È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la
protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi
dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la
minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il
suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco
nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una
giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di
Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita
nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa
vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni
dalla sua nascita.
La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del
cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe
Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di
una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due
giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca
avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in
ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano
votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla
violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca
nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato
alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla
dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un
report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in
sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati
l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”
La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data
con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più
rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una
fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che
> ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato
> nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade
> quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e
> dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei
> tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di
> guerra, ma quotidianamente.
Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli
autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del
delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse
parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di
conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i
giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito
all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici
anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta
successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito
ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come
sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del
delitto commesso.
> A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche
> persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la
> pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.
Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa
riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello
stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare
dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e
una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera
Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano
insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di
immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il
crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una
conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video,
non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.
È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo
“dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora
una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice,
“ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare
di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto:
l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta,
trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni
prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta,
racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina:
anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima
imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il
potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa
tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata
dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle
inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.
C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che
non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come
il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e
fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli
dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur
essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero
concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo
non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori
dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi
accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi
restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la
definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa
a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione
caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la
tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di
disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella
lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una
testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso
impedisce il lutto.
È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione
della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in
questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile
l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza
storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata
per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la
protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa
di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto
nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto,
come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini
delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà
accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e
fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola
vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così
come era successo nella storia che apre il romanzo.
> C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi,
> che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza
> di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta
> perturbante e fantasmatica di sé.
Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché
il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei
palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una
lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente
dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report
di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo
del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari
permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni
attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in
maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a
misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio
della stampa e del mondo politico occidentale.
È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine
“presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che,
espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere
“nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre
i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva
dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo
presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di
proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una
serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi
diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà
sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i
terreni agricoli.
Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive
risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della
popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata
“presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le
420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi
dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza
protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.
In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud
Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la
dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume
scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia,
dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione
all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi
ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive
qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se,
metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato
risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente,
allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua
costitutiva doppiezza e natura liminale.
> Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi
> che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere
> “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele
> oltre i confini precedentemente assegnati.
Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della
giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e
pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in
maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in
una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba
prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce.
Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta
della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli
attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di
Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi
di lì a poco.
Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le
quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le
cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più,
della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della
giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna,
conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come
estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la
circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma
di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare
studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti,
appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della
nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.
Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari
che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi
e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna
che la spingono al limite della sanità mentale.
“Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara,
“mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa
Palestina è diversa, è molto più che spostare le
dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa
anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è
la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via
di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata.
Senza notare il tremore che aumenta piano”.
È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o
“porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in
nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro
della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra
un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel
mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi
attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue
caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando
come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto
mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come
rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i
casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio
lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di
nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.
> Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno
> dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei,
> palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.
Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒
quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della
casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi
a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di
quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso
‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio
minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che
fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque
un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.
Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case,
trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un
grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea
chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La
casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo,
non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la
sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro.
È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in
questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e
accumuli.
Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese
scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e
morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello
di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del
passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il
nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di
soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte,
questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine,
che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una
vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come
rifiuto di dimenticare”.
Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente
intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di
presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la
visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di
comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo
palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla
mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e
alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se
osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica
a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari
sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo.
Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è
perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.
Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel
1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia]
vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le
rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro
Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato
una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro
indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle
forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti
attraverso l’imperialismo.
> Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso
> sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri
> continenti attraverso l’imperialismo.
Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula
su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia
stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a
notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad
averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come
scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si
aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende
nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e
inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in
avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin
si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene
Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne
un altro.
Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non
sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene
dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di
trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico
e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della
storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua
storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e
la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una
minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado
allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono
l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi,
invece che potervi vivere assieme.
Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è
testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è
eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso
costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di
accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che
nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della
libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.
Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale
della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da
Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in
copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di
Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice
inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita
alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di
Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in
Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella
produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti
e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza
“chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.
> Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere
> ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico
> e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della
> storia.
È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una
prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una
sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo
Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce
il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente
che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende
immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È
piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il
presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si
fondessero.
A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per
recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista;
in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa
immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un
checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li
aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a
Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche
anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra
trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta
la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario.
Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a
casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un
fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche
adesso che abbiamo perso quasi tutto”.
Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per
questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di
segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre
suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma
di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la
natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta
di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata
alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di
rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è
continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si
sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una
vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un
senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.
Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i
protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la
finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina
alla prima,
> e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi
> muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto,
> fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo
> lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una
> premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso
> in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano
> assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che
> presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito
> le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto
> di Fato e Stato.
> Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è
> testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese
> costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di
> accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.
È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e
forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a
dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in
partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare
qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di
attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di
Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi
libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto
nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di
Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma
in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a
comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e
necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci
spingono in avanti con essa.
L'articolo Presente assente proviene da Il Tascabile.
Tag - palestina
I
> eri ho salutato mia moglie e i miei figli dopo che hanno deciso di fuggire
> nella zona centrale. La situazione nella mia zona residenziale, il quartiere
> di Ard al-Ghoul/Al-Murabitun, è infernale. La casa trema a causa dei continui
> bombardamenti. Mentre scrivo questo racconto, ho contato il numero di
> esplosioni: circa cinquanta in una sola notte. (Caro lettore, proprio in
> questo momento, mentre continuo a scrivere, si è verificata un’esplosione
> vicino a casa mia e le schegge si sono sparse intorno a me fino a quasi
> colpirmi).
È il 18 settembre 2025. Yousri Alghoul scrive, per il sito dell’Istituto per gli
Studi Palestinesi, “Paradossi del dolore”, il racconto sulla fuga della sua
famiglia e sulla sua scelta, invece, come intellettuale, di restare. Tra le
righe del testo, chi legge resta agganciato qui: “Scrivere è un atto di follia
in questo momento, e sarebbe follia non scrivere”. Alghoul, uno dei più noti
autori palestinesi, conosciuto come “lo scrittore che è rimasto nel nord di
Gaza”, risolve un dilemma identitario – essere o non essere uno scrittore
durante il genocidio? Scrivere o non scrivere sotto fame e bombardamenti?
Restare o non restare come intellettuale nel nord, mentre il campo si svuota
verso sud? – traducendo questa antinomia nella sua resistenza poetica.
I racconti, i libri e i reportage di Yousri Alghoul – in Italia Edizioni Q ne
pubblica una testimonianza ‒ sono un invito a considerare non tanto la postura
dello scrittore, quanto la posizione di chi scrive nel territorio fisico di Gaza
e nello spazio simbolico della letteratura, nel rapporto con il potere e nella
relazione con l’altro – un Altro che l’autore identifica, da un lato, con il
popolo palestinese in cerca di supporto per non cedere alla resa, dall’altro,
con il lettore occidentale da interrogare, ponendo sotto il suo sguardo la
realtà di Gaza come dispositivo umano.
> Essere o non essere uno scrittore durante il genocidio? Scrivere o non
> scrivere sotto fame e bombardamenti? Restare o non restare come intellettuale
> nel nord, mentre il campo si svuota verso sud?
“Paradossi del dolore” nel mezzo suona così:
> (Ancora una volta, la mia casa è stata colpita da un colpo di obice e, mentre
> scrivo questa testimonianza, il rumore dell’esplosione mi risuona ancora nelle
> orecchie. Per questo motivo, ho deciso di trasferirmi in una stanza vicina,
> esposta a sud, che potrebbe essere più sicura). Ero distratto: tra il rumore
> dei proiettili della nave da guerra e la notizia del martirio di due bambini
> della mia famiglia la sera prima, tra l’idea della narrazione attraverso la
> quale volevo far luce sull’amara realtà dello sfollamento e il deliberato
> attacco a tutte le componenti della vita, come se si trattasse di una vendetta
> contro alberi e pietre, non solo contro il popolo palestinese.
Yousri Alghoul nasce nel 1980 nel campo profughi di Al-Shati a Gaza City. Ha
pubblicato diverse raccolte di racconti, romanzi e reportage. È membro
dell’Unione degli Scrittori Palestinesi e di numerose organizzazioni della
società civile, e ha organizzato diverse iniziative culturali per scrittori
emergenti a Gaza. Da anni documenta la vita quotidiana sotto l’assedio. Nel suo
ultimo libro, “L’ultima notte a Gaza”, non ancora tradotto in Italia, racconta
gli amici martiri, le case distrutte, la paura negli occhi dei bambini, le donne
stanche, la corsa spaventosa sotto i bombardamenti, le famiglie sterminate in un
istante, i corpi sconosciuti per le strade. “È una biografia”, dice Alghoul,
“che descrive la morte e il tentativo di sopravvivere”. A proposito di questo
libro lo scrittore Ziyad Khadash parla del “suo fluire triste e la sua poeticità
sanguinosa, la forza del linguaggio e la sua coerenza tormentata nel fissarsi
sui corpi senza vita”.
Oltre che nello spazio, quella di Alghoul è una posizione nel tempo. L’infanzia
nell’intifada, la nascita come scrittore sotto l’occupazione, la resistenza
fisica e intellettuale durante il genocidio, l’evacuazione. “Durante la prima
intifada, ero un bambino”, racconta Alghoul nella nostra conversazione: “Gli
israeliani imponevano il coprifuoco. Non potevamo uscire di casa e mio padre ci
portava dei libri. Non avevo molto da fare se non leggere storie”. Il vicino di
casa di Alghoul aveva creato una piccola biblioteca: “Era un giovane
palestinese, che credo fosse amputato, non riusciva a camminare e aveva aperto
questo posto. Ci prestava i libri e io ero molto coinvolto nelle storie che
leggevo”. Quando era alle scuole superiori, Alghoul ha scritto una storia per
partecipare a un concorso e ha vinto un premio. “La storia parlava della povertà
perché eravamo molto poveri noi che vivevamo nel campo profughi. Da quel momento
ho deciso di scrivere. Ero molto giovane, ma sentivo di voler parlare della
situazione miserabile nella Striscia di Gaza: povertà, disoccupazione,
distruzione, nessun sistema fognario. Scrivevo di questo, e sentivo che dovevo
scriverne sempre di più”.
Negli anni Novanta si compie la sua iniziazione come scrittore, un corpo
giovane, esposto che ha chiaro come la scrittura si muova insieme a lui, si
definisca nei limiti e a questi si opponga per trovare la sua voce espressiva e
prendere spazio mentre si guadagna tempo per sopravvivere. Più prendi spazio con
la parola scritta, più definisci lo spazio reale del tuo mondo: la strategia
narrativa di Alghoul sembra coincidere con la rivendicazione di un territorio a
esistere nel momento in cui viene raccontato.
> La strategia narrativa di Alghoul sembra coincidere con la rivendicazione di
> un territorio a esistere nel momento in cui viene raccontato.
Se uno scrittore in un libro crea il mondo possibile del racconto, Alghoul tenta
un percorso inverso: Gaza non è un mondo possibile ma deve imporsi come mondo
reale attraverso il racconto. Non c’è altra possibilità all’infuori di una
narrativa che veda l’esistenza della Striscia e la mostri allo sguardo del
mondo. Questa intenzione ha richiesto ad Alghoul, nel tempo, di ricercare e
sperimentare la forma narrativa dei suoi testi come espressione della sua
poetica civile di intellettuale. Ma prima di giungere a questa individuazione,
la forma di Alghoul era un’altra: il surrealismo.
