra
aprirsi una nuova nicchia in cui affermarsi e accumulare un seguito social
sufficiente a guadagnarsi la pagnotta restando fedeli a sé stessi, cioè al
proprio profilo pubblico. In realtà, per uno che ci riesce, altri diecimila
sbattono contro il muro della realtà: la fama è una lotteria. Mentre la gran
parte delle risorse economiche si concentra sempre più in alto, giù in basso
pochissimi soggetti molto visibili accaparrano piccole fortune, e così, in
un’evoluzione della finzione precedente, continuiamo a illuderci di vivere in un
sistema meritocratico che apre a tutti le porte del successo.
> Mentre la gran parte delle risorse economiche si concentra sempre più in alto,
> giù in basso pochissimi soggetti molto visibili accaparrano piccole fortune, e
> così continuiamo a illuderci di vivere in un sistema meritocratico.
Per giunta, potremmo non aver ancora toccato il fondo. Sappiamo che il
profilismo è nato da una rivoluzione mediatica, l’avvento dei social network nel
primo decennio degli anni Duemila; oggi dobbiamo chiederci che genere di fedeltà
a sé stessi e che tipo di rapporti umani possano derivare dalla diffusione
capillare dei software che dialogano con l’utente in linguaggio naturale, quelli
capaci di generare testi e immagini e (se davvero arriveranno) gli “agenti” che
potrebbero farsi carico di operazioni ancor più complesse. Per il gusto di
essere costantemente intrattenuti, abbiamo passato gli ultimi quindici anni ad
addestrare algoritmi di raccomandazione su ogni genere di piattaforma; ora le
piattaforme sono in grado di sfornare contenuti targettizzati su misura per noi,
senza nemmeno più bisogno che vengano prodotti da altri utenti o da
professionisti. Non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi tempi i capitalisti
digitali e i loro alfieri cercassero di convincerci che l’obiettivo più
appagante nella vita è addestrare alla perfezione un sistema di machine learning
in cambio di un servizio più efficiente.
Chat, are we cooked? Esistono alternative? In linea di principio, anche troppe:
basta prendere un carattere del modello attuale di realizzazione personale,
capovolgerlo e immaginare una società in cui quel carattere venga premiato.
Contro il mito della ricchezza, si può concepire un mondo in cui sia ritenuto
tanto immorale accumulare beni e denaro oltre una certa soglia da renderlo
illegale. Contro il mito della specializzazione, si può immaginare di diffondere
l’ammirazione per il dilettantismo: le conoscenze superficiali in vari campi
prevarrebbero, per considerazione sociale, sull’idea di maturare conoscenze
approfondite in un campo solo. Nessun obiettivo è irraggiungibile, se
consideriamo che persino la povertà e la follia possono essere romanticizzate.
In generale, se esistono sottoculture che vivono come sincera realizzazione
personale quella che per gli altri sarebbe oggi una forma d’infelicità, allora è
possibile che un giorno quelle sottoculture prevalgano con le loro finzioni ‒
ammesso che non vengano prima riassorbite nella cultura dominante, per esempio
attraverso qualche isolata figura “ribelle” o campagne di promozione
dell’equilibrio tra lavoro e tempo libero ispirate alle procedure della Lumon
Industries.
Ventura, come dicevo, non propone direttamente nuove finzioni. In un punto,
suggerisce però che bisognerebbe valorizzare i lavori di cura. Si dà il caso che
la cura, come la fama, sia un tipo di relazione, e viene da chiedersi se lo
spunto non possa rivelarsi utile a proseguire il nostro esercizio speculativo.
Avrebbe senso far risalire il rapporto di cura – fisica e psichica ma anche
economica, relazionale, ecc. – a una forma specifica di fedeltà a sé stessi, e
al tempo stesso farne discendere una finzione capace di ispirare la vita
collettiva?
Ad animare chi offre cura sono state finora la sincerità (cioè l’aderenza al
ruolo di genitore, amico, psicoterapeuta, operatore sanitario, ecc.),
l’autenticità (cioè una forte spinta interiore ad aiutare gli altri, o almeno
alcuni altri) e il profilismo (com’è diventato evidente, in televisione e sui
social, durante la pandemia da Covid-19). Per spingere la popolazione
occidentale a realizzarsi nella filantropia – chiamiamo così la fedeltà a sé
stessi in regime di cura – sarebbero senz’altro necessari decenni di propaganda,
ma se è per questo sono stati necessari secoli per dare forma al mondo attuale.
La finzione comune diventerebbe forse la prospettiva di poter salvare più vite
possibili più a lungo possibile, di poterne garantire la qualità
nell’invecchiamento, di poter sanare ogni situazione di bisogno. Non è certo
l’orizzonte in cui si muovano oggi nel complesso l’economia e la società, che
per ora lasciano questi compiti a specifici comparti industriali, dentro e fuori
dal mercato.
> La finzione comune diventerebbe la prospettiva di poter sanare ogni situazione
> di bisogno. Non è certo l’orizzonte in cui si muovano oggi nel complesso
> l’economia e la società, che per ora lasciano questi compiti a specifici
> comparti industriali, dentro e fuori dal mercato.
L’esperienza di questi comparti però ci rivela alcuni dei problemi connessi a
obiettivi del genere: il rischio dell’accanimento terapeutico, oppure il già
citato carattere relativo del livello minimo di benessere accettabile, il cui
ripristino in nome della cura potrebbe richiedere risorse molto maggiori in
alcune parti del mondo rispetto ad altre, ponendo problemi di iniquità non
diversi dagli attuali. Del resto, qualunque finzione corre il rischio di restare
incompiuta, distante dal proprio ideale ultimo come la finzione stessa del
liberalismo, a fronte della scarsità delle risorse disponibili e della
difficoltà nel mettere tutti d’accordo; non si può squalificarla solo per
questo.
Ragionamento simile si potrebbe fare per un’alternativa più ambiziosa della
cura, ossia il mutualismo, rapporto simmetrico e basato sulla consuetudine
anziché sull’emergenza temporanea. È vero che, nell’ultimo secolo, la promessa
secondo cui a ognuno si sarebbe potuto chiedere ciò di cui era capace, in modo
da fornire a ognuno ciò di cui aveva bisogno, è stata disattesa dall’interno,
sabotata dall’esterno, e al momento non gode di grande popolarità. Tuttavia, non
è impossibile che una parte del suo spirito si reincarni in qualcosa di nuovo e
libero dal peso della Storia. Forse meglio non parlarne qui, per evitare di
dover concludere col più paraculo dei “Quindi dobbiamo fare la rivoluzione”.
L'articolo Botanica delle finzioni collettive proviene da Il Tascabile.
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T ra l’agosto del 1990 e il febbraio del 1991 l’Iraq di Saddam Hussein (“un
dittatore militare di stampo laicista”, secondo lo storico Raffaele Romanelli)
occupò il Kuwait per sette mesi rivendicando prerogative territoriali e diritti
economici sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi locali, prima di essere
ricacciato indietro da una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e
autorizzata a intervenire da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite (678/1990). La ritirata dell’esercito iracheno provocò sversamenti
e incendi dei pozzi e destò moltissime preoccupazioni, in un contesto globale
che, agli sgoccioli della guerra fredda, si stava ricomponendo sotto la
pressione di una quantità notevole di incognite.
In questo quadro, nel gennaio del 1991 comparvero le immagini di un cormorano
ricoperto di petrolio nei pressi delle acque del Golfo Persico (mandate in onda
in TV o stampate come fotogrammi su alcuni quotidiani). Un rilievo visivo di
fortissimo impatto, diffuso mentre le classi dirigenti occidentali che più
sollecitavano l’intervento a fianco del Kuwait contro l’Iraq cercavano di
legittimare le proprie ragioni. Non ci volle molto per capire che quelle
sequenze erano state girate in un altro Paese o in un altro momento; anche
perché, a detta di alcuni ornitologi intervistati per l’occasione, in quella
stagione, in Kuwait, non potevano esserci cormorani di quel tipo. Nondimeno
tantissime persone videro allora ciò che, pur essendo improbabile, appariva
comunque credibile. L’animale sofferente dava infatti concretezza all’accusa che
in tanti rivolgevano a Hussein: essere un uomo brutale disposto a devastare
l’ambiente.
Senza accurati controlli, quelle immagini furono messe in circolazione perché
confermavano una narrativa già data, già accettata. Se non proprio vere, erano
almeno verosimili. Una parte non secondaria del sistema dei media, pur operando
con vincoli stringenti e forti limitazioni, decise insomma di spingere il
resoconto dell’attualità fino alla sperimentazione più estrema: prendersi il
rischio di tradire la verità, intesa come corrispondenza tra ciò che si afferma
e ciò che è, per fornire e sfruttare una storia convincente.
Visto con gli occhi di oggi, l’episodio resta emblematico e ambiguo. Viene da
chiedersi, però: siamo ancora inchiodati a uno scenario del genere, con
potenziali rappresentazioni fittizie veicolate da soggetti delegati alla
gestione dell’informazione che in certe circostanze, anche solo per negligenza,
non lavorano come dovrebbero? Dobbiamo guardarci solo dalle più o meno
spregiudicate contraffazioni che ribollono nel calderone del racconto mediatico,
spesso veicolate in modo verticistico ma altrettanto spesso smascherate da
pratiche di fact-checking in via di costante professionalizzazione? La risposta
dev’essere negativa: perché non siamo più lì, o non siamo più soltanto lì.
> Una parte dei media decise di spingere il resoconto dell’attualità fino alla
> sperimentazione più estrema: prendersi il rischio di tradire la verità per
> fornire e sfruttare una storia convincente.
Nel frattempo si è compiuta un’evoluzione che scuote lo stesso sistema
mediatico. Per comprenderla può essere utile l’ultimo libro di Anna Maria
Lorusso, professoressa di semiotica all’Università di Bologna: Il senso della
realtà. Dalla TV all’intelligenza artificiale, pubblicato nel 2025 per La nave
di Teseo. Un saggio che, attraverso quattro campi d’indagine – reality TV, true
crime, storie cospirazioniste e intelligenza artificiale – riflette sul modo in
cui la confusione dei criteri di verità produce ormai una confusione sulla
percezione della realtà.
Nelle acque limacciose della post-verità
Una delle primissime attestazioni della parola post-truth risale al 1992, in un
articolo della rivista The Nation in cui il drammaturgo di origini serbe Steve
Tesich notava che, di fronte alla destabilizzazione ininterrotta del mondo, ci
si stava abituando, per scelta, alla pratica di anestetizzare le verità; a
maggior ragione se scomode, contraddittorie o poco digeribili. Era un’avvisaglia
poco meno che centrata, vista col senno di poi, ma anche non del tutto
accostabile al significato attribuibile al termine, che dal 2016, grazie
all’investitura dall’Oxford English Dictionary, è entrato nel dibattito pubblico
e politico; non senza ambiguità e incomprensioni. Diversi studi accademici
recenti, tra cui un articolo pubblicato su Science, ricollegano la post-verità a
una condizione in cui i fatti oggettivi perdono consistenza e dove una serie di
dinamiche più ampie, tra le quali l’uso deliberato e disinvolto della confusione
e del dubbio, contribuisce sistematicamente ad agevolare l’accoglimento o il
rigetto di determinate evidenze da parte dei gruppi sociali.
Già nel breve e denso saggio Postverità (2018), Anna Maria Lorusso aveva cercato
di problematizzare i diversi significati che venivano attribuiti al concetto,
individuando nella post-verità un “regime discorsivo”, una categoria da non
liquidare come marginale o irrilevante. Nello stesso libro aveva anche
rispolverato la vicenda del cormorano del 1991 per collocarla, appunto, in una
dimensione non proprio inconsueta, dal momento che la coesistenza di più tipi di
verità, di differenti punti di vista, non è una novità, né dovrebbe sorprenderci
che “certe versioni dei fatti” non corrispondano poi al vero, essendo “versioni
ideologiche o banali manipolazioni che hanno il pregio dell’efficacia estetica”.
Nel suo nuovo libro articola questa riflessione con toni e temi meno teorici, un
taglio più divulgativo ed esplicativo e un’attenzione maggiore per alcune delle
declinazioni pratiche che la post-verità può assumere.
Il senso della realtà si struttura attorno a quattro cardini tematici che, visti
da vicino, rendono evidente il declino della referenzialità analitica,
conoscitiva ed esplorativa in favore di una sorta di verosimiglianza estetica,
umorale e performativa ossessivamente sfruttata e facilmente riproducibile.
Sotto questo profilo, Lorusso sottolinea che, più che a una vera e propria
rottura, abbiamo assistito a una lenta evoluzione. O, se si vuole, una
prolungata assuefazione all’ibridazione di piani diversi: il vero, il falso e il
finto. Già la televisione degli anni Ottanta fu un laboratorio sociale per la
messa alla prova di un tipo di verità mediale e mediatica fatta di affetti
stranianti, passionalità coinvolgenti, confessioni stereotipate, sbilenche
manipolazioni e grandi concentrazioni di piccole morbosità. Con il passaggio
dalla paleotelevisione alla neotelevisione, per dirla con Umberto Eco, si
approdò così, sul finire del Novecento, a una TV in perenne lotta per catturare
gli spettatori e sempre in cerca di avvicinarsi al loro sentire; una TV di per
sé produttrice di realtà e capace di sdoganare pose, gesti e comportamenti che
dal privato si riversavano nel pubblico, isolando l’individuo dall’immenso mondo
esterno per collocarlo in un placido mondo chiuso. In un intervento del 1981,
inserito nella raccolta Sulla televisione. Scritti 1956-2015 (2018), Eco la
spiegava così: “È come guardare col cannocchiale girato dall’altra parte”.
> Secondo Lorusso siamo stati sottoposti a una prolungata assuefazione
> all’ibridazione di piani diversi: il vero, il falso e il finto.
Da questa eredità occorre partire per capire perché, in uno scenario via via più
frastagliato, la rappresentazione del reale è mutata radicalmente. Il che non
significa decretare l’inesorabile trionfo della realtà finzionale, o
dell’irrealtà permanente, ma entrare dentro il meccanismo che rende il contesto
politico, culturale, sociale e relazionale contemporaneo – cioè il nostro
contesto – parcellizzato, personalizzato, individualizzato e diversamente
rimodulato. Per Lorusso, oggi viviamo in un tempo segnato da almeno due tendenze
“esasperate e incrociate”: la “disneyficazione” della realtà (p. 23), anche per
via dell’infantilizzazione del dibattito e della banalizzazione del racconto del
reale, e la “realizzazione” della finzione (p. 24), intensa come attribuzione di
“marche di realtà” a ciò che, pur essendo un prodotto della fantasia, deborda
apertamente nel reale.
Narrare la realtà, emotivizzare le verità
Il saggio si muove dalle forme più consolidate di intrattenimento, dentro la
magmatica cultura pop, fino a toccare le frontiere dell’automazione algoritmica.
Si parte dai reality (prima in TV e ora sulle piattaforme, meglio se seriali),
dove il vissuto smette di essere un dato fattuale per divenire un costrutto
narrativo fruibile come purissima finzione, così che le alterne vicende dei
soggetti coinvolti, che si tratti della casa del Grande Fratello o del docu-film
Unica, vengono trasfigurate in partitura drammaturgica, nello spericolato ma
calcolatissimo tentativo di dissolvere una volta per tutte la distinzione tra la
quotidianità dell’esistenza e la sua codificazione spettacolarizzata. Si arriva
poi a demistificare persino la fascinazione per l’universo del true crime, come
non capita spesso di veder fare, sottolineando, tra l’altro, il fatto che il
magnetismo dei casi di cronaca nera veicolati come prodotti di consumo finisca
per sollecitare nei fruitori una pulsione inquisitoria che trasforma tragici
eventi in un gioco di simulazione giudiziaria, con effetti profondi anche sulla
coesione sociale.
