I l 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense
Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La
puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse,
una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante
delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno
traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine
del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare
a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel
ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio
subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e
giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the
navy”.
La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo
presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che
ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica
popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i
Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di
successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la
boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine
dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad
arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale
viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende
denunciare.
Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o
leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota
delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma
ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il
simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante
litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da
Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una
telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995. Poi ci
sono i pomodori alla nicotina, i bibliotecari robot, i brogli attraverso il voto
elettronico: sarebbe troppo lungo continuare l’elenco, e troppo divertente visto
invece il tema di questo articolo. Il riferimento all’episodio serve a
introdurre un argomento decisamente più serio: la presenza crescente delle forze
armate all’interno delle nostre scuole e dei luoghi del sapere, ma anche in gran
parte della vita civile del nostro Paese.
Il fenomeno è abbastanza dilagante per chi lo osserva. Ormai è impossibile
recarsi in una grande stazione senza incrociare giovani in mimetica. Così per
strada nelle città, a margine di qualunque evento pubblico che sia culturale,
sportivo o ricreativo. Nel 2023 Michela Murgia, in un post su Instagram, criticò
la modalità con cui viene celebrata la nostra Repubblica. Il riferimento era
alla tradizionale parata del 2 giugno che ogni anno vede sfilare le forze
militari per le strade di Roma. Si tratta di una cerimonia alla quale ormai
siamo assuefatti ma che, a ben guardare, offre uno specchio della direzione che
sta prendendo la nostra società. “Trovo privo di logica – spiega Murgia
rispondendo alle polemiche – celebrare la nascita di una democrazia facendo
mostra dell’apparato bellico perché è la stessa cosa che fanno le dittature”.
Spiegando la sua perplessità sull’attuale impostazione delle celebrazioni del 2
giugno, Michela Murgia proponeva invece una modalità alternativa, in cui ad
aprire la parata potessero essere artiste e artisti, che portassero il messaggio
che la ricerca della bellezza ci salva dagli orrori; i medici e le mediche, che
tanto hanno fatto per salvarci dalla pandemia; il corpo docente che ogni giorno,
in condizioni spesso avverse, lavora alla costruzione delle cittadine e dei
cittadini di domani. Quelle parole suscitarono dibattito e polemiche e lo
farebbero ancora oggi, se qualcuno le pronunciasse. La presenza fisica dei corpi
militari nella vita civile del nostro Paese continua a crescere e ha forme
diverse ma una conseguenza sempre uguale: l’abitudine. Stupisce sempre di meno
vedere armi nelle scuole, nelle strade, nelle stazioni. Fa sempre meno strano il
fatto che alle forze armate sia delegata larga parte dell’educazione civica
impartita a studentesse e studenti. O che le Università collaborino con eserciti
e apparati militari e che molti progetti di ricerca siano inseriti in queste
collaborazioni.
> La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese
> continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale:
> l’abitudine.
C’è chi analizza il fenomeno. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università è un comitato di scopo nato per monitorare e
denunciare la crescente ingerenza dei corpi militari e dell’industria bellica
all’interno del sistema formativo pubblico. Alla fine del suo primo anno di
attività ha pubblicato un dossier in cui mostra come la diffusione dei valori
militaristi sia diventata così pervasiva da soppiantare il valore civile della
pace sancito dalla Costituzione. Prima dei dati e dei numeri, però, nel dossier
c’è una citazione: viene direttamente dal documento “NATO’s Sixth Domain of
Operations” del NATO Innovation Hub e recita: “Tu sei il territorio conteso,
ovunque tu sia, chiunque tu sia”. Il fronte non è più una linea di trincea ma la
coscienza del cittadino, e va conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo
che ha il potere di costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la
prima infrastruttura da conquistare.
Il mitra in cattedra
Marines e civili di Sigonella animano il progetto Let’s Talk with Us, che
coinvolge studentesse e studenti dell’ITIS Galileo Ferraris di San Giovanni La
Punta, vicino Catania, in sessioni linguistiche di chiacchierate in lingua
inglese. Il corpo militare è molto attivo nei luoghi del sapere del territorio
che ospita la base, in un’ottica di Community Relations, buon vicinato. Così,
entra all’interno delle scuole primarie o secondarie di primo grado attraverso
attività di giardinaggio, tinteggiatura e pulitura dei locali, come accaduto
nell’Istituto Comprensivo Padre Santo Di Guardo – Salvatore Quasimodo di Catania
o nella scuola media di San Giovanni Galermo. Lo fa accolto di buon grado dai
dirigenti scolastici che, spesso, coinvolgono in questi percorsi le stesse
famiglie. Rapporti di buon vicinato sono probabilmente anche quelli coltivati
attraverso il protocollo, stipulato dieci anni fa, tra militari statunitensi e
Istituto professionale di Stato per i Servizi di Enogastronomia e Ospitalità
alberghiera Giovanni Falcone di Giarre (Catania). Accordo in virtù del quale i
locali della palestra, in orario scolastico, ospitano la gara di tiro al
bersaglio rotante con raggi laser o dimostrazioni di softair.
Ma a entrare nelle nostre scuole non sono solo militari americani. A Trivento,
in Molise, durante una visita alla caserma dei Carabinieri, agli studenti e alle
studentesse sono stati messi a disposizione scudi, giubbotti antiproiettile e
manganelli. A Palermo, durante un modulo di educazione stradale, i vigili urbani
hanno simulato un arresto con l’uso di un cane e l’esplosione di colpi a salve.
L’episodio ha terrorizzato i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia.
> Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va
> conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di
> costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura
> da conquistare.
Queste attività spesso sono inserite in protocolli d’intesa, come quello siglato
tra l’Arma e il MOIGE (MOvimento Italiano GEnitori), per portare la “cultura
della legalità” nelle scuole di ogni ordine e grado. La scala del fenomeno è
imponente: nel solo anno scolastico 2023/2024, i Carabinieri hanno incontrato
oltre 650.000 studentesse e studenti. La militarizzazione si sta normalizzando
con la delega alle divise di moduli di educazione civica, lezioni su
cyberbullismo, legalità, convegni contro la violenza di genere o l’utilizzo di
sostanze stupefacenti. Tutti i temi civili che potrebbero essere approfonditi
attraverso figure professionali disparate, passano per bocca di militari:
persino l’ambiente.
I rilievi fatti dall’Osservatorio sono moltissimi e la conclusione a cui giunge
è che questa progressiva esternalizzazione della didattica non è un fenomeno
sporadico. È quello che Michele Lucivero, insegnante di storia e filosofia in
provincia di Bari e tra i fondatori dell’Osservatorio, definisce “riarmo
cognitivo”: la declinazione pedagogica della “guerra cognitiva” volta alla
conquista delle nuove generazioni. Secondo Lucivero, “esiste un meccanismo, un
programma ben dettagliato che punta alla costruzione della guerra” poiché,
avverte il docente, “le guerre si costruiscono nell’immaginario collettivo prima
di farle”. In questa prospettiva, l’esternalizzazione della didattica serve a
creare un consenso preventivo verso i piani di riarmo, trasformando la
percezione della difesa da un “costo” a un “valore” indiscusso.
La presenza militare nelle aule poggia su una solida architettura giuridica: i
Protocolli d’intesa tra il ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e i
vertici della Difesa e dell’Interno. Il processo ha un lungo corso e la sua
natura è assolutamente bipartisan. Un punto di svolta c’è stato nel 2014, con
l’accordo siglato dalle ministre Pinotti e Giannini (PD) per diffondere la
“cultura della difesa” tra i banchi. Strategia proseguita nel 2019 (Governo
PD-M5S) e poi fortemente accelerata dal ministero Valditara, con nuove intese
siglate con Marina, Carabinieri e l’Associazione nazionale Bersaglieri.
Le intese nazionali hanno generato una gemmazione di accordi a cascata: dai
protocolli regionali tra Uffici scolastici (USR) e articolazioni delle forze
armate, come accaduto in Sicilia, Toscana e Marche, agli accordi locali tra
istituti e caserme o industrie belliche. Il tutto, denuncia Lucivero, imposto
dal ministero dell’Istruzione e del Merito attraverso circolari, “bypassando
tutti gli organi democratici, cioè il collegio dei docenti, il dipartimento e il
consiglio di classe”. Il ministero della Difesa coordina tali attività
attraverso il proprio Programma di comunicazione. I documenti consuntivi
rivelano spese ingenti per finanziare la presenza costante dei militari in
eventi pubblici e aule. Tassello centrale in questa strategia è la Fondazione
per la scuola italiana, ente non profit nato nel giugno 2024 con la
partecipazione di colossi della difesa come Leonardo S.p.a, che punta a
raccogliere e investire 50 milioni di euro entro il 2029.
> L’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo
> verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo”
> a un “valore” indiscusso.
Il processo di militarizzazione delle scuole italiane trova il suo braccio
operativo nella Formazione scuola-lavoro, ex Percorsi per le competenze
trasversali e l’Orientamento (PCTO), l’ex Alternanza scuola-lavoro. Quello che
viene presentato come un ponte verso il mondo del lavoro si è trasformato in un
canale privilegiato per l’ingresso delle Forze Armate e delle industrie belliche
nei percorsi formativi. Emblema di questo processo è il “Liceo digitale”, il cui
prototipo è stato lanciato all’ITC Matteucci di Roma. Finanziato direttamente da
Leonardo S.p.a., il progetto è presentato come l’avanguardia della modernità.