I suoi racconti erano cupi, insieme fantastici e realistici. E anche qui è
importante la posizione nel tempo della Storia. In “Una lettera a Vania”, un
racconto scritto nel 2023, prima del 7 ottobre, il narratore scrive a Vania, una
sua amica che vive all’estero e che sembra essere distante e ignara della vita a
Gaza. “Non sapevo quale direzione avrei preso mentre scrivevo”, racconta
Alghoul. “Non mi sono concentrato tanto sullo stile, quanto sul cercare di
riuscire a trasmettere il messaggio. Io stesso stavo ancora scoprendo cosa fosse
il contenuto di quel messaggio”. Il racconto inizia così:
> Scriverò una lettera a Vania ‒ devo farlo. Le dirò che sto ancora respirando,
> e così anche quelli intorno a me. Forse lei pensa che sia morto quando uno dei
> missili implacabili ha colpito il campo profughi dove viviamo, e che ora siamo
> tutti distesi senza vita qui, sotto le macerie. Ridendo, la informerò che i
> nostri corpi si sono induriti e hanno sviluppato una strana immunità alla
> morte. Sono stati solo i bambini a morire ‒ i bambini, gli unici tra noi che
> non conoscono il significato della morte.
Nella prosa del periodo surrealista Alghoul insegue le possibilità della
trasformazione. Ecco dunque cosa diventano i corpi nel racconto: “Scriverò una
lettera a Vania ‒ devo farlo. Le dirò che durante la guerra mi sono trasformato
in acqua come modo per proteggermi dai muri che crollavano e dai mobili che
cadevano. Ho tolto i pezzi del mio corpo uno a uno, e sono svaniti finché non
ero più intrappolato tra le macerie, come mia moglie e i miei figli, che non
hanno ancora imparato l’arte della trasformazione”.
> Gaza non è un mondo possibile ma deve imporsi come mondo reale attraverso il
> racconto. Non c’è altra possibilità all’infuori di una narrativa che veda
> l’esistenza della Striscia e la mostri allo sguardo del mondo.
Parte del messaggio di Alghoul è il destinatario, la sua Vania, ossia il lettore
occidentale. Allora l’autore contamina il testo con la cultura pop facendo
comparire personaggi come Iron Man o Hulk:
> Giuro che, appena le mie ferite guariranno e il mio braccio sinistro
> germoglierà di nuovo, manderò la mia lettera a Vania. Le scriverò: L’odore di
> mia moglie e dei miei figli mi faceva colare il naso. Così mi sono trasformato
> in un camino per soffiare i fumi all’esterno, pensando che potesse servire da
> segnale per qualcuno che venisse a salvarci. Ma dopo che sono tornato acqua
> fredda e mi sono versato su di loro, gocciolando nelle loro bocche e
> asciugando il sangue che si era seccato sui loro corpi maltrattati, questi
> sono crollati e hanno perso quello che restava della loro forza di
> sopravvivenza. Mentre tremavano per la paura, il freddo, la sete e la fame, ho
> cercato con tutte le mie forze di trasformarmi nell’Incredibile Hulk e
> sollevare le macerie del nostro edificio da sopra di loro. Ma Hulk non ha
> posto a Gaza, quindi ho fallito.
Qui l’effetto straniante disorienta il lettore, almeno quanto il suo sentirsi
identificato con l’inconsapevole Vania: “Le dirò a Vania: Sono tornato per mia
moglie e mio figlio. Li ho sollevati e li ho portati fuori dalla casa il più
velocemente possibile. Solo per scoprire che loro ‒ che noi ‒ non avevamo più
gambe. ‘Perché non fai una gamba di legno a tua moglie?’ dirà, senza sapere che
a Gaza non ci sono alberi abbastanza per produrre gambe per sostituire quelle
che sono state amputate. Senza sapere che Gaza non è un paese, né una città o un
villaggio, ma piuttosto un pezzetto di inferno privo di ogni colore tranne il
nero”.
Dopo il 7 ottobre, invece, la forma di Alghoul richiede un altro passo: “Quando
è iniziato il genocidio, non era più il momento delle storie di finzione, ma di
scrivere la narrativa palestinese che non deve morire. Mi sono sentito obbligato
a scrivere, per la posterità, un resoconto di questa misera era nella storia
mondiale. Quindi, la mia scrittura recente ha preso la forma del realismo e
delle storie non finzionali”. Due anni dopo “Una lettera a Vania”, il 6 ottobre
Alghoul scrive “Tragedia dello sfollamento”:
> Sto tirando il mio carrello, con lo stomaco che brontola. Non mangio dalla
> sera prima, da solo nell’appartamento dopo che tutti gli altri se ne sono
> andati. Quindi cerco di scappare in fretta, per non morire di fame, mentre
> altri come me scappano, temendo di morire di sete, e altri ancora che
> rimpiangono le loro famiglie, alcune delle quali sono sopravvissute, altre
> sono state martirizzate. Non ho mai pensato di lasciare la città, per molte
> ragioni, la più importante delle quali era rafforzare la resistenza della
> gente del posto, poiché la maggior parte dei residenti trae la propria
> resistenza dalle élite intellettuali nel campo. E poiché sono uno di loro,
> sono stato la voce del campo con i miei libri e il mio approccio chiaro nel
> sostenere la legittimità della resistenza. E essendo rimasto al nord per tutta
> la durata della guerra, non ho mai pensato allo sfollamento in nessuna
> circostanza, e non sapevo che la morte sarebbe diventata la mia compagna lungo
> il cammino. Tutti in città lottano contro il tempo per non morire, per una
> ragione sconosciuta al mondo.
Negli ultimi due anni Alghoul si è trovato intrappolato nella scrittura come
“l’atto di un folle”, stando alla sua definizione. “Dopo il 7 ottobre, non è
stato facile scrivere”, dice durante la nostra conversazione. “Non avevamo
elettricità e ci spostavamo da un luogo all’altro. Hai bisogno di scrivere, hai
bisogno di un laptop, hai bisogno di trasmettere i tuoi messaggi al mondo. Devi
camminare anche sette chilometri per andare a caricare il laptop. Andavo in un
rifugio, da un mio amico che aveva dei pannelli solari”. Così Alghoul cerca di
spostarsi da un luogo all’altro senza mai lasciare il nord di Gaza mentre la
maggior parte delle persone si spostava verso sud: “Sono l’unico scrittore
rimasto nel nord, insieme ad alcuni poeti, con la carestia e i bombardamenti”.
In quel periodo, gli israeliani hanno iniziato a colpire gli edifici e le case.
“Dovevo decidere se scrivere o scappare dai razzi e dai missili, dal sangue che
veniva sparso. Io non sono partito. Non sono andato via per due anni. Sono
rimasto lì, fermo”.
> “Quando è iniziato il genocidio, non era più il momento delle storie di
> finzione, ma di scrivere la narrativa palestinese che non deve morire”.
Durante gli ultimi due anni Alghoul ha scritto racconti per i siti e mandato
foto, video, audio tramite Whatsapp ai suoi contatti in Occidente. Sul mio
telefono i video della sua casa distrutta e delle persone che scappano compaiono
nella galleria tra i video di mio figlio al parco dopo la scuola in una
disturbante mescolanza di suoni e composizioni. Una mattina, nell’estate del
2025, mentre sono al bar a fare colazione, mi arriva un messaggio di Yousri. Una
foto. È seduto su un bidoncino di plastica, fuori da una tenda piantata nel
fango. Sta leggendo. In mezzo alla fame e alla distruzione lui sta leggendo. Gli
chiedo come sta, cosa sta facendo. Lui mi manda un vocale: “Non abbiamo altro da
fare se non combattere tramite l’intelletto. Leggere, scrivere. Non essere
semplicemente osservatori di ciò che sta accadendo in questi anni. Devi
raccontare al mondo ciò che sta succedendo. E questo non può accadere senza
leggere. Dobbiamo leggere, dobbiamo imparare, dobbiamo fare tutto, ma non
arrenderci. Perché se ti arrendi, muori. E noi non moriremo. Abbiamo una volontà
incrollabile. E questo mi spinge a scrivere, scrivere e scrivere”.
Il 7 ottobre 2025 Alghoul scrive “L’ultima notte a Gaza City”: “L’auto
fatiscente arrivò e i miei figli iniziarono a trasportare le loro cose su un
rimorchio attaccato all’auto e fino all’ultimo momento mi rifiutai di smontare i
mobili del bagno. Mia moglie, tuttavia, disse: ‘Yousri, non torniamo indietro.
Questa volta vogliono distruggere noi e le case che prima non sono state
distrutte ‘. Concordai con mia moglie che sarei rimasto a Gaza City, non avrei
accettato di essere spostato perché il rafforzamento della fermezza inizia con
la presenza dell’élite tra le masse”. Più avanti nel testo la voce di Alghoul
richiama lo sguardo dell’Occidente:
> Il lettore può ancora una volta contemplare attentamente la scena che lo
> circonda: l’appartamento, le stanze e le loro pareti, i mobili della casa, i
> certificati di apprezzamento e onore appesi alle pareti, i vestiti e i
> dispositivi intelligenti. Sei costretto a portare tutto questo in una volta
> sola su un’auto fatiscente in un luogo che non conosci. Potrebbe essere un
> terreno fangoso, e per una cifra che supera il prezzo di un biglietto aereo
> per il Brasile, per gettarlo nell’abisso della distruzione, in attesa di
> montare una tenda che non è sufficiente per cinque persone, mentre il resto
> delle pratiche che conosci diventano lussi, come svegliarsi per lavarsi la
> faccia e i denti, preparare il cibo sulla stufa e uscire per lavorare.
E se l’autore ha abbandonato il surrealismo, il suo sguardo nel racconto, però,
resta capace di comporre l’immagine di una realtà che supera ogni immaginazione:
“Nonostante i video mostrino come i soldati si divertissero a bombardare quegli
animali che non avevano nulla a che fare con quanto stava accadendo nella
Striscia, la cosa importante è che ora erano gli umani a svolgere i compiti di
quegli animali trainando i carretti, in una scena umiliante per tutta
l’umanità”.
> È seduto su un bidoncino di plastica, fuori da una tenda piantata nel fango.
> Sta leggendo. In mezzo alla fame e alla distruzione lui sta leggendo.
Ho affidato la traduzione di questi testi dall’arabo agli strumenti online che
restituiscono l’uso del passato come tempo verbale del racconto. Se questo fosse
anche l’esito di un traduttore umano, colpirebbe in un reportage narrativo la
predilezione dell’autore per il passato, il tempo della consapevolezza, come se
Alghoul vedesse già il proprio testo sotto gli occhi di un lettore futuro. Per
il lettore presente, invece, l’effetto è di partecipare immobile a una realtà
che è finita, un’azione, quella della vita a Gaza, che si è conclusa.
Graham Liddell, il traduttore inglese di Alghoul, sostiene che le storie dello
“scrittore rimasto al nord” resistono alla categorizzazione in generi esistenti:
“Ho deciso di coniare un termine: realismo fratturante – dice Liddell ‒ che
rompe la soglia tra mondi che tendiamo a pensare come separati: tra il momento
presente e l’apocalisse, questa vita e l’aldilà, il naturale e il
soprannaturale, l’individuale e il cosmico. Le storie di Alghoul interrompono
anche la nostra percezione di ciò che è o potrebbe essere reale. Le persone a
Gaza oggi stanno vivendo orrori che davvero mettono a dura prova
l’immaginazione, e per catturare questa incredibilità quotidiana nel suo lavoro,
Yousri costringe i suoi lettori a riconsiderare la realtà”.