Ci si sposta così ai documentari cospirazionisti (come Loose Change, incentrato
sull’11 settembre 2001, o Plandemic, sul Covid-19), con una lucida disamina che,
se non aggiunge molto sulle origini dell’ormai grande massa critica legata del
cospirazionismo, fornisce spunti sulle ragioni della proliferazione di spazi
discorsivi in cui la validità di una tesi non si misura sulla corrispondenza ai
fatti nudi e crudi, o su stretti criteri di consequenzialità, ma sulla capacità
di galvanizzare il pubblico e fornire storie (più che teorie) che segmentano il
sapere e rispondono ad “abitudini narrative” ben radicate, più volte riproposte
da grandi network televisivi e da solidi circuiti editoriali e dunque solo
apparentemente lontane da schemi tradizionali. “Lo sfondo del cospirazionismo –
scrive Lorusso, richiamando gli stilemi di serie cult come X-Files o best seller
come Il codice da Vinci – è il senso comune”.
Tutte le produzioni cospirazioniste vivono così una doppia tensione: cercano di
autolegittimarsi come “discorsi seri e scientifici”, precisi e puntuali, ma
hanno successo perché incentrate sull’invenzione favolistica di carattere
morale; con secche distinzioni tra “Bene e Male”, una chiara distribuzione dei
ruoli (“geni del male” e “salvatori eccezionali”) e la spiegazione di “trame,
segreti e misteri che non immaginavamo” (p. 146). L’effetto voluto è spesso
raggiunto: a chi è oppresso da una latente sensazione di impotenza – e anche a
chi è convinto che la politica offra tutto fuorché soluzioni valide ed esempi
virtuosi – viene assegnata una generosa dose di protagonismo, per quanto
astratto e autoindulgente, cioè un “margine di ribellione” da difendere
attraverso il riconoscimento di una “verità interiore”. Il prezzo è però alto,
anzi altissimo, e alla lunga insostenibile: lo sdoganamento di “un’altra logica”
(p. 148) nella quale l’alterazione e l’inattendibilità dei fatti sono fattori
tutto sommato relativi e i singoli, per afferrare il senso della realtà, della
propria individualistica realtà, tendono a considerarsi come “più consapevoli e
competenti di tutti gli altri”, pur accantonando la decifrazione coerente e
analitica del reale.
> Per Lorusso, oggi viviamo in un tempo segnato da almeno due tendenze
> “esasperate e incrociate”: la “disneyficazione” della realtà e la
> “realizzazione” della finzione.
L’ultimo step del libro di Lorusso riguarda l’impatto dell’intelligenza
artificiale (IA) nel creare e plasmare testi, immagini e video. L’IA e le sue
risultanze, a volte percepite come vere pur in assenza di fondamenti fattuali,
contribuiscono infatti alla ridefinizione dei confini della credibilità, anche
per via del “predominio dell’icononismo”, e sono l’ennesimo tassello di un
mosaico in continua formazione, “semplicemente una realtà ibrida e un po’
vischiosa, densa e opaca, che come tale richiede costantemente uno sforzo di
riconoscimento, e poi di articolazione e distinzione” (p. 155).
Qui Lorusso, lontana da vaghe letture deterministiche, sposta sul focus: l’IA
opera secondo prassi codificate e segue “pattern reticolari” che rimandano alla
struttura semantica della cultura che già Umberto Eco chiamava “enciclopedia”
(p. 163). Nel farlo, sfrutta materiale preesistente: elabora, assembla, collega
e combina grandi quantità di dati tramite associazioni statistiche e in modo
molto rapido, allargando così il campo visivo e ripescando contenuti dimenticati
o trascurati, senza però raggiungere picchi di creatività e originalità.
Il che porta con sé diversi tipi di rischi: come “il progressivo appiattimento
delle conoscenze intorno ad alcuni nuclei, autori, valori disponibili e
frequentemente riutilizzati” (p. 164), oppure le difficoltà nella “dinamica di
ricezione”, dal momento che, se per generare informazioni serve sempre meno
tempo, occorre invece lavorare con più profondità per tematizzarle e recepirle
correttamente e coerentemente, con piglio pragmatico e abilità distintive,
stando attenti all’appropriatezza di un determinato enunciato in relazione alla
situazione in cui viene esposto, cioè al suo essere “pertinente, eloquente,
rilevante rispetto al mondo” (p. 184). In questo senso, l’ingresso
dell’intelligenza artificiale nella sfera pubblica pone una sfida vecchia in
termini nuovi: salvaguardare le cornici di contesto che permettono di capire, di
volta in volta, chi è che parla, da quale posizione lo fa e secondo quali
prospettive interviene.
Vivo, vedo e percepisco, dunque conosco
È dunque diventato possibile, dopo un’incubazione di lungo periodo, produrre
molteplici versioni della verità: versioni del mondo che sfumano la realtà e
pretendono esclusività, che si concepiscono come assolutamente vere in
contrapposizione all’assolutamente falso e che, delegittimando i vecchi processi
di acquisizione e condivisione della conoscenza, agevolano la creazione di
comunità separate a discapito di legami sociali più eterogenei e meno
polarizzati.
> L’ingresso dell’intelligenza artificiale nella sfera pubblica pone una sfida
> vecchia in termini nuovi: salvaguardare le cornici di contesto che permettono
> di capire, di volta in volta, chi è che parla, da quale posizione lo fa e
> secondo quali prospettive interviene.
Al centro del libro di Lorusso, in una delle sue parti più meritevoli di
approfondimento, si pone una questione epistemologica che certamente ha a che
fare con la velocità, la pervasività e la capillarità delle false notizie, ma
riguarda soprattutto il modo in cui si attribuiscono valore e veridicità al set
di conoscenze collettive a cui assegniamo un peso specifico. Da questo punto di
vista, che il senso della realtà vacilli in mille maniere differenti, con
l’ibridazione tra mondi reali e mondi raccontati, compromette la stessa
fisionomia di quel sapere condiviso che lega individui diversissimi per
formazione, attitudini, passioni e ragioni; specie nelle società altamente
articolate e tecnologicamente avanzate. In anni di deconsolidamento democratico,
una delle principali bussole per orientarsi nel presente è perciò diventata (o
forse ridiventata) l’esperienza personale, per quanto disordinata, incompleta o
condizionabile possa essere.
A emergere è un io ingombrante che si fa giudice scaltro di un noi in
arretramento: l’individuo disintermediato che chiede più disintermediazione.
Contro ogni legittimità formale o istituzionale, “ciò che sembra legittimare il
parlare è il più delle volte l’esperienza diretta: chiunque ha sperimentato
qualcosa ha il diritto di parlare” (p. 41). Di conseguenza, “l’intimità è
diventata parametro di veridicità: più qualcosa è personale, più è autentico e
veritiero” (p. 43). Nonostante sia poco generalizzabile, la misura soggettiva
sovrasta quella oggettiva: viene elevata a sensazione illuminante che assegna
autorevolezza; quasi si trattasse di un marchio di garanzia applicato d’ufficio.
Il risultato è un sapere spigoloso che, più che fondarsi sulla solidità delle
prove e il confronto sistematico, si basa ancora su dinamiche identitarie che
trasformano l’approdo alla verità in un campo di battaglia necessariamente
simbolico ed esclusivo. Il che, più che rafforzare strumenti critici e capacità
di discernimento, fa da comoda copertura per una secca, sfacciata e a tratti
inquietante regressione intellettuale.
Questo slittamento, peraltro, è incoraggiato da un panorama comunicativo che
tende a promuovere e premiare la spontaneità, la naturalezza e la sincerità
forzatamente esibite ad uso e consumo altrui. Nei social media ciò che appare
immediato, e non mediato, viene percepito come più vero del vero, quindi
genuinamente reale: non solo perché risponde alle metriche dell’ingegneria
dell’attenzione, ma anche perché riflette un certo modo di abitare il pubblico
attraverso il filtro del privato.
Del resto, una parte non secondaria dei content creator più accreditati ripetono
continuamente, seppure con diverse strategie, che l’esperienza tangibile e
manifesta, rigorosamente pratica e non teorica, è la matrice ultima della
conoscenza. Uno dei suggerimenti forniti, in fondo, è quello di evitare di
essere qualcosa di più di quel che si è già e puntare tutto su presunte doti
innate o approcci istintivi che, in quanto tali, non hanno bisogno di essere
coltivati, perfezionati o arricchiti; e di conseguenza diffidare di chi invece
rimarca la necessità di mettere in discussione ciò che si è sempre stati.
Puntare i piedi per terra
Si potrebbe aggiungere, di passaggio, che da anni i soggetti più interessati a
orientare l’opinione pubblica – tra cui una fetta cospicua del conservatorismo
euroatlantico – hanno mostrato di aver compreso che tutto ciò, più che
irrobustire qualcosa di simile allo spirito critico o all’autonomia di giudizio,
produce di frequente il suo contrario: individui vulnerabili. Malgrado la
fervente retorica di cui si ammanta l’ambiguo anticonformismo odierno – per cui
chiunque può dirsi e sentirsi “controcorrente” – cittadini e cittadine
assomigliano spesso a drappelli sgualciti esposti al vento che tira, convinti di
resistere mentre invece oscillano.
> È diventato possibile produrre molteplici versioni della verità: versioni che
> si concepiscono come assolutamente vere in contrapposizione all’assolutamente
> falso e che agevolano la creazione di comunità separate a discapito di legami
> sociali più eterogenei e meno polarizzati.
La centralità dell’esperienza personale in regime di post-verità pone un
problema pubblico e politico. Un sapere collettivo che si fonda su vissuti
irriducibilmente individuali fatica a diventare terreno comune, linguaggio
condivisibile, base di organizzazione. Anziché aggregare, disgrega: cioè
depoliticizza la sfera pubblica. Al di fuori di rapporti di convivenza puramente
identitari o moralizzanti, può così venire a mancare la stessa rete di relazioni
e connessioni che rende pensabile, e quindi possibile, vivere in democrazie
pluralistiche che non possono fondarsi su una costellazione di solitudini ostili
e inaccessibili.
Davanti a uno scenario contraddistinto da un considerevole “livello di
indistinzione del mondo in cui viviamo” (p. 185), la disamina di Lorusso si pone
allora come il primo scalino di un percorso in divenire. Un percorso mobile che,
anziché restaurare gerarchie del sapere poco valide o addirittura
controproducenti, presuppone l’accettazione, la “normalizzazione”
dell’incapacità di leggere la realtà come accadeva in passato, e passa dalla
capacità di maneggiare testi e contesti, valutare la loro portata e i loro
effetti, saper cogliere le dinamiche interpretative e “imparare a renderle
sempre più critiche, il che significa sempre più consapevoli” (p. 190).
Lorusso ci esorta a ragionare sul fatto che oggi (ma non da oggi) tutto è
cambiato. E per questo occorre contestualizzare con cognizione di causa la
catena infinita di affermazioni, discorsi e narrazioni che scorrono davanti ai
nostri occhi, giorno per giorno. Il punto è accumulare un quoziente culturale in
grado di gestire la moltiplicazione delle angolazioni sul mondo, per poi
scandagliare tutto il processo di disseminazione, fruizione e frammentazione
delle informazioni (che siano vere, false o finte). Oltre a concentrarsi di più
e meglio sulla media literacy, c’è quindi un orizzonte perseguibile: curare
un’intelligenza umana interpretativa per costruire una nuova fiducia nella
dimensione collettiva, nel quadro di una contemporaneità che, mentre tutto si
muove, rischia di correre nella direzione opposta. Per il momento, almeno.
L'articolo Il senso della realtà di Anna Maria Lorusso proviene da Il Tascabile.
A trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è
apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di
Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe
far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia
deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è
innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea.
Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del
popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima
trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima
pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.
Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche
un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati
quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che
ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista
intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da
Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.
> È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si
> accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo,
> tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è
> totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che
> possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.
Fascism is in the air
“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla.
Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di
espulsione. Nelle scuole e nelle università. Sui luoghi di lavoro. Da un lato e
dall’altro dell’Atlantico, senza risparmiare l’America Latina di Javier Milei.
Eppure mai è stato così difficile dire e comprendere quella che Ciccarelli
chiama la “parola F”. La difficoltà nasce, spiega, dal “successo”
dell’occupazione neoliberale della “dialettica tra rivoluzione e divenire
rivoluzionari” con l’intento di ridurla agli assiomi del mercato. Così non sono
soltanto le istanze di libertà e le loro lotte che si sono “molecolarizzate”, ma
anche il fascismo. Una vera e propria appropriazione “dei concetti e del senso
delle azioni dell’avversario per ribaltarle nel loro contrario, facendo così
collassare i divenire rivoluzionari.e che circolano nelle forme di vita
normalizzate”. È da qui che si sviluppa quel carattere intrinsecamente
contraddittorio del neoliberalismo, insieme rivoluzionario e conservatore,
reazionario e controrivoluzionario.
> Abbiamo il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro
> problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto
> sia desiderabile una rivoluzione.
I “fascismi molecolari” di cui si occupa la ricerca di Ciccarelli non sono
riducibili a un aggiornamento dei fascismi storici. A differenza di questi
ultimi, il trumpismo non è una “macchina da guerra” che si appropria dello Stato
per controllare il mercato, ma è la “presa” dello Stato da parte delle forze del
mercato per mezzo, anche ma non solo, della violenza e del terrore fascisti.
L’obiettivo di Trump, “Make America Great Again”, non è di stabilire un
controllo americano sul mercato mondiale, ma di accumulare il più possibile le
proprie ricchezze irrobustendo a sua volta i profitti di chi fa parte della sua
rete finanziaria e immobiliare. E per questo distruggere gli ultimi meccanismi
di mediazione democratica e istituzionale, così come gli ultimi residui di
“spesa” sociale. Così come i suoi predecessori, in una congiuntura di forte
accelerazione che però lo differenzia, Trump non può proseguire il suo disegno
senza dispiegare una vera e propria guerra contro tutti coloro che, per
necessità o ancora per convinzione, si oppongono a una tale distruzione del (già
assai flebile) Stato sociale.
È in questo senso che Divenire rivoluzionari.e segna l’emergenza dei
microfascismi contemporanei negli anni Settanta più che negli anni Venti o
Trenta, sottolineando la loro organicità alla (contro)rivoluzione neoliberale.
Nelle pieghe del percorso storico tortuoso dei neoliberalismi, Ciccarelli
conduce il lettore e la lettrice al cuore delle sue contraddizioni seguendo la
sua triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968. Per questo Ciccarelli definisce
il neoliberalismo innanzitutto come una rivoluzione “dall’alto condotta dalle
classe dirigenti nutrite da egoismi territoriali e da impulsi anticostituzionali
e antiparlamentari”. Si tratta allo stesso tempo di una rivoluzione “capitalista
ostile alla democrazia intesa come istanza della libertà, dell’uguaglianza e
della giustizia” che si articola a una terza rivoluzione, questa volta
“classista, sessista e razzista che coltiva il risentimento contro gli oppressi,
gli sfruttati, le differenze sessuali e gli erranti fra le frontiere”.
Il merito del libro di Ciccarelli è, da questo punto di vista, di ritornare alla
fine di Mille piani (1980), dove l’analisi storica dei neoliberalismi si
intreccia con la storia politica degli anni Settanta. A differenza di altri tipi
di analisi, quella di Deleuze e Guattari è capace di mettere in risalto il
carattere antiliberale dei neoliberalismi, che vengono intesi innanzitutto come
delle varianti del progetto capitalista di farla finita con le aporie dei
liberalismi. Tra democrazia e individualismo, interesse collettivo e profitto
d’impresa, diritti fondamentali e libertà imprenditoriali, i neoliberalismi, già
nelle loro teorizzazioni degli anni Venti e Trenta, non cercano più delle
mediazioni.
