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Il riarmo delle coscienze
I l 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse, una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the navy”. La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende denunciare. Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995. Poi ci sono i pomodori alla nicotina, i bibliotecari robot, i brogli attraverso il voto elettronico: sarebbe troppo lungo continuare l’elenco, e troppo divertente visto invece il tema di questo articolo. Il riferimento all’episodio serve a introdurre un argomento decisamente più serio: la presenza crescente delle forze armate all’interno delle nostre scuole e dei luoghi del sapere, ma anche in gran parte della vita civile del nostro Paese. Il fenomeno è abbastanza dilagante per chi lo osserva. Ormai è impossibile recarsi in una grande stazione senza incrociare giovani in mimetica. Così per strada nelle città, a margine di qualunque evento pubblico che sia culturale, sportivo o ricreativo. Nel 2023 Michela Murgia, in un post su Instagram, criticò la modalità con cui viene celebrata la nostra Repubblica. Il riferimento era alla tradizionale parata del 2 giugno che ogni anno vede sfilare le forze militari per le strade di Roma. Si tratta di una cerimonia alla quale ormai siamo assuefatti ma che, a ben guardare, offre uno specchio della direzione che sta prendendo la nostra società. “Trovo privo di logica – spiega Murgia rispondendo alle polemiche – celebrare la nascita di una democrazia facendo mostra dell’apparato bellico perché è la stessa cosa che fanno le dittature”. Spiegando la sua perplessità sull’attuale impostazione delle celebrazioni del 2 giugno, Michela Murgia proponeva invece una modalità alternativa, in cui ad aprire la parata potessero essere artiste e artisti, che portassero il messaggio che la ricerca della bellezza ci salva dagli orrori; i medici e le mediche, che tanto hanno fatto per salvarci dalla pandemia; il corpo docente che ogni giorno, in condizioni spesso avverse, lavora alla costruzione delle cittadine e dei cittadini di domani. Quelle parole suscitarono dibattito e polemiche e lo farebbero ancora oggi, se qualcuno le pronunciasse. La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: l’abitudine. Stupisce sempre di meno vedere armi nelle scuole, nelle strade, nelle stazioni. Fa sempre meno strano il fatto che alle forze armate sia delegata larga parte dell’educazione civica impartita a studentesse e studenti. O che le Università collaborino con eserciti e apparati militari e che molti progetti di ricerca siano inseriti in queste collaborazioni. > La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese > continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: > l’abitudine. C’è chi analizza il fenomeno. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è un comitato di scopo nato per monitorare e denunciare la crescente ingerenza dei corpi militari e dell’industria bellica all’interno del sistema formativo pubblico. Alla fine del suo primo anno di attività ha pubblicato un dossier in cui mostra come la diffusione dei valori militaristi sia diventata così pervasiva da soppiantare il valore civile della pace sancito dalla Costituzione. Prima dei dati e dei numeri, però, nel dossier c’è una citazione: viene direttamente dal documento “NATO’s Sixth Domain of Operations” del NATO Innovation Hub e recita: “Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia”. Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura da conquistare. Il mitra in cattedra Marines e civili di Sigonella animano il progetto Let’s Talk with Us, che coinvolge studentesse e studenti dell’ITIS Galileo Ferraris di San Giovanni La Punta, vicino Catania, in sessioni linguistiche di chiacchierate in lingua inglese. Il corpo militare è molto attivo nei luoghi del sapere del territorio che ospita la base, in un’ottica di Community Relations, buon vicinato. Così, entra all’interno delle scuole primarie o secondarie di primo grado attraverso attività di giardinaggio, tinteggiatura e pulitura dei locali, come accaduto nell’Istituto Comprensivo Padre Santo Di Guardo – Salvatore Quasimodo di Catania o nella scuola media di San Giovanni Galermo. Lo fa accolto di buon grado dai dirigenti scolastici che, spesso, coinvolgono in questi percorsi le stesse famiglie. Rapporti di buon vicinato sono probabilmente anche quelli coltivati attraverso il protocollo, stipulato dieci anni fa, tra militari statunitensi e Istituto professionale di Stato per i Servizi di Enogastronomia e Ospitalità alberghiera Giovanni Falcone di Giarre (Catania). Accordo in virtù del quale i locali della palestra, in orario scolastico, ospitano la gara di tiro al bersaglio rotante con raggi laser o dimostrazioni di softair. Ma a entrare nelle nostre scuole non sono solo militari americani. A Trivento, in Molise, durante una visita alla caserma dei Carabinieri, agli studenti e alle studentesse sono stati messi a disposizione scudi, giubbotti antiproiettile e manganelli. A Palermo, durante un modulo di educazione stradale, i vigili urbani hanno simulato un arresto con l’uso di un cane e l’esplosione di colpi a salve. L’episodio ha terrorizzato i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia. > Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va > conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di > costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura > da conquistare. Queste attività spesso sono inserite in protocolli d’intesa, come quello siglato tra l’Arma e il MOIGE (MOvimento Italiano GEnitori), per portare la “cultura della legalità” nelle scuole di ogni ordine e grado. La scala del fenomeno è imponente: nel solo anno scolastico 2023/2024, i Carabinieri hanno incontrato oltre 650.000 studentesse e studenti. La militarizzazione si sta normalizzando con la delega alle divise di moduli di educazione civica, lezioni su cyberbullismo, legalità, convegni contro la violenza di genere o l’utilizzo di sostanze stupefacenti. Tutti i temi civili che potrebbero essere approfonditi attraverso figure professionali disparate, passano per bocca di militari: persino l’ambiente. I rilievi fatti dall’Osservatorio sono moltissimi e la conclusione a cui giunge è che questa progressiva esternalizzazione della didattica non è un fenomeno sporadico. È quello che Michele Lucivero, insegnante di storia e filosofia in provincia di Bari e tra i fondatori dell’Osservatorio, definisce “riarmo cognitivo”: la declinazione pedagogica della “guerra cognitiva” volta alla conquista delle nuove generazioni. Secondo Lucivero, “esiste un meccanismo, un programma ben dettagliato che punta alla costruzione della guerra” poiché, avverte il docente, “le guerre si costruiscono nell’immaginario collettivo prima di farle”. In questa prospettiva, l’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” a un “valore” indiscusso. La presenza militare nelle aule poggia su una solida architettura giuridica: i Protocolli d’intesa tra il ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e i vertici della Difesa e dell’Interno. Il processo ha un lungo corso e la sua natura è assolutamente bipartisan. Un punto di svolta c’è stato nel 2014, con l’accordo siglato dalle ministre Pinotti e Giannini (PD) per diffondere la “cultura della difesa” tra i banchi. Strategia proseguita nel 2019 (Governo PD-M5S) e poi fortemente accelerata dal ministero Valditara, con nuove intese siglate con Marina, Carabinieri e l’Associazione nazionale Bersaglieri. Le intese nazionali hanno generato una gemmazione di accordi a cascata: dai protocolli regionali tra Uffici scolastici (USR) e articolazioni delle forze armate, come accaduto in Sicilia, Toscana e Marche, agli accordi locali tra istituti e caserme o industrie belliche. Il tutto, denuncia Lucivero, imposto dal ministero dell’Istruzione e del Merito attraverso circolari, “bypassando tutti gli organi democratici, cioè il collegio dei docenti, il dipartimento e il consiglio di classe”. Il ministero della Difesa coordina tali attività attraverso il proprio Programma di comunicazione. I documenti consuntivi rivelano spese ingenti per finanziare la presenza costante dei militari in eventi pubblici e aule. Tassello centrale in questa strategia è la Fondazione per la scuola italiana, ente non profit nato nel giugno 2024 con la partecipazione di colossi della difesa come Leonardo S.p.a, che punta a raccogliere e investire 50 milioni di euro entro il 2029. > L’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo > verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” > a un “valore” indiscusso. Il processo di militarizzazione delle scuole italiane trova il suo braccio operativo nella Formazione scuola-lavoro, ex Percorsi per le competenze trasversali e l’Orientamento (PCTO), l’ex Alternanza scuola-lavoro. Quello che viene presentato come un ponte verso il mondo del lavoro si è trasformato in un canale privilegiato per l’ingresso delle Forze Armate e delle industrie belliche nei percorsi formativi. Emblema di questo processo è il “Liceo digitale”, il cui prototipo è stato lanciato all’ITC Matteucci di Roma. Finanziato direttamente da Leonardo S.p.a., il progetto è presentato come l’avanguardia della modernità. Qui gli esperti di Leonardo entrano in aula per insegnare l’intelligenza artificiale e gli studenti svolgono i percorsi di PCTO direttamente presso le sedi del gruppo. Lucivero denuncia come il fascino della tecnologia serva a catturare le menti dei giovani, orientando competenze e ricerca verso lo sviluppo bellico. L’alternanza scuola-caserma porta studentesse e studenti fino all’interno di basi operative coinvolte in conflitti globali. Come accaduto alla classe 4B dell’indirizzo aeronautico dell’Istituto Archimede di Rosolini, inviata in visita didattica presso la base NATO di Sigonella, hub strategico per il Mediterraneo in cui si coordinano le operazioni di intelligence dei droni Global Hawk, utilizzati per il supporto bellico in teatri come l’Ucraina, Gaza e la Siria. O alle studentesse e agli studenti dell’Istituto alberghiero di Arbus, impiegati in attività di PCTO al poligono militare di Capo Frasca come camerieri ai buffet durante delle cerimonie ufficiali di cambio comando. La militarizzazione si insinua nella quotidianità delle nostre scuole. Come riportato dall’Osservatorio, il 4 ottobre 2023, nella palestra dell’Istituto comprensivo Galileo Galilei di Acireale, è stato presentato il Corso della ginnastica dinamico militare italiana (GDMI), che prevede sessioni a piedi nudi e maglia mimetica, meglio se in 50 o 100 studenti per volta, e l’attività fisica si trasforma in addestramento basato su comandi urlati e una disciplina ferrea. Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato. > Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli > zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da > slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto > Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato. La presidente dell’Osservatorio, Roberta Leoni, sottolinea come questo fenomeno non sia più limitato all’orientamento professionale, ma punti a una vera e propria normalizzazione della cultura della guerra fin dall’infanzia. Leoni evidenzia anzi una preoccupante “trasparenza lessicale” nelle circolari scolastiche: in molti casi i presidi hanno rinunciato al termine “orientamento” per parlare apertamente di “reclutamento”, comunicando alle classi terminali la presenza di militari in aula proprio a questo scopo. L’accademia e la difesa: la ricerca al servizio del “dual-use” Le università non sono esenti da questo processo. Il confine tra sapere civile e apparato bellico si sta dissolvendo nel concetto di ricerca “dual-use”. In un contesto di cronica carenza di finanziamenti ordinari per l’università pubblica, sempre più rettori stipulano accordi con le Forze armate o aziende belliche, lasciando spazi sempre maggiori alle aziende militari dentro le facoltà. La ricerca in settori come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e la robotica è così orientata verso finalità di difesa e sicurezza. Ne sono esempio l’accordo tra il Politecnico di Torino e Frontex per la fornitura di cartografia utilizzata nei respingimenti dei migranti, o la collaborazione tra la Scuola Sant’Anna di Pisa e la Marina Militare su sensori e tecnologie wireless. Ed è sempre più difficile esimersi: la stessa continuità dei ricercatori precari è spesso subordinata alla partecipazione a questi progetti. La resistenza interna contro questa deriva è esplosa nel 2024 con la mobilitazione contro il bando MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) per la cooperazione scientifica tra Italia e Israele. Migliaia di accademici e studenti hanno denunciato il rischio che i progetti di ricerca venissero impiegati nell’azione bellica a Gaza, portando a occupazioni dei rettorati all’Università La Sapienza di Roma e alla Federico II di Napoli. La pressione ha spinto i Senati accademici dell’Università di Torino e della Scuola Normale di Pisa a votare mozioni ufficiali per non partecipare al bando. Questa mobilitazione ha prodotto un clamoroso flop dell’iniziativa: le domande di partecipazione degli atenei sono crollate del 70%, passando da 65 a 18. La guerra nelle strade Quello che accade nelle scuole e nelle università impressiona perché riguarda i più giovani e il modello di società che viene loro trasmesso. Quella società, però, esiste ogni giorno già da tempo. La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe. Le armi, ormai, vivono tra di noi. Il simbolo più calzante della militarizzazione dello spazio pubblico è forse l’operazione Strade sicure. Nata nel 2008 come misura temporanea ed emergenziale, in questi diciotto anni è diventata una costante del paesaggio urbano. Nel biennio 2024-2025 il contingente è stato ulteriormente potenziato: oggi impiega circa 7.000 militari distribuiti in 19 regioni e 58 province, con uno stanziamento che supera i 210 milioni di euro. A gennaio 2023 è arrivata anche Stazioni sicure, che distribuisce circa 800 unità dedicate al presidio dei principali snodi ferroviari. L’operazione è arrivata anche alle porte di scuola, al polo scolastico di via IV Novembre a Piacenza, dove le pattuglie militari presidiano le aree frequentate ogni giorno da migliaia di giovani per prevenire episodi di risse e spaccio. Per sostenere questo imponente apparato di sorveglianza, lo Stato ha stanziato risorse che, per il solo 2024, hanno superato i 219 milioni di euro. > La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma > quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, analizza questa deriva come parte integrante di un’“industria rapace” che punta a stanziamenti miliardari record. Sulla permanenza dell’operazione Strade sicure, Vignarca è netto: “Se per dodici anni una risposta di emergenza resta in pista, allora non lo è più: è un fenomeno strutturale”. L’attivista sottolinea quella che a suo dire è l’inutilità pratica di questo schieramento, definendolo “solo una deterrenza simbolica”. “I soldati – spiega ‒ non hanno i poteri legali di intervenire, non possono fare niente”. L’opposizione all’operazione Strade sicure, aggiunge, attraversa in modo significativo anche le Forze armate. Ampi settori del mondo militare ‒ riporta ‒ criticano l’iniziativa poiché la considerano un improprio “spostamento di risorse”. Questa occupazione visiva serve, secondo Vignarca, a “costruire una percezione di insicurezza” funzionale a giustificare socialmente le spese belliche. “Vedere i militari per le strade è roba da dittatura sudamericana, non da Stato di diritto”, incalza il coordinatore, “è marketing della forza”. L’obiettivo, spiega, è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta. Lungi dall’essere un fenomeno solo italiano, questa logica trova la sua massima espressione sistemica nel piano ReArm Europe e nella strategia Readiness 2030. L’Unione Europea punta a mobilitare 800 miliardi di euro entro il 2030 per la difesa, ponendo la “mobilità militare” come pilastro centrale dell’integrazione logistica continentale. L’obiettivo è istituire entro il 2027 un cosiddetto Schengen militare, volto ad abbattere le barriere burocratiche e ridurre i tempi di autorizzazione al transito dei convogli bellici dai vecchi 45 giorni a soli 3 giorni (e appena 6 ore in caso di emergenza). Un processo che impone standard tecnici ferrei alle infrastrutture civili: ponti, viadotti e ferrovie vanno riprogettati per sostenere carichi fino a 130 tonnellate, peso necessario per il transito dei carri armati più pesanti. Questa riconversione logistica trasforma fisicamente il territorio nazionale in un assetto bellico permanente, vincolando lo sviluppo civile alle necessità strategiche di NATO e Unione Europea. Concretamente, in Italia, sta già accadendo. Nel settore delle ferrovie, le tratte Firenze-Pisa (Corridoio Scandinavo-Mediterraneo) e Udine-Cervignano (Corridoio Baltico-Adriatico) hanno visto l’adeguamento delle stazioni di Palmanova e Pontedera per consentire la circolazione di treni militari lunghi 740 metri. Parallelamente, la Galleria Orbassano-Avigliana, fondamentale per l’accesso al tunnel Torino-Lione, è stata riprogettata con un investimento di 19,7 milioni di euro per essere ottimizzata al trasporto di carichi pesanti. Sul versante stradale, i lavori di rinforzo strutturale interessano ponti e viadotti dell’autostrada A2 e della A7 Milano-Genova, necessari per permettere il transito di veicoli militari fuori misura che, secondo le autorità UE, rischierebbero altrimenti di far collassare le vecchie infrastrutture civili. Anche i porti cambiano volto: gli scali di Genova Sampierdarena e La Spezia sono stati integrati nella rete di hub logistici del progetto PESCO (PErmanent Structured COoperation) per lo schieramento rapido di forze NATO/UE, ricevendo finanziamenti milionari per facilitare la movimentazione di mezzi bellici pesanti. Questa riconversione si sovrappone per il 94% alla rete civile TEN-T (Trans-European Transport Network), subordinando di fatto la pianificazione del territorio nazionale alle necessità strategiche di un’Europa che si prepara a un conflitto prolungato. > L’obiettivo è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, > oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta, ma > sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra si > alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la > stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni. Vignarca denuncia quello che chiama il “gioco delle tre carte” della difesa comune: dietro la retorica dell’integrazione, si starebbe finanziando il riarmo dei singoli Stati a esclusivo vantaggio dell’industria bellica che, in questo clima, avrebbe gioco facile nell’evitare la concorrenza e aumentare i profitti. In questo scenario, il comparto si è trasformato in un “complesso militare-industriale-finanziario” dove i grandi fondi d’investimento come BlackRock dettano l’agenda, speculando direttamente sui conflitti. Infine, l’attivista contesta duramente il deficit democratico dell’operazione: l’utilizzo di procedure d’emergenza (come l’articolo 122) per l’approvazione dei fondi è considerato un atto “in spregio alla democrazia” volto a escludere il Parlamento Europeo. Il rischio finale, spiega, è un collasso sociale: sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra, si alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni. Nuove diserzioni In questi anni si sono sviluppati molteplici livelli di diserzione. Il 6 febbraio 2026 i lavoratori portuali di 21 scali del Mediterraneo hanno incrociato le braccia dietro lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”. In porti come Genova, Livorno e Trieste, la mobilitazione ha protestato contro lo sbarco di armi e forniture destinate ai fronti di Gaza e dell’Ucraina. Lo stesso spirito di obiezione attraversa anche i luoghi del sapere. Nelle università, come dicevamo, la mobilitazione ha prodotto il crollo della partecipazione al bando MAECI. Le pressioni del corpo studentesco hanno spinto numerosi rettori a dimettersi dal comitato scientifico di Med-Or (Leonardo S.p.a.). Nelle scuole, nonostante i protocolli ministeriali, docenti, genitori e studenti prendono parola per rivendicare la libertà di insegnamento e chiedere l’esonero dalle attività con i militari. Emblematico lo striscione apparso nella sede di un liceo di Palermo che recitava “Disertare la guerra è l’unico modo per vincerla”. Si fa sempre più strada la convinzione della necessità di un impegno attivo a favore di una “pace positiva”: un modello di difesa che protegga le persone, basato sulla cooperazione e sul benessere sociale. Proprio in questa direzione, riporta Vignarca, sta andando la proposta di legge per una Difesa civile, non armata e non violenta. L’iniziativa mira a istituire un Dipartimento della difesa civile, non armata e non violenta all’interno dell’ordinamento statale che coordini forme di difesa alternative, come i Corpi civili di pace, destinati a interventi di interposizione non violenta e risoluzione dei conflitti in aree di crisi. In questo modello, la sicurezza viene ridefinita come “common security” (sicurezza condivisa): un paradigma secondo cui la vera protezione dei cittadini si ottiene garantendo il benessere sociale, la tutela dell’ambiente e il rispetto dei diritti, piuttosto che attraverso la deterrenza armata. Depositata in cassazione nel marzo 2026, la legge apre ora una nuova fase di raccolta firme per approdare in Parlamento. L'articolo Il riarmo delle coscienze proviene da Il Tascabile.