Durante la nostra conversazione che avviene nei primi mesi del 2026, Alghoul mi
racconta che per tredici anni è rimasto bloccato a Gaza. “Non sono mai uscito da
Gaza per tredici anni. Non solo per volontà degli israeliani. Anche molti regimi
arabi, soprattutto quello egiziano, si sono rifiutati di concedermi il visto, di
darmi ad esempio il permesso di passare attraverso l’Egitto per raggiungere un
altro Paese. Perché? Perché sono uno scrittore. Sono uno scrittore che ha
scritto sui regimi arabi, sulla primavera araba”. Le uniche vie per uscire da
Gaza sono l’Egitto o Israele. “Sono stato nominato per molti programmi di
residenze e scrittura internazionali. Come l’International Writing Program, per
l’Università dell’Iowa. Ma sono rimasto bloccato a Gaza. Io credo che l’autore
non sia un pesce morto. Sai cosa intendo per un pesce morto? Quello che segue le
onde. Io non seguo i regimi. Non scrivo per lodare i regimi e ricevere premi.
Lotto contro i regimi. Scrivo contro i regimi. Perché gli intellettuali non sono
schiavi dei regimi”. La nostra conversazione avviene in video call mentre
Alghoul si trova nel suo ufficio a Losanna.
“Ora – continua Alghoul ‒ gli israeliani vogliono entrare a Gaza, quindi
evacuano noi intellettuali perché vogliono frustrarci psicologicamente. Quindi
ho lasciato Gaza. Ho lasciato Gaza per la mia famiglia, per proteggerla dal
genocidio. Cosa avrei dovuto fare? Quando sono rimasto da solo nel nord, non
avevo paura che mi potessero assassinare o arrestare, non mi importava. Ma ora
questa è stata la mia decisione: portare la mia famiglia fuori da Gaza”.
Un’amica tedesco-svizzera di Alghoul lo ha supportato per integrarlo
nell’International Institution of Management and Development all’Università di
Losanna con un lavoro come ricercatore associato. Ha un contratto di lavoro di
due anni. Sta concentrando le sue ricerche sulla resistenza dei palestinesi:
“Dobbiamo combattere, anche se siamo qui. Sono una nuova voce in Europa per
supportare la mia comunità e parlare al mondo di ciò che sta accadendo e
scrivere sulla causa palestinese e chiamare alla solidarietà per i bambini, le
donne, gli anziani, gli edifici, gli alberi di Gaza. È molto difficile
ricostruire una comunità e uno Stato senza le persone. Ma penso anche che Gaza
abbia bisogno di messaggeri”.
> “Io credo che l’autore non sia un pesce morto. Sai cosa intendo per un pesce
> morto? Quello che segue le onde”.
Il 16 gennaio 2026 Alghoul scrive “Dallo sfollamento all’evacuazione”:
> Ho atteso la data di evacuazione dall’occupazione, senza provare alcun tipo di
> paura, anche se negli ultimi due anni ero solito spegnere il telefono a Gaza
> per paura di essere assassinato. Dopo la comunicazione, ho capito che
> l’occupazione cerca di svuotare la Striscia di Gaza dell’élite e che la mia
> partenza per loro sarebbe stata un’opportunità per raggiungere l’obiettivo
> finale. E qui mi sono chiesto: tradirei il mio Paese se me ne andassi? E se
> non me ne andassi? Come potrò mai avere un’altra possibilità se mi è vietato
> viaggiare in entrambe le direzioni? Non mi basta aver lottato per più di
> vent’anni? Che dire dei miei figli, che soffrono a causa del trasporto di
> carichi pesanti e i cui corpi sono indeboliti? Che dire di mia moglie incinta,
> che prepara il cibo con la plastica cancerogena? E che dire di me? Non ho
> bisogno di andare nel mondo e partecipare alle fiere del libro arabe e
> internazionali come tutti gli altri, e di liberarmi dal complesso di Gaza che
> mi ha assediato e pagare il prezzo della mia scrittura? Non posso essere un
> ambasciatore di questa città? La lotta riguarda la morte gratuita? La lotta è
> solo all’interno di Gaza?
>
>
>
> Sono andato a Ginevra con la mia famiglia, lasciandomi alle spalle mio padre
> con una gamba amputata, mio fratello con una lesione al midollo spinale, mia
> sorella che ha perso suo figlio martire. Forse potrei essere un ambasciatore
> per la mia città, che attende ovunque le nostre prese di posizione.
L'articolo Il realismo fratturante di Yousri Alghoul, scrittore palestinese
proviene da Il Tascabile.
“H i, how are you?”.
Non so cosa l’abbia portato a scrivermi. Quando gli rispondo non so nulla di
lui.
Per mesi l’algoritmo di Instagram ha continuato a suggerirmi i profili di
giornalisti gazawi, quelli che negli ultimi due anni hanno lavorato sotto le
bombe. Il peso emotivo della loro duplicità è enorme: il loro mestiere li
costringeva a stare nello stesso tempo dentro e fuori dalla guerra. Uscivano a
scattare e a intervistare, spostandosi a piedi per ore e ore per raccontare una
storia, perché la benzina non c’era o costava troppo. Ma quando tornavano a casa
e si liberavano del giubbotto antiproiettile non trovavano un posto sicuro. I
bombardamenti e le sirene non erano meno lontani, bucavano le orecchie come di
giorno, come quando si lavorava sul campo. Molti di loro hanno raccontato su
Instagram e su Al Jazeera i loro stessi spostamenti forzati. Da Sud a Nord, e
poi di nuovo da Nord a Sud, e poi chissà dove. I loro figli, gli oggetti
lasciati a casa e quelli caricati nel retro di una macchina, la fame. Diventare
target dei proiettili israeliani. La loro stessa vita quotidiana, nella sua
concretezza, è diventata materiale giornalistico prezioso, in una lingua di
terra blindata da tutti i lati, il cui accesso è interdetto da due anni a
qualsiasi giornalista internazionale.
Il suo profilo di Instagram mi sembra simile a quello di tanti giornalisti che
ho incrociato durante questa guerra. “I’m fine”, gli rispondo. “Are you a
journalist?” Mi dice che no, non è un giornalista. È uno studente. “Do you live
in Gaza?”, gli chiedo ancora. “Yes, I am in Gaza”. Si chiama Malik, ha 17 anni.
Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve essere impossibile vivere
sotto assedio giorno dopo giorno, impossibile, in quelle condizioni, restare
lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente sotto il proprio sguardo.
Stava cercando un varco, voleva intercettare qualcuno che vive fuori per
stemperare il peso dell’angoscia. Da quel giorno è un amico di penna.
Malik Abu Raida fa parte della generazione più giovane dei gazawi, quella
sottoposta dalla nascita al blocco israeliano cominciato nel 2007. È originario
di Bani Suheila, un’area nella regione di Khan Younis, nel sud della Striscia.
La scuola è tra le prime cose che mi racconta. Il 7 ottobre 2023 aveva 15 anni.
Gli piaceva studiare. Anche la sua scuola, come la sua casa, è stata rasa al
suolo. Ne vedo le macerie nel reel che ha pubblicato mesi fa sul suo profilo. Lo
scorso dicembre l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione immediata di
Bani Suheila. Nell’ultimo anno lui e la sua famiglia sono stati costretti più
volte a prendere tutte le loro cose e a cercare un posto nuovo dove stare. Da
est a ovest, dalla casa di famiglia a quella della nonna, semidistrutta dai raid
israeliani. Da Rafah ad Al-Mawasi.
Il “displacement”, lo sradicamento dalla propria terra per volere dell’esercito
israeliano, è un trauma antico. I due terzi della popolazione di Gaza sono figli
e nipoti di famiglie evacuate dalla Palestina storica durante la Nakba, l’esodo
forzato della popolazione araba palestinese alla nascita dello Stato di Israele.
I nonni di Malik sono originari di Jaffa, nella Palestina storica. Jaffa era una
città importante per il popolo palestinese, è menzionata nella Bibbia e nella
mitologia greca. Per i palestinesi più anziani è un punto di riferimento nella
geografia fisica e in quella affettiva.
> Si chiama Malik, ha 17 anni. Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve
> essere impossibile vivere sotto assedio giorno dopo giorno. Impossibile, in
> quelle condizioni, restare lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente
> sotto il proprio sguardo.
Poi ci fu il 1948. Jaffa fu assorbita in quella che oggi è Tel Aviv, e i
palestinesi rimasti subirono una damnatio memoriae: cancellata la loro identità,
violata la loro storia, riscritta la loro geografia. Degli oltre 120.000
palestinesi di Jaffa, soltanto 3.900 sopravvissero alla pulizia etnica di
Israele. Vennero confinati nel quartiere Ajami, nella parte meridionale della
città, ed esclusi da qualunque processo decisionale. Prigionieri nella loro
stessa terra d’origine. Per gli altri fu la diaspora: in Giordania, in Libano,
in Siria, nella Striscia di Gaza, nei campi profughi.
Ho chiesto a Malik di raccontarmi questa storia. Si è preso del tempo e mi ha
lasciato un lungo messaggio pieno di dettagli, riportandomi i racconti del
bisnonno e le proprie considerazioni su quello che è accaduto dopo la Nakba,
dopo “la catastrofe”. Ibrahim, il nonno di sua madre, aveva 25 anni quando i
primi ebrei arrivarono nell’area di Jaffa. Allora i palestinesi lavoravano nelle
coltivazioni di arance succosissime e la vita era semplice e meravigliosa. Ben
presto i nuovi arrivati cominciarono a organizzarsi in gruppi violenti e a
depredare, invadere città e villaggi, prendere possesso delle terre con l’uso
della forza. I pionieri sionisti tentarono da subito di espandere il proprio
territorio costruendo insediamenti aldilà dei confini proposti per lo Stato di
Israele, con l’obiettivo di rivendicare tutta la Palestina per sé. I nativi
palestinesi non avevano armamenti in grado di competere con la forza degli
israeliani e non poterono fare altro che soccombere. Ma il diritto a ritornare è
un sentimento di tutto coloro che hanno dovuto lasciare la propria casa, anche
ora che, con il genocidio, lo sradicamento è diventato duplice o triplice.
Dopo avergli raccontato questa storia, Ibrahim ha messo tra le mani del nipote
la chiave della casa di Jaffa, lasciata per sempre durante la Nakba. La chiave
di casa è il simbolo di quel diritto al ritorno che non può essere messo in
discussione neanche dalla più atroce forma di violenza. Malik mi ha scritto:
“Dobbiamo dirci chiaramente che lo Stato di Israele è nato sul sangue di bambini
e donne e sul massacro di persone innocenti”. Le sue parole sono piene di
rabbia, una rabbia fiera, consapevole. Gliela faccio notare, e lui mi chiede
cosa penso di quella rabbia. Penso che sia il suo modo di sfidare un presente
che lo vorrebbe incatenato e passivo. Che sia ciò che restituisce dignità a un
ragazzo in tempo di guerra, il modo in cui lo slancio vitale si conserva e
continua a sollevare la polvere.
Molti palestinesi esiliati nel 1948 ricordano la grande menzogna che la Nakba ha
lasciato dietro di sé: la promessa che in pochi giorni sarebbero tornati nella
loro terra non fu mai mantenuta, e non può esserlo ora più che mai. Quando Malik
mi ha raccontato questa storia, mi ha scritto “stiamo ancora aspettando di
tornare”. Ho pensato alla potenza di quel noi. Una storia così importante non
può restare dentro i confini della pelle di chi l’ha subita, esonda nei corpi di
figli e nipoti, trabocca fuori dall’individuo e diventa identità collettiva, un
calco nell’anima di un popolo in grado di trapassare le generazioni, come la
chiave di quella casa che non c’è più.
> Il diritto a ritornare è un sentimento di tutti coloro che hanno dovuto
> lasciare la propria casa, anche ora che, con il genocidio, lo sradicamento è
> diventato duplice o triplice.
E ora accade di nuovo. Quando Malik e la sua famiglia hanno lasciato Bani
Suheila, non sapevano se sarebbero tornati a casa, né quando questo sarebbe
accaduto. Hanno raccolto le cose essenziali e hanno lasciato il villaggio.
