I l rider, icona ambivalente del capitalismo contemporaneo, è senza dubbio la
figura del lavoro che ha fatto da parafulmine per le riflessioni sullo
sfruttamento del lavoro negli ultimi quindici anni. Se nel primo decennio degli
anni Duemila il lavoro nei call center era diventato il simbolo della
terziarizzazione nei Paesi occidentali, negli anni Dieci i social network
sembravano aver incanalato l’apparente sparizione del lavoro dietro la cortina
di piattaforme opache che si libravano nell’etere di un Internet ormai
completamente opaco rispetto alle filiere produttive che lo reggevano.
L’emersione della figura del rider ha mandato in cortocircuito questa
opacizzazione, diventando il punto di giuntura tra le forme sommamente astratte
in cui si presentavano i settori di punta del capitalismo contemporaneo, e il
ritorno prepotente di una materialità del lavoro che nei Paesi europei e
nordamericani in particolare sembrava evaporata.
Da un lato, l’immaginario della città “smart”: consegne lampo, app che
promettono libertà e “lavoretti” flessibili, il mondo della logistica in tempo
reale. Dall’altro, i racconti di turni infiniti, incidenti, assenza di tutele,
salari al ribasso. In Europa abbiamo imparato a riconoscere questa figura sui
viali delle metropoli italiane, nelle campagne tedesche, nei sobborghi francesi;
nel dibattito pubblico il rider è spesso diventato la metafora del lavoro
precario postfordista, il segno che qualcosa si è rotto nel patto sociale della
seconda metà del Novecento. Talmente vivida è la contraddizione che queste
narrazioni percorrono i viali anche della potenza cinese (vale la pena segnalare
il romanzo di Hu Anyan, Consegno pacchi a Pechino, appena tradotto da Federico
Picerni per Laterza).
A Sud della piattaforma di Federico De Stavola (Mimesis 2025, prefazione di
Sandro Mezzadra) attraversa questa figura del lavoro contemporaneo con
un’ulteriore traiettoria obliqua. Conduce un’immagine sociologica sul campo
immergendosi nello spazio socioeconomico dei lavoratori di piattaforma di Città
del Messico, e restituisce da sud la cartina di tornasole che si tratti di una
storia di per sé, e già a monte, globale. Lo è proprio per la dialettica di
cattura su cui si fonda: la concentrazione monopolistica del capitalismo di
piattaforma mira, declinandosi contesto per contesto, di territorio in
territorio e a condizioni mutevoli, all’assorbimento di quella parte di lavoro
informale o che opera nel basso cabotaggio del capitalismo – sul livello della
piccola e media impresa – riorganizzandola formalmente e mantenendo i caratteri
di “arrangiamento imperfetto” che restano funzionali alla sua riorganizzazione.
Videmus nunc per speculum in aenigmate.
Vale la pena riepilogare per brevi cenni questa storia nel campo
eurostatunitense. Già negli anni Novanta e nel primo decennio degli anni Duemila
nascevano le prime piattaforme di ordine online (Just Eat, Grubhub, ecc.), che
però si limitano a raccogliere ordini per conto dei ristoranti: le consegne
restano in mano ai locali. La svolta arriva dopo il 2007, con smartphone e app:
tra 2011 e 2015 compaiono Postmates, DoorDash, Uber Eats, Deliveroo, Glovo,
Rappi, che trasformano il delivery in un servizio autonomo, sostenuto da
capitale di rischio e basato su lavoro “indipendente” pagato a cottimo.
> La figura del rider è diventata il punto di giuntura tra le forme astratte in
> cui si presenta il capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una
> materialità del lavoro che sembrava evaporata.
La crisi del 2008 spinge capitali verso investimenti ad alto rischio e masse di
lavoratori verso i “lavoretti” della gig economy. Le piattaforme di delivery
diventano il volto visibile di questo processo: ritornano il cottimo e lo
scarico del rischio sui lavoratori, ora gestiti via algoritmo. Dal 2016 esplode
un ciclo di conflitti: scioperi a Londra contro il passaggio al solo cottimo,
poi a Torino contro Foodora, e a seguire collettivi di rider in tutta Europa. I
rider si organizzano quasi sempre fuori dalle strutture sindacali tradizionali,
usando social e chat, rivendicando prima di tutto il riconoscimento come
lavoratori.
In Italia, l’esperienza di Riders Union Bologna porta alla Carta dei diritti del
lavoro digitale (2018), primo tentativo municipale di fissare tutele minime.
Intanto la giurisprudenza si muove: con la sentenza Foodora (Cass. 1663/2020) i
rider vengono inquadrati come collaboratori etero-organizzati cui si applicano
le tutele del lavoro subordinato, mentre la legge 128/2019 vieta il puro
cottimo, impone trasparenza contrattuale e alcune protezioni infortuni, aprendo
alla presunzione di subordinazione.
In parallelo, si moltiplicano i conflitti e le cause in altri Paesi: paros
transnazionali in America Latina, sentenze su Uber nel Regno Unito e in Francia,
la Ley rider spagnola che presume dipendenza per i fattorini. L’UE approva nel
2024 una direttiva sul lavoro in piattaforma che introduce presunzione di
rapporto di lavoro e primi limiti al management algoritmico, mentre la
California alterna la riclassificazione restrittiva di AB5 alla controffensiva
di Proposition 22, producendo un quadro instabile in cui la forma-impresa
“piattaforma” è ormai pienamente centro della questione sociale.
E puntualmente, nel volume di De Stavola, i rider della piattaforma Rappi non
compaiono come un’eccezione “esotica” rispetto agli sviluppi che abbiamo appena
richiamato del modello eurostatunitense. Figurano invece come uno snodo in cui
si intrecciano economie di strada, cottimo, sottosviluppo strutturale e
dispositivi digitali di comando. Il libro rivendica fin dall’introduzione un
punto di vista dichiaratamente situato: usare la teoria critica latinoamericana
– dalla teoria della dipendenza all’eterogeneità storico-strutturale, dal
barocco di Echeverría alle economie popolari – per leggere un fenomeno che, di
solito, viene concettualizzato con categorie nate nel Nord. La periferia non si
presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui il futuro del lavoro
vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che altrove.
> La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui
> il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che
> altrove.
Nei primi due capitoli, più teorici, De Stavola ricostruisce il lessico con cui
leggere il capitalismo di piattaforma in America Latina ricostruendo la
tradizione del pensiero critico latinoamericano, da Mariátegui e dai dibattiti
su modi di produzione, dipendenza, marginalità, eterogeneità
storico-strutturale. A partire da Quijano, formula l’idea che esista un
“pensiero metonimico” che prende il lavoro salariato occidentale come parte che
rappresenta il tutto, oscurando lavoro domestico, informale, autonomo, agricolo,
comunitario. Viene proposta invece una nozione di eterogeneità
storico-strutturale: coesistenza di schemi strutturali diversi, temporalità
differenti ma simultanee, sussunzioni parziali e combinazioni di modi di
produzione.
In quest’ottica, il capitalismo latinoamericano è fin dall’inizio un intreccio
di forme: enclave industriali, economie di sussistenza, servitù, lavoro
salariato e informale. Attraversando poi le teorie della dipendenza (Prebisch,
Furtado, Gunder Frank, Wallerstein, Marini), i dualismi sviluppo/sottosviluppo e
moderno/arcaico vengono posti a critica e sostituiti dalla polarità
centro/periferia e dall’idea di “sviluppo del sottosviluppo”. Il sottosviluppo
periferico, in quest’ottica, emerge come prodotto strutturale del capitalismo
mondiale, e non come una sua fase preliminare.
Le piattaforme sono allora lette come “operazioni del capitale” che innestano
algoritmi, investimenti finanziari e infrastrutture logistiche su un tessuto in
cui dominano l’arrangiarsi, il cottimo, il multi-impiego. Anche la genealogia
del capitalismo di piattaforma viene ricostruita attraverso lo sviluppo della
logistica e del toyotismo: dal just-in-time e dal kanban alla piattaforma come
infrastruttura digitale che coordina flussi, governa tempi, cattura dati. È in
questo quadro che compaiono le definizioni più note, da Srnicek a Mezzadra e
Neilson, sulle piattaforme come dispositivi di estrazione di rendite e di dati,
come nodi che collegano utenti, imprese, lavoratori.
Il terzo e il quarto capitolo sono quelli in cui De Stavola rende conto della
profonda, immersiva e meticolosa ricerca etnografica, senza dubbio la parte più
interessante del libro. L’autore segue i riders di Rappi nelle strade della
capitale messicana, li accompagna nelle basi d’attesa, nelle chat di WhatsApp,
nelle soglie dei ristoranti, nei momenti di precarietà estrema. Ricostruisce le
loro biografie come “biografie arrangiate”: percorsi fatti di lavori informali,
impieghi in nero, vendite ambulanti, call center, taxi pirata, emigrazioni e
ritorni. Il lavoro di piattaforma appare come una tappa in questa sequenza,
scelta spesso per disperazione più che per convinzione, abbandonata e ripresa in
base alle congiunture familiari e agli shock economici.
Il cuore empirico del libro sta nella descrizione del processo lavorativo: le
app come strumenti di lavoro, il tempo di connessione che si allunga ben oltre
la giornata legale, le tariffe per consegna, i bonus e i meccanismi di
gamification, i rischi a carico dei lavoratori (mezzi, manutenzione, benzina,
sicurezza sul percorso). Il concetto che De Stavola usa per sintetizzare questa
esperienza è quello di “lavoro di sincronizzazione”: il rider non si limita a
portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene insieme tempi diversi – del
ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della città – assorbendo nel proprio
corpo tutte le disfunzioni del sistema. Molto efficace, ad esempio, è la
descrizione di come gli imprevisti (pioggia, incidenti, clienti che non
rispondono, locali saturi) si trasformino in lavoro non pagato, in frustrazione,
in autosfruttamento.
> Il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene
> insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della
> città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema.
Nel quinto e ultimo capitolo, De Stavola legge lo smartphone e le app come una
sorta di panopticon portatile: un dispositivo che non solo traccia e registra,
ma organizza la condotta, struttura l’orizzonte di possibilità, distribuisce
ricompense e punizioni. Lungi dall’essere semplici interfacce neutrali, le app
diventano architetture di governo: definiscono metriche, soglie di prestazione,
punteggi, livelli, missioni. L’idea del “siamo il capo di noi stessi” viene
messa costantemente in tensione con la realtà di un controllo strettamente
algoritmico, che decide chi lavora, quanto lavora, con quali tempi e quali
margini.
In un panorama in cui l’uso di Foucault rischia troppo spesso di ridursi a
omaggio obbligato, a metafora svuotata, a riferimento teorico astratto, qui
l’applicazione è invece meticolosa e utile alla lettura della “disciplina di
fabbrica” applicata allo spazio espanso della piattaforma: lo smartphone come
dispositivo disciplinare spiega effettivamente più di qualcosa del rapporto tra
autonomia apparente e subordinazione materiale, senza cancellare il ruolo di
salario, tempo di lavoro, estrazione di plusvalore. Non viene del tutto evitato,
credo, il limite di buona parte degli utilizzi di Foucault: la tentazione del
passare dall’uso della raffinata lente dell’analitica del potere alla
distillazione di un nuovo paradigma organizzativo del capitale (storicamente
successivo o spazialmente ridislocato).
Ed è questo in effetti il punto verso cui il libro ambisce a spostare l’asse
teorico. Muovendosi sul terreno teorico consolidato dell’operaismo e del
postmarxismo, De Stavola non si limita a mostrare che il capitalismo delle
piattaforme incorpora e riorganizza il lavoro informale; suggerisce che questa
eterogeneità e questa cattura dell’informalità mettono in crisi un certo modo di
pensare il capitalismo a partire dal lavoro salariato “standard”, e per
implicazione la stessa legge del valore.
Attraverso Ruy Mauro Marini introduce per esempio la nozione di
supersfruttamento del lavoro, caratterizzato da estensione e intensificazione
della giornata. Con uno scambio ineguale che avvantaggia costantemente il
centro, il supersfruttamento metterebbe in campo una violazione sistematica
della legge del valore. Che è però un aspetto strutturale proprio
dell’estorsione di plusvalore già nella definizione marxiana: non si dà
plusvalore se non, precisamente, tramite quello che Marini chiama
supersfruttamento. La “truffa” del capitale è precisamente il gioco delle tre
carte salario, prezzo, profitto: il capitale non garantisce la riproduzione di
sussistenza di forza-lavoro; piuttosto la approssima puntando sulla capacità
adattativa del proletariato.
Si intravede l’idea che il paradigma fordista – operaio massa, fabbrica,
contratto collettivo, giornata di otto ore – sia stato preso non solo dalla
tradizione marxista, ma da Marx stesso, se non addirittura come rappresentazione
integrale del sistema capitalistico nella sua totalità. Naturalmente, è vero che
il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche – e spesso
in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, autonomo
dipendente, agricolo, migrante. Ed è vero che questo è stato spesso trascurato
da una certa sociologia del lavoro. E senza dubbio è un ottimo antidoto l’uso
del postmarxismo latinoamericano (Quijano, Oliveira, Gago) per mostrare come la
marginalità sia interna al capitalismo, e non “fuori”.
> È vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche
> – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale,
> autonomo dipendente, agricolo, migrante.
Ma non si può imputare a Marx questa operazione metonimica. C’è un brano del
capitolo terzo dell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica del
1857, in cui Marx chiarisce perché ritiene che le categorie dell’economia
politica vadano costruite prendendo come riferimento la società borghese “più
sviluppata”, dove il rapporto di capitale si presenta nella sua forma più pura.
Il lavoro salariato è centrale non perché Marx scambi il salario per “il lavoro
in generale”, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro,
quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno
a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti in quanto modo di produzione
dominante. Si fa, insomma, centro di un’articolazione sociale complessiva (che
aspira a essere globale) che rende periferica. E se Marx parla di sopravvivenze,
ne parla in termini di coesistenza di rapporti di produzione che pure erano
presenti nelle epoche precedenti. Scrive nell’Introduzione del 1857:
> Il lavoro si presenta come una categoria del tutto semplice. Anche la
> rappresentazione di esso in questa universalità ‒ come lavoro in generale ‒ è
> assai antica. Tuttavia, concepito dal punto di vista economico in questa
> semplicità, “lavoro” è, appunto, una categoria moderna, così come lo sono i
> rapporti, che generano questa semplice astrazione. Il sistema monetario, ad
> es., pone la ricchezza ancora del tutto obiettivamente, come cosa (Sache) al
> di fuori di sé, nel denaro. […] L’indifferenza verso il lavoro determinato
> corrisponde ad una forma sociale, in cui gli individui facilmente passano da
> un lavoro ad un altro e per i quali il tipo determinato di lavoro è qualcosa
> di casuale, di indifferente. Qui, il lavoro non è divenuto solo come categoria
> della mente, ma proprio nella realtà il medio per la creazione della ricchezza
> in generale […]. La più semplice astrazione, dunque, che l’economia moderna
> porta all’apice – ma che, contemporaneamente, esprime un rapporto assai antico
> e valido per tutte le forme sociali – si presenta, solo in questa astrazione,
> come praticamente vero in quanto categoria della più moderna società.
Nel Capitolo sesto inedito Marx usa la coppia sussunzione formale/reale
esattamente per pensare come e quanto lavoro artigiano, contadino, domestico
venga inglobato dal capitale: non tanto e non solo due “epoche storiche”
astratte che si susseguono, ma delle fasi reali che in tempi diversi della
storia sono attraversate diversamente da punti differenti del capitalismo come
sistema-mondo. E anche in rapporto alla questione del lavoro riproduttivo, la
posizione di Marx ed Engels è chiara nel Capitolo secondo di L’ideologia tedesca
e in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Le
critiche femministe, in particolare i lavori di Silvia Federici e Maria Rosa
Dalla Costa, hanno mostrato quanto poco la tradizione marxista abbia fatto,
storicamente, di questi spunti. Ma come si vede anche nell’Introduzione del
1857, per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il
plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza
dei rapporti economici circostanti:
> In tutte le forme di società vi è una determinata produzione ed i suoi
> rapporti, che assegnano rango ed influenza a tutte le altre [produzioni] ed a
> tutti gli altri rapporti. Si tratta di una generale lucentezza, che investe
> tutti gli altri colori e da cui essi vengono modificati nella loro
> particolarità. Si tratta di un etere particolare, che determina il peso
> specifico di ogni esistenza, che in esso assume rilievo.
Nell’apparente lacunosità dei testi marxiani ed engelsiani non si tratta di
svalutare moralmente o eticamente delle forme lavorative non salariali o i
soggetti a cui storicamente vengono assegnate, e vale lo stesso per la categoria
spesso strumentalizzata (specialmente da quei soggetti politici che propongono
improbabili ponti tra marxismo e nazionalismo) di “esercito industriale di
riserva”. Si tratta di collocarli in un sistema nel quale i rapporti sociali si
rarefanno man mano che ci si allontana dal centro, e in cui la periferia
restituisce al centro la cruda realtà della sua ineguaglianza strutturale: non
etica, ma economica e materiale. Più proficuo, da questo punto di vista, è
confrontarsi invece con i teorici che De Stavola prende a riferimento “da sud” e
in particolare proprio sul ruolo assunto dal cosiddetto esercito industriale di
riserva.
> Aníbal Quijano e José Nun sono i principali teorici di questa corrente della
> marginalità. Mentre per Nun, nelle economie dipendenti dell’America Latina la
> problematica era rappresentata dall’assorbimento inefficiente della forza
> lavoro, che risultava in una massa marginale di popolazione, anziché
> nell’esercito industriale di riserva presente nelle economie centrali, per
> Quijano lo schema centro-periferia si applica anche internamente: il “polo
> marginale” e il “nucleo centrale” sono due sistemi interdipendenti. In altre
> parole, egli afferma che “il sistema nel suo complesso non può essere definito
> solo da uno di essi, ma come una relazione di dominio tra due livelli di
> attività e relazioni economiche”. Quijano riconduce i meccanismi di
> marginalizzazione a due condizioni sistemiche di sviluppo periferico:
> l’industrializzazione dipendente, che riduce la quantità di manodopera
> necessaria e marginalizza i settori economici preesistenti che non hanno le
> risorse per accedere alla competizione tecnologica; l’impossibilità per
> alcuni/e lavoratori e lavoratrici di trovare impiego nelle relazioni
> egemoniche a causa della crescita demografica.
C’è l’occasione, su passi come questo, di rileggere le categorie marxiane nella
loro complessità originaria, e sul piano della materialità storica, e non
attraverso le formule astratte che sono state tramandate da letture di partito
(o di Stato) distorte. È in gioco qui l’immagine monolitica del capitalismo
tramandata dal boom economico e dalla guerra fredda, e dai teorici che hanno
provato a leggere il capitalismo come totalità e come univocità (fra le altre
cose usando diadi come “sussunzione formale/reale” in quanto semplici fasi
storiche distinte e non come articolazioni di un processo che si dà per
temporalità multiple), e che non appartiene a Marx.
> Per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
> perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, che riorganizza
> intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti.
È proprio l’eccedenza di forza-lavoro a generare un “esercito industriale di
riserva”, o una “massa marginale”, che viene certamente riassorbita in modo più
efficiente dal centro del sistema e meno dalla sua periferia, proprio per la
coesistenza di gradi differenti di sviluppo, e che peraltro è alla base della
maggior parte dei fenomeni migratori. Ma quello che emerge, risalendo questo
sguardo da sud a nord, non è la cristallina operatività rettilinea del
capitalismo nord-occidentale, semmai il suo scacco e il suo fallimento
strutturale – a nord come a sud – e l’inefficienza necessaria alla sua base che
ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
I Quaderni antropologici di Marx, certamente noti ad alcuni degli autori presi a
riferimento da De Stavola (Echeverría, Garcia Linera, Dussel), a partire dalla
loro pubblicazione molto tarda (e ostracizzata dallo stalinismo) restituivano a
Marx una pluridimensionalità della storia globale, riconfigurando completamente
il dibattito rispetto a un’idea di Marx coloniale ed eurocentrica. Ma anche
senza affidarsi a testi marxiani meno noti, da più di un secolo ormai è pacifico
per qualunque frangia delle riflessioni teoriche che si sono sviluppate dentro,
a fianco o tra il marxismo e l’anarchismo, che la stessa Rivoluzione d’Ottobre
avviene nel contesto di un capitalismo periferico, senza dubbio con capitali,
mezzi, proporzioni minori e con una struttura evidentemente diversa rispetto
alle punte più avanzate del capitalismo dell’Occidente europeo.
Più tardi, Trockij metterà a punto il concetto di “sviluppo combinato e
diseguale” per descrivere la compresenza, nello stesso spazio sociale, di
elementi “arretrati” e “avanzati”: fabbriche moderne accanto a villaggi
semifeudali, telefoni e treni insieme a rapporti di lavoro precapitalistici. È
la categoria che Trockij usa proprio per descrivere le temporalità multiple che
abitano lo spazio globale del capitalismo e la necessità strutturale di questi
differenziali. È una categoria intrinsecamente politica: indica il modo in cui
capitale e Stati organizzano intenzionalmente la coesistenza di livelli diversi
di sviluppo per alimentare la propria accumulazione.
Il capitalismo di piattaforma che si appoggia sull’eterogeneità
storico-strutturale descritta da De Stavola – Rappi che usa l’“habitus
dell’arrangiarsi”, il polo marginale come serbatoio just-in-time – è un esempio
quasi scolastico di questa gestione politicamente comandata della
diseguaglianza. La dialettica, insomma, che anima il centro e la periferia, e
anche il ventaglio di possibilità politica che si apre in territori a differenti
condizioni di sviluppo capitalistico. E d’altronde, se di congiunture
rivoluzionarie se ne presentano più spesso, e sempre più frequentemente, più
ancora nel sud globale che nel nord, è forse proprio perché ciò che si presenta
in purezza al centro, si presenta in durezza in periferia.
> Quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la
> cristallina operatività del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo
> fallimento strutturale, che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
È il punto su cui teorie della dipendenza, teorie del sistema-mondo e marxismo
classico convergono, e sul quale mi pare interessante collocarsi. La periferia,
in questa lettura anche dei testi più classici, non è una fase da superare ma un
luogo in cui il capitalismo mondiale combina tempi e condizioni diverse; un
ritardo se considerato nei termini delle condizioni di sviluppo capitalistico –
necessarie dal punto di vista storico solo nella misura della logica di causa ed
effetto, e non in rapporto alla necessità di manifestarsi a un certo punto della
storia – ma nei fatti un laboratorio in cui la norma è proprio la coesistenza di
un “centro del sistema” (il rapporto salariale) con elementi che vengono
riorganizzati intorno a esso e che sono fondanti per la sua stessa esistenza.
A questo tentativo di decentramento del lavoro salariato si lega un altro tema
classico del dibattito postmarxista, ovvero la messa in discussione della legge
marxiana del valore in base al quadro che emerge dall’osservazione sociologica.
Nel solco di una letteratura teorica consolidata, De Stavola insiste non solo
sul fatto che forme come il cottimo, il lavoro informale, le economie popolari
sfuggirebbero al modello centrato sul salario, ma che la loro crescente
centralità metterebbe in discussione l’idea stessa che il tempo di lavoro
socialmente necessario misuri il valore. È il tema, ormai storico, della “crisi
della legge del valore” di fronte all’emersione della dimensione del general
intellect e della cooperazione sociale diffusa, delle forme contemporanee del
lavoro cognitivo, del lavoro domestico e di cura, nelle loro varianti retribuite
e non, salariali e a cottimo.
Già nel Capitale, il cottimo – se appare in una certa misura come un residuo
precapitalistico – non appare di sicuro come un’anomalia, ma come una forma del
salario a tempo, particolarmente adatta a intensificare il lavoro e ad allungare
la giornata lavorativa. La figura dell’operaio pagato “a pezzo”, o “a corsa”, è
esattamente quella in cui il capitale ha il massimo interesse a presentare come
libera impresa individuale un rapporto di subordinazione stretto. Non c’è niente
di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene pagato a
consegna. E abbiamo già visto come nell’Introduzione del 1857 Marx argomenti la
centralità del lavoro salariato nella mescolanza di forme diverse di rapporti di
produzione. E quando affronta la questione del salario, sarà chiarissimo nel
dire che ciò che viene comprato non è “il lavoro” ma la forza-lavoro, e che il
modo di pagarlo (tempo, pezzo, provvigione) non cambia la natura del rapporto
sociale, e quale sia la forma del rapporto sociale che permette effettivamente
accumulazione di capitale “ordinando” le altre.
Non si tratta di sostenere che Marx abbia già detto tutto del capitalismo delle
piattaforme, bensì quale posizione la categoria di “lavoro” inteso come lavoro
salariato occupa nel processo complessivo di valorizzazione. Sarebbe piuttosto
da sottolineare un aspetto che è parzialmente presente sia nella letteratura
postoperaista, sia in quella riguardante il capitalismo di piattaforma, sia
nella letteratura latinoamericana sui conflitti sociali e sindacali, e che nel
volume di De Stavola assume un solido rilievo: il carattere di tendenza alla
concentrazione monopolistica che è strutturale e fondante del capitalismo di
piattaforma.
> Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene
> pagato a consegna. La svolta neoliberista si può leggere come una
> “riottocentizzazione” dei rapporti di classe.
In dialettica con il volume di De Stavola e con il dibattito attuale, sarebbe
utile inoltre leggere la svolta neoliberista, con David Harvey e molta
storiografia critica, come una “riottocentizzazione” dei rapporti di classe:
smantellamento di welfare e tutele contrattuali, ritorno del cottimo,
esternalizzazione dei rischi, precarietà strutturale, ora gestiti con tecnologie
contemporanee, e che fatta eccezione per la parentesi del “boom economico” (per
dirla con Giovanni Arrighi, il momento di passaggio all’egemonia statunitense)
hanno costituito la normalità dei rapporti di lavoro sotto il capitalismo. Il
lavoro di piattaforma, come mostra De Stavola, è una delle forme più chiare di
questo ritorno. La crisi del 2008, la pandemia e la nuova fase di conflitti
interimperialistici (Ucraina, Medio Oriente, operazioni aggressive in America
Latina e altrove) segnalano una crisi di egemonia del neoliberismo: molte sue
politiche restano, ma si combinano sempre più con strumenti apertamente statali
e logiche “classiche” di dominio imperialista. Una fase di transizione in cui la
gestione capitalistica torna senza veli ai suoi meccanismi storici di base:
sovrasfruttamento.
Contestare certi presupposti dell’approccio operaista postmarxista che sottostà
al lavoro di De Stavola non è esercizio puramente filologico. Le conseguenze
sono sul terreno dell’organizzazione di classe. De Stavola registra l’emergere
di nuove forme di conflitto: collettivi informali, reti di rider, gruppi
WhatsApp, sindacati di settore come l’Unión nacional de trabajadores por
aplicación (UNTA) in Messico. Cita la letteratura sui paros internazionali dei
rider, le reti transnazionali che hanno coordinato scioperi in vari Paesi
dell’America Latina, i report che mostrano come la conflittualità nelle
piattaforme di delivery sia alta nonostante le condizioni sfavorevoli.
