È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la
protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi
dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la
minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il
suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco
nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una
giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di
Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita
nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa
vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni
dalla sua nascita.
La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del
cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe
Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di
una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due
giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca
avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in
ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano
votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla
violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca
nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato
alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla
dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un
report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in
sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati
l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”
La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data
con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più
rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una
fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che
> ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato
> nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade
> quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e
> dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei
> tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di
> guerra, ma quotidianamente.
Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli
autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del
delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse
parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di
conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i
giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito
all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici
anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta
successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito
ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come
sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del
delitto commesso.
> A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche
> persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la
> pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.
Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa
riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello
stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare
dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e
una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera
Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano
insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di
immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il
crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una
conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video,
non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.
È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo
“dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora
una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice,
“ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare
di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto:
l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta,
trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni
prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta,
racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina:
anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima
imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il
potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa
tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata
dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle
inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.
C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che
non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come
il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e
fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli
dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur
essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero
concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo
non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori
dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi
accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi
restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la
definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa
a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione
caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la
tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di
disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella
lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una
testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso
impedisce il lutto.
È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione
della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in
questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile
l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza
storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata
per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la
protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa
di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto
nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto,
come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini
delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà
accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e
fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola
vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così
come era successo nella storia che apre il romanzo.
> C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi,
> che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza
> di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta
> perturbante e fantasmatica di sé.
Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché
il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei
palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una
lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente
dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report
di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo
del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari
permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni
attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in
maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a
misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio
della stampa e del mondo politico occidentale.
È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine
“presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che,
espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere
“nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre
i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva
dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo
presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di
proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una
serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi
diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà
sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i
terreni agricoli.
Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive
risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della
popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata
“presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le
420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi
dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza
protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.
In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud
Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la
dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume
scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia,
dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione
all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi
ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive
qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se,
metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato
risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente,
allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua
costitutiva doppiezza e natura liminale.
> Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi
> che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere
> “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele
> oltre i confini precedentemente assegnati.
Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della
giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e
pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in
maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in
una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba
prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce.
Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta
della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli
attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di
Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi
di lì a poco.
Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le
quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le
cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più,
della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della
giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna,
conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come
estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la
circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma
di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare
studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti,
appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della
nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.
Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari
che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi
e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna
che la spingono al limite della sanità mentale.
“Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara,
“mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa
Palestina è diversa, è molto più che spostare le
dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa
anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è
la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via
di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata.
Senza notare il tremore che aumenta piano”.
È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o
“porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in
nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro
della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra
un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel
mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi
attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue
caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando
come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto
mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come
rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i
casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio
lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di
nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.
> Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno
> dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei,
> palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.
Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒
quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della
casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi
a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di
quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso
‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio
minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che
fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque
un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.
Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case,
trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un
grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea
chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La
casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo,
non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la
sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro.
È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in
questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e
accumuli.
Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese
scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e
morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello
di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del
passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il
nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di
soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte,
questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine,
che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una
vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come
rifiuto di dimenticare”.
Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente
intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di
presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la
visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di
comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo
palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla
mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e
alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se
osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica
a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari
sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo.
Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è
perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.
Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel
1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia]
vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le
rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro
Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato
una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro
indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle
forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti
attraverso l’imperialismo.
> Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso
> sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri
> continenti attraverso l’imperialismo.
Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula
su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia
stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a
notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad
averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come
scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si
aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende
nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e
inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in
avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin
si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene
Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne
un altro.
Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non
sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene
dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di
trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico
e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della
storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua
storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e
la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una
minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado
allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono
l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi,
invece che potervi vivere assieme.
Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è
testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è
eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso
costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di
accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che
nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della
libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.
Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale
della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da
Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in
copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di
Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice
inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita
alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di
Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in
Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella
produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti
e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza
“chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.
> Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere
> ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico
> e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della
> storia.
È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una
prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una
sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo
Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce
il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente
che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende
immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È
piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il
presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si
fondessero.