“Quando ce ne siamo andati io mi sentivo morire in ogni istante”. Da nove mesi
vivono in una tenda ad Al-Mawasi e aspettano. L’attesa è la cifra della loro
esistenza. Il pensiero del ritorno a casa affiora anche adesso che quella casa è
un cumulo di macerie. Si spera di tornare perché lì ci sono radici e legami,
perché la terra che ci vede nascere non può essere sostituita da nessun altro
rifugio, soprattutto se costruito nella precarietà, sotto costrizione, tra le
bombe. Se la vita è ridotta all’attesa in una tenda fragile e nessuna routine è
più praticabile, anche il pensiero è esule e non trova riposo. “Penso tanto e mi
sento sopraffatto”, mi ha scritto. “Non riesco più a concentrarmi”.
Conversazione dopo conversazione, sono entrata nella quotidianità ristretta
dall’occupazione. Nell’area umanitaria di Al-Mawasi, le mattine di Malik sono
dedicate allo studio: lascia la tenda troppo rumorosa, si siede in uno dei tanti
“cafe” che punteggiano la costa e segue le lezioni online tenute da insegnanti
di Gaza e della Cisgiordania. Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono
programmi scolastici strutturati e ognuno ha trovato il proprio modo per
continuare a studiare. Da pochi giorni è stato ammesso nella scuola in presenza,
nata vicino alla tendopoli in cui vive. C’era tanta gioia in questa notizia. Ha
aspettato nove mesi prima di riuscire a entrare in quella lista di studenti,
perché i ragazzi sono troppi e queste scuole di fortuna nate durante il
genocidio troppo poche. Deve essere stato doloroso, per un ragazzo studioso come
lui, rinunciare alla scuola e imparare a studiare da solo, come in un lockdown
più crudele e imprevedibile.
Ha imparato a fare i conti con la mancanza e la rinuncia forzata. Quando leggo
le sue considerazioni, mi chiedo come faccia a conservare la lucidità nonostante
ciò che ha dovuto vedere. Studia, procura il cibo per la famiglia, parla con le
persone, pianifica il suo futuro. Si è fatto portavoce di Gaza per giornalisti
internazionali che gli hanno chiesto delle interviste. Lo ha fatto con
gentilezza, ma anche con quella rabbia quieta e lucida. Una rabbia che non fa
sconti e mette al muro anche me.
Mi ha raccontato della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione con
sede nel Delaware, sostenuta da Stati Uniti e Israele, che lo scorso maggio ha
criminalmente monopolizzato la distribuzione di cibo nella Striscia, sopprimendo
tutte le altre associazioni umanitarie (circa 200) con l’obiettivo di gestire a
proprio modo la faccenda degli aiuti, per centellinare le calorie ammesse nella
Striscia e proseguire il programma di affamamento della popolazione di Gaza. Le
attività della fondazione sono partite con uno scopo programmatico chiaro:
soddisfare il bisogno di cibo a Gaza. Ma per tutti i mesi in cui
l’organizzazione ha operato sono rimaste molte opacità: non sono mai state
chiarite le fonti di finanziamento, né perché abbia impiegato dei contractor
americani armati per delle attività di natura ufficialmente umanitaria.
Il meccanismo di distribuzione degli aiuti, inoltre, è avvenuto con l’uccisione
sistematica dei palestinesi che si dirigevano verso gli hub della fondazione:
per tutto il periodo in cui la GHF ha operato, dallo scorso 27 maggio, i soldati
israeliani hanno sparato in maniera indiscriminata sui civili accalcati, con
l’obiettivo dichiarato di disperdere la folla che cresceva quando i siti di
distribuzione venivano aperti. Secondo fonti palestinesi, tra il 27 maggio e il
20 giugno attorno ai siti della GHF sono stati contati circa trecento morti. La
Striscia di Gaza ha un’area complessiva di circa 400 chilometri quadrati. Su
questo territorio, prima dell’arrivo della GHF erano distribuiti circa 400 siti
di aiuti umanitari adesso chiusi. Con l’inizio delle attività della GHF, i siti
di distribuzione si sono ridotti a quattro, tutti controllati dai militari, e
nessuno dei quali nel nord della Striscia: questo ha precluso l’accesso al cibo
a una porzione non indifferente della popolazione che è morta di fame o si è
ammalata per denutrizione.
> Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono programmi scolastici strutturati e
> ognuno ha trovato il proprio modo per continuare a studiare.
Uno dei quattro siti della GHF è nei pressi di Al-Mawasi. Malik ci è andato più
volte, spinto dalla fame della sua famiglia. È il più grande dei fratelli e
sente un forte senso di responsabilità verso di loro. In questi casi ha
trascorso la notte in spiaggia per poter raggiungere il sito il prima possibile
il giorno dopo, prima del levare del sole. La regola delle grandi distribuzioni
della GHF è “first come first served”, perciò occorre arrivare il prima
possibile, anche rinunciare a dormire per l’intera notte se necessario. “La
prima volta che ci sono andato non avevo idea di cosa mi aspettava ed è stato
tragico”, mi ha raccontato. Mi manda i video che ha fatto. “Quando sono
arrivato, ho visto che continuavano a sparare. Hanno sparato alla testa della
persona che mi stava accanto”. Conosco tutto questo attraverso l’informazione
italiana, ma quando il suo racconto arriva, dal corpo di un sopravvissuto a quel
laboratorio di massacri, mi trova impreparata.
Per un tragico effetto domino, la fame e l’insufficienza degli aiuti hanno
generato altre dinamiche nella Striscia. Ad esempio il mercato di cibo illegale.
C’è chi riesce a fare scorta di cibo dalla GHF e rivende quanto ottenuto a
prezzi altissimi. Dal momento che non ci sono banche aperte, anche il prelievo
di denaro da conto bancario avviene tramite intermediari che impongono
commissioni altissime. Nel periodo peggiore, durante la carestia dello scorso
inverno, Malik ha visto le commissioni arrivare al 53%.
Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una
domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Gli
chiedo di dirmi uno dei suoi più grandi sogni. Mi risponde senza esitazione. “La
fine della guerra, lasciare Gaza”. Probabilmente avrebbe amato vivere per tutta
la vita a Khan Younis, a pochi passi dal mare. Mi chiede quanto tempo passerà
prima di riabituarsi alla vita dopo questa lunga apnea di annullamento. Se
lasciasse Gaza si porterebbe dietro il peso della doppia assenza, l’inevitabile
marchio del rifugiato, che lo renderebbe estraneo alla propria terra di origine
una volta partito, e che lo renderebbe estraneo al Paese di arrivo perché nulla
sarà mai come Gaza, né come gli anni dell’infanzia trascorsi a Bani Suheila, tra
la scuola, la strada e la moschea, quando il pensiero della morte non aveva un
odore conosciuto.
È difficile immaginare un “dopo” anche se questo “dopo” avvenisse dentro una
lingua di terra annientata. Lo scorso agosto l’Organizzazione delle Nazioni
Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha condotto una valutazione
analizzando delle immagini satellitari della Striscia di Gaza. Già allora, il
98,5% dei terreni coltivabili era danneggiato o inaccessibile. Dopo il cessate
il fuoco, è stato stimato che circa l’80% dei palazzi di Gaza sono danneggiati o
distrutti, e che il 90% delle strade sono inaccessibili o non ci sono più. Malik
sa bene che oltre l’area umanitaria di Al-Mawasi ci sono chilometri e chilometri
di macerie: 40 milioni di tonnellate, secondo le stime di UNOSAT (United Nations
Satellite Centre). E che il ritorno alla vita sarà difficile e doloroso. “Sarò
una persona diversa,” mi scrive alla fine. “Cercherò di abituarmi di nuovo alla
vita, voglio scoprire le mie capacità, voglio imparare meglio l’inglese, voglio
costruire una nuova routine” ‒ bisogni fondamentali che per mesi ha dovuto
dimenticare. “E voglio ricordare al mondo il sacrificio della popolazione di
Gaza e denunciare i crimini di Israele. Lascerò ovunque il mio segno di
palestinese sopravvissuto al genocidio”.
> Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una
> domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Mi
> ha chiesto: cosa pensi del 7 ottobre?
Le categorie mobilitate dall’Occidente per descrivere i palestinesi prima che
tutto cominciasse, ma soprattutto dopo, hanno disumanizzato un popolo e lo hanno
reso invisibile, assecondando il progetto coloniale di Israele. La questione
palestinese viene trattata come lo scomodo collaterale di un conflitto storico
in cui loro, comunque vada, non hanno mai voce. Da quando un filo invisibile mi
lega a Malik, passo tante ore ad ascoltarlo. “Il mondo osserva in silenzio ciò
che sta accadendo oggi,” mi ha scritto “ritardando qualsiasi vera soluzione o la
creazione di uno Stato palestinese. Ma quanto accaduto a Gaza il 7 ottobre, e
tutto quello che c’è stato dopo, è il risultato del silenzio del mondo e della
sua negligenza nei confronti della causa palestinese”. La sua voce è la voce di
un popolo che non ha paura di raccontarsi le proprie sofferenze, che ha
interiorizzato l’attesa: di un futuro, di un riconoscimento, di una rinascita.
Poco prima del cessate il fuoco abbiamo discusso della resistenza palestinese.
Non gli ho scritto subito le mie considerazioni. Allora, dopo qualche giorno, è
ritornato sull’argomento. Ha scritto “Adesso però voglio una risposta” e mi ha
chiesto: “Cosa pensi del 7 ottobre?”. Tutto ciò che conosco su Hamas e sul
conflitto israelo-palestinese l’ho studiato dalla storiografia occidentale. Gli
dico che la versione ufficiale di questa storia, quella diffusa in Occidente, è
profondamente coloniale, che nelle scuole italiane si parla di rado di
occupazione e di suprematismo sionista. Gli dico che l’Europa, incapace di
elaborare la colpa originaria della Shoah, sta continuando a sostenere uno Stato
genocida, coprendo i propri rimossi con la forza politica di cui gode. Gli
scrivo tutto questo, ma in realtà sto cercando di prendere tempo. Mi chiede:
“Bene, e cosa ti hanno insegnato i colonialisti?”. Mi fa il verso, risponde
piccato alle mie premesse autoassolutorie. Tra le righe ingessate e telegrafiche
dei messaggi WhatsApp, avverto la sua urgenza di capire come la penso.
Percepisco, oltre ogni morale e ogni retorica, la vitalità senza condizioni di
un ragazzo sotto assedio, che non ha potuto scegliere un’esistenza disimpegnata
perché anche la terra dove ha imparato a camminare non è mai stata gratuita né
scontata.
Il giorno della firma dei primi accordi tra Israele e Hamas, il 9 ottobre 2025,
i gazawi erano in festa. Il mio feed di Instagram si è riempito di video della
loro esultanza: dopo 730 giorni, sono i primi reel rincuoranti dei giornalisti
di Gaza rimasti in vita. Malik era gioioso: poteva tornare alla vita, poteva
lasciare l’area umanitaria per alcune ore, poteva spostarsi liberamente nella
Striscia. Appena le truppe israeliane hanno lasciato l’area di Khan Younis,
Malik è tornato a casa. Voleva vedere cosa è cambiato in questi mesi. Era
impaziente e terrorizzato all’idea di non trovare la casa della nonna, che era
ancora parzialmente salva il giorno in cui si erano trasferiti ad Al-Mawasi. È
partito da solo, ha dormito vicino al mare e la mattina successiva è arrivato.
