“C ara Compagna, avuto riguardo al rapporto di lavoro con te intercorrente,
siamo spiacenti di comunicarti con la presente che abbiamo deciso di procedere
al tuo licenziamento”. La lettera reca il timbro rosso di un sindacato di
categoria e sul finale porge “fraterni saluti”. Cosima Pietrina Urso, detta
Piera, la destinataria della comunicazione, la conserva senza ripiegarla su sé
stessa ‒ come ha fatto lei nella vita, nessun ripiegamento. La lettera mantiene
la postura di chi la riceve. Piera la tiene aperta, ne soppesa la grammatura di
buona qualità, la superfice liscia. La lettera ha un perimetro rettangolare come
una cassetta di frutta, di fragole ad esempio. I caratteri contenuti nella
lettera sono 1.547 più o meno quante erano le fragole che lei e le altre
raccoglievano in una giornata di lavoro sotto caporale. Piera aveva 11 anni.
“Ho iniziato a fare la bracciante a 11 anni. La prima volta, sono andata alle
fragole durante le vacanze di Pasqua. Il bisogno c’era ma nel mio caso non si
andava a lavorare perché morivamo di fame. Mia madre è stata un generale. Non
esisteva riposo. Non si andava al mare perché ‘cosa produce andare al mare’?
Niente. Devi essere utile a te e agli altri”. La piccola Piera vive con la sua
famiglia a San Michele Salentino in provincia di Brindisi. I suoi genitori sono
braccianti iscritti alla CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), il
nonno, disertore partigiano con l’Unità sempre in tasca. “Ho la terza media.
Sarei voluta andare a scuola, ma mi hanno mandata a lavorare. Eravamo tre
sorelle e due fratelli. Però da una parte questo mi ha portata ad avere una
rabbia e una voglia di riscatto”.
Nel maggio del 1980 Piera ha 15 anni. Nella vicina Ceglie Messapica muoiono per
incidente stradale tre donne braccianti mentre tornano dal lavoro. “Non sono mai
incidenti stradali ma omicidi perché su un mezzo che porta nove persone, ne
mettevano trenta”. Vengono tolti i sedili ai furgoni e messe le panche di legno
per guadagnare posti. “Erano ex migranti che, tornati dalla Germania, si erano
messi a fare i caporali”. Dopo la riforma agraria la zona del Metapontino è una
distesa di terre molto fertili dove si piantano fragole e colture non usuali.
“C’era bisogno di manodopera femminile”. Le donne avevano le mani piccole per le
colture delicate, venivano pagate di meno ed erano facilmente manipolabili. “Un
caporale per le donne non era vissuto come un padrone ma come un salvatore
perché ti trovava e ti portava al lavoro, quindi il sostentamento per una
famiglia. Veniva spesso visto anche bello e affascinante per via della
riconoscenza. A volte potevano esserci anche rapporti sessuali tra il caporale e
le donne”. Piera si alza alle 2 e 30 per andare al lavoro. Di notte la piazza
del suo paesino si riempie di centinaia di persone che aspettano il mezzo per
andare in campagna. “Al lavoro arrivavi già stanca, spesso bisognava arrivare
fino in Calabria. Le donne ti dormivano addosso, faceva caldo. Quella maledetta
strada che da Taranto porta a Reggio era stretta e pericolosa”.
> “Ho la terza media. Sarei voluta andare a scuola, ma mi hanno mandata a
> lavorare. Però da una parte questo mi ha portata ad avere una rabbia e una
> voglia di riscatto”.
Nel 1980 muoiono le tre donne e in provincia inizia un sentimento di rivolta.
“Mia madre non mi faceva uscire ma se c’era una riunione della CGIL, anche a
Roma, lei mi mandava”. A 15 anni Piera diventa delegata sindacale della
Federbraccianti. “Andavo alla scuola di formazione della CGIL ad Ariccia, vicino
Roma. Non era come essere delegata della fabbrica del nord. Non era facile fare
la delegata sindacale e poi andare a lavorare col caporale”. Le altre donne la
vedono come una rompiscatole, come una che può far perdere il lavoro. Dopo la
morte di quelle donne cominciano i blocchi stradali della polizia per fermare e
controllare i pullman ma senza grandi esiti.
“Una notte mi stendo in piazza e non faccio passare i pullman. Chiamo i
carabinieri e la questura. Non volevo far partire i pullman. Questo voleva dire
far perdere il raccolto delle fragole. Bloccando la produzione i proprietari
terrieri erano obbligati a trattare con chi rappresentava le lavoratrici”. Piera
a 15 anni vuole un trasporto garantito, sicuro e pubblico: “La mia paga deve
essere contrattuale, non taglieggiata, non ci deve essere gente che si
arricchisce sulla mia pelle. Voglio i diritti come tutti gli altri lavoratori.
Da qui nasce l’autogestione, un movimento che si è attivato in più paesi della
provincia brindisina”.
Nella Federbraccianti di Brindisi di quegli anni c’è Rosa Stanisci che poi
diventerà sindaca antiracket di San Vito dei Normanni. “Con la sua segreteria ha
supportato molto l’autogestione. A seguito delle lotte avviate, viene istituito
il coordinamento Puglia Basilicata, composto dal sindacato e dalle associazioni
datoriali”. Piera, Rosa e altre due donne di San Michele Salentino, Maria C. e
Maria V., partono per un incontro in Basilicata: “Nella sala comunale di
Scanzano Ionico erano tutti uomini. Cinque-seimila uomini datori di lavoro con
le fragole che gli marcivano nelle campagne e noi quattro uniche donne che
entravamo nell’aula con gli sguardi sopra”.
Dopo questo incontro, Piera e le altre ottengono il primo pullman pubblico per
portare le braccianti al lavoro. “San Michele Salentino ha avuto il primo
trasporto pubblico della provincia di Brindisi. All’inizio salivamo solo noi tre
su questo pullman. Io, Maria e Maria. Le altre donne non si fidavano di noi.
All’inizio si perdevano molte giornate di lavoro. E non tutte erano disposte. Le
donne avevano paura di quello che poteva accadere con i caporali. Secondo loro,
era una cosa che poteva durare solo pochi giorni. Invece, è durata sette anni”.