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Raccontare il carcere
È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche. A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico, come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi, a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni fa). Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione, interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP). In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali. > Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una > volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli > cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei > diritti costituzionali. AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico, ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato dalle detenute. In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte, l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori” diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura (partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute, che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E cos’è “colpa”? Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute, con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano, sottrazione di elaborazione individuale. La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti, avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire meno. > La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, > dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare. Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche. La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane, che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione della democrazia. Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter (Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate. Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene definito univocamente come “cattivo”. > Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e > contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due > dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da > narrazioni mainstream in cui il “criminale” è definito univocamente come > “cattivo”. Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone. Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al “fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di vita e quelle della propria famiglia”. Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o meglio dalla loro visione del mondo”. Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure e specifici comportamenti. I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari. Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico. > Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status > del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia > delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva > come espressione di ordine sociale. In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni, giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo, che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera e propria capace di vietarlo non esiste”. Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende, secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato, per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a coinvolgere la vita sociale e collettiva. Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista. La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata, no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente contempli l’isolamento. > Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità > dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della > società civile. Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre 90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a problemi reali”. Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori. L'articolo Raccontare il carcere proviene da Il Tascabile.
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La menzogna svelata del bilinguismo altoatesino
“D i dove sei?” “Bolzano”. “Sul serio? Non l’avrei detto. Non hai per nulla l’accento di Bolzano”. Se sei un altoatesino madrelingua italiana che, come ho avuto la fortuna di fare io, ha vissuto o viaggiato nel resto del Paese è probabile che abbia avuto anche tu una conversazione del genere. Lo scambio di solito prosegue con te che, pur sapendo in anticipo la risposta che riceverai, domandi lo stesso: “Che accento?” “Ma sì, quello vostro. Tipo così”, dice allora il tuo interlocutore, iniziando a calcare le t di ogni parola e a sostituire la z alle s in una goffa imitazione degli ufficiali nazisti nei film brutti che tanto facevano incazzare Nanni Moretti in Ecce Bombo. Nonostante siano passati più di cent’anni dall’annessione all’Italia della parte meridionale del Tirolo, la maggior parte delle persone che non vivono da queste parti ha un’idea vaga e perlopiù sbagliata del motivo per cui in Alto Adige si parlano due lingue: l’italiano e il tedesco, o meglio, il tirolese, che è la vera lingua d’uso dei sudtirolesi. Anzi, per essere precisi, le lingue che si parlano nella mia provincia sono tre. All’italiano e al tedesco va aggiunto anche il ladino che, non me ne vogliano gli amici ladini, lascerò un po’ ai margini di questo pezzo per evitare di complicare troppo le cose. Le ragioni del plurilinguismo che caratterizza la provincia di Bolzano affondano nella storia di questo territorio, che è diventato parte del Regno d’Italia alla fine della Prima guerra mondiale, come previsto dal trattato di Londra del 1915, con cui l’Italia abbandonava gli alleati degli imperi centrali per entrare in guerra contro di loro a fianco della Triplice intesa. > Le ragioni del plurilinguismo che caratterizza la provincia di Bolzano > affondano nella storia di questo territorio. Iniziava in quel momento il processo di colonizzazione interna di quello che venne presto ribattezzato “Alto Adige”. Un processo che accelerò in modo brutale sotto il fascismo e condusse alla vicenda delle cosiddette “opzioni”. Con questa espressione si fa riferimento alla scelta che fu imposta agli abitanti di lingua tedesca e ladina da un accordo firmato tra Hitler e Mussolini nel 1939: restare nella loro terra di origine e accettare di “italianizzarsi” o trasferirsi nei territori occupati del Reich tedesco, dove le proprietà perdute nello scambio sarebbero state compensate. Alla fine della Seconda guerra mondiale, nonostante la popolazione locale sperasse di poter far valere il proprio diritto all’autodeterminazione, l’Alto Adige rimase parte della Repubblica Italiana. Il dopoguerra altoatesino fu perciò caratterizzato dalla lunga stagione della lotta ‒ sia armata che politica ‒ con cui la popolazione di madrelingua tedesca riuscì a ottenere dall’Italia una forma di autonomia capace di preservare le sue specificità linguistiche e culturali. Il plurilinguismo altoatesino è garantito proprio dallo statuto che definisce i termini di questa autonomia. Vista dall’esterno, con sguardo innocente, questa specificità del territorio non sembra avere nulla di male. Conoscere le lingue è universalmente considerata una forma di ricchezza culturale a cui, in Alto Adige, sarebbe possibile attingere proprio per le specificità storiche, culturali e sociali del territorio. Chi non vorrebbe poter imparare più di una lingua fin dai suoi primi anni di vita? Chi rinuncerebbe all’opportunità di poterla parlare senza doversi spostare nello spazio? Dopo tutto le lingue non sono forse, come vuole il buon senso popolare, una chiave che apre le porte del mondo? La realtà che si cela sotto al velo della naïveté è ben diversa. A svelarla è un libro, Lingue matrigne, uscito qualche mese fa per le edizioni Alphabeta, con cui l’autore, editorialista e insegnante Gabriele Di Luca, si pone l’obiettivo di illuminare “la menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol”. Il libro è diventato rapidamente un piccolo caso editoriale, dando la sensazione di saper dare voce, attraverso la sua tesi, a un pensiero che molte persone condividevano ma faticavano a esprimere: ovvero che il plurilinguismo altoatesino funzioni come un “mito istituzionale” utile a giustificare e perpetuare l’assetto del potere. > L’autore, editorialista e insegnante Gabriele Di Luca si pone l’obiettivo di > illuminare “la menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol”. “Non è solo una narrazione falsa”, scrive Di Luca nella prima parte del libro “ma una costruzione istituzionale che serve a giustificare l’attuale assetto di potere. Risponde a una necessità di stabilità, presentando una facciata di armonia tra le comunità linguistiche, eppure nasconde ‒ pur incassando, e non è poco, il premio della pacificazione, o meglio, della riduzione del conflitto in condizione di bassa intensità ‒ disuguaglianze strutturali e divisioni latenti”. Punti di frizione che diventano evidenti quando le architetture