La casa della nonna era distrutta. Mi ha mandato un video: un lungo slalom tra i
ruderi. In quei cumuli di pareti macerate, muri portanti bucati, funi di acciaio
a vista, emergevano gli spazi di una casa, i luoghi di un’intimità violata: un
frigo, una credenza di legno, lo schienale blu di un divano polveroso. Secondo
Malik quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di
Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora
innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non hanno
più forze per pensare che all’essenziale: le protesi per i bambini amputati, la
ricostruzione di intere città ‒ e con quali soldi, poi?
Inoltre, per il momento questa tregua non sembra aver posto fine all’assedio. Le
forze armate israeliane continuano a controllare larghe porzioni della Striscia.
In alcune giornate, nonostante gli accordi in lavorazione tra Israele e Hamas,
hanno bombardato. Malik e i suoi hanno sentito quelle bombe da Al-Mawasi, ed è
tornata quell’angoscia che per due anni è stata così familiare. È tornato il
terrore che la storia possa ripetersi: lo scorso gennaio un cessate il fuoco era
stato già dichiarato, ma dopo poche settimane era sfumato. Se una qualche “pace”
proseguirà, il progetto di Malik è di trovare soldi per la ricostruzione, in un
modo o nell’altro. Vuole restituire una casa ai suoi prima di lasciare la
Striscia e continuare gli studi lontano da questo inferno. Mi dice che fin
quando i firmatari degli accordi di pace non saranno palestinesi interessati
davvero alla popolazione di Gaza, l’occupazione non cesserà. E porterà, presto o
tardi, a nuova sofferenza.
> Quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di
> Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora
> innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non
> hanno più forze per pensare che all’essenziale.
La mancanza di casa che era di Ibrahim, il bisnonno, adesso la sente lui, figlio
di un duplice esilio. Quella mancanza è parte della memoria storica di un popolo
che ha organizzato gran parte della propria identità sul dolore della perdita.
In queste settimane gli ho scritto più volte “sentiti libero di fermarmi se le
mie domande sono inopportune”. L’ultima volta che l’ho fatto, mi ha chiesto
perché mai dire la verità dovrebbe essere inopportuno. “Perché la verità è
dolorosa”, gli dico, e lui mi risponde: “Ma il dolore è ciò che ci rende vivi. È
il motivo per cui resistiamo”.
L'articolo Voci da Gaza proviene da Il Tascabile.
L’ ultima opera di Jean-Luc Godard, Adieu au langage (2014), chiude un discorso
che il cineasta ha condotto nell’arco di tutta la sua filmografia. L’opera si
articola a partire dal pretesto di un melodramma amoroso inconsistente,
attorniato dalla Storia e dalla contemporaneità, che premono all’unisono per
insidiare i pensieri dei protagonisti, alle prese con la svilente contingenza
del vivere quotidiano. Le riflessioni enunciate con indisciplina dai due
personaggi, incapaci di comunicare, coincidono con quelle del regista. Così,
senza alcuna ragione apparente, Josette (Héloise Godet) si rivolge a Gédéon
(Kamel Abdelli) e racconta: “Quando un bambino, entrando nella camera a gas, ha
chiesto alla madre perché, l’SS ha risposto: kein warum”. Nessun perché. La
violenza assoluta non ha ragione alcuna.
Nel dopoguerra, la denuncia di quanto accaduto nei campi di sterminio nazista
lasciò attonita un’intera generazione di intellettuali e artisti, chiamati a
interrogarsi sulle rappresentazioni possibili dell’indicibile e
dell’insensatezza. Al contrario, in merito a quanto sta accadendo in Palestina,
si producono incredibili quantità di contenuti testuali e visivi, nella forma di
articoli di giornale, caption dei post sui social media, reel e caroselli,
immagini con disclaimer ed edulcorati servizi televisivi. Nessun utente al mondo
ha davvero il tempo per poter fruire di tutte le informazioni condivise, né per
poterne verificare l’esattezza o le intenzioni. Si tratta di una valanga di
materiali e risorse travolgente e al contempo inefficace.
Una tale vanità dipende dal fatto che non esistono parole per nominare le
atrocità di un genocidio come quello in corso da quasi due anni, specialmente se
finanziato e normato da potenze che si appellano ai valori democratici dello
Stato di diritto. Non è stato possibile sviluppare alcun tipo di dispositivo
linguistico per dare un senso all’insensatezza, alla vertigine dinanzi
all’abisso nichilista nel quale sprofonda la coscienza, ogni volta che le parole
e le convenzioni, i patti e la giurisprudenza vengono svuotati di senso. Se
tutto è opinabile, senza alcun fondamento teoretico, e nemmeno le immagini che
catturano la realtà possono essere considerate veritiere, se gli accordi
internazionali non sono rispettati dalle stesse istituzioni che le hanno
redatte, allora il linguaggio non ha più alcuno scopo, né senso di esistere.
> Non è stato possibile sviluppare alcun tipo di dispositivo linguistico per
> dare un senso all’insensatezza, alla vertigine dinanzi all’abisso nichilista
> nel quale sprofonda la coscienza, ogni volta che le parole e le convenzioni, i
> patti e la giurisprudenza vengono svuotati di senso.
Nel quadro teorico di Michel Foucault, il linguaggio è uno dei dispositivi che
rientra nelle tecnologie del sé attraverso le quali individui e collettività
possono esercitare la libertà di autodeterminarsi e trasformarsi, al di fuori
delle dinamiche egemoniche. Partendo dall’assunto secondo cui le tecnologie del
sé sono sempre ostacolate dalle tecnologie del potere, è possibile osservare
come, a partire dall’inizio del nuovo millennio, l’oppressione imposta alla
libera autodeterminazione dei popoli e delle soggettività sia da ricondurre agli
interessi degli oligarchi ultramiliardari dell’industria digitale, correlati ai
profitti dell’industria bellica. L’influenza di quest’ultima, nella sua forma
più apertamente oscena, si manifesta nelle politiche per il riarmo dei Paesi
occidentali, finanziato con denaro pubblico. Perciò, dal momento in cui le
tecnologie del sé sono state sistematicamente impoverite e capitalizzate dalle
tecnologie del potere, si potrebbe dire che la profezia di Herbert Marcuse si
sia del tutto avverata: i soggetti del sistema capitalista, identificandosi come
individui senza società, sono invero schiacciati da quella stessa società a una
sola dimensione, privati del pensiero critico e incapaci di esprimersi
liberamente.
L’indottrinamento di massa opprime il pensiero, il logos, fino a indurlo
all’“universo totalitario della razionalità tecnologica”, nella quale il
dislivello fra il linguaggio come tecnologie del sé e gli altri dispositivi del
potere rende la parola antiquata, inadeguata e sempre in ritardo rispetto a ciò
che la corrompe. Così, la civiltà occidentale ha perso la capacità di nominare
ciò che produce, di dare un senso alle conseguenze delle proprie azioni.
L’iperconnessione tecnologica della contemporaneità ha definitivamente privato
gli individui delle capacità di attribuire significato alle parole che
utilizzano o, per meglio dire, dalle quali si fanno utilizzare. Di conseguenza,
oggi il linguaggio è composto da unità che designano immagini senza fornire
concetti, appiattendo la parola solamente a un misero cliché unidimensionale.
La crisi del linguaggio è un tema degli anni Venti del nuovo millennio, ma è
soprattutto una delle questioni novecentesche per antonomasia. Il secolo breve è
stato attraversato dall’ultimo colpo di coda del pensiero positivista e
puntellato da catastrofi come l’insediarsi dei totalitarismi, la pianificazione
dell’olocausto e le persecuzioni nazifasciste ai danni di qualsiasi soggetto non
fosse conforme al pensiero unico. A partire dal linguaggio, tutti gli irrisolti
del Novecento si ripropongono nell’epoca attuale in una forma esasperata. Se
dalle ceneri della Seconda guerra mondiale sono sorte le parole che compongono
la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e solo settantasette anni dopo
il mondo è nelle mani dei neofascisti; se le sorti della civiltà umana dipendono
dalla volontà di Trump e Netanyahu, di al-Sisi ed Erdoǧan, di Orbán e Putin, di
Bolsonaro e Milei, allora i diritti universali sono solo cliché. Lo sono anche
le parole degli intellettuali che tentano di tenere insieme i valori
democratici, rinnegandoli. Sulla maggior parte dei quotidiani occidentali, si
sostituisce il termine resistenza con terrorismo e si rinnega la legittimazione
politica di Hamas, eletto da un popolo senza Stato e senza costituzione, poiché
occupato. Al contempo, l’informazione mainstream non fatica a riconoscere come
democratico l’esito che ha portato Netanyahu a essere presidente dell’entità
colonialista israeliana dal 1996 al 1999, dal 2009 al 2021 e dal 29 dicembre
2022 a oggi.
> L’iperconnessione tecnologica della contemporaneità ha definitivamente privato
> gli individui delle capacità di attribuire significato alle parole che
> utilizzano: oggi il linguaggio è composto da unità che designano immagini
> senza fornire concetti.
Parrebbe che una lunga tradizione stia conducendo l’umanità alla fine della
Storia, al collasso della civiltà, senza troppi intoppi. La crisi del pensiero
occidentale è imbrigliata in un vortice che lo costringe in un presente
continuo, senza memoria né futuro. Sono ancora terribilmente attuali l’inerzia
davanti all’orrore, lo smascheramento del logos come dispositivo e la messa in
discussione dei valori fondanti della civiltà egemonica e colonizzatrice, che ha
permeato il mondo intero. Pertanto, un’opera come Persona (1966), una delle più
note di Ingmar Bergman, soprattutto se esaminata attraverso l’analisi critica di
Susan Sontag, può essere considerata estremamente contemporanea.
In uno dei capitoli centrali della raccolta di saggi intitolata Stili di volontà
radicale (1969), Sontag si dedica al film del cineasta svedese a partire da
alcune falle argomentative, mosse dalla critica culturale dell’epoca, per poi
concentrarsi sulle questioni esistenziali e metafisiche che rendono Persona
un’opera sempiterna, ma anche un esempio canonico di cinema moderno. Lo fa
sottolineando come sia del tutto inutile, per non dire svilente, ridurre un
lavoro del genere a un dramma psicologico da camera, o peggio a un tentativo di
estetizzare la natura cannibalica dell’artista rispetto alla realtà, intesa come
materia prima di cui nutrirsi per creare o performare. La sinossi del film,
nella sua versione più essenziale, è la storia di Elisabeth (Liv Ullmann), una
famosa attrice di teatro, e della sua infermiera Alma (Bibi Andersson),
incaricata di prendersi cura della paziente e di stimolarla a riprendere l’uso
della parola, alla quale ha deliberatamente rinunciato. La psichiatra si è fatta
convinta di aver compreso il caso di Elisabeth. Esclude disturbi mentali o danni
neurali e sostiene che la sua paziente voglia smettere di parlare perché non
intende più recitare né sul palcoscenico, né al di fuori. Non vuole più mentire
e per farlo, escludendo il suicidio, non le resta che rifugiarsi nel mutismo.
Così come Bergman trascende sul legame passionale o sessuale fra le due
protagoniste, allo stesso modo agisce rispetto al piano dell’etica, della
psicologia e della narrazione lineare, perché, seguendo l’analisi critica di
Sontag, il cineasta “può fare molto di più che limitarsi a raccontare una
storia”. Il suo obiettivo è quello di coinvolgere il pubblico in modo più
diretto su altre questioni. La de-drammatizzazione, come modalità narrativa,
prevede che il significato di un film non sia determinato dalla trama. La
filosofa e intellettuale femminista contrappone concettualmente l’andamento
progressivo e lineare della narrazione, tipica dei film hollywoodiani, a quello
composto da “continui rimandi retrospettivi o incrociati”, che invitano a
“un’esperienza ripetuta, alla visione multipla”, esigendo che “lo spettatore o
il lettore ideale si collochi simultaneamente in punti diversi della
narrazione”; un espediente che “ovvia alla necessità di stabilire uno schema
cronologico convenzionale”.