Il quadro che ne esce, soprattutto se si incrocia con i lavori di Joel Ortega
Erreguerena e di Vera Trappmann (et al.), è la conferma della crisi del
sindacalismo di massa del secondo Novecento, nel cui spazio si sviluppa una
costellazione ibrida di attori. Ci sono collettivi radicali che agiscono nelle
piazze e sui social, sindacati nuovi che sperimentano forme di democrazia
interna, vecchie confederazioni che in alcuni casi provano a rappresentare il
settore, reti transnazionali che usano Telegram e Twitter per coordinare
scioperi globali.
De Stavola descrive bene questa barocca pluralità, e non indulge nel culto
romantico della “rete informale” come forma superiore di organizzazione. Va fino
in fondo nel leggere l’ambivalenza di queste forme, tra lo sviluppo di forme di
solidarietà e politicizzazione di massa che talvolta possono anche rimanere a
livello di mutuo aiuto e rassegnazione, senza risparmiare di far emergere le
voci che nominano esplicitamente la corruzione delle dirigenze sindacali. La
crisi del sindacato di massa viene però assunta, come spesso accade, non solo
come dato di fatto e punto di partenza, ma come irreversibile.
Da questa posizione viene indicata la necessità di “nuove forme di
organizzazione politica”, di rappresentanza che sappia parlare a un proletariato
frammentato, di istituzioni che vadano oltre il sindacato fordista – pur non
opponendosi all’intervento e all’azione rappresentativa dei sindacati di massa
(anzi: diagnosticando favorevolmente la loro presenza in queste “reti”). È un
tema, anche questo, evidentemente ricorrente nel dibattito politico
internazionale degli ultimi anni, e di fatto una diagnostica simile emerge in Né
orizzontale né verticale (2025), nel quale l’autore, Rodrigo Nunes, si colloca
cautelativamente più nel campo di un’analitica generale delle forme di
organizzazione politica, che non nell’ambito di una proposta strutturata e
operativa del loro sviluppo effettivo.
> Non si può che cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte
> transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra
> sindacati di massa e soluzioni organizzative informali esiste nel concreto.
Il punto non è rimpiangere un passato che non torna, ma registrare
un’asimmetria. L’analisi è molto fine nel mappare le forme di conflitto che
effettivamente esistono. Resta sul piatto una questione che in Nunes, per
esempio, è nominata esplicitamente anche se non risolta, ovvero la scalabilità
quantitativa delle forme organizzative e dei risultati che conseguono, cioè il
livello di generalità delle forme di organizzazione politica di cui la classe ha
ancora bisogno: organizzazione di massa, unità transnazionale, capacità di
negoziare e imporre norme, rapporto con lo Stato. Naturalmente, A Sud della
piattaforma è un testo di sociologia militante e non una proposta organizzativa.
E da questo punto di vista la risposta può essere soltanto cogliere l’invito
all’immergersi nel vivo delle lotte transnazionali a partire dal dato di fatto
che un’articolazione plurale tra sindacati di massa e soluzioni organizzative
informali o di base esiste nel concreto.
E in questo senso è estremamente istruttivo leggere o ascoltare direttamente le
dichiarazioni del segretario generale di UNTA, Sergio Guerrero che rivendicano
apertamente la via sindacale, legale e conflittuale per imporre il
riconoscimento pieno dei diritti dei rider. E che implicitamente rimettono in
campo – sollevando la questione di chi paga chi, quanto e per quante ore e in
che modo – precisamente la nozione che proprio la legge d’acciaio del
valore-lavoro è ancora in piedi. E tutto sommato, il punto di caduta delle lotte
messicane – la riforma del 2024 della Ley federal del trabajo (LFT) – non è
troppo diverso dagli esiti delle lotte in Italia o in Spagna. Tunc autem, facie
ad faciem.
Non è poco, direttamente o indirettamente, rimettere sul tavolo questi nodi
teorici e pratici. Tra i vari, che cosa è stato distorto del marxismo in letture
congiunturali o in mala fede avvenute sul suolo europeo o statunitense, e che
cosa rischia di essere buttato via per questo motivo. A Sud della piattaforma è
uno strumento prezioso per capire come il capitale opera oggi sulle periferie
urbane del sud globale, specialmente quando resta vicino al terreno – le
biografie dei rider, la materialità del lavoro, le forme di controllo tramite
app, l’intreccio delle economie popolari con la logistica globale. Con uno
sguardo obliquo e decentrato dal centro del sistema e dal nord del mondo, ci
restituisce da sud – come in uno specchio – la stessa matrice della condizione
dei lavoratori del settore. De te fabula narratur. E proprio in questo senso
mostra che il capitalismo di piattaforma non è un nuovo orizzonte del
capitalismo, ma un modo sofisticato di continuare a compiere le proprie
operazioni: catturare lavoro vivo, formalizzare informalità, trasformare
l’arrangiarsi in ingranaggio della valorizzazione.
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È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone,
associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le
garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene
pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che
abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è
intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato
nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema
penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del
nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un
inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una
militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di
rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso
a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche.
A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico,
come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla
sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove
aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si
aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi,
a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse
condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I
costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e
derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile
un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni
patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo
risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti
penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il
dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni
fa).
Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal
rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva
preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è
apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione,
interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come
un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da
stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso
evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il
circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in
questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di
permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è
possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni
delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari
emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP).
In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso,
delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte
democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le
pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di
oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo
anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo
interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa
di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali.
> Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una
> volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli
> cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei
> diritti costituzionali.
AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per
Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le
persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di
appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice
penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura
nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a
Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi
fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende
appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico,
ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano
una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si
esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti
violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da
Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le
storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile
per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato
dalle detenute.
In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o
impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far
passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte,
l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori”
diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio
sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di
tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura
(partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al
regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone
di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da
Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute,
che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla
vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla
tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E
cos’è “colpa”?
Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute,
con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono
l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria
storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il
libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di
suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della
salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale
abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del
reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile
effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano,
sottrazione di elaborazione individuale.
La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni
democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL
sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato
dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un
glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti,
avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da
sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e
molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal
conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che
potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità
autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto
costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire
meno.
> La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto,
> dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti.
Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato
d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in
alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione
del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare
tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare.
Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei
cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della
devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una
progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al
controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta
populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche.
La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta
su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane,
che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di
rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite
come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei
costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente
dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a
Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e
falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il
giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni
mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei
diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di
partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi
per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei
reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione
della democrazia.
Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche
dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter
(Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in
particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla
necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in
cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima
di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del
soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data
dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel
carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte
dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate.
Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio
di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva
fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i
quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non
sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è
quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e
contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due
dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal
proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene
definito univocamente come “cattivo”.
> Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e
> contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due
> dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da
> narrazioni mainstream in cui il “criminale” è definito univocamente come
> “cattivo”.
Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta
razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la
riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a
disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un
efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone.
Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al
“fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte
persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del
mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di
vita e quelle della propria famiglia”.
Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche
antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di
penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da
parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del
carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle
persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena
detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in
questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il
funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o
meglio dalla loro visione del mondo”.
Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del
carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme
protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio
uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di
potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della
legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di
normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si
deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo
coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre
riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure
e specifici comportamenti.
I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le
indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche
di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei
famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari.
Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo
poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di
una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un
processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico.
> Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status
> del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia
> delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva
> come espressione di ordine sociale.
In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha
approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano
leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo
proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso
della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici
deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso
ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e
dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare
per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni,
giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo,
che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e
illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni
operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla
situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un
lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è
considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera
e propria capace di vietarlo non esiste”.
Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente
costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le
differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento
che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente
conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende,
secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato,
per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a
coinvolgere la vita sociale e collettiva.
Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati
dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria
Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo
l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende
per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che
all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di
alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati
Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si
è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con
Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento
possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui
sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista.
La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede
proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi
legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via
legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata,
no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia
sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento
concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non
segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle
carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente
contempli l’isolamento.
> Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità
> dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della
> società civile.
Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in
riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre
90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla
carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior
numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di
sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve
allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione
carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come
scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che
l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce
recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie
razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a
problemi reali”.
Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di
un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale
e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è
rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a
disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in
favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale
e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori.
L'articolo Raccontare il carcere proviene da Il Tascabile.
A ll’alba degli anni Novanta, quando la Iugoslavia cominciò a disintegrarsi
nell’esplosione di sanguinosi conflitti tra etnie fin lì vissute in pace, si
disse che la violenza di quelle guerre fosse il frutto di un odio che da secoli
covava, all’ombra di una quiete apparente sorvegliata da monasteri ortodossi e
chiese cattoliche, moschee e sinagoghe e garantita dal regime comunista del
maresciallo Tito, scomparso nel 1980. E tanto più si invocò quell’odio antico,
custodito in segreto da generazioni, per spiegare le atrocità che segnarono la
più feroce di quelle guerre, nella Bosnia-Erzegovina, teatro dell’ultimo
genocidio del Novecento e del ritorno in Europa dei campi di concentramento.
Per capire che cosa accadde allora e che cosa oggi resta, ecco un libro:
Nessun’altra casa. Memorie lungo la Drina trent’anni dopo Srebrenica (2025), di
Gabriele Santoro. A un trentennio dalla firma degli accordi di Dayton che, nel
novembre 1995, posero fine ai massacri, costruendo una precaria architettura
istituzionale, Santoro ha ripercorso la valle della Drina, terra di confine tra
Serbia e Bosnia, per tornare a riflettere sulle ragioni della guerra, su vittime
e sopravvissuti, intrecciando il racconto all’analisi puntuale dell’oggi.
Scandito in tre blocchi – Storie, Paesaggi, Riflessi –, costruito secondo “un
ordine poroso”, che consente al lettore di entrare e uscire liberamente dai
capitoli, muovendosi con agilità dentro il testo, Nessun’altra casa vuol essere
“un mosaico”, non “un racconto totale” ma “una costellazione” che dia conto di
più punti di vista.
Il perno intorno al quale tutto ruota è la città di Srebrenica, teatro – appunto
– dell’unico genocidio in Europa del dopoguerra, certificato dalla Corte penale
internazionale per i crimini di guerra (8.372 uomini uccisi, tra i 14 e i 76
anni, solo perché bosgnacchi). La tragica parabola della città, da prospero
centro della Iugoslavia del maresciallo Tito a luogo svuotato dei suoi abitanti,
che “vive di elemosina” ‒ una parabola compiuta nell’arco breve dei primi anni
Novanta, con l’irrompere dell’armata del generale serbo-bosniaco Ratko Mladić ‒,
è “la storia più complessa che l’ultimo scorcio del Novecento ci abbia
consegnato”. Ed è la dimostrazione che “la guerra resta un’apocalisse.
L’orologio si cristallizza nell’ora del crimine compiuto o subìto. Non è
scontato che le lancette possano rimettersi in movimento”.
> La tragica parabola di Srebrenica è la dimostrazione che “la guerra resta
> un’apocalisse. L’orologio si cristallizza nell’ora del crimine compiuto o
> subìto. Non è scontato che le lancette possano rimettersi in movimento”.
È una storia di ieri che parla dell’oggi. Perché quando si legge dei 20.000
“sacchi non individuali” ammassati a Tuzla nel deposito del Podrinje
Identification Center (il Centro di identificazione delle persone scomparse), il
pensiero corre ai sacchi neri che contengono i resti delle vittime della
repressione in Iran. Quando Santoro scrive delle menzogne della propaganda e del
controllo politico-militare sull’informazione che accesero e incendiarono le
ostilità interetniche, è difficile non ricordare la formula truffaldina
dell’“operazione militare speciale” evocata da Putin per mascherare l’invasione
dell’Ucraina. Ed è impossibile leggere delle vittime del genocidio gettate nelle
fosse comuni, dei corpi a volte smembrati e seminati in luoghi diversi per
rendere impossibili i riconoscimenti, senza pensare allo scempio delle vite dei
palestinesi a Gaza.
Così, trent’anni dopo, la storia delle guerre balcaniche appare come una
lancinante profezia che nessuno si impegnò a decifrare. E se oggi si ragiona
dell’irresistibile declino dell’ONU nello sconquasso del vecchio assetto
geopolitico del pianeta, è bene ricordare che da tempo sulle pareti della base
di Potočari, dove nel luglio 1995 i civili bosgnacchi, donne, uomini, bambini in
fuga dalle armate serbo-bosniache del generale Mladić cercarono inutilmente la
protezione dei militari olandesi dell’ONU, si legge la scritta: “UN = United
Nothing”. E nessuno potrà mai convincere i sopravvissuti a quelle stragi che
l’Europa, nei loro confronti, non compì “un tradimento”, voltando le spalle.
Col rigore del giornalista d’inchiesta Santoro ricostruisce tempi e luoghi della
guerra, elenca il numero dei morti e degli scomparsi, i processi e le condanne,
ma è con la sensibilità dello scrittore – dell’“esperto di umanità”, per usare
le parole del cardinale Matteo Maria Zuppi nella prefazione al volume – che
l’autore ascolta e restituisce le storie di chi è rimasto o è tornato in quella
Srebrenica che oggi appare come “una città dei morti”.
Dieci storie, di uomini e donne di tre generazioni, l’una diversa dall’altra, ma
tutte accomunate dall’aver attraversato l’atrocità della guerra senza lasciarsi
contagiare dall’odio, anzi badando a restarne immuni. Anche quando, come accade
a Muhamed Avdić, a guerra conclusa, incontra l’uomo che ha consegnato suo padre
ai carnefici e che riesce solo a balbettare l’eterno alibi dei complici: “Ho
fatto come mi è stato ordinato”. Orgoglioso di un padre che dal 1993 non ha più
rivisto e del quale ha inutilmente cercato il cadavere, Avdić dice a Gabriele
Santoro: “Lui scelse di non prendere le armi contro chi viveva nel suo stesso
palazzo. Ha fatto da scudo al proprio vicino di casa. Non ha mai usato un
linguaggio di odio”, scegliendo così, a differenza dei suoi assassini, “a quale
umanità appartenere”.
> Trent’anni dopo, la storia delle guerre balcaniche appare come una lancinante
> profezia che nessuno si impegnò a decifrare.
L’intuizione più profonda del libro è che l’odio sia una costruzione politica.
Scrive Santoro: “Il rinfocolamento dell’odio etnico celava interessi di natura
politica, economica, territoriale e militare ben più sostanziali e decisivi
nell’architettura della guerra”. E lascia la parola a uno scrittore, uno dei
maggiori della letteratura balcanica contemporanea, Miljenko Jergović, che
propone una lettura perturbante delle “piccole guerre balcaniche, che insieme
componevano un unico grande conflitto – in cui i serbi avevano combattuto contro
bosgnacchi e croati, i bosgnacchi contro serbi, croati e altri bosgnacchi, i
croati inizialmente accanto ai bosgnacchi contro i serbi, poi alleati con i
serbi contro i bosgnacchi e infine di nuovo con i bosgnacchi contro i serbi”, in
luoghi in cui “fino allo scoppio della guerra, i figli di coloro che avrebbero
commesso il genocidio si innamoravano dei figli di coloro che ne sarebbero
diventate le vittime. E i bambini che nascevano erano il frutto del loro amore
reciproco”.
Un conflitto identico – è la tesi apparentemente paradossale di Jergović –
potrebbe scoppiare anche nel più pacifico villaggio svizzero: “Non appena le
leggi smettono di valere e una parte della comunità riceve le armi, mentre
l’altra resta disarmata, si creano le condizioni per lo scoppio di una guerra
sanguinosa”. A riprova della sua tesi, Jergović cita un fatto: “Oggi Srebrenica
è un luogo triste e terribile” che, però, “ogni sera si addormenta e ogni
mattina si risveglia senza che a nessuno venga in mente di andare a massacrare o
sgozzare i vicini”.
Rileggendo quel che è accaduto, la lezione che Santoro ne trae è che la guerra
non può “essere una soluzione” perché “schiude solo altri abissi”. Anche perché,
per i sopravvissuti, il conflitto “non finisce dopo l’ultima bomba. Il secondo
tempo comincia quando si spengono le luci sulle macerie. Il trauma della
violenza, che scava in profondità, si tramanda tra le generazioni e in ognuno è
difficile decifrare che cosa possa diventare”. Percorso da questa inquietudine,
il libro affronta i difficili nodi del presente, in una Bosnia impoverita che
gli accordi di Dayton hanno condannato a essere come “un’orchestra con tre
direttori”, dove la presidenza tripartita tra serbo-bosniaci, croati e
bosgnacchi governa un Paese di 4 milioni di abitanti con la proliferazione
incontrollata del sistema partitico. Un Paese ancora senza verità – o con “tre
mezze verità: serba, croata e bosgnacca” ‒ dove può pure accadere che i
criminali di guerra, da una parte e dall’altra, siano celebrati come eroi e
vivano liberi e sereni, sfiorando quotidianamente le donne che hanno stuprato o
gli orfani, ormai cresciuti, numerosi in un Paese dove la generazione dei padri
è stata sterminata.
> Rileggendo quel che è accaduto, la lezione che Santoro ne trae è che la guerra
> non può “essere una soluzione” perché “schiude solo altri abissi”.
La scuola è forse il luogo dove con maggior evidenza si manifesta l’assenza di
una visione del futuro e, in qualche modo, si assiste alla custodia dell’odio,
sotto la supervisione di ben “dodici responsabili dell’Istruzione” (un ministro
per la Repubblica serba di Bosnia, dieci, uno per cantone, della Federazione di
Bosnia-Erzegovina, uno per il Distretto governativo di Brčko): “Esiste una parte
condivisa dei programmi, ma le materie considerate calde, che interrogano e
plasmano l’identità della coscienza nazionale e culturale, come storia, lingua,
geografia e letteratura sono sottoposte alla divisione etnica”. E, naturalmente,
le guerre jugoslave degli anni Novanta sono “fuori dai programmi di studio o
raccontate da una sola prospettiva”.
Questo libro offre una modalità di ascolto del dolore delle persone che non è
comune riscontrare. E non è una storia a lieto fine quella che Nessun’altra casa
racconta: “Ancora oggi i famigliari delle vittime continuano a sperare che da un
momento all’altro arrivi l’espiazione delle persone che hanno commesso crimini
che tuttora non ammettono. L’assenza di un riconoscimento reciproco è l’anello
mancante del dopoguerra”, constata con amarezza il cardinale Zuppi.
Nel buio del presente, Gabriele Santoro indica le poche luci che si accendono.
Per esempio, la scuola di rock di Mostar – la città del celeberrimo ponte, lo
Stari Most, dove “Oriente e Occidente si stringevano la mano”, meraviglia
dell’architettura ottomana, distrutto nel novembre 1993, oggi ricostruito ‒,
unica scuola dove le etnie si mescolano liberamente e celebrano festose
amicizie. O il Sarajevo Film Festival, diventato un appuntamento di rilievo
internazionale nella città che fu vittima del più feroce e lungo assedio della
storia contemporanea (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996) e subì lo sfregio
dell’incendio di una biblioteca che custodiva un milione e mezzo di libri,
“patrimonio materiale e immateriale condiviso della Bosnia”.
Sarajevo è una tappa del viaggio di Santoro. Qui incontra tre donne: Nirha
Efendić, ricercatrice che, in un progetto di storia orale, ha raccolto le voci
dell’Associazione della Madri di Srebrenica; Adisa Bašić, oggi poeta e saggista,
che negli anni dell’assedio, adolescente, sfidava i cecchini pur di frequentare
un cinema nascosto in un seminterrato; Amila Kahrović-Posavljak, scrittrice
pluripremiata, che ha dedicato il suo ultimo libro agli stupri di guerra e che
grazie ai lettori, talvolta più coraggiosi degli editori, è arrivato fino a
Belgrado. Sono tre storie di resistenza e di rinascita.
“Le storie – scrive Santoro – servono a questo: a unire il passato e il futuro”.
Un futuro, se possibile, senza odio.
L'articolo Nessun’altra casa di Gabriele Santoro proviene da Il Tascabile.
P rima di aprire la pesante porta di lamiera nera ci viene chiesto di firmare
una liberatoria. È una lista dei pericoli per la nostra incolumità presenti
nell’attività che stiamo per intraprendere. Scendiamo nel seminterrato. Qualche
dozzina di persone si muove nel buio, tra schermi che proiettano glitch
iridescenti. È difficile distinguere i volti ma nelle loro mani si delineano le
sagome di vari strumenti: trapani, seghetti, cacciaviti e martelli di varie
dimensioni. Armeggiano concentrati intorno a delle strutture rettangolari,
illuminate da fasci di luce bianca tagliente. Sembrano tavoli operatori su cui
stia avvenendo una qualche forma collaborativa di intervento chirurgico. La
prima impressione è di essere sprofondati in un incubo alla Hostel (il
sanguinolento film torture porn del 2005, diretto da Eli Roth), ma sui tavoli di
questo scantinato dall’onirica architettura cyberpunk non ci sono corpi mutilati
ma decine di macchine. Macchine distrutte, aperte, spezzettate, disassemblate,
sventrate e ridotte in scheletri elettromeccanici difficilmente riconducibili
alla loro forma originaria.
Lo strano spazio in cui siamo capitati si chiama CR3P4 ed è una rage room, una
stanza “in cui gridare vendetta contro i soprusi subiti da dispositivi e
tecnologie esigenti”. È stata allestita presso il Liminal Space a Roma dal
collettivo artistico Liminal State. L’occasione è la presentazione di
Antimacchine (2025), l’ultimo libro di Valentina Tanni. In quella stanza è
possibile rompere e scoprire di cosa sono fatti gli oggetti tecnologici che
dominano le nostre vite, aprire le black box, come le definisce l’autrice del
libro, e guardarci dentro con la curiosità estatica di un anatomista
ottocentesco.
Da diversi anni la ricerca di Valentina Tanni scandaglia i rapporti tra arte e
tecnologia digitale. Lo fa con la fascinazione viscerale di chi è cresciuto con
e dentro Internet e con la lucida inquietudine di chi percepisce il rischio di
vedere definitivamente interrotto quel rapporto libero e autentico con le
tecnologie. Tra il “nerdismo” e l’attenta critica alle avanguardie delle
estetiche digitali, il suo percorso è cominciato con Memestetica (2020), in cui
applicava gli strumenti della critica dell’arte all’analisi
dell’oggetto-non-identificato digitale per eccellenza: il meme; è proseguito poi
con Exit reality (2023) in cui estendeva la sua ricerca all’insieme delle
estetiche di Internet, l’inafferrabile “entità aliena” a cui accediamo
costantemente attraverso il portale dei nostri schermi, compiendo un “viaggio
astrale” fuori dal mondo materiale.
L’idea dell’“uscita dalla realtà” diveniva così il punto di congiunzione
dell’iridescente e mutevole mondo delle aesthetics, estetiche digitali nate in
maniera più o meno spontanea su Internet. Exit reality, come aveva già fatto il
libro precedente con i meme, finiva per accompagnarci in un safari allucinato
attraverso gli strani microcosmi che costellano lo spazio digitale: dalla
nostalgia per l’impossibile della vaporwave, alle allucinazioni ontologiche del
cake or fake, dall’escapismo magico del reality shifting, fino all’orrore
cosmico delle backrooms.
> Valentina Tanni scandaglia i rapporti tra arte e tecnologia digitale con la
> fascinazione viscerale di chi è cresciuto con e dentro Internet e con la
> lucida inquietudine di chi percepisce il rischio di vedere definitivamente
> interrotto quel rapporto libero e autentico con le tecnologie.
Antimacchine, uscito quest’anno per la nuova collana dei Maverick di Einaudi, si
concentra sul nostro rapporto con i dispositivi digitali, le macchine multiformi
che costellano la nostra vita quotidiana. L’approdo al nuovo editore disinnesca
inevitabilmente l’attitudine esoterica e apocalittica che caratterizza le
pubblicazioni di Nero Editions, ma lo rende un libro più accessibile che rimane
comunque perfettamente allineato nello spirito alle ricerche precedenti di
Tanni. È contemporaneamente un rilancio verso un nuovo orizzonte, così come la
conclusione di una trilogia compatta. Forse è soltanto una soglia, o un portale,
come lo definirebbe l’autrice.
La novità semmai è in un’urgenza inedita di cui è impregnato ogni capitolo di
Antimacchine. Mentre i due testi precedenti erano caratterizzati dalla
meraviglia per la scoperta, dall’immersione in un ecosistema alieno e
autosufficiente, che a ogni nuovo subreddit rivelava meraviglie inattese,
quest’ultimo svela fin dalle prime pagine un approccio programmatico e
pragmatico nei confronti del nostro atteggiamento verso la tecnologia, finendo
per traboccare nell’aperta militanza. Il messaggio ha la chiarezza di un
pamphlet insurrezionalista: il mondo è in pericolo ma, se lasciamo rimbalzare
questo grido di allarme, c’è ancora spazio per salvarlo. La meraviglia delle
macchine digitali non è ancora perduta, ma dobbiamo combattere per
rimpadronircene e dobbiamo farlo ora.
Il libro si compone di due parti ben distinte: la prima sviluppa una genealogia
dell’uso improprio delle macchine con finalità artistiche, caotiche o politiche;
la seconda, divisa per tipi di tecnologie, passa in rassegna i più interessanti
esempi di misuse contemporaneo, dal trasformare Roomba, il comodo aspirapolvere
autonomo, in una macchina mortale, all’hacking dei modelli linguistici delle
intelligenze artificiali. Partendo da un breve contributo scritto nel 2001 da
Jon Ippolito, come presentazione di una mostra dell’Istituto d’arte di San
Francisco, intitolato appunto The Art of Misuse, Tanni traccia i tre concetti
portanti alla base del sabotaggio tecnologico: appropriazione, riuso e
ricontestualizzazione.
È solo attraverso la mescolanza di queste tre azioni programmatiche che possiamo
rimpadronirci delle tecnologie che usiamo quotidianamente. Passando dall’essere
imprigionati “senza rendercene conto, nel contesto di un recinto che non solo ci
limita, ma può portarci ad abbracciare inconsapevolmente valori e ideologie,
interiorizzandoli e favorendone la diffusione” al jailbreak (l’hacking di un
circuito protetto) o all’evasione dal carcere tecnologico, rifiutando “le
logiche tayloriste di gestione scientifica e di efficienza”, così da “rimettere
in discussione il concetto di funzionalità e la sua elevazione a valore
supremo”.
> La meraviglia delle macchine digitali non è ancora perduta, ma dobbiamo
> combattere per rimpadronircene e dobbiamo farlo ora.
Facciamo qualche esempio pratico. Un atto di appropriazione è quello di
dipingere un graffito sulla parete di un palazzo, riconfigurando semanticamente
quell’oggetto. Il riuso avviene quando una tecnologia in disuso o obsoleta viene
riconfigurata per darle una nuova funzione, imprevista nella sua progettazione.
È il caso del circuit bending, la pratica di modificare in modo caotico e
casuale giocattoli sonori per produrre rumori imprevisti, il cui termine è stato
coniato da Reed Ghazala, suo principale teorico e venerato esponente.