I primi tempi Piera, Maria e Maria vengono scortate durante il viaggio in
pullman. “Prima eravamo tre, poi siamo diventate quattro, poi cinque. Per
riempire un pullman ci abbiamo messo quasi due anni”. Nel lavoro si
autogestiscono. “Andavamo direttamente dalle aziende a contrattare. Nel
frattempo in provincia i pullman diventano tanti. Questa esperienza si
consolida”. Poi la storia comincia un po’ a scemare per volontà politiche e
sindacali. “Le aziende non volevano più avere il rapporto diretto con le
lavoratrici perché le pressioni erano tante. Ogni giorno ricevevamo attacchi
sulla stampa. Io avevo un’esposizione mediatica molto alta, mi costava fatica
fisica e mentale”.
> Le donne avevano le mani piccole per le colture delicate, venivano pagate di
> meno ed erano facilmente manipolabili.
Ad avere un peso in questa storia è il raggiungimento minimo delle giornate
lavorate per accedere alla disoccupazione agricola. “Non sempre noi riuscivamo a
garantire questa continuità. Allora le donne preferivano il caporale. Io intanto
inizio a far parte del gruppo dirigente provinciale del sindacato, sempre da
bracciante. Ma quando finisce l’esperienza di lotta, io rimango sola”. Nel
frattempo in provincia cambiano sia la segreteria del sindacato di categoria sia
gli approcci. “Un cambiamento che portava di fatto a cancellare tutto quello che
era stato conquistato. Litigai pesantemente. Io non sarei mai ritornata a
lavorare col caporale. Avevo molte pressioni. Ma la mia vita in quegli anni ero
solo questa battaglia. La sera, dopo una giornata di lavoro, aprivo la sede
della CGIL in piazza a San Michele, di giorno come sarei potuta andare a
lavorare sotto caporale?”.
Piera, però, ha bisogno di lavorare. A Mesagne, sempre in provincia di Brindisi,
sono gli anni della Sacra corona unita. “In città c’era un prete, Don Angelo,
che toglieva tanti ragazzi dalla strada e dalla mafia e aveva contatti con un
direttore d’alberghi in Trentino. Il prete diceva: ‘Quanti ragazzi vuoi?
Dobbiamo levarli dalla strada’. Così comincio a lavorare in Trentino come
cameriera stagionale ai piani. Il mio dramma era che abbandonavo le donne,
sentivo che le stavo tradendo”. Intanto nel brindisino scoppiano le bombe, Rosa
Stanisci viene messa sotto scorta. “Non potevo continuare a fare le stagioni al
nord e non potevo tornare in campagna con i caporali”. In Puglia in quegli anni
si butta lu sangh. Nella lingua madre di Piera le parole, come sangue ad
esempio, hanno la “e” evanescente. Sanghə, la “e” c’è ma non si pronuncia, come
una dolce amputazione. Piera diventa quella “e”: da congiunzione delle lotte,
sparisce da un territorio, non la si pronuncia più.
Decide di andare a Milano. “Inizio come babysitter, poi come cassiera. Di notte
andavo a cercare lavoro negli alberghi”. A Milano Piera conosce Claudio
Superchi, segretario dei Giovani comunisti nel quartiere Comasina, operaio e
delegato FILCEA CGIL di fabbrica. “Andiamo a vivere insieme a Rho”. Quando Piera
arriva nella CGIL di Milano, conoscono già la sua storia. “Io vado a lavorare in
fabbrica. Dopo un mese divento rappresentate sindacale ed entro a far parte del
direttivo della categoria. Se facevo il turno di notte in fabbrica, di giorno
aprivo la sede della CGIL di Rho”. Nel 2004 il sindacato le propone un distacco
come funzionaria nell’ufficio badanti. “Mi tirano fuori dalla fabbrica. Vado a
lavorare alla FILCAMS CGIL in centro a Milano. Non sapevo usare il PC”.
Ogni giorno Piera si trova un centinaio di persone davanti al suo ufficio, per
lo più donne: “Inizio a seguire il lavoro domestico anche a livello nazionale.
In questo modo recupero il rapporto con le donne. Andavano tutelate. Bisognava
riconoscere il loro status di lavoratrici, lavoratrici più deboli di chi lavora
in fabbrica, donne senza forza contrattuale”. Piera cambia mansioni all’interno
del sindacato restando sempre nei gruppi dirigenti.
> “La sera, dopo una giornata di lavoro, aprivo la sede della CGIL in piazza a
> San Michele, di giorno come sarei potuta andare a lavorare sotto caporale?”.
Nel frattempo si ammala di tumore e con Claudio iniziano a pensare al progetto
di tornare in Puglia per la pensione. Claudio in quel momento ricopre il ruolo
di segretario generale della FLAI CGIL Lombardia. “Nel 2019 la FLAI CGIL
nazionale in accordo con le strutture della Lombardia, della Puglia e di
Brindisi concordano il nostro trasferimento in Puglia. Io sarei ritornata a
lavorare con e per le braccianti”. Prendono servizio in Puglia nel gennaio del
2020. “L’accordo prevedeva che Claudio sarebbe entrato in segreteria della FLAI
CGIL di Brindisi. Io sono stata assunta dalla FLAI CGIL Puglia”. Piera torna in
Puglia e viene destinata come funzionaria nella sede di Francavilla Fontana in
provincia di Brindisi. “Io dovevo stare in ufficio a fare le pratiche. Nessuno
ha mai invitato me e Claudio a una riunione, non ci hanno fatto mai partecipare
alla vita attiva del sindacato, non ci hanno mai fatto svolgere il lavoro del
vero funzionario sindacale: uscire dall’ufficio, incontrare i lavoratori, andare
sui luoghi di lavoro. Siamo stati isolati. Abbiamo sempre detto, sfruttate la
nostra esperienza. Non ci interessano le sedie. Vogliamo essere utili per il
sindacato e per il territorio”.