In Persona, il nodo concettuale è quello delle variazioni sul tema del
raddoppiamento, “quali la duplicazione, l’inversione, lo scambio reciproco,
l’unità e la scissione, la ripetizione”, che impedisce di interpretare l’azione
dei personaggi in modo univoco. I livelli di lettura si articolano, da un lato,
in una dimensione più superficiale, incentrata sul duello identitario;
dall’altro, in una chiave più astratta, che mette in scena il conflitto tra
componenti mitiche di un medesimo Io, lacerato tra corruzione e ingenuità.
Ancora, il tema del raddoppiamento è soprattutto un’idea di forma, più che di
sostanza, poiché il raddoppiamento si manifesta anche in senso
metacinematografico, cioè metalinguistico. Al duello fra identità, Sontag
preferisce concentrarsi sull’ambiguità insita nel linguaggio, costituito, nella
sua ultima essenza, da significato e significante. L’elemento autoriflessivo non
è sovrapposto all’azione drammatica, ma corrisponde al livello di lettura
privilegiato dall’autore, dedicato alla forma e al tema del raddoppiamento.
> Sono ancora terribilmente attuali l’inerzia davanti all’orrore, lo
> smascheramento del logos come dispositivo e la messa in discussione dei valori
> fondanti della civiltà egemonica e colonizzatrice, che ha permeato il mondo
> intero.
Nella seconda parte di Stili di volontà radicale, ci si può soffermare sulle
descrizioni di alcune sequenze che manifestano episodi di autoriflessione
metacinematografica, collocati sia all’inizio, sia alla fine del film,
componendo una cornice. Si menziona anche il monologo ripetuto due volte da Alma
sulla maternità di Elisabeth, dove i loro volti in primo piano si alternano come
unici protagonisti dell’inquadratura, fino a spartirla per metà, confondendosi.
Il mezzo cinematografico non si nasconde, ma divelta lo schermo; sfida la
sospensione dell’incredulità esercitata dallo spettatore e lo disillude per
condurlo a riflettere. Sontag inquadra la scena culturale internazionale nella
quale scrisse il saggio dedicato a Persona, citando una frase estrapolata dalla
nota lettera di Pier Paolo Pasolini a Marco Bellocchio, nella quale osserva come
nel cinema moderno “si sente continuamente la presenza della macchina da presa”.
In realtà, Pasolini si riferiva non tanto a Bergman quanto a Godard rispetto
all’individuazione della nascita del cinema di poesia. Nella lettera, riconduce
il cinema delle origini a questa categoria “a causa soprattutto, probabilmente,
delle restrizioni prosodiche del muto”. Nel ripercorrere la storia del cinema,
prosegue fino a rintracciare la perdita di lirismo nelle ragioni commerciali,
che ha condizionato la settima arte a esprimersi in prosa, in uno stile che
predilige il dramma alla forma e la narrazione al linguaggio. Al contrario, nel
cinema di poesia, traspare ogni elemento teorico o materico che compone il mezzo
cinematografico, sovrapponendosi alla diegesi. Senza cadere in congetture
elitarie, Pasolini non pone gerarchicamente un linguaggio al di sopra dell’altro
e per di più sostiene che “si sono avuti dei capolavori di prosa – veri e propri
romanzi – mettiamo da Ford a Bergman.”
Rispetto a quello pasoliniano, il punto di vista di Sontag è differente: in
Persona, il lirismo è dato dal movimento di flessione metalinguistico, da una
cura della forma, che svela la mano dell’autore e trascura la trama. Lo dimostra
con l’analisi del monologo di Alma, a seguito del quale i volti delle due
protagoniste convergono, accennando a come Bergman, in senso brechtiano, alteri
il ruolo dello spettatore. Se si manifesta la presenza della macchina da presa,
allora ciò che si filma perde lo statuto di realtà documentata: il mezzo non
appare più neutrale, assume il ruolo di strumento attraverso cui la realtà è
manipolata per essere immortalata e resa visibile. Nel cinema moderno, la
differenza fra le produzioni hollywoodiane del dopoguerra e i film d’autore,
secondo Sontag, deriva da un atteggiamento stilistico: “quello che i cineasti
contemporanei mostrano sempre più spesso è il processo stesso della visione,
fornendo ragioni o prove dell’esistenza di modi diversi di vedere la stessa
cosa, che lo spettatore può sperimentare simultaneamente o sequenzialmente”. In
Persona, i momenti dialettici della riflessione metacinematografica conducono a
un’autofagocitazione del film stesso, in linea con “l’iper-raffinata
autocoscienza dell’arte contemporanea, che condurrebbe a una sorta di
autocannibalismo”, ma anche a una “liberazione di nuove energie di pensiero e di
sensibilità”. La lettura proposta diverge da quella di Pasolini non solamente
rispetto al mutamento di relazione fra autore, linguaggio cinematografico e
spettatore. Secondo l’autrice, Bergman supera Bertolt Brecht e aggiunge un altro
elemento allo shock dello svelamento, mostrando non solo la presenza della
macchina da presa, ma anche l’impossibilità di catturare e restituire una realtà
uniforme e oggettiva. L’autore di Il settimo sigillo (1957), Il posto delle
fragole (1957) e Sussurri e grida (1972) sposta l’attenzione su ciò che della
realtà non si può raccontare.
In Stili di volontà radicale, Sontag introduce il concetto di principio di
intensità per il quale nei film di Bergman “i personaggi che percepiscono
qualcosa intensamente finiscono per consumare, per esaudire, ciò che sanno e
sono costretti a passare ad altro” perché “ogni conoscenza profonda e indefessa
si rivela prima o poi deleteria”. Malgrado ogni epoca storica ne abbia prodotte
di svariate, incongrue fra loro e spesso anacronistiche, l’umanità non può
ambire ad alcuna verità assoluta. E sebbene ogni individuo della specie umana
debba necessariamente ricondurre le proprie esperienze, il proprio vissuto, a
una singola unità soggettiva, nessuno può rientrare in un’unica definizione
identitaria, poiché nemmeno l’identità personale è assoluta o immutabile, ma
sempre composita, ambigua e volubile. Riflettere sull’artificio
dell’individualità conduce a una vertigine “in cui sprofonda la coscienza”
minando il coesistere in società: “Se per conservare l’identità personale
occorre salvaguardare l’integrità della maschera, e se la verità su una persona
comporta sempre il suo smascheramento, l’incrinatura della maschera, la verità
sulla vita nel suo complesso, comportano lo sgretolamento dell’intera facciata,
dietro cui si cela una crudeltà assoluta”.
> Secondo Sontag, Bergman supera Bertolt Brecht e aggiunge un altro elemento
> allo shock dello svelamento, mostrando non solo la presenza della macchina da
> presa, ma anche l’impossibilità di catturare e restituire una realtà uniforme
> e oggettiva.
L’esistenza tiene in serbo un destino ineludibile e con esso quello che Sontag,
rispetto al tema centrale di Bergman in Persona, definisce come “violenza dello
spirito”, evidente nella sequenza iniziale del film. La cornice d’apertura
metalinguistica è composta dal susseguirsi di una carrellata di immagini rapide,
sia conturbanti che perturbanti: si alterna la visione di un chiodo conficcato a
colpi di martello sul palmo di una mano a quella di un pene in erezione, il
sacrificio di un monaco buddista nel Vietnam del Sud all’inquadratura stretta
sui cadaveri di un obitorio. Oltre all’orrore, Bergman mostra una platea vuota,
il palcoscenico e chi lo calpesta con una maschera di trucco sul volto.
L’attrice è Elisabeth, la stessa che, nell’articolarsi del film, più volte si
sofferma su immagini di violenza assoluta, come la nota fotografia del bambino
deportato dal ghetto di Varsavia, o su altre, identiche a quelle dell’incipit,
come quella del bonzo che si dà fuoco a Saigon. L’utilizzo di riferimenti alla
contemporaneità nel film di Bergman non ha la stessa valenza politica di quelli
presenti nelle opere di Jean-Luc Godard, bensì ha lo scopo di dire l’indicibile,
mostrare l’inimmaginabile, al di sopra di qualsiasi considerazione sulla morale
o sulla politica. Come sottolinea Sontag, “Bergman fa un uso estetico della
violenza”, divergendo dalla retorica progressista dell’epoca.
Una successione simile di fotogrammi disturbanti sull’orrore dell’abisso si può
ritrovare nell’ultimo film di Lars von Trier: The House That Jack Built (2018).
L’espediente narrativo è quello di entrare nella mente di un serial killer,
compiendo una discesa agli inferi, in una catabasi sempre più surreale, dove il
protagonista pluriomicida è accompagnato da Virgilio. Il montaggio seziona il
film in capitoli, puntellati di sequenze extradiegetiche, dove il tema
principale riguarda il precetto classicista del kalòs kai agathós e il ruolo
dell’etica nel fare arte. Jack è un narcisista patologico, ossessivo compulsivo
e predisposto alle dipendenze. È convinto di essere dotato di eccezionale
talento artistico e crede che sarebbe potuto diventare un grande architetto, se
solo non glielo avessero impedito. Il suo unico scopo è quello di realizzare un
edificio iconico. Nel tentativo di raggiungere la consacrazione artistica,
l’ostacolo principale nel quale si imbatte il protagonista dipende dal fatto che
la casa costruita da Jack è composta da materiali del tutto inediti nel campo
dell’edilizia, dato che quelli solitamente impiegati non lo soddisfacevano
abbastanza. Si tratta di cadaveri umani congelati, modellati e assemblati l’uno
a l’altro per mano del sedicente architetto.
Rispetto al rapporto fra etica e arte, il punto di vista di Jack risulta
particolarmente esplicito in una delle scene finali del film, quando dichiara
che “tutte le icone che hanno avuto e avranno sempre un impatto sul mondo sono
per me arte stravagante”. L’affermazione, pronunciata in voice over, è
sottolineata da una carrellata di filmati e immagini che ritraggono i dittatori
del Novecento e le peggiori atrocità, delle quali sono i principali
responsabili: mucchi di cadaveri ammassati con una macchina spalatrice, persone
ancora vive nelle baracche dei lager nazisti, cadaveri lanciati in fosse comuni,
mutilati di guerra, bambini malnutriti ridotti a scheletri. Secondo il
protagonista, il suo modo di fare arte è quello di svelare l’indicibile e
mostrare il male assoluto, per definirlo nichilisticamente solo come una mera
categoria morale, relativa al bene, assente in natura e presente solo nella
logica del pensiero umano. Il bene e il male, il bello e il brutto sono
artifici. È possibile commettere dei crimini perfetti così come è possibile
riconoscere il bello nella decadenza o persino nella decomposizione della
materia. Nel dialogare con Virgilio, Jack espone le sue ragioni, paragonando il
processo di decomposizione di un essere umano con quelli adottati per la
produzione di vini da dessert. Cita il gelo, la disidratazione e l’utilizzo
della muffa nobile come le tre più comuni forme di decomposizione degli uvaggi e
chiosa: “È il degrado a nobilitare il grappolo vivo, fino a farlo diventare
un’opera d’arte”.
In The House That Jack Built, l’estetica della morte e della violenza
rappresenta il filo conduttore di tutto il film. Tornando a Bergman, il male,
l’abisso e l’orrore si manifestano in Persona a partire da un altro principio
nichilista, ovvero la dissoluzione dell’identità delle due protagoniste. Il
processo di annullamento e disgregazione della personalità dei due soggetti
avviene a partire dalla messa in discussione del ruolo del linguaggio, definito
da Sontag come il dispositivo capace di “gettare un ponte sull’abisso”. La
parola definisce, mette ordine, crea la norma e stabilisce i confini necessari
per significare sia il soggetto che parla, sia l’oggetto di cui si parla.