A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per
recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista;
in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa
immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un
checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li
aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a
Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche
anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra
trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta
la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario.
Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a
casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un
fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche
adesso che abbiamo perso quasi tutto”.
Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per
questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di
segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre
suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma
di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la
natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta
di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata
alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di
rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è
continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si
sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una
vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un
senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.
Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i
protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la
finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina
alla prima,
> e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi
> muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto,
> fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo
> lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una
> premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso
> in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano
> assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che
> presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito
> le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto
> di Fato e Stato.
> Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è
> testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese
> costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di
> accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.
È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e
forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a
dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in
partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare
qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di
attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di
Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi
libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto
nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di
Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma
in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a
comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e
necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci
spingono in avanti con essa.
L'articolo Presente assente proviene da Il Tascabile.
Tag - narrativa palestinese
T ra il 1966 e il 1967 lo scrittore palestinese Mourid Al-Barghouti si
trasferisce in Egitto per completare il suo percorso universitario. Gli mancano
pochi esami e, a Ramallah, la madre lo aspetta, impaziente di vedere finalmente
l’unico dei suoi figli laurearsi. Nelle prime pagine del suo testo più celebre,
Ho visto Ramallah (2003), emerge da subito un’immagine familiare: quella delle
pareti di casa, dove – a università terminata – si appende il diploma in bella
mostra. Ma nel giugno 1967 ha inizio una nuova guerra, passata poi alla storia
nel mondo arabo come Naksa, ovvero ‘ricaduta’. Israele occupa anche i territori
della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, aggravando la crisi dei rifugiati
iniziata con la Nakba del 1948: centinaia di migliaia di palestinesi sono
nuovamente sfollati.
> Mi consegnarono il diploma in Lingua e Letteratura inglese, ma non avevo più
> una parete a cui appenderlo. La città era caduta e non avrei mai potuto
> tornarvi.
Ho visto Ramallah è la storia del ritorno, dopo trent’anni, dell’ormai adulto
Al-Barghouti nella sua città natale. Un ritorno segnato dalla sofferenza di chi
ha vissuto la ghurba, l’esilio.
Una volta che l’hai provata, ne resti segnato per sempre. La ghurba “è come
un’asma”, come una malattia di cui si inizia a soffrire e dalla quale non si può
guarire. Introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la vita di una
casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché un dovere di
memoria da custodire.
Elisabetta Bartuli in The Passenger. Palestina (2023), sottolinea come,
“nonostante le enormi diversità nelle condizioni di vita, di contesto
amministrativo ed economico di cui raccontano” i romanzi degli scrittori
palestinesi presentino caratteristiche comuni che li rendono “un unicum compatto
e coeso all’interno della letteratura araba”. Ecco: la casa, come luogo
simbolico di identità e appartenenza, è precisamente uno dei topoi che danno
coerenza a questo unicum; un motivo ricorrente che la letteratura palestinese ha
contribuito, insieme ad altri, a consolidare, e attraverso cui si esprimono
significati che arrivano fino a questi giorni.
> La ghurba, l’esilio, introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la
> vita di una casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché
> un dovere di memoria da custodire.
Nel tema della diaspora, la casa diventa simbolo di quell’intimità familiare –
fatta di oggetti, gesti quotidiani, odori – che l’occupazione e la guerra hanno
interrotto in modo fulmineo e traumatico. Con fatica si riesce a immaginare una
simile condizione: da un momento all’altro, senza preavviso, abbandonare la
propria casa senza potervi più fare ritorno.
> Umm ‘Issa nei suoi ultimi giorni di vita non parlava che di un’unica cosa: il
> tegame di zucchine. Aveva dovuto abbandonare casa sua, nel quartiere Qatamùn a
> Gerusalemme, senza avere il tempo di spegnere il fuoco sotto il tegame di
> zucchine.
Elias Khoury, recentemente scomparso, è stato uno scrittore e intellettuale
libanese tra i più autorevoli del mondo arabo. Il suo romanzo, La porta del sole
(2004), è stato definito un’epopea del popolo palestinese. Intorno alla vicenda
principale e ai suoi protagonisti si affollano numerose voci e storie. E in
molti di questi racconti – anche nei più brevi, affidati a personaggi secondari
– si rincorrono immagini di case abbandonate in tutta fretta.