Gli stipendi di Piera e di Claudio, come previsto dagli accordi, vengono pagati
dalla FLAI CGIL nazionale. “Per loro eravamo a costo zero. Claudio non è mai
subentrato nella segreteria della FLAI CGIL di Brindisi come era scritto
nell’accordo. E non l’hanno fatto intervenire al congresso della FLAI CGIL di
Brindisi, quando aveva chiesto la parola. Hanno avuto paura della nostra
conoscenza e del nostro vissuto o è perché al congresso della CGIL nazionale nel
2019, quando diventò segretario generale Maurizio Landini, noi eravamo sulla
mozione di Colla?”.
Il 16 giugno del 2023 Piera e Claudio vengono convocati: “La FLAI CGIL Puglia e
la FLAI CGIL Brindisi ci dicono che dal primo luglio parte il nostro
licenziamento perché non hanno risorse. Io ero a circa due anni dalla pensione.
Però nel frattempo nel ruolo di segreteria che doveva essere di Claudio eleggono
comunque un altro componente. Hanno licenziato una famiglia senza un minimo di
empatia. Questi non vengono dal padrone sulla schiena. Come possono capire i
lavoratori?”. Piera e Claudio vengono convocati a Roma: “Il sindacato ci dice
che loro del nazionale non possono dare più soldi, il nostro stipendio passava
in carico al territorio. Io e Claudio eravamo assunti a tempo indeterminato. E
nella CGIL vige il codice etico. Io sono una ex paziente oncologica, non hanno
tenuto conto neanche di questo”.
A giugno del 2023 il tempo delle fragole è finito da poco. Piera tende tra le
mani la sua lettera di licenziamento, la gira a testa in giù come la “e” che si
ribalta alla fine delle parole ma l’amputazione stavolta non è dolce. Per un
paio di mesi Piera va al centro di igiene mentale per ricevere supporto
psicologico. “Stavo male, come si fa a concepire un trattamento del genere. Ho
dedicato la vita al sindacato. Noi non abbiamo mai avuto una vita privata. La
causa dei lavoratori è stata la nostra vita. C’erano notti che mio marito faceva
le assemblee, arrivava a casa alle quattro del mattino e alle sei tornava a
lavorare”.
> “Abbiamo sempre detto, sfruttate la nostra esperienza. Non ci interessano le
> sedie. Vogliamo essere utili per il sindacato e per il territorio”.
Piera adesso è in pensione. La casetta dove vive con Claudio è nel centro
storico di San Michele Salentino, a due passi dalla piazza. Alle pareti sono
appese tutte le tessere della CGIL che erano di suo padre. Di notte alle 2 e 30
il corpo di Piera si sveglia come per andare a lavorare. Piera apre gli occhi,
sente ancora il rumore del pullman in arrivo, le voci delle donne, il fiato
pesante dei caporali. Sente il corpo delle altre addosso, la strada nello
stomaco. Tra le mani sente le fragole che lasciano quel rosso sangue sulle dita
quando vengono fatte marcire per i propri diritti. Di notte alle 2 e 30 Piera
apre gli occhi, sente la “e” evanescente sulla punta della sua lingua madre,
della sua lingua terra. Evanescente come la sua storia. Scomparsa, dimenticata.
Nessuna traccia in rete se si scrive Cosima Pietrina Urso, detta Piera,
bracciante agricola. Eppure, nella storia quella pietrina è saltata fuori dal
muro a secco dello sfruttamento, più in là si è fatta inciampo, si è infilata
nella scarpa. Fa ancora tanto male.
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S aleem si avvicina al portone e fa un cenno con la mano. Le labbra si
increspano in un impercettibile “Ciao”. È vestito di tutto punto, come non lo si
vede spesso. Possiamo immaginare che fino a due anni fa non avesse mai indossato
una camicia all’occidentale. In Pakistan, durante le celebrazioni importanti,
indossava la kurta, il lungo camice tradizionale che arriva alle ginocchia,
quello che si abbina a pantaloni larghi dello stesso tessuto e a ciabatte di
pelle. Oggi però l’appuntamento lo richiede: una camicia di cotone, pantaloni
color crema, un paio di scarpe chiuse.
Non è la prima volta che Saleem percorre la lunga via di casa verso il centro
per un appuntamento con il suo avvocato. Negli ultimi mesi lo ha incontrato
spesso, prima per la raccolta degli elementi in sua difesa, poi per la stesura
delle memorie e infine per l’udienza preliminare. Per un periodo Saleem ha
lavorato per Rajid Muhammad, un signore pakistano in partita IVA che fa affari
nella provincia di Udine. Rajid Muhammad, “il capo” come Saleem lo chiama, non
gli ha corrisposto lo stipendio di due mesi di lavoro, per un totale di 1.300
euro. Saleem lo ha sollecitato più volte, ma Rajid gli ha risposto sempre allo
stesso modo: per lui, quelle ore non sono mai state lavorate. Non risultano da
nessuna parte. Ma Saleem è sicuro di averle lavorate, eccome. Le ha segnate su
un pezzo di carta giorno per giorno, con la meticolosità di chi si aspettava una
mossa del genere.
Anche quel foglio è finito nello studio del suo avvocato, insieme a tutto il
resto. Quando Saleem ha capito che i soldi non sarebbero arrivati con
l’insistenza, ha segnalato questo fatto al sindacato. Un mese dopo lo hanno
perquisito. I carabinieri sono piombati in casa sua alle 7 del mattino e il
commissario gli ha fatto firmare un decreto che lo autorizzava a controllare nei
cassetti, nelle valigie, nell’armadio, sotto il letto, dappertutto. Poi ha
caricato Saleem sull’auto di servizio e lo ha portato in questura. Lì Saleem ha
scoperto di essere indagato per furto e aggressione ai danni di una persona. Ed
è cominciata questa storia.
A somma non zero
L’economia informale o semi formale, come un liquido, prende la forma dei
contenitori che trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle
faglie, sempre diverse e sempre le stesse, del mercato formale. Nel Sud Italia
lo sfruttamento del lavoro prospera nelle grandi estensioni di colture di
pomodori, negli oliveti e negli aranceti. I braccianti, in gran parte romeni e
nordafricani, raccolgono frutti per più di dieci ore sotto il sole torrido
dell’estate o si dedicano alla brucatura degli oliveti in autunno. A fine
giornata dormono in insediamenti informali che di anno in anno, di stagione in
stagione, assumono la forma di vere e proprie baraccopoli o ghetti, come alcuni
li chiamano.