Infine la ricontestualizzazione, che va a operare direttamente sul contenuto
ideologico implicito o esplicito dell’oggetto per farne uno strumento di
militanza. L’esempio è quello di La dialectique peut-elle casser des briques?,
il film del 1973 realizzato da René Viénet attraverso l’appropriazione di una
pellicola cinese di arti marziali e la sostituzione del doppiaggio originale con
nuovi dialoghi, incentrati su una critica sociale di stampo marxista.
L’inoculazione di questa ideologia parassitaria permette di fruire di un oggetto
filmico in cui tra un calcio volante e l’altro si discute di lotta di classe,
alienazione e rivoluzione.
L’atto del misuse tecnologico diviene così un gesto in bilico tra l’amore
incondizionato per la macchina, un atto creativo estemporaneo e una forma punk
di militanza politica. Gli esempi snocciolati dall’autrice nella seconda parte
del libro sono tantissimi e alcuni assolutamente irresistibili. Dalla Magnet TV
di Nam June Paik, che con un magnete industriale trasforma un televisore a tubo
catodico in un generatore di immagini ipnagogiche pulsanti, al già citato
doomba, evoluzione malvagia dell’aspirapolvere Roomba, su cui vengono montati
pericolosi marchingegni, dai coltelli da macellaio alle motoseghe, fino alle
versioni più estreme dotate di fucili d’assalto. C’è il Furby Organ di Look Mum
No Computer, un organo composto da quarantaquattro pupazzi pelosi della Hasbro
collegati a una tastiera, o il Vape-o-Gochi, creato da Rebecca Xun e Lucia
Camacho, a metà tra una sigaretta elettronica e un Tamagotchi, in cui se non
svapi regolarmente il tuo cucciolo digitale muore. Dalle versioni di Doom, il
videogioco sparatutto della id Software, modificato per girare sui test di
gravidanza, fino ai marchingegni titanici di Mark Pauline, composti da scarti
dell’industria militare, sui cui nastri trasportatori sfilano carcasse di
piccioni morti pronte per essere fatte a pezzi dalle lame rotanti.
In questa lunga rassegna, lo scettro di antimacchina per eccellenza spetta a The
Ultimate Machine, creata negli anni Cinquanta da Marvin Minsky: un cubo nero con
un pulsante di accensione che, una volta premuto, aziona un braccio meccanico
che spegne l’interruttore. Una macchina che ha la sola funzione di spegnersi.
Una “trovata comica e surreale” che è allo stesso tempo “una vertiginosa
riflessione sulla natura delle macchine, sulla relazione tra esseri umani e
tecnologia, sul concetto di automazione”. Il misuse applicato al concetto stesso
di macchina, hackerandone ogni utilità e funzione: “una macchina filosofica, un
congegno il cui unico scopo è di attivare il pensiero, di esistere nella
contraddizione”.
The Ultimate Machine diviene così un esempio archetipico che fissa lo zenit di
una disciplina e inaugura una postura mentale da applicare quotidianamente nel
nostro rapporto con la tecnologia. Per farlo basta incominciare dai gesti più
semplici, per esempio smettendo di leggere le istruzioni. Così Tanni ammette, in
prima persona, a metà tra un’intuizione privata e una chiamata alle armi (o ai
cacciaviti):
> Mi sono presto resa conto che si tratta di una pratica in grado di
> attraversare i confini disciplinari che merita di essere divulgata, preservata
> e attuata quanto più possibile. L’uso improprio è una forma di resistenza
> accessibile che coniuga l’aspetto pragmatico con quello filosofico: si tratta
> di mettere le mani sugli strumenti tecnici, rifiutando al contempo, anche sul
> piano simbolico, di esserne controllati. Ignorare le istruzioni – forse questo
> è l’aspetto più importante – è un modo per mancare di rispetto alla
> tecnologia, trattandola come un oggetto come gli altri, rigettandone la sua
> continua glorificazione.
Ed è proprio la glorificazione della tecnologia la nota inquietante su cui si
conclude il libro, ma prima di parlarvene vorrei fare una digressione. Nel 2024
è arrivato nei cinema Il robot selvaggio, l’ultimo film di Chris Sanders, tra i
più importanti autori d’animazione contemporanei, passato prima per la Disney
(Lilo & Stitch) e poi approdato alla DreamWorks (Dragon Trainer, I Croods). È la
storia, raccontata con meravigliose illustrazioni digitali, tra texture low-poly
e campiture di colore ai limiti dell’astrattismo, di un androide di nome ROZ che
finisce per sbaglio abbandonato in un bosco, dove dovrà confrontarsi con la vita
degli animali che lo abitano. Dopo le prime paure e incomprensioni, il
protagonista subisce un arco di trasformazione che lo porta a rimettere in
dubbio la sua programmazione di “robot aiutante” e a comprendere che il mutuo
aiuto tra le diverse specie viventi è alla base della ricerca di senso di ogni
esistenza, finendo così accettato e benvoluto dalla comunità degli animali del
bosco. Non sarebbe nulla di nuovo rispetto alla classica struttura di una favola
idealista, riattualizzata da temi ecologici, se non fosse che il protagonista è
una macchina. Una tendenza che nel cinema di animazione si è incontrata diverse
volte negli ultimi anni da Robots (2005) a WALL-E (2008), fino a Big Hero 6
(2014).
> L’atto del misuse tecnologico diviene così un gesto in bilico tra l’amore
> incondizionato per la macchina, un atto creativo estemporaneo e una forma punk
> di militanza politica.
L’empatizzazione nei confronti delle macchine appare così come una tendenza
conclamata che nasconde non pochi lati inquietanti. Al di fuori del cinema di
animazione basta guardare alla rapidità, tra l’acuta mossa di marketing e
l’autoavverarsi di una profezia fantascientifica, con cui abbiamo liquidato i
moderni large language model (ChatGPT, Gemini) come forme di intelligenza
artificiale. L’intelligenza, a differenza dell’ingranaggio o del circuito, non è
un cieco strumento, con l’intelligenza si parla, non si utilizza per raggiungere
un fine ma più eticamente ci si collabora.
Se Marx aveva speso buona parte della sua vita a dimostrare come il processo di
industrializzazione avesse portato a considerare gli operai alla stregua di
macchine capaci di rimanere in vita, riprodursi e soprattutto lavorare, oggi la
tendenza si è invertita e l’umanizzazione del macchinico ci spinge sempre di più
ad accettare la possibilità di empatizzare con la macchina, senza tener conto
dei grandi rischi che questo comporta: l’empatia ci allontana dalla comprensione
dei meccanismi alla base del suo funzionamento e serra la strada di una
distaccata razionalizzazione. Nessuna persona sana di mente deciderebbe
spontaneamente di aprire il suo cane per vedere com’è fatto dentro, idea che
risulta – per ora almeno – più che accettabile se indirizzata verso il nostro
cellulare. L’empatia infatti è una delle espressioni emotive più profonde
dell’essere umano e ci conduce – ancora e fortunatamente – a legare l’esperienza
di altre coscienze individuali alla sacralità e alla sottile sostanza spirituale
di cui è fatta l’esistenza stessa. Lasciare che su questi concetti sia innestato
il macchinico può portare a conclusioni se non distopiche (e il cinema ne ha già
dato qualche esempio, da Blade Runner a Ghost in the Shell fino a Her), quanto
meno pericolose.
È ciò che sta accadendo oggi negli ambienti del tecno-ottimismo, dove
l’intreccio tra tecnologia e religione appare sempre di più come un fenomeno ben
consolidato, dal Techno-Optimist Manifesto scritto di Marc Andreessen che conta
di risolvere ogni problema dell’umanità con la tecnologia (in cui il verbo
credere – to believe – compare per “ben 116 volte”) fino alle affermazioni
spiritate di Sam Altman, CEO di OpenAI, che definisce l’AI “un’intelligenza
magica che viene dal cielo” o confessa di sentirsi “dalla parte degli angeli”
quando lavora al machine learning. Il sorgere della nuova religione secolare
basata sul culto della tecnologia sembra imminente, tanto che i tech-guru
dispongono già del loro dogma e di diverse schiere di profeti.
Quello che fa notare Tanni nell’ultimo capitolo di Antimacchine è che questa
corrente tecno-mistica non è niente di nuovo (le utopie tecnologiche si
accumulano nei secoli, da Campanella a Fourier), semmai la novità più
inquietante è il suo essersi rovesciata di segno: se per gli utopisti classici
il futuro era velato di un baldanzoso ottimismo, per cui le macchine avrebbero
liberato finalmente l’uomo dal lavoro, “oggi, al contrario, la fede nella
tecnologia ruota attorno a cupe visioni apocalittiche. Al suo sviluppo è
delegata la salvezza della specie umana: dobbiamo accelerarne l’innovazione per
rispondere alle crisi economiche, energetiche ed ecologiche”. Arrivando così al
paradosso che la tecnologia è necessaria per salvarci dalla tecnologia stessa.
> Il sorgere della nuova religione secolare basata sul culto della tecnologia
> sembra imminente, tanto che i tech-guru dispongono già del loro dogma e di
> diverse schiere di profeti.
Per dirla alla Sam Altman: seppure esiste la possibilità che la tecnologia
sfugga definitivamente al controllo degli esseri umani, auguriamoci almeno che
questa sarà una “singolarità gentile”. È proprio in questo consesso di
svalvolati evangelizzatori della Silicon Valley che Valentina Tanni sembra voler
lanciare la molotov decisiva dell’uso improprio. Fronteggiare la macchina non
con un’altra macchina, bensì con l’antimacchina! Concludendo con le sue parole:
“Se credere nella tecnologia oggi è un dogma, mancarle di rispetto è un’eresia
necessaria. Ed è qui che tattiche come l’appropriazione, il dirottamento e l’uso
improprio acquistano valore: per la capacità di mettere in crisi il pensiero
unico, coltivando forme pratiche di scetticismo e atti insensati di disordine”.
L'articolo Antimacchine di Valentina Tanni proviene da Il Tascabile.
L a buona notizia è che finalmente la mascolinità è diventata un tema; quella
cattiva è che siamo ancora nel mezzo del tumulto dei significati. E non perché
gli uomini siano improvvisamente al centro di una rivendicazione, ma perché
qualcosa si è incrinato: la mascolinità, da dato implicito e invisibile, è
diventata oggetto di attenzione culturale, di conflitto, di racconto. Allora ho
pensato di parlarne con due uomini che si sono presi la briga di analizzare
tanto la condizione maschile in senso generale (come genere non neutro) quanto
la condizione particolare di essere un uomo sul crinale del cambiamento epocale.
Da una parte Quel che resta degli uomini (2025) di Manolo Farci, un saggio che
prova a tenere insieme numeri, storia, economia, politica, e che parla
soprattutto di ragazzi: l’adolescenza come zona critica, la vita maschile
scandita per età e aspettative, lo smarrimento che attraversa una generazione.
Dall’altra La voce del padrone (2025), un monologo di Francesco Pacifico che
rifiuta la teoria, che parla in prima persona, e che mette in scena una
posizione maschile precisa: un uomo dentro una relazione con una femminista,
dentro un mondo che cambia, dentro una serie di paure che è scandaloso nominare.
Non c’è, in questo trialogo, la pretesa di far dialogare due prodotti come
rappresentassero lo Zeitgeist o, ancor peggio, un compendio di “tutto quello che
c’è da sapere sul tema”. Uno prova a spiegare, l’altro a esporsi; uno
generalizza, l’altro resta ostinatamente personale. Entrambi però girano intorno
allo stesso quesito: “Che cosa significa essere un uomo oggi?”.
Silvia Gola: Partiamo, allora. Prima di tutto, cosa pensate l’uno del libro
dell’altro?
Francesco Pacifico: Una cosa che mi ha messo spalle al muro, leggendo il tuo
libro, è una cosa che avevo notato anche nei tanti incontri con femministe e
intellettuali varie. E cioè, mi sono reso conto che ad oggi ho un rifiuto della
mascolinità, che è diventato un rifiuto di comodo. Cioè, quando ho scritto il
libro, io pensavo che la cosa difficile fosse interfacciarsi con le femministe,
e poi solo dopo averlo scritto ho visto la generosità della loro accoglienza.
Cioè, bastava essere un po’ caotici e appassionati e non controllare troppo il
ragionamento che si stava facendo per trovare una fortissima connessione, anche
con le persone con cui ho litigato e di cui racconto nel libro. E leggendo il
tuo, di libro, ho avuto conferma di una cosa che mi hanno detto le femministe:
“Devi parlare coi maschi!”. Ma io ho paura. Il ritratto che fai mostra una
situazione esplosiva: c’è tutta quella fragilità e tutti quei modi violenti di
nasconderla… Questi maschi che nascondono la fragilità e diventano una specie di
fusione a freddo costante. Io, sinceramente, vorrei non avere più il problema di
averci a che fare.
Però noto anche un’altra cosa, che è molto legata alla prossemica. Negli ultimi
anni ho imparato come il mio corpo possa essere percepito come minaccioso. E dal
video in cui mi appare, invece, vedo che il linguaggio del corpo di Manolo non è
minaccioso. E allora, improvvisamente, penso che forse posso farcela. Quindi,
come stanno le cose? Ho paura di occuparmi di quella violenza del mondo maschile
da cui mi sono allontanato e riesco a parlare solamente se c’è qualcuno che ha
il linguaggio del corpo di Manolo? Mi andava di aprire così il discorso perché
ho provato nausea per te, pensandoti lì a fare la tua ricerca. Per me è
intollerabile – dal rapporto col padre, con gli amici, alla parrocchia, agli
scout – è tutto intollerabile.
Manolo Farci: Volevo aggiungere una cosa che ho avvertito anch’io. Quando
scrivevo il libro pensavo: “Adesso lo presenterò e sicuramente tante donne e
tante femministe mi remeranno contro”. Perché comunque è un libro che, per certi
aspetti, ha uno sguardo compassionevole verso i maschi, cerca di capire certe
dinamiche. È diverso da altri approcci che partono da una condanna netta, e che
però, nel condannare, finiscono per riprodurre a volte la stessa postura
violenta che dicono di voler combattere. E siccome io questa postura non ce l’ho
proprio – non è una posa, sono fatto così – ero convinto che sarei stato accolto
male dalle donne e dalle femministe. Invece è successo esattamente il contrario.
Cioè, proprio il mio modo di stare nel discorso – come dici tu, caotico,
contraddittorio (che secondo me è la posizione più difficile, né capibara [il
progressista che “dice ‘andrà tutto bene’ per rassicurare lei, per rassicurare
sé stesso”, N.d.A.] né conservatore per parafrasare il tuo libro) – funziona
perché non ti dà un’identità netta e dunque nessuna pretesa di superiorità
morale. Noi due siamo dentro questa contraddizione, in questa via di mezzo. Io
pensavo che questa via di mezzo sarebbe stata la prima cosa a essere
stigmatizzata. E invece no. Al contrario, il mio libro non viene letto dagli
uomini. In casa editrice mi hanno detto: “Guarda che il tuo testo lo comprano le
donne e le persone queer, mica gli uomini”.
FP: Anche il mio, uguale.
MF: Non mi aspettavo molto dai ragazzi più giovani, ma pensavo che almeno gli
uomini lo avrebbero letto, perché è un libro che parla proprio a loro. A uomini
con cui, in realtà, non ho mai avuto grandi legami: come te, sono sempre stato
più a mio agio nel femminile, e non lo dico come un merito ma come un limite. A
un certo punto però ho sentito il bisogno di recuperare questo “fatto” di essere
maschio, senza orgoglio, provando a fare i conti con il corpo maschile e con il
rapporto con altri uomini, che per me è sempre stato difficile. Per questo il
capitolo sull’amicizia è quello a cui tengo di più: l’amicizia maschile l’ho
esperita pochissimo, e leggendo il tuo libro, soprattutto nella parte più
autobiografica, mi sono ritrovato molto anche nella mancanza di amici maschi.
FP: Ho alcuni amici uomini molto importanti nella mia vita, e il modo in cui
vivo il rapporto con loro è sempre stato essenzialmente uno a uno. C’è un tipo
di intimità che conosco bene: quella a due, che può concretizzarsi nel parlare
in piedi, appoggiati a un muretto, fino alle due di notte. Non appena, però,
l’intimità si allarga e diventa logica di gruppo – con le sue battute, il suo
cameratismo, i suoi ruoli predefiniti – io mi alzo e me ne vado. Non riesco a
capacitarmi di come si faccia a dire che l’uomo è più libero delle altre
soggettività quando, ogni volta che si sta in gruppo, uno apre bocca ed è subito
una sanzione sociale. È una cosa che mi fa impazzire.
SG: Sai come si dice? Il privilegio delle subalterne… Comunque sull’amicizia
voglio tornarci in modo più approfondito, però prima volevo dire due cose su voi
che non ve la sentite di parlare con i maschi. La prima: se non lo fate voi, è
un lavoro di cura che fate fare alle femministe. Pensateci. La seconda cosa è
che il libro di Manolo sembra configurarsi come un enorme spazio di mankeeping,
il termine con cui intendiamo un uomo che delega la propria tenuta emotiva e
quotidiana alle presenze femminili che ha intorno – siano esse la partner o le
amiche. Ecco, non mi sconvolge che il tuo libro venga comprato più da donne o
persone LGBTQIA+ – anche perché in Italia chi legge sono le donne. E quindi chi
è che legge un libro sui maschi? Le donne. Forse addirittura le femministe, più
che le donne, per entrambi i vostri libri. Forse meno le transfemministe…
Una terza cosa: se entrambi, come stavate dicendo, vi sentite a metà tra il
rivoluzionario e il reazionario, quella è proprio la fatica del concetto. Non
c’è bisogno che io butti il solito asso sul tavolo: “Il femminismo è una
pratica”, perché lo sapete. Però chi sta a metà deve passare necessariamente da
quella fatica là. E allora, mi viene da dire: siete proprio le persone migliori
per andare a parlare con questi uomini.
FP: Volevo partire proprio da questa autocritica perché il passaggio successivo
è stato rendermi conto che dovevo far parte anche io di questo mankeeping. Mi è
stato chiesto di andare a parlare con gli uomini, quindi il prossimo progetto,
in questa parte dei miei interessi, sarà un’interazione con gli uomini. È una
sorta di inchiesta che farò durante quest’anno: mi spaventa e però sono anche
molto curioso di vedere cosa viene fuori.
> A volte di questi temi se ne parla proprio con chi, rispetto alla
> decostruzione, rischia meno e può persino ottenere una valuta di
> riconoscimento sociale in più dichiarandosi femminista. Nel mio ambiente,
> dirlo è vantaggioso: produce consenso, legittimazione, persino prestigio.
SG: Manolo, invece, con i maschi già ci parla, soprattutto con i ragazzi nelle
scuole, giusto?
MF: Sì, tra l’altro parte del mio modo di affrontare la questione è cambiato
dopo che sono stato nelle scuole perché lì ho capito che un certo linguaggio che
viene usato nei consessi più liberal e progressisti (sulla decostruzione del
maschio, sulla mascolinità tossica ecc.) viene percepito come qualcosa di molto
lontano, soprattutto da chi usa la virilità tutti i giorni come valuta sociale
per non essere picchiato dai compagni di classe, tanto per fare un esempio.
Se dico a uno studente: “Mostra le emozioni! Piangi!”, lui, se va bene, mi
risponde: “La fai facile tu, vieni a stare dove sto io”. È anche per questo che
muovo una piccola critica all’ambiente a cui mi sento più vicino: spesso questi
temi vengono discussi all’interno di cerchie già profondamente convinte, da
persone che, inoltre, hanno oggettivamente meno da perdere. Anzi, a volte se ne
parla proprio con chi, rispetto alla decostruzione, rischia meno e può persino
ottenere una valuta di riconoscimento sociale in più dichiarandosi femminista.
Nel mio ambiente, dirlo è vantaggioso: produce consenso, legittimazione, persino
prestigio. Ed è evidente che, in quel contesto, come maschio “decostruito” ci
guadagno.
FP: Comunque voglio aggiungere che quando invece uno si definisce serenamente
misogino – non voglio dire che lo sono serenamente, ma io serenamente dico di
esserlo perché ho potuto vedere in tempo reale tutte le mie reazioni misogine, e
le descrivo anche nel libro – ecco, questa cosa non è molto ben accetta. Il mio
definirmi misogino, nel contesto di questi discorsi, è il risultato delle mie
letture femministe – ecco, questa cosa non fa sì che io venga invitato nei
posti. Cioè, nel nostro mondo – nel nostro consesso, come dicevi tu, Manolo –
non puoi dire di essere misogino. E per me, che nel nostro mondo nessuno parli
volentieri di quanto, per noi, voi donne ci siate state presentate come esseri
inferiori, è un problema.
Una donna che irrompe sulla scena è sempre percepita come un qualcosa di troppo;
e questa è misoginia. Nel mondo competitivo dell’editoria, ad esempio, io sento
definire come cagacazzi o “Che sei venuta a fare?” solo le donne – e corrisponde
a delle reazioni che anche io ho di pancia. Quando parlo con una femminista che
certe cose le mette sul tavolo come un’ipotesi astratta perché non è nella testa
di un uomo e io dico: “Confermo tutto” – io confermo tutti i pensieri più
negativi che si possono addossare agli uomini: è pure peggio di quanto non si
creda. Però è chiaro che siamo misogini: siamo stati cresciuti in famiglie dove
le femmine erano sempre o inferiori o in una posizione di cura, è ovvio che non
siano umane per noi. Ma siccome questa cosa non si può dire normalmente, ovvero
che siamo cresciuti sentendo questa cosa, allora questo viene del tutto rimosso
e diventa imbarazzante dire che si pensa.
MF: La cosa che mi piace molto della riflessione di Francesco è sicuramente la
sincerità, nel senso che lui non sta né dalla parte del capibara, né da quella
dell’uomo sciovinista, e cerca di capire come si vive nel mezzo. Questo secondo
me è la cosa più complessa, perché il maschio reazionario e quello
rivoluzionario in realtà sono avvantaggiati, in quanto sono figure coerenti,
leggibili, hanno un linguaggio, una comunità di riferimento, e quindi entrambi
hanno una legittimazione.
Invece lui no, perché lui resta in questa contraddizione e non cerca di
risolverla, e soprattutto lui non fa quell’operazione del rifiuto del
femminismo, in qualche maniera, però allo stesso tempo non sta neanche nella
posizione comoda di dire “Ho scelto il femminismo, sono apposto”. No, lui dice
“Questo mi fa stare male”. Sta nominando un trauma, e in questo, secondo me, c’è
una sincerità di fondo. È la sincerità di un vero e proprio equilibrismo
esistenziale in cui oggi si trovano molti uomini: da un lato il richiamo dei
modelli tradizionali è ancora forte – e tanti fenomeni stanno a dimostrarlo,
tanto che non siamo di fronte a una crisi della mascolinità, ma semmai a un suo
eccesso. Dall’altro lato, però, c’è anche una pressione crescente, quasi un
dovere morale, che spinge verso un cambiamento percepito come necessario. Una
cosa che secondo me è importante è stare nel mezzo: abitare la contraddizione
senza trasformarla in una postura identitaria.
FP: Esatto, è che secondo me è mezzo impossibile.
MF: Eh, questo è il grande problema: non ci dobbiamo chiedere: “Io sono misogino
o non sono misogino?”, un’ossessione dei nostri tempi – anche nell’attivismo
progressista – doverci dare delle etichette. Io personalmente non direi mai
“Sono un uomo femminista”…
SG: …E quindi forse proprio per questo lo sei.
MF: … Sì, ma al di là di questo tenderei a riflettere di più sulle pratiche. Una
cosa che detesto è che, quando vado in giro a parlare in pubblico di questi
temi, non è raro che io mi trovi “calato” nel ruolo del maschio buono, quello
sano che spiega agli altri come essere dei bravi uomini. Non lo trovo
interessante e francamente non mi piace. È una posizione di comodo e,
paradossalmente, nel nostro ambiente finisce per essere ancora più virile di un
Andrew Tate qualunque.
FP: Ho sempre pensato che la violenza dell’uomo venga dall’incapacità di gestire
la contraddizione, e quindi è per questo che io forzo il discorso sulla
contraddizione, come dire che sono le letture femministe che mi hanno fatto
capire di essere – storicamente e culturalmente – misogino.
MF: E questo, già di per sé, ti mette in una posizione migliore persino del
maschio femminista che pensa di poter risolvere la contraddizione.
FP: Diciamo che è esattamente il motivo per cui non sto in quella posizione.
Come uomini, abbiamo detto per secoli che eravamo la luce del mondo e ora,
appena siamo stati messi un po’ in ombra dall’emersione di altre soggettività,
sembra che dobbiamo trovare velocemente un’altra via per rimetterci al centro e
dire che siamo la luce del mondo e che avevamo ragione noi. Io gioco solo di
sponda, e tu, Silvia, prima mi facevi vedere le contraddizioni di quello che
dico, e tecnicamente hai pure ragione, però quello che provo a fare io quando
parlo di questi argomenti è usare il paradosso.
SG: Tu dici di usare il paradosso come strumento per far emergere le
contraddizioni. Mi viene in mente una frase di Siti: “La letteratura può dare
cittadinanza a Satana”, nel senso che lo spazio letterario permette di dire
tutto, anche ciò che è scomodo o moralmente ambiguo. Per fortuna, aggiungerei.
Partendo da qui, comunque, mi piacerebbe adesso sentire la storia di misoginia
di Manolo, come nasce e come si è trasformata nel tempo.
MF: Leggendo il tuo libro, Francesco, mi ha colpito moltissimo quando dici che
una parte della paura maschile nasce dalla precarietà economica: è una cosa vera
e quasi mai detta fuori dalle analisi sociologiche, e nel mio libro torno
anch’io su questo punto, senza evitare il tema della mia misoginia. Spesso il
limite di queste discussioni è pensare che il cambiamento passi da una
conversione morale o spirituale. È un’idea sbagliata e anche neoliberale: come
se bastasse “diventare consapevoli” per cambiare davvero.
Comunque, dovendo parlare della “mia misoginia”: io mi occupo di manosphere, e
inizialmente il libro doveva parlare solo di quello. Poi però mi sono accorto
che spesso a questi fenomeni si guarda con una specie di sguardo esotico e così
si esorcizzano. A un certo punto io mi sono detto: “Se tu a 16 anni avessi avuto
Internet, saresti stato un incel”. Lo dice anche Francesco a un certo punto del
suo monologo, e mi ha fatto piacere trovare questa consonanza. Mi sono detto: “È
inutile che fai quello distante dal suo oggetto di ricerca, le cose che dicono
gli incel le hai pensate anche tu tantissime volte”, solo che poi non le hai
concettualizzate in quel modo, non le hai trasformate in un discorso d’odio
strutturato. E tuttavia le hai pensate fino a che non ti sei sposato con una
donna che, per certi aspetti, ti ha “rassicurato” sul tuo valore. Ma se lei non
ci fosse, tu forse saresti ancora là, te ne vergogneresti un po’, certo, ma
sotto sotto alcune di quelle cose le penseresti ancora.
> È chiaro che siamo misogini: siamo stati cresciuti in famiglie dove le femmine
> erano sempre o inferiori o in una posizione di cura, è ovvio che non siano
> umane per noi. Ma siccome questa cosa non si può dire normalmente, allora
> questo viene del tutto rimosso e diventa imbarazzante dire che si pensa.