Ecco perché i primi terreni di sperimentazione delle teorie neoliberali non
potevano che essere le dittature militari che falcidiarono le popolazioni
sudamericane negli anni Settanta. Dal golpe brasiliano del 1964, passando per il
Cile di Pinochet (1973) fino all’Argentina di Videla (1976), il neoliberalismo
si è imposto come dottrina politica, economica e sociale della guerra alla
democrazia, alle mediazioni istituzionali del movimento operaio, delle
differenze sessuali, in un mix di disprezzo totale dei diritti, senza alcuna
distinzione fra quelli sociali, civili e politici delle popolazioni prese in
ostaggio. Ciccarelli ricorda giustamente l’appoggio concreto della Scuola di
Chicago alla dittatura cilena, l’esultanza del neoliberale Wilhelm Röpke alla
notizia del golpe brasiliano e l’omaggio di Friedrich Hayek al fascista
portoghese António de Oliveira Salazar. Questi processi sono spesso associati
nell’immaginario collettivo a delle sorte di colpi di coda di vecchi incubi
fascisti che resistevano a un mondo nuovo di libertà e diritti. Oppure, nel
migliore dei casi, sono appiattiti alle difficoltà dei processi di
decolonizzazione, a cui certo sono legati. Il libro di Ciccarelli è appunto uno
strumento per andare oltre tali confusioni, sia storiche che contemporanee.
L’autore mostra infatti come le dittature degli anni Settanta, assieme a quelle
che le hanno precedute di qualche anno, non possano essere dissociate né dalle
guerre civili in seno all’Europa (Italia e Germania in testa), né dalla
finanziarizzazione dell’economia mondiale.
> Ciccarelli conduce al cuore delle contraddizioni dei neoliberalismi seguendo
> la triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
> lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968.
È in questa lunga storia che prende le mosse dagli anni Settanta che Ciccarelli
stabilisce una controstoria dei neoliberalismi, entro la quale diventa possibile
pensare nuovamente la famosa “parola F”. La spettacolarità degli speech
trumpiani, l’uso massiccio e scabroso dell’Intelligenza artificiale (si pensi al
video IA in cui Trump getta quintali di feci sulle manifestazioni No King) o
ancora la “tiktokizzazione” dei raid anti-chicanos condotti dalle milizie
paramilitari ICE guidate dallo Standartenfūhrer Gregory Bovino uniscono cattivo
gusto, violenza estrema e accelerazione della fascistizzazione della vita
quotidiana. Lasciano attoniti, impotenti davanti a un potere talmente kitsch da
pubblicare su Truth i nuovi arredi dei bagni Lincoln della Casa Bianca in stile
Saddam Hussein o Casamonica.
Cattivo gusto a parte, il neoliberalismo fascista di Trump che emerge dalle
pagine di Ciccarelli è figlio della lunga storia americana e mondiale inaugurata
da Richard Nixon e Ronald Reagan. Ovvero quel particolare momento della storia
mondiale in cui la rottura degli accordi di Bretton Woods (1971) e la seguente
finanziarizzazione dell’economia mondiale si articolano alla moltiplicazione dei
fronti di guerra, esterni e interni (come la War on drugs). Non è neanche un
caso che, come mostra The Apprentice (2024) di Ali Abbasi, proprio in quegli
anni il giovane Trump incroci sul suo cammino, mentre speculava sulla New York
falcidiata dal debito pubblico, l’avvocato fascista Roy Cohn, già sperimentato
inquisitore al fianco di Joseph McCarthy.
Divenire rivoluzionari.e. O una nuova idea di rivoluzione
L’ostacolo più grande per Trump e accoliti ha una data che è anche un nome
comune globale: 1968. Neoliberali e nuovi fascisti ne sono ossessionati.
Moltiplicano i suoi nomi per distaccarlo dalla ricchezza esistenziale e
politica, culturale e artistica che ha sconvolto, ai quattro angoli del mondo e
per un lungo decennio, la storia del capitalismo mondiale aprendo a nuove
direzioni di liberazione politica, sociale, economica, sessuale. Terreno per
eccellenza delle Cultural wars neoliberali dagli anni Ottanta, il pensiero-1968
è stato prima mercificato e svuotato nella forma della French Theory, per poi
essere identificato come la radice dei mali contemporanei. Sotto il nome di
“decostruzione”, l’insieme delle teorie e delle ricerche di Deleuze e Guattari,
Foucault e Derrida sono state perfino l’oggetto di un convegno organizzato nel
2022 alla Sorbona (Cosa ricostruire dopo la decostruzione?) a cui ha preso parte
il ministro francese dell’educazione dell’epoca Jean-Michel Blanquer. Era il
tempo delle statue di Cristoforo Colombo distrutte o sfregiate negli Stati Uniti
nell’ondata di mobilitazioni seguite al movimento Black Lives Matter, contro cui
i think tank dell’Alt-Right hanno elaborato la categoria della Cancel Culture e
poi del Woke. Salvo poi praticarla dall’alto e loro stessi, questa cultura della
cancellazione, prima attraverso il definanziamento delle ricerche “progressiste”
nelle università americane e poi delle esposizioni in numerosi musei, per finire
con l’eliminazione vera e propria di numerosi siti scientifici precedentemente
finanziati dal Congresso.
L’ossessione dei neoliberali e dei fascismi molecolari per il 1968 si spiega,
alla luce della ricerca di Ciccarelli, per la potenza di trasformazione che esso
ha liberato. Quel lungo decennio di lotte e nuovi sviluppi del pensiero critico
ha posto le condizioni di possibilità per andare oltre il sempiterno problema
del fallimento delle rivoluzioni e pensare dei nuovi inizi. Un’idea che Deleuze
sintetizzò nell’Abecedario girato da Pierre-André Boutang e pubblicato postumo:
“che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente,
non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria” (Abecedario, voce
“Sinistra”). Gli anni-mondo 1968 indicano infatti per Ciccarelli, così come per
Michael Hardt nel suo recente I Settanta sovversivi (2025), il terreno su cui è
emersa una nuova maniera di intendere e praticare il problema della rivoluzione.
Problema che, a partire da ciò che Ciccarelli e Hardt considerano il ground Zero
della nostra politica, consiste nel “dare un’altra consistenza alla
molteplicità”. La radicalità della novità degli anni-mondo 1968 è rintracciata
nel libro attraverso una “rottura” con i paradigmi organizzativi e desideranti
ereditati da altre “rotture” maggiori nel corso della storia dei movimenti
operai e rivoluzionari. Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se
non proprio con un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono
considerati qui invece come due filosofi rivoluzionari. In un’intervista con
Antonio Negri del 1990, Gilles Deleuze ribadì infatti come sia lui sia Félix
Guattari fossero “rimasti marxisti”, prima di aggiungere un prudente “in due
maniere diverse forse, ma entrambi”. Il filosofo francese spiegò subito cosa
intendeva: “non crediamo a una filosofia politica che non sia incentrata
sull’analisi del capitalismo e dei suoi sviluppi”.
> Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se non proprio con
> un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono considerati qui
> invece come due filosofi rivoluzionari.
L’adesione di Ciccarelli a questa autointerpretazione di Deleuze gli ha permesso
di presentare una caratteristica inedita rispetto alla letteratura italiana e
non solo, dando un peso specifico degli approfondimenti agli scritti di
Guattari. La centralità del tema della “rottura” nella ricerca di Ciccarelli
eredita appunto la riflessione guattariana condotta a partire dai primissimi
anni Sessanta, quando egli applicava e problematizzava insieme il concetto
lacaniano di “rottura” (coupure), gli ultimi sviluppi sartriani sui gruppi e
l’esperienza leninista del 1917. Come spiega bene l’autore, se per Guattari e
Deleuze bisognava cercare nuovi strumenti organizzativi, primo su tutti la
“trasversalità”, la “rottura leninista” del corso della storia resta una bussola
centrale nelle loro riflessioni. Non si tratta certo di “ripetere” il contenuto
dell’esperienza bolscevica, ma di ripetere la “rottura” che essa è stata capace
di imprimere alla “linearità storico-sociale”.
È quindi questa idea della possibilità e dell’attualità della rivoluzione che
pervade l’opera di Ciccarelli. Una rivoluzione che articola, senza sostituirla,
alla dualità della lotta di classe (una classe contro l’altra) una molteplicità
di forme di lotta e di soggetti che si riscoprono non solo come assoggettati dai
poteri e dai saperi, ma anche come protagonisti di processi rivoluzionari. È per
questo che Ciccarelli identifica nel divenire rivoluzionari.e un triplice
compito ancora non svolto: “la trasmutazione del passivo nell’attivo”, “la
trasvalutazione dei valori” e “la riconversione della soggettività capitalistica
e del suo desiderio in quella di una soggettività liberata”. Entro questo quadro
storico, politico e filosofico, si sviluppa dunque il problema dei divenire
rivoluzionari.e oggi. Il libro rilancia così un’intuizione che Marx ha
approfondito nei suoi scritti storici sul 1848 e sulla Comune, Lenin nel suo
Stato e rivoluzione nel caldo degli eventi del 1917, ma anche Gramsci, Sartre e
poi i movimenti decoloniali e transfemministi. Il problema consiste nel vedere
nelle molteplicità non una dispersione o ancora una frammentazione, ma il
terreno stesso di una reinvenzione della classe.
In tutti questi autori, teorici o ancora rivoluzionari, come nota Ciccarelli, il
concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
una rivoluzione. E non è sempre detto che ci sia. La classe diventa così una
formula delle molteplicità, la formula rivoluzionaria delle molteplicità, che si
oppone sia alla loro frammentazione sia alla loro messa in concorrenza o
addirittura all’accumulazione di identità a cui invita senza sosta la
mercificazione delle soggettività. È in questo senso che va intesa la tesi di
Ciccarelli secondo cui “la politica non è solo una questione di resistenza, ma
di creazione”. La creazione di cui si parla qui è la trasformazione delle
molteplicità sociali che è possibile quando un divenire rivoluzionari.e ne
incontra un altro:
> Il problema è tracciare una linea di massa tra divenire rivoluzionari.e
> asimmetrici, frammentari e dispersi mentre si consolida un potere che tende a
> negare la pensabilità di una simile prospettiva e realizza la propria
> rivoluzione, quella che nega la possibilità delle altre.
È proprio questa idea di una politica delle molteplicità che si schiude
nell’apertura del concetto di divenire rivoluzionari.e. Il pensiero filosofico e
politico di Deleuze e Guattari si muove a partire da una dinamica specifica che
– ci permettiamo di aggiungere qui a partire dagli archivi inediti di Deleuze –
prende il nome di dialettica della differenza e della ripetizione. Potrebbe far
inarcare qualche sopracciglio questo richiamo alla dialettica, a cui Ciccarelli
fa riferimento dalle prime pagine, in cui spiega che il suo libro è un esercizio
per “agire attraverso e pensare con Deleuze e Guattari […] in una dialettica da
riscoprire o da apprendere un’altra volta”. Ovvero: come pensare una dialettica
che sappia porre e insieme praticare il problema della rivoluzione a partire da
una concezione in movimento della “prassi basata sulla differenza”?
> Il concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
> misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
> movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
> una rivoluzione.
I passaggi più belli di Divenire rivoluzionari.e sono dedicati appunto a questa
dialettica. In una filologia vivente del concetto di rivoluzione, Ciccarelli ne
ricostruisce i legami col divenire, alla base della concezione contingente e
situata, mai escatologica, che sviluppano Deleuze e Guattari: “il divenire è il
riveniente: torna sempre diverso. E, ogni volta che si è ri-voluto, lo si è
voluto ancora, è tornato su se stesso, si è rivolto in altro. […] Il rivenire,
invece, è una ripetizione che differisce nella storia. Nei rovesci la differenza
riviene di nuovo e si capovolge un’altra volta”.
Per questo il concetto di “divenire rivoluzionari.e” articola soggettivazione e
rivoluzione, in un pensiero-azione cosciente che la prima non è riducibile a una
propedeutica della seconda, né che quest’ultima possa risolvere una volta per
tutte i problemi di cui è pregna la prima. Una rivoluzione non salva, non basta
e certo non estingue i problemi che assillano la storia umana. Ma costituisce
senza dubbio un salto (una “rottura”) dentro questa stessa storia, al punto che
ci sono date dopo le quali non è possibile porre i problemi come prima: 1789,
1848, 1871, 1917, 1968. Lo stesso problema della rivoluzione muta dentro questa
logica e si presenta oggi, nel post-1968, sotto forma del divenire
rivoluzionari.e.
Attraverso questo concetto-problema, Ciccarelli propone l’urgenza di armarsi di
ciò che Deleuze ha definito in Differenza e ripetizione (1968) “la conquista del
potere più alto”, quello di “decidere dei problemi restituendoli alla loro
verità”. Il ragionamento di Ciccarelli ruota attorno all’attualità di queste
pagine della tesi discussa da Deleuze in una Sorbona ancora sconvolta dagli
eventi del maggio 1968, in cui la “guerra dei giusti” è definita come “la lotta
pratica” che “non passa per il negativo, ma per la differenza e la sua potenza
di affermare”. Differenza che passa a sua volta dalle sperimentazioni di nuovi
“blocchi di alleanze”, concetto di Mille piani ampiamente aggiornato da
Ciccarelli attraverso il filtro delle teorie decoloniali e transfemministe,
capaci di ampliare e approfondire questo “potere” e insieme di creare nuove
soluzioni. Come indica la stessa formula del concetto: “divenire
rivoluzionari.e”, piuttosto che semplicemente “rivoluzionari”, perché si tratta
innanzitutto di un lavoro politico che consiste nel rendere i problemi di
ciascuno trasversali alle lotte degli altri e quindi divenire questi altri per
poi divenire un’altra cosa ancora. “Futura umanità”, recitava l’Internazionale;
più concretamente, direbbero Deleuze e Guattari, cominciamo con un “divenire
donna”. Ecco, diveniamo rivoluzionari.e.
L'articolo Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di
Roberto Ciccarelli proviene da Il Tascabile.
H o dimenticato di quale torto pensai di essere stato vittima durante la gita di
maturità. Ricordo solo che durante quella settimana parlai pochissimo e di
controvoglia. Invece che andare a sballarmi con il resto dei miei compagni,
passavo le poche ore libere che i professori ci concedevano ogni giorno
infilandomi nella metropolitana. Senza curarmi della direzione, salivo sul primo
treno di passaggio. Qualche volta, a un’intersezione tra due linee, smontavo dal
treno e prendevo una coincidenza, lasciandomi trasportare da un altro convoglio.
Poi, a un certo punto, senza seguire un principio preciso, sceglievo una fermata
e smontavo. Obbedendo alla segnaletica procedevo verso l’uscita e, una volta
ritornato in superficie, mi dedicavo all’esplorazione del quartiere in cui il
caso aveva deciso di portarmi.
A volte andava male. Il quartiere scelto poteva essere un quartiere dormitorio,
il cui paesaggio era dominato da un’infilata di alveari per umani in un anonimo
stile brutalista. Altre volte, invece, il caso regalava qualcosa. Come quando,
girovagando per un piacevole blocco di condomini in stile liberty, m’imbattei in
un pittoresco negozio che vendeva oggettistica rockabilly; una rarità per chi,
come me, veniva dalla provincia profonda.
Che andassero bene o male, quando l’orologio m’imponeva di tornare sui miei
passi e ritornare sotto terra per rientrare in ostello, quelle esplorazioni mi
lasciavano lo stesso qualcosa sulla pelle. Era una sorta di brivido, come una
scarica elettrica che faceva drizzare i peli delle braccia. L’esaltazione o la
spossatezza del giocatore d’azzardo che, almeno per un istante, aveva
contemplato l’inebriante girotondo di infinte possibilità tutte ancora da
attualizzare.