Qui gli esperti di Leonardo entrano in aula per insegnare l’intelligenza
artificiale e gli studenti svolgono i percorsi di PCTO direttamente presso le
sedi del gruppo. Lucivero denuncia come il fascino della tecnologia serva a
catturare le menti dei giovani, orientando competenze e ricerca verso lo
sviluppo bellico.
L’alternanza scuola-caserma porta studentesse e studenti fino all’interno di
basi operative coinvolte in conflitti globali. Come accaduto alla classe 4B
dell’indirizzo aeronautico dell’Istituto Archimede di Rosolini, inviata in
visita didattica presso la base NATO di Sigonella, hub strategico per il
Mediterraneo in cui si coordinano le operazioni di intelligence dei droni Global
Hawk, utilizzati per il supporto bellico in teatri come l’Ucraina, Gaza e la
Siria. O alle studentesse e agli studenti dell’Istituto alberghiero di Arbus,
impiegati in attività di PCTO al poligono militare di Capo Frasca come camerieri
ai buffet durante delle cerimonie ufficiali di cambio comando.
La militarizzazione si insinua nella quotidianità delle nostre scuole. Come
riportato dall’Osservatorio, il 4 ottobre 2023, nella palestra dell’Istituto
comprensivo Galileo Galilei di Acireale, è stato presentato il Corso della
ginnastica dinamico militare italiana (GDMI), che prevede sessioni a piedi nudi
e maglia mimetica, meglio se in 50 o 100 studenti per volta, e l’attività fisica
si trasforma in addestramento basato su comandi urlati e una disciplina ferrea.
Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli
zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da
slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto
Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato.
> Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli
> zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da
> slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto
> Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato.
La presidente dell’Osservatorio, Roberta Leoni, sottolinea come questo fenomeno
non sia più limitato all’orientamento professionale, ma punti a una vera e
propria normalizzazione della cultura della guerra fin dall’infanzia. Leoni
evidenzia anzi una preoccupante “trasparenza lessicale” nelle circolari
scolastiche: in molti casi i presidi hanno rinunciato al termine “orientamento”
per parlare apertamente di “reclutamento”, comunicando alle classi terminali la
presenza di militari in aula proprio a questo scopo.
L’accademia e la difesa: la ricerca al servizio del “dual-use”
Le università non sono esenti da questo processo. Il confine tra sapere civile e
apparato bellico si sta dissolvendo nel concetto di ricerca “dual-use”. In un
contesto di cronica carenza di finanziamenti ordinari per l’università pubblica,
sempre più rettori stipulano accordi con le Forze armate o aziende belliche,
lasciando spazi sempre maggiori alle aziende militari dentro le facoltà. La
ricerca in settori come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e la
robotica è così orientata verso finalità di difesa e sicurezza. Ne sono esempio
l’accordo tra il Politecnico di Torino e Frontex per la fornitura di cartografia
utilizzata nei respingimenti dei migranti, o la collaborazione tra la Scuola
Sant’Anna di Pisa e la Marina Militare su sensori e tecnologie wireless. Ed è
sempre più difficile esimersi: la stessa continuità dei ricercatori precari è
spesso subordinata alla partecipazione a questi progetti.
La resistenza interna contro questa deriva è esplosa nel 2024 con la
mobilitazione contro il bando MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione Internazionale) per la cooperazione scientifica tra Italia e
Israele. Migliaia di accademici e studenti hanno denunciato il rischio che i
progetti di ricerca venissero impiegati nell’azione bellica a Gaza, portando a
occupazioni dei rettorati all’Università La Sapienza di Roma e alla Federico II
di Napoli. La pressione ha spinto i Senati accademici dell’Università di Torino
e della Scuola Normale di Pisa a votare mozioni ufficiali per non partecipare al
bando. Questa mobilitazione ha prodotto un clamoroso flop dell’iniziativa: le
domande di partecipazione degli atenei sono crollate del 70%, passando da 65 a
18.
La guerra nelle strade
Quello che accade nelle scuole e nelle università impressiona perché riguarda i
più giovani e il modello di società che viene loro trasmesso. Quella società,
però, esiste ogni giorno già da tempo. La guerra non è più quell’eccezione che
la nostra Costituzione ripudia, ma quotidianità, anche per chi non sta sotto le
bombe. Le armi, ormai, vivono tra di noi. Il simbolo più calzante della
militarizzazione dello spazio pubblico è forse l’operazione Strade sicure. Nata
nel 2008 come misura temporanea ed emergenziale, in questi diciotto anni è
diventata una costante del paesaggio urbano. Nel biennio 2024-2025 il
contingente è stato ulteriormente potenziato: oggi impiega circa 7.000 militari
distribuiti in 19 regioni e 58 province, con uno stanziamento che supera i 210
milioni di euro. A gennaio 2023 è arrivata anche Stazioni sicure, che
distribuisce circa 800 unità dedicate al presidio dei principali snodi
ferroviari. L’operazione è arrivata anche alle porte di scuola, al polo
scolastico di via IV Novembre a Piacenza, dove le pattuglie militari presidiano
le aree frequentate ogni giorno da migliaia di giovani per prevenire episodi di
risse e spaccio. Per sostenere questo imponente apparato di sorveglianza, lo
Stato ha stanziato risorse che, per il solo 2024, hanno superato i 219 milioni
di euro.
> La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma
> quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe.
Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e
disarmo, analizza questa deriva come parte integrante di un’“industria rapace”
che punta a stanziamenti miliardari record. Sulla permanenza dell’operazione
Strade sicure, Vignarca è netto: “Se per dodici anni una risposta di emergenza
resta in pista, allora non lo è più: è un fenomeno strutturale”. L’attivista
sottolinea quella che a suo dire è l’inutilità pratica di questo schieramento,
definendolo “solo una deterrenza simbolica”. “I soldati – spiega ‒ non hanno i
poteri legali di intervenire, non possono fare niente”. L’opposizione
all’operazione Strade sicure, aggiunge, attraversa in modo significativo anche
le Forze armate. Ampi settori del mondo militare ‒ riporta ‒ criticano
l’iniziativa poiché la considerano un improprio “spostamento di risorse”. Questa
occupazione visiva serve, secondo Vignarca, a “costruire una percezione di
insicurezza” funzionale a giustificare socialmente le spese belliche. “Vedere i
militari per le strade è roba da dittatura sudamericana, non da Stato di
diritto”, incalza il coordinatore, “è marketing della forza”. L’obiettivo,
spiega, è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, oscurando
ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta.
Lungi dall’essere un fenomeno solo italiano, questa logica trova la sua massima
espressione sistemica nel piano ReArm Europe e nella strategia Readiness 2030.
L’Unione Europea punta a mobilitare 800 miliardi di euro entro il 2030 per la
difesa, ponendo la “mobilità militare” come pilastro centrale dell’integrazione
logistica continentale. L’obiettivo è istituire entro il 2027 un cosiddetto
Schengen militare, volto ad abbattere le barriere burocratiche e ridurre i tempi
di autorizzazione al transito dei convogli bellici dai vecchi 45 giorni a soli 3
giorni (e appena 6 ore in caso di emergenza). Un processo che impone standard
tecnici ferrei alle infrastrutture civili: ponti, viadotti e ferrovie vanno
riprogettati per sostenere carichi fino a 130 tonnellate, peso necessario per il
transito dei carri armati più pesanti. Questa riconversione logistica trasforma
fisicamente il territorio nazionale in un assetto bellico permanente, vincolando
lo sviluppo civile alle necessità strategiche di NATO e Unione Europea.
Concretamente, in Italia, sta già accadendo. Nel settore delle ferrovie, le
tratte Firenze-Pisa (Corridoio Scandinavo-Mediterraneo) e Udine-Cervignano
(Corridoio Baltico-Adriatico) hanno visto l’adeguamento delle stazioni di
Palmanova e Pontedera per consentire la circolazione di treni militari lunghi
740 metri. Parallelamente, la Galleria Orbassano-Avigliana, fondamentale per
l’accesso al tunnel Torino-Lione, è stata riprogettata con un investimento di
19,7 milioni di euro per essere ottimizzata al trasporto di carichi pesanti. Sul
versante stradale, i lavori di rinforzo strutturale interessano ponti e viadotti
dell’autostrada A2 e della A7 Milano-Genova, necessari per permettere il
transito di veicoli militari fuori misura che, secondo le autorità UE,
rischierebbero altrimenti di far collassare le vecchie infrastrutture civili.
Anche i porti cambiano volto: gli scali di Genova Sampierdarena e La Spezia sono
stati integrati nella rete di hub logistici del progetto PESCO (PErmanent
Structured COoperation) per lo schieramento rapido di forze NATO/UE, ricevendo
finanziamenti milionari per facilitare la movimentazione di mezzi bellici
pesanti. Questa riconversione si sovrappone per il 94% alla rete civile TEN-T
(Trans-European Transport Network), subordinando di fatto la pianificazione del
territorio nazionale alle necessità strategiche di un’Europa che si prepara a un
conflitto prolungato.
> L’obiettivo è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”,
> oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta, ma
> sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra si
> alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la
> stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni.
Vignarca denuncia quello che chiama il “gioco delle tre carte” della difesa
comune: dietro la retorica dell’integrazione, si starebbe finanziando il riarmo
dei singoli Stati a esclusivo vantaggio dell’industria bellica che, in questo
clima, avrebbe gioco facile nell’evitare la concorrenza e aumentare i profitti.
In questo scenario, il comparto si è trasformato in un “complesso
militare-industriale-finanziario” dove i grandi fondi d’investimento come
BlackRock dettano l’agenda, speculando direttamente sui conflitti. Infine,
l’attivista contesta duramente il deficit democratico dell’operazione:
l’utilizzo di procedure d’emergenza (come l’articolo 122) per l’approvazione dei
fondi è considerato un atto “in spregio alla democrazia” volto a escludere il
Parlamento Europeo. Il rischio finale, spiega, è un collasso sociale: sottraendo
miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra, si alimentano
marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la stabilità
interna superiore a quella dei nemici esterni.