e i dispositivi del bilinguismo ‒ le cui modalità d’applicazione e uso, è bene ricordarlo, sono definite in modo puntuale nell’impianto legislativo definito dallo Statuto di autonomia ‒ si confrontano con la realtà materiale. “Prendiamo il caso della sanità”, scrive l’autore, usandolo come esempio di questa dinamica: > I numeri sono chiari: nel 2024, oltre cinquecento operatori dell’Azienda > sanitaria dell’Alto Adige/Südtirol non erano in possesso dell’attestazione di > bilinguismo, eppure continuavano a lavorare, spesso in reparti essenziali, in > deroga alle disposizioni ufficiali. Un’anomalia? Una flessibilità virtuosa? > Oppure ‒ più banalmente ‒ la dimostrazione che il bilinguismo reale è una > soglia che non tutti riescono a varcare, e che le strutture stesse non possono > permettersi di rispettare? Eppure la narrazione mitica regge, e nessuno o > quasi osa dire che forse, per salvare un reparto, potrebbe anche sopportare un > medico che parla solo una lingua, magari compensando con la mediazione, la > professionalità, l’empatia ‒ o con l’intelligenza artificiale. Troppo > rischioso. La mitologia, per definizione, non tollera deroghe. Oppure parliamo dell’amministrazione della giustizia in cui “l’apparato linguistico garantito dallo Statuto di autonomia è cristallino: ogni cittadino ha diritto a processi, atti e difese nella propria lingua. Ma la realtà concreta è ben diversa. Mancano traduttori e interpreti qualificati, le traduzioni sono spesso tradite o approssimative, e in molti casi la lingua del processo viene di fatto imposta dalla composizione entolinguistica della corte”. Per capire questi passaggi è opportuno chiarire alcune tecnicalità. La legge prevede infatti che ogni abitante dell’Alto Adige/Südtirol abbia il diritto di ricevere informazioni nella propria lingua. Tale lingua viene scelta ‒ tra le tre lingue ufficiali della provincia: tedesco, italiano e ladino ‒ attraverso una dichiarazione spontanea che ogni cittadino residente è chiamato a rilasciare tra i 14 e i 18 anni di età. Sono tenute a dichiararsi ‒ cito dalla pagina dedicata alla dichiarazione di appartenenza linguistica sul sito web del tribunale di Bolzano ‒ anche le persone che “provengono da altra Provincia italiana o da altro paese facente parte della comunità europea che trasferiscono la loro residenza in Alto Adige”; quelle che “acquisiscono la cittadinanza italiana” e anche i “cittadini extracomunitari residenti dal 2016 in Alto Adige in possesso del permesso di soggiorno a tempo indeterminato/illimitato o di lungo periodo”. La dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico non rappresenta soltanto la società a partire da una divisione su base entolinguistica, la costituisce in quanto tale. > La dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico non rappresenta > soltanto la società a partire da una divisione su base entolinguistica, la > costituisce in quanto tale. Inoltre, su di essa si basa un altro fondamentale meccanismo dell’autonomia: la cosiddetta proporzionale etnica. Si tratta ‒ qui cito da Wikipedia ‒ dello “speciale regime giuridico che in Alto Adige disciplina l’ammissione ai pubblici impieghi e al godimento di determinati diritti, in particolare l’assegnazione di alloggi popolari, in modo da garantire un’allocazione proporzionale ai tre gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino”. Introdotto per contrastare gli effetti della discriminazione di cui le minoranze linguistiche non italiane sono state oggetto dopo l’annessione all’Italia, nel contesto di un mondo globalizzato questo meccanismo stride e scricchiola. Perché un sistema nato per proteggere una minoranza radicata sul territorio, oggi chiede di scegliere un’appartenenza a cui non potrà mai veramente appartenere chiunque decida di abitarlo. E se per una persona che si trasferisce in Alto Adige/Südtirol da Milano, Terni o Catanzaro sarà più o meno naturale dichiararsi italiano, la scelta non è altrettanto facile per una persona che fa lo stesso da Utrecht, Damasco, Karachi o Lagos. In questo caso la scelta può essere fatta in base alla lingua appresa dalla persona nel corso della sua migrazione. Oppure, dal momento che il meccanismo proporzionale favorisce l’accesso a impieghi e diritti in base all’appartenenza a un determinato gruppo linguistico piuttosto che a un altro, coloro che si sentono liberi di collocarsi nello schema senza vincoli d’identità, possono farlo in base a un puro calcolo di utilità. “Il diritto” nota ancora Di Luca “cede dunque il passo alla prassi, e il principio di uguaglianza linguistica si appiattisce in una gerarchia implicita […]. L’impressione, allora, è che il bilinguismo altoatesino/sudtirolese non sia più un obiettivo da costruire, ma una verità assiomatica che si pretende già realizzata”. Il modo in cui il suo impianto va in crash davanti ai cambiamenti globali che investono anche l’Alto Adige/Südtirol dimostra infatti come il plurilinguismo, diventando un dispositivo di potere, abbia perso la sua natura di processo vivo. Nonostante le persone bilingui stiano leggermente aumentando, il Barometro linguistico 2025 ‒ lo strumento con cui l’istituto provinciale di statistica misura le competenze linguistiche degli abitanti del territorio ‒ fotografa una società civile paradossalmente sempre più divisa e meno integrata, come ha notato anche la stampa locale. Anche se le competenze linguistiche aumentano, quando manca il contatto il meccanismo finisce per produrre un bilinguismo “strumentale” che fallisce l’obiettivo dell’integrazione sociale. Oppure non lo produce affatto, come dimostra il caso delle famiglie del paese di Villandro che hanno chiesto di poter avere un’educatrice di madrelingua italiana nell’asilo del paese e poter così offrire ai propri figli la pluralità linguistica che era mancata loro durante l’infanzia. > Nonostante le persone bilingui stiano leggermente aumentando, lo strumento con > cui si misurano le competenze linguistiche degli abitanti del territorio > fotografa una società civile paradossalmente sempre più divisa e meno > integrata. Di Luca scorge in questi processi una forma di “indifferenza” per cui la contiguità spaziale delle persone costituisce un ostacolo alla padronanza della lingua dell’altro, perché quella che è lingua madre per gli uni diventa “matrigna” per gli altri e, in quanto tale, oscura e pericolosa. Questo passaggio si produce proprio nel luogo in cui, almeno in teoria, l’apprendimento della seconda lingua dovrebbe essere al centro dell’attenzione: la scuola. Nella scena che le dedica, Di Luca, forte della sua esperienza di insegnante di italiano in una scuola professionale di lingua tedesca ‒ sì, perché, va detto, in Alto Adige/Südtirol anche le scuole sono divise in base alla lingua con cui viene somministrato l’insegnamento ‒ racconta le difficoltà che gli studenti incontrano nell’imparare una lingua in un contesto separato dalla necessità che un contesto d’uso concreto impone. Imparare una lingua significa infatti tanto esporsi al rischio quanto al potere del desiderio di costruire relazioni dall’alto potenziale erotico, che viene automaticamente disinnescato quando l’apprendimento avviene in vitro, come nelle aule scolastiche. E se il reciproco isolamento che le strutture di potere impongono alle popolazioni di madre lingua tedesca e italiana non favorisce la creazione di reali situazioni di incontro e scambio, davanti al bilinguismo resta l’indifferenza. Un’indifferenza che cambia di senso a seconda del gruppo linguistico di appartenenza. Per i sudtirolesi una forma di “chiusura” o “sopportazione” in cui riecheggia lo shock culturale di esser stati “costretti a rinunciare alla loro lingua madre, alla loro toponomastica, persino ai nomi sulle loro tombe” dalla violenza del fascismo. Per gli altoatesini una forma di “apertura” o “spalancamento”, necessaria per placare l’ansia esistenziale generata dal fatto che “dalla metà degli anni settanta ‒ [quando] il dispositivo normativo della nuova autonomia provinciale ha stabilito che la conoscenza del tedesco sarebbe stata sempre più indispensabile per poter, in concreto, continuare a vivere in questo luogo”. Come si esce da questo vicolo cieco? Come si dissacra il mito del bilinguismo per liberarlo dalle catene del dispositivo di potere a cui è avvinto e riconsegnarlo alla natura di processo vivo che dovrebbe costituirlo? Leggendo Lingue matrigne è impossibile non porsi domande di questo tenore. E anche se Di Luca non fornisce alcuna risposta ‒ e, anzi, descrive il libro come il “tentativo di scrollarmi di dosso la stanchezza di anni passati a pensare troppo, e spesso a vuoto” ‒ in filigrana una risposta, o almeno una strada, la si intravede. > La contiguità spaziale delle persone costituisce un ostacolo alla padronanza > della lingua dell’altro, perché quella che è lingua madre per gli uni diventa > “matrigna” per gli altri e, in quanto tale, oscura e pericolosa. È un bilinguismo dell’ascolto. Una postura che rinunci a mettere al centro dello sforzo la volontà di esprimere sé stessi, favorendo quella di creare uno spazio in cui accogliere l’altro. Di aprirgli la porta, di invitarlo a entrare senza l’obbligo di dover all’ospite una qualsivoglia forma di cortesia, ma facendogli capire come meglio ci riesce che, comunque vada, è bene accolto. Quando sono cresciuto, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, ho percepito il bilinguismo in due modi: da una parte lo strumento imprescindibile di sopravvivenza e avanzamento sociale di cui parla anche Di Luca; dall’altra la forma di correttezza politica che il parlare tedesco implicava per chi, come me, compiva il doppio tradimento di crescere altoatesino di madrelingua italiana, progressista e antifascista. Tradimento nei confronti dell’altro, che dal fascismo era stato sottomesso, e del simile, che del fascismo faceva il simbolo di una resistenza di paccottiglia. Che fosse strumento o buona educazione, il tedesco era comunque obbligo e, come sa chiunque si sia occupato di educazione, all’obbligo ci si piega o ci si ribella. Che questa strada abbia portato a un vicolo cieco è evidente a chiunque legga il libro di Di Luca libero da preclusioni ideologiche. Ora è il tempo di tornare a cercare strade nuove. 