SG: Ma infatti, probabilmente, come il “reazionario” e il “rivoluzionario” (per
usare i modelli del libro di Francesco) anche l’incel non è semplicemente una
persona a sé stante. È piuttosto un gradiente che può esistere in ciascun uomo.
È pieno Internet di questi messaggi annacquati che sembrano di buon senso ma
che, invece, pescano a piene mani da quella subcultura e la addomesticano per
una fruizione generalista. Poi alcuni hanno la fortuna, la posizione, le
occasioni o il talento per accedere a strumenti culturali, intellettuali o
relazionali che possono condurli verso un destino diverso dall’odio per le
donne.
MF: No, infatti, nel mio libro tratto gli incel più approfonditamente di altre
subculture, perché li trovo un fenomeno davvero interessante: nel loro odio, in
certi aspetti, c’è una sincerità difficile da ignorare.
FP: L’incel è un individuo in cerca di una verità, è uno che veramente ha
toccato il fondo di “quella cosa”, non è riuscito a stare a galla, c’è del tutto
dentro e non si è salvato. Il suo dolore gli indica un nucleo di verità
sull’oggi.
MF: Sì, anche se pure loro prendono molti abbagli, come è normale che sia,
forse. Quando ad esempio sostengono che il problema è che gli uomini fanno meno
sesso e le donne di più, non solo affermano qualcosa di falso ma non si
accorgono che non è nemmeno questo il punto. Restano intrappolati in una
concezione della sessualità profondamente “idraulica”, incentrata sull’erezione
e sul raggiungimento di un traguardo finale, in cui l’atto penetrativo viene
considerato più importante di altre forme di piacere. Una visione che, per come
funzionano i corpi, crea una disparità tra l’esperienza sessuale di uomini e
donne.
Se si dà preminenza alla stimolazione vaginale rispetto ad altri modi di
raggiungere il piacere, molte donne finiscono per non arrivare all’orgasmo, e
spesso simulano perché hanno paura di ferire l’ego del partner. La conseguenza è
che l’uomo crede di aver avuto una grande performance sessuale, mentre la
partner, fingendo l’orgasmo, rimane insoddisfatta. Questo è quello che viene
chiamato “divario dell’orgasmo”, un concetto reso popolare da Laurie Mintz, che
ha contribuito a diffondere il termine orgasm gap nel dibattito contemporaneo,
soprattutto con Becoming Cliterate (2017).
FP: Sì, ma io a questo vorrei aggiungere: “Okay, veniamo di più, ma parliamo
della qualità di questi orgasmi”.
MF: Esatto! Siamo d’accordo: fanno benissimo le femministe, le studiose e le
donne a denunciare il cosiddetto orgasm gap. Ma a un certo punto dovremmo anche
avere il coraggio di guardarci tra uomini. Come chiede Francesco: di che tipo di
orgasmi stiamo parlando, esattamente? Perché è vero che gli uomini, in media,
raggiungono l’orgasmo più spesso, ma la qualità delle relazioni sessuali è
spesso poverissima. Ridurre il sesso all’eiaculazione significa accettare una
forma di relazionalità miserabile, impoverita, e questo non lo dicono solo le
critiche femministe: lo mostrano con chiarezza anche moltissimi studi.
FP: Ascoltando le persone del mondo queer, ho scoperto la dimensione pratiche di
sesso non penetrativo: per me è stato aprire un mondo…
MF: Difatti, secondo me, insegnare pratiche kink o queer a scuola potrebbe
aiutare ragazze e ragazzi a superare questo modello di sessualità, che spesso
lascia insoddisfatte le ragazze perché confonde il piacere con la penetrazione
come affermazione di potere. È un altro enorme problema, che dovremmo mettere
molto più spesso al centro quando parliamo di parità di genere tra uomini e
donne: la questione della sessualità, perché quella dimensione, stringi e
stringi, è quella dove è più importante interrogarci. Qui si gioca la partita
più urgente.
FP: Aggiungo che potrebbe essere proprio la dimensione dove è più facile
“convertirsi” a certe cose che apparirebbero così meno come teorie ma più come
pratiche di vita.
SG: Si può dire che la sessualità sia quasi un epifenomeno del patriarcato, no?
Questa sessualità, per come è oggi costruita in modo sociomateriale, alle donne
eterosessuali non fa bene, e neanche agli uomini, anche se se ne rendono conto
un attimo dopo, in ritardo. Per questo è un epifenomeno del patriarcato.
Pensandolo in chiave strategica di discorso politico, senza lasciarlo alla sola
conversione morale o personale, diventa il terreno più interessante per far
capire a ragazzi e uomini che l’assetto patriarcale nuoce anche loro, al netto
delle eiaculazioni magari quantitativamente soddisfacenti. Ma forse,
qualitativamente, questo sesso, occasionale o meno, potrebbe andare meglio. È
questo, per me, il senso del discorso sul sesso: riconnetterlo a un contesto più
ampio, non lasciare i ragazzi da soli nelle loro camerette a radicalizzarsi e
pensare al sesso idraulico. Il problema è lasciare la sfera personale senza
discussione pubblica nelle scuole o nelle istituzioni. Il sesso diventa così un
grimaldello, un piede di porco, attraverso cui presentare il conto e dirci: “Il
patriarcato ha fallito”.
FP: Mi disturba la mancanza di buon senso, di senso comune e di amor proprio nei
discorsi su queste cose. Io ho deciso di vivere in un certo modo perché per gran
parte della mia vita ho visto la comunità di persone “subalterne” vivere troppo
meglio di me. E ogni volta che ne parlo, sembra che lo faccia per interesse
bieco, ma in realtà lo faccio per amor proprio, per curiosità, perché mi piace
osservare il mondo e capire come vive un’altra persona. Tanto che, come nel caso
di Manolo, sono stato una persona che ha seguito con molta curiosità la cultura
incel, per tutta la sensibilità che riusciva a mostrare.
A me interessa tantissimo; eppure, a sinistra sembra che se non stai “salvando
il mondo” – sempre per quel senso di colpa occidentale che poi ci viene
rinfacciato da destra – non ti puoi concedere di divertirti o avere interessi
personali o fare battaglie che ricomprendano te e la tua categoria per prime.
Questo è problematico, non perché non si debbano fare certe cose, o perché non
siano belle, ma perché dà l’impressione che non si possa avere una vita
intellettuale e affettiva per sé stessi. E questa cosa emerge chiaramente quando
si parla di educazione sessuoaffettiva: sembra che uno debba parlare solo perché
“fa bene ai ragazzi”, non perché sia interessato personalmente o ne tragga un
vantaggio anche personale. Mi fido di più di chi porta avanti una battaglia per
sé stesso, come sta accadendo ad esempio nelle rivendicazioni del ceto medio
impoverito.
> Questa sessualità, per come è oggi costruita in modo sociomateriale, alle
> donne eterosessuali non fa bene, e neanche agli uomini, anche se se ne rendono
> conto un attimo dopo, in ritardo. Per questo è un epifenomeno del patriarcato.
MF: Mi dai un gancio formidabile per finire con la questione di classe. Abbiamo
parlato prima del fatto che non c’è posto per tutti, e questo secondo me è un
altro punto centrale. Mi è piaciuto molto il passaggio nel libro di Francesco:
“Il reazionario ha paura di qualcosa di reale. Sta giocando con gli amici maschi
al gioco delle sedie. Otto bambini che corrono intorno a sette sedie, nello
stereo suona una canzone, lui aspetta con gli altri bambini che l’adulto vicino
allo stereo spenga la musica, a quel punto proverà a lanciarsi sulla sedia più
vicina per non farsi eliminare dal gioco. Mentre corre e corre attorno alle
sedie e comincia a girargli la testa, scopre che insieme a lui, mischiate agli
altri maschi, stanno correndo otto bambine. Otto bambine assatanate che
aspettavano da millenni di poter giocare al gioco delle sedie. Poi la musica si
spegne”.
Sappiamo che oggi molti uomini provano rabbia perché la promessa patriarcale che
era stata fatta loro è venuta meno. Una promessa che non riguardava solo il
potere, ma anche l’identità. L’idea di poter essere come il proprio padre o il
proprio nonno: provvedere alla propria famiglia, proteggerla, prendersene cura e
sentirsi utili per essa. Tutto questo, di per sé, non è sbagliato, è anche
nobile, se vuoi. Tuttavia, è evidente che oggi questo modello non è più
praticabile così com’era un tempo.
SG: Ma non lo è mai stato, è questo il punto. Gli uomini hanno più paura delle
donne che dei ricchi?
MF: È vero, solo che oggi è più evidente che quel modello non sia realmente
sostenibile. In questo contesto, i manfluencer hanno avuto gioco facile,
proponendo narrazioni di sacrificio estremo: l’idea è lavorare fino allo
sfinimento pur di proteggere la propria famiglia, essere qualcuno su cui gli
altri possono contare, e lasciare un segno anche a costo di compromettere la
propria vita. È un discorso completamente sbagliato, ma proprio per questo
riesce a risultare molto seducente. Qualcuno ha parlato di “capitalismo
spirituale” o “broicism”: qui il machismo non è edonista, ma esige rinunce
totali, lavoro incessante e sofferenza come destino.
Il problema è che riproduce logiche neoliberali: se non ce la fai, la colpa non
è mai del sistema che premia le disuguaglianze ma o è colpa tua (perché non ci
hai creduto abbastanza) o, in alternativa, il bersaglio possono diventare le
politiche che avvantaggerebbero le donne e le minoranze. Quindi sì, sono molto
d’accordo con l’espressione usata prima da Silvia: “gli uomini hanno più paura
delle donne che dei ricchi”. Ma il fatto è che queste narrative offrono
consolazione: la destra, da Trump in avanti, è stato il fenomeno politico che
più di tutti ha trasformato una frustrazione economica in identità ferita. Non
viene detto agli uomini: “Siete impoveriti” ma “Siete indeboliti”.
SG: Sì, magari funziona di più per chi ha una famiglia da proteggere, quindi
“Lavoro tanto per proteggere moglie e prole”. Quando però questa cornice manca,
il lavoro tende ad avvitarsi su sé stesso in una forma ancora più tossica e
autoreferenziale. La promessa implicita del successo resta in piedi, ma è una
promessa strutturalmente irrealizzabile: se tutti potessero emergere, il
concetto stesso di successo perderebbe senso. Per questo ripeto la mia
provocazione e dico che è curioso attribuire la colpa alle donne – in realtà non
c’è mai stato davvero spazio per tutti. Le donne, semmai, accelerano o rendono
evidente una condizione che esiste da sempre: uno stato delle cose fondato sulla
scarsità delle risorse, che oggi diventa semplicemente più visibile.
MF: Anche per questo penso che, quando parliamo di mascolinità e di crisi del
maschile, dobbiamo intersecare il genere con la classe e l’etnia. Il disagio
maschile non colpisce tutti allo stesso modo. Un uomo bianco, istruito, con
capitale culturale, ha molte più risorse per riorientarsi nel nuovo scenario dei
rapporti di genere rispetto a un uomo cresciuto in contesti di povertà, per
dirne una. Ci sono problematiche legate al lavoro, alla scuola, al welfare: se
non teniamo conto di questi aspetti, stiamo semplicemente parlando agli uomini
che stanno già bene e hanno strumenti, reti e possibilità di adattamento.
È anche questo che mi differenzia da un certo attivismo. Dire a un ragazzo:
“Stai zitto, il tuo disagio è solo il lamento di un privilegiato” rischia di
produrre un effetto opposto, spingendolo verso una lettura compensativa che gli
dice: “Il problema sono le donne”. Per questo credo che il problema vada
spostato dal piano identitario a quello strutturale. Non è che le donne avanzano
e io perdo: è che il sistema restringe lo spazio, rende le sedie sempre meno e
sempre più instabili. Chi ha risorse riesce a spostarsi, a trovarne un’altra,
magari più scomoda ma comunque solida. Chi sta peggio, invece, resta in piedi. E
noi dobbiamo parlare con quelli che rimangono in piedi.
L'articolo Uomini che parlano di uomini proviene da Il Tascabile.
I mmagina mostrare The King of Comedy a un ragazzino che cerca di fare il botto
con le cripto. The King of Comedy – in italiano, Re per una notte – è un film di
Martin Scorsese del 1983. Se ne è riparlato diffusamente nel 2019, quando è
uscito Joker di Todd Phillips, che a The King of Comedy rimanda in più modi. In
entrambi i film, il protagonista è un aspirante comico che desidera il successo
e coltiva un ambiguo amore-odio per il conduttore di un late night show
televisivo. In Joker, però, scopriamo molto presto quanto sono scarse le battute
e quant’è angosciante la presenza scenica di Arthur Fleck; The King of Comedy
invece rimanda la performance decisiva fin quasi all’ultimo momento, e intanto
si concentra sul rivelare gradualmente i lati fastidiosi della personalità di
Rupert Pupkin, uomo stucchevole, invadente, egotico, violento e per giunta privo
di qualunque rimorso. Alcuni di questi caratteri dipendono dal suo grave
scollamento dalla realtà, ma per quanto un presunto problema psichiatrico possa
renderlo meno responsabile delle sue azioni, non lo rende più simpatico.
Attirando la nostra attenzione sul cratere che sta dove dovrebbero stare le
abilità sociali di Pupkin, il film ci porta a dare per scontato che anche le sue
battute saranno tremende ‒ anzi, ci induce a sperarlo. Dentro di noi, qualcosa
conta sul pubblico del monologo finale per dare la meritata punizione, col
silenzio o coi fischi, a questo dilettante pieno di sé, che pretende di
diventare famoso senza nemmeno fare la gavetta nei locali. Qualcuno dovrà pur
rompere la bolla di illusioni in cui vive. Le nostre speranze sono mal riposte:
avremmo dovuto separare l’arte dall’artista. Il monologo di Pupkin al Jerry
Langford Show in diretta nazionale non sarà straordinario, ed è percorso da
un’inquietante sotterranea disperazione, ma non è neppure malaccio, e infatti
riscuote solo applausi. A Propaganda Live, per fare un paragone, abbiamo sentito
comici peggiori, che per farsi mandare in onda non avevano neppure dovuto
sequestrare Zoro, a differenza di quanto fa Pupkin con Langford.
Le sorprese non finiscono qui: i servizi giornalistici in coda al film ci
informano che Pupkin, arrestato appena dopo l’esibizione e condannato a sei anni
di carcere, ha ottenuto un contratto milionario per un’autobiografia di cui già
si prospetta un adattamento cinematografico, e nell’ultima scena lo vediamo
riapparire davanti a un pubblico in ovazione, circondato dalle telecamere di uno
studio televisivo. Ma allora non c’è più religione! In effetti no, perché il
bersaglio critico di Scorsese non è il singolo morto di fama ma la società
pronta a rendere celebre una persona fortemente disturbata pur di farsi quattro
risate. Nel 1983, questo livello di lettura era a disposizione di tutti; oggi
invece, sospetto, siamo tanto abituati all’idea del successo come mera lotteria
che The King of Comedy può sembrare una storia motivazionale. Un ragazzino di
quelli a cui accennavo all’inizio, quelli che tentano di diventare ricchi
speculando sulle criptovalute, potrebbe tranquillamente leggerci del mindset:
Pupkin fa di tutto pur di raggiungere il suo obiettivo, tratta le persone che ha
intorno come se l’unica scelta a loro disposizione fosse assecondarlo o
togliersi di mezzo, e alla fine l’obiettivo lo raggiunge eccome. Forse è stato
anche per non esporsi a quest’ambiguità, che Joker quarant’anni dopo ha
disegnato per Arthur Fleck un altro destino: il mondo dello spettacolo lo
espelle, e la sua trasformazione in icona popolare avviene per vie del tutto
diverse.
È possibile che mi sbagli, sulle capacità di analisi del testo cinematografico
dei più avidi di denaro tra gli appartenenti alla Generazione Alpha; accoglierò
volentieri i pareri di insegnanti, genitori o altri che trattino abitualmente
con adolescenti. E comunque, che importa? Il punto non è denigrare loro ma
rilevare che il contesto attuale – la mancanza di opportunità per fare qualcosa
della propria vita – rende normale una storia che vorrebbe essere assurda. Vale
la pena di rifletterci. Se quella diventa normale, quali diventano assurde?
Per esempio, le vicende di neolaureati che solo grazie a impegno e ingegno
diventano milionari: nessuno ci crede più, perché troppo spesso i loro
protagonisti si rivelano provenienti da famiglie con capitali disponibili o
capacità di procurarsene. Persino nel Paese a cui per antonomasia ricolleghiamo
i sogni di successo nello spettacolo, gli Stati Uniti, molti ormai diffidano
delle rapide ascese alla fama di musicisti mai sentiti prima: la reazione
immediata è sospettarli di essere industry plant, pedine senza talento spinte
dalle etichette discografiche in quanto figli d’arte o perché portatori di un
qualche tratto identitario capace di attrarre una nicchia specifica del mercato.
> Viene da chiedersi se non sia diventato irresponsabile convincere i giovani
> che vale la pena di capire cosa vogliono dalla vita e di formarsi per
> ottenerlo.
Con queste premesse, viene da chiedersi se non sia diventato irresponsabile
convincere i giovani che vale la pena di capire cosa vogliono dalla vita e di
formarsi per ottenerlo. La preoccupazione è sempre stata diffusa tra le famiglie
che sapevano di non poter sostenere qualunque progetto dei figli; oggi riguarda
chiunque non possa garantire alla prole una rendita vitalizia. La società, nel
suo complesso e soprattutto nelle sue istituzioni, non sembra aver preso
coscienza di questo impoverimento strutturale e continua a ripetersi che
l’impegno paga, con l’effetto perverso che tutti quelli che si impegnano senza
essere ripagati vivono nel senso d’inadeguatezza e nel rancore contro quella
stessa società. È ancora il caso di raccontare lo studio e la formazione come
investimenti, anziché come giochi d’azzardo o come mero consumo di esperienze?
In generale, ha ancora senso alimentare l’idea che nella vita dobbiamo scoprire
chi siamo dentro, nell’intimo, e poi esprimere nel mondo la nostra personalità?
Una rivoluzione leopardiana
Domande simili sorgono spontanee dalla lettura dell’ultimo libro di Raffaele
Alberto Ventura, La conquista dell’infelicità. Come siamo diventati classe
disagiata (2025), come del resto nascevano già dalla lettura del suo primo,
Teoria della classe disagiata, uscito nel 2017. A suo tempo, la Teoria per me fu
una folgorazione, perché prima di allora non avevo realizzato che certe mie
insoddisfazioni e relative reazioni – per esempio, non trovare un lavoro
apprezzabile e valutare perciò di iscrivermi a un master – non erano tanto
pattern psicologici quanto socioeconomici, e che quelle scelte, aggregate a
quelle di decine di migliaia di altri insoddisfatti, potevano avere
ripercussioni a livello sistemico. Solo con la Teoria realizzai che anche altri,
in precedenza, avevano già provato a più riprese a spiegarmi le stesse cose, ma
non ero mai stato abbastanza disperato da ascoltarli. In quel momento dobbiamo
essere stati in parecchi ad avere le orecchie aperte, perché il libro fu una
hit.
Dei testi che mi coinvolgono, tendo a prendere quello che mi piace, trascurare
quello che non mi piace e sanare autonomamente nella mia testa gli eventuali
buchi o contraddizioni. Se di un saggio mi metto a valutare la coerenza interna,
lo sto leggendo col distacco del recensore, non col piglio di chi vuole
rivoltare la propria vita come un calzino. Mentre attraversavo il mio tentativo
di trasformazione, ero quasi stupito di veder circolare critiche feroci alla
Teoria, e per sanare la contraddizione mi impegnavo a separare le obiezioni
sensate dai rilievi pretestuosi e dalle irritazioni dovute al gusto di Ventura
per l’occasionale provocazione.
Tra le pretese che trovavo esagerate, da parte di alcuni critici, c’era quella
di una pars construens – questa cosa divenne un meme, nel Facebook editoriale
italiano – cioè di una prospettiva ulteriore che riscattasse la fotografia
desolante dell’Occidente contemporaneo e aprisse a qualcosa di meglio. Ma se gli
è venuto un buon libro apocalittico, pensavo io, perché non possiamo goderci il
libro apocalittico? Lo criticheremo se l’analisi è sbagliata, altrimenti lo
ringrazieremo per aver messo la pulce nell’orecchio a un po’ di gente sul fatto
che qualcosa non va, e troveremo delle “soluzioni cooperative” – come suggerisce
lui stesso – per rompere la logica individualista che all’apocalisse ci sta
appunto conducendo. Che senso ha che ce lo spieghi lui, da solo, cosa dovremmo
fare collettivamente, a meno che non possa presentare un’esperienza o una teoria
dell’organizzazione politica?
> Certe mie insoddisfazioni e relative reazioni non erano tanto pattern
> psicologici quanto socioeconomici, e quelle scelte, aggregate a quelle di
> decine di migliaia di altri insoddisfatti, potevano avere ripercussioni a
> livello sistemico.
Con amici e conoscenti mi sono trovato a ripetere più volte che se, per assurdo,
Ventura avesse scritto lo stesso libro ma lo avesse chiuso con “quindi dobbiamo
fare la rivoluzione”, nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Vi lascio
immaginare il mio stupore quando ho scoperto che così si chiude La conquista
dell’infelicità. Se anche ora verrà criticato, mi sentirò come se avessi perso
una scommessa. Certo – provo a cavillare coi bookmaker – resta un po’ vaga,
questa rivoluzione. Sin dalle prime pagine, non si capisce bene se sia
impossibile, difficile o già cominciata. Al sesto capitolo, una gustosa rassegna
di opinioni di rivoluzionari e controrivoluzionari eccellenti mette in
discussione la possibilità che sia proprio una classe disagiata, il soggetto
capace di innescare e portare a termine un cambiamento sociale radicale. Di
sicuro, quella nella Conquista non è “la” rivoluzione – non c’è un’ideologia
pronta a ispirarla e guidarne gli sviluppi – è “una” rivoluzione. Una e trina,
perché dovrà essere contemporaneamente “sociale, economica e culturale”.
E anzi, ancora qualcosa di più. Ventura affronta la necessità di un’ulteriore
rivoluzione personale, perché il modo dominante di produzione ci ha spinti in un
vicolo cieco con l’aiuto del modo dominante di concepire sé stessi e il fine
della propria vita. Serve quindi una trasformazione dei valori ideali in nome
dei quali agiamo, ma per conseguirla serve un sistema economico che premi i
comportamenti ispirati a quei valori, ma quel sistema può nascere solo da una
trasformazione valoriale, e così via in cerchio: potrebbe essere uno scacco
teorico, oppure una rappresentazione adeguata dei processi con cui si producono
organicamente i veri e propri cambi di paradigma, come quello di cui abbiamo
bisogno.
Se la felicità che ci hanno insegnato è quella della realizzazione personale,
dobbiamo ora convincerci ad andare alla conquista dell’infelicità? Possiamo
davvero rinunciare a diventare noi stessi ‒ cioè rinunciare all’aspirazione di
combaciare, un giorno, con l’immagine che abbiamo di noi stessi?
La “classe disagiata” di Ventura è segnata da uno scompenso: ha accumulato
conoscenze, competenze e titoli di studio richiesti dal mercato del lavoro
intellettuale ma non riesce a guadagnare abbastanza denaro o ad avere condizioni
di vita tali da sentirsi “realizzata”. Nei termini di Pierre Bourdieu, possiede
capitale culturale e riesce a tramutarlo in capitale sociale; fallisce quando
arriva il momento di convertirlo in un capitale economico adeguato alle proprie
aspettative. Il riferimento alle aspettative rende ovviamente tutto molto
relativo. Rappresentanti della classe disagiata possono essere individui in
condizioni materiali diversissime: il laureato in filosofia che avrebbe voluto
fare un dottorato e si ritrova a lavorare nel marketing, il giornalista che
avrebbe voluto entrare in una redazione e si ritrova freelance, e così pure
l’ingegnere che in Italia deve accettare di guadagnare una frazione di quello
che avrebbe ottenuto negli Stati Uniti. Il disagio è nell’animo ma non per
questo è meno politico, perché ciò di cui risente l’animo è proprio lo scompenso
fra le promesse del liberalismo e la sua realtà.
Possibile che sia tanto difficile accontentarsi e ripetersi che l’importante è
la salute? Be’, prima di tutto, pure la salute qua sta messa maluccio. E poi la
disponibilità ad accontentarsi ha un limite, tanto più risicato quanto più è
chiaro che a moltissimi è chiesto di accontentarsi mentre pochissimi fanno il
comodo loro a spese delle risorse naturali e del morale di tutti. Inoltre,
spiega Ventura, ad accomunare chi si ritrova nella classe disagiata è proprio
aver coltivato l’idea che il senso della vita non fosse tirare a campare ma
diventare sé stessi ‒ che, ribadisco, non vuol dire letteralmente “diventare sé
stessi”, perché quello è inevitabile, ma diventare quelli che vorremmo
diventare, e quindi precisamente chi non siamo (ancora); diventare “qualcuno”.
La delusione o disillusione, il momento che non arrivava mai per quel bambinone
di Rupert Pupkin, è uno dei grandi temi della Conquista, e insieme all’invidia e
alla paura costituisce uno dei punti di contatto con Modernità esplosiva di Eva
Illouz, uscito pochi mesi prima nella stessa collana di Einaudi, i Maverick. I
due condividono anche l’idea che le emozioni prendano forme specifiche per
ragioni socioeconomiche; laddove però la prima è interessata a esplorare le
emozioni in sé, ciascuna in dettaglio, senza metterle a sistema, il secondo
guarda alla macchina complessiva di cui le emozioni sono ingranaggi,
semilavorati e prodotti finiti.
> Se la felicità che ci hanno insegnato è quella della realizzazione personale,
> dobbiamo ora convincerci ad andare alla conquista dell’infelicità? Possiamo
> davvero rinunciare a diventare noi stessi ‒ cioè rinunciare all’aspirazione di
> combaciare, un giorno, con l’immagine che abbiamo di noi stessi?
Altra differenza significativa tra i loro punti di vista s’incontra nella –
sospiro – pars construens. Illouz contrappone la delusione al “sogno a occhi
aperti”; non sembra credere nella possibilità di capovolgere la delusione in
altro che mera illusione, “prodotto della cultura visiva e narrativa proposta
dai mass media”, ottimismo crudele capace di intrattenere e sedare attraverso il
consumo ma non di attivare politicamente. E così, più che sul contrario della
delusione, Illouz sembra puntare sul contrario della disperazione: la speranza.
Emozione chiave del mondo nato dall’Illuminismo, orientato al miglioramento e al
progresso terreno anziché alla beatitudine eterna, la speranza genera autostima,
fiducia, e un’aspirazione alla mobilità sociale — aspirazione a doppio taglio,
che può sì tradursi in una spinta collettiva, ma anche nella disponibilità a
tollerare la persistenza delle diseguaglianze, fintantoché si crede di poter
elevare le proprie condizioni o quelle dei propri figli.