Solo che la mia slot machine, in quei frangenti, era la metropolitana, un treno
urbano che correva sotto la superficie della città, divorando le distanze senza
che me ne accorgessi. La cosa più simile a cui potevo ricondurre quei viaggi
senza meta era l’esperienza di una partita a Super Mario. I momenti in cui,
ignaro di quel che potrebbe accadere, posizioni la figurina dell’idraulico sopra
uno dei tanti tubi di cui sono costellati i livelli del gioco e pigi il tasto
inferiore della croce direzionale per farla accucciare. Il tubo potrebbe essere
un passaggio che conduce a un’area segreta del mondo di gioco, carica di tesori.
Oppure a una scorciatoia, che può farti avanzare rapidamente verso il livello
finale. Oppure, più spesso, essere bloccato e non portare da nessuna parte. La
metro, che ‒ curiosa coincidenza ‒, si può chiamare anche tube (tubo),
funzionava per me allo stesso modo. O meglio, ero io che la facevo funzionare
così, perché il resto delle persone che condividevano con me quei viaggi
sapevano alla perfezione dove stavano andando, quanto sarebbe durato il loro
tempo sottoterra e, soprattutto, cosa avrebbero trovato una volta riemersi dalla
rete metropolitana.
> La mia slot machine era la metropolitana, un treno urbano che correva sotto la
> superficie della città, divorando le distanze senza che me ne accorgessi.
O almeno così pensavo. Magari, su quei treni, seduto a fianco a me o aggrappato
a uno dei pali di sostegno, c’era qualcun altro che aveva deciso di scendere
nella metropolitana per smontare a una fermata sconosciuta solo per provare il
brivido di scoprire che aspetto aveva la città sopra di lui. Chissà, forse non
ero solo. Non lo so; quello che so è che questi ricordi e le sensazioni a loro
collegate e a lungo sopite nel mio cervello sono state riattivate dalla lettura
di un saggio uscito qualche settimana fa per il marchio MachinaLibro
dell’editore DeriveApprodi. Scritto dal giornalista culturale Luca Gricinella,
Giù in metrò. Società, arti e culture è un libro dedicato a ricostruire il ruolo
che la metropolitana riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che
essa ha esercitato su ogni forma di espressione.
Dalla fotografia alla musica, dal cinema alla letteratura, fino alle arti
performative, quello della metropolitana nell’immaginario collettivo è un ruolo
caratterizzato da un ampio ventaglio di sfaccettature. Per poterlo raccontare in
modo esaustivo, l’autore ricorre ‒ non potrebbe fare altrimenti ‒, a molte,
diverse forme di scrittura: dall’autobiografia alla saggistica, dall’intervista
al reportage, dalla recensione all’etnografia. A imporre questo stile ibrido è
la natura stessa della metropolitana. Essa è infatti molte cose diverse allo
stesso tempo.
Prima di tutto è un mezzo di trasporto. Un treno che corre sottoterra grazie a
un reticolo di gallerie. È grazie a questa caratteristica che permette a un
vasto numero di persone di spostarsi rapidamente, percorrendo lunghe distanze.
La costruzione dei primi treni metropolitani ha inizio alla fine del
Diciannovesimo secolo. La prima vera linea meritevole di questa definizione è
stata quella di Londra, che ha cominciato a operare il 10 gennaio del 1863. Ad
avanzare la proposta di costruirla pare sia stato l’allora sindaco della
capitale britannica, Charles Pearson, determinato a ridurre il caos
insopportabile delle vie del centro, dovuto in parte anche alla mancanza di un
interscambio diretto tra le stazioni ferroviarie londinesi.
Da allora e fino agli anni cinquanta del Ventesimo secolo, la costruzione di
reti di trasporto ferroviario metropolitano visse un periodo di forte e rapida
espansione. Una crescita che non si limitò solo al numero di città che
adottavano questa soluzione o alla lunghezza complessiva delle loro reti, ma che
fu anche un progresso tecnologico. La metropolitana deriva dalla ferrovia, da
cui mutua buona parte del suo apparato tecnologico. Tuttavia, le particolarità
dello spazio in cui opera hanno fatto sì che questi impianti fossero oggetto di
innovazioni, come il controllo della marcia dei treni e la guida automatica.
> Giù in metrò è un libro dedicato a ricostruire il ruolo che la metropolitana
> riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che essa ha esercitato
> su ogni forma di espressione.
Oggi, i diversi tipi di tecnologia impiegati distinguono i sistemi di
metropolitana, dando origine a molteplici categorie. Le metropolitane si
distinguono così in base al loro tipo di guida, con o senza conducente; al tipo
di rotaia usata, metallica o gommata; al tipo di sede, che può essere
sotterranea, sopraelevata o di superficie; in base al genere di servizio, dunque
pesante o leggero. Potrebbe sembrare una nota di poco conto, ma una parte
dell’identità di ogni metropolitana nasce proprio dalle molte combinazioni
possibili di queste tecnologie.
Ruote e rotaie di quella di New York, racconta Gricinella nel capitolo a essa
dedicato, continuano a essere entrambe di metallo, dando così origine al forte
stridio che ne è diventato ormai un simbolo. Mentre i convogli automatizzati
della linea lilla (M5) della metropolitana di Milano ‒ che attraversa la città
da nord a nord ovest collegando lo stadio di San Siro con il capolinea di
Bignami Parco Nord ‒ la rendono la linea più amata dai bambini. Seduto su uno
dei seggiolini, l’autore li osserva con tenerezza correre verso l’ampia vetrata
rivolta nel senso di marcia per potersi godere l’emozione di veder comparire la
luce al fondo dell’oscurità del tunnel, mano a mano che il treno si avvicina a
una stazione.
Ma la metropolitana non è solo un mezzo di trasporto tecnologico, è anche uno
spazio. Uno spazio molto particolare; un non luogo, per dirla con il concetto
coniato dall’antropologo francese Marc Augé, che alla metropolitana ha dedicato
Un etnologo nel metrò (1992), uno dei suoi testi più celebri. A renderla tale è
la sua posizione sotterranea. Alla metropolitana si accede infatti attraverso un
complesso sistema di soglie composto da scale, portali, tornelli, ascensori,
rampe e diversi altri tipi di forme architettoniche. Attraversando i quali non
ci si lascia solo alle spalle il mondo di superficie, si perdono tutti i
riferimenti e le coordinate spaziali che rendono possibile orientarsi nello
spazio.
L’esperienza di un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante
la quale ci vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad
affidarci quando attraversiamo gli spazi di superficie. A meno di non possedere
un’approfondita e inusuale conoscenza della rete e delle corrispondenze che essa
ha con i punti di riferimento che scorrono sopra le nostre teste, è impossibile
stabilire in quale direzione ci si stia muovendo quando si procede all’interno
dei suoi tunnel.
> Un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante la quale ci
> vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad affidarci
> quando attraversiamo gli spazi di superficie.
Un compito per cui non troviamo aiuto nemmeno nelle mappe che rappresentano le
diverse linee della metropolitana di una città. Se il modo in cui vengono
rappresentate ricorda più uno schema elettrico che una carta geografica è
proprio perché disegnare circuiti elettrici era il mestiere di Harry Charles
Beck, la persona che ha inventato questo sistema di rappresentazione allo scopo
di tracciare la mappa della metropolitana di Londra nel 1933. Ma prendendoci il
tempo per guardarla con più attenzione e provando a smettere di attraversarne
gli spazi frenetici come elettroni, e Gricinella ci sollecita a farlo con il suo
libro, ci accorgiamo che la natura di non luogo ‒ anche Augé lo era nella sua
definizione ‒ è molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare.
L’antropologo francese specificava infatti che “ciò che per alcuni è un luogo,
per altri può essere un non luogo e viceversa”.
Scopriamo così che nella stazione di piazza Venezia della metropolitana di
Milano ‒ che, è la città in cui l’autore del libro è nato e vive ‒ esiste un
grande spazio vuoto, un mezzanino appartato ma non inaccessibile, di cui si sono
appropriate persone delle comunità sudamericane o asiatiche che lo utilizzano
come sala prove per le loro coreografie collettive, in quello che Gricinella
definisce “un esempio di spazio pubblico completamente in disuso che è stato ben
sfruttato”.
Oppure veniamo a sapere delle scorribande dei writer, che studiano le reti alla
ricerca di varchi o passaggi incustoditi da cui calarsi all’interno dei tunnel
della metropolitana per raggiungere i depositi dei treni e marchiarli con tag e
graffiti. O, ancora, dalle parole di Gricinella impariamo come le carrozze dei
treni metropolitani possano diventare il palcoscenico per un ampio ventaglio di
artisti di strada: dai senzatetto che si improvvisano intrattenitori fino agli
artisti affermati che usano la metropolitana come ispirazione per i propri
lavori.
> Guardando la metro con più attenzione, e provando a smettere di attraversarne
> gli spazi frenetici come elettroni, ci accorgiamo che la natura di non luogo è
> molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare.
È il caso di Sara Pizzi, performance artist italiana che vive e lavora a New
York, città dalla cui metropolitana si è fatta ispirare per lo spettacolo L
Train, realizzato insieme ad Aida Takashima. Ispirato all’omonima linea della
metro newyorkese, L Train, una coreografia di danza contemporanea, ha debuttato
il 21 e 22 gennaio del 2022 al Green Space Theatre nel Queens e, oltre alla
musica, conteneva annunci registrati della linea L e una narrazione recitata. Al
centro di questo lavoro c’è il desiderio di parlare “di come la vita sia
instabile, di come tutto cambi regolarmente senza che ce ne rendiamo conto, di
quante persone abbiamo lasciato nella nostra vita, di quante persone
dimentichiamo, di quanto siano imprevedibili le relazioni e di quanto sia facile
sentirsi sostituibili. Tutte queste domande portano alla conclusione che la vita
sembra come la linea del treno L: tutti vanno nella stessa direzione ma nessuno
ha la stessa destinazione.”
La linea L della metropolitana di New York collega Manhattan a Brooklyn con
ventisette fermate. È stata la prima linea automatizzata della città ed essendo
così lunga serve un considerevole numero di persone diverse, che si alternano
sui suoi convoglia a seconda del momento della giornata. “Dalle sei alle otto”
dice Pizzi, intervistata nel libro,
> studenti, insegnanti, altri lavoratori. Dalle nove del mattino fino alle tre
> del pomeriggio, tutti gli altri lavoratori con orari normali, senzatetto,
> artisti, turisti. Dalle quattro fino alle sette del pomeriggio è il delirio:
> fiumi di persone che tornano a casa dal lavoro e qui devi sgomitare tra
> skateboard, animali, buste della spesa e borse per entrare nella carrozza e
> sentirsi come una sardina in lattina. Dalle otto di sera in poi, invece, c’è
> la gente che torna tardi o va a lavoro, a cena, a un evento, e te la ritrovi a
> mezzanotte sullo stesso treno per tornare a casa ubriaca. Dalle due alle
> quattro del mattino, infine, è quell’orario magico in cui non sai se stai
> sognando o sei sveglio: tra carrozze vuote, o solo con senzatetto
> addormentati, lavoratori della metropolitana o giovani adulti ubriachi,
> l’unica cosa che si può temere è di addormentarsi e ritrovarsi all’altro capo
> della città.
Per quanto emblematica, quella testimoniata da Pizzi è solo una delle tante
storie che Luca Gricinella raccoglie per raccontare cosa sia davvero la
metropolitana e il legame che abbiamo con essa. Non soltanto un ambiente urbano,
né un comodo per quanto affollato mezzo di trasporto. Vista attraverso la penna
dello scrittore milanese, la metropolitana ‒ o metro, oppure metrò, alla
francese ‒ si rivela per quello che è in realtà: un complesso oggetto culturale
che, in virtù del fascino che le sue caratteristiche esercitano su di noi,
occupa un posto di rilievo nel nostro immaginario e continua a rappresentare un
luogo in cui storie personali, dinamiche di comunità, pratiche artistiche
spontanee e marketing corporativo continuano a incontrarsi e influenzarsi le une
con le altre, in quell’incessante lavorio creativo ed espressivo che siamo
abituati a chiamare “cultura”.
L'articolo Giù in metrò di Luca Gricinella proviene da Il Tascabile.
I n Storia della fama. Genesi di otto miliardi di celebrità (2025), Alessandro
Lolli, già autore del seminale La guerra dei meme. Fenomenologia di uno scherzo
infinito (2017, 20202) torna a proporre la sua prospettiva sociologica,
contemporaneamente rigorosa e idiosincratica, questa volta applicata alla fama.
Si tratta di un tema indispensabile per comprendere la socializzazione virtuale,
ma anche di una questione che in modi diversi ha attraversato tutte le società:
per questo, una “storia” che parte dall’età antica, si sofferma a lungo sulla
modernità e arriva infine all’oggi, una fase inedita, secondo Lolli, in cui
quello che era un problema che riguardava pochi soggetti diventa affare di
massa, con conseguenze immani per i soggetti stessi e, inevitabilmente, per la
società.
IL TUO LIBRO RICOSTRUISCE COME LA FAMA SIA DIVENTATA UN FENOMENO SEMPRE PIÙ
CENTRALE NELLA SOCIETÀ. QUESTO COSA IMPLICA PRECISAMENTE? UN AUMENTO DI
SPEREQUAZIONE RISPETTO A UN BENE SEMPRE PIÙ AMBITO O UNA DEMOCRATIZZAZIONE DI
QUALCOSA DI ELITARIO PER DEFINIZIONE?
La sperequazione della fama secondo me non sta aumentando. Anzi, prendiamo Kanye
West e Taylor Swift, rispettivamente il cantante e la cantante più famosi al
mondo. Mi sai dire i titoli di cinque canzoni di Taylor Swift? Probabilmente no.
Saprai chi è, ne avrai sentite alcune (io ne so forse due). Mentre se ti chiedo
titoli di Britney Spears, me li sai dire subito. Oggi le persone in cima alla
gerarchia della fama sono meno famose che in passato, per via della
targhettizzazione sempre più mirata che il pubblico riceve nei suoi consumi
culturali. Certo, diversi famosi oggi riempiono ancora gli stadi e hanno tutto
il loro seguito di fedeli, ma non sono più dei fenomeni di massa come potevano
esserlo le popstar già solamente dieci o quindici anni fa, quando un’intera
generazione guardava MTV. La nostra fruizione della musica allora passava per i
media nazionali e le loro canzoni le sentivi per forza.
Ora la fruizione passa per degli strumenti che noi addestriamo con i nostri
gusti e Taylor Swift potremmo non averla mai sentita (cosa impossibile per
Britney Spears a inizio anni 2000). Nessuno è più famoso come ai tempi di quella
che definisco la fama paradigmatica. Oggi la fama ritorna cittadina: famosi di
livello globale esistono ancora, tutti sanno i loro nomi, ma non ne abbiamo più
una reale conoscenza come era un tempo. Quindi la sperequazione secondo me è
diminuita, è aumentato invece qualcosa di diverso, ovvero il fatto che sia più
facile mettersi nei panni del famoso. Sempre più persone nei panni di un
microfamoso ci si sono trovate, tendenzialmente chiunque usi un social network –
è questa la tesi del libro. Chiunque abbia i social ha già dovuto gestire degli
hater, ad esempio, quindi è più facile l’identificazione. In passato tu, persona
normale, quell’esperienza non l’avevi mai avuta.
QUINDI MENTRE SI VA VERSO UNA CRESCITA ESPONENZIALE DELLE DISUGUAGLIANZE SUL
PIANO ECONOMICO, LE ESPERIENZE CHE FACCIAMO A LIVELLO DI SOGGETTIVAZIONE
DIVENTANO SEMPRE PIÙ SIMILI? O È SOLO UN’ILLUSIONE DATA DALLA SENSAZIONE DI
LIVELLAMENTO CHE CONSENTE IL VIRTUALE, IN CUI TUTTI POSSONO AVERE UNA PAGINA
FACEBOOK, IN CUI “UNO VALE UNO”?