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Una sedia nel corridoio
L’ ultima volta che Khaled si era trovato su un’auto c’era un passeur alla guida e stava attraversando il confine croato e sloveno, prima di arrivare in Friuli. In Italia non aveva la patente né tantomeno un’auto, soltanto una bicicletta raffazzonata che usava per andare al lavoro. Il paesino dove era stato accolto era talmente piccolo da rendere l’idea di spostarsi in bici quasi bislacca. Era tutto vicino: il piccolo supermercato – una stanza di cinquanta metri quadri ‒, il municipio dove aveva ottenuto la carta di identità, la piazza dove fumava una sigaretta in compagnia prima di andare a dormire. Prima di una nuova giornata di lavoro. Dopo aver fatto richiesta di asilo, Khaled era stato accolto in un appartamento di Passons, un paesino a pochi passi da Udine. Condivideva il suo appartamento con altri cinque bangladesi e la loro vita scorreva piuttosto serena. Le aziende agricole del territorio avevano bisogno di braccia per la raccolta delle olive. Khaled aveva firmato il primo breve contratto di lavoro a ottobre, un paio di mesi dopo il suo arrivo in Italia. Finita la raccolta, aveva trovato lavoro in un ristorante cinese a San Marco. Ci arrivava in bicicletta tutte le mattine, quali che fossero le condizioni meteo. Era stato fortunato. A Passons c’erano pochi bangladesi, ma a differenza di lui non erano nuovi in Italia. E in quel paesino sembravano conoscere tutto di tutti ed essere ben disposti ad aiutarlo – un privilegio che, in una terra desolata e povera di opportunità, a volte non ci si permette nemmeno tra connazionali. La storia di Khaled ha anche un’altra differenza rispetto a quella dei bangladesi arrivati in Italia alcuni anni fa: nel tempo le maglie della richiesta di asilo sono diventate sempre più strette. I dispositivi tradizionali di controllo delle frontiere sono stati potenziati. Ad esempio, i Paesi che l’Italia considera sicuri sono aumentati. Un Paese è detto sicuro se non espone i suoi abitanti al rischio di violazioni dei diritti umani fondamentali; se, in sostanza, è considerato politicamente stabile e si adegua ai principi di uno Stato di diritto. Durante il colloquio per il riconoscimento della protezione internazionale – un colloquio a porte chiuse, in cui erano presenti soltanto Khaled, un ufficiale italiano e un mediatore linguistico – l’ufficiale gli aveva fatto varie domande sulla situazione politica in Bangladesh. Domande circostanziate, precise, secche. Mirate a valutare i rischi che Khaled correrebbe nel Paese di origine. “Che cosa le impedisce di vivere a Kabirhat con i suoi figli?”. “E che cosa le succederebbe se tornasse in Bangladesh?”. Dopo aver risposto a queste domande, era stato Khaled a chiedere all’ufficiale: “Chi le ha detto che il Bangladesh è un Paese sicuro? Ha visto cos’è successo agli studenti universitari?”. “Chi le ha detto che il Bangladesh è un paese sicuro?”. Nel verbale di audizione, la domanda è seguita da tre punti interrogativi, uno accanto all’altro. Una scelta stilistica inusuale in un documento ufficiale. Un modo per riportare il tono del richiedente audito? Era stata una domanda provocatoria, quasi beffarda, capace di irritare l’intervistatore. Per quale altra ragione, altrimenti, il verbale dovrebbe riportare non uno, ma tre punti interrogativi? Su questa questione, in realtà, l’insistenza dell’ufficiale era legittima. Se un migrante proviene da un Paese considerato sicuro, deve spiegare in dettaglio la propria vicenda personale e convincere le autorità che tornarci comporterebbe un rischio concreto per la propria vita. Per un richiedente asilo, l’obbligo a questo tipo di racconto è una colossale spada di Damocle: è difficile tenere insieme i fili di storie complesse, lo è tanto più se da anni lo Stato normalizza l’oppressione, le disuguaglianze sociali e il terrore, se da quando si è nati il regime esprime il proprio potere con la tortura o la persecuzione degli oppositori politici, se si costruisce il proprio mondo su quell’orizzonte, se si è visto ondeggiare continuamente la linea tra tutela dei diritti e prevaricazione del più forte. La lista dei Paesi sicuri viene aggiornata periodicamente dal ministero degli Affari esteri, e nel febbraio 2026 è stata stilata per la prima volta anche a livello europeo, quando la Commissione europea ha incluso, tra gli altri, l’Egitto, la Tunisia e il Bangladesh. Amnesty International, nel suo rapporto del 5 agosto 2024 “Il Bangladesh non è un paese sicuro”, ha dichiarato che “in Bangladesh, come in Egitto e in Tunisia, i diritti umani restano violati in modo diffuso, come riconosciuto dalla giurisprudenza”. Del resto, proprio nel 2024 il Bangladesh ha vissuto una delle più violente insurrezioni dell’epoca contemporanea. Il movimento studentesco aveva chiesto una svolta democratica per il proprio Paese. Le forze dell’ordine avevano trasformato le proteste in massacri uccidendo centinaia di studenti. La rivolta di massa che ne è seguita aveva portato alla caduta del governo e alla cacciata della prima ministra, Hasina Sheikh Wazed, che da allora vive rifugiata in India. Il 17 novembre 2025, è stata condannata a morte per crimini di guerra. > Se un migrante proviene da un Paese considerato sicuro deve spiegare in > dettaglio la propria vicenda personale e convincere le autorità che tornarci > comporterebbe un rischio concreto per la propria vita. Per un richiedente > asilo, l’obbligo a questo tipo di racconto è una colossale spada di Damocle. L’auto si ferma bruscamente a uno stop e Khaled si guarda intorno confuso. Nel corso di quella mattina, in questura, gli avevano nominato Milano. Prima di quel giorno aveva sentito parlare di Milano dai suoi amici, alcuni connazionali ci erano andati per fare fortuna, ma in quelle ore concitate la geografia fisica e quella emotiva avevano cominciato a versarsi l’una nell’altra, come se le ordinarie separazioni della ragione fossero saltate. Mentre quel poliziotto macinava chilometri in autostrada, Khaled ripensava al suo amico Assad, rimpatriato in Bangladesh dalle autorità italiane. Gli aveva detto “In Italia pensi di essere al sicuro, finché la legge non ti sceglie e decide che sei un criminale e devi pagare”. Il poliziotto ricomincia a parlare con il suo collega a voce alta. Per diverso tempo in auto c’è stato un silenzio assoluto. Il timbro della sua voce riporta Khaled a ciò che era accaduto quella mattina, prima di essere caricato in quell’auto. Aveva corso tra lo studio dell’avvocato e l’ufficio degli operatori sociali con un foglio tra le mani: il decreto con cui la prefettura di Udine dichiarava che Khaled non aveva più diritto all’accoglienza. Le forze dell’ordine lo avevano convocato in questura. Una firma su quel documento, e lui avrebbe lasciato la sua camera per sempre. Khaled non si era presentato al primo appuntamento in questura e neanche al secondo. Nel frattempo aveva implorato l’avvocato di aiutarlo, aveva chiesto agli operatori del centro di accoglienza di proteggerlo da quel provvedimento, contro ogni sensatezza aveva rifiutato di vedere il suo progetto crollare. Ma la cessazione delle misure di accoglienza era soltanto l’ultimo passaggio di un domino che partiva da lontano, e che mai Khaled aveva pensato potesse toccargli. Attese Il 19 agosto 2024, poco dopo il suo arrivo in Italia, Khaled si era presentato in questura per formalizzare la sua richiesta di protezione internazionale. Un mediatore di lingua bangladese gli aveva tradotto le parole dell’ufficiale in divisa. I discorsi erano stati tanti e non gli erano tutti chiari, ma una cosa l’aveva capita: venire dal Bangladesh non