La visione di Ventura, invece, ha un che di leopardiano: nonostante gli esseri
umani vissuti prima di noi siano stati capaci di fondare una civiltà
straordinaria, non erano animati da niente di meglio che illusioni. Per Leopardi
è straordinario l’eroismo dei Greci antichi; per Ventura lo sono piuttosto i
livelli di benessere garantiti dal liberalismo (estesi a platee sempre più ampie
grazie a chi ha temperato, del liberalismo, le tendenze più brutali). Per
entrambi, la ragione rivela che la nuda vita è poca cosa. Solo nuove finzioni
possono motivare gli esseri umani a modificare l’assetto esistente, e oggi è di
illusioni originali che abbiamo bisogno: un nuovo immaginario, che renda
desiderabile l’infelicità.
Ovviamente, parlare di “infelicità” è espediente retorico: il punto non è
rivalutare la sofferenza per la sofferenza ma accettare che della sofferenza sia
richiesta per mettere in moto la conquista di una nuova e diversa “felicità”; un
processo che passerebbe attraverso un downshifting della pretesa di essere sé
stessi – un processo forse accostabile alla psicodeflazione di Bifo? – per
arrivare collettivamente a una società caratterizzata da “forme nuove,
non-esclusive, adattive, fondate sulla cooperazione invece che sulla
competizione”. Per converso, chiedere al sistema attuale di distribuire meglio
le sue risorse, pretendere opportunità e reddito, sarebbe solo chiedere al
sistema attuale di funzionare, sarebbe un modo di continuare a crederci.
Ventura aveva già anticipato il suo auspicio di un nuovo immaginario nel finale
di Incanto, il saggio che ha dedicato al potere delle finzioni nel 2024:
> È da almeno un decennio che i film Disney ci preparano a questo cambio di
> paradigma culturale. Da Monsters University (2013) a Soul (2020) il tema
> centrale non è più tanto come realizzare le proprie aspirazioni quanto come
> imparare a essere felici in un mondo in cui non potremo realizzarle, ma forse
> possiamo renderci utili in un altro modo. E se la narratologia tradizionale
> insegna che una situazione di equilibrio turbata deve essere risolta
> ristabilendo un equilibrio, in molti di questi film ormai si dà per scontato
> che per i problemi che si pongono non c’è nessuna soluzione, ed è meglio
> passare subito a un piano B.
>
>
>
> [Max Weber] insegnava che ogni civiltà si fonda su rappresentazioni del mondo
> condivise, le sole in grado di fornire agli individui le motivazioni
> necessarie. E diceva: il mondo sta perdendo il suo incanto. Se vogliamo
> salvarci dalla catastrofe, dobbiamo riuscire a reincantare il mondo. Anche
> questa è una specie di magia: significa immaginare delle finzioni e poi
> iniziare a crederci, affinché diventino reali.
Finzioni sono, per fare degli esempi, il popolo, la nazione, la classe,
l’individuo e l’ambiente, se interpreto bene, e finzione sarebbe la pretesa di
decostruire o demistificare ogni finzione. In generale, sono finzioni i concetti
intorno ai quali possono essere aggregate delle energie, tipicamente con la
regia di qualcuno che non si capisce mai bene quanto ci creda davvero e quanto
voglia solo essere un leader. Fino a quando esercitano il loro potere, le
finzioni fanno da collante per uno o più gruppi sociali, anche se non producono
proprio per tutti le soddisfazioni e l’armonia che promettono. Quando arrivano a
produrle per pochissimi, perdono capacità di attrazione e lasciano intere
società in crisi di valori e di prospettive.
> Chiedere al sistema attuale di distribuire meglio le sue risorse, pretendere
> opportunità e reddito, sarebbe solo chiedere al sistema attuale di funzionare,
> sarebbe un modo di continuare a crederci.
Come rimpiazzare la promessa disattesa secondo cui tutti avremmo potuto fare
successo autenticamente, cioè in accordo con la nostra personalissima natura?
Ventura non propone una finzione alternativa e credo faccia bene così: un libro
che volesse rifondare la civiltà dovrebbe arrivare sull’onda di un movimento
reale, non cercare di innescarlo. D’altra parte, la questione è interessante. Da
quali semi o attraverso quali innesti nascono le finzioni che possono attecchire
in una società? Quali frutti producono? Nelle righe che seguono, vorrei provare
ad abbozzare una botanica minima delle finzioni, gettando uno sguardo oltre il
finale del libro di Ventura senza pretendere di completarne il discorso. A
tentare questa esplorazione mi spinge in particolare il riferimento
all’autenticità, tema centrale nella ricerca del senso della vita in Occidente
almeno dai tempi di Jean-Jacques Rousseau: se davvero questo concetto è legato a
doppio filo al progetto liberale, allora la ricerca di una promessa alternativa
a quella liberale potrebbe passare attraverso il reperimento di alternative
all’autenticità.
Sincerità, autenticità e profilismo
L’autenticità è una certa idea di fedeltà a noi stessi. Non è l’unica possibile?
No, e in fondo lo sappiamo benissimo, perché conosciamo le società tradizionali.
Sappiamo che in quei contesti ci si preoccupa di restare nel solco tracciato
dalla storia familiare, più che di tracciare un proprio solco unico e
irripetibile. Tendiamo forse a pensare che in questo le società tradizionali
abbiano sempre e solo espresso il bisogno di controllo di uomini dispotici e
donne bigotte, e ci siamo convinti che questo complotto abbia schiacciato per
millenni le individualità sotto il tallone dell’omologazione. Nel ridurre tutto
a questa dinamica, però, commettiamo un errore: guardiamo gli esseri umani del
passato (o i non occidentali) attraverso un concetto di fedeltà a sé stessi che
appartiene a noi e non a loro. A scanso di equivoci, non c’è niente di male ad
avere il punto di vista che ci è toccato in sorte. A volte è anche utile:
diffamando gratuitamente interi mondi sviluppiamo un negativo fotografico pronto
da invertire per immaginare invece il mondo futuro che vorremmo costruire.
Almeno ogni tanto, però, e soprattutto nei momenti di crisi, conviene provare a
capire qualcosa di quegli esseri umani lontani nel tempo o nello spazio, facendo
lo sforzo – incerto, approssimativo, finzionale – di ragionare nei loro termini.
Quando le società tradizionali prescrivono che una persona debba attenersi al
proprio ruolo di genere, o familiare, o di ceto, non intendono privarla
dell’identità: al contrario, ritengono che solo così possa assumere la sua
identità reale, nella convinzione che questa derivi da dati ineludibili legati
prima di tutto alla genealogia e al sesso. Contrariamente a quanto potremmo
pensare, apprezzano moltissimo l’autodeterminazione: ogni persona incarnerà il
ruolo a cui è stata destinata dalla sorte come solo lei sa fare, con l’ingegno e
la dedizione di cui è capace, e troverà in questo il senso della vita. Il nobile
dovrà cercare di affermarsi come un buon nobile; il contadino, come buon
contadino; la donna, come buona moglie e madre; e così via. Fintanto che le
aspirazioni di mobilità sociale sono destinate a essere frustrate, questa
ideologia è meno disonesta di quella per cui ci si aspetta dai figli di
contadini che diventino nobili, o dai figli della piccola borghesia italiana che
fondino una startup di successo nella Silicon Valley.
D’altra parte, non è un’ideologia che impedisca alle aspirazioni di formarsi.
Nella pratica, una quota di persone si è sempre percepita in gabbia nel ruolo
prescritto: già nel Primo secolo a.C., Ovidio dovette scontrarsi col padre che
non lo voleva letterato, e chissà quanti altri casi analoghi ci saranno stati
ancora prima, alternativamente disconosciuti, repressi, soppressi o
insperatamente sostenuti dalle famiglie. I personaggi del passato che
recuperiamo con più gusto sono proprio figli e figlie ribelli che hanno avuto
successo, o avrebbero potuto averlo se non fossero state loro tarpate le ali.
Nelle biografie di coloro che hanno seguito la propria chiamata interiore a
tutti i costi troviamo la conferma che anche noi dovremmo essere autori del
nostro destino, e anzi dovremmo sentirci in colpa se abbiamo trent’anni e le
idee ancora molto confuse.
Oggi, specularmente rispetto al passato, troviamo anomalo che le persone
facciano lo stesso lavoro dei genitori: se si tratta di lavori specialmente
desiderabili, le sospettiamo di essere nepo baby, arrivate dove sono
approfittando di una corsia preferenziale; se invece fanno qualcosa di umano,
come rilevare la pizzeria dei genitori in paese, ci chiediamo se siano state
costrette, se amino gestire pizzerie o se ripongano la propria autenticità in
un’attività diversa dal lavoro, magari usando il tempo libero per dipingere
miniature di Warhammer o costruire mobili o badare ai figli (eventualità che
oggi appartiene al reame delle scelte, più che agli obblighi connessi al ruolo).
A tal punto diamo per scontato che obiettivo di ciascuno sia ascoltarsi,
coltivarsi e sbocciare in un fiore unico e irripetibile, che abbiamo reso luogo
comune il timore di diventare uguali ai propri genitori.
> A tal punto diamo per scontato che obiettivo di ciascuno sia ascoltarsi,
> coltivarsi e sbocciare in un fiore unico e irripetibile, che abbiamo reso
> luogo comune il timore di diventare uguali ai propri genitori.
Nel 1970, il critico letterario Lionel Trilling chiamò per primo “sincerità” la
fedeltà a sé stessi che passa per l’aderenza al ruolo sociale e “autenticità”
quella che passa per l’aderenza al proprio intimo sentire. Nel 2021, i filosofi
Hans-Georg Moeller e Paul J. D’Ambrosio hanno recuperato e approfondito le due
categorie, definendole “tecnologie dell’identità”, e ne hanno introdotta una
terza per descrivere un tipo di fedeltà a sé stessi che si è diffusa nel
Ventunesimo secolo fino a diventare egemone. Il “profilismo”, così l’hanno
chiamata, è il criterio di gestione dell’identità di chi ha una personalità
pubblica, e ovviamente non rappresenta di per sé una novità: già prima
dell’avvento dei social, riguardava leader politici, divi dello spettacolo e
così via. La differenza radicale col passato è che oggi quasi tutti abbiamo
“profili”, sui social, e sotto la guida implicita delle piattaforme, anche i più
riluttanti hanno sviluppato le abilità necessarie a delineare e curare
un’immagine di sé esposta agli sguardi degli sconosciuti. Al limite estremo, chi
si è consegnato al profilismo è arrivato a ricalcare la propria stessa
personalità “autentica” sul profilo: “Su Instagram”, dichiara candidamente
l’influencer Carlo Sestini, “tutti cerchiamo di mostrarci migliori di come
siamo, ma nel farlo, ci autoeduchiamo ad esserlo veramente”.
In altre parole, il profilismo divora l’autenticità, salvo recuperarne il guscio
vuoto al proprio servizio. Un influencer autentico è come una storia realistica:
i fatti raccontati nella storia possono essere accaduti o meno, ma la narrazione
di quei fatti è comunque qualcosa di molto distante dal farne esperienza
diretta; il realismo non è la realtà, è un effetto che si ottiene attraverso
particolari espedienti. Come in un film si possono aggiungere esitazioni e
ripetizioni durante i dialoghi, così in un reel su Instagram ci si può
presentare struccate o tristi o contemporaneamente impegnati in un’altra
attività per suggerire che si sta aprendo una finestra senza filtri sulla
propria vita privata. “Il realismo è l’accessorio”, dice Walter Siti, e
l’autenticità sui social è una spezia a cui si può ricorrere con maggiore o
minore regolarità, un ingrediente che si può aggiungere alla propria immagine
tanto quanto potrebbero esserlo l’umorismo o la critica sociale.
Finzioni verosimili
Nel suo Storia della fama (2025), Alessandro Lolli isola il tratto che definisce
la persona famosa: essere conosciuta da persone che non conosce. La fama è
dunque un rapporto intersoggettivo, più che un attributo del singolo individuo,
ed è un rapporto che inevitabilmente riguarda – in modi anche molto diversi –
chiunque abbia una presenza pubblica. Interessante è che oggi una presenza
pubblica ce l’ha chiunque abbia un profilo su un social. Ciascuno può passare in
un momento dal rappresentare la persona conosciuta, in un dato contesto, al
rappresentare in un altro la persona conoscente. “Fama” è il nome della
relazione che si instaura in regime di profilismo, nota Lolli sulla scorta di
Moeller e D’Ambrosio.
E come un tempo si era innestata sull’autenticità la finzione del liberalismo,
oggi sul profilismo fa perno la finzione secondo cui tutti – o almeno tutti noi
“disagiati” – dovremmo poter diventare famosi per lavoro, cioè operare nel campo
di nostra scelta ma di fatto integrarne o rimpiazzarne i guadagni attraverso la
visibilità che siamo in grado di ottenere online. Per ogni nuova categoria di
creator che emerge, psicologi commercialisti tradwife nomadi e così via, sembra
aprirsi una nuova nicchia in cui affermarsi e accumulare un seguito social
sufficiente a guadagnarsi la pagnotta restando fedeli a sé stessi, cioè al
proprio profilo pubblico. In realtà, per uno che ci riesce, altri diecimila
sbattono contro il muro della realtà: la fama è una lotteria. Mentre la gran
parte delle risorse economiche si concentra sempre più in alto, giù in basso
pochissimi soggetti molto visibili accaparrano piccole fortune, e così, in
un’evoluzione della finzione precedente, continuiamo a illuderci di vivere in un
sistema meritocratico che apre a tutti le porte del successo.
> Mentre la gran parte delle risorse economiche si concentra sempre più in alto,
> giù in basso pochissimi soggetti molto visibili accaparrano piccole fortune, e
> così continuiamo a illuderci di vivere in un sistema meritocratico.
Per giunta, potremmo non aver ancora toccato il fondo. Sappiamo che il
profilismo è nato da una rivoluzione mediatica, l’avvento dei social network nel
primo decennio degli anni Duemila; oggi dobbiamo chiederci che genere di fedeltà
a sé stessi e che tipo di rapporti umani possano derivare dalla diffusione
capillare dei software che dialogano con l’utente in linguaggio naturale, quelli
capaci di generare testi e immagini e (se davvero arriveranno) gli “agenti” che
potrebbero farsi carico di operazioni ancor più complesse. Per il gusto di
essere costantemente intrattenuti, abbiamo passato gli ultimi quindici anni ad
addestrare algoritmi di raccomandazione su ogni genere di piattaforma; ora le
piattaforme sono in grado di sfornare contenuti targettizzati su misura per noi,
senza nemmeno più bisogno che vengano prodotti da altri utenti o da
professionisti. Non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi tempi i capitalisti
digitali e i loro alfieri cercassero di convincerci che l’obiettivo più
appagante nella vita è addestrare alla perfezione un sistema di machine learning
in cambio di un servizio più efficiente.
Chat, are we cooked? Esistono alternative? In linea di principio, anche troppe:
basta prendere un carattere del modello attuale di realizzazione personale,
capovolgerlo e immaginare una società in cui quel carattere venga premiato.
Contro il mito della ricchezza, si può concepire un mondo in cui sia ritenuto
tanto immorale accumulare beni e denaro oltre una certa soglia da renderlo
illegale. Contro il mito della specializzazione, si può immaginare di diffondere
l’ammirazione per il dilettantismo: le conoscenze superficiali in vari campi
prevarrebbero, per considerazione sociale, sull’idea di maturare conoscenze
approfondite in un campo solo. Nessun obiettivo è irraggiungibile, se
consideriamo che persino la povertà e la follia possono essere romanticizzate.
In generale, se esistono sottoculture che vivono come sincera realizzazione
personale quella che per gli altri sarebbe oggi una forma d’infelicità, allora è
possibile che un giorno quelle sottoculture prevalgano con le loro finzioni ‒
ammesso che non vengano prima riassorbite nella cultura dominante, per esempio
attraverso qualche isolata figura “ribelle” o campagne di promozione
dell’equilibrio tra lavoro e tempo libero ispirate alle procedure della Lumon
Industries.
Ventura, come dicevo, non propone direttamente nuove finzioni. In un punto,
suggerisce però che bisognerebbe valorizzare i lavori di cura. Si dà il caso che
la cura, come la fama, sia un tipo di relazione, e viene da chiedersi se lo
spunto non possa rivelarsi utile a proseguire il nostro esercizio speculativo.
Avrebbe senso far risalire il rapporto di cura – fisica e psichica ma anche
economica, relazionale, ecc. – a una forma specifica di fedeltà a sé stessi, e
al tempo stesso farne discendere una finzione capace di ispirare la vita
collettiva?
Ad animare chi offre cura sono state finora la sincerità (cioè l’aderenza al
ruolo di genitore, amico, psicoterapeuta, operatore sanitario, ecc.),
l’autenticità (cioè una forte spinta interiore ad aiutare gli altri, o almeno
alcuni altri) e il profilismo (com’è diventato evidente, in televisione e sui
social, durante la pandemia da Covid-19). Per spingere la popolazione
occidentale a realizzarsi nella filantropia – chiamiamo così la fedeltà a sé
stessi in regime di cura – sarebbero senz’altro necessari decenni di propaganda,
ma se è per questo sono stati necessari secoli per dare forma al mondo attuale.
La finzione comune diventerebbe forse la prospettiva di poter salvare più vite
possibili più a lungo possibile, di poterne garantire la qualità
nell’invecchiamento, di poter sanare ogni situazione di bisogno. Non è certo
l’orizzonte in cui si muovano oggi nel complesso l’economia e la società, che
per ora lasciano questi compiti a specifici comparti industriali, dentro e fuori
dal mercato.
> La finzione comune diventerebbe la prospettiva di poter sanare ogni situazione
> di bisogno. Non è certo l’orizzonte in cui si muovano oggi nel complesso
> l’economia e la società, che per ora lasciano questi compiti a specifici
> comparti industriali, dentro e fuori dal mercato.
L’esperienza di questi comparti però ci rivela alcuni dei problemi connessi a
obiettivi del genere: il rischio dell’accanimento terapeutico, oppure il già
citato carattere relativo del livello minimo di benessere accettabile, il cui
ripristino in nome della cura potrebbe richiedere risorse molto maggiori in
alcune parti del mondo rispetto ad altre, ponendo problemi di iniquità non
diversi dagli attuali. Del resto, qualunque finzione corre il rischio di restare
incompiuta, distante dal proprio ideale ultimo come la finzione stessa del
liberalismo, a fronte della scarsità delle risorse disponibili e della
difficoltà nel mettere tutti d’accordo; non si può squalificarla solo per
questo.
Ragionamento simile si potrebbe fare per un’alternativa più ambiziosa della
cura, ossia il mutualismo, rapporto simmetrico e basato sulla consuetudine
anziché sull’emergenza temporanea. È vero che, nell’ultimo secolo, la promessa
secondo cui a ognuno si sarebbe potuto chiedere ciò di cui era capace, in modo
da fornire a ognuno ciò di cui aveva bisogno, è stata disattesa dall’interno,
sabotata dall’esterno, e al momento non gode di grande popolarità. Tuttavia, non
è impossibile che una parte del suo spirito si reincarni in qualcosa di nuovo e
libero dal peso della Storia. Forse meglio non parlarne qui, per evitare di
dover concludere col più paraculo dei “Quindi dobbiamo fare la rivoluzione”.
L'articolo Botanica delle finzioni collettive proviene da Il Tascabile.
T ra l’agosto del 1990 e il febbraio del 1991 l’Iraq di Saddam Hussein (“un
dittatore militare di stampo laicista”, secondo lo storico Raffaele Romanelli)
occupò il Kuwait per sette mesi rivendicando prerogative territoriali e diritti
economici sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi locali, prima di essere
ricacciato indietro da una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e
autorizzata a intervenire da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite (678/1990). La ritirata dell’esercito iracheno provocò sversamenti
e incendi dei pozzi e destò moltissime preoccupazioni, in un contesto globale
che, agli sgoccioli della guerra fredda, si stava ricomponendo sotto la
pressione di una quantità notevole di incognite.
In questo quadro, nel gennaio del 1991 comparvero le immagini di un cormorano
ricoperto di petrolio nei pressi delle acque del Golfo Persico (mandate in onda
in TV o stampate come fotogrammi su alcuni quotidiani). Un rilievo visivo di
fortissimo impatto, diffuso mentre le classi dirigenti occidentali che più
sollecitavano l’intervento a fianco del Kuwait contro l’Iraq cercavano di
legittimare le proprie ragioni. Non ci volle molto per capire che quelle
sequenze erano state girate in un altro Paese o in un altro momento; anche
perché, a detta di alcuni ornitologi intervistati per l’occasione, in quella
stagione, in Kuwait, non potevano esserci cormorani di quel tipo. Nondimeno
tantissime persone videro allora ciò che, pur essendo improbabile, appariva
comunque credibile. L’animale sofferente dava infatti concretezza all’accusa che
in tanti rivolgevano a Hussein: essere un uomo brutale disposto a devastare
l’ambiente.
Senza accurati controlli, quelle immagini furono messe in circolazione perché
confermavano una narrativa già data, già accettata. Se non proprio vere, erano
almeno verosimili. Una parte non secondaria del sistema dei media, pur operando
con vincoli stringenti e forti limitazioni, decise insomma di spingere il
resoconto dell’attualità fino alla sperimentazione più estrema: prendersi il
rischio di tradire la verità, intesa come corrispondenza tra ciò che si afferma
e ciò che è, per fornire e sfruttare una storia convincente.
Visto con gli occhi di oggi, l’episodio resta emblematico e ambiguo. Viene da
chiedersi, però: siamo ancora inchiodati a uno scenario del genere, con
potenziali rappresentazioni fittizie veicolate da soggetti delegati alla
gestione dell’informazione che in certe circostanze, anche solo per negligenza,
non lavorano come dovrebbero? Dobbiamo guardarci solo dalle più o meno
spregiudicate contraffazioni che ribollono nel calderone del racconto mediatico,
spesso veicolate in modo verticistico ma altrettanto spesso smascherate da
pratiche di fact-checking in via di costante professionalizzazione? La risposta
dev’essere negativa: perché non siamo più lì, o non siamo più soltanto lì.
> Una parte dei media decise di spingere il resoconto dell’attualità fino alla
> sperimentazione più estrema: prendersi il rischio di tradire la verità per
> fornire e sfruttare una storia convincente.
Nel frattempo si è compiuta un’evoluzione che scuote lo stesso sistema
mediatico. Per comprenderla può essere utile l’ultimo libro di Anna Maria
Lorusso, professoressa di semiotica all’Università di Bologna: Il senso della
realtà. Dalla TV all’intelligenza artificiale, pubblicato nel 2025 per La nave
di Teseo. Un saggio che, attraverso quattro campi d’indagine – reality TV, true
crime, storie cospirazioniste e intelligenza artificiale – riflette sul modo in
cui la confusione dei criteri di verità produce ormai una confusione sulla
percezione della realtà.
Nelle acque limacciose della post-verità
Una delle primissime attestazioni della parola post-truth risale al 1992, in un
articolo della rivista The Nation in cui il drammaturgo di origini serbe Steve
Tesich notava che, di fronte alla destabilizzazione ininterrotta del mondo, ci
si stava abituando, per scelta, alla pratica di anestetizzare le verità; a
maggior ragione se scomode, contraddittorie o poco digeribili. Era un’avvisaglia
poco meno che centrata, vista col senno di poi, ma anche non del tutto
accostabile al significato attribuibile al termine, che dal 2016, grazie
all’investitura dall’Oxford English Dictionary, è entrato nel dibattito pubblico
e politico; non senza ambiguità e incomprensioni. Diversi studi accademici
recenti, tra cui un articolo pubblicato su Science, ricollegano la post-verità a
una condizione in cui i fatti oggettivi perdono consistenza e dove una serie di
dinamiche più ampie, tra le quali l’uso deliberato e disinvolto della confusione
e del dubbio, contribuisce sistematicamente ad agevolare l’accoglimento o il
rigetto di determinate evidenze da parte dei gruppi sociali.
Già nel breve e denso saggio Postverità (2018), Anna Maria Lorusso aveva cercato
di problematizzare i diversi significati che venivano attribuiti al concetto,
individuando nella post-verità un “regime discorsivo”, una categoria da non
liquidare come marginale o irrilevante. Nello stesso libro aveva anche
rispolverato la vicenda del cormorano del 1991 per collocarla, appunto, in una
dimensione non proprio inconsueta, dal momento che la coesistenza di più tipi di
verità, di differenti punti di vista, non è una novità, né dovrebbe sorprenderci
che “certe versioni dei fatti” non corrispondano poi al vero, essendo “versioni
ideologiche o banali manipolazioni che hanno il pregio dell’efficacia estetica”.
Nel suo nuovo libro articola questa riflessione con toni e temi meno teorici, un
taglio più divulgativo ed esplicativo e un’attenzione maggiore per alcune delle
declinazioni pratiche che la post-verità può assumere.
Il senso della realtà si struttura attorno a quattro cardini tematici che, visti
da vicino, rendono evidente il declino della referenzialità analitica,
conoscitiva ed esplorativa in favore di una sorta di verosimiglianza estetica,
umorale e performativa ossessivamente sfruttata e facilmente riproducibile.
Sotto questo profilo, Lorusso sottolinea che, più che a una vera e propria
rottura, abbiamo assistito a una lenta evoluzione. O, se si vuole, una
prolungata assuefazione all’ibridazione di piani diversi: il vero, il falso e il
finto. Già la televisione degli anni Ottanta fu un laboratorio sociale per la
messa alla prova di un tipo di verità mediale e mediatica fatta di affetti
stranianti, passionalità coinvolgenti, confessioni stereotipate, sbilenche
manipolazioni e grandi concentrazioni di piccole morbosità. Con il passaggio
dalla paleotelevisione alla neotelevisione, per dirla con Umberto Eco, si
approdò così, sul finire del Novecento, a una TV in perenne lotta per catturare
gli spettatori e sempre in cerca di avvicinarsi al loro sentire; una TV di per
sé produttrice di realtà e capace di sdoganare pose, gesti e comportamenti che
dal privato si riversavano nel pubblico, isolando l’individuo dall’immenso mondo
esterno per collocarlo in un placido mondo chiuso. In un intervento del 1981,
inserito nella raccolta Sulla televisione. Scritti 1956-2015 (2018), Eco la
spiegava così: “È come guardare col cannocchiale girato dall’altra parte”.
> Secondo Lorusso siamo stati sottoposti a una prolungata assuefazione
> all’ibridazione di piani diversi: il vero, il falso e il finto.
Da questa eredità occorre partire per capire perché, in uno scenario via via più
frastagliato, la rappresentazione del reale è mutata radicalmente. Il che non
significa decretare l’inesorabile trionfo della realtà finzionale, o
dell’irrealtà permanente, ma entrare dentro il meccanismo che rende il contesto
politico, culturale, sociale e relazionale contemporaneo – cioè il nostro
contesto – parcellizzato, personalizzato, individualizzato e diversamente
rimodulato. Per Lorusso, oggi viviamo in un tempo segnato da almeno due tendenze
“esasperate e incrociate”: la “disneyficazione” della realtà (p. 23), anche per
via dell’infantilizzazione del dibattito e della banalizzazione del racconto del
reale, e la “realizzazione” della finzione (p. 24), intensa come attribuzione di
“marche di realtà” a ciò che, pur essendo un prodotto della fantasia, deborda
apertamente nel reale.