I social network si sono presentati in maniera un po’ truffaldina: ti dicevano
“a cosa stai pensando?”, si spacciavano come un modo per parlare con i tuoi
amici, per esprimerti, e invece erano uno strumento di disintermediazione
potentissimo che dava quello che io chiamo “il palcoscenico”, prima verbale poi
anche audiovisivo, in mano a tutti, e questa è chiaramente un’esperienza aliena
a tutta la storia dell’uomo.
Poi possiamo discutere se questo abbia un valore positivo o negativo. Però un
pensionato di sessant’anni che scopre che si può fare i video invece di
sbraitare al bar di fronte a chi lo sta sentire, magari tramite il passaparola
riesce a sfondare (faccio l’esempio del pensionato come persona meno aderente ai
linguaggi che ti permettono poi di provare a sfondare davvero conoscendo la
logica del medium). Questa è di fatto una cosa democratizzante, o meglio, se
democratizzare ha un significato è anche questo. Il post su Facebook, su Twitter
e su Instagram per lungo tempo è stato veramente un modo di parlare con gente
che bene o male ti conosceva. Eppure proprio lì ci siamo ritrovati tutti famosi,
inconsapevolmente, e abbiamo cominciato a dover gestire nel nostro piccolo quel
tipo di dinamiche sociali che prima gestivano solo i Ferragnez. Se hai il
profilo pubblico arriva uno sconosciuto che ti conosce, magari ti chiede conto
di qualcosa che hai fatto o detto altrove, e come fa a saperlo? Chi è questa
persona? Un sacco di gente ha avuto queste esperienze ‘famogene’. Il giorno che
prendi 100 like a un post e cinque condivisioni, arriva qualcuno che ti tratta
letteralmente come un famoso. Ora esistono a tutti gli effetti dei famosi per
nicchie, cioè persone che possono campare addirittura di quella fama lì, piccola
e rivolta a una bolla. Questa cosa fino a vent’anni fa era completamente
inimmaginabile perché la fama viaggiava su media di portata nazionale.
E questo sta facendo qualcosa (che esce un po’ fuori dai confini del libro
perché è più sul lato della ricezione) di radicale a quella che chiamiamo la
cultura pop. Addirittura stiamo andando verso una impossibilità di parlare di
cultura pop in senso pieno. Certo il valore accerchiante e centralizzante del
mainstream esisterà finché esisteranno i media nazionali che vogliono che tu
parli dei Ferragnez, ma in realtà il consumatore già si è abituato a un altro
modello. Tipo: se sono un elettore di Calenda tra i 20 e i 25 anni non li guardo
i Ferragnez, voglio vedere solo Shy e Rick Dufer. I Ferragnez li subirò con
insofferenza, perché ormai siamo abituati ad un modello che è estraneo al
concetto stesso di mainstream, cioè io non devo per forza sapere di Taylor
Swift. Prima invece o sapevi di Celentano o non sapevi nulla della cultura in
cui vivevi, cioè non c’era un famosetto alternativo fatto per te. E questo avrà
delle conseguenze che toccheremo con mano a livello sociale tra qualche anno.
Non subito, perché forme di mainstream ancora sopravvivono, ma prima o poi
YouTube ucciderà definitivamente la radio e la TV. Esisteranno solo
microcelebrità, non legate a un modello di iperspecializzazione di competenze
quanto a una logica imprenditoriale. Mi spiego: poniamo che io sia un
imprenditore che deve fare una ricerca di mercato. Non è che una pizzeria è
sbagliata in assoluto aprirla. È sbagliato aprirla in quel quartiere, è
sbagliato aprirla senza una unique selling proposition che ti differenzi dai
tuoi più vicini competitor. Le persone che partecipano al gioco della fama, se
vogliono sfondare, devono tenere conto di tutte queste cose: io chi sono?
Poniamo che io sia un cantante indie: cosa devo cantare, chi sono i miei
competitor, come devo rappresentarmi, presso quali fasce? Fare arte diventa
molto più simile a un’indagine di mercato, come decidere in che quartiere aprire
il mio esercizio commerciale.
Il livello di consapevolezza riguardo a questo è la distinzione che io traccio
tra social network e social media. Il primo creava fama in modo inconscio e non
intenzionale, mentre le piattaforme di social media richiedono un’intenzionalità
che è paragonabile esattamente all’imprenditorialità. Già nel momento in cui
apri un canale YouTube ragioni come un imprenditore, che deve arrivare a un
pubblico, crescere, eccetera. Cioè ragioni come un imprenditore o anche come un
artista: qualcuno che fa una proposta sapendo che la sopravvivenza della stessa
è legata alla ricezione che avrà. Diversamente dai social network, nel social
media tu stai consapevolmente accettando le regole del gioco, sai di stare
davvero salendo sul palco, stai facendo davvero una cosa che è fatta per gli
altri, per i non conoscenti, per la fama. E si va sempre più in quella
direzione.
NELLA TUA RICOSTRUZIONE STORICA NON A CASO CERCHI DI FAR VEDERE COME IL
DESIDERIO DI FAMA SIA ANCHE INDOTTO. NON È SOLTANTO UNA QUESTIONE PSICOLOGICA, È
FORZOSAMENTE GENERATO DA UN SISTEMA PRODUTTIVO. SIA, COME SPIEGHI BENE, TRAMITE
IL DESIGN DELLE PIATTAFORME, SIA PER IL FATTO CHE NELL’ECONOMIA POSTINDUSTRIALE
“DIVENTARE QUALCUNO” (O DIVENTARE UN BRAND) SEMBRA UNA DELLE POCHE STRADE
DISPONIBILI PER GUADAGNARSI DA VIVERE: SENZA QUELLA RICONOSCIBILITÀ SI VALE
QUANTO UN’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. A FRONTE DI QUESTO, NON È POSSIBILE CHE
L’ANONIMATO SIA DIVENTATO UN PRIVILEGIO? NON A CASO MOLTI MILIARDARI VIVONO IN
UN ANONIMATO QUASI COMPLETO. TUTTI DESIDERANO NECESSARIAMENTE I RIFLETTORI
OPPURE IN REALTÀ LAVORARE DIETRO LE QUINTE (CON UNO STIPENDIO SERIO), POTER
CONDIVIDERE LE PROPRIE OPINIONI SOLO CON LE PERSONE CHE TI INTERESSANO INVECE
CHE SUI SOCIAL, NON SENTIRSI COSTANTEMENTE OSSERVATI PUÒ AVERE UNA SUA
ATTRATTIVA, MA SI SENTE DI NON POTERSELO PIÙ PERMETTERE?
Ha assolutamente la sua attrattiva, infatti quello della fama è un potere di
seduzione che potremmo definire satanico. Prendiamo appunto la figura del
miliardario che si può permettere l’anonimato. Magari su Internet ha una pagina
istituzionale oppure non è proprio mai diventato una figura pubblica, però è un
qualcuno che secondo me in qualche momento nella sua vita questa cosa l’ha
incontrata, ed ha capito sulla sua pelle quanto gli poteva far male. Eppure
anche lui è suscettibile a un’offerta di questo tipo – come quando Trump va da
Musk e gli dice “senti, vuoi fare il mio braccio destro?”. Non è detto che i
soldi che ha siano una motivazione sufficiente per rifiutare quel livello di
esposizione lì, con tutti i suoi pro e contro. Infatti nel libro cito
Houellebecq che in Le particelle elementari sostiene, erroneamente, che le
rockstar siano più ricche di banchieri e imprenditori. Di fatto non è così,
eppure, comprensibilmente, la vita della rock star gli appare molto più
invidiabile di quella di un miliardario anonimo. A dispetto dei soldi.
Questo passaggio secondo me è fondamentale per la contemporaneità: in passato se
eri famoso, nel senso proprio del termine, eri anche almeno benestante, perché
voleva dire che avevi avuto accesso alla carriera propriamente detta della fama,
quindi eri un cantante, un politico, uno scrittore affermato, eccetera eccetera
e quindi avevi anche soldi. Oggi questa unione tra i soldi e la fama si è
slegata. Ci sono delle persone, ad esempio una mia amica che fa l’influencer da
100.000 followers e rotti, che non ha manco i soldi per piangere perché non ha
mai fatto advertising. Lei è una forza culturale significativa nel suo ambiente,
un’influencer politica, ha un’esposizione che però non si traduce in soldi.
Questo anche per via delle sue scelte etiche, ma pure se le avesse tradite forse
si faceva al massimo uno stipendio da entry level, se cominciava a fare le
pubblicità degli shampoo con la falce e il martello… Eppure lei è una che ha
influenza, ha fama, ha potere sulla cultura, viene riconosciuta in tanti
ambienti. Quindi come tante figure simili vive tutti gli aspetti della fama, ma
non riceve la proporzionalità che ti aspetteresti in denaro.
La seconda caratteristica tipica del contemporaneo è che paradossalmente questo
non rende una persona come questa influencer meno invidiabile. Ti faccio un
esempio: preferiresti 100.000 like o 100 €? Tra 100.000 like e 100 € secondo me
tutti sceglierebbero i like. Se sei un imprenditore molto ricco e però sei poco
attraente, le donne magari ti cercano ma solo perché gli fai fare la bella vita
nelle terrazze di Dubai, non sei un vero oggetto del desiderio. Al contrario, se
sei famoso stai su un palco, tutti ti guardano, tutti vorrebbero averti o essere
te, insomma è una forma di amore. Quella è la cosa più ambita. Forse è un amore
falso, ma a me non interessa giudicare: dovrei diventare moralista e il mio non
voleva essere un testo moralista, cerco di descrivere la fama fino a un punto in
cui tu lettore puoi trarre tutto il tuo giudizio. Quello che interessa a me è
constatare che quell’amore lì ha un potere di seduzione fortissimo.
LA TUA ANALISI È MOLTO OGGETTIVA INFATTI. NON GIUDICANDO MAI I MECCANISMI
PSICOLOGICI CHE SONO ALLA BASE DELLE RELAZIONI FAMOGENE PERÒ SEMBRI
IMPLICITAMENTE NATURALIZZARLI, CONSIDERARLI INEVITABILI. NON DISCUTI AD ESEMPIO
LA GRATIFICAZIONE GARANTITA DALLA FAMA, COME SE FOSSE OVVIO CHE CHIUNQUE NON
POSSA CHE AMBIRVI. DIRESTI CHE LA FAMA LOGORA CHI NON CE L’HA?
La fama è un potere, qui inteso non come un’istituzione, ma come una cosa che
agisce sull’animo, e se vogliamo dare un nome preciso a questo potere è un amore
senza volto, quello che si riceve dal pubblico, l’amore della folla anonima.
Quindi è un amore degenerato, ma rimane un amore, cioè un riconoscimento. Certo,
ha un valore puramente quantitativo: la fama si caratterizza proprio in questo
rispetto a tutte le altre relazioni, quelle relazioni che non sono famogene
perché io so con chi sto parlando e da chi vengo riconosciuto, da chi vengo
validato, da chi vengo amato, da chi vengo odiato. Si ha un rapporto di fama
quando io non so queste cose, quindi ciò che conta è solo il numero.
Intendiamoci, la fama logora anche chi ce l’ha. Ma il fatto è che la fama può
essere negativa, positiva, o anche, e questo è cruciale, troppo ristretta
rispetto al tuo sforzo: nel momento in cui giochi a quel gioco, puoi decidere di
uscirne a causa della delusione. Raramente comprendi in maniera morale e
spirituale che questa cosa ti sta facendo del male, più spesso comprendi che hai
fallito a quel gioco e che continuarlo vuol dire esporti sempre di più alla
percezione di un fallimento. Quel bisogno di validazione non può che aumentare
esponenzialmente: lo disse una volta Gipi, una persona che non cito nel libro ma
che avrei dovuto perché da quindici anni in ogni intervista parla proprio di
questo.
La prima volta che lo vidi dal vivo, a una presentazione nel 2013, parlò di
quando divenne famoso. In effetti fu il primo fumettista italiano a raggiungere
quei livelli di fama, ben prima di Zerocalcare; se ricordi andò dalla Bignardi
nel 2008, è lì che si è cominciato a parlar di graphic novel, a nobilitare il
fumettista come artista eccetera. Parlando di questo lui parlava di applausi,
che oggi chiameremmo like. Diceva che nel momento in cui ne hai presi 100.000,
il buco che hai dentro ora vale 100.000. Quando ne prendi “solo” 1.000, quindi,
ti senti vuotissimo. Se non ne avessi mai presi né 100.000 né 1.000, ne prendi
100 e sei supercontento. Insomma sviluppi un’assuefazione alla fama, come con
una droga, e quindi più hai un riconoscimento, più hai bisogno almeno di quella
soglia là, tutto il resto è un fallimento. Quindi è questo, secondo me, più che
un motivo moralistico stile “ho capito che questa è una via sbagliata” a far sì
che la gente si chiami fuori. Tante persone si ritirano come coping per un
fallimento percepito: mi convinco di non valere più nulla, quindi non vale
neanche più la pena stare qua a provarci. Tanto vale che faccio la vita vera.
NELLA SUA PREFAZIONE, FRANCESCO PACIFICO PARLA DELL’UMILIAZIONE CHE STA DIETRO A
TUTTO IL MECCANISMO DELLA FAMA, LA CHIAMA UNO “SQUALLIDO IPEROGGETTO”, UN PO’
COME CHRISTOPHER LASCH NEL SUO FAMOSO LA CULTURA DEL NARCISISMO NEL SOTTOTITOLO
PARLAVA DI “UN’EPOCA DI DISILLUSIONI COLLETTIVE”, SVELANDO INSOMMA LA POCHEZZA
UMANA, SOCIALE E RELAZIONALE DI CUI IL NARCISISMO ERA UNA CONSEGUENZA PRIMA CHE
UNA CAUSA. PERÒ POI LEGGENDO IL TUO LIBRO TU SEMBRI INTERESSATO, PIÙ CHE A
DECOSTRUIRE LA FAMA E IL BISOGNO DI FAMA, A SVELARNE IN MODO UN PO’ DIALETTICO
IL MECCANISMO DESIDERANTE CHE VI SI ESPRIME. AD ESEMPIO, RICONOSCI CHE NEL FAN
C’È UN DESIDERIO MIMETICO E UNA VOLONTÀ DI IDENTIFICAZIONE, MA INSISTI PIÙ CHE
ALTRO SUL DESIDERIO ESPLICITAMENTE EROTICO CHE RENDE TALE IL FAN.
Perché il desiderio erotico è l’ultimo passo prima dell’identificazione. In
questo senso è fondamentale la figura della groupie, cioè il fan che si risolve
fin dove si può risolvere, perché il rapporto sessuale è questa unione di due
corpi, il momento in cui non potresti essere più vicino di così a una persona
(che non conosci davvero): qual è la cosa più forte che puoi fare con chiunque?
Farci l’amore, no? Con chiunque con cui non hai un altro rapporto invece molto
più mentale e spirituale. E quindi sì, quella è la forma che prende nel momento
in cui provi ad attualizzarla.
L’identificazione invece è un meccanismo psicologico ancora precedente: una
delle forze che ci spingono ad ammirare qualcuno di così distante è mettersi nei
suoi panni. Questo emerge spesso in tutta quella serie di produzioni testuali
che sono la difesa del famoso da parte del fan. C’era un giornalista del Foglio
di cui non farò il nome, che per anni ha difeso strenuamente quasi ogni
settimana nella sua rubrica i Ferragnez. Se la prendeva con “gli invidiosi” che
li criticavano, difendendoli con i soliti argomenti: “tu non sei nessuno, loro
stanno a fare i soldi, guarda che bella vita”. Lo muoveva un meccanismo di pura
identificazione. Se vuoi, anche di sopravvivenza: se io non sto dalla tua parte,
tu mi schiacci. Lui si stava ponendo direttamente nel salotto dei Ferragnez per
usare quella violenza contro quelli che in realtà erano molto più simili a lui.