era considerato abbastanza grave da valere un permesso di soggiorno in Italia. Questo poteva diventare un grosso problema se l’intervistatore non avesse creduto alla sua storia personale. Avrebbe potuto comportare il rifiuto della domanda di protezione e diversi guai, fino a mettere in discussione la sua permanenza in Italia. L’accettazione o il rifiuto di una richiesta di asilo ha delle gerarchie. I rifugiati politici ricevono la massima protezione. Seguono coloro che dimostrano di rischiare un danno grave in caso di rientro in patria. Anche loro vengono protetti, sebbene con un permesso di soggiorno meno “forte” rispetto a quello del rifugiato politico. Ci sono poi quelli che ricevono una protezione per ragioni di natura privata (una malattia che sarebbe difficile curare nel Paese di origine, aver subito violenze domestiche, maltrattamenti subiti durante il viaggio, situazioni di grave sfruttamento lavorativo). Ci sono poi coloro che non sono rifugiati politici, non provengono da Paesi in conflitto e non riferiscono storie di sofferenza. Nella gran parte di questi casi, la domanda di asilo viene rifiutata. Vi è infine un’ultima casistica, sempre meno residuale: i richiedenti la cui domanda di asilo non viene soltanto rifiutata, ma ritenuta infondata. In questo caso, la Commissione ritiene che non vi siano reali motivi a sostegno della loro richiesta, o addirittura che questa sia strumentale a restare in Italia. La domanda di Khaled rientrava in quest’ultimo caso ed era stata rigettata per manifesta infondatezza. > L’accettazione o il rifiuto di una richiesta di asilo ha delle gerarchie. Il poliziotto apre la porta dell’auto e Khaled scende. Al gabbiotto appare un signore stanco. Il poliziotto gli passa dei documenti da una fessura nella vetrata e il signore lascia il gabbiotto. Ricompare dopo poco dietro una porticina laterale poco distante e li fa entrare. Dei due poliziotti che lo avevano portato a Milano, soltanto uno lo accompagna dentro. Gli torna in mente quella mattina, la sua famiglia in Bangladesh che non ha sue notizie e che non è abituata a silenzi così prolungati. Non ha potuto avvertire che quella notte non dormirà a casa, che è in un centro di detenzione, che non ha idea di cosa abbia fatto per finirci. Mentre camminano chiede al poliziotto di riavere il telefono. Il poliziotto gli dice che in quel posto i detenuti non hanno sempre il permesso di usare il cellulare, e che forse, una volta dentro, gli operatori del centro glielo restituiranno. Dopo uno zigzag tra i corridoi, Khaled e il poliziotto giungono sul ciglio di una stanza illuminata solo da una lampada da scrivania. L’Ufficiale chiede di attendere fuori. I posti di transito, trattenimento o detenzione delle persone straniere si assomigliano tutti: luci al neon, corridoi bucati da porte anonime, sedie da aspetto. Sembra che questo sia il destino: dopo tanto viaggiare, attendere qualcosa, non è sempre chiaro cosa, su una sedia di uno di quei tanti corridoi del mondo. Era accaduto quella mattina nella questura di Udine, accade ora al CPR di Milano, il CPR di via Corelli. Chiusi dentro I CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri) nascono come luoghi di trattenimento per le persone straniere in condizione di irregolarità giuridica, in attesa del rimpatrio nei Paesi di origine, quando l’espulsione non può essere effettuata in tempi rapidi. Per l’intero periodo di permanenza, lo straniero non può uscire dal CPR. È quella che viene chiamata “detenzione amministrativa”: una limitazione della libertà personale applicata in assenza di un procedimento penale, proprio perché non c’è alcun reato. Non c’è una condanna, come non c’è un capo d’accusa. La persona viene rinchiusa perché non dispone di un regolare permesso di soggiorno. Secondo la normativa (art. 14 TUI), la durata del trattenimento è variabile e può andare da alcuni giorni a molti mesi. La permanenza dura comunque “solo il tempo strettamente necessario all’espletamento delle procedure di rimpatrio”. Ma la realtà è spesso diversa, e le persone possono restare rinchiuse in un CPR anche per anni. In Italia ad oggi si contano dieci CPR, sparsi tra il Nord, il Sud e le Isole. Chi ha la possibilità di raccontarlo descrive le condizioni del trattenimento come “durissime”. L’impatto della vita detentiva sulla salute mentale, lo stress derivato dalla carenza di informazioni sul proprio conto, l’isolamento, l’assenza di un servizio continuativo di assistenza legale e medica rendono la permanenza nei CPR difficile, talvolta impossibile. Il “registro degli eventi critici”, un resoconto che gli operatori di tutti i centri tengono obbligatoriamente aggiornato, basterebbe da solo a raccontare l’abisso dei CPR, tra tentativi di suicidio, atti di autolesionismo e rivolte. Soltanto al CPR di Via Corelli, nel periodo tra febbraio e maggio 2024 gli eventi critici sono stati documentati con una cadenza di uno ogni due giorni. > I CPR nascono come luoghi di trattenimento per le persone straniere in > condizione di irregolarità giuridica, in attesa del rimpatrio nei Paesi di > origine, quando l’espulsione non può effettuarsi in tempi rapidi. Per l’intero > periodo di permanenza, lo straniero non può uscire dal CPR. Dei dieci CPR italiani, soltanto quelli di Milano e di Gradisca d’Isonzo consentono l’uso del cellulare, sebbene il sequestro dei telefoni sia chiaramente contro la legge. È un dettaglio importante, fondamentale. L’uso del cellulare, oltre a garantire il diritto alla corrispondenza con amici e familiari, consente alle realtà solidali di restare in contatto con i trattenuti e di ricevere documentazione degli abusi. Sono infatti i collettivi e le organizzazioni a monitorare quanto avviene oltre le inferriate dei CPR. A Milano l’associazione Naga chiede da anni la possibilità di accedere al CPR di via Corelli, ma la prefettura non lo ha mai autorizzato, né ha mai risposto alle numerose richieste di accesso civico da parte degli attivisti. Per diminuire le richieste da parte delle persone trattenute, gli operatori li stordiscono con antiepilettici, ansiolitici, antidepressivi e sedativi. Un’inchiesta giornalistica di Altreconomia del 2023 ha documentato la somministrazione spropositata di medicinali, con una spesa in psicofarmaci 160 volte più alta nei CPR rispetto a delle realtà non detentive che prendono in carico un’utenza simile per età e per provenienza. A ragione, si è più volte parlato della “deriva manicomiale” dei Centri di permanenza per il rimpatrio. L’ufficiale chiama dentro Khaled e inizia a scorrere in silenzio i dati al computer. Un gesto meccanico, spento, fatto per lui come per altre migliaia di detenuti. Sullo schermo Khaled riconosce il suo nome e cognome, gli unici simboli che ha imparato a distinguere nell’alfabeto latino. Ma il resto delle parole? Quel silenzio insondabile lo spezza. In quei mesi in Italia ogni provvedimento che lo riguardava gli era parso un muro ostile di parole che non presagivano niente di buono. Il provvedimento che gli avevano consegnato pochi giorni prima dell’intervista, con cui gli veniva notificata la “procedura accelerata” della sua richiesta di asilo, non era stata una buona notizia. Anche l’esito dell’intervista non aveva portato buone notizie. Sono documenti difficili, pieni di formule che Khaled non riesce a ricordare parola per parola. Ma un punto gli è chiaro: rendono difficile la sua vita in Italia. Di fronte a questo nuovo provvedimento, sente il bisogno di capire il prima possibile. Ma quando prova a chiedere, l’ufficiale sbuffa in maniera incontrollata, come se ogni interruzione al flusso del suo discorso fosse per lui una perdita infinita e inaccettabile. Così, per una buona manciata di minuti Khaled si lascia travolgere dalle informazioni. Le parole dell’ufficiale, incomprensibili, rimbalzano contro quelle del mediatore e viceversa, quasi senza pause. Quando infine l’ufficiale tace, Khaled domanda: “Cosa succederà se non mi liberano?”