Nuove diserzioni
In questi anni si sono sviluppati molteplici livelli di diserzione. Il 6
febbraio 2026 i lavoratori portuali di 21 scali del Mediterraneo hanno
incrociato le braccia dietro lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”.
In porti come Genova, Livorno e Trieste, la mobilitazione ha protestato contro
lo sbarco di armi e forniture destinate ai fronti di Gaza e dell’Ucraina. Lo
stesso spirito di obiezione attraversa anche i luoghi del sapere. Nelle
università, come dicevamo, la mobilitazione ha prodotto il crollo della
partecipazione al bando MAECI. Le pressioni del corpo studentesco hanno spinto
numerosi rettori a dimettersi dal comitato scientifico di Med-Or (Leonardo
S.p.a.). Nelle scuole, nonostante i protocolli ministeriali, docenti, genitori e
studenti prendono parola per rivendicare la libertà di insegnamento e chiedere
l’esonero dalle attività con i militari. Emblematico lo striscione apparso nella
sede di un liceo di Palermo che recitava “Disertare la guerra è l’unico modo per
vincerla”. Si fa sempre più strada la convinzione della necessità di un impegno
attivo a favore di una “pace positiva”: un modello di difesa che protegga le
persone, basato sulla cooperazione e sul benessere sociale.
Proprio in questa direzione, riporta Vignarca, sta andando la proposta di legge
per una Difesa civile, non armata e non violenta. L’iniziativa mira a istituire
un Dipartimento della difesa civile, non armata e non violenta all’interno
dell’ordinamento statale che coordini forme di difesa alternative, come i Corpi
civili di pace, destinati a interventi di interposizione non violenta e
risoluzione dei conflitti in aree di crisi. In questo modello, la sicurezza
viene ridefinita come “common security” (sicurezza condivisa): un paradigma
secondo cui la vera protezione dei cittadini si ottiene garantendo il benessere
sociale, la tutela dell’ambiente e il rispetto dei diritti, piuttosto che
attraverso la deterrenza armata. Depositata in cassazione nel marzo 2026, la
legge apre ora una nuova fase di raccolta firme per approdare in Parlamento.
L'articolo Il riarmo delle coscienze proviene da Il Tascabile.
Tag - politica italiana
È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone,
associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le
garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene
pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che
abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è
intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato
nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema
penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del
nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un
inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una
militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di
rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso
a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche.
A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico,
come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla
sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove
aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si
aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi,
a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse
condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I
costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e
derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile
un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni
patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo
risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti
penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il
dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni
fa).
Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal
rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva
preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è
apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione,
interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come
un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da
stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso
evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il
circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in
questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di
permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è
possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni
delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari
emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP).
In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso,
delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte
democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le
pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di
oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo
anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo
interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa
di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali.
> Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una
> volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli
> cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei
> diritti costituzionali.
AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per
Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le
persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di
appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice
penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura
nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a
Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi
fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende
appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico,
ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano
una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si
esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti
violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da
Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le
storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile
per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato
dalle detenute.
In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o
impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far
passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte,
l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori”
diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio
sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di
tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura
(partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al
regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone
di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da
Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute,
che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla
vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla
tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E
cos’è “colpa”?
Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute,
con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono
l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria
storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il
libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di
suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della
salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale
abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del
reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile
effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano,
sottrazione di elaborazione individuale.
La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni
democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL
sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato
dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un
glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti,
avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da
sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e
molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal
conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che
potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità
autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto
costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire
meno.
> La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto,
> dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti.
Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato
d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in
alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione
del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare
tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare.
Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei
cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della
devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una
progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al
controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta
populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche.
La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta
su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane,
che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di
rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite
come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei
costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente
dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a
Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e
falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il
giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni
mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei
diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di
partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi
per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei
reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione
della democrazia.
Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche
dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter
(Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in
particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla
necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in
cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima
di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del
soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data
dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel
carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte
dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate.
Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio
di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva
fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i
quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non
sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è
quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e
contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due
dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal
proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene
definito univocamente come “cattivo”.
> Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e
> contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due
> dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da
> narrazioni mainstream in cui il “criminale” è definito univocamente come
> “cattivo”.
Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta
razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la
riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a
disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un
efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone.
Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al
“fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte
persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del
mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di
vita e quelle della propria famiglia”.
Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche
antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di
penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da
parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del
carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle
persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena
detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in
questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il
funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o
meglio dalla loro visione del mondo”.
Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del
carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme
protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio
uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di
potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della
legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di
normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si
deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo
coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre
riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure
e specifici comportamenti.
I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le
indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche
di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei
famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari.
Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo
poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di
una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un
processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico.
> Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status
> del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia
> delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva
> come espressione di ordine sociale.
In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha
approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano
leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo
proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso
della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici
deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso
ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e
dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare
per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni,
giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo,
che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e
illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni
operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla
situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un
lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è
considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera
e propria capace di vietarlo non esiste”.
Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente
costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le
differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento
che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente
conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende,
secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato,
per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a
coinvolgere la vita sociale e collettiva.
Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati
dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria
Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo
l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende
per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che
all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di
alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati
Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si
è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con
Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento
possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui
sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista.
La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede
proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi
legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via
legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata,
no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia
sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento
concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non
segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle
carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente
contempli l’isolamento.
> Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità
> dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della
> società civile.
Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in
riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre
90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla
carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior
numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di
sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve
allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione
carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come
scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che
l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce
recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie
razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a
problemi reali”.
Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di
un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale
e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è
rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a
disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in
favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale
e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori.
L'articolo Raccontare il carcere proviene da Il Tascabile.
“D i dove sei?” “Bolzano”. “Sul serio? Non l’avrei detto. Non hai per nulla
l’accento di Bolzano”. Se sei un altoatesino madrelingua italiana che, come ho
avuto la fortuna di fare io, ha vissuto o viaggiato nel resto del Paese è
probabile che abbia avuto anche tu una conversazione del genere. Lo scambio di
solito prosegue con te che, pur sapendo in anticipo la risposta che riceverai,
domandi lo stesso: “Che accento?” “Ma sì, quello vostro. Tipo così”, dice allora
il tuo interlocutore, iniziando a calcare le t di ogni parola e a sostituire la
z alle s in una goffa imitazione degli ufficiali nazisti nei film brutti che
tanto facevano incazzare Nanni Moretti in Ecce Bombo.
Nonostante siano passati più di cent’anni dall’annessione all’Italia della parte
meridionale del Tirolo, la maggior parte delle persone che non vivono da queste
parti ha un’idea vaga e perlopiù sbagliata del motivo per cui in Alto Adige si
parlano due lingue: l’italiano e il tedesco, o meglio, il tirolese, che è la
vera lingua d’uso dei sudtirolesi. Anzi, per essere precisi, le lingue che si
parlano nella mia provincia sono tre. All’italiano e al tedesco va aggiunto
anche il ladino che, non me ne vogliano gli amici ladini, lascerò un po’ ai
margini di questo pezzo per evitare di complicare troppo le cose.
Le ragioni del plurilinguismo che caratterizza la provincia di Bolzano affondano
nella storia di questo territorio, che è diventato parte del Regno d’Italia alla
fine della Prima guerra mondiale, come previsto dal trattato di Londra del 1915,
con cui l’Italia abbandonava gli alleati degli imperi centrali per entrare in
guerra contro di loro a fianco della Triplice intesa.
> Le ragioni del plurilinguismo che caratterizza la provincia di Bolzano
> affondano nella storia di questo territorio.
Iniziava in quel momento il processo di colonizzazione interna di quello che
venne presto ribattezzato “Alto Adige”. Un processo che accelerò in modo brutale
sotto il fascismo e condusse alla vicenda delle cosiddette “opzioni”. Con questa
espressione si fa riferimento alla scelta che fu imposta agli abitanti di lingua
tedesca e ladina da un accordo firmato tra Hitler e Mussolini nel 1939: restare
nella loro terra di origine e accettare di “italianizzarsi” o trasferirsi nei
territori occupati del Reich tedesco, dove le proprietà perdute nello scambio
sarebbero state compensate.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, nonostante la popolazione locale
sperasse di poter far valere il proprio diritto all’autodeterminazione, l’Alto
Adige rimase parte della Repubblica Italiana. Il dopoguerra altoatesino fu
perciò caratterizzato dalla lunga stagione della lotta ‒ sia armata che politica
‒ con cui la popolazione di madrelingua tedesca riuscì a ottenere dall’Italia
una forma di autonomia capace di preservare le sue specificità linguistiche e
culturali. Il plurilinguismo altoatesino è garantito proprio dallo statuto che
definisce i termini di questa autonomia.
Vista dall’esterno, con sguardo innocente, questa specificità del territorio non
sembra avere nulla di male. Conoscere le lingue è universalmente considerata una
forma di ricchezza culturale a cui, in Alto Adige, sarebbe possibile attingere
proprio per le specificità storiche, culturali e sociali del territorio. Chi non
vorrebbe poter imparare più di una lingua fin dai suoi primi anni di vita? Chi
rinuncerebbe all’opportunità di poterla parlare senza doversi spostare nello
spazio? Dopo tutto le lingue non sono forse, come vuole il buon senso popolare,
una chiave che apre le porte del mondo?