> Sono andato nella casa […]. Era deserta. Sono entrato. Delle coperte per
> terra, dei sacchi di plastica, delle pentole e odore di cibo ammuffito. Come
> se avessero sgomberato in fretta e furia, senza tempo sufficiente per
> organizzare il viaggio. […] Sono entrato e mi sono reso conto che stavo
> piangendo. Ero nel mezzo del nulla, in mezzo alle lacrime. E ho capito che era
> perduta.
Nella letteratura palestinese delle origini, il topos della casa è centrale nel
raccontare il trauma dell’esilio e della perdita inflitti dalla Nakba. In questa
fase, è spesso ancora il fulcro di una nostalgia nella quale struggersi. Della
propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne ricopriva
le pareti. E alla casa si desidera soltanto fare ritorno. Anche se ne fosse
rimasta solo una pietra.
> Della propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne
> ricopriva le pareti. La casa non è un’idea astratta. Non è una metafora, è
> questo luogo fatto di cose concrete che si sono perdute.
Ghassan Kanafani è stato tra i maggiori esponenti della narrativa della
resistenza, assassinato nel 1972 a Beirut da un’autobomba del Mossad. Nel suo
Ritorno a Haifa (2001), Said e Safiyya sono una coppia palestinese che, dopo
vent’anni di esilio forzato, torna a Haifa: la città da cui erano stati cacciati
e nella quale avevano dovuto abbandonare il figlio neonato, Khaldun. Quando
tornano, scoprono che il figlio è stato adottato da un’ebrea sopravvissuta
all’Olocausto, che ora vive nella casa che un tempo era loro. Il figlio, che ora
si chiama Dov, milita nell’esercito israeliano, e rifiuta ogni legame con i suoi
genitori naturali.
Poco prima che il racconto sveli questa sua sconvolgente verità, è descritto il
momento in cui Said e Safiyya salgono le scale della loro vecchia casa. Said non
vuole dare alla moglie, e neppure a sé stesso, “la possibilità di osservare
quelle piccole cose che – lo sapeva – lo avrebbero commosso: il campanello, il
pomello di ottone alla porta, gli scarabocchi di matita sul muro, il contatore
dell’elettricità, il quarto scalino rotto nel mezzo…”.
La casa non è un simbolo, non è un’idea astratta. Non è una metafora, è questo
luogo fatto di cose concrete che si sono perdute. Entrando, Said riesce ancora a
vedere in casa sua “molte cose che un tempo gli erano state familiari e che
anche quel giorno continuava a considerare tali: cose intime, private”, che mai
avrebbe pensato che qualcuno potesse toccare o guardare: una fotografia di
Gerusalemme, un piccolo tappeto di Damasco. Said ritrova “le sue cose” ma,
guardandole, le vede mutate. Come se a osservarle fossero due paia di occhi
diversi: quelli del passato e quelli di un presente che non gli appartiene più.
Lo stesso accade, in La porta del sole, a Umm Hasan.
> Umm Hasan, come tutti coloro che sono tornati a vedere le loro case, diceva:
> “Ogni cosa era al suo posto, ogni cosa era rimasta com’era. Persino la brocca
> di terracotta.”
> — La brocca.
> — L’ho trovata qui. Non la uso. La prenda, se la vuole.
> — No, grazie.
Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei
significati.
Da simbolo di perdita e sradicamento – da cui deriva anche il più famoso simbolo
delle chiavi lasciate sulla porta – la casa diventa un topos per esplorare la
realtà dell’occupazione e della guerra e, da qui, la condizione di estraneità e
d’incertezza esistenziale, la frammentazione identitaria, a cui il popolo
palestinese è stato condannato. Lì, proprio nel perimetro della casa, dove si
tocca “l’essenza più profonda della vita” (Nour Abuzaid), qualcun altro si è
insediato con la forza.
> Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei
> significati. Lì, proprio nel perimetro della casa, qualcun altro si è
> insediato con la forza.
È Israele che “con la scusa del cielo, ha occupato la terra”. Il contatore
dell’elettricità è al solito posto, la brocca e il tappeto di Damasco anche.
Eppure, non si riesce a riconoscerli. Come accade quando, a forza di guardare
troppo a lungo una cosa, o di ripetere insistentemente una parola, se ne perde
l’essenza: il suono si svuota, l’immagine si spegne.