. L’ufficiale risponde e il mediatore in maniera secca: “Devi tornare in Bangladesh. Loro organizzeranno il tuo volo.” > Per diminuire le richieste da parte delle persone trattenute, gli operatori li > stordiscono con antiepilettici, ansiolitici, antidepressivi e sedativi. A > ragione, si è più volte parlato della “deriva manicomiale” dei Centri di > permanenza per il rimpatrio. In un attimo Khaled realizza tutto quello che aveva vissuto nei giorni precedenti. Gli operatori che a più riprese cercano di spiegargli le ragioni della fine dell’accoglienza, che gli dicono: “Sono disposizioni della prefettura”; l’insistenza dei poliziotti perché si rechi in questura il prima possibile. Mentre lo conducono in una camera sozza e umida, gli torna in mente Diego, l’operatore che si occupava dell’appartamento in cui era stato accolto. Diego è poco più giovane di lui e ha un’energia contagiosa, è vitale e gioioso. Qualche mese prima aveva organizzato un corso di italiano per stranieri in una stanza del municipio. Fino a quando gli era stato possibile, Khaled non era mancato mai a quelle lezioni. Dunque non avrebbe rivisto mai più neanche lui. Nuovi elementi Quella di Khaled è una storia strana, e strane sono le modalità con cui volgerà al termine. È una storia di provvedimenti perentori e incalzanti, che in certi passaggi sembrano suggerire un accanimento quasi personale nei suoi confronti. Ma non solo. È una storia di fortunate coincidenze, una storia in cui “i nuovi elementi” portati dall’avvocato hanno finito per rovesciare le decisioni di un tribunale. Ma è anche la storia di un cittadino bangladese analfabeta, ingenuo e senza cattiverie, un giovane che, nel giro di ventiquattro ore, dalla cucina del ristorante dove lavorava si è ritrovato in viaggio verso il CPR di Milano, in attesa di un rimpatrio. In questa storia si intrecciano istanze rigettate e permessi di soggiorno che non avrebbero mai potuto essere rinnovati. Il 1° luglio 2024 Khaled entrava in Italia e si presentava in questura per la prima volta per chiedere verbalmente di poter fare richiesta di asilo. L’appuntamento per formalizzare questa richiesta è stato fissato per il 19 agosto, un mese e mezzo dopo. “Formalizzare” la richiesta di asilo significa compilare un modulo con i dati personali e assistere a un’informativa in cui, alla presenza di un mediatore linguistico, si spiegano nel dettaglio i passaggi della richiesta di asilo e i possibili esiti. La formalizzazione è un passaggio fondamentale. Da questo momento, la regolarità in Italia del richiedente asilo non può più essere contestata. Ma quel 19 agosto in questura accadde anche altro. Per la domanda di asilo di Khaled gli ufficiali disposero l’applicazione della “procedura accelerata” per provenienza da Paese di origine sicuro. La procedura accelerata, come suggerisce il nome, abbrevia di molto i tempi della procedura ordinaria. Nel caso di Khaled, venne disposta in ragione del suo Paese di origine che, come detto all’inizio, è ufficialmente considerato sicuro dall’Italia. Al vaglio delle autorità competenti, la richiesta di asilo di chi proviene da un Paese sicuro viene considerata a priori pretestuosa perché, per definizione di Paese sicuro, “si può dimostrare che non vi sono persecuzioni costanti, torture, o trattamenti inumani e degradanti”. Non vi sono dunque ragioni fondate per una fuga da tale Paese e per la proposizione di una richiesta di asilo altrove. Salvo eccezioni, una richiesta di asilo in procedura accelerata si conclude con un diniego, come si dice in gergo tecnico, “per manifesta infondatezza”. > Al vaglio delle autorità competenti, la richiesta di asilo di chi proviene da > un Paese sicuro viene considerata a priori pretestuosa perché, per definizione > di Paese sicuro, “si può dimostrare che non vi sono persecuzioni costanti, > torture, o trattamenti inumani e degradanti”. Un richiedente asilo nella procedura ordinaria potrebbe essere convocato davanti alla Commissione territoriale dai sei ai dieci mesi dopo la formalizzazione della richiesta di asilo, a volte anche dopo un anno. La procedura accelerata, invece, ha una scansione temporale fittissima: entro sette giorni dalla formalizzazione della domanda deve essere svolta l’intervista ed entro i successivi due giorni deve essere emesso l’esito che, come abbiamo detto, è nella maggior parte dei casi negativo. Il provvedimento di diniego di un richiedente asilo non si limita a dichiarare l’inidoneità alla permanenza in Italia, ma rende anche efficace l’obbligo di rimpatrio del richiedente e il divieto di reingresso in Italia. A questo punto, il diniegato può rivolgersi a un avvocato difensore e depositare un ricorso in tribunale, non più tardi di 15 giorni dalla notifica dell’esito. Anche sul ricorso le due procedure differiscono: nella procedura ordinaria, il deposito del ricorso sospende automaticamente l’efficacia del provvedimento di rimpatrio. Nella procedura accelerata, invece, no: il ricorso deve essere corredato da un’apposita richiesta di sospensione dell’obbligo di rimpatrio. È una richiesta fondamentale. La sospensiva, se accettata dal Tribunale, permette al ricorrente di restare regolarmente in Italia fino all’esito del ricorso. Se la sospensiva viene rigettata, o non viene presentata affatto, l’obbligo di rimpatrio resta effettivo. Il 21 agosto Khaled venne audito dalla Commissione territoriale, il 23 agosto la Commissione emette il verdetto: diniego per manifesta infondatezza. Viene comunicato a Khaled il 2 settembre, dieci giorni dopo. Nel corso dell’intervista, Khaled aveva raccontato i motivi della fuga dal Bangladesh. Aveva parlato di alcune persone vicine alla famiglia, menzionando i fratellastri di sua moglie, che gli avevano reso difficile la permanenza nel villaggio. Come detto in precedenza, l’ufficiale della Commissione aveva chiesto a Khaled le ragioni della sua fuga dal Bangladesh e Khaled aveva fatto quella domanda provocatoria: “Chi le ha detto che il Bangladesh è un Paese sicuro?”. Ci sono molte vicende come questa. La maggior parte delle storie raccolte dalle Commissioni territoriali sui migranti bangladesi hanno a che fare con il possesso di terre contese e con la prevaricazione di una famiglia su un’altra. Qui non affronteremo le vicende personali di Khaled prima del suo arrivo in Italia, perché non hanno a che fare con ciò che è accaduto dopo. Ma è opportuno soffermarsi su come la Commissione territoriale si è espressa in merito alla sua storia. La Commissione scrive che “tutte le dichiarazioni del signor Khaled risultano complessivamente confuse e inverosimili” e che “l’impianto narrativo dell’istante è contraddittorio in più punti”. Ma può davvero una Commissione esprimersi, con un provvedimento peraltro molto duro, a fronte di una vicenda lontana nel tempo e nello spazio, su cui non intervengono dei testimoni e di cui non vi sono prove se non il racconto stesso del richiedente? Può la valutazione di una richiesta di asilo basarsi unicamente sulla coerenza e la credibilità del racconto fatto, senza considerare l’assetto socioculturale del richiedente? Molti avvocati dell’immigrazione, sociologi e antropologi hanno criticato in vario modo i parametri di giudizio applicati alle richieste di asilo. Si è ritenuto in più occasioni che un simile approccio imponga standard epistemologici occidentali su narrazioni di vita vissuta, ignorando le differenze culturali, i traumi e i diversi contesti sociopolitici. Questo metodo, basato sul sospetto anziché sulla fiducia, trasformerebbe la procedura di asilo in un interrogatorio che penalizza chi non si adegua alle aspettative cosiddette “eurocentriche” delle Commissioni territoriali. Dopo l’esito, Khaled aveva contattato un avvocato, che aveva depositato il ricorso nei termini, il 16 settembre 2024. Insieme al ricorso, come di prassi, aveva depositato anche l’istanza di sospensiva. Il 27 settembre il giudice del tribunale di Trieste rigettò l’istanza di sospensiva. Da quel giorno, Khaled era rimpatriabile. L’avvocato non depositò ulteriori richieste al tribunale. A posteriori, riferirà che farlo sarebbe stato sciocco e inutile. “In circostanze di questo tipo, il Tribunale cambia idea unicamente a fronte di nuovi elementi emersi dalla vicenda personale dell’assistito”, dirà: “E dato che avevo appena presentato una richiesta di sospensiva che era stata rigettata, nessun elemento sarebbe stato sufficiente a cambiare l’opinione del giudice”. > Molti avvocati dell’immigrazione, sociologi e antropologi hanno criticato i > parametri di giudizio applicati alle richieste di asilo: un simile approccio > impone standard epistemologici occidentali su narrazioni di vita vissuta, > ignorando le differenze culturali, i traumi e i diversi contesti > sociopolitici. In seguito al rigetto della sospensiva, la prefettura non aveva emesso alcun provvedimento, nonostante la permanenza in Italia fosse stata di fatto rigettata dallo Stato. In questo strano silenzio delle istituzioni, trascorsero i giorni e le settimane. Nel frattempo erano passati sessanta giorni dalla formalizzazione del C3, pertanto Khaled poteva iniziare a lavorare. E trovò lavoro ben presto. Lo testimoniano i contratti agricoli firmati con un paio di connazionali, e infine l’ultimo, quello con il titolare del ristorante cinese che sarà citato più avanti proprio nel CPR di via Corelli. Khaled, insomma, in attesa che qualcosa accadesse, aveva continuato a condurre la sua vita. Ignorava ‒ nessuno gliele aveva illustrate in maniera approfondita ‒ le possibili conseguenze di quella sospensiva rigettata. Le avrebbe comprese quasi un anno dopo, in quella stanza della questura di Udine, quella mattina di settembre in cui tutto è cominciato, il giorno in cui è stato condotto a Milano in un’auto delle forze dell’ordine. C’è altro. La questura di Udine, dopo il rigetto dell’istanza di sospensiva, avrebbe dovuto registrare che Khaled era divenuto “irregolare” sul territorio