La realtà che si cela sotto al velo della naïveté è ben diversa. A svelarla è un
libro, Lingue matrigne, uscito qualche mese fa per le edizioni Alphabeta, con
cui l’autore, editorialista e insegnante Gabriele Di Luca, si pone l’obiettivo
di illuminare “la menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol”. Il libro è
diventato rapidamente un piccolo caso editoriale, dando la sensazione di saper
dare voce, attraverso la sua tesi, a un pensiero che molte persone condividevano
ma faticavano a esprimere: ovvero che il plurilinguismo altoatesino funzioni
come un “mito istituzionale” utile a giustificare e perpetuare l’assetto del
potere.
> L’autore, editorialista e insegnante Gabriele Di Luca si pone l’obiettivo di
> illuminare “la menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol”.
“Non è solo una narrazione falsa”, scrive Di Luca nella prima parte del libro
“ma una costruzione istituzionale che serve a giustificare l’attuale assetto di
potere. Risponde a una necessità di stabilità, presentando una facciata di
armonia tra le comunità linguistiche, eppure nasconde ‒ pur incassando, e non è
poco, il premio della pacificazione, o meglio, della riduzione del conflitto in
condizione di bassa intensità ‒ disuguaglianze strutturali e divisioni latenti”.
Punti di frizione che diventano evidenti quando le architetture e i dispositivi
del bilinguismo ‒ le cui modalità d’applicazione e uso, è bene ricordarlo, sono
definite in modo puntuale nell’impianto legislativo definito dallo Statuto di
autonomia ‒ si confrontano con la realtà materiale. “Prendiamo il caso della
sanità”, scrive l’autore, usandolo come esempio di questa dinamica:
> I numeri sono chiari: nel 2024, oltre cinquecento operatori dell’Azienda
> sanitaria dell’Alto Adige/Südtirol non erano in possesso dell’attestazione di
> bilinguismo, eppure continuavano a lavorare, spesso in reparti essenziali, in
> deroga alle disposizioni ufficiali. Un’anomalia? Una flessibilità virtuosa?
> Oppure ‒ più banalmente ‒ la dimostrazione che il bilinguismo reale è una
> soglia che non tutti riescono a varcare, e che le strutture stesse non possono
> permettersi di rispettare? Eppure la narrazione mitica regge, e nessuno o
> quasi osa dire che forse, per salvare un reparto, potrebbe anche sopportare un
> medico che parla solo una lingua, magari compensando con la mediazione, la
> professionalità, l’empatia ‒ o con l’intelligenza artificiale. Troppo
> rischioso. La mitologia, per definizione, non tollera deroghe.
Oppure parliamo dell’amministrazione della giustizia in cui “l’apparato
linguistico garantito dallo Statuto di autonomia è cristallino: ogni cittadino
ha diritto a processi, atti e difese nella propria lingua. Ma la realtà concreta
è ben diversa. Mancano traduttori e interpreti qualificati, le traduzioni sono
spesso tradite o approssimative, e in molti casi la lingua del processo viene di
fatto imposta dalla composizione entolinguistica della corte”.
Per capire questi passaggi è opportuno chiarire alcune tecnicalità. La legge
prevede infatti che ogni abitante dell’Alto Adige/Südtirol abbia il diritto di
ricevere informazioni nella propria lingua. Tale lingua viene scelta ‒ tra le
tre lingue ufficiali della provincia: tedesco, italiano e ladino ‒ attraverso
una dichiarazione spontanea che ogni cittadino residente è chiamato a rilasciare
tra i 14 e i 18 anni di età. Sono tenute a dichiararsi ‒ cito dalla pagina
dedicata alla dichiarazione di appartenenza linguistica sul sito web del
tribunale di Bolzano ‒ anche le persone che “provengono da altra Provincia
italiana o da altro paese facente parte della comunità europea che trasferiscono
la loro residenza in Alto Adige”; quelle che “acquisiscono la cittadinanza
italiana” e anche i “cittadini extracomunitari residenti dal 2016 in Alto Adige
in possesso del permesso di soggiorno a tempo indeterminato/illimitato o di
lungo periodo”. La dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico non
rappresenta soltanto la società a partire da una divisione su base
entolinguistica, la costituisce in quanto tale.
> La dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico non rappresenta
> soltanto la società a partire da una divisione su base entolinguistica, la
> costituisce in quanto tale.
Inoltre, su di essa si basa un altro fondamentale meccanismo dell’autonomia: la
cosiddetta proporzionale etnica. Si tratta ‒ qui cito da Wikipedia ‒ dello
“speciale regime giuridico che in Alto Adige disciplina l’ammissione ai pubblici
impieghi e al godimento di determinati diritti, in particolare l’assegnazione di
alloggi popolari, in modo da garantire un’allocazione proporzionale ai tre
gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino”. Introdotto per contrastare gli
effetti della discriminazione di cui le minoranze linguistiche non italiane sono
state oggetto dopo l’annessione all’Italia, nel contesto di un mondo
globalizzato questo meccanismo stride e scricchiola.
Perché un sistema nato per proteggere una minoranza radicata sul territorio,
oggi chiede di scegliere un’appartenenza a cui non potrà mai veramente
appartenere chiunque decida di abitarlo. E se per una persona che si trasferisce
in Alto Adige/Südtirol da Milano, Terni o Catanzaro sarà più o meno naturale
dichiararsi italiano, la scelta non è altrettanto facile per una persona che fa
lo stesso da Utrecht, Damasco, Karachi o Lagos. In questo caso la scelta può
essere fatta in base alla lingua appresa dalla persona nel corso della sua
migrazione. Oppure, dal momento che il meccanismo proporzionale favorisce
l’accesso a impieghi e diritti in base all’appartenenza a un determinato gruppo
linguistico piuttosto che a un altro, coloro che si sentono liberi di collocarsi
nello schema senza vincoli d’identità, possono farlo in base a un puro calcolo
di utilità.
“Il diritto” nota ancora Di Luca “cede dunque il passo alla prassi, e il
principio di uguaglianza linguistica si appiattisce in una gerarchia implicita
[…]. L’impressione, allora, è che il bilinguismo altoatesino/sudtirolese non sia
più un obiettivo da costruire, ma una verità assiomatica che si pretende già
realizzata”. Il modo in cui il suo impianto va in crash davanti ai cambiamenti
globali che investono anche l’Alto Adige/Südtirol dimostra infatti come il
plurilinguismo, diventando un dispositivo di potere, abbia perso la sua natura
di processo vivo.
Nonostante le persone bilingui stiano leggermente aumentando, il Barometro
linguistico 2025 ‒ lo strumento con cui l’istituto provinciale di statistica
misura le competenze linguistiche degli abitanti del territorio ‒ fotografa una
società civile paradossalmente sempre più divisa e meno integrata, come ha
notato anche la stampa locale. Anche se le competenze linguistiche aumentano,
quando manca il contatto il meccanismo finisce per produrre un bilinguismo
“strumentale” che fallisce l’obiettivo dell’integrazione sociale. Oppure non lo
produce affatto, come dimostra il caso delle famiglie del paese di Villandro che
hanno chiesto di poter avere un’educatrice di madrelingua italiana nell’asilo
del paese e poter così offrire ai propri figli la pluralità linguistica che era
mancata loro durante l’infanzia.
> Nonostante le persone bilingui stiano leggermente aumentando, lo strumento con
> cui si misurano le competenze linguistiche degli abitanti del territorio
> fotografa una società civile paradossalmente sempre più divisa e meno
> integrata.
Di Luca scorge in questi processi una forma di “indifferenza” per cui la
contiguità spaziale delle persone costituisce un ostacolo alla padronanza della
lingua dell’altro, perché quella che è lingua madre per gli uni diventa
“matrigna” per gli altri e, in quanto tale, oscura e pericolosa. Questo
passaggio si produce proprio nel luogo in cui, almeno in teoria, l’apprendimento
della seconda lingua dovrebbe essere al centro dell’attenzione: la scuola. Nella
scena che le dedica, Di Luca, forte della sua esperienza di insegnante di
italiano in una scuola professionale di lingua tedesca ‒ sì, perché, va detto,
in Alto Adige/Südtirol anche le scuole sono divise in base alla lingua con cui
viene somministrato l’insegnamento ‒ racconta le difficoltà che gli studenti
incontrano nell’imparare una lingua in un contesto separato dalla necessità che
un contesto d’uso concreto impone.
Imparare una lingua significa infatti tanto esporsi al rischio quanto al potere
del desiderio di costruire relazioni dall’alto potenziale erotico, che viene
automaticamente disinnescato quando l’apprendimento avviene in vitro, come nelle
aule scolastiche. E se il reciproco isolamento che le strutture di potere
impongono alle popolazioni di madre lingua tedesca e italiana non favorisce la
creazione di reali situazioni di incontro e scambio, davanti al bilinguismo
resta l’indifferenza.
Un’indifferenza che cambia di senso a seconda del gruppo linguistico di
appartenenza. Per i sudtirolesi una forma di “chiusura” o “sopportazione” in cui
riecheggia lo shock culturale di esser stati “costretti a rinunciare alla loro
lingua madre, alla loro toponomastica, persino ai nomi sulle loro tombe” dalla
violenza del fascismo. Per gli altoatesini una forma di “apertura” o
“spalancamento”, necessaria per placare l’ansia esistenziale generata dal fatto
che “dalla metà degli anni settanta ‒ [quando] il dispositivo normativo della
nuova autonomia provinciale ha stabilito che la conoscenza del tedesco sarebbe
stata sempre più indispensabile per poter, in concreto, continuare a vivere in
questo luogo”.