L’autrice non trascura il contesto in seno al quale avviene la contestazione del
linguaggio negli ambiti del cinema moderno e della letteratura dell’epoca,
citando, fra i tanti, Jean-Luc Godard, Michelangelo Antonioni, Gertrude Stein e
Samuel Beckett.
Con Persona, Bergman si spinge oltre al tema dell’incomunicabilità o del
fallimento della parola e si concentra sul dimostrare “l’assenza di un
linguaggio appropriato, di un linguaggio veramente pieno”. Se Elisabeth ha
deciso scientemente di preferire il mutismo e rinunciare all’oralità, Alma è
impegnata nella verbalizzazione del mondo a fini terapeutici, come atto generoso
e benefico, compiuto per il benessere della sua paziente. Il dramma o la rottura
avviene nel momento in cui il silenzio diviene violento, provocatorio e crudele.
Sontag definisce il mutismo di Elisabeth come strumento di inganno, di
smascheramento e di autorivelazione. Per tutta la durata del film, la narrazione
procede per sottrazione o per “assenze di enunciazione” che, a poco a poco,
minano la fiducia riposta nel linguaggio da parte di Alma, portandola a farsi
carico dell’angoscia di Elisabeth.
Lo scambio di identità fra le due protagoniste avviene attraverso il vuoto che
l’attrice crea in risposta al tentativo dell’infermiera di mostrare il
linguaggio come un dispositivo innocuo. Lo sforzo compiuto da Alma le si ritorce
contro: la verbalizzazione del mondo, priva di alcun tipo di interlocuzione,
rivela l’insensatezza della parola e la sua pericolosa contingenza. In modo
analogo, il silenzio attorno alla condizione palestinese ‒ oppure il rumore
assordante dei discorsi svuotati di contenuto ‒ riflette la stessa impossibilità
di comunicazione autentica. Il linguaggio, anziché fungere da ponte, diventa
strumento di esclusione, rimozione, delegittimazione.
> Con Persona, Bergman si spinge oltre al tema dell’incomunicabilità o del
> fallimento della parola e si concentra sul dimostrare “l’assenza di un
> linguaggio appropriato, di un linguaggio veramente pieno”.
Sontag usa la lente del cinema di Godard per comprendere lo sviluppo del tema
del linguaggio in Bergman. Entrambi sono definiti come “asceti esemplari”,
“grandi eroi culturali” e al contempo “grandi distruttori”, ma il cineasta
francese lo è stato con ancor più scientezza, contribuendo a tracciare il solco
di una tendenza che accomuna le forme d’arte dell’epoca, ovvero quella
all’autoreferenzialità. La produzione di opere meta-artistiche ha lo scopo di
risemantizzare la relazione fra artista e pubblico, di riconfigurare la
sensibilità degli spettatori, e Godard lo ha fatto a partire dalla realtà fuori
dal cinema, dalla contemporaneità e dalla politica, mettendo in scena idee
astratte. Come lui stesso dichiarava, “Noi cineasti, come i romanzieri, siamo
condannati ad analizzare il mondo e la realtà”. Si definiva un saggista o un
romanziere, immerso nel contesto della letteratura moderna, per la quale non è
più d’interesse raccontare la vita delle persone, raccontare una storia, ma
piuttosto scrivere solamente della vita. Rifiutando radicalmente le strutture
formali della narrativa, Godard erige un cinema poetico e concettuale, fatto di
trame intermittenti e grossolane, al contrario di quelle delle opere di Bergman,
che Sontag definisce come “indeterminate”. Ambiva ad abitare la realtà tramite
una struttura filmica che utilizzi il presente come tempo verbale e che stia nel
solco fra la perfezione delle idee, del seducente artificio insito nel logos, e
“l’opacità brutale della condizione umana”.
Il linguaggio filmico adottato dall’autore di Bande à part (1964) è in totale
apertura verso il pensiero astratto e il mondo delle idee; pertanto è
dissociativo, composto da una colonna sonora intermittente, un montaggio rapido
e inquadrature disorientanti. Godard trasgredisce la regola estetica del punto
di vista unitario, annullando la distinzione tra narrazione in prima persona e
in terza persona, “facendo della persona del cineasta l’elemento strutturale
centrale della narrazione cinematografica” e che però non corrisponde “a una
lucida intelligenza autoriale”. In altre parole, l’autore fuori campo è dotato
di una coscienza turbata e più estesa rispetto ai personaggi del film.
Muovendosi nella scena modernista, Godard confonde le prospettive narrative per
favorire un maggiore rigore formale, dall’effetto alienante. Si tratta di un
metodo che consente l’apertura verso la concettualizzazione astratta di ciò che
non può essere espresso attraverso la logica di una narrazione lineare e che
consente di esplorare il cinema, facendo cinema.
> La realtà contemporanea ha ormai superato l’immaginazione più distopica. Il
> linguaggio è probabilmente il primo dispositivo tecnologico sfuggito al
> controllo dell’umanità, incapace di utilizzarlo senza esserne sopraffatto,
> fino ad arrivare alla sua totale dissoluzione.
Ordinando il discorso in soggetto e oggetto, il linguaggio è capace di mediare e
definire. Di fatto, se non esistono definizioni di identità senza la parola,
mettere in discussione la normatività del dispositivo linguistico significa
smascherarne l’artificiosità e dubitare di qualsiasi assolutismo, ma anche della
presunta autenticità dietro alla determinazione di ogni individualità. Il cinema
è il mezzo individuato da Godard per distruggere e demistificare il linguaggio,
proprio perché è “la truffa più bella del mondo”, parafrasando il titolo del
film collettivo di cui il cineasta francese diresse il quinto episodio, Il
profeta falsario (1964). Sulla scia della riflessione proposta da Sontag,
rinunciare a una narrazione sensata e lineare, porre l’attenzione sul
significante e non sul significato, consente di “incorporare il caso” attraverso
l’improvvisazione. Catturare ciò che sfugge alla logica significa stare nella
spontaneità della contingenza. Godard lo ha fatto attraverso l’utilizzo di
auricolari per guidare gli attori, in un dialogo diretto con la macchina da
presa, ma anche conservando suoni extradiegetici o rumori ambientali nelle
tracce audio e arrivando sul set senza una scaletta tecnica o un piano di regia
dettagliato.
La radicalità del gesto godardiano stava nell’aver previsto, già dagli anni
Sessanta, la dissoluzione imminente della parola come veicolo di senso. Il suo
cinema, rinunciando programmaticamente alla linearità narrativa, intuiva una
condizione di spaesamento cognitivo che oggi si è pienamente realizzata:
l’incapacità collettiva di discernere, comunicare e comprendere. In questo
scenario, le immagini non raccontano più, ma si accumulano, svuotate di forza
semantica; le parole si moltiplicano, ma non incidono.
La realtà contemporanea ha ormai superato l’immaginazione più distopica. Il
linguaggio è probabilmente il primo dispositivo tecnologico sfuggito al
controllo dell’umanità, incapace di utilizzarlo senza esserne sopraffatto, fino
ad arrivare alla sua totale dissoluzione, alla quale attualmente si assiste.
Oggi, di autori come Bergman e Godard, Sontag e Pasolini si sente la mancanza;
del logos rimane solo la sua rigida e sadica spietatezza, tale per cui
l’intellighenzia occidentale si è interrogata per quasi due anni sull’utilizzo
appropriato del termine genocidio, scrollando video e immagini del massacro di
un popolo, finanziato con il benestare della sedicente società civile.
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T ra il 1966 e il 1967 lo scrittore palestinese Mourid Al-Barghouti si
trasferisce in Egitto per completare il suo percorso universitario. Gli mancano
pochi esami e, a Ramallah, la madre lo aspetta, impaziente di vedere finalmente
l’unico dei suoi figli laurearsi. Nelle prime pagine del suo testo più celebre,
Ho visto Ramallah (2003), emerge da subito un’immagine familiare: quella delle
pareti di casa, dove – a università terminata – si appende il diploma in bella
mostra. Ma nel giugno 1967 ha inizio una nuova guerra, passata poi alla storia
nel mondo arabo come Naksa, ovvero ‘ricaduta’. Israele occupa anche i territori
della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, aggravando la crisi dei rifugiati
iniziata con la Nakba del 1948: centinaia di migliaia di palestinesi sono
nuovamente sfollati.
> Mi consegnarono il diploma in Lingua e Letteratura inglese, ma non avevo più
> una parete a cui appenderlo. La città era caduta e non avrei mai potuto
> tornarvi.
Ho visto Ramallah è la storia del ritorno, dopo trent’anni, dell’ormai adulto
Al-Barghouti nella sua città natale. Un ritorno segnato dalla sofferenza di chi
ha vissuto la ghurba, l’esilio.
Una volta che l’hai provata, ne resti segnato per sempre. La ghurba “è come
un’asma”, come una malattia di cui si inizia a soffrire e dalla quale non si può
guarire. Introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la vita di una
casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché un dovere di
memoria da custodire.
Elisabetta Bartuli in The Passenger. Palestina (2023), sottolinea come,
“nonostante le enormi diversità nelle condizioni di vita, di contesto
amministrativo ed economico di cui raccontano” i romanzi degli scrittori
palestinesi presentino caratteristiche comuni che li rendono “un unicum compatto
e coeso all’interno della letteratura araba”. Ecco: la casa, come luogo
simbolico di identità e appartenenza, è precisamente uno dei topoi che danno
coerenza a questo unicum; un motivo ricorrente che la letteratura palestinese ha
contribuito, insieme ad altri, a consolidare, e attraverso cui si esprimono
significati che arrivano fino a questi giorni.
> La ghurba, l’esilio, introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la
> vita di una casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché
> un dovere di memoria da custodire.
Nel tema della diaspora, la casa diventa simbolo di quell’intimità familiare –
fatta di oggetti, gesti quotidiani, odori – che l’occupazione e la guerra hanno
interrotto in modo fulmineo e traumatico. Con fatica si riesce a immaginare una
simile condizione: da un momento all’altro, senza preavviso, abbandonare la
propria casa senza potervi più fare ritorno.
> Umm ‘Issa nei suoi ultimi giorni di vita non parlava che di un’unica cosa: il
> tegame di zucchine. Aveva dovuto abbandonare casa sua, nel quartiere Qatamùn a
> Gerusalemme, senza avere il tempo di spegnere il fuoco sotto il tegame di
> zucchine.
Elias Khoury, recentemente scomparso, è stato uno scrittore e intellettuale
libanese tra i più autorevoli del mondo arabo. Il suo romanzo, La porta del sole
(2004), è stato definito un’epopea del popolo palestinese. Intorno alla vicenda
principale e ai suoi protagonisti si affollano numerose voci e storie. E in
molti di questi racconti – anche nei più brevi, affidati a personaggi secondari
– si rincorrono immagini di case abbandonate in tutta fretta.
> Sono andato nella casa […]. Era deserta. Sono entrato. Delle coperte per
> terra, dei sacchi di plastica, delle pentole e odore di cibo ammuffito. Come
> se avessero sgomberato in fretta e furia, senza tempo sufficiente per
> organizzare il viaggio. […] Sono entrato e mi sono reso conto che stavo
> piangendo. Ero nel mezzo del nulla, in mezzo alle lacrime. E ho capito che era
> perduta.
Nella letteratura palestinese delle origini, il topos della casa è centrale nel
raccontare il trauma dell’esilio e della perdita inflitti dalla Nakba. In questa
fase, è spesso ancora il fulcro di una nostalgia nella quale struggersi. Della
propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne ricopriva
le pareti. E alla casa si desidera soltanto fare ritorno. Anche se ne fosse
rimasta solo una pietra.
> Della propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne
> ricopriva le pareti. La casa non è un’idea astratta. Non è una metafora, è
> questo luogo fatto di cose concrete che si sono perdute.