Ed è qualcosa di diverso dalla cortigianeria, perché è una cortigianeria tutta
proiettiva, immaginaria: che io sappia lui non ha mai avuto davvero accesso alle
prebende dei Ferragni, è tutta una difesa psicologica, preventiva.
Se io con la mente non mi metto nella parte del rosicone, del perdente, vuol
dire che sono un vincente. Voi in questo momento state subendo questo potere che
riconosco schiacciante, proprio per questo io devo stare dalla parte del
potente. Devo dire “ma guarda che sfigati, che passano il giorno a criticarli
mentre loro fanno la bella vita”. Mentre mi esprimo così, io sono già accanto a
loro, ai potenti. Non sono tra le schiere dei rosiconi, perché l’ho appena
detto, che io no, io non rosico. E questo nell’atteggiamento della difesa del
famoso è secondo me la forza principale, lì proprio si vede come si struttura
questa cosa: come un asservimento di fronte a questo potere di cui si riconosce
la forza. Quanto più riconosci il potere schiacciante del famoso, tanto più ti
inchini, diventi un fan. Come dico nel libro, sia essere hater che essere fan
sono due modi di difendersi. Se fai l’hater (che è la cosa forse più naturale di
fronte a un potere che riconosci come tale), stai anche ammettendo che ti sta
facendo del male, cioè che tu rispetto a lui non sei nessuno, cioè stai
ammettendo questa differenza. Se invece ti dici “no no, loro fanno bene, io sono
con loro, anzi, hai visto come fanno rosicare gli altri”, stai vaneggiando di
essere non solo con loro ma come loro, quindi non toccato da questi sentimenti
qua, di inferiorità e invidia.
QUESTO SPIEGHEREBBE ANCHE QUELLA DINAMICA A CUI ACCENNI SECONDO CUI NON
DESIDERIAMO SOLTANTO ESSERE FAMOSI, MA DESIDERIAMO ANCHE AVERE QUALCUNO DI
FAMOSO DA AMMIRARE DA LONTANO. IL FAN PUÒ SICURAMENTE AVERE UN SACCO DI
RISENTIMENTO, MA POTREBBE COMUNQUE PREFERIRE AVERE DEI RAPPORTI FAMOGENI CON DEI
MODELLI PIUTTOSTO CHE AFFRONTARE UNA DISILLUSIONE RISPETTO A QUESTI MITI.
INSOMMA ABBIAMO BISOGNO DI AUTORITÀ?
Senz’altro, le persone vogliono qualcuno che le guidi proprio perché non ci sono
più tre partiti e una chiesa, e magari quattro o cinque famosi che ne incarnano
le visioni, a dirti cosa fare. Adesso le figure che ammiri e che prendi a
modello sono delle celebrità di nicchia, qualcuno che incarna un tuo flavour di
personalità, che ha gli interessi tuoi, che ha una visione morale tua… tua o
sua: chi è stato il primo a contaminare l’altro non si sa più. L’ho scelto
perché mi corrispondeva o ho iniziato a modellarmi su di lui? Io non credo che
questa funzione scomparirà, anzi questa funzione diventerà ancora più forte,
come il tuo legame di vicinanza con l’autorità che ti sei scelto. Il tuo Shy di
Breaking Italy funziona molto meglio di Pippo Baudo, perché è fatto su misura: è
comunque grande, di quella grandezza necessaria per funzionare come un modello,
come padre, come maître à penser, però hai l’illusione (che poi non è
un’illusione) che l’hai scelto tu, cioè che è comunque qualcosa di coerente col
tuo percorso di vita. Prima, una persona alla TV aveva il conduttore di
centrodestra, quello democristiano, quello comunista, e tra questa rosa limitata
aveva molta più facilità a dire “quello non mi rappresenta, mi è stato calato
dall’alto e quindi sì, sono un po’ più d’accordo con quello piuttosto che con
quell’altro”, ma se io invece mi sono scelto il mio influencer, l’adesione
diventa totale.
Questo spiega anche molto astensionismo, la morte della politica
rappresentativa: la gente non è più abituata a scendere a compromessi. Certo, ci
sono ancora personalità come Trump e Berlusconi che hanno qualcosa che sfugge a
questa logica, cioè non sono amati per le singole questioni che condividi con
loro, ma per un carisma eccezionale. Nati per ammaliare il prossimo, che sia una
tavolata o una nazione intera. Loro sono dei veri e propri famosi nel senso del
divismo. Ma sono rari: la “taylorizzazione” (nel senso di “taylor made”, fatto
su misura) dei consumi culturali, politici, spirituali, chiamali come vuoi,
insomma il fatto che io fruisco la cultura in una maniera sempre più
personalizzata, è ciò che fa sì che nessun partito mi rappresenti. I partiti
sono dei pachidermi novecenteschi, che non sono pensati per me. Devono prendere
un bacino elettorale e quindi avere molta più ampiezza e meno precisione, mentre
siamo ormai abituati a un rispecchiamento molto più preciso.
EPPURE TU SOSTIENI, A RAGIONE TROVO, CHE, A DISPETTO DI CHI PARLA DI
INDIVIDUALISMO, A CAUSA DELLA TECNOLOGIA SIAMO SEMPRE PIÙ MEDIATI E PIÙ SOCIALI:
LE PERSONE DIPENDONO COSTANTEMENTE E SEMPRE DI PIÙ DA UN FEEDBACK ESTERNO, IN UN
CERTO SENSO SONO MENO ISOLATE E MENO AUTONOME DI UN TEMPO, PARADOSSALMENTE. E IL
RISCHIO CHE FAI INTRAVEDERE IN QUESTO RAPPORTO DI CONTROLLO SOCIALE È,
INEVITABILMENTE, IL CONFORMISMO.
Esatto, sono convinto che la nostra società sia molto più conformista di quelle
del passato. La società tradizionale aveva appunto queste agenzie morali, come
la Chiesa e lo Stato (al massimo incarnate in alcune voci che ne facevano le
veci, ad esempio la famiglia), che erano più rigide ma erano poche,
individuabili, e distanti. Qua invece tu sei conformista in ogni momento in cui
ti esprimi sul social network proprio per via del feedback costante. In ogni
momento ricevi approvazione o disapprovazione. Il social network poi funziona
anche tramite bolle, che sono ambienti dei quali conosci già gli orientamenti e
le opinioni: tu già prima di ragionare su un tema conosci i posizionamenti dei
tuoi pari, hai già in testa questa mappa di opinioni. Per dirla in maniera
positiva, diciamo, hai già la società dentro di te, con tutto quello che
comporta, di bene e di male. E di male comporta un’autocensura preventiva, una
riduzione proprio della libertà di pensiero. Come diceva William James, “molte
persone credono di pensare invece riordinano i propri pregiudizi”, e oggi molte
persone credono di pensare invece riordinano le voci altrui nella loro testa.
Cercano di farle combaciare con la loro percezione del mondo. È una cosa che
vivo su me stesso e che vedo molto spesso nella forma che prendono talvolta
certe prese di posizione, piene di mani avanti, di considerazioni preliminari…
INSOMMA TU LAMENTI UNA CARENZA DI INDIVIDUALISMO, PIUTTOSTO CHE DENUNCIARNE
L’ECCESSO COME È ORMAI CONSUETUDINE FARE. E UN ALTRO PUNTO CHE FAI AL RIGUARDO È
QUELLO SULLE IDENTITY POLITICS.
La critica che si fa spesso alle identity politics da sinistra (in uno spettro
che va dalla sinistra estrema all’area rosso-bruna o
comunitaria/tradizionalista) è che sarebbero individualiste, espressione
dell’ideologia della società delle merci, trionfo del capitalismo, come gli
influencer insomma. Ora, il problema è che l’individualismo non è una posizione
dell’ego, è una teoria filosofico-politica, e se noi la applichiamo a
influattivisti ispirati alle identity politics capiamo che in realtà queste
ultime hanno come presupposto proprio la scomparsa dell’individuo: la persona
parlante non è un individuo ma è membro di una o più comunità oppresse, e
solamente in virtù di questa appartenenza prende parola ed è legittimato a
esprimersi. Cosa che peraltro chiunque aderisca a questa visione
rivendicherebbe: non sono individualisti, sono collettivisti (di tanti
collettivi – è questa l’intersezionalità). Ogni soggettività è formata da una
serie di linee di oppressioni, di situazioni per le quali una volta sei nel
gruppo privilegiato e una volta nel gruppo oppresso.
Io sono convinto che non sia una teoria individualista, e come ti dicevo sono
convinto che lo pensino anche quelli che la professano. Quello su cui forse
avrebbero da ridire è il fatto che questo loro modo di pensare ben si accorda
anche alla logica dei social, dove infatti c’è sempre una persona che sta
parlando e che gode di quella esposizione e di quella pubblicità ma è legato
all’altro lato, alla comunità perché tutto il suo valore è misurato dalle
reaction e dai follower che prende. Cioè l’influencer si esprime per cercare di
cogliere un riscontro che è immediato, verificabile, numerico come non lo è mai
stato prima nella storia, neanche ai tempi delle hit parade. Lì al massimo
potevi ipotizzare che una canzone fosse andata male per via di alcuni motivi che
comprendevi a posteriori, invece il sistema del social media ti dà delle metrics
precise. Ecco, la soggettività che si espone su un social media è una
soggettività molto fragile, che si mette in mano agli altri, le sue parole
contano quanto quest’altra collettività le fa contare. E quindi secondo me non
solo non sono individualiste filosoficamente proprio alla base le politiche
identitarie, ma non è individualista neanche l’utente tipo di un social media: è
troppo legato al giudizio altrui, non ha nulla di quella teoria dell’individuo
che si differenzia da una società ed è portatore di diritti e di valori a sé
propri… Che poi anche questa possa essere una finzione è un altro discorso, ma è
una finzione in cui alcune persone si riconoscono e pensano che il mondo
dovrebbe essere formato appunto da individui non da pecore. Un social media ti
rende egoista, perché ti nutre l’ego quando prendi quelle reazioni, ma non un
individualista.
RISPETTO A CHI PENSA CHE LE POLITICHE IDENTITARIE SIANO UNA RISPOSTA O UNA
REAZIONE ALL’ALT-RIGHT, TU LE LEGGI COME INVECE UNA “RISPOSTA ALLA NEVROSI DELLE
SINISTRE STORICHE”.
Dico che secondo me sono una filiazione della sinistra. Tra la critica poniamo
di un Fusaro o di uno Zhok che le associa all’individualismo e quella di un
Jordan Peterson che parla di marxismo culturale, penso che abbia ragione
quest’ultimo: è un marxismo che chiaramente perde la centralità della classe, ma
ne acquista tot altre che si articolano allo stesso modo. Riprende cioè dal
marxismo questa struttura secondo cui c’è una parte della società che opprime e
sfrutta e una parte della società che è oppressa e sfruttata. Il marxismo però
ha in sé, secondo me, anche l’universalismo, perché il punto è l’abolizione
delle classi, l’obiettivo è un mondo in cui non viene più sfruttato nessuno. Se
applichi questo discorso alla razza o al genere bisogna capire cosa vuol dire
l’abolizione di razza e genere come strutture simboliche. Lì spesso diventa
molto più forte la variante operaista del marxismo, in cui una parte che si
riconosce come oppressa (in quanto neri, in quanto donne, in quanto gay…) si
pone come primo obiettivo il conflitto e la distruzione della controparte. Cosa
che poi, calata nella realtà dei fatti, si trasforma semplicemente nel
pretendere da questa controparte un tornaconto, fosse anche una visibilità.
Anche qui Jordan Peterson non sbaglia nell’individuare questo meccanismo che
lui, semplificando, chiama tribalismo.
SOSTIENI CHE LA FAMA NON È UN RAPPORTO DI PRODUZIONE, MA DI CONSUMO. C’È CHI CI
SI MANTIENE PERÒ. IN MODO MOLTO DIRETTO, AD ESEMPIO, TRAMITE ONLYFANS, COME
RACCONTI BENE NELL’ULTIMO CAPITOLO SUL FUTURO DELLA FAMA. UN CASO EMBLEMATICO
PER CHIEDERSI CHI COMANDA DAVVERO NEI RAPPORTI DI FAMA: IL FAMOSO (PIÙ POTENTE
DEI FAN), O I FAN (DA CUI IL FAMOSO DIPENDE PER ESSERE TALE)?
OnlyFan è paradigmatico perché svela che ogni rapporto di libero professionismo
è prostituzione. Il famoso stereotipico è un artista che se può fare quella cosa
come carriera, come sostentamento, è perché è letteralmente un venduto, perché è
una persona che vende quella cosa lì ed è dipendente da un acquirente. Nelle
interviste spesso emerge che tipo di rapporto ha con i suoi acquirenti, ovvero
con i suoi fan: li odia. Li odiano sia Noyz Narcos sia le Onlyfansers, perché
sono delle persone con cui non hanno nessun rapporto, mentre i fan hanno un
rapporto completamente fantasmatico con loro, e loro sanno di esserne
dipendenti. Dipendenti però non dal singolo fan, bensì dal fan collettivo,
quindi quando il fan dice “ti boicotterò” pensa di avere un potere che non ha,
perché non ha un sindacato, non è organizzato come un corpo collettivo. Marx
spiega bene come i rapporti diseguali e sproporzionati possono essere resi
dialettici se quella massa di singole persone che producono plusvalore si
organizzano. Le opere di boicottaggio collettive possono funzionare in questo
senso. Quindi in un certo senso la cancel culture è un atto sindacale: la cancel
culture riuscita è una protesta dei fan che nella loro indignazione etica nei
confronti di un famoso formano questo sindacato. Certo, è la folla linciante
girardiana, ma è anche un sindacato, cioè è una forza talmente grande da
impattarti sul serio ‒ e infatti il famoso si rende conto che deve rendere
conto: farà ad esempio la pubblica scusa, dovrà ritrattare, insomma, deve farci
i conti in qualche modo. Questa asimmetria si inverte solamente nel momento in
cui tu hai a che fare con il tuo fan collettivo. Questo perché il famoso vale di
più di un non famoso. Ma l’operaio l’ha sempre saputo in qualche misura che lui
singolarmente per la Fiat non vale nulla, e che vale solamente se è organizzato,
il fan lo sa un po’ di meno. Avendo questo rapporto emotivo con il famoso, vive
un’illusione di mutuo riconoscimento, di reciprocità.
C’È QUALCOSA DI POLITICO QUINDI IN QUESTA INDIGNAZIONE PUBBLICA E COLLETTIVA?
La call out culture, cioè il momento inaugurale della cancel culture, il momento
in cui la gente si indigna perché un famoso ha fatto qualcosa di sbagliato o
qualcosa che è percepito come tale, è qualcosa di più della sanzione di un uso
illegittimo della fama. Al famoso viene rimproverato non solo ciò che ha detto e
pensato, che sì, è anche sbagliato in assoluto, ma è davvero sbagliato perché
lui ha un seguito: lui è responsabile di tutto quel following che ha. C’è
qualcosa di molto profondo che emerge in alcuni episodi di tentata
cancellazione: quando si comprende che forse il fatto in sé non era così grave
ma lo diventa perché quella persona è così famosa, la folla di fatto si sta
vendicando della fama; quello che sta facendo pagare al famoso di turno è il
fatto stesso di essere famoso. Si arriva così a un certo punto in cui cade la
maschera. Le persone rivelano di essere oltraggiate dal potere arbitrario che
questa persona ha, che non può essere giustificato dal fatto che è un
grandissimo attore e quindi può anche influenzare nel bene e nel male. Il
problema non è che non puoi influenzare nel male, si arriva a un certo livello
del ragionamento collettivo secondo cui non li potresti influenzare neanche nel
bene: il potere, la visibilità, il follow che hai non è assurdo solo il giorno
che sei ubriaco e scrivi la N word su Twitter, è assurdo anche tutti gli altri
giorni in cui non la scrivi. Se la dice mio nonno a Natale, infatti, non è così
grave come se la dice Manuel Agnelli. Quello che tu imputi a Manuel Agnelli non
è tanto che l’ha detta, ma che l’ha detta di fronte a 100.000 persone.