Come si esce da questo vicolo cieco? Come si dissacra il mito del bilinguismo
per liberarlo dalle catene del dispositivo di potere a cui è avvinto e
riconsegnarlo alla natura di processo vivo che dovrebbe costituirlo? Leggendo
Lingue matrigne è impossibile non porsi domande di questo tenore. E anche se Di
Luca non fornisce alcuna risposta ‒ e, anzi, descrive il libro come il
“tentativo di scrollarmi di dosso la stanchezza di anni passati a pensare
troppo, e spesso a vuoto” ‒ in filigrana una risposta, o almeno una strada, la
si intravede.
> La contiguità spaziale delle persone costituisce un ostacolo alla padronanza
> della lingua dell’altro, perché quella che è lingua madre per gli uni diventa
> “matrigna” per gli altri e, in quanto tale, oscura e pericolosa.
È un bilinguismo dell’ascolto. Una postura che rinunci a mettere al centro dello
sforzo la volontà di esprimere sé stessi, favorendo quella di creare uno spazio
in cui accogliere l’altro. Di aprirgli la porta, di invitarlo a entrare senza
l’obbligo di dover all’ospite una qualsivoglia forma di cortesia, ma facendogli
capire come meglio ci riesce che, comunque vada, è bene accolto.
Quando sono cresciuto, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli
anni Novanta, ho percepito il bilinguismo in due modi: da una parte lo strumento
imprescindibile di sopravvivenza e avanzamento sociale di cui parla anche Di
Luca; dall’altra la forma di correttezza politica che il parlare tedesco
implicava per chi, come me, compiva il doppio tradimento di crescere altoatesino
di madrelingua italiana, progressista e antifascista. Tradimento nei confronti
dell’altro, che dal fascismo era stato sottomesso, e del simile, che del
fascismo faceva il simbolo di una resistenza di paccottiglia.
Che fosse strumento o buona educazione, il tedesco era comunque obbligo e, come
sa chiunque si sia occupato di educazione, all’obbligo ci si piega o ci si
ribella. Che questa strada abbia portato a un vicolo cieco è evidente a chiunque
legga il libro di Di Luca libero da preclusioni ideologiche. Ora è il tempo di
tornare a cercare strade nuove.
L'articolo La menzogna svelata del bilinguismo altoatesino proviene da Il
Tascabile.
L’ ultima volta che Khaled si era trovato su un’auto c’era un passeur alla guida
e stava attraversando il confine croato e sloveno, prima di arrivare in Friuli.
In Italia non aveva la patente né tantomeno un’auto, soltanto una bicicletta
raffazzonata che usava per andare al lavoro. Il paesino dove era stato accolto
era talmente piccolo da rendere l’idea di spostarsi in bici quasi bislacca. Era
tutto vicino: il piccolo supermercato – una stanza di cinquanta metri quadri ‒,
il municipio dove aveva ottenuto la carta di identità, la piazza dove fumava una
sigaretta in compagnia prima di andare a dormire. Prima di una nuova giornata di
lavoro.
Dopo aver fatto richiesta di asilo, Khaled era stato accolto in un appartamento
di Passons, un paesino a pochi passi da Udine. Condivideva il suo appartamento
con altri cinque bangladesi e la loro vita scorreva piuttosto serena. Le aziende
agricole del territorio avevano bisogno di braccia per la raccolta delle olive.
Khaled aveva firmato il primo breve contratto di lavoro a ottobre, un paio di
mesi dopo il suo arrivo in Italia. Finita la raccolta, aveva trovato lavoro in
un ristorante cinese a San Marco. Ci arrivava in bicicletta tutte le mattine,
quali che fossero le condizioni meteo. Era stato fortunato. A Passons c’erano
pochi bangladesi, ma a differenza di lui non erano nuovi in Italia. E in quel
paesino sembravano conoscere tutto di tutti ed essere ben disposti ad aiutarlo –
un privilegio che, in una terra desolata e povera di opportunità, a volte non ci
si permette nemmeno tra connazionali.
La storia di Khaled ha anche un’altra differenza rispetto a quella dei
bangladesi arrivati in Italia alcuni anni fa: nel tempo le maglie della
richiesta di asilo sono diventate sempre più strette. I dispositivi tradizionali
di controllo delle frontiere sono stati potenziati. Ad esempio, i Paesi che
l’Italia considera sicuri sono aumentati. Un Paese è detto sicuro se non espone
i suoi abitanti al rischio di violazioni dei diritti umani fondamentali; se, in
sostanza, è considerato politicamente stabile e si adegua ai principi di uno
Stato di diritto. Durante il colloquio per il riconoscimento della protezione
internazionale – un colloquio a porte chiuse, in cui erano presenti soltanto
Khaled, un ufficiale italiano e un mediatore linguistico – l’ufficiale gli aveva
fatto varie domande sulla situazione politica in Bangladesh. Domande
circostanziate, precise, secche. Mirate a valutare i rischi che Khaled
correrebbe nel Paese di origine. “Che cosa le impedisce di vivere a Kabirhat con
i suoi figli?”. “E che cosa le succederebbe se tornasse in Bangladesh?”. Dopo
aver risposto a queste domande, era stato Khaled a chiedere all’ufficiale: “Chi
le ha detto che il Bangladesh è un Paese sicuro? Ha visto cos’è successo agli
studenti universitari?”.
“Chi le ha detto che il Bangladesh è un paese sicuro?”. Nel verbale di
audizione, la domanda è seguita da tre punti interrogativi, uno accanto
all’altro. Una scelta stilistica inusuale in un documento ufficiale. Un modo per
riportare il tono del richiedente audito? Era stata una domanda provocatoria,
quasi beffarda, capace di irritare l’intervistatore. Per quale altra ragione,
altrimenti, il verbale dovrebbe riportare non uno, ma tre punti interrogativi?
Su questa questione, in realtà, l’insistenza dell’ufficiale era legittima. Se un
migrante proviene da un Paese considerato sicuro, deve spiegare in dettaglio la
propria vicenda personale e convincere le autorità che tornarci comporterebbe un
rischio concreto per la propria vita. Per un richiedente asilo, l’obbligo a
questo tipo di racconto è una colossale spada di Damocle: è difficile tenere
insieme i fili di storie complesse, lo è tanto più se da anni lo Stato
normalizza l’oppressione, le disuguaglianze sociali e il terrore, se da quando
si è nati il regime esprime il proprio potere con la tortura o la persecuzione
degli oppositori politici, se si costruisce il proprio mondo su quell’orizzonte,
se si è visto ondeggiare continuamente la linea tra tutela dei diritti e
prevaricazione del più forte.
La lista dei Paesi sicuri viene aggiornata periodicamente dal ministero degli
Affari esteri, e nel febbraio 2026 è stata stilata per la prima volta anche a
livello europeo, quando la Commissione europea ha incluso, tra gli altri,
l’Egitto, la Tunisia e il Bangladesh. Amnesty International, nel suo rapporto
del 5 agosto 2024 “Il Bangladesh non è un paese sicuro”, ha dichiarato che “in
Bangladesh, come in Egitto e in Tunisia, i diritti umani restano violati in modo
diffuso, come riconosciuto dalla giurisprudenza”. Del resto, proprio nel 2024 il
Bangladesh ha vissuto una delle più violente insurrezioni dell’epoca
contemporanea. Il movimento studentesco aveva chiesto una svolta democratica per
il proprio Paese. Le forze dell’ordine avevano trasformato le proteste in
massacri uccidendo centinaia di studenti. La rivolta di massa che ne è seguita
aveva portato alla caduta del governo e alla cacciata della prima ministra,
Hasina Sheikh Wazed, che da allora vive rifugiata in India. Il 17 novembre 2025,
è stata condannata a morte per crimini di guerra.
> Se un migrante proviene da un Paese considerato sicuro deve spiegare in
> dettaglio la propria vicenda personale e convincere le autorità che tornarci
> comporterebbe un rischio concreto per la propria vita. Per un richiedente
> asilo, l’obbligo a questo tipo di racconto è una colossale spada di Damocle.
L’auto si ferma bruscamente a uno stop e Khaled si guarda intorno confuso. Nel
corso di quella mattina, in questura, gli avevano nominato Milano. Prima di quel
giorno aveva sentito parlare di Milano dai suoi amici, alcuni connazionali ci
erano andati per fare fortuna, ma in quelle ore concitate la geografia fisica e
quella emotiva avevano cominciato a versarsi l’una nell’altra, come se le
ordinarie separazioni della ragione fossero saltate. Mentre quel poliziotto
macinava chilometri in autostrada, Khaled ripensava al suo amico Assad,
rimpatriato in Bangladesh dalle autorità italiane. Gli aveva detto “In Italia
pensi di essere al sicuro, finché la legge non ti sceglie e decide che sei un
criminale e devi pagare”.
Il poliziotto ricomincia a parlare con il suo collega a voce alta. Per diverso
tempo in auto c’è stato un silenzio assoluto. Il timbro della sua voce riporta
Khaled a ciò che era accaduto quella mattina, prima di essere caricato in
quell’auto. Aveva corso tra lo studio dell’avvocato e l’ufficio degli operatori
sociali con un foglio tra le mani: il decreto con cui la prefettura di Udine
dichiarava che Khaled non aveva più diritto all’accoglienza. Le forze
dell’ordine lo avevano convocato in questura. Una firma su quel documento, e lui
avrebbe lasciato la sua camera per sempre. Khaled non si era presentato al primo
appuntamento in questura e neanche al secondo. Nel frattempo aveva implorato
l’avvocato di aiutarlo, aveva chiesto agli operatori del centro di accoglienza
di proteggerlo da quel provvedimento, contro ogni sensatezza aveva rifiutato di
vedere il suo progetto crollare. Ma la cessazione delle misure di accoglienza
era soltanto l’ultimo passaggio di un domino che partiva da lontano, e che mai
Khaled aveva pensato potesse toccargli.