> L’economia informale, come un liquido, prende la forma dei contenitori che
> trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle faglie del
> mercato formale.
Nella piana di Catania e di Gioia Tauro, nel foggiano e nel trapanese, i
braccianti non se ne vanno alla fine della stagione. Trovano altri piccoli
impieghi sul territorio, e così le baracche non vengono dismesse mai. Anzi,
diventano un piccolo paese fatto di appartamenti a piano terra in plastica e
lamiera, in cui si utilizzano bombole a gas e generatori a benzina per cucinare,
illuminare, riscaldare acqua, ricaricare i cellulari. Questi servizi vengono
forniti e goduti da chi vive all’interno delle baracche: braccianti, barbieri,
lavoratrici del sesso. Ciascuno a proprio modo. Nasce una comunità di persone
che lavorano per mandare avanti la vita quotidiana in un ecosistema chiuso. A
volte accade che, nella povertà di questa vita di sussistenza, il ghetto si
trasformi in luogo di relazioni e che un po’ diventi casa. Chi ci è entrato
spesso fatica a uscirne per un posto nel sistema di accoglienza.
In Friuli-Venezia Giulia lo sfruttamento ha altre codificazioni. La gran parte
dei caporali sono pakistani e si inseriscono nel mercato regolare aprendo una
partita IVA agricola. Stando ai dati, il numero di partite IVA agricole in
questa regione è aumentato a dismisura negli ultimi anni. Si passa dalle 5
partite IVA del 2018 alle 95 del 2023. Questo numero continua a crescere. “Da
fuori farsi imprenditori agricoli può sembrare complicato”, spiega Stefano
Gobbo, segretario generale della FAI CISL del Friuli-Venezia Giulia, “in realtà
bastano 500 euro per aprire una partita IVA”. Il costo dell’apertura di una
partita IVA individuale va dai 400 ai 600 euro e non sono necessari dei
particolari requisiti formativi. “Chi è in Italia da non molto… sei, sette, otto
anni ha capito dove infilarsi per fare profitti”, prosegue Gobbo. Dopo aver
aperto una partita IVA, l’imprenditore pakistano va in supporto di aziende
locali per la conduzione di specifiche fasi della produzione agricola. Si reca
dall’azienda italiana e offre la propria disponibilità per la potatura o la
vendemmia proponendo un prezzo. Naturalmente l’azienda italiana trova questo
prezzo conveniente e tramite contratto gli cede in appalto un segmento della
produzione. Del resto, oltre a buoni risultati a un prezzo economico, il
pakistano garantisce al produttore italiano il reclutamento della manodopera:
vincono entrambi. Ma gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano
verso il basso, rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena.
Colpirne uno
Saleem si è presentato nello studio dell’avvocato con tutte le carte che possono
essere utili alla difesa: il contratto di lavoro con Rajid Muhammad, il famoso
foglio con la traccia di tutte le ore lavorate e non pagate, le buste paga, la
segnalazione in CISL. L’avvocato legge le condizioni del contratto di lavoro. Le
mansioni di Saleem rientravano in “attività di supporto alla produzione
vegetale”. È il codice Ateco classico con cui i datori di lavoro assumono i
braccianti. La busta paga di agosto è per 42 ore di lavoro, 250 euro netti. Ma
quel mese Saleem ha lavorato tutti i giorni di bel tempo: ben più di 42 ore.
Ogni giornata è durata dalle 8 alle 10 ore. L’avvocato scorre quelle carte e poi
le ripone in un angolo della scrivania. Non è compito suo venire a capo di
quella particolare faccenda: il sindacato ha preso in carico la segnalazione per
sfruttamento, e chi vivrà ne vedrà gli esiti. Lui deve difendere Saleem
dall’accusa di furto e aggressione. Ma in questa storia tutto si tiene insieme.
Dopo la perquisizione in casa, il commissario aveva notificato a Saleem la
denuncia in maniera sbrigativa e senza un mediatore linguistico. A parole
semplici, l’avvocato gli spiega di nuovo il senso di quel documento. La denuncia
era stata sporta dal signor Zahid Shah, cittadino pakistano nato il 6 marzo
1989. Quasi un anno fa, il 24 luglio 2024, intorno alle 19, camminando in via
Monterosso nei pressi della stazione ferroviaria di Udine, il signor Zahid Shah
sarebbe stato aggredito con un pugno alla schiena. L’aggressore lo avrebbe poi
derubato di 600 euro e di un orologio da polso. Nel documento, Zahid Shah accusa
Saleem di averlo colpito e derubato.
> Gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano verso il basso,
> rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena.
L’avvocato scorre i documenti sotto gli occhi di Saleem. In coda alla denuncia
c’è un referto medico. Stando al referto, il giorno dopo l’aggressione il
denunciante si è presentato al pronto soccorso per un livido alla schiena che
gli causava una “lieve dolorabilità alla palpazione”. Sempre secondo il referto,
la visita in ospedale era durata circa quindici minuti. Il signor Zahid Shah era
stato dimesso quasi subito e senza particolari prescrizioni. L’avvocato si mette
al lavoro per costruire la difesa. Spiega a Saleem gli scenari. Nel caso
peggiore, se Saleem venisse condannato rischierebbe fino a quattro anni di
detenzione. Ci sono delle possibilità per richiedere un’attenuazione della pena.
Saleem si massaggia le tempie. Ha l’espressione assente di chi ha intuito che il
processo sarà doloroso. Dopo qualche secondo sembra riprendersi. Dice
all’avvocato di non essere mai stato in via Monterosso, ma non ricorda cosa
abbia fatto il 24 luglio 2024, e non sa se ci siano delle persone in grado di
testimoniare che quel giorno a quell’ora si trovava altrove. È passato tanto
tempo. L’avvocato gli mostra la foto del denunciante e Saleem lo riconosce
immediatamente. “Sì, lo conosco. È Master.”