E se semplifichi i vari termini di questo discorso come se fosse un’equazione,
ti rendi conto che non c’è nulla che lo legittimi neanche quando dice il giusto.
Non c’è un mandato popolare che qualcuno gli ha dato per dire il giusto, quindi
nel momento in cui dice qualcosa di sbagliato, dici “ma perché questo sta qua?”.
In molti casi il punto passa dall’uso illegittimo del potere alla stessa
legittimità di questo potere. Sei stato irresponsabile, ma questa responsabilità
perché ce l’hai? Associare fama e merito (“ce l’hai perché hai tanti follower, e
li hai perché sei bravo”), è un discorso che arriva come razionalizzazione di
una violenza che inconsciamente il follower sa di stare subendo. Questo discorso
razionalizzante in cui ciò che è reale è razionale ed è giusto e viva così,
durante tutto il Novecento viene messo in discussione. Per gli antichi la fama
era un attributo che veniva già a chi se l’era meritato, perché era una persona
carica di responsabilità, era un governante, cioè aveva una legittimazione
ulteriore. Nel corso della storia della fama, tutti abbiamo capito che la fama
può essere arbitraria, cioè che un famoso può essere stato semplicemente
graziato dal Signore. Magari ha avuto una mezza idea buona, però la verità,
quello su cui si basa tutto questo potere, è che ti sei trovato alla fine al
posto giusto al momento giusto. La storia della fama è anche una storia di come
è cresciuto questo sospetto nei confronti della fama: tutti oggi abbiamo una
qualche cognizione del fatto che nessuna fama è pienamente legittima, pienamente
meritata.
L'articolo Tutti famosi proviene da Il Tascabile.
T ra una fila di silhouette di donne e uomini rivolti verso un certo sol
dell’avvenire, si staglia una figura che emerge in primo piano con il pugno
chiuso alzato. Si tratta di un uomo in maniche di camicia e cravatta nera, i
capelli laccati indietro. Un impiegato, forse addirittura un quadro, potremmo
ipotizzare. Oppure un professionista, magari della comunicazione: proprio come
Alessandro Sahebi, giornalista e divulgatore, autore del saggio cui questa
illustrazione del collettivo Malleus fa da copertina.
Non è un caso se la copertina di Questione di classe. Perché non si può essere
felici in un mondo ingiusto (2025) sceglie un soggetto tanto inconsueto per
incarnare la lotta di classe: questa immagine solo apparentemente paradossale è
in realtà adattissima per un libro che usa la figura del paradosso come un
mantra per illuminare con disarmante chiarezza le contraddizioni del presente.
Contraddizioni che hanno aggiornato e approfondito quelle “classiche” del
capitalismo, e che Sahebi si propone di indagare allo scopo di farle detonare.
“Paradosso”, quindi, ma anche “circolo vizioso” o “meccanismo perverso”, sono
termini che ricorrono costantemente nella disamina di Sahebi, che parte da
esperienze quotidiane di ordinaria miseria umana contemporanea.
Si va dall’iperlavoro alla sofferenza psichica (ansia e depressione in primis),
ma anche (e soprattutto) al costante impoverimento che accompagna la recessione
in corso, spesso accettata passivamente perché sembra “non fare notizia”: la
povertà moderna, scrive Sahebi, è “invisibile, diffusa, travestita da normalità”
fatta di
> compromessi silenziosi, di rinunce quotidiane che passano inosservate […] È
> una condizione che il sistema ci insegna a ignorare o, peggio, a normalizzare.
> Rimandare una bolletta? “Succede.” Risparmiare sul cibo? “È solo buon senso.”
> Vivere con la paura di un imprevisto economico? “È la vita.” È una forma di
> disuguaglianza strutturale che abbiamo imparato a non vedere.
E se non la vediamo è perché, spiega Sahebi, invece di riconoscerla come forma
di oppressione, la soggettivazione neoliberale impone di viverla come un
fallimento individuale. La prima cosa da fare allora è sgombrare il campo
dall’assunzione di responsabilità determinata da “un sistema che
deresponsabilizza le strutture collettive, mentre sovraccarica gli individui di
senso di colpa e inadeguatezza”, ricordando, come avrebbe fatto Mark Fisher, che
“se sei infelice non è colpa tua”.
> Il saggio di Sahebi usa la figura del paradosso come un mantra per illuminare
> con disarmante chiarezza le contraddizioni del presente.
Autoconvincersi che esista un senso in un sistema irrazionale, però,
> non è altro che una strategia difensiva. Questo adattamento serve a mascherare
> la realtà brutale delle disuguaglianze, proteggendo chi vi è immerso dal
> rischio di un collasso psicologico […]. Chi è privato di risorse materiali e
> simboliche tend[e] a conformarsi a una visione del mondo che giustifica la
> propria mancanza di opportunità. È una forma di sopravvivenza psichica che
> però, paradossalmente, diventa anche una prigione.
Nonostante smascheri questo autoinganno, quella di Sahebi non è un’impresa
banalmente razionalista: non cerca di “educare” (né di umiliare, in fondo
l’altra faccia della medaglia degli intenti pedagogici) coloro che vi si
attaccano con fede disperata pur trovandosi dalla parte dei perdenti nella lotta
per la sopravvivenza che lo stesso sistema prevede (fazione che, come si diceva
ai tempi di Occupy Wall Street, rappresenta il 99% della popolazione).
Diversamente da quanto non abbia saputo fare la sinistra (non solo di centro,
purtroppo) negli ultimi decenni, Sahebi si propone di andare ad ascoltarne le
necessità, chiedendosi se non ci sia, piuttosto che la necessità di educare
queste masse, qualcosa da imparare da loro: chiedendosi insomma quali siano i
loro bisogni e se non esistano modi più efficaci per rispondervi che non la
soluzione sessista, razzista e autoritaria delle destre. “Il cosiddetto ‘popolo’
che ha votato per Trump o per la Brexit”, scrive, “non è composto da ignoranti
che hanno scelto il male, ma da persone che hanno risposto con rabbia e
frustrazione a un sistema che li ha sistematicamente ignorati e marginalizzati”.
Contro le accuse di ignoranza, analfabetismo funzionale, razzismo e sessismo
come peccati originali intrinsechi da correggere attraverso una fiorente
industria di pedagoghi e ortopedici della morale, Sahebi mette alla berlina
> l’incapacità dei progressisti di confrontarsi con un esercito di esclusi.
> Questa distanza fra i cosiddetti «migliori» e le masse ai margini è uno dei
> drammi centrali del nostro tempo. Ed è un dramma che esplode ciclicamente:
> nelle urne, nei movimenti cosiddetti populisti, nelle ondate di disillusione e
> rabbia che continuano a sorprendere chi vive nella bolla della classe media
> riflessiva.
A più riprese Sahebi difende la razionalità di scelte apparentemente
incomprensibili o controproducenti, che si spiegano solo se si osservano le
condizioni materiali in cui vengono maturate. E le condizioni materiali attuali
non possono che far paura: “Abbiamo il terrore di perdere il lavoro, di non
riuscire a pagare un mutuo o un affitto, di vedere peggiorate le nostre
condizioni di vita. E siamo dolorosamente consapevoli di essere soli, di
dipendere soltanto dalle nostre forze, privati di quei ‘paracadute collettivi’
che un tempo venivano definiti diritti e che oggi, erroneamente, chiamiamo
privilegi”. La confusione tra diritti e privilegi, sostiene infatti, finisce col
colpevolizzare chi semplicemente gode di condizioni che nulla toglierebbero a
nessuno se potessero beneficiarne tutti: “Il pensionato, chi riceve un sussidio,
chi è aiutato negli studi, chi eredita la casa della nonna: non sono
privilegiati da odiare”.
> Sahebi si chiede se, piuttosto che la necessità di educare le masse, non ci
> sia qualcosa da imparare da loro, chiedendosi quali siano i loro bisogni e se
> non esistano modi più efficaci per rispondervi che non la soluzione sessista,
> razzista e autoritaria delle destre.
Accanto al tema del paradosso e del circolo vizioso non mancano termini come
“mito” o “illusione”: l’accanimento in difesa di questo sistema, così come la
speranza che esso possa essere migliorato o corretto, è sostenuto da una fede
irrazionale che la classe dominante ha tutto l’interesse di fomentare. Sahebi
allarga infatti man mano il campo dall’esperienza immediata a una serie di altre
questioni che trovano nel capitalismo neoliberale se non sempre la causa
diretta, una falsa soluzione: si va dal consumismo all’interruzione della
mobilità sociale, dall’autosfruttamento al tecnofeudalesimo, dalle
privatizzazioni e finanziarizzazioni selvagge al classismo del sistema
educativo, dalla solidarietà negativa ai governi tecnici.
La fiducia che troppa sinistra si ostina a riporre in questi ultimi, spiega
Sahebi, in fondo risiede nell’ormai acquisita abitudine al dogma nella
“meritocrazia”, un modello sociale profondamente antidemocratico che presenta
almeno tre punti problematici: il primo è il fatto che il merito non sia mai
valutato in un vuoto morale, ma rifletta i bias di una data società. “Nel mondo
del lavoro, per esempio, […] una promozione non premia chi ha messo in
discussione il sistema, ma chi l’ha accettato senza fare troppe domande”. Il
secondo, un vero e proprio spreco di talenti: una serie di capacità restano
inespresse in una società che premia esclusivamente la produttività e nella
quale solo il benessere ereditato consente di dedicare tempo a meriti non
immediatamente valorizzabili. Infine, un sistema meritocratico non può che
lasciare inevasa la domanda su cosa fare dei “non meritevoli”. “Dobbiamo punire
ulteriormente i ‘perdenti della società’? Dobbiamo fare loro una colpa di non
essere adatti al sistema dominante? […] anche l’incapacità più netta dovrebbe
concederci il diritto a una vita dignitosa”. Una rivendicazione che Sahebi
connette direttamente alla formula marxiana “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Rispetto a questa grandiosa ambizione, il problema della sinistra progressista è
di essersi accontentata. Lo si vede nelle sue battaglie, dalle più triviali,
come il bonus psicologo, “ennesima soluzione individualizzata a un problema
collettivo” (“Perché non aspiriamo a una società in cui non sia necessario
andare dallo psicologo per sopravvivere?”), al modo in cui vota, cercando sempre
di arginare il male peggiore e senza mai osare spostare la finestra di Overton.
“Questa rassegnazione finisce per essere trasmessa all’elettore”, osserva
Sahebi, “che diventa, nei tribunali morali di cui siamo giudici autoeletti, il
‘cattivo votante’”.
Per Sahebi non c’è nulla di “realistico” nella rassegnazione
progressista/riformista: al contrario, scrive
> il reale è ciò che il “realismo del meno peggio”, mascherato da oggettività, è
> continuamente costretto a sopprimere. Il realismo può essere dunque una
> visione distorta che soffoca le alternative di cambiamento, presentandosi come
> pragmatica, mentre in realtà schiaccia il vero potenziale del reale. Insomma,
> c’è un “reale-reale” che ha mille possibilità, e un “finto-reale” che
> desertifica il resto. E il reale, quello vero, ci urla ogni giorno che
> l’elettorato vota a destra non perché non riconosca le libertà o i diritti
> delle minoranze, né perché sia imperniato di patriarcato e sfacciatamente
> ignorante. L’elettorato vota a destra perché ha timore del futuro.
Nei due capitoli conclusivi, Sahebi presenta quello che sembra a tutti gli
effetti un programma elettorale, toccando temi come il salario minimo, i limiti
di misure di workfare e sussidi vincolati a merito e prestazioni, la scomparsa
del lavoro a causa della nuova rivoluzione tecnologica, l’introduzione di una
tassazione progressiva e di reddito di base universale, il cui scopo è “separare
il binomio lavoro-reddito” accettando che “una parte della popolazione non
lavorerà più nei termini tradizionali, ma che ciò non può tradursi
automaticamente in miseria”.
> La fiducia che troppa sinistra si ostina a riporre nei governi tecnici, spiega
> Sahebi, in fondo risiede nell’ormai acquisita abitudine al dogma nella
> “meritocrazia”, un modello sociale profondamente antidemocratico.
Una soluzione che consentirebbe una vera e propria rivoluzione prospettica,
consentendo di sperimentare
> un mondo in cui il benessere non sia legato al sacrificio. Per troppo tempo ci
> hanno insegnato che la dignità si conquista con la fatica, che il dolore è
> necessario, che il tempo libero è un privilegio. Ma se il futuro ci sta
> dicendo che il lavoro umano sarà sempre meno essenziale, forse d’ora in poi
> possiamo smettere di vedere il tempo libero come una minaccia. E iniziare a
> considerarlo per quello che potrebbe essere: una liberazione.
Antilavorismo a parte, le soluzioni concrete proposte da Sahebi sono piuttosto
classiche. Sahebi non ne fa mistero, e lo rivendica anzi con orgoglio: “dovremmo
smettere di sognare o aspettare che a qualcuno venga un’idea migliore. L’unica
opzione sensata c’è già ed è il socialismo,” che definisce come un modello in
cui l’economia è orientata da uno Stato che incarna la collettività in vista
delle sue necessità: “Ciò significa abbandonare l’ossessione per il prodotto
interno lordo a favore del benessere dei cittadini e della loro felicità;
significa anche che, se un singolo individuo accumula una ricchezza tale da
diventare pericoloso per la collettività, lo Stato può e deve imporne il
ridimensionamento”. A chi potrebbe avanzare timori riguardo a questo
accentramento dirigenziale, Sahebi fa giustamente notare come esso sia già in
atto anche nel nostro modello capitalista, solo che non nelle mani di chi
rappresenta la collettività ma solo il proprio interesse privato.
Su questa linea Sahebi invoca organizzazione, e un ritorno alla struttura del
partito, contro lo spontaneismo e il movimentismo che, apparentemente radicali,
si sono rivelati molto allineati su un idealismo buono anche per il Partito
democratico. Il giudizio decisamente ingeneroso sul Sessantotto è forse uno dei
punti che maggiormente tradisce la distanza di Sahebi dai gusti e dai tic dei
circoli della “theory”. Del resto, nei suoi cinque capitoli, con una chiarezza
argomentativa che solo di rado scade nella semplificazione, Sahebi getta le basi
per un sano populismo di sinistra, ben fondato sul materialismo e molto distante
dalle speculazioni (troppo spesso astrattamente etiche) su cui si è avviluppata
(e spaccata) la sinistra negli ultimi decenni.