Narrare la realtà, emotivizzare le verità
Il saggio si muove dalle forme più consolidate di intrattenimento, dentro la
magmatica cultura pop, fino a toccare le frontiere dell’automazione algoritmica.
Si parte dai reality (prima in TV e ora sulle piattaforme, meglio se seriali),
dove il vissuto smette di essere un dato fattuale per divenire un costrutto
narrativo fruibile come purissima finzione, così che le alterne vicende dei
soggetti coinvolti, che si tratti della casa del Grande Fratello o del docu-film
Unica, vengono trasfigurate in partitura drammaturgica, nello spericolato ma
calcolatissimo tentativo di dissolvere una volta per tutte la distinzione tra la
quotidianità dell’esistenza e la sua codificazione spettacolarizzata. Si arriva
poi a demistificare persino la fascinazione per l’universo del true crime, come
non capita spesso di veder fare, sottolineando, tra l’altro, il fatto che il
magnetismo dei casi di cronaca nera veicolati come prodotti di consumo finisca
per sollecitare nei fruitori una pulsione inquisitoria che trasforma tragici
eventi in un gioco di simulazione giudiziaria, con effetti profondi anche sulla
coesione sociale.
Ci si sposta così ai documentari cospirazionisti (come Loose Change, incentrato
sull’11 settembre 2001, o Plandemic, sul Covid-19), con una lucida disamina che,
se non aggiunge molto sulle origini dell’ormai grande massa critica legata del
cospirazionismo, fornisce spunti sulle ragioni della proliferazione di spazi
discorsivi in cui la validità di una tesi non si misura sulla corrispondenza ai
fatti nudi e crudi, o su stretti criteri di consequenzialità, ma sulla capacità
di galvanizzare il pubblico e fornire storie (più che teorie) che segmentano il
sapere e rispondono ad “abitudini narrative” ben radicate, più volte riproposte
da grandi network televisivi e da solidi circuiti editoriali e dunque solo
apparentemente lontane da schemi tradizionali. “Lo sfondo del cospirazionismo –
scrive Lorusso, richiamando gli stilemi di serie cult come X-Files o best seller
come Il codice da Vinci – è il senso comune”.
Tutte le produzioni cospirazioniste vivono così una doppia tensione: cercano di
autolegittimarsi come “discorsi seri e scientifici”, precisi e puntuali, ma
hanno successo perché incentrate sull’invenzione favolistica di carattere
morale; con secche distinzioni tra “Bene e Male”, una chiara distribuzione dei
ruoli (“geni del male” e “salvatori eccezionali”) e la spiegazione di “trame,
segreti e misteri che non immaginavamo” (p. 146). L’effetto voluto è spesso
raggiunto: a chi è oppresso da una latente sensazione di impotenza – e anche a
chi è convinto che la politica offra tutto fuorché soluzioni valide ed esempi
virtuosi – viene assegnata una generosa dose di protagonismo, per quanto
astratto e autoindulgente, cioè un “margine di ribellione” da difendere
attraverso il riconoscimento di una “verità interiore”. Il prezzo è però alto,
anzi altissimo, e alla lunga insostenibile: lo sdoganamento di “un’altra logica”
(p. 148) nella quale l’alterazione e l’inattendibilità dei fatti sono fattori
tutto sommato relativi e i singoli, per afferrare il senso della realtà, della
propria individualistica realtà, tendono a considerarsi come “più consapevoli e
competenti di tutti gli altri”, pur accantonando la decifrazione coerente e
analitica del reale.
> Per Lorusso, oggi viviamo in un tempo segnato da almeno due tendenze
> “esasperate e incrociate”: la “disneyficazione” della realtà e la
> “realizzazione” della finzione.
L’ultimo step del libro di Lorusso riguarda l’impatto dell’intelligenza
artificiale (IA) nel creare e plasmare testi, immagini e video. L’IA e le sue
risultanze, a volte percepite come vere pur in assenza di fondamenti fattuali,
contribuiscono infatti alla ridefinizione dei confini della credibilità, anche
per via del “predominio dell’icononismo”, e sono l’ennesimo tassello di un
mosaico in continua formazione, “semplicemente una realtà ibrida e un po’
vischiosa, densa e opaca, che come tale richiede costantemente uno sforzo di
riconoscimento, e poi di articolazione e distinzione” (p. 155).
Qui Lorusso, lontana da vaghe letture deterministiche, sposta sul focus: l’IA
opera secondo prassi codificate e segue “pattern reticolari” che rimandano alla
struttura semantica della cultura che già Umberto Eco chiamava “enciclopedia”
(p. 163). Nel farlo, sfrutta materiale preesistente: elabora, assembla, collega
e combina grandi quantità di dati tramite associazioni statistiche e in modo
molto rapido, allargando così il campo visivo e ripescando contenuti dimenticati
o trascurati, senza però raggiungere picchi di creatività e originalità.
Il che porta con sé diversi tipi di rischi: come “il progressivo appiattimento
delle conoscenze intorno ad alcuni nuclei, autori, valori disponibili e
frequentemente riutilizzati” (p. 164), oppure le difficoltà nella “dinamica di
ricezione”, dal momento che, se per generare informazioni serve sempre meno
tempo, occorre invece lavorare con più profondità per tematizzarle e recepirle
correttamente e coerentemente, con piglio pragmatico e abilità distintive,
stando attenti all’appropriatezza di un determinato enunciato in relazione alla
situazione in cui viene esposto, cioè al suo essere “pertinente, eloquente,
rilevante rispetto al mondo” (p. 184). In questo senso, l’ingresso
dell’intelligenza artificiale nella sfera pubblica pone una sfida vecchia in
termini nuovi: salvaguardare le cornici di contesto che permettono di capire, di
volta in volta, chi è che parla, da quale posizione lo fa e secondo quali
prospettive interviene.
Vivo, vedo e percepisco, dunque conosco
È dunque diventato possibile, dopo un’incubazione di lungo periodo, produrre
molteplici versioni della verità: versioni del mondo che sfumano la realtà e
pretendono esclusività, che si concepiscono come assolutamente vere in
contrapposizione all’assolutamente falso e che, delegittimando i vecchi processi
di acquisizione e condivisione della conoscenza, agevolano la creazione di
comunità separate a discapito di legami sociali più eterogenei e meno
polarizzati.
> L’ingresso dell’intelligenza artificiale nella sfera pubblica pone una sfida
> vecchia in termini nuovi: salvaguardare le cornici di contesto che permettono
> di capire, di volta in volta, chi è che parla, da quale posizione lo fa e
> secondo quali prospettive interviene.
Al centro del libro di Lorusso, in una delle sue parti più meritevoli di
approfondimento, si pone una questione epistemologica che certamente ha a che
fare con la velocità, la pervasività e la capillarità delle false notizie, ma
riguarda soprattutto il modo in cui si attribuiscono valore e veridicità al set
di conoscenze collettive a cui assegniamo un peso specifico. Da questo punto di
vista, che il senso della realtà vacilli in mille maniere differenti, con
l’ibridazione tra mondi reali e mondi raccontati, compromette la stessa
fisionomia di quel sapere condiviso che lega individui diversissimi per
formazione, attitudini, passioni e ragioni; specie nelle società altamente
articolate e tecnologicamente avanzate. In anni di deconsolidamento democratico,
una delle principali bussole per orientarsi nel presente è perciò diventata (o
forse ridiventata) l’esperienza personale, per quanto disordinata, incompleta o
condizionabile possa essere.
A emergere è un io ingombrante che si fa giudice scaltro di un noi in
arretramento: l’individuo disintermediato che chiede più disintermediazione.
Contro ogni legittimità formale o istituzionale, “ciò che sembra legittimare il
parlare è il più delle volte l’esperienza diretta: chiunque ha sperimentato
qualcosa ha il diritto di parlare” (p. 41). Di conseguenza, “l’intimità è
diventata parametro di veridicità: più qualcosa è personale, più è autentico e
veritiero” (p. 43). Nonostante sia poco generalizzabile, la misura soggettiva
sovrasta quella oggettiva: viene elevata a sensazione illuminante che assegna
autorevolezza; quasi si trattasse di un marchio di garanzia applicato d’ufficio.
Il risultato è un sapere spigoloso che, più che fondarsi sulla solidità delle
prove e il confronto sistematico, si basa ancora su dinamiche identitarie che
trasformano l’approdo alla verità in un campo di battaglia necessariamente
simbolico ed esclusivo. Il che, più che rafforzare strumenti critici e capacità
di discernimento, fa da comoda copertura per una secca, sfacciata e a tratti
inquietante regressione intellettuale.
Questo slittamento, peraltro, è incoraggiato da un panorama comunicativo che
tende a promuovere e premiare la spontaneità, la naturalezza e la sincerità
forzatamente esibite ad uso e consumo altrui. Nei social media ciò che appare
immediato, e non mediato, viene percepito come più vero del vero, quindi
genuinamente reale: non solo perché risponde alle metriche dell’ingegneria
dell’attenzione, ma anche perché riflette un certo modo di abitare il pubblico
attraverso il filtro del privato.
Del resto, una parte non secondaria dei content creator più accreditati ripetono
continuamente, seppure con diverse strategie, che l’esperienza tangibile e
manifesta, rigorosamente pratica e non teorica, è la matrice ultima della
conoscenza. Uno dei suggerimenti forniti, in fondo, è quello di evitare di
essere qualcosa di più di quel che si è già e puntare tutto su presunte doti
innate o approcci istintivi che, in quanto tali, non hanno bisogno di essere
coltivati, perfezionati o arricchiti; e di conseguenza diffidare di chi invece
rimarca la necessità di mettere in discussione ciò che si è sempre stati.
Puntare i piedi per terra
Si potrebbe aggiungere, di passaggio, che da anni i soggetti più interessati a
orientare l’opinione pubblica – tra cui una fetta cospicua del conservatorismo
euroatlantico – hanno mostrato di aver compreso che tutto ciò, più che
irrobustire qualcosa di simile allo spirito critico o all’autonomia di giudizio,
produce di frequente il suo contrario: individui vulnerabili. Malgrado la
fervente retorica di cui si ammanta l’ambiguo anticonformismo odierno – per cui
chiunque può dirsi e sentirsi “controcorrente” – cittadini e cittadine
assomigliano spesso a drappelli sgualciti esposti al vento che tira, convinti di
resistere mentre invece oscillano.
> È diventato possibile produrre molteplici versioni della verità: versioni che
> si concepiscono come assolutamente vere in contrapposizione all’assolutamente
> falso e che agevolano la creazione di comunità separate a discapito di legami
> sociali più eterogenei e meno polarizzati.
La centralità dell’esperienza personale in regime di post-verità pone un
problema pubblico e politico. Un sapere collettivo che si fonda su vissuti
irriducibilmente individuali fatica a diventare terreno comune, linguaggio
condivisibile, base di organizzazione. Anziché aggregare, disgrega: cioè
depoliticizza la sfera pubblica. Al di fuori di rapporti di convivenza puramente
identitari o moralizzanti, può così venire a mancare la stessa rete di relazioni
e connessioni che rende pensabile, e quindi possibile, vivere in democrazie
pluralistiche che non possono fondarsi su una costellazione di solitudini ostili
e inaccessibili.
Davanti a uno scenario contraddistinto da un considerevole “livello di
indistinzione del mondo in cui viviamo” (p. 185), la disamina di Lorusso si pone
allora come il primo scalino di un percorso in divenire. Un percorso mobile che,
anziché restaurare gerarchie del sapere poco valide o addirittura
controproducenti, presuppone l’accettazione, la “normalizzazione”
dell’incapacità di leggere la realtà come accadeva in passato, e passa dalla
capacità di maneggiare testi e contesti, valutare la loro portata e i loro
effetti, saper cogliere le dinamiche interpretative e “imparare a renderle
sempre più critiche, il che significa sempre più consapevoli” (p. 190).
Lorusso ci esorta a ragionare sul fatto che oggi (ma non da oggi) tutto è
cambiato. E per questo occorre contestualizzare con cognizione di causa la
catena infinita di affermazioni, discorsi e narrazioni che scorrono davanti ai
nostri occhi, giorno per giorno. Il punto è accumulare un quoziente culturale in
grado di gestire la moltiplicazione delle angolazioni sul mondo, per poi
scandagliare tutto il processo di disseminazione, fruizione e frammentazione
delle informazioni (che siano vere, false o finte). Oltre a concentrarsi di più
e meglio sulla media literacy, c’è quindi un orizzonte perseguibile: curare
un’intelligenza umana interpretativa per costruire una nuova fiducia nella
dimensione collettiva, nel quadro di una contemporaneità che, mentre tutto si
muove, rischia di correre nella direzione opposta. Per il momento, almeno.
L'articolo Il senso della realtà di Anna Maria Lorusso proviene da Il Tascabile.
A trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è
apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di
Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe
far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia
deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è
innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea.
Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del
popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima
trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima
pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.
Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche
un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati
quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che
ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista
intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da
Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.
> È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si
> accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo,
> tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è
> totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che
> possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.
Fascism is in the air
“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla.
Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di
espulsione. Nelle scuole e nelle università. Sui luoghi di lavoro. Da un lato e
dall’altro dell’Atlantico, senza risparmiare l’America Latina di Javier Milei.
Eppure mai è stato così difficile dire e comprendere quella che Ciccarelli
chiama la “parola F”. La difficoltà nasce, spiega, dal “successo”
dell’occupazione neoliberale della “dialettica tra rivoluzione e divenire
rivoluzionari” con l’intento di ridurla agli assiomi del mercato. Così non sono
soltanto le istanze di libertà e le loro lotte che si sono “molecolarizzate”, ma
anche il fascismo. Una vera e propria appropriazione “dei concetti e del senso
delle azioni dell’avversario per ribaltarle nel loro contrario, facendo così
collassare i divenire rivoluzionari.e che circolano nelle forme di vita
normalizzate”. È da qui che si sviluppa quel carattere intrinsecamente
contraddittorio del neoliberalismo, insieme rivoluzionario e conservatore,
reazionario e controrivoluzionario.
> Abbiamo il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro
> problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto
> sia desiderabile una rivoluzione.
I “fascismi molecolari” di cui si occupa la ricerca di Ciccarelli non sono
riducibili a un aggiornamento dei fascismi storici. A differenza di questi
ultimi, il trumpismo non è una “macchina da guerra” che si appropria dello Stato
per controllare il mercato, ma è la “presa” dello Stato da parte delle forze del
mercato per mezzo, anche ma non solo, della violenza e del terrore fascisti.
L’obiettivo di Trump, “Make America Great Again”, non è di stabilire un
controllo americano sul mercato mondiale, ma di accumulare il più possibile le
proprie ricchezze irrobustendo a sua volta i profitti di chi fa parte della sua
rete finanziaria e immobiliare. E per questo distruggere gli ultimi meccanismi
di mediazione democratica e istituzionale, così come gli ultimi residui di
“spesa” sociale. Così come i suoi predecessori, in una congiuntura di forte
accelerazione che però lo differenzia, Trump non può proseguire il suo disegno
senza dispiegare una vera e propria guerra contro tutti coloro che, per
necessità o ancora per convinzione, si oppongono a una tale distruzione del (già
assai flebile) Stato sociale.
È in questo senso che Divenire rivoluzionari.e segna l’emergenza dei
microfascismi contemporanei negli anni Settanta più che negli anni Venti o
Trenta, sottolineando la loro organicità alla (contro)rivoluzione neoliberale.
Nelle pieghe del percorso storico tortuoso dei neoliberalismi, Ciccarelli
conduce il lettore e la lettrice al cuore delle sue contraddizioni seguendo la
sua triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968. Per questo Ciccarelli definisce
il neoliberalismo innanzitutto come una rivoluzione “dall’alto condotta dalle
classe dirigenti nutrite da egoismi territoriali e da impulsi anticostituzionali
e antiparlamentari”. Si tratta allo stesso tempo di una rivoluzione “capitalista
ostile alla democrazia intesa come istanza della libertà, dell’uguaglianza e
della giustizia” che si articola a una terza rivoluzione, questa volta
“classista, sessista e razzista che coltiva il risentimento contro gli oppressi,
gli sfruttati, le differenze sessuali e gli erranti fra le frontiere”.
Il merito del libro di Ciccarelli è, da questo punto di vista, di ritornare alla
fine di Mille piani (1980), dove l’analisi storica dei neoliberalismi si
intreccia con la storia politica degli anni Settanta. A differenza di altri tipi
di analisi, quella di Deleuze e Guattari è capace di mettere in risalto il
carattere antiliberale dei neoliberalismi, che vengono intesi innanzitutto come
delle varianti del progetto capitalista di farla finita con le aporie dei
liberalismi. Tra democrazia e individualismo, interesse collettivo e profitto
d’impresa, diritti fondamentali e libertà imprenditoriali, i neoliberalismi, già
nelle loro teorizzazioni degli anni Venti e Trenta, non cercano più delle
mediazioni.
Ecco perché i primi terreni di sperimentazione delle teorie neoliberali non
potevano che essere le dittature militari che falcidiarono le popolazioni
sudamericane negli anni Settanta. Dal golpe brasiliano del 1964, passando per il
Cile di Pinochet (1973) fino all’Argentina di Videla (1976), il neoliberalismo
si è imposto come dottrina politica, economica e sociale della guerra alla
democrazia, alle mediazioni istituzionali del movimento operaio, delle
differenze sessuali, in un mix di disprezzo totale dei diritti, senza alcuna
distinzione fra quelli sociali, civili e politici delle popolazioni prese in
ostaggio. Ciccarelli ricorda giustamente l’appoggio concreto della Scuola di
Chicago alla dittatura cilena, l’esultanza del neoliberale Wilhelm Röpke alla
notizia del golpe brasiliano e l’omaggio di Friedrich Hayek al fascista
portoghese António de Oliveira Salazar. Questi processi sono spesso associati
nell’immaginario collettivo a delle sorte di colpi di coda di vecchi incubi
fascisti che resistevano a un mondo nuovo di libertà e diritti. Oppure, nel
migliore dei casi, sono appiattiti alle difficoltà dei processi di
decolonizzazione, a cui certo sono legati. Il libro di Ciccarelli è appunto uno
strumento per andare oltre tali confusioni, sia storiche che contemporanee.
L’autore mostra infatti come le dittature degli anni Settanta, assieme a quelle
che le hanno precedute di qualche anno, non possano essere dissociate né dalle
guerre civili in seno all’Europa (Italia e Germania in testa), né dalla
finanziarizzazione dell’economia mondiale.
> Ciccarelli conduce al cuore delle contraddizioni dei neoliberalismi seguendo
> la triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
> lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968.
È in questa lunga storia che prende le mosse dagli anni Settanta che Ciccarelli
stabilisce una controstoria dei neoliberalismi, entro la quale diventa possibile
pensare nuovamente la famosa “parola F”. La spettacolarità degli speech
trumpiani, l’uso massiccio e scabroso dell’Intelligenza artificiale (si pensi al
video IA in cui Trump getta quintali di feci sulle manifestazioni No King) o
ancora la “tiktokizzazione” dei raid anti-chicanos condotti dalle milizie
paramilitari ICE guidate dallo Standartenfūhrer Gregory Bovino uniscono cattivo
gusto, violenza estrema e accelerazione della fascistizzazione della vita
quotidiana. Lasciano attoniti, impotenti davanti a un potere talmente kitsch da
pubblicare su Truth i nuovi arredi dei bagni Lincoln della Casa Bianca in stile
Saddam Hussein o Casamonica.
Cattivo gusto a parte, il neoliberalismo fascista di Trump che emerge dalle
pagine di Ciccarelli è figlio della lunga storia americana e mondiale inaugurata
da Richard Nixon e Ronald Reagan. Ovvero quel particolare momento della storia
mondiale in cui la rottura degli accordi di Bretton Woods (1971) e la seguente
finanziarizzazione dell’economia mondiale si articolano alla moltiplicazione dei
fronti di guerra, esterni e interni (come la War on drugs). Non è neanche un
caso che, come mostra The Apprentice (2024) di Ali Abbasi, proprio in quegli
anni il giovane Trump incroci sul suo cammino, mentre speculava sulla New York
falcidiata dal debito pubblico, l’avvocato fascista Roy Cohn, già sperimentato
inquisitore al fianco di Joseph McCarthy.
Divenire rivoluzionari.e. O una nuova idea di rivoluzione
L’ostacolo più grande per Trump e accoliti ha una data che è anche un nome
comune globale: 1968. Neoliberali e nuovi fascisti ne sono ossessionati.
Moltiplicano i suoi nomi per distaccarlo dalla ricchezza esistenziale e
politica, culturale e artistica che ha sconvolto, ai quattro angoli del mondo e
per un lungo decennio, la storia del capitalismo mondiale aprendo a nuove
direzioni di liberazione politica, sociale, economica, sessuale. Terreno per
eccellenza delle Cultural wars neoliberali dagli anni Ottanta, il pensiero-1968
è stato prima mercificato e svuotato nella forma della French Theory, per poi
essere identificato come la radice dei mali contemporanei. Sotto il nome di
“decostruzione”, l’insieme delle teorie e delle ricerche di Deleuze e Guattari,
Foucault e Derrida sono state perfino l’oggetto di un convegno organizzato nel
2022 alla Sorbona (Cosa ricostruire dopo la decostruzione?) a cui ha preso parte
il ministro francese dell’educazione dell’epoca Jean-Michel Blanquer. Era il
tempo delle statue di Cristoforo Colombo distrutte o sfregiate negli Stati Uniti
nell’ondata di mobilitazioni seguite al movimento Black Lives Matter, contro cui
i think tank dell’Alt-Right hanno elaborato la categoria della Cancel Culture e
poi del Woke. Salvo poi praticarla dall’alto e loro stessi, questa cultura della
cancellazione, prima attraverso il definanziamento delle ricerche “progressiste”
nelle università americane e poi delle esposizioni in numerosi musei, per finire
con l’eliminazione vera e propria di numerosi siti scientifici precedentemente
finanziati dal Congresso.
L’ossessione dei neoliberali e dei fascismi molecolari per il 1968 si spiega,
alla luce della ricerca di Ciccarelli, per la potenza di trasformazione che esso
ha liberato. Quel lungo decennio di lotte e nuovi sviluppi del pensiero critico
ha posto le condizioni di possibilità per andare oltre il sempiterno problema
del fallimento delle rivoluzioni e pensare dei nuovi inizi. Un’idea che Deleuze
sintetizzò nell’Abecedario girato da Pierre-André Boutang e pubblicato postumo:
“che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente,
non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria” (Abecedario, voce
“Sinistra”). Gli anni-mondo 1968 indicano infatti per Ciccarelli, così come per
Michael Hardt nel suo recente I Settanta sovversivi (2025), il terreno su cui è
emersa una nuova maniera di intendere e praticare il problema della rivoluzione.
Problema che, a partire da ciò che Ciccarelli e Hardt considerano il ground Zero
della nostra politica, consiste nel “dare un’altra consistenza alla
molteplicità”. La radicalità della novità degli anni-mondo 1968 è rintracciata
nel libro attraverso una “rottura” con i paradigmi organizzativi e desideranti
ereditati da altre “rotture” maggiori nel corso della storia dei movimenti
operai e rivoluzionari. Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se
non proprio con un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono
considerati qui invece come due filosofi rivoluzionari. In un’intervista con
Antonio Negri del 1990, Gilles Deleuze ribadì infatti come sia lui sia Félix
Guattari fossero “rimasti marxisti”, prima di aggiungere un prudente “in due
maniere diverse forse, ma entrambi”. Il filosofo francese spiegò subito cosa
intendeva: “non crediamo a una filosofia politica che non sia incentrata
sull’analisi del capitalismo e dei suoi sviluppi”.
> Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se non proprio con
> un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono considerati qui
> invece come due filosofi rivoluzionari.
L’adesione di Ciccarelli a questa autointerpretazione di Deleuze gli ha permesso
di presentare una caratteristica inedita rispetto alla letteratura italiana e
non solo, dando un peso specifico degli approfondimenti agli scritti di
Guattari. La centralità del tema della “rottura” nella ricerca di Ciccarelli
eredita appunto la riflessione guattariana condotta a partire dai primissimi
anni Sessanta, quando egli applicava e problematizzava insieme il concetto
lacaniano di “rottura” (coupure), gli ultimi sviluppi sartriani sui gruppi e
l’esperienza leninista del 1917. Come spiega bene l’autore, se per Guattari e
Deleuze bisognava cercare nuovi strumenti organizzativi, primo su tutti la
“trasversalità”, la “rottura leninista” del corso della storia resta una bussola
centrale nelle loro riflessioni. Non si tratta certo di “ripetere” il contenuto
dell’esperienza bolscevica, ma di ripetere la “rottura” che essa è stata capace
di imprimere alla “linearità storico-sociale”.
È quindi questa idea della possibilità e dell’attualità della rivoluzione che
pervade l’opera di Ciccarelli. Una rivoluzione che articola, senza sostituirla,
alla dualità della lotta di classe (una classe contro l’altra) una molteplicità
di forme di lotta e di soggetti che si riscoprono non solo come assoggettati dai
poteri e dai saperi, ma anche come protagonisti di processi rivoluzionari. È per
questo che Ciccarelli identifica nel divenire rivoluzionari.e un triplice
compito ancora non svolto: “la trasmutazione del passivo nell’attivo”, “la
trasvalutazione dei valori” e “la riconversione della soggettività capitalistica
e del suo desiderio in quella di una soggettività liberata”. Entro questo quadro
storico, politico e filosofico, si sviluppa dunque il problema dei divenire
rivoluzionari.e oggi. Il libro rilancia così un’intuizione che Marx ha
approfondito nei suoi scritti storici sul 1848 e sulla Comune, Lenin nel suo
Stato e rivoluzione nel caldo degli eventi del 1917, ma anche Gramsci, Sartre e
poi i movimenti decoloniali e transfemministi. Il problema consiste nel vedere
nelle molteplicità non una dispersione o ancora una frammentazione, ma il
terreno stesso di una reinvenzione della classe.
In tutti questi autori, teorici o ancora rivoluzionari, come nota Ciccarelli, il
concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
una rivoluzione. E non è sempre detto che ci sia. La classe diventa così una
formula delle molteplicità, la formula rivoluzionaria delle molteplicità, che si
oppone sia alla loro frammentazione sia alla loro messa in concorrenza o
addirittura all’accumulazione di identità a cui invita senza sosta la
mercificazione delle soggettività. È in questo senso che va intesa la tesi di
Ciccarelli secondo cui “la politica non è solo una questione di resistenza, ma
di creazione”. La creazione di cui si parla qui è la trasformazione delle
molteplicità sociali che è possibile quando un divenire rivoluzionari.e ne
incontra un altro:
> Il problema è tracciare una linea di massa tra divenire rivoluzionari.e
> asimmetrici, frammentari e dispersi mentre si consolida un potere che tende a
> negare la pensabilità di una simile prospettiva e realizza la propria
> rivoluzione, quella che nega la possibilità delle altre.