Braccia affamate di lavoro
L’avvocato rilegge il verbale scritto in casa di Saleem quel mattino dopo la
perquisizione. L’operazione era risultata negativa: nessuna traccia dei soldi e
dell’orologio. “Chi è questo signore?”, chiede l’avvocato. Con voce pacata e
ferma, Saleem spiega chi è Zahid Shah, la persona che lo accusa di averlo
aggredito e derubato. Il primo giorno di lavoro presso la ditta di Rajid
Muhammad, questo Zahid gli si era presentato come il fratello di Rajid. Saleem
spiega all’avvocato che in Pakistan un fratello non è necessariamente un
fratello di sangue. Spesso si chiama “fratello” un amico, un compagno, un socio
in affari, una persona particolarmente fidata. “Io non conoscevo il suo vero
nome”, spiega Saleem, “noi lo chiamavamo Master”. Noi braccianti, si intende.
Zahid, soprannominato Master, deve essere una sorta di braccio destro del
caporale. L’avvocato scrive degli appunti sull’agenda e congeda Saleem.
Secondo i dati ISTAT forniti nell’ultimo Censimento generale dell’agricoltura,
oltre il 70% della superficie agricola utilizzabile del Friuli-Venezia Giulia si
trova nelle province di Udine e Pordenone. A eccezione della zona montana nel
Nord della regione in cui prevalgono prati e pascoli, l’area collinare e
pianeggiante circondata dal Tagliamento, dal Torre e dall’Isonzo viene coltivata
a vite, cereali e piante industriali. Nella provincia di Udine poco meno della
metà degli operai agricoli sono stranieri, e nella vicina Pordenone lo è quasi i
due terzi del totale. Sempre nella provincia di Udine nel 2024 sono stati
registrati 6.524 operai agricoli a tempo determinato. Di questi, 399 sono
pakistani e 421 sono bengalesi.
Come abbiamo già visto, si tratta in prevalenza di persone in accoglienza,
richiedenti asilo arrivati in Italia attraverso la rotta balcanica non più di
quattro anni fa. La facilità nell’agganciare e reclutare questa particolare
categoria dipende dalla loro precarietà. Sono titolari di un permesso di
soggiorno di breve durata che li esclude da assunzioni di lungo periodo. Hanno
un estremo bisogno di trovare un impiego e non conoscono i canali e le norme che
potrebbero tutelarli come lavoratori: per un signore straniero che vive da anni
in Italia e conosce le regole abbastanza da riuscire a evaderle, queste persone
sono braccia preziose per la sua attività. Il gancio è la provenienza: arrivando
dagli stessi Paesi, dagli stessi distretti, a volte dagli stessi villaggi dei
richiedenti asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un
bracciantato cucito su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile
perché ignorante, ricattabile perché fidato.
> Arrivando dagli stessi Paesi, a volte dagli stessi villaggi dei richiedenti
> asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un bracciantato cucito
> su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile perché ignorante,
> ricattabile perché fidato.
Secondo i dati della Camera di commercio di Pordenone-Udine, il primo Paese di
provenienza dei titolari di ditte individuali è il Pakistan. Negli ultimi due
anni, in Friuli-Venezia Giulia sono state aperte quasi 200 partite IVA
individuali, per la maggior parte da cittadini pakistani. È un trend nuovo, che
si impone su quello che fino a quattro anni fa vedeva impiegati nell’agricoltura
prevalentemente lavoratori dell’Europa dell’Est, romeni e albanesi ai primi
posti.
Dati di fatto
“Con l’aumento dei prezzi del prodotto finito, anche il valore di tutti gli
anelli della filiera alimentare dovrebbe aumentare. È un dato di fatto.” A.,
agricoltore friulano, gestisce un’azienda vitivinicola a conduzione familiare.
Ha assunto più volte degli operai agricoli, ma lo ha sempre fatto in maniera
diretta, senza intermediari. Gli è capitato più volte di dire no a qualche
straniero presentatosi per l’appalto della vendemmia. “Non mi fido di loro”,
racconta. “Non mi serve chiedere quanto pagherebbero la manodopera, lo immagino
dall’offerta che mi fanno. E chi lavora in questo settore lo sa: se con 15 euro
all’ora i soldi arrivano anche ai braccianti, quando questi iniziano a costare
10 euro qualche domanda te la fai”.
Le aziende cedono segmenti di produzione ai pakistani in partita IVA agricola
tramite dei contratti di appalto. Solitamente queste cooperative “senza terra”
propongono un prezzo alle aziende italiane, come è successo ad A. Ma a
differenza di A., molte altre aziende accettano il gioco del caporale. “Fanno
un’offerta conveniente”, prosegue Gobbo. “Facciamo un esempio: prima di iniziare
la vendemmia, un produttore agricolo stima quanto spenderebbe senza intermediari
per portare a termine il lavoro in due mesi. Supponiamo che tra le spese dei
macchinari e lo stipendio agli operai gli costerebbe cento. Il signore pakistano
gli garantisce di fare lo stesso lavoro al costo di settanta. È chiaro che la
maggior parte dei produttori scelgono di appoggiarsi a lui”.
I signori pakistani non sono tenuti a giustificare al produttore in che modo
intendono allocare i soldi dell’appalto. L’azienda si limita a verificare che i
documenti del suo intermediario siano in regola, dal suo permesso di soggiorno
all’iscrizione alla Camera di commercio e al Registro delle imprese. Il primo
nodo di questa storia è questo: l’intermediario presenta all’azienda dei
documenti puliti. “Come riuscirà a fare il lavoro a quel costo, però, non ci
vuole una laurea per capirlo”, prosegue Gobbo. Il produttore, quando appalta
l’attività a un intermediario, sa che il segreto della sua convenienza viene
direttamente dallo sfruttamento della manodopera. I contratti di lavoro dei
braccianti immigrati sono apparentemente in regola: contratti a tempo
determinato, spesso a chiamata. Ma il numero di giornate dichiarate dal caporale
risulta nettamente inferiore al numero di giornate effettivamente lavorate. I
braccianti ricevono una parte dello stipendio in busta paga e il resto in
contanti. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte: dichiarando in busta paga
una minima parte delle ore lavorate, il caporale è in grado di assicurarsi dei
contratti di assunzione apparentemente in regola; allo stesso tempo, se gran
parte del costo dei braccianti viene pagato in contanti, il caporale non paga le
imposte sulla gran parte della forza lavoro.