italiano e avrebbe dovuto negargli il rinnovo del permesso di soggiorno già nel marzo del 2025. Khaled, al contrario, il 12 marzo si era presentato in questura e aveva ottenuto il rinnovo del permesso come fosse un regolare richiedente asilo in attesa dell’esito del ricorso. Questo errore da parte della questura, in realtà, gli aveva permesso di lavorare in maniera continuativa con un regolare rapporto di lavoro per altri sei mesi. Come vedremo più avanti, il rinnovo erroneo del suo permesso è stato cruciale per la conclusione di questa storia, una svista fortunata. In quei sei mesi, da marzo a settembre 2025, nessuno si accorse di questa svista, e non ne era cosciente neanche Khaled e le persone che gli stavano intorno. Il suo avvocato non ebbe alcuna cura di approfondire la questione e gli operatori sociali non si accorsero di questo controsenso. Capita spesso: in alcuni passaggi dei percorsi delle persone straniere sembra esserci una separazione quasi schizofrenica tra la vita pratica e l’iter giuridico. A volte la vita, con i suoi tentacoli e le sue protuberanze, riesce ad avere la meglio sui vincoli legali. A volte, invece, i vincoli legali si impongono, costringendo la vita in delle strettoie o strozzandola in vicoli ciechi. Quando Khaled arriva nel CPR di Milano, quel tardo pomeriggio di settembre, è rimasto chiuso in una terribile strettoia, per lui impensabile fino a 24 ore prima. È stato uno shock. Remigrare Dopo l’informativa e la prima, sommaria visita medica nel CPR, Khaled si ritrova in un angolo, seduto sul letto che gli hanno assegnato, nella sezione delle camere dei trattenuti. La stanza è spoglia e annerita dalla muffa su più punti del soffitto. Non ci sono armadi o comodini. Una sola lampadina fissata al soffitto con i fili elettrici a vista illumina la stanza, mandando barlumi intermittenti e fastidiosi. I letti dei compagni sono circondati dalle loro cose, tenute insieme in sacchi della spazzatura o gettate alla rinfusa sul pavimento e sotto i materassi. Quella coltre nebbiosa torna a diluire i confini dei pensieri. Si ricorda di quando aveva pedalato sotto un acquazzone instancabile per trenta minuti, diretto verso il ristorante cinese. Alla fine si era rassegnato. Si era messo al riparo sotto un ponte in attesa che smettesse di piovere. Ma quel giorno non smetteva. Al lavoro non ci era mai arrivato e le aveva sentite dal capo. Naturalmente era stata una tragica eccezione. Per la maggior parte del tempo, Khaled aveva goduto dei risvegli all’alba e dei ritorni al buio. Aveva imparato a pedalare di buona lena e il sottofondo delle auto alle sue spalle non lo suggestionava più come i primi giorni. Aveva scoperto che l’alba in Friuli aveva tutto un suo odore, diverso dal Bangladesh. In quei mesi Khaled si era lasciato attraversare dalla fredda aria che spira dalle prealpi, aveva pedalato al buio alla fine del turno serale, imboccando l’ultimo vialetto di un paese dormiente. Alla fine delle giornate era scivolato sotto le coperte, sfinito e triste. La vita in Italia non era stata semplice, e l’emicrania, di cui già soffriva quando era in Bangladesh, era peggiorata. Ma anche le più amare giornate avevano un senso: era arrivato qui, aveva un lavoro. O almeno, prima di Milano lo aveva. La paga non era alta, ma bastava alla famiglia in Bangladesh. Questo era il suo sommo compito: garantire riso e acqua ogni mese a moglie e figli. Non si sarebbe sentito realizzato in alcun altro modo che questo. > A volte la vita riesce ad avere la meglio sui vincoli legali. A volte, invece, > i vincoli legali si impongono, costringendo la vita in delle strettoie o > strozzandola in vicoli ciechi. Secondo i dati ufficiali, i bangladesi residenti in Friuli-Venezia Giulia al 1° gennaio 2025 sono 8.425. Sono in maggioranza uomini e rappresentano quasi il 7% dell’intera popolazione residente. Molti di questi giovani uomini hanno una storia migratoria molto simile a quella di Khaled: arrivano in Italia via terra passando per la Turchia. Alcuni fanno tappa negli Emirati Arabi, dove lavorano per un periodo più o meno lungo, prima di partire per l’Unione Europea. Sembra essere un pattern ricorrente per i bangladesi, una sorta di trampolino economico, perché raggiungere l’Europa è più costoso. Molti di loro non hanno abbastanza soldi per arrivarci direttamente. E molti, moltissimi partono lasciando mogli e figli in Bangladesh. Queste partenze non vengono vissute come delle rinunce ai propri doveri coniugali e familiari, al contrario: sono degli upgrade sociali. Il villaggio augura al giovane sposo di arrivare in Europa nel migliore dei modi e di trovare il suo posto. I bangladesi che riempiono le cucine dei nostri ristoranti, i cantieri e i filari delle nostre campagne, lavorando fino a dodici ore al giorno in condizioni di grigio, di nero o con contratti fantoccio, inviano gli stipendi alle famiglie che così possono continuare a vivere in un Paese tormentato dalla corruzione e dalla crisi economica e climatica. Per un bangladese, migrare è un progetto collettivo. Con la detenzione e l’imminente rimpatrio, quel progetto laboriosamente costruito da Khaled e dalla sua comunità si riavvolgeva su sé stesso e lo riportava nello stesso posto da cui era partito, come una partita all’oca finita male. Punto e a capo La legge dispone che entro 48 ore dall’ingresso di una persona straniera in CPR il giudice di pace, convocando un’udienza ufficiale, verifichi la legittimità del trattenimento. L’udienza di Khaled si tiene due giorni dopo il suo arrivo a Milano, nell’ufficio di via Sforza. Quindici minuti prima dell’inizio, Khaled viene condotto in un’aula del CPR predisposta per l’udienza. Non è raro che i trattenuti partecipino a queste udienze a distanza, in videoconferenza. Sullo schermo compaiono il giudice in toga, un mediatore bangladese e un ufficiale in divisa, in rappresentanza della questura di Milano. Qualche minuto più tardi arriva anche l’avvocato nominato da Khaled per la difesa. L’udienza comincia. Dal verbale si evincono i passaggi fondamentali. All’inizio viene citato il provvedimento del questore di Milano, con cui Khaled veniva respinto “mediante accompagnamento alla frontiera”. L’avvocato difensore si oppone al rimpatrio. Menziona i contratti di lavoro di Khaled e si sofferma sull’ultimo, quello al ristorante cinese, ancora in corso di validità. Dice: “Khaled Aslam ha lavorato con regolarità da quando ha potuto. Quarantotto ore fa, prima di essere condotto in un centro di permanenza per il rimpatrio, si trovava sul posto di lavoro.” L’ufficiale della questura di Milano, invece, insiste per il rimpatrio. Testuali, le parole del giudice di pace che chiudono l’udienza: “Lo straniero, dal suo ingresso in Italia, ha sempre regolarmente lavorato, non ha procedimenti penali a suo carico e, per tali ragioni, risulta inserito nel tessuto sociale ed economico in cui opera. Per questi motivi, non si convalida il suo trattenimento”. Si conclude così la parentesi più dolorosa del percorso di Khaled. In poco più di 72 ore ha ricevuto un decreto di espulsione immediata, è stato escluso dal sistema di accoglienza, è stato condotto al CPR di Milano, ha affrontato l’udienza di convalida del suo trattenimento. In poco più di tre giorni, da essere un lavoratore titolare di un regolare permesso di soggiorno è stato declassato a straniero irregolare trattenuto e a rischio di espulsione. In questa strettoia giuridica, Khaled si è chiesto come avrebbe affrontato il ritorno forzato in Bangladesh. Come avrebbe fatto a ricominciare daccapo. Dove avrebbe trovato i soldi per mantenere la famiglia. Come avrebbe sostenuto la reazione dei figli e della comunità di origine. Il giorno dopo il rilascio, Khaled si fa prestare dei soldi da un amico bangladese e ritorna in Friuli. Il buio che il trattenimento e l’espulsione hanno creato attorno a lui lo hanno privato di tutti i diritti fondamentali: non ha più un permesso di soggiorno, non ha più un posto dove dormire, non sa come mangiare. Nonostante abbia trascorso quasi un anno a Passons, ora deve ricominciare tutto daccapo, come in un gioco dell’oca vivente. Nei piccoli paesi le notizie corrono. Quando è venuto a sapere della detenzione, il titolare del ristorante ha interrotto il rapporto di lavoro di Khaled, temendo che potesse creare problemi legali alla sua attività. Nell’attesa che la prefettura lo reintegrasse nel sistema di accoglienza, Khaled ha dormito per due settimane sulle panchine di un parco comunale. Quando gli è stato detto di andare a regolarizzare la sua posizione giuridica, che avrebbe ottenuto un nuovo permesso di soggiorno, che sarebbe tornato “regolare”, che era tutto passato, Khaled ha contattato Diego, l’operatore delle lezioni di italiano. Gli chiede di andarci insieme, all’appuntamento in questura. Gli dice: “Ho una paura matta di andarci da solo”. L'articolo Una sedia nel corridoio proviene da Il Tascabile.
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