Ora anche chi riesce a tornare a casa si sente fuori posto. Un estraneo.
In La porta del sole c’è un passaggio importante in cui Nahila, rimasta a vivere
nel suo villaggio diventato territorio israeliano, si oppone con forza al marito
Yunis, che invece è un combattente della resistenza e vive in clandestinità
dentro le grotte. Alla retorica del sacrificio e del martirio, alle storie di
eroismo, che trasfigurano la sofferenza vissuta in mito, Nahila rivendica le
vere storie. Quelle che raccontano che le persone sono divenute estranee persino
a sé stesse. E che, pur non impugnando le armi, si fanno portavoce di una
resistenza più silenziosa e quotidiana.
> Tu non sai niente. Secondo te la vita sono queste distanze che attraversi per
> arrivare qui col tuo odore di foresta. […] Che storie sono queste dell’odore
> di lupo, del profumo del timo selvatico, dell’olivo romano? Sai chi siamo?
La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di
occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il
rimanere diventa una forma di esilio. Uscire di casa non è un gesto neutro, ma
può diventare una scommessa sul ritorno e un desiderio di tornare “per intero”,
senza scontare la dispersione dell’identità, la frammentazione del sé che
l’occupazione impone ogni giorno.
> La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di
> occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il
> rimanere diventa una forma di esilio.
Lo scrive con spietata chiarezza Maya Al-Hayat, poetessa palestinese nata a
Beirut e cresciuta a Gerusalemme Est, oggi tra le voci più incisive della
letteratura contemporanea, capace di raccontare con feroce semplicità l’intimità
stravolta del vivere sotto l’occupazione.
> Ogni volta che esco di casa
> è un suicidio
> e ogni ritorno, un tentativo fallito. […]
> Voglio tornare a casa intera.
Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte ultimo
dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di stoffa
esposta al vento. Scrive Yousef Elquedra, in una poesia dedicata agli
accampamenti della zona umanitaria di al-Mawasi:
> La tenda è un corpo fragile […]
> La tenda non è una casa
> è una promessa di attesa
> e ogni impeto di vento
> ti ricorda che sei di passaggio
> su una terra che non porta il tuo nome.
Anche la tenda, come la casa, è esposta poi al rischio dell’esproprio. “Ci
rendete stranieri nella nostra terra” si sente dire nel documentario No Other
Land (2024) di Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal. Anche se
“la distanza tra due case è a una fila di alberi”, ci si sente trattati come
estranei e persino la lingua madre, che è “tutto ciò che resta a colui che è
privato della sua patria” (Friedrich Hölderlin), punto massimo di contatto con
le proprie radici e “casa” simbolica` alla quale tornare quando il resto è
perduto, è costantemente posta sotto assedio.
> Lasciatemi parlare la mia lingua Araba
> prima che occupino anche quella.
> Lasciatemi parlare la mia madrelingua
> prima che colonizzino anche la sua memoria.
Così la poetessa e attivista Rafeef Ziadah, nota per la sua poesia performativa,
in cui parole e musica si fondono in un atto di resistenza per denunciare
l’oppressione e l’oblio.
> Mia madre è nata sotto un albero di ulivo
> su una terra che dicono non essere più mia.
L’ulivo: più di ogni altra, la pianta della Palestina. Cresce nei giardini delle
case, le famiglie ne tramandano la cura da generazioni. Le olive si offrivano in
dono; con l’olio, le nonne bagnavano il pane per sfamare i nipoti. E con lo
stesso olio – fonte di ogni cura – si curavano le malattie.
> Noi viviamo di olio. Siamo il popolo dell’olio. Loro invece tagliano gli olivi
> e piantano palme. Hanno sradicato gli olivi. Non so perché odiano gli olivi e
> piantano le palme.
> (La Porta del Sole).
Gli olivi si scorgono anche sullo sfondo di un celebre video, diventato virale,
in cui la giornalista e attivista Muna Al-Kurd, ferma con i piedi nei confini
del suo giardino, grida contro un colono israeliano: “Stai rubando la mia casa.”
E il colono risponde freddamente: “Perché mi urli contro? Se non lo faccio io,
lo farà qualcun altro”. Qualcuno potrebbe obiettare: è la guerra. Ma questa è
una guerra che mira a cancellare le tracce, a riscrivere la geografia della
memoria, e che non si accontenta di distruggere, ma vuole sradicare. Estirpare
con la forza cieca di una ruspa. La stessa che ancora campeggia, inquietante,
come immagine-simbolo sulla locandina di No Other Land.
> Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte
> ultimo dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di
> stoffa esposta al vento.
Nel tentativo di spezzare l’intreccio tra le persone e i luoghi, tra la lingua e
le radici, si inserisce anche il grottesco video generato dall’intelligenza
artificiale e diffuso da Trump, dove Gaza è ridotta a un resort. Un luogo
artificiale su un lungomare costellato di palme. Palme al posto degli olivi. Ma
gli alberi, in Palestina, non sono solo alberi. Sono “costole d’infanzia”, come
scrive Mahmoud Darwish. E la rimozione dell’olivo non è solo distruzione
agricola: è simbolo di perdita radicale. È la cancellazione della storia, della
terra e soprattutto dei diritti che vi erano radicati. In La porta del sole
Yunis attraversa l’oliveto di Tarshìha e si rende conto che il “suo” olivo
romano, testimone di ogni momento importante della sua vita e di quella dei suoi
avi, non c’è più. Con l’albero antichissimo, cade anche la memoria viva della
terra.
> Yunis indossò il lutto per l’albero.
Un sentimento di disorientamento, impotenza politica e frustrazione emerge
quando si cerca di comprendere la realtà che stiamo vivendo. La maggior parte di
noi non sa cosa possa significare “mettersi la guerra in bocca come fosse una
gomma da masticare” quando sei poco più che un ragazzo. Questa distanza non si
risolve informandosi o nel tentativo di partecipare al dibattito pubblico.
Specialmente di fronte alla questione palestinese, la distanza tra ciò che si
legge e ciò che realmente si riesce a comprendere sembra incolmabile. Per questo
motivo, la letteratura diventa una risorsa, una “porta del sole” verso la
complessità del mondo. Un modo per affinare empatia e consapevolezza, per
esplorare ciò che travalica il nostro vissuto personale.
La letteratura restituisce profondità a ciò che il discorso mediatico tende a
semplificare e uniformare. Scrive Mourid Al-Barghouti che “a forza di sentire
certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, si finisce per pensare ai
Territori Occupati “come a un luogo immaginario alla fine del mondo”. E ci si
convince che non esista nessun modo per raggiungerlo. Al-Barghouti rivendica con
forza la necessità di non ridurre la Palestina a una pura astrazione. Ci ricorda
come i palestinesi siano prima di tutto degli individui. L’occupazione ha creato
“intere generazioni che non hanno un luogo in cui ricordare suoni e profumi”,
generazioni “che non hanno mai coltivato, né costruito, né commesso neppure il
più piccolo errore umano nella propria terra”, e ha trasformato la patria in un
simbolo inchiodato al passato. Ma la patria non è un arancio, non è un ulivo. La
patria è fatta di persone.
> “A forza di sentire certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, alla
> fine si finisce per pensare ai Territori Occupati “come a un luogo immaginario
> alla fine del mondo”. E ci si convince che non esista nessun modo per
> raggiungerlo.
Un popolo, scrive ancora Al-Barghouti, cui sono stati tolti diritti e futuro, e
a cui è stata “bloccata l’evoluzione delle società e delle vite”, impedendo lo
sviluppo. La Palestina non è (o non è solo) “la questione inserita nei programmi
dei partiti politici, non è un argomento di discussione”. Non è “la catenina che
adorna il collo delle donne in esilio”. Non è “la prima pagina di apertura di un
giornale”. Non è l’anguria esposta a una manifestazione. È invece un luogo
“concreto come uno scorpione”, che ha “i suoi colori, una temperatura, e arbusti
che crescono spontanei”. E gli insediamenti non sono costruzioni “fatte da
bambini con i Lego”. Sono invece la diaspora palestinese.
In La porta del sole c’è un passo in cui si dice che gli scrittori e gli
intellettuali non combattono, ma piuttosto “osservano la morte, scrivono, e
credono di morire”. È vero, la guerra ci passa accanto e noi, forse, ci
“aggrappiamo a una poesia”. Pure, questa rimane ancora una forma importante per
la verifica delle nostre qualità umane. Una risposta che possiamo darci alla
domanda “Se questo è un uomo”.
L'articolo La casa perduta proviene da Il Tascabile.