> Il produttore, quando appalta l’attività a un intermediario, sa che il segreto
> della sua convenienza viene direttamente dallo sfruttamento della manodopera.
Il secondo nodo di questa storia è che l’azienda appaltante non è tenuta a
verificare le condizioni di lavoro dei braccianti: se e quante giornate di
lavoro vengono dichiarate dal datore, le modalità di pagamento della manodopera
e quello che succede in campagna. Nell’ottica di un produttore italiano,
appaltare il lavoro agricolo a intermediari significa avere manodopera
efficiente e conveniente e il contratto di appalto è una perfetta copertura: il
lavoro sporco viene delegato a stranieri furbi e disposti ad assumersi un
rischio.
Il terzo nodo è la vulnerabilità umana, giuridica e contrattuale dei braccianti.
I caporali stranieri attingono a un bacino di persone che farebbero tutto pur di
mettere insieme 600 euro al mese. È il fortunato e atroce incontro tra la
domanda di imprenditori senza scrupoli e l’offerta di una categoria di immigrati
povera e facilmente ricattabile. I signori pakistani vanno a cercare braccia nei
centri di accoglienza per richiedenti asilo. La maggior parte di questi luoghi
garantisce i servizi minimi, ma non fa un’informativa su come si legge una busta
paga o sugli indicatori dello sfruttamento lavorativo. Gli ospiti di questi
posti sono arrivati in Italia da poco. Non parlano l’italiano, non conoscono la
normativa che regola il lavoro in Italia, non vedono l’ora di mandare soldi alle
famiglie nel Paese di origine. I caporali sanno di poter sempre contare sul loro
lavoro a basso costo, e quando si mettono sul mercato sfruttano a proprio
vantaggio i gap culturali e i bisogni dei connazionali più giovani. Promettendo
un’assunzione immediata e senza particolari requisiti attraggono immigrati
affamati di lavoro. Integrando nelle condizioni contrattuali la fornitura di
ulteriori servizi come il trasporto nei campi fidelizzano le proprie vittime.
I codici Ateco utilizzati il più delle volte nei contratti di lavoro firmati dai
braccianti sono due: “attività di supporto alla produzione vegetale” e “servizi
di supporto per la silvicoltura”. Con questi codici-copertura che camuffano le
reali attività, questi signori pakistani si presentano sul mercato legale con
bilanci apparentemente in regola, nascondendo pratiche di intermediazione
illecita e di sfruttamento sistemico. Per passare inosservati, poi, si spostano
da una regione all’altra facendo sparire i propri movimenti. Le aziende “senza
terra” nate da questi signori pakistani in partita IVA hanno una vita media di
18 mesi, dopo i quali si dissolvono per sfuggire al fisco.
Gli elenchi annuali pubblicati dall’INPS a inizio 2025 sui lavoratori agricoli a
tempo determinato dichiarano che nel 2024 nella provincia di Udine i pakistani e
i bengalesi hanno lavorato in media tra le 50 e le 90 giornate. Considerato che
per sopravvivere un operaio agricolo dovrebbe lavorare almeno 150 giornate
all’anno, vivere con 80 giornate è impensabile. Questi numeri da soli non
indicano necessariamente dei fenomeni di sfruttamento: data la natura stagionale
delle attività agricole, è plausibile che uno straniero rimbalzi da un impiego
come bracciante a un impiego come lavapiatti o come operaio in fabbrica, per poi
tornare bracciante con la vendemmia, e che a fine anno le giornate lavorate nei
campi siano davvero poche, concentrate in brevi periodi di lavoro stagionale. Ma
a confermare quanto suggeriscono i dati sono le storie delle persone.
Abdullah, Jaherul, Fazal
Abdullah è un ragazzetto pakistano poco più che ventenne. È arrivato in Europa
nel 2022, è entrato in Italia dalla frontiera di Tarvisio e ha fatto richiesta
di asilo a Udine. Ha imparato l’italiano come ha potuto ‒ le videolezioni su
YouTube, le ore di lavoro fianco a fianco con i compagni italiani, i colloqui
con gli operatori del centro di accoglienza ‒ e si è inserito nel mercato del
lavoro dove ha trovato delle opportunità. È giovane e intelligente. Più volte,
nei periodi in cui un rapporto di lavoro si era concluso e un nuovo impiego non
era ancora arrivato, ha provato a frequentare dei corsi di formazione,
specializzarsi, imparare un mestiere, ma le pressioni della famiglia lo hanno
costretto ogni volta a trovare in fretta un nuovo lavoro. Mostra i contratti che
ha firmato da quando è in Italia. Tutti quelli come bracciante sono alle
dipendenze di datori pakistani, titolari di imprese agricole della tipologia che
abbiamo appena descritto.
> È il fortunato e atroce incontro tra la domanda di imprenditori senza scrupoli
> e l’offerta di una categoria di immigrati povera e facilmente ricattabile.
“Ho trovato questo lavoro tramite un amico che in passato ha lavorato con lo
stesso capo”, mi spiega Jaherul. Parla del suo capo come di un pezzo grosso
nella cerchia dei suoi connazionali. Dice che questo signore ha tante attività
per le mani, sparse per il Friuli e oltre. “Nel campo dove lavoro siamo
trentacinque [dipendenti]”, spiega. Sfila il telefono dalla tasca e mi mostra il
posto su Maps. È stagione di potatura e i campi cominciano di nuovo a riempirsi
di lavoratori. A quanto pare il signore pakistano ha accordi con varie aziende
italiane per la produzione vitivinicola. Dal baretto in cui ci troviamo, Jaherul
indica in direzione di Venezia. Il signore pakistano ha dei terreni anche di là.