Attese
Il 19 agosto 2024, poco dopo il suo arrivo in Italia, Khaled si era presentato
in questura per formalizzare la sua richiesta di protezione internazionale. Un
mediatore di lingua bangladese gli aveva tradotto le parole dell’ufficiale in
divisa. I discorsi erano stati tanti e non gli erano tutti chiari, ma una cosa
l’aveva capita: venire dal Bangladesh non era considerato abbastanza grave da
valere un permesso di soggiorno in Italia. Questo poteva diventare un grosso
problema se l’intervistatore non avesse creduto alla sua storia personale.
Avrebbe potuto comportare il rifiuto della domanda di protezione e diversi guai,
fino a mettere in discussione la sua permanenza in Italia.
L’accettazione o il rifiuto di una richiesta di asilo ha delle gerarchie. I
rifugiati politici ricevono la massima protezione. Seguono coloro che dimostrano
di rischiare un danno grave in caso di rientro in patria. Anche loro vengono
protetti, sebbene con un permesso di soggiorno meno “forte” rispetto a quello
del rifugiato politico. Ci sono poi quelli che ricevono una protezione per
ragioni di natura privata (una malattia che sarebbe difficile curare nel Paese
di origine, aver subito violenze domestiche, maltrattamenti subiti durante il
viaggio, situazioni di grave sfruttamento lavorativo). Ci sono poi coloro che
non sono rifugiati politici, non provengono da Paesi in conflitto e non
riferiscono storie di sofferenza. Nella gran parte di questi casi, la domanda di
asilo viene rifiutata. Vi è infine un’ultima casistica, sempre meno residuale: i
richiedenti la cui domanda di asilo non viene soltanto rifiutata, ma ritenuta
infondata. In questo caso, la Commissione ritiene che non vi siano reali motivi
a sostegno della loro richiesta, o addirittura che questa sia strumentale a
restare in Italia. La domanda di Khaled rientrava in quest’ultimo caso ed era
stata rigettata per manifesta infondatezza.
> L’accettazione o il rifiuto di una richiesta di asilo ha delle gerarchie.
Il poliziotto apre la porta dell’auto e Khaled scende. Al gabbiotto appare un
signore stanco. Il poliziotto gli passa dei documenti da una fessura nella
vetrata e il signore lascia il gabbiotto. Ricompare dopo poco dietro una
porticina laterale poco distante e li fa entrare. Dei due poliziotti che lo
avevano portato a Milano, soltanto uno lo accompagna dentro. Gli torna in mente
quella mattina, la sua famiglia in Bangladesh che non ha sue notizie e che non è
abituata a silenzi così prolungati. Non ha potuto avvertire che quella notte non
dormirà a casa, che è in un centro di detenzione, che non ha idea di cosa abbia
fatto per finirci. Mentre camminano chiede al poliziotto di riavere il telefono.
Il poliziotto gli dice che in quel posto i detenuti non hanno sempre il permesso
di usare il cellulare, e che forse, una volta dentro, gli operatori del centro
glielo restituiranno.
Dopo uno zigzag tra i corridoi, Khaled e il poliziotto giungono sul ciglio di
una stanza illuminata solo da una lampada da scrivania. L’Ufficiale chiede di
attendere fuori. I posti di transito, trattenimento o detenzione delle persone
straniere si assomigliano tutti: luci al neon, corridoi bucati da porte anonime,
sedie da aspetto. Sembra che questo sia il destino: dopo tanto viaggiare,
attendere qualcosa, non è sempre chiaro cosa, su una sedia di uno di quei tanti
corridoi del mondo. Era accaduto quella mattina nella questura di Udine, accade
ora al CPR di Milano, il CPR di via Corelli.
Chiusi dentro
I CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri) nascono come luoghi di trattenimento
per le persone straniere in condizione di irregolarità giuridica, in attesa del
rimpatrio nei Paesi di origine, quando l’espulsione non può essere effettuata in
tempi rapidi. Per l’intero periodo di permanenza, lo straniero non può uscire
dal CPR. È quella che viene chiamata “detenzione amministrativa”: una
limitazione della libertà personale applicata in assenza di un procedimento
penale, proprio perché non c’è alcun reato. Non c’è una condanna, come non c’è
un capo d’accusa. La persona viene rinchiusa perché non dispone di un regolare
permesso di soggiorno. Secondo la normativa (art. 14 TUI), la durata del
trattenimento è variabile e può andare da alcuni giorni a molti mesi. La
permanenza dura comunque “solo il tempo strettamente necessario all’espletamento
delle procedure di rimpatrio”. Ma la realtà è spesso diversa, e le persone
possono restare rinchiuse in un CPR anche per anni.
In Italia ad oggi si contano dieci CPR, sparsi tra il Nord, il Sud e le Isole.
Chi ha la possibilità di raccontarlo descrive le condizioni del trattenimento
come “durissime”. L’impatto della vita detentiva sulla salute mentale, lo stress
derivato dalla carenza di informazioni sul proprio conto, l’isolamento,
l’assenza di un servizio continuativo di assistenza legale e medica rendono la
permanenza nei CPR difficile, talvolta impossibile. Il “registro degli eventi
critici”, un resoconto che gli operatori di tutti i centri tengono
obbligatoriamente aggiornato, basterebbe da solo a raccontare l’abisso dei CPR,
tra tentativi di suicidio, atti di autolesionismo e rivolte. Soltanto al CPR di
Via Corelli, nel periodo tra febbraio e maggio 2024 gli eventi critici sono
stati documentati con una cadenza di uno ogni due giorni.
> I CPR nascono come luoghi di trattenimento per le persone straniere in
> condizione di irregolarità giuridica, in attesa del rimpatrio nei Paesi di
> origine, quando l’espulsione non può effettuarsi in tempi rapidi. Per l’intero
> periodo di permanenza, lo straniero non può uscire dal CPR.
Dei dieci CPR italiani, soltanto quelli di Milano e di Gradisca d’Isonzo
consentono l’uso del cellulare, sebbene il sequestro dei telefoni sia
chiaramente contro la legge. È un dettaglio importante, fondamentale. L’uso del
cellulare, oltre a garantire il diritto alla corrispondenza con amici e
familiari, consente alle realtà solidali di restare in contatto con i trattenuti
e di ricevere documentazione degli abusi. Sono infatti i collettivi e le
organizzazioni a monitorare quanto avviene oltre le inferriate dei CPR. A Milano
l’associazione Naga chiede da anni la possibilità di accedere al CPR di via
Corelli, ma la prefettura non lo ha mai autorizzato, né ha mai risposto alle
numerose richieste di accesso civico da parte degli attivisti.
Per diminuire le richieste da parte delle persone trattenute, gli operatori li
stordiscono con antiepilettici, ansiolitici, antidepressivi e sedativi.
Un’inchiesta giornalistica di Altreconomia del 2023 ha documentato la
somministrazione spropositata di medicinali, con una spesa in psicofarmaci 160
volte più alta nei CPR rispetto a delle realtà non detentive che prendono in
carico un’utenza simile per età e per provenienza. A ragione, si è più volte
parlato della “deriva manicomiale” dei Centri di permanenza per il rimpatrio.
L’ufficiale chiama dentro Khaled e inizia a scorrere in silenzio i dati al
computer. Un gesto meccanico, spento, fatto per lui come per altre migliaia di
detenuti. Sullo schermo Khaled riconosce il suo nome e cognome, gli unici
simboli che ha imparato a distinguere nell’alfabeto latino. Ma il resto delle
parole? Quel silenzio insondabile lo spezza. In quei mesi in Italia ogni
provvedimento che lo riguardava gli era parso un muro ostile di parole che non
presagivano niente di buono. Il provvedimento che gli avevano consegnato pochi
giorni prima dell’intervista, con cui gli veniva notificata la “procedura
accelerata” della sua richiesta di asilo, non era stata una buona notizia. Anche
l’esito dell’intervista non aveva portato buone notizie. Sono documenti
difficili, pieni di formule che Khaled non riesce a ricordare parola per parola.
Ma un punto gli è chiaro: rendono difficile la sua vita in Italia. Di fronte a
questo nuovo provvedimento, sente il bisogno di capire il prima possibile.
Ma quando prova a chiedere, l’ufficiale sbuffa in maniera incontrollata, come se
ogni interruzione al flusso del suo discorso fosse per lui una perdita infinita
e inaccettabile. Così, per una buona manciata di minuti Khaled si lascia
travolgere dalle informazioni. Le parole dell’ufficiale, incomprensibili,
rimbalzano contro quelle del mediatore e viceversa, quasi senza pause. Quando
infine l’ufficiale tace, Khaled domanda: “Cosa succederà se non mi liberano?”.
L’ufficiale risponde e il mediatore in maniera secca: “Devi tornare in
Bangladesh. Loro organizzeranno il tuo volo.”
> Per diminuire le richieste da parte delle persone trattenute, gli operatori li
> stordiscono con antiepilettici, ansiolitici, antidepressivi e sedativi. A
> ragione, si è più volte parlato della “deriva manicomiale” dei Centri di
> permanenza per il rimpatrio.