È proprio questa idea di una politica delle molteplicità che si schiude
nell’apertura del concetto di divenire rivoluzionari.e. Il pensiero filosofico e
politico di Deleuze e Guattari si muove a partire da una dinamica specifica che
– ci permettiamo di aggiungere qui a partire dagli archivi inediti di Deleuze –
prende il nome di dialettica della differenza e della ripetizione. Potrebbe far
inarcare qualche sopracciglio questo richiamo alla dialettica, a cui Ciccarelli
fa riferimento dalle prime pagine, in cui spiega che il suo libro è un esercizio
per “agire attraverso e pensare con Deleuze e Guattari […] in una dialettica da
riscoprire o da apprendere un’altra volta”. Ovvero: come pensare una dialettica
che sappia porre e insieme praticare il problema della rivoluzione a partire da
una concezione in movimento della “prassi basata sulla differenza”?
> Il concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
> misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
> movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
> una rivoluzione.
I passaggi più belli di Divenire rivoluzionari.e sono dedicati appunto a questa
dialettica. In una filologia vivente del concetto di rivoluzione, Ciccarelli ne
ricostruisce i legami col divenire, alla base della concezione contingente e
situata, mai escatologica, che sviluppano Deleuze e Guattari: “il divenire è il
riveniente: torna sempre diverso. E, ogni volta che si è ri-voluto, lo si è
voluto ancora, è tornato su se stesso, si è rivolto in altro. […] Il rivenire,
invece, è una ripetizione che differisce nella storia. Nei rovesci la differenza
riviene di nuovo e si capovolge un’altra volta”.
Per questo il concetto di “divenire rivoluzionari.e” articola soggettivazione e
rivoluzione, in un pensiero-azione cosciente che la prima non è riducibile a una
propedeutica della seconda, né che quest’ultima possa risolvere una volta per
tutte i problemi di cui è pregna la prima. Una rivoluzione non salva, non basta
e certo non estingue i problemi che assillano la storia umana. Ma costituisce
senza dubbio un salto (una “rottura”) dentro questa stessa storia, al punto che
ci sono date dopo le quali non è possibile porre i problemi come prima: 1789,
1848, 1871, 1917, 1968. Lo stesso problema della rivoluzione muta dentro questa
logica e si presenta oggi, nel post-1968, sotto forma del divenire
rivoluzionari.e.
Attraverso questo concetto-problema, Ciccarelli propone l’urgenza di armarsi di
ciò che Deleuze ha definito in Differenza e ripetizione (1968) “la conquista del
potere più alto”, quello di “decidere dei problemi restituendoli alla loro
verità”. Il ragionamento di Ciccarelli ruota attorno all’attualità di queste
pagine della tesi discussa da Deleuze in una Sorbona ancora sconvolta dagli
eventi del maggio 1968, in cui la “guerra dei giusti” è definita come “la lotta
pratica” che “non passa per il negativo, ma per la differenza e la sua potenza
di affermare”. Differenza che passa a sua volta dalle sperimentazioni di nuovi
“blocchi di alleanze”, concetto di Mille piani ampiamente aggiornato da
Ciccarelli attraverso il filtro delle teorie decoloniali e transfemministe,
capaci di ampliare e approfondire questo “potere” e insieme di creare nuove
soluzioni. Come indica la stessa formula del concetto: “divenire
rivoluzionari.e”, piuttosto che semplicemente “rivoluzionari”, perché si tratta
innanzitutto di un lavoro politico che consiste nel rendere i problemi di
ciascuno trasversali alle lotte degli altri e quindi divenire questi altri per
poi divenire un’altra cosa ancora. “Futura umanità”, recitava l’Internazionale;
più concretamente, direbbero Deleuze e Guattari, cominciamo con un “divenire
donna”. Ecco, diveniamo rivoluzionari.e.
L'articolo Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di
Roberto Ciccarelli proviene da Il Tascabile.
H o dimenticato di quale torto pensai di essere stato vittima durante la gita di
maturità. Ricordo solo che durante quella settimana parlai pochissimo e di
controvoglia. Invece che andare a sballarmi con il resto dei miei compagni,
passavo le poche ore libere che i professori ci concedevano ogni giorno
infilandomi nella metropolitana. Senza curarmi della direzione, salivo sul primo
treno di passaggio. Qualche volta, a un’intersezione tra due linee, smontavo dal
treno e prendevo una coincidenza, lasciandomi trasportare da un altro convoglio.
Poi, a un certo punto, senza seguire un principio preciso, sceglievo una fermata
e smontavo. Obbedendo alla segnaletica procedevo verso l’uscita e, una volta
ritornato in superficie, mi dedicavo all’esplorazione del quartiere in cui il
caso aveva deciso di portarmi.
A volte andava male. Il quartiere scelto poteva essere un quartiere dormitorio,
il cui paesaggio era dominato da un’infilata di alveari per umani in un anonimo
stile brutalista. Altre volte, invece, il caso regalava qualcosa. Come quando,
girovagando per un piacevole blocco di condomini in stile liberty, m’imbattei in
un pittoresco negozio che vendeva oggettistica rockabilly; una rarità per chi,
come me, veniva dalla provincia profonda.
Che andassero bene o male, quando l’orologio m’imponeva di tornare sui miei
passi e ritornare sotto terra per rientrare in ostello, quelle esplorazioni mi
lasciavano lo stesso qualcosa sulla pelle. Era una sorta di brivido, come una
scarica elettrica che faceva drizzare i peli delle braccia. L’esaltazione o la
spossatezza del giocatore d’azzardo che, almeno per un istante, aveva
contemplato l’inebriante girotondo di infinte possibilità tutte ancora da
attualizzare.
Solo che la mia slot machine, in quei frangenti, era la metropolitana, un treno
urbano che correva sotto la superficie della città, divorando le distanze senza
che me ne accorgessi. La cosa più simile a cui potevo ricondurre quei viaggi
senza meta era l’esperienza di una partita a Super Mario. I momenti in cui,
ignaro di quel che potrebbe accadere, posizioni la figurina dell’idraulico sopra
uno dei tanti tubi di cui sono costellati i livelli del gioco e pigi il tasto
inferiore della croce direzionale per farla accucciare. Il tubo potrebbe essere
un passaggio che conduce a un’area segreta del mondo di gioco, carica di tesori.
Oppure a una scorciatoia, che può farti avanzare rapidamente verso il livello
finale. Oppure, più spesso, essere bloccato e non portare da nessuna parte. La
metro, che ‒ curiosa coincidenza ‒, si può chiamare anche tube (tubo),
funzionava per me allo stesso modo. O meglio, ero io che la facevo funzionare
così, perché il resto delle persone che condividevano con me quei viaggi
sapevano alla perfezione dove stavano andando, quanto sarebbe durato il loro
tempo sottoterra e, soprattutto, cosa avrebbero trovato una volta riemersi dalla
rete metropolitana.
> La mia slot machine era la metropolitana, un treno urbano che correva sotto la
> superficie della città, divorando le distanze senza che me ne accorgessi.
O almeno così pensavo. Magari, su quei treni, seduto a fianco a me o aggrappato
a uno dei pali di sostegno, c’era qualcun altro che aveva deciso di scendere
nella metropolitana per smontare a una fermata sconosciuta solo per provare il
brivido di scoprire che aspetto aveva la città sopra di lui. Chissà, forse non
ero solo. Non lo so; quello che so è che questi ricordi e le sensazioni a loro
collegate e a lungo sopite nel mio cervello sono state riattivate dalla lettura
di un saggio uscito qualche settimana fa per il marchio MachinaLibro
dell’editore DeriveApprodi. Scritto dal giornalista culturale Luca Gricinella,
Giù in metrò. Società, arti e culture è un libro dedicato a ricostruire il ruolo
che la metropolitana riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che
essa ha esercitato su ogni forma di espressione.
Dalla fotografia alla musica, dal cinema alla letteratura, fino alle arti
performative, quello della metropolitana nell’immaginario collettivo è un ruolo
caratterizzato da un ampio ventaglio di sfaccettature. Per poterlo raccontare in
modo esaustivo, l’autore ricorre ‒ non potrebbe fare altrimenti ‒, a molte,
diverse forme di scrittura: dall’autobiografia alla saggistica, dall’intervista
al reportage, dalla recensione all’etnografia. A imporre questo stile ibrido è
la natura stessa della metropolitana. Essa è infatti molte cose diverse allo
stesso tempo.
Prima di tutto è un mezzo di trasporto. Un treno che corre sottoterra grazie a
un reticolo di gallerie. È grazie a questa caratteristica che permette a un
vasto numero di persone di spostarsi rapidamente, percorrendo lunghe distanze.
La costruzione dei primi treni metropolitani ha inizio alla fine del
Diciannovesimo secolo. La prima vera linea meritevole di questa definizione è
stata quella di Londra, che ha cominciato a operare il 10 gennaio del 1863. Ad
avanzare la proposta di costruirla pare sia stato l’allora sindaco della
capitale britannica, Charles Pearson, determinato a ridurre il caos
insopportabile delle vie del centro, dovuto in parte anche alla mancanza di un
interscambio diretto tra le stazioni ferroviarie londinesi.
Da allora e fino agli anni cinquanta del Ventesimo secolo, la costruzione di
reti di trasporto ferroviario metropolitano visse un periodo di forte e rapida
espansione. Una crescita che non si limitò solo al numero di città che
adottavano questa soluzione o alla lunghezza complessiva delle loro reti, ma che
fu anche un progresso tecnologico. La metropolitana deriva dalla ferrovia, da
cui mutua buona parte del suo apparato tecnologico. Tuttavia, le particolarità
dello spazio in cui opera hanno fatto sì che questi impianti fossero oggetto di
innovazioni, come il controllo della marcia dei treni e la guida automatica.
> Giù in metrò è un libro dedicato a ricostruire il ruolo che la metropolitana
> riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che essa ha esercitato
> su ogni forma di espressione.
Oggi, i diversi tipi di tecnologia impiegati distinguono i sistemi di
metropolitana, dando origine a molteplici categorie. Le metropolitane si
distinguono così in base al loro tipo di guida, con o senza conducente; al tipo
di rotaia usata, metallica o gommata; al tipo di sede, che può essere
sotterranea, sopraelevata o di superficie; in base al genere di servizio, dunque
pesante o leggero. Potrebbe sembrare una nota di poco conto, ma una parte
dell’identità di ogni metropolitana nasce proprio dalle molte combinazioni
possibili di queste tecnologie.
Ruote e rotaie di quella di New York, racconta Gricinella nel capitolo a essa
dedicato, continuano a essere entrambe di metallo, dando così origine al forte
stridio che ne è diventato ormai un simbolo. Mentre i convogli automatizzati
della linea lilla (M5) della metropolitana di Milano ‒ che attraversa la città
da nord a nord ovest collegando lo stadio di San Siro con il capolinea di
Bignami Parco Nord ‒ la rendono la linea più amata dai bambini. Seduto su uno
dei seggiolini, l’autore li osserva con tenerezza correre verso l’ampia vetrata
rivolta nel senso di marcia per potersi godere l’emozione di veder comparire la
luce al fondo dell’oscurità del tunnel, mano a mano che il treno si avvicina a
una stazione.
Ma la metropolitana non è solo un mezzo di trasporto tecnologico, è anche uno
spazio. Uno spazio molto particolare; un non luogo, per dirla con il concetto
coniato dall’antropologo francese Marc Augé, che alla metropolitana ha dedicato
Un etnologo nel metrò (1992), uno dei suoi testi più celebri. A renderla tale è
la sua posizione sotterranea. Alla metropolitana si accede infatti attraverso un
complesso sistema di soglie composto da scale, portali, tornelli, ascensori,
rampe e diversi altri tipi di forme architettoniche. Attraversando i quali non
ci si lascia solo alle spalle il mondo di superficie, si perdono tutti i
riferimenti e le coordinate spaziali che rendono possibile orientarsi nello
spazio.
L’esperienza di un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante
la quale ci vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad
affidarci quando attraversiamo gli spazi di superficie. A meno di non possedere
un’approfondita e inusuale conoscenza della rete e delle corrispondenze che essa
ha con i punti di riferimento che scorrono sopra le nostre teste, è impossibile
stabilire in quale direzione ci si stia muovendo quando si procede all’interno
dei suoi tunnel.
> Un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante la quale ci
> vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad affidarci
> quando attraversiamo gli spazi di superficie.
Un compito per cui non troviamo aiuto nemmeno nelle mappe che rappresentano le
diverse linee della metropolitana di una città. Se il modo in cui vengono
rappresentate ricorda più uno schema elettrico che una carta geografica è
proprio perché disegnare circuiti elettrici era il mestiere di Harry Charles
Beck, la persona che ha inventato questo sistema di rappresentazione allo scopo
di tracciare la mappa della metropolitana di Londra nel 1933. Ma prendendoci il
tempo per guardarla con più attenzione e provando a smettere di attraversarne
gli spazi frenetici come elettroni, e Gricinella ci sollecita a farlo con il suo
libro, ci accorgiamo che la natura di non luogo ‒ anche Augé lo era nella sua
definizione ‒ è molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare.
L’antropologo francese specificava infatti che “ciò che per alcuni è un luogo,
per altri può essere un non luogo e viceversa”.
Scopriamo così che nella stazione di piazza Venezia della metropolitana di
Milano ‒ che, è la città in cui l’autore del libro è nato e vive ‒ esiste un
grande spazio vuoto, un mezzanino appartato ma non inaccessibile, di cui si sono
appropriate persone delle comunità sudamericane o asiatiche che lo utilizzano
come sala prove per le loro coreografie collettive, in quello che Gricinella
definisce “un esempio di spazio pubblico completamente in disuso che è stato ben
sfruttato”.
Oppure veniamo a sapere delle scorribande dei writer, che studiano le reti alla
ricerca di varchi o passaggi incustoditi da cui calarsi all’interno dei tunnel
della metropolitana per raggiungere i depositi dei treni e marchiarli con tag e
graffiti. O, ancora, dalle parole di Gricinella impariamo come le carrozze dei
treni metropolitani possano diventare il palcoscenico per un ampio ventaglio di
artisti di strada: dai senzatetto che si improvvisano intrattenitori fino agli
artisti affermati che usano la metropolitana come ispirazione per i propri
lavori.
> Guardando la metro con più attenzione, e provando a smettere di attraversarne
> gli spazi frenetici come elettroni, ci accorgiamo che la natura di non luogo è
> molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare.
È il caso di Sara Pizzi, performance artist italiana che vive e lavora a New
York, città dalla cui metropolitana si è fatta ispirare per lo spettacolo L
Train, realizzato insieme ad Aida Takashima. Ispirato all’omonima linea della
metro newyorkese, L Train, una coreografia di danza contemporanea, ha debuttato
il 21 e 22 gennaio del 2022 al Green Space Theatre nel Queens e, oltre alla
musica, conteneva annunci registrati della linea L e una narrazione recitata. Al
centro di questo lavoro c’è il desiderio di parlare “di come la vita sia
instabile, di come tutto cambi regolarmente senza che ce ne rendiamo conto, di
quante persone abbiamo lasciato nella nostra vita, di quante persone
dimentichiamo, di quanto siano imprevedibili le relazioni e di quanto sia facile
sentirsi sostituibili. Tutte queste domande portano alla conclusione che la vita
sembra come la linea del treno L: tutti vanno nella stessa direzione ma nessuno
ha la stessa destinazione.”
La linea L della metropolitana di New York collega Manhattan a Brooklyn con
ventisette fermate. È stata la prima linea automatizzata della città ed essendo
così lunga serve un considerevole numero di persone diverse, che si alternano
sui suoi convoglia a seconda del momento della giornata. “Dalle sei alle otto”
dice Pizzi, intervistata nel libro,
> studenti, insegnanti, altri lavoratori. Dalle nove del mattino fino alle tre
> del pomeriggio, tutti gli altri lavoratori con orari normali, senzatetto,
> artisti, turisti. Dalle quattro fino alle sette del pomeriggio è il delirio:
> fiumi di persone che tornano a casa dal lavoro e qui devi sgomitare tra
> skateboard, animali, buste della spesa e borse per entrare nella carrozza e
> sentirsi come una sardina in lattina. Dalle otto di sera in poi, invece, c’è
> la gente che torna tardi o va a lavoro, a cena, a un evento, e te la ritrovi a
> mezzanotte sullo stesso treno per tornare a casa ubriaca. Dalle due alle
> quattro del mattino, infine, è quell’orario magico in cui non sai se stai
> sognando o sei sveglio: tra carrozze vuote, o solo con senzatetto
> addormentati, lavoratori della metropolitana o giovani adulti ubriachi,
> l’unica cosa che si può temere è di addormentarsi e ritrovarsi all’altro capo
> della città.
Per quanto emblematica, quella testimoniata da Pizzi è solo una delle tante
storie che Luca Gricinella raccoglie per raccontare cosa sia davvero la
metropolitana e il legame che abbiamo con essa. Non soltanto un ambiente urbano,
né un comodo per quanto affollato mezzo di trasporto. Vista attraverso la penna
dello scrittore milanese, la metropolitana ‒ o metro, oppure metrò, alla
francese ‒ si rivela per quello che è in realtà: un complesso oggetto culturale
che, in virtù del fascino che le sue caratteristiche esercitano su di noi,
occupa un posto di rilievo nel nostro immaginario e continua a rappresentare un
luogo in cui storie personali, dinamiche di comunità, pratiche artistiche
spontanee e marketing corporativo continuano a incontrarsi e influenzarsi le une
con le altre, in quell’incessante lavorio creativo ed espressivo che siamo
abituati a chiamare “cultura”.
L'articolo Giù in metrò di Luca Gricinella proviene da Il Tascabile.
I n Storia della fama. Genesi di otto miliardi di celebrità (2025), Alessandro
Lolli, già autore del seminale La guerra dei meme. Fenomenologia di uno scherzo
infinito (2017, 20202) torna a proporre la sua prospettiva sociologica,
contemporaneamente rigorosa e idiosincratica, questa volta applicata alla fama.
Si tratta di un tema indispensabile per comprendere la socializzazione virtuale,
ma anche di una questione che in modi diversi ha attraversato tutte le società:
per questo, una “storia” che parte dall’età antica, si sofferma a lungo sulla
modernità e arriva infine all’oggi, una fase inedita, secondo Lolli, in cui
quello che era un problema che riguardava pochi soggetti diventa affare di
massa, con conseguenze immani per i soggetti stessi e, inevitabilmente, per la
società.
IL TUO LIBRO RICOSTRUISCE COME LA FAMA SIA DIVENTATA UN FENOMENO SEMPRE PIÙ
CENTRALE NELLA SOCIETÀ. QUESTO COSA IMPLICA PRECISAMENTE? UN AUMENTO DI
SPEREQUAZIONE RISPETTO A UN BENE SEMPRE PIÙ AMBITO O UNA DEMOCRATIZZAZIONE DI
QUALCOSA DI ELITARIO PER DEFINIZIONE?
La sperequazione della fama secondo me non sta aumentando. Anzi, prendiamo Kanye
West e Taylor Swift, rispettivamente il cantante e la cantante più famosi al
mondo. Mi sai dire i titoli di cinque canzoni di Taylor Swift? Probabilmente no.
Saprai chi è, ne avrai sentite alcune (io ne so forse due). Mentre se ti chiedo
titoli di Britney Spears, me li sai dire subito. Oggi le persone in cima alla
gerarchia della fama sono meno famose che in passato, per via della
targhettizzazione sempre più mirata che il pubblico riceve nei suoi consumi
culturali. Certo, diversi famosi oggi riempiono ancora gli stadi e hanno tutto
il loro seguito di fedeli, ma non sono più dei fenomeni di massa come potevano
esserlo le popstar già solamente dieci o quindici anni fa, quando un’intera
generazione guardava MTV. La nostra fruizione della musica allora passava per i
media nazionali e le loro canzoni le sentivi per forza.
Ora la fruizione passa per degli strumenti che noi addestriamo con i nostri
gusti e Taylor Swift potremmo non averla mai sentita (cosa impossibile per
Britney Spears a inizio anni 2000). Nessuno è più famoso come ai tempi di quella
che definisco la fama paradigmatica. Oggi la fama ritorna cittadina: famosi di
livello globale esistono ancora, tutti sanno i loro nomi, ma non ne abbiamo più
una reale conoscenza come era un tempo. Quindi la sperequazione secondo me è
diminuita, è aumentato invece qualcosa di diverso, ovvero il fatto che sia più
facile mettersi nei panni del famoso. Sempre più persone nei panni di un
microfamoso ci si sono trovate, tendenzialmente chiunque usi un social network –
è questa la tesi del libro. Chiunque abbia i social ha già dovuto gestire degli
hater, ad esempio, quindi è più facile l’identificazione. In passato tu, persona
normale, quell’esperienza non l’avevi mai avuta.
QUINDI MENTRE SI VA VERSO UNA CRESCITA ESPONENZIALE DELLE DISUGUAGLIANZE SUL
PIANO ECONOMICO, LE ESPERIENZE CHE FACCIAMO A LIVELLO DI SOGGETTIVAZIONE
DIVENTANO SEMPRE PIÙ SIMILI? O È SOLO UN’ILLUSIONE DATA DALLA SENSAZIONE DI
LIVELLAMENTO CHE CONSENTE IL VIRTUALE, IN CUI TUTTI POSSONO AVERE UNA PAGINA
FACEBOOK, IN CUI “UNO VALE UNO”?
I social network si sono presentati in maniera un po’ truffaldina: ti dicevano
“a cosa stai pensando?”, si spacciavano come un modo per parlare con i tuoi
amici, per esprimerti, e invece erano uno strumento di disintermediazione
potentissimo che dava quello che io chiamo “il palcoscenico”, prima verbale poi
anche audiovisivo, in mano a tutti, e questa è chiaramente un’esperienza aliena
a tutta la storia dell’uomo.
Poi possiamo discutere se questo abbia un valore positivo o negativo. Però un
pensionato di sessant’anni che scopre che si può fare i video invece di
sbraitare al bar di fronte a chi lo sta sentire, magari tramite il passaparola
riesce a sfondare (faccio l’esempio del pensionato come persona meno aderente ai
linguaggi che ti permettono poi di provare a sfondare davvero conoscendo la
logica del medium). Questa è di fatto una cosa democratizzante, o meglio, se
democratizzare ha un significato è anche questo. Il post su Facebook, su Twitter
e su Instagram per lungo tempo è stato veramente un modo di parlare con gente
che bene o male ti conosceva. Eppure proprio lì ci siamo ritrovati tutti famosi,
inconsapevolmente, e abbiamo cominciato a dover gestire nel nostro piccolo quel
tipo di dinamiche sociali che prima gestivano solo i Ferragnez. Se hai il
profilo pubblico arriva uno sconosciuto che ti conosce, magari ti chiede conto
di qualcosa che hai fatto o detto altrove, e come fa a saperlo? Chi è questa
persona? Un sacco di gente ha avuto queste esperienze ‘famogene’. Il giorno che
prendi 100 like a un post e cinque condivisioni, arriva qualcuno che ti tratta
letteralmente come un famoso. Ora esistono a tutti gli effetti dei famosi per
nicchie, cioè persone che possono campare addirittura di quella fama lì, piccola
e rivolta a una bolla. Questa cosa fino a vent’anni fa era completamente
inimmaginabile perché la fama viaggiava su media di portata nazionale.
E questo sta facendo qualcosa (che esce un po’ fuori dai confini del libro
perché è più sul lato della ricezione) di radicale a quella che chiamiamo la
cultura pop. Addirittura stiamo andando verso una impossibilità di parlare di
cultura pop in senso pieno. Certo il valore accerchiante e centralizzante del
mainstream esisterà finché esisteranno i media nazionali che vogliono che tu
parli dei Ferragnez, ma in realtà il consumatore già si è abituato a un altro
modello. Tipo: se sono un elettore di Calenda tra i 20 e i 25 anni non li guardo
i Ferragnez, voglio vedere solo Shy e Rick Dufer. I Ferragnez li subirò con
insofferenza, perché ormai siamo abituati ad un modello che è estraneo al
concetto stesso di mainstream, cioè io non devo per forza sapere di Taylor
Swift. Prima invece o sapevi di Celentano o non sapevi nulla della cultura in
cui vivevi, cioè non c’era un famosetto alternativo fatto per te. E questo avrà
delle conseguenze che toccheremo con mano a livello sociale tra qualche anno.
Non subito, perché forme di mainstream ancora sopravvivono, ma prima o poi
YouTube ucciderà definitivamente la radio e la TV. Esisteranno solo
microcelebrità, non legate a un modello di iperspecializzazione di competenze
quanto a una logica imprenditoriale. Mi spiego: poniamo che io sia un
imprenditore che deve fare una ricerca di mercato. Non è che una pizzeria è
sbagliata in assoluto aprirla. È sbagliato aprirla in quel quartiere, è
sbagliato aprirla senza una unique selling proposition che ti differenzi dai
tuoi più vicini competitor. Le persone che partecipano al gioco della fama, se
vogliono sfondare, devono tenere conto di tutte queste cose: io chi sono?
Poniamo che io sia un cantante indie: cosa devo cantare, chi sono i miei
competitor, come devo rappresentarmi, presso quali fasce? Fare arte diventa
molto più simile a un’indagine di mercato, come decidere in che quartiere aprire
il mio esercizio commerciale.
Il livello di consapevolezza riguardo a questo è la distinzione che io traccio
tra social network e social media. Il primo creava fama in modo inconscio e non
intenzionale, mentre le piattaforme di social media richiedono un’intenzionalità
che è paragonabile esattamente all’imprenditorialità. Già nel momento in cui
apri un canale YouTube ragioni come un imprenditore, che deve arrivare a un
pubblico, crescere, eccetera. Cioè ragioni come un imprenditore o anche come un
artista: qualcuno che fa una proposta sapendo che la sopravvivenza della stessa
è legata alla ricezione che avrà. Diversamente dai social network, nel social
media tu stai consapevolmente accettando le regole del gioco, sai di stare
davvero salendo sul palco, stai facendo davvero una cosa che è fatta per gli
altri, per i non conoscenti, per la fama. E si va sempre più in quella
direzione.
NELLA TUA RICOSTRUZIONE STORICA NON A CASO CERCHI DI FAR VEDERE COME IL
DESIDERIO DI FAMA SIA ANCHE INDOTTO. NON È SOLTANTO UNA QUESTIONE PSICOLOGICA, È
FORZOSAMENTE GENERATO DA UN SISTEMA PRODUTTIVO. SIA, COME SPIEGHI BENE, TRAMITE
IL DESIGN DELLE PIATTAFORME, SIA PER IL FATTO CHE NELL’ECONOMIA POSTINDUSTRIALE
“DIVENTARE QUALCUNO” (O DIVENTARE UN BRAND) SEMBRA UNA DELLE POCHE STRADE
DISPONIBILI PER GUADAGNARSI DA VIVERE: SENZA QUELLA RICONOSCIBILITÀ SI VALE
QUANTO UN’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. A FRONTE DI QUESTO, NON È POSSIBILE CHE
L’ANONIMATO SIA DIVENTATO UN PRIVILEGIO? NON A CASO MOLTI MILIARDARI VIVONO IN
UN ANONIMATO QUASI COMPLETO. TUTTI DESIDERANO NECESSARIAMENTE I RIFLETTORI
OPPURE IN REALTÀ LAVORARE DIETRO LE QUINTE (CON UNO STIPENDIO SERIO), POTER
CONDIVIDERE LE PROPRIE OPINIONI SOLO CON LE PERSONE CHE TI INTERESSANO INVECE
CHE SUI SOCIAL, NON SENTIRSI COSTANTEMENTE OSSERVATI PUÒ AVERE UNA SUA
ATTRATTIVA, MA SI SENTE DI NON POTERSELO PIÙ PERMETTERE?
