L’ umore del pubblico di un evento a volte riesce a riflettere quello di chi lo
ha organizzato o creato. Quando a monte ci sono passione, cura, ricerca e
affiatamento ‒ al netto di qualche divergenza ‒, chi gode del frutto prodotto
dal mix di questi elementi, a sua volta può generare un’atmosfera per lo più
positiva. Non è una combinazione scontata, ma può avvenire.
Leggendo Un pubblico meraviglioso. Dj, centri sociali e club culture (1996 –
2006) (2026) saggio-memoir incentrato sul racconto di una serata di musica
elettronica entrata nella storia di Roma (e non solo), la sensazione è che
spesso ci sia stata questa consonanza. Perché a emergere, prima di tutto, è il
legame tra le due persone che hanno dato vita alla serata: Andrea Lai (1969) e
Riccardo Petitti (1963-2014). Il primo è l’autore del libro, nel 2004 eletto da
BBC Radio 1 tra i dj più influenti della scena breakbeat internazionale. Il
secondo, dal racconto, appare per un breve periodo come suo mentore (del resto
per un under 30 sei anni di più pesano), ma poi, per molto più tempo, diventa
senza dubbio il suo socio-amico, prima dell’improvvisa scomparsa. Lai e Petitti
hanno animato i venerdì sera di Roma a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila
e il loro rapporto, prima di tutto vissuto su uno scambio di vedute, pensieri e
bagagli culturali (non solo musicali), si è presto trasformato in
complementarità, forgiando Agatha ‒ questo il nome della serata.
Lai racconta bene il contesto sociale, utile a decifrare il successo di questa
esperienza. Perché Agatha ha preso piede mentre imperversava il filone mediatico
delle “stragi del sabato sera”, quelle in cui gli incidenti in macchina che
causavano le morti di alcuni giovani erano automaticamente associati al legame
tra le “nuove” droghe sintetiche, l’alcool e la musica elettronica (ai tempi
specialmente la techno). Oggi gli incidenti stradali costituiscono la prima
causa di mortalità giovanile, ma da molti anni non si sente più fare questo
collegamento, o quanto meno è sporadico, probabilmente perché si è sviluppata
una maggiore confidenza con la musica elettronica da dancefloor, all’epoca
svilita da molti.
Ciò detto, Agatha non ha trovato residenza in un club il cui unico scopo era il
profitto, ma al Brancaleone, uno dei tanti centri sociali attivi all’epoca, i
posti “più cool delle notti italiane”, i “più ambiti dove passare le notti del
weekend”, scriveva Maria Rosaria Spadaccino su L’espresso a novembre del 1999.
Ecco, la natura del luogo è fondamentale, perché prima di tutto ha permesso al
prezzo di ingresso alla serata di restare basso, poi alla selezione musicale di
andare ben oltre hit e ritmi immediati (martellanti o a cassa dritta, che dir si
voglia), anzi di scavare nelle scatole nascoste sotto i banconi dei negozi di
dischi londinesi, piene di rarità in edizione limitata di cui il duo andava a
caccia. Insomma, anche impegnandosi, era difficile includere nel filone
mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una
concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno,
a giudicare dalla risposta del pubblico.
> Anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi
> del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle
> discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla
> risposta del pubblico.
Tra i generi musicali proposti da questi due dj (nati usando il vinile in
un’epoca in cui stare dietro a una consolle non faceva ancora diventare star)
c’erano soprattutto drum and bass, jungle, trip-hop e big beat, tutti ritmi
urbani vivi ma ‒ a parte l’ultimo citato ‒ anche spigolosi o con quel DNA
plumbeo-inglese, tratti che non li rendevano sempre e comunque degli eccitanti
istantanei: per lo più si trattava di sonorità con cui bisognava fare lo sforzo
di entrare in sintonia. Petitti e Lai facevano una continua ricerca (fisica) di
musica nuova, propedeutica alla loro selezione di qualità al passo con i tempi,
e il pubblico aveva imparato in fretta a goderne, andando oltre gli umori che
trasmetteva, perché, appunto, si era creato un feeling diffuso tra le parti in
causa, tanto che ogni settimana i partecipanti alla serata erano tra i mille e i
millecinquecento, a volte anche duemila. Leggendo il libro di Lai, le stesse
persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare
l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto
all’esterno, non solo alle discoteche classiche.
Il racconto, in ogni caso, non vuole presentare questo appuntamento fisso per
gli appassionati di musica come un’oasi di quiete e amore. Anzi, il titolo del
libro nasce da un episodio spiacevole avvenuto durante una trasferta a Firenze,
quando sul palco è piombata una bottiglia di vetro lanciata dal pubblico per
protestare contro l’accensione delle luci e, dunque, l’imminente fine della
musica. La location era la stazione Leopolda, non un centro sociale, quindi non
poteva esserci lo stesso senso di “familiarità” e protezione che c’era al
Brancaleone o nei posti “fratelli”. Ma Petitti sembrava aver introiettato il
feeling generato da Agatha perché di fronte a questo pericoloso gesto di
protesta non si è spaventato, anzi ha sentenziato ‒ senza dubbio anche con
ironia ‒ che si trattava di “un pubblico meraviglioso”.