In un attimo Khaled realizza tutto quello che aveva vissuto nei giorni
precedenti. Gli operatori che a più riprese cercano di spiegargli le ragioni
della fine dell’accoglienza, che gli dicono: “Sono disposizioni della
prefettura”; l’insistenza dei poliziotti perché si rechi in questura il prima
possibile. Mentre lo conducono in una camera sozza e umida, gli torna in mente
Diego, l’operatore che si occupava dell’appartamento in cui era stato accolto.
Diego è poco più giovane di lui e ha un’energia contagiosa, è vitale e gioioso.
Qualche mese prima aveva organizzato un corso di italiano per stranieri in una
stanza del municipio. Fino a quando gli era stato possibile, Khaled non era
mancato mai a quelle lezioni. Dunque non avrebbe rivisto mai più neanche lui.
Nuovi elementi
Quella di Khaled è una storia strana, e strane sono le modalità con cui volgerà
al termine. È una storia di provvedimenti perentori e incalzanti, che in certi
passaggi sembrano suggerire un accanimento quasi personale nei suoi confronti.
Ma non solo. È una storia di fortunate coincidenze, una storia in cui “i nuovi
elementi” portati dall’avvocato hanno finito per rovesciare le decisioni di un
tribunale. Ma è anche la storia di un cittadino bangladese analfabeta, ingenuo e
senza cattiverie, un giovane che, nel giro di ventiquattro ore, dalla cucina del
ristorante dove lavorava si è ritrovato in viaggio verso il CPR di Milano, in
attesa di un rimpatrio. In questa storia si intrecciano istanze rigettate e
permessi di soggiorno che non avrebbero mai potuto essere rinnovati.
Il 1° luglio 2024 Khaled entrava in Italia e si presentava in questura per la
prima volta per chiedere verbalmente di poter fare richiesta di asilo.
L’appuntamento per formalizzare questa richiesta è stato fissato per il 19
agosto, un mese e mezzo dopo. “Formalizzare” la richiesta di asilo significa
compilare un modulo con i dati personali e assistere a un’informativa in cui,
alla presenza di un mediatore linguistico, si spiegano nel dettaglio i passaggi
della richiesta di asilo e i possibili esiti. La formalizzazione è un passaggio
fondamentale. Da questo momento, la regolarità in Italia del richiedente asilo
non può più essere contestata.
Ma quel 19 agosto in questura accadde anche altro. Per la domanda di asilo di
Khaled gli ufficiali disposero l’applicazione della “procedura accelerata” per
provenienza da Paese di origine sicuro. La procedura accelerata, come suggerisce
il nome, abbrevia di molto i tempi della procedura ordinaria. Nel caso di
Khaled, venne disposta in ragione del suo Paese di origine che, come detto
all’inizio, è ufficialmente considerato sicuro dall’Italia. Al vaglio delle
autorità competenti, la richiesta di asilo di chi proviene da un Paese sicuro
viene considerata a priori pretestuosa perché, per definizione di Paese sicuro,
“si può dimostrare che non vi sono persecuzioni costanti, torture, o trattamenti
inumani e degradanti”. Non vi sono dunque ragioni fondate per una fuga da tale
Paese e per la proposizione di una richiesta di asilo altrove. Salvo eccezioni,
una richiesta di asilo in procedura accelerata si conclude con un diniego, come
si dice in gergo tecnico, “per manifesta infondatezza”.
> Al vaglio delle autorità competenti, la richiesta di asilo di chi proviene da
> un Paese sicuro viene considerata a priori pretestuosa perché, per definizione
> di Paese sicuro, “si può dimostrare che non vi sono persecuzioni costanti,
> torture, o trattamenti inumani e degradanti”.
Un richiedente asilo nella procedura ordinaria potrebbe essere convocato davanti
alla Commissione territoriale dai sei ai dieci mesi dopo la formalizzazione
della richiesta di asilo, a volte anche dopo un anno. La procedura accelerata,
invece, ha una scansione temporale fittissima: entro sette giorni dalla
formalizzazione della domanda deve essere svolta l’intervista ed entro i
successivi due giorni deve essere emesso l’esito che, come abbiamo detto, è
nella maggior parte dei casi negativo. Il provvedimento di diniego di un
richiedente asilo non si limita a dichiarare l’inidoneità alla permanenza in
Italia, ma rende anche efficace l’obbligo di rimpatrio del richiedente e il
divieto di reingresso in Italia. A questo punto, il diniegato può rivolgersi a
un avvocato difensore e depositare un ricorso in tribunale, non più tardi di 15
giorni dalla notifica dell’esito. Anche sul ricorso le due procedure
differiscono: nella procedura ordinaria, il deposito del ricorso sospende
automaticamente l’efficacia del provvedimento di rimpatrio. Nella procedura
accelerata, invece, no: il ricorso deve essere corredato da un’apposita
richiesta di sospensione dell’obbligo di rimpatrio. È una richiesta
fondamentale. La sospensiva, se accettata dal Tribunale, permette al ricorrente
di restare regolarmente in Italia fino all’esito del ricorso. Se la sospensiva
viene rigettata, o non viene presentata affatto, l’obbligo di rimpatrio resta
effettivo.
Il 21 agosto Khaled venne audito dalla Commissione territoriale, il 23 agosto la
Commissione emette il verdetto: diniego per manifesta infondatezza. Viene
comunicato a Khaled il 2 settembre, dieci giorni dopo. Nel corso
dell’intervista, Khaled aveva raccontato i motivi della fuga dal Bangladesh.
Aveva parlato di alcune persone vicine alla famiglia, menzionando i fratellastri
di sua moglie, che gli avevano reso difficile la permanenza nel villaggio. Come
detto in precedenza, l’ufficiale della Commissione aveva chiesto a Khaled le
ragioni della sua fuga dal Bangladesh e Khaled aveva fatto quella domanda
provocatoria: “Chi le ha detto che il Bangladesh è un Paese sicuro?”.
Ci sono molte vicende come questa. La maggior parte delle storie raccolte dalle
Commissioni territoriali sui migranti bangladesi hanno a che fare con il
possesso di terre contese e con la prevaricazione di una famiglia su un’altra.
Qui non affronteremo le vicende personali di Khaled prima del suo arrivo in
Italia, perché non hanno a che fare con ciò che è accaduto dopo. Ma è opportuno
soffermarsi su come la Commissione territoriale si è espressa in merito alla sua
storia. La Commissione scrive che “tutte le dichiarazioni del signor Khaled
risultano complessivamente confuse e inverosimili” e che “l’impianto narrativo
dell’istante è contraddittorio in più punti”. Ma può davvero una Commissione
esprimersi, con un provvedimento peraltro molto duro, a fronte di una vicenda
lontana nel tempo e nello spazio, su cui non intervengono dei testimoni e di cui
non vi sono prove se non il racconto stesso del richiedente?
Può la valutazione di una richiesta di asilo basarsi unicamente sulla coerenza e
la credibilità del racconto fatto, senza considerare l’assetto socioculturale
del richiedente? Molti avvocati dell’immigrazione, sociologi e antropologi hanno
criticato in vario modo i parametri di giudizio applicati alle richieste di
asilo. Si è ritenuto in più occasioni che un simile approccio imponga standard
epistemologici occidentali su narrazioni di vita vissuta, ignorando le
differenze culturali, i traumi e i diversi contesti sociopolitici. Questo
metodo, basato sul sospetto anziché sulla fiducia, trasformerebbe la procedura
di asilo in un interrogatorio che penalizza chi non si adegua alle aspettative
cosiddette “eurocentriche” delle Commissioni territoriali.
Dopo l’esito, Khaled aveva contattato un avvocato, che aveva depositato il
ricorso nei termini, il 16 settembre 2024. Insieme al ricorso, come di prassi,
aveva depositato anche l’istanza di sospensiva. Il 27 settembre il giudice del
tribunale di Trieste rigettò l’istanza di sospensiva. Da quel giorno, Khaled era
rimpatriabile. L’avvocato non depositò ulteriori richieste al tribunale. A
posteriori, riferirà che farlo sarebbe stato sciocco e inutile. “In circostanze
di questo tipo, il Tribunale cambia idea unicamente a fronte di nuovi elementi
emersi dalla vicenda personale dell’assistito”, dirà: “E dato che avevo appena
presentato una richiesta di sospensiva che era stata rigettata, nessun elemento
sarebbe stato sufficiente a cambiare l’opinione del giudice”.
> Molti avvocati dell’immigrazione, sociologi e antropologi hanno criticato i
> parametri di giudizio applicati alle richieste di asilo: un simile approccio
> impone standard epistemologici occidentali su narrazioni di vita vissuta,
> ignorando le differenze culturali, i traumi e i diversi contesti
> sociopolitici.
In seguito al rigetto della sospensiva, la prefettura non aveva emesso alcun
provvedimento, nonostante la permanenza in Italia fosse stata di fatto rigettata
dallo Stato. In questo strano silenzio delle istituzioni, trascorsero i giorni e
le settimane. Nel frattempo erano passati sessanta giorni dalla formalizzazione
del C3, pertanto Khaled poteva iniziare a lavorare. E trovò lavoro ben presto.
Lo testimoniano i contratti agricoli firmati con un paio di connazionali, e
infine l’ultimo, quello con il titolare del ristorante cinese che sarà citato
più avanti proprio nel CPR di via Corelli. Khaled, insomma, in attesa che
qualcosa accadesse, aveva continuato a condurre la sua vita. Ignorava ‒ nessuno
gliele aveva illustrate in maniera approfondita ‒ le possibili conseguenze di
quella sospensiva rigettata. Le avrebbe comprese quasi un anno dopo, in quella
stanza della questura di Udine, quella mattina di settembre in cui tutto è
cominciato, il giorno in cui è stato condotto a Milano in un’auto delle forze
dell’ordine.