In questi anni ha lavorato per tre diversi datori pakistani, e a molti altri si
è presentato chiedendo le condizioni di lavoro. Mi ha spiegato che funziona
così. Tutti questi signori pagano la manodopera con l’obiettivo di risparmiare
sui contributi: al netto delle imposte che gravano sullo stipendio di un operaio
agricolo comune, un bracciante riceve in busta paga 300/350 euro a prescindere
da quante giornate ha effettivamente lavorato. Il datore dichiara quindi che il
suo operaio ha lavorato circa quaranta ore, corrispondenti a sei giornate. Le
restanti venti giornate del mese vengono pagate “fuori busta”, in contanti
perché non restino tracce.
“Alle sei il furgone raccoglie i braccianti in giro per Udine”, racconta in urdu
Fazal, un quarantenne pakistano arrivato in Italia soltanto un anno fa. Ci sono
degli hub, punti di ritrovo specifici noti all’intera rete pakistana che vive in
zona. Tra via Roma, viale 23 Marzo 1948 e via Cividale, i braccianti si fanno
trovare pronti per una nuova giornata di lavoro. I “drivers”, come li chiama
Fazal, hanno di solito un rapporto molto stretto con il signore pakistano che
organizza i turni e smista i braccianti nei campi. Fazal racconta che i drivers
fanno parte del gruppo di lavoro, che spesso si fermano nei campi e “li aiutano”
nella potatura. Incrociando le storie delle persone con i report scritti negli
ultimi anni da ricercatori e giornalisti, sembra chiaro che in alcuni casi ci
sono catene di intermediari: il signore pakistano che tiene i rapporti con
l’azienda italiana non recluta direttamente i braccianti, ma appalta questo
lavoro a un suo diretto sottoposto, un intermediario di serie B che si occupa di
mansioni più operative rimanendo però a stretto contatto con il caporale ‒ un
modo per filtrare le pratiche illegali e renderne più difficile la
ricostruzione, ma anche per gerarchizzare delle organizzazioni che, quando le
attività diventano molte, possono essere complesse da coordinare da un solo
uomo.
“A volte non facciamo nemmeno una pausa, a volte facciamo una pausa di
mezz’ora”, continua Fazal. Anche lui ha lavorato con più di un signore, anche
lui ha preso contatti con i caporali tramite conoscenti pakistani. Quando i
braccianti lasciano l’alloggio in accoglienza e vanno a vivere in autonomia,
spesso stanno in dieci in un piccolo appartamento a Borgo Stazione, il quartiere
di Udine dove risiedono le comunità asiatiche. Le case costano molto, e tra
compagni ci si aiuta a pagare le spese di affitto. Abdullah, Jaherul e Fazal
hanno la fortuna di vivere ancora in accoglienza: se decidessero di lasciare il
lavoro, non dovrebbero fare i conti a fine mese per bollette e affitto, e alla
sera avrebbero comunque una casa dove tornare. In altri casi, il caporale offre
ai braccianti una sistemazione di fortuna e li lega a doppio nodo alle proprie
attività: se perdono il lavoro, perdono tutto.
Il primo anello
Le operatrici che hanno raccolto la segnalazione di Saleem appartengono a una
rete nata appositamente per rilevare forme di sfruttamento lavorativo. Insieme
ai sindacati fanno un lavoro di monitoraggio sul territorio regionale,
raccolgono le storie e poi incrociano i racconti delle persone con i dati
prodotti dall’INPS sulle giornate di lavoro dichiarate dai datori. Prima di
Saleem, Rajid è stato citato nelle segnalazioni di altre persone, braccianti che
avevano avuto il coraggio di denunciare delle forme di lavoro irregolare. Alcuni
hanno denunciato di aver lavorato per mesi senza percepire lo stipendio, altri
di aver chiesto giustizia al caporale ed essere stati minacciati. “Avevamo già
delle informazioni interessanti su di lui”, raccontano. Le operatrici delineano
un ritratto delle vittime di queste intermediazioni. Sanno chi sono le
principali vittime, sanno che il settore più colpito è quello vitivinicolo e
sanno come agiscono i caporali. A pochi giorni dall’udienza preliminare, Saleem
era stato raggiunto da una brutta chiamata del suo aguzzino. Una proposta di
patteggiamento. Gli aveva proposto di ritirare la denuncia se lui avesse
ritirato la segnalazione in CISL.
> Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro delle
> operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza che
> manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. Non ci sono abbastanza
> risorse.
“C’è un motivo se le segnalazioni aperte da questi braccianti arrivano prima o
poi a un punto morto”, spiegano le operatrici. “I caporali minacciano le proprie
vittime, le legano a sé. I braccianti non hanno le forze per sottrarsi a questo
trattamento o semplicemente hanno paura”. “Manca un lavoro a più teste”, spiega
Stefano Gobbo. Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro
delle operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza
che manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. “Dovremmo lavorare in
maniera integrata, ognuno su un pezzetto. Dovremmo fare appostamenti quotidiani.
Un appostamento al giorno, per due mesi. E poi dovremmo confrontare le
dichiarazioni che i caporali fanno all’INPS con le osservazioni sul campo. Solo
così troveremmo le falle del sistema”. Ma non ci sono abbastanza risorse, e
l’INPS pubblica i dati a distanza di mesi dai periodi di lavoro, lasciandoli
disponibili in rete per pochi giorni.
Le partite IVA individuali nell’ambito delle attività agricole nate in supporto
alla produzione si sono diffuse e moltiplicate negli ultimi cinque anni. Ma le
realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la filiera,
facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole della
produzione e i prezzi della manodopera. A risalire la filiera, avere braccia
economiche significa vendere prodotti a prezzi inferiori ed essere più
competitivi sul mercato. Se la rete di sfruttamento dei caporali pakistani
prospera è perché molti altri, dagli agricoltori ai commercialisti ai consulenti
del lavoro, li hanno appoggiati. Nel primo e più silente anello di questa catena
ci sono loro.
Il privilegio di avere dei diritti
All’ultimo incontro prima dell’udienza preliminare l’avvocato riceve Saleem con
un’ora di ritardo. Saleem entra nel polveroso studio che ha imparato a conoscere
nei mesi. L’avvocato lo saluta e gli tende la mano, ma non nasconde uno sguardo
più pensieroso del solito. C’è un fatto che non torna. Continua a ripetersi
nella mente quella storia: il 24 luglio Saleem viene denunciato da Master di
averlo aggredito e derubato. Il 12 agosto Saleem apre una formale segnalazione
al sindacato per le ore di lavoro non pagate da Rajid, il capo della ditta,
persona vicinissima a Master. Il 23 agosto c’è la perquisizione
nell’appartamento di Saleem.