D’altronde il pubblico di Agatha, come specifica Lai scrivendo al presente, “è
parte fondamentale di quello che facciamo. Può essere generoso e crudele,
curioso e pigro, aggressivo e amorevole. Quel pubblico è la società, ma
accelerata. È meraviglioso perché stupisce ma è anche prevedibile”. Da quella
serata fiorentina in avanti, lo stesso Petitti ha deciso di chiudere ogni dj set
ripetendo al microfono questa frase che dà il titolo al libro. Nelle sue parole
c’era la consapevolezza che la violenza e la frustrazione potevano far parte del
pacchetto ma, in lui, restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad
ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti
istintivi, liberatori.
Alle spalle di questa serata che ha spinto in avanti la club culture italiana,
ci sono state anche delle operazioni di marketing che hanno portato i “circoli
più puristi” ‒ come scriveva il giornalista Luca Villoresi a ottobre del 2000 ‒
a definire il Brancaleone un “locale alla moda, con tanto di sponsor
multinazionali”. D’altra parte, passati pochi mesi dalla pubblicazione di queste
parole in un articolo della Repubblica, a Genova ci sarebbe stato il G8 e il
movimento “no-global” aveva iniziato da tempo la sua guerra contro l’amoralità
distruttiva e il violento cinismo delle multinazionali devote al capitalismo.
Lai, all’epoca fresco reduce da un periodo di lavoro come marketing & promotion
manager per due major discografiche, EMI e Sony, aveva una visione politica
vicina ai centri sociali ma meno dogmatica, più pratica, e, senza vendere la
loro creatura al miglior offerente, cercava di farla sostenere ‒ sempre in
accordo con Petitti ‒ da realtà il più possibile consapevoli e vicini allo
spirito di Agatha (dai marchi streetwear agli energy drink).
> Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una
> serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto
> fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche
> classiche.
Non a caso la serata aveva una comunicazione curata e creativa, a partire dal
logo (presente anche sulla copertina del libro), che ha contribuito al suo
successo. Ai tempi era un approccio più vicino a quello di realtà dell’Europa
del nord, dove mettere a frutto la propria passione non era giudicato sempre e
comunque un peccato. Aggiungere che Lai parla di Agatha come parte attiva del
“contro-clubbing” e rivendichi l’adesione ‒ in quell’anno tanto sciagurato
quanto cruciale che è stato il 2001 ‒ all’iniziativa Giradischi contro la
guerra, dà la misura di come le sfumature abbiano avuto un peso in questa
esperienza.
Un’esperienza di cui, naturalmente, viene raccontata anche la parabola
discendente: per descriverla Lai tira in ballo La società dello spettacolo
(1967) di Guy Debord. Perché “ogni gesto di rottura viene convertito in merce,
ogni differenza in intrattenimento. Il denaro banalizza le idee e banalizza le
persone. È la tensione dialettica della cultura sotto il capitale: prima viene
catturata, poi sterilizzata, infine rivenduta in forma di intrattenimento da
supermercato”. Agatha è finita nel 2006, poco dopo essere stata al centro di
attenzioni che avrebbero voluto convertirla in merce.
Passati i tragici fatti del G8 di Genova, i centri sociali, rispetto agli anni
Novanta, avevano perso un po’ di potere attrattivo, di capacità di coinvolgere
con lo stesso entusiasmo di prima (per forza di cose affievolito dagli eventi).
Forse anche per questo i responsabili del Brancaleone hanno voltato le spalle a
Lai e Petitti: i ritmi urbani underground erano ancora piuttosto vivi ma le
persone sempre più demoralizzate da un lungo e complesso conflitto
internazionale. A conferma di entrambi i lati di questa medaglia, si assistette
in quel periodo all’ascesa della dubstep, uno dei generi elettronici più oscuri
e ruvidi mai prodotti.
Il libro di Lai è sia un sentito omaggio al suo socio-amico sia una fiera
rivendicazione dell’importanza che ha avuto Agatha (ben ponderata, essendo
passati venti anni dal suo epilogo). Inoltre, contiene un crepitio di
riflessioni ‒ anche nate da confronti accesi tra i due ‒ che un po’ vanno ben
oltre la musica e un po’ dicono che la stessa musica può allontanarsi
radicalmente dal concetto di intrattenimento. Considerando che all’epoca
raccontata nel libro è seguita quella delle “dj star” e, successivamente, quella
delle/gli influencer basata tutta sui numeri che documentano le performance e,
di conseguenza, attivano chi investe, si capisce ancora meglio l’utilità di un
simile racconto.
> La violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma restava
> sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella
> musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.
Questo non vuol dire che dopo Agatha e la stagione d’oro dell’oscura dubstep sia
tutto finito, ma semplicemente che il sistema innescato dall’avvento dei social
media e delle piattaforme di streaming ha, magari indirettamente, ostacolato
molte realtà musicali stimolanti. Ciò che non performa viene ignorato, dunque
viene da chiedersi: oggi i fratelli e le sorelle di Agatha sono messe nelle
condizioni di avere gli stessi riscontri dell’epoca? Sicuramente le dinamiche
per avere delle opportunità sono cambiate e le nuove generazioni sanno bene come
affrontarle e sfruttarle.
Nell’ambito del clubbing bisognerebbe capire, però, se riescono a farlo come Lai
e Petitti, senza adeguare la musica ai diktat delle tendenze, oggi decretate non
più dai grandi network radiofonici ma dalle playlist editoriali. Di certo c’è
chi continua a non allinearsi, ma i cambiamenti radicali di questi ultimi venti
anni (soprattutto l’avvento dei social media e delle piattaforme streaming) non
possono che avere un peso enorme su chi discende dall’albero genealogico in cui
Agatha ha lasciato un segno.
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