C’è altro. La questura di Udine, dopo il rigetto dell’istanza di sospensiva,
avrebbe dovuto registrare che Khaled era divenuto “irregolare” sul territorio
italiano e avrebbe dovuto negargli il rinnovo del permesso di soggiorno già nel
marzo del 2025. Khaled, al contrario, il 12 marzo si era presentato in questura
e aveva ottenuto il rinnovo del permesso come fosse un regolare richiedente
asilo in attesa dell’esito del ricorso. Questo errore da parte della questura,
in realtà, gli aveva permesso di lavorare in maniera continuativa con un
regolare rapporto di lavoro per altri sei mesi. Come vedremo più avanti, il
rinnovo erroneo del suo permesso è stato cruciale per la conclusione di questa
storia, una svista fortunata. In quei sei mesi, da marzo a settembre 2025,
nessuno si accorse di questa svista, e non ne era cosciente neanche Khaled e le
persone che gli stavano intorno. Il suo avvocato non ebbe alcuna cura di
approfondire la questione e gli operatori sociali non si accorsero di questo
controsenso. Capita spesso: in alcuni passaggi dei percorsi delle persone
straniere sembra esserci una separazione quasi schizofrenica tra la vita pratica
e l’iter giuridico. A volte la vita, con i suoi tentacoli e le sue protuberanze,
riesce ad avere la meglio sui vincoli legali. A volte, invece, i vincoli legali
si impongono, costringendo la vita in delle strettoie o strozzandola in vicoli
ciechi. Quando Khaled arriva nel CPR di Milano, quel tardo pomeriggio di
settembre, è rimasto chiuso in una terribile strettoia, per lui impensabile fino
a 24 ore prima. È stato uno shock.
Remigrare
Dopo l’informativa e la prima, sommaria visita medica nel CPR, Khaled si ritrova
in un angolo, seduto sul letto che gli hanno assegnato, nella sezione delle
camere dei trattenuti. La stanza è spoglia e annerita dalla muffa su più punti
del soffitto. Non ci sono armadi o comodini. Una sola lampadina fissata al
soffitto con i fili elettrici a vista illumina la stanza, mandando barlumi
intermittenti e fastidiosi. I letti dei compagni sono circondati dalle loro
cose, tenute insieme in sacchi della spazzatura o gettate alla rinfusa sul
pavimento e sotto i materassi.
Quella coltre nebbiosa torna a diluire i confini dei pensieri. Si ricorda di
quando aveva pedalato sotto un acquazzone instancabile per trenta minuti,
diretto verso il ristorante cinese. Alla fine si era rassegnato. Si era messo al
riparo sotto un ponte in attesa che smettesse di piovere. Ma quel giorno non
smetteva. Al lavoro non ci era mai arrivato e le aveva sentite dal capo.
Naturalmente era stata una tragica eccezione. Per la maggior parte del tempo,
Khaled aveva goduto dei risvegli all’alba e dei ritorni al buio. Aveva imparato
a pedalare di buona lena e il sottofondo delle auto alle sue spalle non lo
suggestionava più come i primi giorni. Aveva scoperto che l’alba in Friuli aveva
tutto un suo odore, diverso dal Bangladesh. In quei mesi Khaled si era lasciato
attraversare dalla fredda aria che spira dalle prealpi, aveva pedalato al buio
alla fine del turno serale, imboccando l’ultimo vialetto di un paese dormiente.
Alla fine delle giornate era scivolato sotto le coperte, sfinito e triste. La
vita in Italia non era stata semplice, e l’emicrania, di cui già soffriva quando
era in Bangladesh, era peggiorata. Ma anche le più amare giornate avevano un
senso: era arrivato qui, aveva un lavoro. O almeno, prima di Milano lo aveva. La
paga non era alta, ma bastava alla famiglia in Bangladesh. Questo era il suo
sommo compito: garantire riso e acqua ogni mese a moglie e figli. Non si sarebbe
sentito realizzato in alcun altro modo che questo.
> A volte la vita riesce ad avere la meglio sui vincoli legali. A volte, invece,
> i vincoli legali si impongono, costringendo la vita in delle strettoie o
> strozzandola in vicoli ciechi.
Secondo i dati ufficiali, i bangladesi residenti in Friuli-Venezia Giulia al 1°
gennaio 2025 sono 8.425. Sono in maggioranza uomini e rappresentano quasi il 7%
dell’intera popolazione residente. Molti di questi giovani uomini hanno una
storia migratoria molto simile a quella di Khaled: arrivano in Italia via terra
passando per la Turchia. Alcuni fanno tappa negli Emirati Arabi, dove lavorano
per un periodo più o meno lungo, prima di partire per l’Unione Europea. Sembra
essere un pattern ricorrente per i bangladesi, una sorta di trampolino
economico, perché raggiungere l’Europa è più costoso. Molti di loro non hanno
abbastanza soldi per arrivarci direttamente. E molti, moltissimi partono
lasciando mogli e figli in Bangladesh.
Queste partenze non vengono vissute come delle rinunce ai propri doveri
coniugali e familiari, al contrario: sono degli upgrade sociali. Il villaggio
augura al giovane sposo di arrivare in Europa nel migliore dei modi e di trovare
il suo posto. I bangladesi che riempiono le cucine dei nostri ristoranti, i
cantieri e i filari delle nostre campagne, lavorando fino a dodici ore al giorno
in condizioni di grigio, di nero o con contratti fantoccio, inviano gli stipendi
alle famiglie che così possono continuare a vivere in un Paese tormentato dalla
corruzione e dalla crisi economica e climatica. Per un bangladese, migrare è un
progetto collettivo. Con la detenzione e l’imminente rimpatrio, quel progetto
laboriosamente costruito da Khaled e dalla sua comunità si riavvolgeva su sé
stesso e lo riportava nello stesso posto da cui era partito, come una partita
all’oca finita male.
Punto e a capo
La legge dispone che entro 48 ore dall’ingresso di una persona straniera in CPR
il giudice di pace, convocando un’udienza ufficiale, verifichi la legittimità
del trattenimento. L’udienza di Khaled si tiene due giorni dopo il suo arrivo a
Milano, nell’ufficio di via Sforza. Quindici minuti prima dell’inizio, Khaled
viene condotto in un’aula del CPR predisposta per l’udienza. Non è raro che i
trattenuti partecipino a queste udienze a distanza, in videoconferenza. Sullo
schermo compaiono il giudice in toga, un mediatore bangladese e un ufficiale in
divisa, in rappresentanza della questura di Milano. Qualche minuto più tardi
arriva anche l’avvocato nominato da Khaled per la difesa. L’udienza comincia.
Dal verbale si evincono i passaggi fondamentali. All’inizio viene citato il
provvedimento del questore di Milano, con cui Khaled veniva respinto “mediante
accompagnamento alla frontiera”.
L’avvocato difensore si oppone al rimpatrio. Menziona i contratti di lavoro di
Khaled e si sofferma sull’ultimo, quello al ristorante cinese, ancora in corso
di validità. Dice: “Khaled Aslam ha lavorato con regolarità da quando ha potuto.
Quarantotto ore fa, prima di essere condotto in un centro di permanenza per il
rimpatrio, si trovava sul posto di lavoro.” L’ufficiale della questura di
Milano, invece, insiste per il rimpatrio. Testuali, le parole del giudice di
pace che chiudono l’udienza: “Lo straniero, dal suo ingresso in Italia, ha
sempre regolarmente lavorato, non ha procedimenti penali a suo carico e, per
tali ragioni, risulta inserito nel tessuto sociale ed economico in cui opera.
Per questi motivi, non si convalida il suo trattenimento”.
Si conclude così la parentesi più dolorosa del percorso di Khaled. In poco più
di 72 ore ha ricevuto un decreto di espulsione immediata, è stato escluso dal
sistema di accoglienza, è stato condotto al CPR di Milano, ha affrontato
l’udienza di convalida del suo trattenimento. In poco più di tre giorni, da
essere un lavoratore titolare di un regolare permesso di soggiorno è stato
declassato a straniero irregolare trattenuto e a rischio di espulsione. In
questa strettoia giuridica, Khaled si è chiesto come avrebbe affrontato il
ritorno forzato in Bangladesh. Come avrebbe fatto a ricominciare daccapo. Dove
avrebbe trovato i soldi per mantenere la famiglia. Come avrebbe sostenuto la
reazione dei figli e della comunità di origine.
Il giorno dopo il rilascio, Khaled si fa prestare dei soldi da un amico
bangladese e ritorna in Friuli. Il buio che il trattenimento e l’espulsione
hanno creato attorno a lui lo hanno privato di tutti i diritti fondamentali: non
ha più un permesso di soggiorno, non ha più un posto dove dormire, non sa come
mangiare. Nonostante abbia trascorso quasi un anno a Passons, ora deve
ricominciare tutto daccapo, come in un gioco dell’oca vivente. Nei piccoli paesi
le notizie corrono. Quando è venuto a sapere della detenzione, il titolare del
ristorante ha interrotto il rapporto di lavoro di Khaled, temendo che potesse
creare problemi legali alla sua attività. Nell’attesa che la prefettura lo
reintegrasse nel sistema di accoglienza, Khaled ha dormito per due settimane
sulle panchine di un parco comunale. Quando gli è stato detto di andare a
regolarizzare la sua posizione giuridica, che avrebbe ottenuto un nuovo permesso
di soggiorno, che sarebbe tornato “regolare”, che era tutto passato, Khaled ha
contattato Diego, l’operatore delle lezioni di italiano. Gli chiede di andarci
insieme, all’appuntamento in questura. Gli dice: “Ho una paura matta di andarci
da solo”.
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