I carabinieri sperano di trovare soldi e orologio, ma non trovano nulla. Sulla
chat di Whatsapp tra Master e Saleem ci sono svariati messaggi vocali che
l’avvocato ha fatto tradurre da una persona fidata. Dalla fine di quel maggio i
messaggi non riguardano più i turni di lavoro, i giorni di riposo e i punti di
ritrovo per andare nei campi. In quel periodo Saleem ha lasciato il lavoro con
Rajid e ha iniziato a chiedere a Master di essere pagato per le ore lavorate.
“Chiedevamo a Master per questo genere di cose”, spiega Saleem all’avvocato, “il
capo non ci ha mai dato il suo numero di telefono. Noi parlavamo con Master e
Master parlava con il capo.”
> Le realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la
> filiera, facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole
> della produzione e i prezzi della manodopera.
L’avvocato scorre di nuovo la traduzione dei vocali. Un messaggio richiama la
sua attenzione. Saleem lo aveva inviato a Master la mattina del 24 luglio
intorno alle 9, poche ore prima della presunta aggressione. Nel messaggio,
Saleem diceva letteralmente “Master, non ho altro da dire. Se non mi paghi entro
questa mattina, vado a segnalarvi in sindacato. Lo faccio davvero.” Risalendo
alla data e all’orario di invio, l’avvocato chiede a Saleem di riprodurre
l’originale in lingua urdu: è la solita voce di Saleem, pacata ma ferma.
L’avvocato non ha dubbi che il mandante della denuncia è Rajid, spalleggiato e
coperto da Master. Quando Saleem aveva minacciato di intraprendere un’azione
legale per lo stipendio non pagato, Master non aveva esitato a presentare una
finta denuncia, con tanto di referto di pronto soccorso, per costringere Saleem
a tacere non soltanto davanti alla legge, ma anche con i compagni, e quel vocale
ne era la prova. Soltanto una punizione veramente esemplare come un processo
penale poteva riportare le cose allo status quo e mettere a tacere una voce
scomoda. Ci sono braccianti a cui basterebbe un solo esempio di disobbedienza
per disertare il lugubre gioco del caporalato, pertanto occorre punire quello
che ha alzato la testa per primo. È la strategia del “colpirne uno per educarne
cento”. Con il rischio di quattro anni di carcere, chi denuncerebbe il proprio
sfruttatore?
L’ultimo tassello di questa storia riguarda la relazione che intercorre tra
braccianti e caporali. “Si tratta di etnie chiuse”, racconta Stefano Gobbo. “Le
vittime di questi raggiri sono braccianti pakistani che se la prendono con il
capo pakistano, braccianti afghani che se la prendono con il capo
dell’Afghanistan. Sono bolle che non parlano neanche fra loro”. Come abbiamo
visto, le conversazioni su WhatsApp tra Saleem e Zahid sono in urdu. Sono in
urdu i vocali che si sono scambiati. Aldilà di un contratto a chiamata, tutte le
persone di questa storia hanno detto e fatto in una lingua diversa dalla nostra.
Potrebbe sembrare una cosa di poco conto ‒ in fondo basterebbe tradurre quei
messaggi. Ma quando le condizioni di un accordo sono state discusse in codici
diversi dai nostri, la traduzione non basta. Perché Saleem ha accettato questo
impiego sapendo dal principio che parte dello stipendio sarebbe stato pagato
fuori busta? Cosa si sono detti Saleem e Rajid al momento della firma? E
soprattutto: cosa non si sono detti? Cosa è rimasto implicito?
La ricattabilità di questi immigrati non è solo economica, è anche culturale:
molti di loro accettano questi contratti perché 700 euro al mese sono meglio di
niente, ma anche perché non sono messi nelle condizioni di distinguere tra un
impiego regolare e un impiego non contrattualizzato e di tutelarsi quando
accettano un impiego. Interiorizzare il sentimento di avere dei diritti non è un
gesto muscolare, mnemonico come imparare la grammatica italiana, è uno sforzo di
testa e cuore, richiede una posa di anni prima di diventare parte di un’etica e
di un paradigma di vita, e si riempie tanto più di senso quanto più è
collettivo. Il processo di emersione da una condizione di precarietà lavorativa
ha più forza se un gruppo di lavoratori, riconoscendosi nelle stesse sofferenze,
decide di lottare per rivendicare i propri diritti, e se quelli più anziani
coinvolgono nella lotta i compagni meno esperti.
Al contrario, il sistema delle etnie chiuse, predominante nelle campagne del
Friuli, volontariamente o meno riproduce gli stessi confini culturali che
discriminano tra bianchi e stranieri alle frontiere dell’Europa. Marginalizzati
da questo sistema, i nuovi operai agricoli arrivati da poco in Italia si
condannano a una battaglia individuale e solitaria nelle trincee del lavoro, su
una zattera precaria che alla fine resta inghiottita dagli interessi di chi ha
maggior potere contrattuale. Non è casuale se i lavoratori stranieri sfruttati
permangono più spesso nella condizione di sfruttamento. E anche quando uno di
loro decide di fare un passo in direzione contraria, come nella storia di
Saleem, spesso manca la solidarietà di amici e compagni, italiani e stranieri.
L’avvocato arriva un po’ trafelato con un pacco di carte sotto il braccio.
Saleem è già lì, vestito di tutto punto. Vedendolo arrivare gli fa un cenno con
la mano. Le labbra si increspano in un impercettibile “Ciao”. L’avvocato gli
chiede come si sente e lui annuisce senza dire nulla. Ha l’espressione di uno
che sta soffrendo il mal di mare. “Hai fatto una cosa importante”, gli dice
l’avvocato. Gli dà una pacca sulla spalla e gli fa cenno di entrare. Saleem non
sembra confortato. Scompaiono dietro il portone del tribunale.
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