Non sempre riesce però a sottrarsi alla tentazione di schierarsi, condannando ad
esempio, pur con tutti i caveat del caso, il consumo di droghe, il sex work e la
gestazione per altri (GPA). Spiace, pur trattandosi a parere di chi scrive
dell’unico limite di un saggio necessario e prezioso, perché un metodo
materialista applicato rigorosamente pretende che certe questioni legate alla
sfera personale (ben diversa dalla “proprietà privata”) restino a discrezione
dell’autodeterminazione delle persone. Il compito politico è quello di fare in
modo che le condizioni materiali consentano davvero di scegliere in modo
autodeterminato: il sex work e la GPA non dovrebbero essere determinate da
necessità economica, così come le droghe non dovrebbero essere l’unica via di
fuga da una realtà intollerabile. Sperare di poter elaborare norme di condotta
universali su tematiche così soggettive, però, è non solo un po’ illusorio, ma
anche in contraddizione con quanto si continua, sensatamente, a ribadire nel
libro, e cioè che la questione materiale è quella dirimente. In condizioni
materiali mutate, alcuni di quelli che Sahebi identifica come problemi etici su
cui la collettività è chiamata a deliberare per tutti smetterebbero di essere
tali, mentre la discussione contemporanea al riguardo non si rivelerebbe altro
che l’ennesima culture war, nella quale Sahebi rischia di passare per vetero o
moralista, a discapito della potenza del suo messaggio.
> Sahebi getta le basi per un sano populismo di sinistra, ben fondato sul
> materialismo e molto distante dalle speculazioni (troppo spesso astrattamente
> etiche) su cui si è avviluppata (e spaccata) la sinistra negli ultimi decenni.
Sahebi ha ragione nel sostenere che sia un compito collettivo, e non una mera
questione di semplici decisioni individuali, quello di “riflettere di fronte
agli abusi del mercato”, ma è su questa dicotomia che ha senso insistere: quella
tra gli interessi della classe lavoratrice, che possono includere anche
l’autoderminazione su questioni personali, e gli interessi del capitale.
Insistere cioè sul fatto che il capitalismo comporta un impoverimento delle
nostre vite, mentre l’alternativa socialista consente “l’affermazione dell’Io
nella sua dimensione più piena, che comprende anche la sua vita nella
collettività”.
L'articolo Questione di classe di Alessandro Sahebi proviene da Il Tascabile.
N el 2014, la campagna/performance Wages for Facebook denunciava il nostro
essere lavoratorə sfruttatə dalle compagnie tech che possiedono i social network
che utilizziamo quotidianamente.
> La chiamano amicizia, noi lo chiamiamo lavoro non retribuito. Con ogni like,
> chat, tag o poke la nostra soggettività li fa guadagnare. Loro la chiamano
> condivisione. Noi lo chiamiamo furto. […]
> Chiedere un salario per Facebook significa rendere visibile il fatto che le
> nostre opinioni ed emozioni sono state distorte per una specifica funzione
> online, per poi esserci riproposte come un modello a cui tuttə dovremmo
> conformarci se vogliamo essere accettati in questa società.
Traslando le rivendicazioni emerse negli anni Settanta da Wages for housework
(Retribuzione per il lavoro domestico), la campagna portava alla luce le
condizioni materiali di un mondo in apparenza totalmente astratto, quello della
rete. Ma in che senso non siamo semplici utenti, ma siamo ormai soprattutto
lavoratorə sfruttatə per il profitto delle aziende tech?
Nel suo libro Il lato oscuro dei social network. Come la rete ci controlla e
manipola (2025), Serena Mazzini ci spiega questo e altri meccanismi che si
celano dietro agli scroll, ai click e ai post che produciamo quotidianamente. In
questo suo primo saggio, che ha il pregio di essere estremamente comprensibile e
scorrevole, Mazzini, la quale ha lavorato a lungo nell’ambito della
comunicazione come strategist, racconta di aver analizzato i dati delle
piattaforme quotidianamente, per servirsene per aiutare influencer a creare
contenuti “affinché apparissero più sinceri, autentici e credibili”. Diviso in
capitoli che si soffermano su vari aspetti delle dinamiche social, il libro è la
breve storia di come la rete è passata dall’essere un sogno di comunità e
collaborazione globale, a diventare uno strumento di controllo, manipolazione e
potere, portandoci a vivere e creare un mondo in cui tutto è sintetico e
artificiale, mentre si impegna ad apparire autentico; che si tratti di prodotti,
mete turistiche, hobby, i nostri rapporti o la nostra stessa identità.
> La rete è diventato un mondo in cui tutto è sintetico e artificiale, mentre si
> impegna ad apparire autentico; si tratti di prodotti, mete turistiche, hobby,
> i nostri rapporti o la nostra stessa identità.
Quando Internet ha cominciato a diffondersi nelle nostre case, quasi nessunə si
sarebbe aspettatə che cosa sarebbe diventato. Sebbene le dinamiche che adesso
vediamo esplose fossero contenute in nuce in quei primi esperimenti di
connessione globale – da subito, per esempio, la creazione di una identità
virtuale parallela in cui nascondersi/rifugiarsi caratterizzava l’esperienza dei
forum e delle chat – ci sono alcune tappe che hanno segnato in maniera
irreversibile il nostro rapporto con il digitale, ma che soprattutto hanno
permesso al digitale di instaurare quella che nel libro è definita come una vera
e propria “mutazione antropologica”.
Chi si ricorda Indymedia tra gli anni Novanta e i Duemila, non poteva immaginare
cosa sarebbe accaduto con l’avvento di Facebook nel 2004, che Mazzini indica
giustamente come una delle tappe principali di questa mutazione. Nel 2010, la
nascita di Instagram e l’inserimento della fotocamera anteriore nell’iPhone,
hanno marcato in maniera definitiva l’impatto del visivo come dominio
inscalfibile delle nostre quotidianità. Se all’inizio di Facebook postavamo
degli “aggiornamenti” un po’ goffi, in seguito all’avvento di queste novità “lo
smartphone divenne un dispositivo per la condivisione immediata di esperienze
personali; e i social network, da piattaforme web, divennero applicazioni
accessibili sempre e ovunque, capaci di trattenere l’attenzione degli utenti e
di integrarsi in maniera capillare nella vita quotidiana”. Difficile pensare,
nella storia recente, a un cambiamento così drastico ed enorme nei modi in cui
percepiamo noi stessi, le altre persone e il mondo circostante, difficile
pensare a qualcosa che più di questo ha modificato le nostre abitudini e i
nostri modi di vivere le relazioni e gli spazi.
Ma torniamo ai salari: in che senso siamo lavoratorə sfruttatə? I sensi sono in
realtà molteplici. Wages for Facebook affermava che “quando parliamo di Facebook
non stiamo parlando di un lavoro come gli altri, ma della manipolazione più
pervasiva, della violenza più sottile e mistificata che il capitalismo ha
recentemente perpetrato contro di noi”. La nostra presenza sui social network,
ormai dovremmo saperlo, non è neutra. Qualunque nostra attività è registrata e
utilizzata come dato, merce preziosissima nell’economia tecnocapitalista. I
nostri like, le nostre interazioni con post, reel, video, gli articoli che
leggiamo, le pagine che seguiamo, i prodotti che cerchiamo online, tutto serve
ad alimentare quell’enorme tesoro che sono i dataset, che le aziende utilizzano
per creare il loro profitto e per alimentarlo, propinandoci, attraverso gli
algoritmi, contenuti sempre più mirati e sempre più targettizzati, creando bolle
e realtà parallele che contribuiscono a dividere e parcellizzare le popolazioni
(e che contribuiscono inoltre allo sviluppo dei software di Intelligenza
artificiale). Questa visione non è semplicemente riflesso di un timore legato
alla paura del “progresso” o alla demonizzazione degli strumenti digitali, ma è
piuttosto, come afferma anche Mazzini, l’osservazione di una realtà fattuale:
siamo prodotti, e al contempo lavoriamo gratuitamente.
Uno dei modi in cui l’utilizzo dei social ha completamente plasmato la nostra
realtà è esemplificato in maniera estremamente evidente dalla maniera in cui la
politica istituzionale se ne è servita per creare bolle di opinione e
polarizzare l’opinione pubblica. Mazzini riassume bene il modo in cui Donald
Trump se ne è servito per raccogliere un consenso sempre maggiore, coalizzandosi
anche con i proprietari delle aziende tech. Stiamo assistendo proprio in questi
mesi alle dinamiche (e ai teatrini) fra Trump ed Elon Musk, personaggio sempre
più al centro della politica statunitense. Un esempio più circoscritto, ma anche
più vicino geograficamente, è la cosiddetta Bestia, il meccanismo
propagandistico ideato da Luca Morisi per sostenere Matteo Salvini
nell’acquisizione di consenso e voti a partire dal 2017.
> Non si tratta di paura del “progresso” o di demonizzazione degli strumenti
> digitali, è l’osservazione di una realtà fattuale: siamo prodotti, e al
> contempo lavoriamo gratuitamente.
Mazzini dedica un lungo capitolo al fenomeno dello sharenting – termine coniato
dalla crasi tra share (condividere) e parenting (genitorialità) – nel quale
racconta, attraverso numerosi esempi, di come le bambine e i bambini vengano
usati da alcune famiglie per produrre alti profitti, talvolta in grado di
mantenere l’intera famiglia e permettere una vita agiata. Ma a che prezzo? Come
zia di due nipoti molto piccole mi interrogo moltissimo, così come i loro
genitori, sul modo in cui le forme sociali influenzano i loro comportamenti, il
loro umore, i loro gusti in quanto persone socializzate come donne. Ancor di
più, lo faccio in relazione all’influenza che hanno i social network nella
creazione di un immaginario sessualizzante e sessualizzato anche per bambine
molto piccole. Ma la questione non è individuale. Prima di tutto, il prezzo che
lə bambinə soggette allo sharenting pagano è quello di non avere un’infanzia
libera, soprattutto libera dallo sguardo altrui. Queste bambine e questi bambini
vengono ripresi in ogni momento della loro quotidianità (mentre mangiano,
giocano, fanno il bagno, si vestono), esposti in momenti di vulnerabilità (quei
reel che ci fanno tanto ridere con i bambini che piangono disperati perché
sgridati o perché si sono fatti male giocando), utilizzati come fenomeni da
baraccone o, peggio ancora, fatti recitare una parte.
Un esempio estremamente inquietante che viene fatto nel libro è quello di Wren
Eleanor, una bambina che fin dai tre anni è stata mostrata su un profilo TikTok
gestito dalla madre, che la esponeva anche attraverso video ambigui e
sessualizzanti, in cui la bambina mangiava cibi di forma fallica o aveva
atteggiamenti provocatori. Analizzando l’account era evidente che quei video
fossero i contenuti con più visualizzazioni del profilo, e che fossero anche
molto spesso pieni di commenti riconducibili a reti di pornografia infantile. Il
caso Wren ha fatto emergere un movimento spontaneo, con molte persone che hanno
chiesto alla madre di cancellare i video e che hanno cominciato a parlare dei
problemi legati a questo tipo di account.
Ma il fenomeno è enorme ed estremamente produttivo e sono numerosi i genitori
che non rispettano il consenso delle loro figlie, pensando evidentemente di
possederle, al punto da utilizzare la loro infanzia come merce. Il canale
Fantastic Adventures, per esempio, era gestito da una madre che sottoponeva i
figli a privazioni di cibo e violenze di altro genere per obbligarli a
partecipare ai video. Oppure il caso emerso l’anno scorso in cui la figlia
dell’influencer Ruby Franke ha testimoniato nel processo in cui la madre è stata
accusata per abusi su minori, raccontando l’esperienza di chi cresce come
vittima del family vlogging.
Casi come questi, ci dice Mazzini, “ci mostrano come dietro i contenuti
apparentemente innocui e divertenti, in cui i bambini sembrano sempre felici,
spensierati e amati, possa nascondersi una realtà ben diversa”. Pensiamo che sia
divertente vedere il video di un bambino che fa qualcosa di buffo, o che sia
innocuo l’utilizzare i propri figli per produrre canali YouTube pieni di
contenuti di intrattenimento, ma “ignoriamo che quei bambini, che vediamo
sorridere per intrattenere i nostri, potrebbero essere costretti a ripetere le
stesse scene decine di volte, imparare copioni precisi […] per assecondare i
desideri di genitori inebriati dall’algoritmo”. Questi fenomeni, che sembrano
riguardare solo chi lavora effettivamente con l’immagine della propria famiglia
e dei propri figli, sono in realtà estremamente pervasivi della quotidianità di
molte persone, e si concretizzano per esempio nel caricamento costante di foto e
video che ritraggono bambinə anche molto piccolə senza oscurare il volto;
pratica che, dice anche Mazzini, fino a un certo punto era una prassi delle
regole non scritte dei social.
> Il prezzo che lə bambinə soggette allo sharenting pagano è quello di non avere
> un’infanzia libera dallo sguardo altrui.
Il capitolo sullo sharenting è seguito da una riflessione molto interessante sul
modo in cui i social hanno modificato il nostro rapporto con la morte –
argomento affrontato in maniera puntuale anche dal tanatologo Davide Sisto – al
punto da permetterci di scrivere dei messaggi che potranno poi essere pubblicati
sui nostri profili alla nostra morte. Anche quello che Mazzini chiama
“capitalismo della pietà” – che consiste in video di persone che vanno in giro a
regalare soldi a chi si dimostra “buono” – ha molto spazio nel libro, così come
il “reality show della malattia”, per cui vengono messe in mostra malattie,
disabilità, situazioni di disagio sociale e psicologico al fine di guadagnare
visualizzazioni (e quindi denaro).
Messa in questi termini, verrebbe voglia di scappare da ogni forma di socialità
digitale. Forse, in parte, sarebbe auspicabile, ma la realtà è che per molte di
noi utilizzare questi strumenti è ancora utile (per alcune persone necessario) e
che, afferma Mazzini, disertare completamente da alcuni spazi sociali online –
come è stato fatto nella disiscrizione di massa da Twitter, ora X, dopo
l’acquisto della piattaforma da parte di Elon Musk – può portare alla creazione
di bolle di violenza e radicalizzazione di destra inscalfibili. Al contempo,
boicottare alcune piattaforme e cercare forme di socialità online alternative è
più che positivo. I social network si sono succeduti nel tempo e se alcuni hanno
avuto la meglio sugli altri è stato per la loro capacità di rispondere ad alcune
esigenze, ma queste esigenze possono cambiare.
Alla fine del saggio Mazzini riflette anche su questo e, pur senza fornire
esplicitamente delle alternative precise, evidenzia la necessità di smettere di
accettare passivamente un sistema che in realtà non ci sta facendo del bene, e
di concedere così tanto potere a queste piattaforme sulle nostre vite.
Servirebbero, anche, delle azioni di politica istituzionale che invece tardano
ad arrivare, per proteggere i dati dellə utenti, per limitare la possibilità di
utilizzo da parte delle aziende, per informare le persone piccole e giovani
riguardo al funzionamento delle tecnologie e dei social network. Serve però
soprattutto, a suo avviso, un cambiamento di immaginario e di cultura in cui
“piattaforme, brand, agenzie, creator e utenti” lavorino in direzione comune, ma
anche e principalmente che la comunicazione abbandoni la sua ossessione per la
viralità, cercando modalità che avvicinino utenti e creator, che
responsabilizzino lə utenti e non li trattino da oggetti passivi.
Mazzini ci invita a chiederci:
> Vogliamo davvero accettare di essere parte di un meccanismo che si nutre di
> noi, trasformando le nostre vite in semplici dati per macchine insaziabili?
> […] Per anni abbiamo lavorato gratuitamente, in silenzio, trasformando la
> nostra presenza digitale in una merce da vendere al miglior offerente. […]
> Riprenderci il controllo significa soprattutto guardare oltre gli schermi,
> ritrovando valore nelle comunità fisiche che spesso abbiamo trascurato. Questi
> spazi, fragili ma preziosi, offrono la possibilità di costruire relazioni
> autentiche, dove l’interazione non è filtrata da algoritmi o metriche di
> successo.
Il primo passo per uscire dagli schermi forse è ricordarci che tutto quello che
vediamo delle vite altrui attraverso i social è una costruzione fatta per
mostrarsi migliore, per raccontare un’idea di vita e, molto più di frequente,
venderci qualcosa.
L'articolo Il lato oscuro dei social network di Serena Mazzini proviene da Il
Tascabile.