Ha assolutamente la sua attrattiva, infatti quello della fama è un potere di
seduzione che potremmo definire satanico. Prendiamo appunto la figura del
miliardario che si può permettere l’anonimato. Magari su Internet ha una pagina
istituzionale oppure non è proprio mai diventato una figura pubblica, però è un
qualcuno che secondo me in qualche momento nella sua vita questa cosa l’ha
incontrata, ed ha capito sulla sua pelle quanto gli poteva far male. Eppure
anche lui è suscettibile a un’offerta di questo tipo – come quando Trump va da
Musk e gli dice “senti, vuoi fare il mio braccio destro?”. Non è detto che i
soldi che ha siano una motivazione sufficiente per rifiutare quel livello di
esposizione lì, con tutti i suoi pro e contro. Infatti nel libro cito
Houellebecq che in Le particelle elementari sostiene, erroneamente, che le
rockstar siano più ricche di banchieri e imprenditori. Di fatto non è così,
eppure, comprensibilmente, la vita della rock star gli appare molto più
invidiabile di quella di un miliardario anonimo. A dispetto dei soldi.
Questo passaggio secondo me è fondamentale per la contemporaneità: in passato se
eri famoso, nel senso proprio del termine, eri anche almeno benestante, perché
voleva dire che avevi avuto accesso alla carriera propriamente detta della fama,
quindi eri un cantante, un politico, uno scrittore affermato, eccetera eccetera
e quindi avevi anche soldi. Oggi questa unione tra i soldi e la fama si è
slegata. Ci sono delle persone, ad esempio una mia amica che fa l’influencer da
100.000 followers e rotti, che non ha manco i soldi per piangere perché non ha
mai fatto advertising. Lei è una forza culturale significativa nel suo ambiente,
un’influencer politica, ha un’esposizione che però non si traduce in soldi.
Questo anche per via delle sue scelte etiche, ma pure se le avesse tradite forse
si faceva al massimo uno stipendio da entry level, se cominciava a fare le
pubblicità degli shampoo con la falce e il martello… Eppure lei è una che ha
influenza, ha fama, ha potere sulla cultura, viene riconosciuta in tanti
ambienti. Quindi come tante figure simili vive tutti gli aspetti della fama, ma
non riceve la proporzionalità che ti aspetteresti in denaro.
La seconda caratteristica tipica del contemporaneo è che paradossalmente questo
non rende una persona come questa influencer meno invidiabile. Ti faccio un
esempio: preferiresti 100.000 like o 100 €? Tra 100.000 like e 100 € secondo me
tutti sceglierebbero i like. Se sei un imprenditore molto ricco e però sei poco
attraente, le donne magari ti cercano ma solo perché gli fai fare la bella vita
nelle terrazze di Dubai, non sei un vero oggetto del desiderio. Al contrario, se
sei famoso stai su un palco, tutti ti guardano, tutti vorrebbero averti o essere
te, insomma è una forma di amore. Quella è la cosa più ambita. Forse è un amore
falso, ma a me non interessa giudicare: dovrei diventare moralista e il mio non
voleva essere un testo moralista, cerco di descrivere la fama fino a un punto in
cui tu lettore puoi trarre tutto il tuo giudizio. Quello che interessa a me è
constatare che quell’amore lì ha un potere di seduzione fortissimo.
LA TUA ANALISI È MOLTO OGGETTIVA INFATTI. NON GIUDICANDO MAI I MECCANISMI
PSICOLOGICI CHE SONO ALLA BASE DELLE RELAZIONI FAMOGENE PERÒ SEMBRI
IMPLICITAMENTE NATURALIZZARLI, CONSIDERARLI INEVITABILI. NON DISCUTI AD ESEMPIO
LA GRATIFICAZIONE GARANTITA DALLA FAMA, COME SE FOSSE OVVIO CHE CHIUNQUE NON
POSSA CHE AMBIRVI. DIRESTI CHE LA FAMA LOGORA CHI NON CE L’HA?
La fama è un potere, qui inteso non come un’istituzione, ma come una cosa che
agisce sull’animo, e se vogliamo dare un nome preciso a questo potere è un amore
senza volto, quello che si riceve dal pubblico, l’amore della folla anonima.
Quindi è un amore degenerato, ma rimane un amore, cioè un riconoscimento. Certo,
ha un valore puramente quantitativo: la fama si caratterizza proprio in questo
rispetto a tutte le altre relazioni, quelle relazioni che non sono famogene
perché io so con chi sto parlando e da chi vengo riconosciuto, da chi vengo
validato, da chi vengo amato, da chi vengo odiato. Si ha un rapporto di fama
quando io non so queste cose, quindi ciò che conta è solo il numero.
Intendiamoci, la fama logora anche chi ce l’ha. Ma il fatto è che la fama può
essere negativa, positiva, o anche, e questo è cruciale, troppo ristretta
rispetto al tuo sforzo: nel momento in cui giochi a quel gioco, puoi decidere di
uscirne a causa della delusione. Raramente comprendi in maniera morale e
spirituale che questa cosa ti sta facendo del male, più spesso comprendi che hai
fallito a quel gioco e che continuarlo vuol dire esporti sempre di più alla
percezione di un fallimento. Quel bisogno di validazione non può che aumentare
esponenzialmente: lo disse una volta Gipi, una persona che non cito nel libro ma
che avrei dovuto perché da quindici anni in ogni intervista parla proprio di
questo.
La prima volta che lo vidi dal vivo, a una presentazione nel 2013, parlò di
quando divenne famoso. In effetti fu il primo fumettista italiano a raggiungere
quei livelli di fama, ben prima di Zerocalcare; se ricordi andò dalla Bignardi
nel 2008, è lì che si è cominciato a parlar di graphic novel, a nobilitare il
fumettista come artista eccetera. Parlando di questo lui parlava di applausi,
che oggi chiameremmo like. Diceva che nel momento in cui ne hai presi 100.000,
il buco che hai dentro ora vale 100.000. Quando ne prendi “solo” 1.000, quindi,
ti senti vuotissimo. Se non ne avessi mai presi né 100.000 né 1.000, ne prendi
100 e sei supercontento. Insomma sviluppi un’assuefazione alla fama, come con
una droga, e quindi più hai un riconoscimento, più hai bisogno almeno di quella
soglia là, tutto il resto è un fallimento. Quindi è questo, secondo me, più che
un motivo moralistico stile “ho capito che questa è una via sbagliata” a far sì
che la gente si chiami fuori. Tante persone si ritirano come coping per un
fallimento percepito: mi convinco di non valere più nulla, quindi non vale
neanche più la pena stare qua a provarci. Tanto vale che faccio la vita vera.
NELLA SUA PREFAZIONE, FRANCESCO PACIFICO PARLA DELL’UMILIAZIONE CHE STA DIETRO A
TUTTO IL MECCANISMO DELLA FAMA, LA CHIAMA UNO “SQUALLIDO IPEROGGETTO”, UN PO’
COME CHRISTOPHER LASCH NEL SUO FAMOSO LA CULTURA DEL NARCISISMO NEL SOTTOTITOLO
PARLAVA DI “UN’EPOCA DI DISILLUSIONI COLLETTIVE”, SVELANDO INSOMMA LA POCHEZZA
UMANA, SOCIALE E RELAZIONALE DI CUI IL NARCISISMO ERA UNA CONSEGUENZA PRIMA CHE
UNA CAUSA. PERÒ POI LEGGENDO IL TUO LIBRO TU SEMBRI INTERESSATO, PIÙ CHE A
DECOSTRUIRE LA FAMA E IL BISOGNO DI FAMA, A SVELARNE IN MODO UN PO’ DIALETTICO
IL MECCANISMO DESIDERANTE CHE VI SI ESPRIME. AD ESEMPIO, RICONOSCI CHE NEL FAN
C’È UN DESIDERIO MIMETICO E UNA VOLONTÀ DI IDENTIFICAZIONE, MA INSISTI PIÙ CHE
ALTRO SUL DESIDERIO ESPLICITAMENTE EROTICO CHE RENDE TALE IL FAN.
Perché il desiderio erotico è l’ultimo passo prima dell’identificazione. In
questo senso è fondamentale la figura della groupie, cioè il fan che si risolve
fin dove si può risolvere, perché il rapporto sessuale è questa unione di due
corpi, il momento in cui non potresti essere più vicino di così a una persona
(che non conosci davvero): qual è la cosa più forte che puoi fare con chiunque?
Farci l’amore, no? Con chiunque con cui non hai un altro rapporto invece molto
più mentale e spirituale. E quindi sì, quella è la forma che prende nel momento
in cui provi ad attualizzarla.
L’identificazione invece è un meccanismo psicologico ancora precedente: una
delle forze che ci spingono ad ammirare qualcuno di così distante è mettersi nei
suoi panni. Questo emerge spesso in tutta quella serie di produzioni testuali
che sono la difesa del famoso da parte del fan. C’era un giornalista del Foglio
di cui non farò il nome, che per anni ha difeso strenuamente quasi ogni
settimana nella sua rubrica i Ferragnez. Se la prendeva con “gli invidiosi” che
li criticavano, difendendoli con i soliti argomenti: “tu non sei nessuno, loro
stanno a fare i soldi, guarda che bella vita”. Lo muoveva un meccanismo di pura
identificazione. Se vuoi, anche di sopravvivenza: se io non sto dalla tua parte,
tu mi schiacci. Lui si stava ponendo direttamente nel salotto dei Ferragnez per
usare quella violenza contro quelli che in realtà erano molto più simili a lui.
Ed è qualcosa di diverso dalla cortigianeria, perché è una cortigianeria tutta
proiettiva, immaginaria: che io sappia lui non ha mai avuto davvero accesso alle
prebende dei Ferragni, è tutta una difesa psicologica, preventiva.
Se io con la mente non mi metto nella parte del rosicone, del perdente, vuol
dire che sono un vincente. Voi in questo momento state subendo questo potere che
riconosco schiacciante, proprio per questo io devo stare dalla parte del
potente. Devo dire “ma guarda che sfigati, che passano il giorno a criticarli
mentre loro fanno la bella vita”. Mentre mi esprimo così, io sono già accanto a
loro, ai potenti. Non sono tra le schiere dei rosiconi, perché l’ho appena
detto, che io no, io non rosico. E questo nell’atteggiamento della difesa del
famoso è secondo me la forza principale, lì proprio si vede come si struttura
questa cosa: come un asservimento di fronte a questo potere di cui si riconosce
la forza. Quanto più riconosci il potere schiacciante del famoso, tanto più ti
inchini, diventi un fan. Come dico nel libro, sia essere hater che essere fan
sono due modi di difendersi. Se fai l’hater (che è la cosa forse più naturale di
fronte a un potere che riconosci come tale), stai anche ammettendo che ti sta
facendo del male, cioè che tu rispetto a lui non sei nessuno, cioè stai
ammettendo questa differenza. Se invece ti dici “no no, loro fanno bene, io sono
con loro, anzi, hai visto come fanno rosicare gli altri”, stai vaneggiando di
essere non solo con loro ma come loro, quindi non toccato da questi sentimenti
qua, di inferiorità e invidia.
QUESTO SPIEGHEREBBE ANCHE QUELLA DINAMICA A CUI ACCENNI SECONDO CUI NON
DESIDERIAMO SOLTANTO ESSERE FAMOSI, MA DESIDERIAMO ANCHE AVERE QUALCUNO DI
FAMOSO DA AMMIRARE DA LONTANO. IL FAN PUÒ SICURAMENTE AVERE UN SACCO DI
RISENTIMENTO, MA POTREBBE COMUNQUE PREFERIRE AVERE DEI RAPPORTI FAMOGENI CON DEI
MODELLI PIUTTOSTO CHE AFFRONTARE UNA DISILLUSIONE RISPETTO A QUESTI MITI.
INSOMMA ABBIAMO BISOGNO DI AUTORITÀ?
Senz’altro, le persone vogliono qualcuno che le guidi proprio perché non ci sono
più tre partiti e una chiesa, e magari quattro o cinque famosi che ne incarnano
le visioni, a dirti cosa fare. Adesso le figure che ammiri e che prendi a
modello sono delle celebrità di nicchia, qualcuno che incarna un tuo flavour di
personalità, che ha gli interessi tuoi, che ha una visione morale tua… tua o
sua: chi è stato il primo a contaminare l’altro non si sa più. L’ho scelto
perché mi corrispondeva o ho iniziato a modellarmi su di lui? Io non credo che
questa funzione scomparirà, anzi questa funzione diventerà ancora più forte,
come il tuo legame di vicinanza con l’autorità che ti sei scelto. Il tuo Shy di
Breaking Italy funziona molto meglio di Pippo Baudo, perché è fatto su misura: è
comunque grande, di quella grandezza necessaria per funzionare come un modello,
come padre, come maître à penser, però hai l’illusione (che poi non è
un’illusione) che l’hai scelto tu, cioè che è comunque qualcosa di coerente col
tuo percorso di vita. Prima, una persona alla TV aveva il conduttore di
centrodestra, quello democristiano, quello comunista, e tra questa rosa limitata
aveva molta più facilità a dire “quello non mi rappresenta, mi è stato calato
dall’alto e quindi sì, sono un po’ più d’accordo con quello piuttosto che con
quell’altro”, ma se io invece mi sono scelto il mio influencer, l’adesione
diventa totale.
Questo spiega anche molto astensionismo, la morte della politica
rappresentativa: la gente non è più abituata a scendere a compromessi. Certo, ci
sono ancora personalità come Trump e Berlusconi che hanno qualcosa che sfugge a
questa logica, cioè non sono amati per le singole questioni che condividi con
loro, ma per un carisma eccezionale. Nati per ammaliare il prossimo, che sia una
tavolata o una nazione intera. Loro sono dei veri e propri famosi nel senso del
divismo. Ma sono rari: la “taylorizzazione” (nel senso di “taylor made”, fatto
su misura) dei consumi culturali, politici, spirituali, chiamali come vuoi,
insomma il fatto che io fruisco la cultura in una maniera sempre più
personalizzata, è ciò che fa sì che nessun partito mi rappresenti. I partiti
sono dei pachidermi novecenteschi, che non sono pensati per me. Devono prendere
un bacino elettorale e quindi avere molta più ampiezza e meno precisione, mentre
siamo ormai abituati a un rispecchiamento molto più preciso.
EPPURE TU SOSTIENI, A RAGIONE TROVO, CHE, A DISPETTO DI CHI PARLA DI
INDIVIDUALISMO, A CAUSA DELLA TECNOLOGIA SIAMO SEMPRE PIÙ MEDIATI E PIÙ SOCIALI:
LE PERSONE DIPENDONO COSTANTEMENTE E SEMPRE DI PIÙ DA UN FEEDBACK ESTERNO, IN UN
CERTO SENSO SONO MENO ISOLATE E MENO AUTONOME DI UN TEMPO, PARADOSSALMENTE. E IL
RISCHIO CHE FAI INTRAVEDERE IN QUESTO RAPPORTO DI CONTROLLO SOCIALE È,
INEVITABILMENTE, IL CONFORMISMO.
Esatto, sono convinto che la nostra società sia molto più conformista di quelle
del passato. La società tradizionale aveva appunto queste agenzie morali, come
la Chiesa e lo Stato (al massimo incarnate in alcune voci che ne facevano le
veci, ad esempio la famiglia), che erano più rigide ma erano poche,
individuabili, e distanti. Qua invece tu sei conformista in ogni momento in cui
ti esprimi sul social network proprio per via del feedback costante. In ogni
momento ricevi approvazione o disapprovazione. Il social network poi funziona
anche tramite bolle, che sono ambienti dei quali conosci già gli orientamenti e
le opinioni: tu già prima di ragionare su un tema conosci i posizionamenti dei
tuoi pari, hai già in testa questa mappa di opinioni. Per dirla in maniera
positiva, diciamo, hai già la società dentro di te, con tutto quello che
comporta, di bene e di male. E di male comporta un’autocensura preventiva, una
riduzione proprio della libertà di pensiero. Come diceva William James, “molte
persone credono di pensare invece riordinano i propri pregiudizi”, e oggi molte
persone credono di pensare invece riordinano le voci altrui nella loro testa.
Cercano di farle combaciare con la loro percezione del mondo. È una cosa che
vivo su me stesso e che vedo molto spesso nella forma che prendono talvolta
certe prese di posizione, piene di mani avanti, di considerazioni preliminari…
INSOMMA TU LAMENTI UNA CARENZA DI INDIVIDUALISMO, PIUTTOSTO CHE DENUNCIARNE
L’ECCESSO COME È ORMAI CONSUETUDINE FARE. E UN ALTRO PUNTO CHE FAI AL RIGUARDO È
QUELLO SULLE IDENTITY POLITICS.
La critica che si fa spesso alle identity politics da sinistra (in uno spettro
che va dalla sinistra estrema all’area rosso-bruna o
comunitaria/tradizionalista) è che sarebbero individualiste, espressione
dell’ideologia della società delle merci, trionfo del capitalismo, come gli
influencer insomma. Ora, il problema è che l’individualismo non è una posizione
dell’ego, è una teoria filosofico-politica, e se noi la applichiamo a
influattivisti ispirati alle identity politics capiamo che in realtà queste
ultime hanno come presupposto proprio la scomparsa dell’individuo: la persona
parlante non è un individuo ma è membro di una o più comunità oppresse, e
solamente in virtù di questa appartenenza prende parola ed è legittimato a
esprimersi. Cosa che peraltro chiunque aderisca a questa visione
rivendicherebbe: non sono individualisti, sono collettivisti (di tanti
collettivi – è questa l’intersezionalità). Ogni soggettività è formata da una
serie di linee di oppressioni, di situazioni per le quali una volta sei nel
gruppo privilegiato e una volta nel gruppo oppresso.
Io sono convinto che non sia una teoria individualista, e come ti dicevo sono
convinto che lo pensino anche quelli che la professano. Quello su cui forse
avrebbero da ridire è il fatto che questo loro modo di pensare ben si accorda
anche alla logica dei social, dove infatti c’è sempre una persona che sta
parlando e che gode di quella esposizione e di quella pubblicità ma è legato
all’altro lato, alla comunità perché tutto il suo valore è misurato dalle
reaction e dai follower che prende. Cioè l’influencer si esprime per cercare di
cogliere un riscontro che è immediato, verificabile, numerico come non lo è mai
stato prima nella storia, neanche ai tempi delle hit parade. Lì al massimo
potevi ipotizzare che una canzone fosse andata male per via di alcuni motivi che
comprendevi a posteriori, invece il sistema del social media ti dà delle metrics
precise. Ecco, la soggettività che si espone su un social media è una
soggettività molto fragile, che si mette in mano agli altri, le sue parole
contano quanto quest’altra collettività le fa contare. E quindi secondo me non
solo non sono individualiste filosoficamente proprio alla base le politiche
identitarie, ma non è individualista neanche l’utente tipo di un social media: è
troppo legato al giudizio altrui, non ha nulla di quella teoria dell’individuo
che si differenzia da una società ed è portatore di diritti e di valori a sé
propri… Che poi anche questa possa essere una finzione è un altro discorso, ma è
una finzione in cui alcune persone si riconoscono e pensano che il mondo
dovrebbe essere formato appunto da individui non da pecore. Un social media ti
rende egoista, perché ti nutre l’ego quando prendi quelle reazioni, ma non un
individualista.
RISPETTO A CHI PENSA CHE LE POLITICHE IDENTITARIE SIANO UNA RISPOSTA O UNA
REAZIONE ALL’ALT-RIGHT, TU LE LEGGI COME INVECE UNA “RISPOSTA ALLA NEVROSI DELLE
SINISTRE STORICHE”.
Dico che secondo me sono una filiazione della sinistra. Tra la critica poniamo
di un Fusaro o di uno Zhok che le associa all’individualismo e quella di un
Jordan Peterson che parla di marxismo culturale, penso che abbia ragione
quest’ultimo: è un marxismo che chiaramente perde la centralità della classe, ma
ne acquista tot altre che si articolano allo stesso modo. Riprende cioè dal
marxismo questa struttura secondo cui c’è una parte della società che opprime e
sfrutta e una parte della società che è oppressa e sfruttata. Il marxismo però
ha in sé, secondo me, anche l’universalismo, perché il punto è l’abolizione
delle classi, l’obiettivo è un mondo in cui non viene più sfruttato nessuno. Se
applichi questo discorso alla razza o al genere bisogna capire cosa vuol dire
l’abolizione di razza e genere come strutture simboliche. Lì spesso diventa
molto più forte la variante operaista del marxismo, in cui una parte che si
riconosce come oppressa (in quanto neri, in quanto donne, in quanto gay…) si
pone come primo obiettivo il conflitto e la distruzione della controparte. Cosa
che poi, calata nella realtà dei fatti, si trasforma semplicemente nel
pretendere da questa controparte un tornaconto, fosse anche una visibilità.
Anche qui Jordan Peterson non sbaglia nell’individuare questo meccanismo che
lui, semplificando, chiama tribalismo.
SOSTIENI CHE LA FAMA NON È UN RAPPORTO DI PRODUZIONE, MA DI CONSUMO. C’È CHI CI
SI MANTIENE PERÒ. IN MODO MOLTO DIRETTO, AD ESEMPIO, TRAMITE ONLYFANS, COME
RACCONTI BENE NELL’ULTIMO CAPITOLO SUL FUTURO DELLA FAMA. UN CASO EMBLEMATICO
PER CHIEDERSI CHI COMANDA DAVVERO NEI RAPPORTI DI FAMA: IL FAMOSO (PIÙ POTENTE
DEI FAN), O I FAN (DA CUI IL FAMOSO DIPENDE PER ESSERE TALE)?
OnlyFan è paradigmatico perché svela che ogni rapporto di libero professionismo
è prostituzione. Il famoso stereotipico è un artista che se può fare quella cosa
come carriera, come sostentamento, è perché è letteralmente un venduto, perché è
una persona che vende quella cosa lì ed è dipendente da un acquirente. Nelle
interviste spesso emerge che tipo di rapporto ha con i suoi acquirenti, ovvero
con i suoi fan: li odia. Li odiano sia Noyz Narcos sia le Onlyfansers, perché
sono delle persone con cui non hanno nessun rapporto, mentre i fan hanno un
rapporto completamente fantasmatico con loro, e loro sanno di esserne
dipendenti. Dipendenti però non dal singolo fan, bensì dal fan collettivo,
quindi quando il fan dice “ti boicotterò” pensa di avere un potere che non ha,
perché non ha un sindacato, non è organizzato come un corpo collettivo. Marx
spiega bene come i rapporti diseguali e sproporzionati possono essere resi
dialettici se quella massa di singole persone che producono plusvalore si
organizzano. Le opere di boicottaggio collettive possono funzionare in questo
senso. Quindi in un certo senso la cancel culture è un atto sindacale: la cancel
culture riuscita è una protesta dei fan che nella loro indignazione etica nei
confronti di un famoso formano questo sindacato. Certo, è la folla linciante
girardiana, ma è anche un sindacato, cioè è una forza talmente grande da
impattarti sul serio ‒ e infatti il famoso si rende conto che deve rendere
conto: farà ad esempio la pubblica scusa, dovrà ritrattare, insomma, deve farci
i conti in qualche modo. Questa asimmetria si inverte solamente nel momento in
cui tu hai a che fare con il tuo fan collettivo. Questo perché il famoso vale di
più di un non famoso. Ma l’operaio l’ha sempre saputo in qualche misura che lui
singolarmente per la Fiat non vale nulla, e che vale solamente se è organizzato,
il fan lo sa un po’ di meno. Avendo questo rapporto emotivo con il famoso, vive
un’illusione di mutuo riconoscimento, di reciprocità.
C’È QUALCOSA DI POLITICO QUINDI IN QUESTA INDIGNAZIONE PUBBLICA E COLLETTIVA?
La call out culture, cioè il momento inaugurale della cancel culture, il momento
in cui la gente si indigna perché un famoso ha fatto qualcosa di sbagliato o
qualcosa che è percepito come tale, è qualcosa di più della sanzione di un uso
illegittimo della fama. Al famoso viene rimproverato non solo ciò che ha detto e
pensato, che sì, è anche sbagliato in assoluto, ma è davvero sbagliato perché
lui ha un seguito: lui è responsabile di tutto quel following che ha. C’è
qualcosa di molto profondo che emerge in alcuni episodi di tentata
cancellazione: quando si comprende che forse il fatto in sé non era così grave
ma lo diventa perché quella persona è così famosa, la folla di fatto si sta
vendicando della fama; quello che sta facendo pagare al famoso di turno è il
fatto stesso di essere famoso. Si arriva così a un certo punto in cui cade la
maschera. Le persone rivelano di essere oltraggiate dal potere arbitrario che
questa persona ha, che non può essere giustificato dal fatto che è un
grandissimo attore e quindi può anche influenzare nel bene e nel male. Il
problema non è che non puoi influenzare nel male, si arriva a un certo livello
del ragionamento collettivo secondo cui non li potresti influenzare neanche nel
bene: il potere, la visibilità, il follow che hai non è assurdo solo il giorno
che sei ubriaco e scrivi la N word su Twitter, è assurdo anche tutti gli altri
giorni in cui non la scrivi. Se la dice mio nonno a Natale, infatti, non è così
grave come se la dice Manuel Agnelli. Quello che tu imputi a Manuel Agnelli non
è tanto che l’ha detta, ma che l’ha detta di fronte a 100.000 persone.
E se semplifichi i vari termini di questo discorso come se fosse un’equazione,
ti rendi conto che non c’è nulla che lo legittimi neanche quando dice il giusto.
Non c’è un mandato popolare che qualcuno gli ha dato per dire il giusto, quindi
nel momento in cui dice qualcosa di sbagliato, dici “ma perché questo sta qua?”.
In molti casi il punto passa dall’uso illegittimo del potere alla stessa
legittimità di questo potere. Sei stato irresponsabile, ma questa responsabilità
perché ce l’hai? Associare fama e merito (“ce l’hai perché hai tanti follower, e
li hai perché sei bravo”), è un discorso che arriva come razionalizzazione di
una violenza che inconsciamente il follower sa di stare subendo. Questo discorso
razionalizzante in cui ciò che è reale è razionale ed è giusto e viva così,
durante tutto il Novecento viene messo in discussione. Per gli antichi la fama
era un attributo che veniva già a chi se l’era meritato, perché era una persona
carica di responsabilità, era un governante, cioè aveva una legittimazione
ulteriore. Nel corso della storia della fama, tutti abbiamo capito che la fama
può essere arbitraria, cioè che un famoso può essere stato semplicemente
graziato dal Signore. Magari ha avuto una mezza idea buona, però la verità,
quello su cui si basa tutto questo potere, è che ti sei trovato alla fine al
posto giusto al momento giusto. La storia della fama è anche una storia di come
è cresciuto questo sospetto nei confronti della fama: tutti oggi abbiamo una
qualche cognizione del fatto che nessuna fama è pienamente legittima, pienamente
meritata.
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