Ghassan Kanafani è stato tra i maggiori esponenti della narrativa della
resistenza, assassinato nel 1972 a Beirut da un’autobomba del Mossad. Nel suo
Ritorno a Haifa (2001), Said e Safiyya sono una coppia palestinese che, dopo
vent’anni di esilio forzato, torna a Haifa: la città da cui erano stati cacciati
e nella quale avevano dovuto abbandonare il figlio neonato, Khaldun. Quando
tornano, scoprono che il figlio è stato adottato da un’ebrea sopravvissuta
all’Olocausto, che ora vive nella casa che un tempo era loro. Il figlio, che ora
si chiama Dov, milita nell’esercito israeliano, e rifiuta ogni legame con i suoi
genitori naturali.
Poco prima che il racconto sveli questa sua sconvolgente verità, è descritto il
momento in cui Said e Safiyya salgono le scale della loro vecchia casa. Said non
vuole dare alla moglie, e neppure a sé stesso, “la possibilità di osservare
quelle piccole cose che – lo sapeva – lo avrebbero commosso: il campanello, il
pomello di ottone alla porta, gli scarabocchi di matita sul muro, il contatore
dell’elettricità, il quarto scalino rotto nel mezzo…”.
La casa non è un simbolo, non è un’idea astratta. Non è una metafora, è questo
luogo fatto di cose concrete che si sono perdute. Entrando, Said riesce ancora a
vedere in casa sua “molte cose che un tempo gli erano state familiari e che
anche quel giorno continuava a considerare tali: cose intime, private”, che mai
avrebbe pensato che qualcuno potesse toccare o guardare: una fotografia di
Gerusalemme, un piccolo tappeto di Damasco. Said ritrova “le sue cose” ma,
guardandole, le vede mutate. Come se a osservarle fossero due paia di occhi
diversi: quelli del passato e quelli di un presente che non gli appartiene più.
Lo stesso accade, in La porta del sole, a Umm Hasan.
> Umm Hasan, come tutti coloro che sono tornati a vedere le loro case, diceva:
> “Ogni cosa era al suo posto, ogni cosa era rimasta com’era. Persino la brocca
> di terracotta.”
> — La brocca.
> — L’ho trovata qui. Non la uso. La prenda, se la vuole.
> — No, grazie.
Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei
significati.
Da simbolo di perdita e sradicamento – da cui deriva anche il più famoso simbolo
delle chiavi lasciate sulla porta – la casa diventa un topos per esplorare la
realtà dell’occupazione e della guerra e, da qui, la condizione di estraneità e
d’incertezza esistenziale, la frammentazione identitaria, a cui il popolo
palestinese è stato condannato. Lì, proprio nel perimetro della casa, dove si
tocca “l’essenza più profonda della vita” (Nour Abuzaid), qualcun altro si è
insediato con la forza.
> Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei
> significati. Lì, proprio nel perimetro della casa, qualcun altro si è
> insediato con la forza.
È Israele che “con la scusa del cielo, ha occupato la terra”. Il contatore
dell’elettricità è al solito posto, la brocca e il tappeto di Damasco anche.
Eppure, non si riesce a riconoscerli. Come accade quando, a forza di guardare
troppo a lungo una cosa, o di ripetere insistentemente una parola, se ne perde
l’essenza: il suono si svuota, l’immagine si spegne.
Ora anche chi riesce a tornare a casa si sente fuori posto. Un estraneo.
In La porta del sole c’è un passaggio importante in cui Nahila, rimasta a vivere
nel suo villaggio diventato territorio israeliano, si oppone con forza al marito
Yunis, che invece è un combattente della resistenza e vive in clandestinità
dentro le grotte. Alla retorica del sacrificio e del martirio, alle storie di
eroismo, che trasfigurano la sofferenza vissuta in mito, Nahila rivendica le
vere storie. Quelle che raccontano che le persone sono divenute estranee persino
a sé stesse. E che, pur non impugnando le armi, si fanno portavoce di una
resistenza più silenziosa e quotidiana.
> Tu non sai niente. Secondo te la vita sono queste distanze che attraversi per
> arrivare qui col tuo odore di foresta. […] Che storie sono queste dell’odore
> di lupo, del profumo del timo selvatico, dell’olivo romano? Sai chi siamo?
La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di
occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il
rimanere diventa una forma di esilio. Uscire di casa non è un gesto neutro, ma
può diventare una scommessa sul ritorno e un desiderio di tornare “per intero”,
senza scontare la dispersione dell’identità, la frammentazione del sé che
l’occupazione impone ogni giorno.
> La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di
> occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il
> rimanere diventa una forma di esilio.
Lo scrive con spietata chiarezza Maya Al-Hayat, poetessa palestinese nata a
Beirut e cresciuta a Gerusalemme Est, oggi tra le voci più incisive della
letteratura contemporanea, capace di raccontare con feroce semplicità l’intimità
stravolta del vivere sotto l’occupazione.
> Ogni volta che esco di casa
> è un suicidio
> e ogni ritorno, un tentativo fallito. […]
> Voglio tornare a casa intera.
Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte ultimo
dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di stoffa
esposta al vento. Scrive Yousef Elquedra, in una poesia dedicata agli
accampamenti della zona umanitaria di al-Mawasi:
> La tenda è un corpo fragile […]
> La tenda non è una casa
> è una promessa di attesa
> e ogni impeto di vento
> ti ricorda che sei di passaggio
> su una terra che non porta il tuo nome.
Anche la tenda, come la casa, è esposta poi al rischio dell’esproprio. “Ci
rendete stranieri nella nostra terra” si sente dire nel documentario No Other
Land (2024) di Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal. Anche se
“la distanza tra due case è a una fila di alberi”, ci si sente trattati come
estranei e persino la lingua madre, che è “tutto ciò che resta a colui che è
privato della sua patria” (Friedrich Hölderlin), punto massimo di contatto con
le proprie radici e “casa” simbolica` alla quale tornare quando il resto è
perduto, è costantemente posta sotto assedio.
> Lasciatemi parlare la mia lingua Araba
> prima che occupino anche quella.
> Lasciatemi parlare la mia madrelingua
> prima che colonizzino anche la sua memoria.
Così la poetessa e attivista Rafeef Ziadah, nota per la sua poesia performativa,
in cui parole e musica si fondono in un atto di resistenza per denunciare
l’oppressione e l’oblio.
> Mia madre è nata sotto un albero di ulivo
> su una terra che dicono non essere più mia.
L’ulivo: più di ogni altra, la pianta della Palestina. Cresce nei giardini delle
case, le famiglie ne tramandano la cura da generazioni. Le olive si offrivano in
dono; con l’olio, le nonne bagnavano il pane per sfamare i nipoti. E con lo
stesso olio – fonte di ogni cura – si curavano le malattie.
> Noi viviamo di olio. Siamo il popolo dell’olio. Loro invece tagliano gli olivi
> e piantano palme. Hanno sradicato gli olivi. Non so perché odiano gli olivi e
> piantano le palme.
> (La Porta del Sole).
Gli olivi si scorgono anche sullo sfondo di un celebre video, diventato virale,
in cui la giornalista e attivista Muna Al-Kurd, ferma con i piedi nei confini
del suo giardino, grida contro un colono israeliano: “Stai rubando la mia casa.”
E il colono risponde freddamente: “Perché mi urli contro? Se non lo faccio io,
lo farà qualcun altro”. Qualcuno potrebbe obiettare: è la guerra. Ma questa è
una guerra che mira a cancellare le tracce, a riscrivere la geografia della
memoria, e che non si accontenta di distruggere, ma vuole sradicare. Estirpare
con la forza cieca di una ruspa. La stessa che ancora campeggia, inquietante,
come immagine-simbolo sulla locandina di No Other Land.
> Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte
> ultimo dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di
> stoffa esposta al vento.
Nel tentativo di spezzare l’intreccio tra le persone e i luoghi, tra la lingua e
le radici, si inserisce anche il grottesco video generato dall’intelligenza
artificiale e diffuso da Trump, dove Gaza è ridotta a un resort. Un luogo
artificiale su un lungomare costellato di palme. Palme al posto degli olivi. Ma
gli alberi, in Palestina, non sono solo alberi. Sono “costole d’infanzia”, come
scrive Mahmoud Darwish. E la rimozione dell’olivo non è solo distruzione
agricola: è simbolo di perdita radicale. È la cancellazione della storia, della
terra e soprattutto dei diritti che vi erano radicati. In La porta del sole
Yunis attraversa l’oliveto di Tarshìha e si rende conto che il “suo” olivo
romano, testimone di ogni momento importante della sua vita e di quella dei suoi
avi, non c’è più. Con l’albero antichissimo, cade anche la memoria viva della
terra.
> Yunis indossò il lutto per l’albero.
Un sentimento di disorientamento, impotenza politica e frustrazione emerge
quando si cerca di comprendere la realtà che stiamo vivendo. La maggior parte di
noi non sa cosa possa significare “mettersi la guerra in bocca come fosse una
gomma da masticare” quando sei poco più che un ragazzo. Questa distanza non si
risolve informandosi o nel tentativo di partecipare al dibattito pubblico.
Specialmente di fronte alla questione palestinese, la distanza tra ciò che si
legge e ciò che realmente si riesce a comprendere sembra incolmabile. Per questo
motivo, la letteratura diventa una risorsa, una “porta del sole” verso la
complessità del mondo. Un modo per affinare empatia e consapevolezza, per
esplorare ciò che travalica il nostro vissuto personale.
La letteratura restituisce profondità a ciò che il discorso mediatico tende a
semplificare e uniformare. Scrive Mourid Al-Barghouti che “a forza di sentire
certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, si finisce per pensare ai
Territori Occupati “come a un luogo immaginario alla fine del mondo”. E ci si
convince che non esista nessun modo per raggiungerlo. Al-Barghouti rivendica con
forza la necessità di non ridurre la Palestina a una pura astrazione. Ci ricorda
come i palestinesi siano prima di tutto degli individui. L’occupazione ha creato
“intere generazioni che non hanno un luogo in cui ricordare suoni e profumi”,
generazioni “che non hanno mai coltivato, né costruito, né commesso neppure il
più piccolo errore umano nella propria terra”, e ha trasformato la patria in un
simbolo inchiodato al passato. Ma la patria non è un arancio, non è un ulivo. La
patria è fatta di persone.
> “A forza di sentire certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, alla
> fine si finisce per pensare ai Territori Occupati “come a un luogo immaginario
> alla fine del mondo”. E ci si convince che non esista nessun modo per
> raggiungerlo.
Un popolo, scrive ancora Al-Barghouti, cui sono stati tolti diritti e futuro, e
a cui è stata “bloccata l’evoluzione delle società e delle vite”, impedendo lo
sviluppo. La Palestina non è (o non è solo) “la questione inserita nei programmi
dei partiti politici, non è un argomento di discussione”. Non è “la catenina che
adorna il collo delle donne in esilio”. Non è “la prima pagina di apertura di un
giornale”. Non è l’anguria esposta a una manifestazione. È invece un luogo
“concreto come uno scorpione”, che ha “i suoi colori, una temperatura, e arbusti
che crescono spontanei”. E gli insediamenti non sono costruzioni “fatte da
bambini con i Lego”. Sono invece la diaspora palestinese.
In La porta del sole c’è un passo in cui si dice che gli scrittori e gli
intellettuali non combattono, ma piuttosto “osservano la morte, scrivono, e
credono di morire”. È vero, la guerra ci passa accanto e noi, forse, ci
“aggrappiamo a una poesia”. Pure, questa rimane ancora una forma importante per
la verifica delle nostre qualità umane. Una risposta che possiamo darci alla
domanda “Se questo è un uomo”.
L'articolo La casa perduta proviene da Il Tascabile.